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lunedì 21 settembre 2026

EDUCAZIONE SENTIMENTALE PER ADULTI

 


Educazione sentimentale per adulti, è urgente!


di Rosella De Leonibus



Sì, amare in modo adulto non è un’impresa facile, presuppone maturità, sicurezza, e nello stesso tempo rispetto dell’altra persona, e il bisogno di aprirsi all’esperienza più intima che ci sia, quella che ci cambierà più profondamente di ogni altra, e più radicalmente ci metterà in gioco. Forse per questo fa così paura, e forse allora non è strano, come sostengono alcuni studiosi, che in epoca di identità liquide siano liquide anche le relazioni, così liquide da vaporizzarsi facilmente, o da cambiare forma altrettanto rapidamente a seconda delle circostanze… Ma vituperare il presente per evocare i bei tempi andati, la cui bellezza resta tutta da dimostrare, resta un esercizio vano, al cui posto risulta più utile osservare, descrivere, cercare di comprendere e attivare nuove risorse.

Formule tossiche del legame: il gaslighting

È questa seconda via quella che cercherò di percorrere, descrivendo la fenomenologia di alcune evenienze tossiche che spesso si incontrano nelle relazioni affettive. Partiamo per oggi dalla più pesante e distruttiva, il cosiddetto gaslighting, quella pratica che consiste nel delegittimare e denigrare il pensiero, le scelte, le opinioni e il comportamento di un-una partner, addirittura il suo stesso corpo, i suoi gusti alimentari, le sue abitudini quotidiane. Si tratta di violenza psicologica, quella che non lascia lividi, ma disattiva il rispetto per se stesse, per se stessi, fino al punto di creare una sensazione dolorosa di confusione mentale, umiliazione, abbattimento emotivo, che distrugge, nella persona che lo subisce, la capacità di pensare con chiarezza, affrontare i problemi e salvaguardarsi. Tanto è perversa questa forma di abuso psicologico che, chi la perpetra, arriva anche a sostenere che il destinatario si sia immaginate o inventate le accuse e le vessazioni che dichiara di aver subìto. Nelle coppie in cui si osserva questo meccanismo comunicativo abusante (perché il gaslighting non resta un fatto privato, e già sarebbe gravissimo, ma viene svolto anche in presenza di terzi, in modo tale che lo show abbia spettatori che applaudano), si nota un profondo senso di insicurezza e un inconfessato sentimento di inferiorità dal lato del partner che lo agisce, e spesso trapela anche un fondo di rancore, un sentimento di vendetta che si esprime a dosi quotidiane, come a voler schiacciare la soggettività dell’altra persona. Cosa è accaduto in una coppia del genere? Nei casi più eclatanti siamo davanti ad una amarissima tappa dell’escalation della violenza di genere, e le evidenze comportamentali di cui sopra sono amplificate e legittimate dalla base culturale di tipo patriarcale che permea tutt’ora i rapporti di coppia. Nelle situazioni meno drammatiche invece, quando si indaga sulle puntate precedenti, si notano disequilibri importanti tra i due partner, dove quello dei due che aveva la posizione esistenziale o culturale o umana più debole è prevalso, nella divisione del potere all’interno della coppia, ma per poter restare in tale posizione di maggior peso deve togliere valore all’interlocutore, tagliargli le gambe, in un certo senso, per non perdere la propria posizione di dominanza. Riguardo all’altra persona, quella che inizialmente aveva una posizione di maggior peso, si registrano comportamenti di sottomissione nelle fasi iniziali della vita della coppia, i quali venivano giustificati dal tentativo di riequilibrare una relazione che partiva già sbilanciata. Quindi, dal sottomettersi e farsi più piccoli per non pesare troppo, si passa di fatto a legittimare il bisogno dell’altro di prevalere, in modo da stabilire un equilibrio sbilanciato dal lato opposto rispetto a quello degli inizi.

