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lunedì 18 maggio 2026

EDUCARE ALL'EMPATIA

 


Educare all’empatia, 

e ancora di più 

alla compassione. 


Non si educa a parole.




-di Italo Fiorin

 Le parole non bastano, da sole non arrivano al cuore.

Educare all’empatia fa parte di quella più ampia educazione alla quale anche il ministro dell’Istruzione e del Merito tante volte si è detto attento, tanto da aver persino promosso una sperimentazione sulle cosiddette competenze ‘non cognitive’, che in realtà sono anche cognitive, ma non importa…

In numerose scuole, specie dell’infanzia e primaria, ci sono ambienti pensati per l’esperienza sensoriale, e nessuno si scandalizza se i piccoli, scalzi o no, bendati o no, sperimentano aromi, sensazioni, stimoli tattili o visivi… Sono spazi specializzati, spesso con una attenzione particolare alle disabilità…

Il ministro certo conoscerà, ad esempio, le belle esperienze di condivisione con persone non vedenti, nelle quali gli alunni si mettono le bende agli occhi per cercar di ‘sentire’ almeno un po’ ciò che vivono i loro compagni ciechi…

Ora si legge che docenti sensibili della scuola di Marostica abbiano fatto vivere un’esperienza molto intensa, portando le loro classi a incontrare persone migranti, toccando, nel faccia a faccia della condivisione, la loro realtà, aprendo non solo la mente, ma il cuore alla comprensione. 

Bambine e bambini di classe quinta, che hanno camminato scalzi e bendati in un’aula scolastica, accompagnati dalle loro insegnanti e perfino da una psicologa.

Il ministro avrà presto, immagino, la bella opportunità di spiegare ai suoi colleghi parlamentari, che hanno promosso un’interrogazione parlamentare, che talvolta chi ha gli occhi bendati vede più nitidamente di chi, pur avendoli spalancati, rimane cieco. Che la scuola non abita in una favola, e i bambini non vi giungono cadendo dai cavoli, ma gli insegnanti hanno il delicato compito della loro introduzione alla realtà, non dissimulando i problemi, ma aiutando ad esplorarli.

A questo servono la letteratura e la matematica, la storia, la geografia, le scienze, la tecnologia, gli strumenti ‘colti’ (direbbe qualcuno) dello stare al mondo con consapevolezza e responsabilità.

Le stesse nuove Indicazioni 2025 scrivono che “è necessario avviare a scuola un profondo lavoro educativo e preventivo: un’educazione del cuore che crei occasioni didattiche di esperienza di sentimenti basilari come la fiducia, l’empatia relazionale ed affettiva, la tenerezza, l’incanto, la gentilezza”.

Sarebbe bello che il ministro Valditara, dimostrando di prendere proprio sul serio queste parole scritte nelle ‘sue’ Indicazioni nazionali, le ricordasse ai suoi onorevoli colleghi.

E se proprio sentisse il bisogno di inviare gli ispettori, questi andassero a verificare che si’, quelle insegnanti di Marostica stanno prendendo molto sul serio l’invito ad educare il cuore’. E per questo vanno portate ad esempio.

Don Bosco, che frequentava minori che delinquevano e poveri emarginati, ricordava a quanti se ne scandalizzavano, che “l’educazione è una cosa del cuore”. Ma, attenzione, non del Libro Cuore.

Come ha scritto nella sua ultima enciclica Papa Francesco, “l’educazione del cuore ha conseguenze sociali”.

Dal WEB

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domenica 12 ottobre 2025

DIFENDERCI DALL'ORRORE


 Fino a che punto si arriverà, mentre sembra dormire un sonno di pietra e non riesce a tenere gli occhi aperti di fronte a una ferita grande quanto un intero popolo?

 


-di Rosella De Leonibus 

 

Francesca AlbaneseQuando il mondo dorme

Durante la persecuzione degli ebrei da parte del nazismo, le immagini più crude dell’orrore sono arrivate agli occhi del mondo solo al momento della liberazione dei campi di concentramento. Oggi, nel contesto delle guerre attuali, come nel genocidio di Gaza, la narrazione visiva è profondamente cambiata: sono le stesse vittime a diffondere video e notizie in tempo reale, portando la realtà della sofferenza direttamente nelle case di miliardi di persone.

Eppure, malgrado la mole infinita di immagini e testimonianze, persiste uno zoccolo duro di indifferenza. Apparentemente sembra inspiegabile questa reazione, però trova spiegazioni profonde nel campo della psicologia. La mente, esposta in modo continuo e intensivo a immagini traumatiche, finisce per mettersi in una sorta di “modalità protettiva”, riducendo la sensibilità emotiva attraverso un processo noto come compassion fatigue. È un meccanismo di autodifesa, che protegge il nostro equilibrio psicologico, ma anestetizza l’empatia e spegne l’urgenza morale insieme alla spinta a reagire.

La compassion fatigue (Joinson, 1992; Figley, 1995), o fatica da compassione, è una condizione psicologica tipica di chi, come operatori sanitari, psicoterapeuti, assistenti sociali o altri professionisti dell’aiuto, si espone in modo continuativo e prolungato alla sofferenza altrui. Questo stato si manifesta come un esaurimento fisico, emotivo e mentale causato dalla tensione empatica legata all’assistenza a persone in grave difficoltà o in condizioni traumatiche, si riduce la capacità di provare compassione e arrivano sintomi emotivi come ansia, depressione, rabbia, senso di colpa e apatia. Ma tutto ciò non accade solo a chi direttamente opera in ambiti di tragedia: anche chi assiste ripetutamente o è esposto a immagini e racconti traumatici ne è colpito. A livello cognitivo ci sarà confusione, perdita di concentrazione e senso di vuoto, mentre a livello fisico ci sarà affaticamento, dolori, tachicardia o problemi gastrointestinali. A livello sociale vedremo tendenza a ritirarsi, intolleranza o indifferenza.