Risorse da attivare

Che risorse si possono attivare nelle coppie da poco formate, per non incorrere in una tale perversa gestione del problema dell’equilibrio tra i partner? Escludiamo le situazioni che concretizzano la fattispecie della violenza di genere, perché in questi casi occorre proteggersi sottraendosi alla relazione e interrompendola. Solo dopo, in situazione di sicurezza, si potrà lavorare sul ripristino dell’autostima e sulla capacità di farsi rispettare dal lato di chi ha subìto il gaslighting, mentre dal lato del partner abusante si potranno attivare percorsi seri di consapevolezza e di responsabilizzazione, fino a poter riconoscere il modo distruttivo in cui veniva gestito il potere e accettare che una supremazia ottenuta con la violenza psicologica non cancella un sentimento di inferiorità che ha bisogno di altri livelli più profondi di elaborazione. Il grosso del lavoro sul gaslighting è di tipo preventivo. Innanzitutto occorre che, chi pone in essere una relazione di coppia con un progetto di lungo termine, abbia chiaro che l’amore non è un sentimento soltanto di tipo romantico, ma si basa necessariamente, nella vita quotidiana, su un costante monitoraggio della variabile «potere», nel senso del peso che ciascuno dei due si riconosce e riconosce all’altro-a nelle decisioni comuni, nell’immagine esterna della coppia, nella gestione finanziaria, nel tempo libero, nei rapporti con le famiglie d’origine… Se una giovane coppia non ha contezza di quanto pesi l’equilibrio di queste forme di potere, di quanto sia intrinseca questa variabile rispetto alla relazione affettiva, tenderà ad immaginare che la relazione romantica possa fare a meno di doversi confrontare con tutto ciò, che l’amore automaticamente possa risolvere questi e altri problemi, e che nel caso basterà sopportare, fare un passo indietro, oppure alzare i toni, pigiare un po’ di più sulla leva del potere, per riequilibrare un rapporto che era partito già troppo sbilanciato. E bisogna che, chi si impegna in una relazione di coppia, possa accedere ad un buon livello di consapevolezza di sé, possa conoscere e riconoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli, e consolidare una immagine di sé stabile ma non rigida, potenzialmente in evoluzione, e assumersi la responsabilità di questa evoluzione in prima persona, rinunciando a «coprire» i propri vuoti a spese del partner. Bisogna cancellare dalla mentalità di chi si ama quella dannosissima ottica sacrificale che induce a risolvere i problemi di coppia e le carenze del partner a spese della dignità umana e della integrità psichica propria o dell’altra persona. Bisogna insegnare alle ragazze e ai ragazzi che nessuna formula sana dell’amore ammette la violenza psicologica, l’umiliazione, la svalutazione del partner, né nella forma agìta, né nella forma subìta.

Relazioni ben equilibrate

Bisogna sottolineare quanto nelle relazioni d’amore sia fondamentale un certo equilibrio tra le due persone, su molti piani: sul piano della maturità psicologica, sul piano della consapevolezza, sul piano della capacità di comunicare in modo rispettoso, sul piano dei valori, sul piano dei progetti, sul piano della stima, sul piano dell’impegno, sul piano della fiducia… Perché una relazione di coppia che parte già squilibrata è come un marciatore che parte con una gamba più corta dell’altra. Presto non riuscirà a camminare bene, si farà male, e dovrà fermarsi. È come un calesse con due cavalli dove uno è più debole dell’altro, e dove quello più forte, per non umiliare il suo compagno, cammina più lento e lascia che sia il più debole a «fare il passo», dando di sé un’immagine fuorviante e lasciando in mano all’altro un potere che poi quest’ultimo farà fatica a sostenere. Certo, non sarà possibile bilanciare esattamente ciascuna variabile, ma almeno che ci sia un buon bilanciamento nell’insieme è fondamentale, altrimenti la via d’uscita è il conflitto distruttivo, aperto e lacerante, o nascosto e devastante come nel gaslighting. L’ostacolo più grande per aprirsi da adulti ad una sana forma di educazione sentimentale è nella ideologia dell’amore romantico, come forza capace di superare qualunque ostacolo. Sono gli slanci iniziali che ci fanno uscire dal nostro io, ci fanno aprire il cuore verso una persona tutto sommato sconosciuta, ci fanno sognare un futuro insieme, ci gratificano con scariche benefiche di endorfine. Ma sono altri i passaggi che poi ci permettono di costruire una relazione stabile e duratura, che costituisca una base sicura e un nido caldo per noi partener in primis, e poi anche per le figlie e i figli che vorremo mettere al mondo. Sono passaggi che hanno a che vedere con la capacità di amare in modo adulto, partendo dal porsi nella coppia come soggetti autonomi che non vogliono bastare a se stessi, ma impegnarsi in un legame che possa dar valore e forza a ciascuno dei due, e produrre benessere e sicurezza, crescita e vitalità verso l’interno e verso l’esterno della relazione. Un tale cammino lo si comincia da bambini, da bambine, con l’educare l’espressione dei bisogni e delle emozioni, e con il riconoscere la dignità dell’altra persona, le sue specificità, con l’allenarsi a cooperare per un maggior bene comune anziché prevalere per affermare se stessi a spese dell’altro. Non solo per fare un bambino ci vuole un intero villaggio, come recita un famoso proverbio africano, ma per fare una coppia felice ci vuole una educazione sentimentale che inizi molto presto e duri tutta la vita.

Gaslighting

Il termine fa riferimento all’opera teatrale inglese «Gas Light» di Patrick Hamilton del 1938, dove il protagonista, per raggiungere i suoi obiettivi senza essere scoperto dalla moglie, utilizza una serie di metodi per farla dubitare di se stessa e della sua stessa percezione. Con gaslighting si intende proprio quella forma di abuso e di manipolazione psicologica che spinge la vittima a dubitare della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. «Si tratta di una forma di violenza psicologica insidiosa, dove le menzogne dell’abusatore vengono presentate alla vittima come verità anche davanti a evidenze. Queste ultime, invece, sono indicate spesso come frutto dell’immaginazione della vittima o di un suo errore», interviene lo psicoterapeuta. Il gaslighting può comportare effetti gravissimi sulla psiche di chi lo riceve, perché «può ledere l’autonomia e la capacità di decisione e di valutazione della vittima, gettandola in uno stato confusionale». 

https://www.skuola.net/school-love/fenomeni-online-amore-ghosting-benchingorbiting.html 

 

giovedì 23 aprile 2026

GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avveenire.it

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venerdì 15 agosto 2025

GENITORI INCOERENTI

 


Paolo Crepet contro l’ipocrisia dei genitori: “A 16 anni possono fare le 6 del mattino ma non possono lavorare. 

Spesso il soccorso che garantiamo è sproporzionato e portatore di guai”



Di Lucio Scribani

Paolo Crepet torna a sollevare una delle contraddizioni più evidenti del sistema educativo: la disparità tra maturità comportamentale e responsabilità giuridica degli adolescenti.

Lo psichiatra e sociologo, in un’intervista rilasciata al Il Messaggero, ha messo in luce l’incoerenza di una società che permette ai sedicenni di adottare comportamenti da adulti nella vita sociale, ma li priva della possibilità di sottoscrivere contratti di lavoro autonomi.

“I ragazzi possono essere responsabilizzati, assumersi la responsabilità delle proprie scelte”, ha dichiarato l’esperto, sottolineando come gli adolescenti possano “comportarsi da adulti quando escono alla sera, bevono, tornano tardi”, ma necessitino dell’autorizzazione dei genitori per formalizzare un contratto lavorativo, anche per mansioni semplici come “fare i camerieri al sabato sera”. La provocazione di Crepet è diretta: “A 16 anni non hai la possibilità di lavorare, mentre invece hai la maturità per fare le 6 del mattino?”.