Così, mentre il mondo assiste in tempo reale a scene di devastazione, diventa muto davanti a una sofferenza troppo grande per essere elaborata e si distacca emotivamente davanti a ciò che dovrebbe invece scuotere le coscienze. I bambini di Gaza, uccisi brutalmente in quantità indescrivibili, amputati, affamati, assetati, orfani di tutto, sono il confine ultimo della nostra umanità. La sfida è urgente: come realizzare modalità nuove e consapevoli per riconnetterci con l’umanità reale che soffre dietro ogni immagine, per superare l’indifferenza e trasformare le testimonianze di dolore in impegno e solidarietà reali?

IL SILENZIO DELLE NOSTRE MENTI DAVANTI ALLA VIOLENZA

Ogni giorno i nostri occhi si posano su immagini che raccontano l’orrore: guerre, aggressioni, crudeltà senza fine. All’inizio lo sguardo sostiene un peso insopportabile, un nodo alla gola che ci spinge a reagire, a indignarci. Ma col tempo quella stessa esposizione ripetuta diventa un rumore di fondo, un’eco lontana che la mente impara a ignorare. È così che nasce la desensibilizzazione: un lento spegnersi delle emozioni, un’assuefazione che riduce il dolore, ma anche la nostra umanità. Il cervello sottrae emozione per sopravvivere.

In condizioni di stress entra in gioco l’amigdala, la parte più antica e istintiva del nostro cervello, che regola la paura e la risposta allo stress. Quando siamo di fronte a immagini violente, l’amigdala si attiva, generando una scarica emotiva intensa. Ma se questa attivazione diventa continua, il cervello sviluppa una sorta di difesa: la risposta emotiva si attenua, come per proteggersi da un sovraccarico di dolore inutile e paralizzante (Wikipedia, 2024). L’iperstimolazione può compromettere le aree prefrontali, responsabili del controllo razionale e della regolazione dell’empatia, mentre si perde la capacità di sentire il dolore dell’altro e la compassione svanisce (Chinello, 2025).

Le conseguenze umane e sociali di una mente assuefatta sono devastanti. Se da un lato questo meccanismo ci protegge, dall’altro ci allontana dal sentire autentico e dalla solidarietà. La violenza, nell’esperienza diretta o mediatica, perde la sua carica di urgenza emotiva, e il nostro sguardo diventa più freddo e distaccato. L’abitudine al dolore altrui può trasformarsi in indifferenza, abbassando quella soglia che ci fa agire per la giustizia e la cura.

ZIMBARDO: LA VIOLENZA DELLA SITUAZIONE

Uno degli studi più emblematici per comprendere come la mente possa adattarsi a scenari di violenza e sopraffazione è l’esperimento della prigione di Stanford, condotto da Philip Zimbardo nel 1971. Qui emerge con chiarezza quanto il contesto sociale e i ruoli imposti possano guidare comportamenti crudeli, persino in individui ordinari e psicologicamente sani.

I partecipanti, divisi in “guardie” e “prigionieri”, subirono una rapida trasformazione: le guardie, investite di potere, iniziarono a esercitare forme di violenza psicologica e fisica, mentre i prigionieri caddero in uno stato di passività e sottomissione. Entra in campo un processo di deindividuazione: l’identità personale si dissolve all’interno del gruppo, il senso di responsabilità individuale diminuisce e si abbassano le difese morali (Zimbardo, 2007).

In questo contesto, la deumanizzazione delle vittime e la loro colpevolizzazione giustificano l’abuso, attenuando il senso di colpa di chi esercita il potere. Dall’altra parte, il senso di impotenza vissuto dalle vittime genera difese psicologiche come la dissociazione e l’assuefazione, la desensibilizzazione necessaria a sopportare il dolore (Campanale, 2023).

LA MENTE SI PROTEGGE DAL DOLORE

Il senso di impotenza nasce quando ci troviamo di fronte a situazioni che ci appaiono incontrollabili, dove ogni tentativo di cambiare o influenzare gli eventi sembra inutile e vano. Se abbiamo accumulato esperienze di insuccesso o di sopraffazione, avremo interiorizzato un’idea profonda di incapacità personale, l’“impotenza appresa” (Seligman, 1975). Arriva un pesante senso di rassegnazione, una sorta di rinuncia passiva che protegge la mente dall’angoscia di sentirsi totalmente esposti e vulnerabili. Sul piano comportamentale, ci sarà evitamento, inibizione dell’azione e abbassamento della motivazione.

Per sopravvivere al dolore, la psiche mette in atto una serie di meccanismi di difesa che, in modo automatico e inconscio, contengono l’angoscia e preservano l’equilibrio interno: la negazione, cioè il rifiuto di riconoscere la realtà dolorosa, consente di distanziarsi temporaneamente da ciò che sembra insopportabile; la rimozione, con l’occultamento di ricordi o emozioni traumatiche nella parte inconscia della mente; la proiezione, per cui si attribuiscono ad altri sentimenti o impulsi propri difficili da accettare (Agostini, 2019).

In origine sono forme di adattamento sane, ci aiutano a sopravvivere in condizioni estreme, ma diventano disfunzionali quando si radicano profondamente, perché impediscono che il trauma venga elaborato e quindi bloccano la riconnessione emotiva con sé e con gli altri.