Didattica assistenziale e fragilità indotta: la critica al sistema scolastico

L’analisi di Crepet si estende al sistema educativo, dove individua un “ricorso eccessivo a didattiche di assistenza” che, secondo l’esperto, “sono cresciute in modo esponenziale”. Il celebre psichiatra sostiene che questo approccio, lungi dal supportare gli adolescenti, finisca per “scoraggiarli”, creando una dipendenza dall’aiuto esterno che compromette lo sviluppo dell’autonomia personale.

“Molte difficoltà sono fisiologiche, data l’età, e non derivano da patologie“, ha precisato Crepet, criticando la tendenza a medicalizzare ogni forma di disagio adolescenziale. La responsabilità principale di questa situazione, secondo Crepet, ricade sui genitori della Generazione Z, descritti come adulti che hanno “fatto a gara con i figli a chi è più adolescente”. Lo psichiatra denuncia l’atteggiamento di quei genitori che permettono ai figli “una vita da adulto” per poi intervenire il giorno seguente “a lamentarsi con i professori per i voti, giustificandolo“.

Genitori “paracadute” e la responsabilità educativa mancata

“Spesso il soccorso che garantiamo è sproporzionato e portatore di guai, perché spinge i ragazzi a diventare ancora più fragili”, ha concluso l’esperto, individuando in questo paradosso educativo una delle cause principali della fragilità che caratterizza le nuove generazioni. La soluzione proposta da Crepet è chiara: “Smettendo di scegliere al posto suo”, restituendo ai giovani la possibilità di confrontarsi con le responsabilità e le conseguenze delle proprie azioni, anche in ambito lavorativo.

Le dinamiche dell’iperprotezione: dal supporto alla dipendenza

L’assistenzialismo eccessivo, di cui parla Crepet, produce conseguenze paradossali che vanno oltre le intenzioni benigne dei suoi promotori. La sovraprotezione sistematica dei giovani genera una dipendenza strutturale dall’aiuto esterno, impedendo lo sviluppo naturale dell’autonomia decisionale. Gli adolescenti, abituati a ricevere supporto costante per ogni difficoltà, perdono progressivamente la capacità di confrontarsi con le sfide ordinarie della crescita, sviluppando una percezione distorta delle proprie competenze e della realtà circostante.

La medicalizzazione del disagio giovanile rappresenta un ulteriore aspetto critico di questo fenomeno. Difficoltà che rientrano nella fisiologia dell’adolescenza vengono spesso interpretate come patologie che richiedono interventi specialistici, creando un circolo vizioso dove la normalità viene sostituita dalla ricerca compulsiva di diagnosi e terapie. L’approccio non solo deresponsabilizza i giovani, ma alimenta un mercato della fragilità che prospera sulla creazione artificiale di bisogni terapeutici.

Effetti a lungo termine: dalla fragilità indotta all’immaturità strutturale

La responsabilità educativa dei genitori si manifesta attraverso atteggiamenti contraddittori che alternano libertà totale e interventi protettivi inappropriati. Genitori che concedono autonomia comportamentale completa si trasformano in “paracadute” quando i figli devono affrontare le conseguenze delle proprie azioni, interferendo nei rapporti con le istituzioni scolastiche e compromettendo il processo di apprendimento sociale. L’alternanza tra permissivismo e iperprotezione impedisce ai giovani di sviluppare una maturità coerente e li mantiene in uno stato di dipendenza prolungata.

Le conseguenze di lungo periodo dell’assistenzialismo educativo si manifestano attraverso la formazione di generazioni caratterizzate da fragilità strutturale e immaturità prolungata. I giovani cresciuti in contesti iperprotettivi sviluppano aspettative irrealistiche verso il mondo esterno, aspettandosi lo stesso livello di supporto e comprensione che hanno ricevuto in ambito familiare e scolastico. Tale dissonanza tra aspettative e realtà genera frustrazione, ansia e difficoltà di adattamento che si prolungano ben oltre l’adolescenza.

L’incapacità di gestire autonomamente le difficoltà ordinarie si traduce in una dipendenza cronica dai meccanismi di supporto esterni, perpetuando un ciclo di fragilità che impedisce la piena realizzazione del potenziale individuale. Gli adulti formati in tali contesti mostrano, pertanto, sempre più difficoltà nel prendere decisioni autonome, nell’assumersi responsabilità e nel gestire lo stress derivante dalle normali sfide della vita professionale e personale, richiedendo interventi esterni continui per funzioni che dovrebbero essere intrinsecamente sviluppate.

 Orizzonte Scuola

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lunedì 11 agosto 2025

GIOVANI, OSATE I SOGNI


 I giovani di oggi sono molto diversi da quelli di ieri, perché repentino è stato il cambiamento sociale degli ultimi decenni. 
Agli adulti spetta la responsabilità di non sottrarre loro la dimensione della generatività, senza la quale non c’è futuro.

Luciano Manicardi

Mentre parlava dei giovani come coloro che «in se stessi rappresentano la speranza», papa Francesco puntava il dito sulla responsabilità degli adulti nei loro confronti: «Non possiamo deluderli… prendiamoci cura delle giovani generazioni» (Spes non confundit, 12). La speranza dei giovani è anche responsabilità degli adulti. E ciò di cui gli adulti devono anzitutto prendere coscienza, e che devono conoscere, è quella che Michel Serres, parlando appunto dei giovani, ha chiamato la «nascita di un nuovo umano». 

Quelli di oggi sono giovani che, rispetto ai loro padri, hanno diversa attesa di vita, diversa famiglia, diversa sofferenza, diversa formazione – ormai monopolio dei media –, diverso spazio in cui vivere grazie alla «onniconnettività», diverso linguaggio, diverso modo di pensare e relazionarsi alla realtà, diversa temporalità, diverso rapporto con il lavoro, diversi legami dovuti alla precarizzazione delle appartenenze (nazionali, politiche, religiose, di genere). Prima responsabilità degli adulti è ascoltare, conoscere, comprendere

Solo ora cominciamo ad avere una certa conoscenza degli effetti che la familiarità quotidiana – praticamente fin dalla culla – con gli smartphone, può avere sui bambini e sugli adolescenti. Jonathan Haidt, studiando la generazione Z (i nati dopo il 1995), ha notato la crescita di fenomeni di ansia, angoscia, depressione, comportamenti autolesionistici, suicidi. Crescere avvolti nel cosiddetto mondo virtuale non aiuta certo ad affrontare il mondo reale e influenza pesantemente lo sviluppo sociale e neurologico dei bambini. Nel suo libro La generazione ansiosa, dopo aver notato che da un’infanzia fondata sul gioco si è passati a un’infanzia fondata sul telefono, l’autore sostiene che l’iperprotezione nel mondo reale e la scarsa protezione nel mondo virtuale sono alla base dell’«ansietà» di questa generazione

Ma, soprattutto, agli adulti spetta di dare fiducia e fare spazio al giovane, non di istituire paragoni e giudicare. Solo dando fiducia si crea speranza. Responsabilità sociale e culturale, oggi, è recuperare la dimensione della generatività senza la quale i giovani vengono derubati del futuro: se il mondo del lavoro, l’economia, la politica si appiattiscono sul presente, investendo e puntando su obiettivi solo di breve e brevissimo termine, le giovani generazioni ne pagano le conseguenze. Senza fiducia nel futuro viene tolta speranza ai giovani. Il deficit di generatività è connesso alla scomparsa dell’iniziazione nelle società occidentali. Le iniziazioni sono ritualizzazioni dei passaggi dell’esistenza umana che insegnano all’iniziato il prezzo del vivere, inculcando l’antico principio del «muori e divieni». 