Il dolore nascosto deve trovare espressione per poter farci riscoprire la nostra umanità ferita, e trasformarsi in strumento di resilienza e crescita. È essenziale una consapevolezza collettiva rispetto a questi meccanismi, per non ridurre la violenza a un fatto ordinario e lontano.

PER NON VOLTARCI DALL’ALTRA PARTE

È urgente promuovere a livello sociale e di comunità una maggiore sensibilità verso le tragedie del mondo e superare la desensibilizzazione, è necessario mettere in campo strategie integrate che coinvolgano educazione, cultura, media. Educazione fin dalla prima infanzia: introdurre programmi scolastici che insegnino empatia, rispetto, consapevolezza del dolore altrui e cultura della non violenza, in modo da preparare le nuove generazioni a gestire con responsabilità il confronto con la violenza e l’ingiustizia. Coinvolgimento responsabile dei media e sensibilizzazione pubblica: i media devono adottare un approccio etico nella rappresentazione delle violenze, evitando spettacolarizzazioni e sensazionalismi, e integrare i contenuti con dati scientifici e analisi sociologiche, perché la narrazione sia anche strumento di conoscenza e prevenzione. I media stessi possono modellare comportamenti positivi con campagne di storytelling, mostrare esempi di solidarietà, interventi efficaci e trasformazioni positive per stimolare empatia e azioni concrete, fare focus sulle persone e non solo sui fatti, raccontare storie umane, coinvolgenti e autentiche di vittime, sopravvissuti e attivisti, mettendo in luce le emozioni, i vissuti e i cambiamenti personali, anziché limitarsi a dettagli cruenti o fredde statistiche.

Insieme al racconto della tragedia, è necessaria una chiamata all’azione chiara e concreta: ogni storia o testo o video dovrebbe invitare a iniziative che coinvolgano il pubblico nel creare contenuti positivi e condividere messaggi di solidarietà, supportare la costruzione di una comunità attiva e consapevole, e invitare a compiere un gesto concreto – firmare una petizione, partecipare a un evento, sostenere un’associazione – trasformando l’empatia in impegno attivo. 

Non più volti spenti e braccia conserte, ma cuori sensibili e menti lucide, esseri umani pronti a impegnarsi per fermare l’orrore.

 

Riferimenti bibliografici

Agostini M. (2019), Meccanismi di difesa: cosa sono e come li utilizziamo, https://www.guidapsicologi.it/articoli/meccanismi-di-difesa-cosa-sono-e-come-li-utilizziamo (consultato il 15 settembre 2025)

Campanale G. (2023), L’Effetto Lucifero e la labilità della dicotomia Bene-Male, https://www.stateofmind.it/2023/01/effetto-lucifero-esperimento/ (consultato il 15 settembre 2025)

Chinello V. (2025), I rischi psicologici della continua esposizione delle scene di violenza sui socialhttps://vivianachinellopsicologa.com/2025/09/06/i-rischi-psicologici-della-continua-esposizione-delle-scene-di-violenza-sui-social/ (consultato il 15 settembre 2025)

Figley C.R. (Ed.) (1995), Compassion fatigue: Coping with secondary traumatic stress disorder in those who treat the traumatized, Brunner/Mazel.

Joinson C. (1992), Coping with compassion fatigue, Nursing, 22, 4, pp. 116-120.

Seligman M.E.P. (1975), Helplessness: On Depression, Development, and Death, W. H. Freeman, San Francisco.

Wikipedia (2024), Desensibilizzazione (psicologia), https://it.wikipedia.org/wiki/Desensibilizzazione_(psicologia) (consultato il 15 settembre 2025)

Zimbardo P. (2007), L’effetto Lucifero. Cattivi si diventa?Raffaello Cortina Editore, Milano.

 Rocca

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martedì 8 luglio 2025

L'EDUCAZIONE DEL CUORE A SCUOLA


 Nuove Indicazioni Nazionali primo ciclo, ecco l’educazione del cuore: occasioni didattiche per stimolare fiducia, empatia, tenerezza e gentilezza

 

L’iter di adozione delle nuove Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione si è concluso. Dopo una fase preparatoria che ha coinvolto commissioni di esperti, società scientifiche, organizzazioni sindacali e una consultazione pubblica, il CSPI ha espresso il suo parere.

Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, tenendo conto delle osservazioni, ha ora predisposto il testo definitivo, che sarà sottoposto al Consiglio di Stato per l’ultimo passaggio formale.

-         di Andrea Carlino

Educazione alle relazioni: empatia e rispetto al centro

Le nuove linee guida pongono l’accento su una scuola che educa alle relazioni, all’empatia e al rispetto della persona. Non si tratta solo di alfabetizzazione emozionale, ma di un lavoro educativo profondo che aiuta bambini e ragazzi a comprendersi nelle loro differenze. Fiducia, gentilezza, tenerezza diventano elementi chiave, da sviluppare attraverso tutte le discipline: dall’educazione motoria alla letteratura, dalle STEM alla musica, fino al teatro e al cinema. L’obiettivo è decostruire stereotipi e promuovere un nuovo patto tra i sessi, soprattutto in un’epoca in cui insicurezze e sospettosità minano le relazioni sociali.

Continuità e collaborazione per un’educazione efficace

Perché l’azione educativa sia efficace – propone il Ministero – è fondamentale che abbia continuità tra i diversi gradi di istruzione e sia trasversale alle discipline. Le scuole dovranno progettare percorsi in collaborazione con enti territoriali e associazioni, creando occasioni didattiche che rafforzino la bona fides – quel principio di lealtà e onestà che dovrebbe guidare ogni relazione. In un mondo sempre più complesso, la scuola si conferma il luogo ideale per costruire relazioni corrette e valorizzare le differenze, a partire dai primi anni di formazione.

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Nuove Indicazioni Nazionali: ecco il TESTO definitivo. Ecco quali sono le modifiche. Ora si attende parere del Consiglio di Stato

Orizzonte Scuola

 

giovedì 2 gennaio 2025

UN MAESTRO

 

“Ricordi positivi, 

il tesoro per la vita nato tra i banchi 

di scuola”



- di Marco Erba

La lezione di un maestro elementare: coltivare i talenti di ciascuno, suscitando tra gli allievi la fiducia nelle proprie capacità.

Decisivi gli insegnanti che vivono il lavoro come una vera missione.

Un giorno, durante un viaggio, incontrai un insegnante straordinario. Uno di quelli che non fanno notizia, ma cambiano la storia.

Faceva il maestro nella scuola elementare di una grande città di mare, in un quartiere degradato e difficilissimo. Era pieno di energia esplosiva: rideva, scherzava, raccontava di tutto.

Svolgeva il suo lavoro in uno dei contesti socialmente più difficili d’Italia, ma questo sembrava centuplicare le sue forze e la sua voglia di vivere.

Parlava con un’ironia contagiosa, anche se entrava in contatto quotidianamente con situazioni drammatiche.

Mi raccontò che una volta, un ragazzino si era presentato a scuola elegantissimo.

«Che bello, festeggi qualcosa?», aveva chiesto il maestro.

«Sì! È morto mio cognato!», aveva risposto quello. «Cosa?».

Il maestro era certo di aver capito male. Si sbagliava.

«È morto mio cognato!», aveva ripetuto allegro il ragazzino.

«E perché festeggi, allora?». «Perché mio papà lo sostituisce nel clan, fa un salto di carriera!», aveva spiegato il ragazzino, tutto fiero.

Una morte che generava una progressione nella criminalità organizzata: questo era dunque il motivo della festa.

In un’altra occasione, un bimbo dormiva serafico sul banco di scuola. Il maestro lo aveva svegliato con delicatezza. Da lì era nato un dialogo surreale.

«Che c’è, sei stanco?». «Si, maestro. Stanotte non ho dormito...».

«Perché? Hai guardato la televisione fino a tardi? ». «No».

«Hai giocato ai videogiochi?». «No».

«E allora che hai fatto?». «Sono uscito con papà. Ho fatto il palo per lui».

Un bimbo utilizzato come palo per rubare: anche questo accade spesso in quei mondi non troppo lontani da noi, ma che preferiamo non guardare, perché fanno troppa paura.

Il maestro, invece, in quel mondo dava tutto sé stesso.

Da dove veniva tutta quella energia?

Lo capii continuando la chiacchierata con lui: gli veniva dalla forza della vita, dalla bellezza che a volta splende più forte di ogni bruttura, da quei germogli testardi che, se li sai assecondare, bucano anche l’asfalto più grigio, più soffocante.

Questo era esattamente il compito che il maestro si dava ogni giorno e che, talvolta, portava frutti insperati, meravigliosi.

Uno di questi frutti era un ragazzino che credeva di avere dei problemi di memoria.

Il maestro era all’inizio della sua carriera, era ancora supplente.

Era entrato in una classe e quel ragazzino gli si era avvicinato facendo un’affermazione perentoria: «Maestro, io non funziono».

«In che senso, scusa?». «Nel senso che la memoria non mi funziona».

«Perché dici così?». «Perché non riesco a imparare a memoria le poesie che la maestra ci dà da studiare. Non mi restano in testa.

Devo avere qualcosa che non va: la mia memoria deve essere danneggiata, per questo non funziona».

Il maestro lo aveva guardato benevolo: «Secondo me dovresti fare un’altra prova».

«Quale?» aveva chiesto il ragazzino, speranzoso.

«Tu oggi vai a casa, scegli una canzone che ti piace, la impari a memoria e domani me la reciti tutta. È un test, così vediamo com’è la tua memoria. Va bene?».

«Va bene, maestro».

La mattina dopo il ragazzino era entrato in classe tutto felice. «Allora, hai fatto quello che ti ho chiesto?» gli aveva domandato il maestro.

«Sì!» aveva risposto lui, entusiasta.

E non solo gli aveva recitato il testo di una canzone a memoria, gliela aveva addirittura cantata davanti a tutti; i compagni, alla fine, erano esplosi in un lungo applauso.

Il maestro lo aveva guardato soddisfatto: «Hai visto? Il problema non sei tu, è che le poesie che devi studiare non ti piacciono abbastanza.

La tua memoria è a posto.  Tu funzioni». 

Erano passati tanti anni. Un giorno il maestro passeggiava in un’altra città. In mezzo alla gente, uno sconosciuto lo aveva fermato: «Maestro!».

Lui non lo aveva riconosciuto. «Maestro, lei è stato mio supplente quando ero alla scuola elementare!

Ero quello che credeva di avere qualcosa fuori posto nella memoria e lei mi ha fatto cantare una canzone davanti a tutti i miei compagni, per dimostrarmi che il mio cervello era a posto!».

Il maestro a quel punto si era subito ricordato, aveva intravisto il bambino di ieri sotto la scorza dell’adulto di oggi: «Ma certo! Come stai? Che ci fai qui?».

«Ora vivo in questa città. Mi sono trasferito qui perché ho studiato medicina e sono primario all’ospedale». «Che meraviglia, complimenti!».

«Io non l’ho mai dimenticata, maestro.

Tanti anni fa, con quella canzone, lei mi ha fatto capire che potevo credere in me stesso.

Il cammino che mi ha portato qui è iniziato quel giorno, perché lei mi ha dato la certezza che io funziono».

Ho sempre amato Giovanni Pascoli: una passione che è stata accesa in me dal mio insegnante di lettere della scuola media che un giorno entrò in classe con una piccola dispensa su quel poeta per ciascuno di noi.

L’aveva pazientemente assemblata lui stesso, visto che Pascoli era uno dei suoi poeti preferiti.

Così, non molto tempo dopo, mi feci regalare per Natale dai miei genitori un libro che raccoglieva le migliori poesie di Pascoli.

Quella stessa mattina, scartati i doni, aprii una pagina a caso: mi imbattei in un componimento molto poco noto, che inizia così: Allora... in un tempo assai lunge felice fui molto; non ora: ma quanta dolcezza mi giunge da tanta dolcezza d’allora!

Pascoli, segnato da una tragica giovinezza, non ha certo una visione ottimista della vita; nelle sue poesie spesso esprime paure, angosce, pensieri di morte e desiderio di protezione. In questo testo, tuttavia, parla di felicità.

Una felicità collocata in un passato lontano, quasi magico, ma assolutamente reale.

Un’epoca che ancora, in qualche modo, illumina il presente di una luce benefica.

Quell’epoca poi, nei versi del poeta, si restringe. Diventa prima un anno, poi un giorno, poi un punto.

Ma un punto di una positività insopprimibile, per quanto fuggevole: Un punto!... così passeggero, che in vero passò non raggiunto, ma bello così, che molto ero felice, felice, quel punto!

Certi ricordi di infanzia sono indelebili e restano per sempre in noi.

Possono essere distruttivi oppure benefici.

Nel finale de I fratelli Karamazov l’immenso Fëdor Dostoevskij lo afferma a chiare lettere: i ricordi belli da bambini sono sacri e chi porta con sé molti di questi ricordi sarà salvo per sempre.

Perché, anche se diventerà un adulto cinico e spietato non riuscirà a ridere fino in fondo della sua ingenuità di allora.

Nel suscitare ricordi positivi, la scuola e gli insegnanti hanno un ruolo fondamentale.

È esattamente quello che ha fatto il maestro di cui più sopra ho parlato, dando fiducia a un ragazzino cresciuto in un contesto problematico e poi diventato primario.

Per generare ricordi positivi, è fondamentale credere nelle persone che si incontrano tra i banchi di scuola.

Credere nelle loro capacità, nella loro intelligenza.

Anzi, nelle loro intelligenze, perché non bisogna dimenticare mai che le intelligenze sono multiple: ognuno ha talenti propri, diversi da quelli degli altri, e l’abilità dell’insegnante è proprio quella di far fiorire il talento, unico e irripetibile, di ciascuno.

In questo modo la didattica non si limiterà a trasmettere nozioni aride ma porterà a fare esperienze di un reale buono, un reale nel quale ciascuno studente ha la sua parte e può dare il proprio contributo.

Perché ciascuno studente, come quel ragazzino disorientato, funziona.

Tutti noi funzioniamo. I nostri figli, i nostri allievi, funzionano, ciascuno a modo suo.

Ripenso a quel maestro.

Incontrarlo per me è stato un dono. Come sono un dono tutti gli insegnanti di periferia, che accettano sfide enormi in contesti difficili, trasformando ogni giorno il loro lavoro in una missione decisiva.

Ricordo una prof che mi disse: «Il mio successo è quando al termine del primo anno di professionale tutti i miei studenti riescono a stare per un’ora intera seduti al banco in silenzio, alzando la mano prima di intervenire».

Per me, privilegiato docente di liceo, quelle parole furono una grande provocazione: mi ricordarono che una didattica di successo parte sempre dalle classi reali che si hanno davanti; che l’importante non è l’altezza della vetta che si raggiunge ma il dislivello che si riesce a compiere insieme: l’ascesa, non la meta in termini assoluti.

 

www.avvenire.it


 

martedì 31 dicembre 2024

ETICA ED EMPATIA

COMPIERE 
IL BENE 
COMPIERLO SEMPRE


- di Vito Mancuso

«Per praticare l’etica, l’empatia è importantissima, direi essenziale. A mio avviso essa costituisce buona parte della motivazione dell’azione etica, motivazione che è il problema etico per eccellenza, un problema cioè di tipo energetico, ben più che cognitivo, perché noi, anche se non sappiamo sempre perfettamente cos’è bene e cos’è male, il più delle volte lo sappiamo: sappiamo se stiamo mentendo o dicendo la verità, lavorando onestamente o in modo fraudolento, pagando le tasse o evadendo il fisco e i mille altri casi della vita quotidiana. Lo sappiamo fin da bambini. Il problema vero in ambito etico consiste piuttosto nello scoprire come alimentare l’intenzione di compiere il bene e di compierlo sempre, anche quando di per sé non conviene, e di non compiere il male e di non compierlo mai, anche quando di per sé conviene.

Ebbene, a mio avviso la carica energetica dell’etica è data dal sentimento; più precisamente, dal sentirsi non indifferenti al bene e al male degli altri, ma accomunati in qualche modo con loro. Anche #ImmanuelKant la pensava così e in sede motivazionale faceva leva sul sentimento, anche se specificava che il sentimento riguardava il rispetto della legge morale, e non la partecipazione alla vita degli altri esseri umani. #AlbertSchweitzer invece parlava di «riverenza verso la vita», e nella sua proposta etica il sentire il dolore e la gioia degli altri aveva molta più importanza. In ogni caso, provare empatia significa saper riconoscere le sensazioni e i sentimenti altrui ed entrare in consonanza con essi, ed è da qui che si genera il carburante motivazionale per la pratica dell’etica.

In questa prospettiva che sostiene il primato della relazione si tratta solo di seguire la natura originaria: sii te stesso e ama davvero, perché solo nell’amore tu ti potrai realizzare e starai bene».

#VitoMancuso #Eticapergiornidifficili #Garzanti


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giovedì 29 agosto 2024

GENITORI ZOMBI


 Paolo Crepet e i genitori zombie: «Credono che la responsabilità sia dare tutto ai figli: è questo il loro mantra. Continuano a dare, dare, dare e quindi tolgono, tolgono tolgono»

-         Lo psichiatra e opinionista porta avanti una battaglia culturale contro l'indifferenza e la perdita delle emozioni attraverso una conferenza-spettacolo ispirata al suo nuovo libro. Ci ha spiegato il suo punto di vista sul ruolo dei genitori, sugli sbagli dei nonni e sulla forza dell'empatia: «ciò che può salvarci dalla barbarie-         

Da tempo lo psichiatra, sociologo, educatore, saggista e opinionista italiano denuncia proprio gli effetti collaterali che questa anestesia emotiva unita a certe «disfunzioni» sociali stanno producendo su giovani e adulti. Lo fa portando avanti anche una battaglia culturale contro l’indifferenza e la perdita di responsabilità che sempre più genitori stanno mostrando. Genitori che lo stesso Crepet, in passato ha definito simili a «zombie», incapaci di fermezza, di prese di posizione decise e soprattutto di responsabilizzare i figli, educandoli alla vita.

-                            Che cosa significa essere un «genitore zombie»? «Significa tante cose. Intanto una sorta di disorientamento che la gente sente e che non è necessariamente legato a un orientamento o a un “riorientamento”. Ho l'impressione che molti abbiano capito che essere disorientati è anche molto confortante. Significa essere in una sorta di comfort zone in cui non hai responsabilità. Puoi alzare la manina e re: “Io sono disorientato, quindi non aspettatevi risposte da me”. E così ognuno fa quello che vuole, sostanzialmente continua la sua passeggiatina esistenziale che non porta da nessuna parte, se non al parco a sedersi su una panchina e accendere il telefonino. Mi pare che sia pieno di queste persone: madri, padri, parenti vari che fanno di tutto - spero incoscientemente - per rovinare i propri figli».

-          -         E il senso di responsabilità che fine ha fatto? «Queste persone ritengono che la responsabilità sia dare tutto ai loro figli: è un po' questo il loro mantra e quindi, poveretti, continuano a dare, dare, dare e invece tolgono, tolgono tolgono. Questo è l'aspetto forse più inquietante».

-          -         Lei sottolinea l'importanza di imparare sin da piccoli a fare i conti con «la vita vera». Dove sbagliano i genitori di oggi? «Posso citare il titolo dell’ultima opera che ho scritto: Mordere il cielo. Ecco, i genitori non lo vogliono più fare. Perché è faticoso e comprende anche un po’ di rischio».

-          -         Il problema maggiore non sono tanto i ragazzi quanto i genitori, quindi? «Beh, anche i nonni».

-          -         In che senso? «Un contributo negativo lo hanno dato anche loro. Perché i nonni, quando sono stati ragazzi, hanno fatto la vita che più o meno descrivo io, cioè quella in cui monti su una motocicletta e te ne vai via. Per gioco o per costrizione, per miseria o per virtù, sono stati comunque una generazione che ha accettato l'idea dell’ignoto, del costruire, del cantiere che tira su un edificio che si chiama vita. Poi, però, hanno smesso di farlo. Come se a un certo punto arrivasse un'età in cui c’è una sorta di gong a dire "fermi tutti, state pure tranquilli", come fosse il ciak finale di un film. Questo è stato delittuoso da parte nostra, sicuramente, perché poi si è trasmesso a una generazione, quella più o meno genitoriale, che ha fatto una sorta di rinuncia al pensiero: il pensiero è diventato un optional, un gadget di cui possiamo fare a meno. Oggi è più importante avere un autista sotto casa che pensare. Il che è terribile, ed è anche un atto di enorme presunzione».

-          -         Nel suo nuovo libro, Mordere il Cielo lei pone l’accento anche sul fatto che ci stiamo avviando verso una neutralizzazione emotiva sempre più forte. Che cosa sta spegnendo le emozioni? «La ripetitività delle cose. Se si vuole spegnere il senso di una cosa, proprio come se si avesse in mano un telecomando, basta ripeterla all’infinito. Esempio: se si prende il tentato assassinio di Trump e lo si vede non più tante volte, come accadeva un tempo con la televisione, ma 100, 1000, 10.000 volte attraverso i social, si toglierà definitivamente l’emozione da quella pallottola».

-         -          Lei ha parlato di «anestesia dell'anima», in riferimento alle relazioni, all'incontro con l'altro. Davvero è così? «Sì, è così. I bambini non si abbracciano più, quasi non giocano neanche più. Abbiamo proprio buttato il Napalm sulle emozioni».

-             Nel suo nuovo libro ha parlato anche dell'empatia: manca è dovremmo riacquisirla «per evitare la barbarie». Ma l'empatia si può imparare o è innata? «No, non è innata e sì, si può imparare. Per esempio, crescendo in un ambiente si gioca, si litiga con gli amici, si incontrano nuovi bambini simpatici. Si tratta di una grande ginnastica mentale e porta alla nascita di un tessuto neuronale che spinge alla ricerca dell’altro, alla curiosità per l’altro. L’empatia è questo».

-              Si può imparare anche da adulti? «Magari con dosi di difficoltà maggiori, se non la si conosce. La differenza è che a 30 anni è un impegno cosciente, a 5 anni no: giochi e basta, viene da sé. Diciamo che fare i castelli di sabbia sul bagnasciuga è empatia, perché poi magari arriva qualcuno che te lo distrugge, un altro ti dice che è bellissimo o uno che lo fa più bello del tuo».

-         Come dovrebbero intervenire i genitori per crescere nuovi adulti empatici e quindi con un atteggiamento diverso nei confronti della vita? «C'è un compito ben preciso che gli adulti hanno, per la verità, una grossa responsabilità. Perché, per esempio, non c'è più un tempo dell'ozio sociale? Perché consideriamo moderno e contemporaneo e futuribile addirittura una sorta di solipsismo digitale? Che cosa ha di così interessante? È un ergastolo! Se un padre si prendesse invece del tempo per raccontare al proprio figlio adolescente di quando da giovane prendeva un treno con tre amici e arrivava in Danimarca, di cosa succedeva, del freddo che faceva, di cosa mangiava e dove dormiva, degli incontri che faceva, del concerto che ha visto, insomma: della vita che ha vissuto durante quel viaggio, questo farà innamorare dell'idea del viaggio e allora, il minimo che possa succedere è che quel figlio o quella figlia possano aprirsi alla vita e dire, a un certo punto: “Vado con i miei amici in Finlandia!”»

         Dottor Crepet, qual è l'emozione che le manca più di tutte le altre in questo momento storico? «La sorpresa».

 

-         Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 9 agosto 2024

I.A. COME CHIAMARLA ?

Intelligenza artificiale, e se le cambiassimo nome? 

Una proposta al Congresso di Roma, nel quale si è discusso delle applicazioni nella sanità, nel diritto e anche nella religione E un progetto italiano mette al centro i valori umani di empatia, autonomia e vulnerabilità

 

-         di GIANNI SANTAMARIA

 

Il visitatore indossa un casco stereottico, si avvicina allo schermo, unisce indice e pollice e questo gesto innesca un puntatore. Clicca su un disco rosso e dopo un breve countdown può fare una domanda nientedimeno che a Platone o - all’altro lato della sala allestita nel rettorato dell’Università “La Sapienza” - a Confucio. La domanda viene inviata a un motore di IA, che eventualmente corregge imperfezioni logico-semantiche (un visitatore ha chiesto a Platone di parlare di “virtues”, virtù, ma la macchina aveva capito “vectors”, vettori). I due avatar in 3D - perché di questo di tratta si muovono, gesticolano e con la loro voce sintetica (sincronizzata dalla macchina con il movimento delle labbra) rispondono, facendo una sintesi mirata, che attinge al patrimonio delle teorie dei due personaggi storici. Diversamente da ChatGpt, alla quale ci si può rivolgere su tutto, qui è stato infatti isolato un sottosistema inerente alla filosofia dei due autori, che ad esso - grazie a espedienti linguistici - riconducono anche le domande più generiche. Al filosofo greco ci si può rivolgere in italiano e in inglese (la parte contenutistica è stata realizzata in collaborazione con l’Università di Atene), al saggio cinese solo in italiano. L’esempio di realtà virtuale immersiva, che i partecipanti al XXV Congresso mondiale di filosofia di Roma stanno apprezzando, è stato realizzato dall’azienda Engineering per dimostrare la potenzialità di tali tecnologie. Ma non si è trattato solo di “toccare con mano” lo sviluppo delle tecnologie basate sull’IA. La riflessione sul digitale e i suoi rapporti con l’umano ha innervato il Congresso.

A un apologo su Confucio si è rifatto anche Pablo López López, docente di filosofia a Valladoilid (Spagna) nella Tavola rotonda “Intelligenza artificiale o artificio intelligente? Un approccio critico al concetto di IA”. Di fronte a una situazione di crisi in Cina, gli fu chiesto quali sarebbero state le migliori leggi e le migliori decisioni politiche o economiche da intraprendere. Egli rispose: “La cosa più importante è chiamare le cose con il loro nome”. «Se non comprendiamo i vocaboli essenziali, siamo intellettualmente morti o quasi. Non importa quali idee intelligenti possiamo avere», ha ricordato lo studioso, proponendo dei termini alternativi quali “intelligenza virtuale”, “intelligenza simulata” o “simulatore di intelligenza”, o “artefatto intelligente”. Nel vivace dibattito che ha caratterizzato la mattinata è stato proposto anche “surrogato di intelligenza”.

Names matter, i nomi sono importanti, «i nomi le etichette, le espressioni sono essenziali e non sono neutrali – ha insistito il filosofo iberico –. Non possiamo essere schiavi di mode, del commercio o del modo in cui i social media nominano la realtà. In questo caso non avemmo una nostra visione delle cose. Noi filosofi abbiamo il compiti di non dare nulla per scontato e di essere critici». Non si tratta di un approccio negativo verso la tecnologia che è una realtà importante e utile. Piuttosto, nell’intenzione del relatore, si tratta di svelare le trappole che stanno dietro al concetto di “intelligenza artificiale”. Questo per López López è «confusionario, perché confonde causa ed effetto; acritico e arbitrario, perché ritiene fondato antropomorficamente che la macchina sia un agente autonomo, ma questo è un pio desiderio; non dimostrabile, perché ciò spetterebbe a coloro che lo affermano e, infine, motivato ideologicamente ». Da parte di una cultura materialista. Per questo cadrebbe in contraddizione chi non essendo materialista lo usa. Inoltre avrebbe un che di prometeico, trasformando gli ingegneri in «dèi artificiali».

Per fondare la sua critica López López ha brevemente definito “intelligenza” e “artificialità”. La prima come «capacità di comprendere la realtà in modo universale e allo stesso tempo socraticamente se stessi in modo introspettivo». Inoltre l’intelligenza presuppone la libertà della mente: «Le macchina non possono essere intelligenti, perché schiave degli ingegneri o delle élite politiche che li controllano». L’artificialità, invece, è semplicemente «una disciplina pratica, sviluppata culturalmente ». Dunque un’intelligenza è per forza di cose artificiale, pur avendo una base naturale, ma questo poiché è essenzialmente umana. Ogni intelligenza è fatta di arte, di artificio culturale. «L’umanizzazione delle macchine implica la robotizzazione degli esseri umani. Se capiamo questo ci dobbiamo impegnare nel nominare in modo realistico di ogni nuova tecnologia che può essere usata dal potere per spingere i propri interessi e la propria ideologia», la provocazione lanciata dallo studioso spagnolo., Che, prima di concludere con un frase in latino il suo intervento, ha mostrato come anche una piattaforma di IA condivida la sua opinione sulla migliore appropriatezza dell’espressione “artefatto intelligente”, sebbene «IA sia corrente ormai da decenni ». E sia ormai pervasivo in tanti aspetti della vita, tutti trattati in svariati panel, tavole rotonde e plenarie. Dalla giurisprudenza alla medicina, dalla politica, al cambiamento climatico, dal gender gap ai diritti umani. Fino alla religione. Alcune iniziative hanno puntato sui valori umani nella transizione digitale. Come il progetto di ricerca “DigitHuman”, presentato nei giorni scorsi, che mira a valutare l’impatto sociale del digitale. Mettendo al centro tre dimensioni, indagate dalla prospettiva degli umani e delle macchine: empatia, autonomia (si pensi ai veicoli autonomi) e vulnerabilità. «Diventeremo invincibili o si creeranno nuove vulnerabilità, come ad esempio essere uccisi a distanza se ha un dispositivo collegato accessibile a internet? », spiega Fiorella Battaglia del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università del Salento, a Lecce, coordinatrice del progetto che coinvolge docenti della Federico II di Napoli, dell’Università di Chieti-Pescara e di quella della Basilicata. Alla fine, nello spirito di una ricerca filosofica non fine a se stesa ma che si fa impegno civico, saranno redatte delle linee guida per la transizione digitale, a disposizione della P.A. L’empatia è un concetto che è ambivalente quando si applica al rapprto uomo macchina. Si pensi alle lacrime di un militare di fronte alla perdita di una zampa di un “insetto” sminatore. Militare che poco dopo potrebbe ben aver ordinato un bombardamento di umani senza battere ciglio.

Di empatia ha parlato la filosofa morale della Federico II di Napoli, Anna Donise. «È un concetto che può aiutare a comprendere meglio le caratteristiche dell’Ia che possono e devono essere implementate in maniera utile e anche a comprendere meglio come funzioniamo noi. Quando vediamo un robot che ci dicono essere empatico, ma di fatto si limita a cogliere l’interazione di un altro robot, siamo di fronte a qualcosa di diverso dalla nostra capacità empatica». Guardare bene noi stessi ci fa capire che «possiamo anche essere sadici, non necessariamente etici, capaci di simulare, e allo stesso tempo di grandi gesti di altruismo, di grande interesse all’altro e di grande capacitò narrativa ». L’empatia ci aiuta, dunque, a comprendere anche i rapporti uomo-macchina. «Il fatto che noi abbiamo empatia per i robot è un dato oggettivo., Si pensi ai cuccioli-robot da curare, ai companion dogs per i malati di demenza. La questione è, dunque, che «si riconoscano ai robot delle capacità, ad esempio nella cura, ma non si tratta di empatia, perché questa non può prescindere dalla dimensione corporea che, almeno allo stato, nell’IA non c’è».

Di empatia e di rapporto uomo-macchina-Dio si è parlato nel panel “Robot umanoidi come partner del dialogo interreligioso”. Nella sua comunicazione la studiosa olandese Anna Puzio ha illustrato ciò che fanno alcuni dei 20 “robot religiosi” esistenti. Il tedesco Bless U2 impartisce benedizioni in varie lingue, Celeste, a forma di angelo, guida alla preghiera e stampa versetti biblici personalizzati. SanTO invece - sviluppato dall’italiano Gabriele Trovato - prende la forma di un santo, aiuta i fedeli a pregare e li accompagna dal punto di vista psicologico. Trovato ha sviluppato il suo robot in Giappone. In oriente, infatti, questi oggetti sono relativamente diffusi. Mindar, sacerdote-robot buddista, conduce della cerimonie nel tempio zen. Mentre il monaco Xi’aner accompagna i visitatori nel tempio, risponde a domande sul buddismo e suona musica buddista. Il suo scopo è promuovere il buddismo in Cina. Infine, in Giappone l’umanoide Pepper è usato nei funerali per motivi economici (costa meno di un sacerdote e diffonde anche la cerimonia funebre su internet a beneficio di chi non ha potuto partecipare). Questi robot religiosi, precisa Puzio, «sono ancora ai primi passi del loro sviluppo e contrariamente ad altri robot, inclusi vari social robots ». Più in generale gli oratori hanno discusso di religione e digitale, e di come - ad esempio - la dimensione virtuale si scontri con concetti come presenza eucaristica e comunità, per non parlare della dimensione del mistero. Nel dibattito sono sorti anche scenari futuristici, come la sostituzione del prete con un robot o la domanda sulla possibilità che il robot possa davvero pregare. Ipotesi che molti dei presenti hanno escluso.

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