Purtroppo, ormai in Occidente mancano (o sono in grave crisi) istituzioni deputate ad accompagnare la crescita umana del giovane. Vi è necessità di una educazione emotiva che dia strumenti al giovane per riconoscere, nominare e governare le proprie emozioni. Altrimenti succederà sempre più spesso che emozioni non riconosciute di rabbia vengano disregolate in aggressività, portando a violenze; o che emozioni non riconosciute di tristezza vengano disregolate in depressione. Così come sarebbe fondamentale una formazione al pensare, alla solitudine, al silenzio, al lavoro di conoscenza di sé, alla coltivazione dell’interiorità. 

E che cosa spetta al giovane? È fondamentale per un giovane imparare a guardarsi dal demone della facilità. Egli incontra oggi un’abbondante offerta di beni di comfort (enormemente accresciuta grazie al digitale) che danno gratificazione immediata, ma poi producono assuefazione, dipendenza e, alla lunga, noia, non gioia. Inoltre, abituano a una temporalità del tutto e subito, contraria al lavoro paziente, fatto anche di attese, correzioni e revisioni cammin facendo, tipiche di quel work in progress che è la costruzione di relazioni profonde. Relazioni in cui consistono tanto il senso quanto la felicità di una vita. 

Ha scritto frère Roger di Taizé: «Solo l’umile dono della propria persona ci rende felici». I cosiddetti beni di stimolo richiedono fatica, sforzo, impegno e risultano meno appetibili, ma solo assumendo la dimensione della fatica e dello sforzo si può costruire un sé robusto e relazioni serie. I beni di stimolo sono beni culturali, relazionali, afferenti l’ambito sociale (per esempio, il volontariato), la pratica sportiva, l’ambito spirituale. Ma per impegnare fatica e sforzo il giovane deve nutrire una passione, perché solo questa gli permette di raccogliere le proprie energie e porle a servizio del perseguimento del proprio scopo. Un consiglio ai giovani?

Coltivate creatività e immaginazione. E abbiate coraggio: osate voi stessi e il vostro desiderio.

Messaggero di Sant'Antonio

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venerdì 11 aprile 2025

SAPERE ASCOLTARE I MINORI

«Ascolto, 
relazioni 

in presenza 

e fiducia» 

Le buone pratiche per i diritti dei minori

 Bambini e adolescenti chiedono agli adulti

 momenti di ascolto “in presenza”

 

-         di LUCA  LIVERANI

-          

Ascoltare i bambini e gli adolescenti per riconoscere a pieno i loro diritti. Ma anche perché così si può costruire una società migliore per tutti. È il messaggio che arriva dall’incontro tra ragazzi e istituzioni, promosso dal ministero del Lavoro e delle politiche sociali per celebrare la prima Giornata nazionale dell'ascolto dei minori, istituita dal governo il 9 aprile.

All’incontro, organizzato alla Casa delle armi del Foro Italico, arrivano oltre duecento ragazze e ragazzi tra i 13 e i 16 anni da quattro istituti scolastici del Lazio. Per una giornata di lavori di gruppo e per porre le loro domande con esponenti del governo. Ma non solo: c’è anche l’arcivescovo di Siena Augusto Paolo Lojudice, per molti anni parroco e vescovo ausiliare nelle periferie romane.

A introdurre l’incontro è la viceministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Teresa Bellucci, che rivela come l’idea della Giornata dell’ascolto sia nata qualche tempo fa proprio da un colloquio con l’arcivescovo Lojudice. « I bambini e gli adolescenti ci chiedono di vivere relazioni in presenza - dice la sottosegretaria Bellucci - non soltanto online e sui social. Ci chiedono di essere ascoltati. E questo è un viaggio che durerà fino al 20 novembre, Giornata internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Perché quando ci ascoltiamo - aggiunge - ci mettiamo nei panni dell’altro. Solo così possiamo capire cosa gli sta accadendo. Crediamo di ascoltare, ma spesso ci limitiamo a “sentire”. Abbiamo voluto promuovere il diritto all’ascolto, che è il senso stesso della relazione».

La relazione

All’evento non fa mancare un suo messaggio la presidente del Consiglio: Giorgia Meloni sottolinea che «la capacità di ascoltare le necessità, le speranze e le difficoltà di bambini e ragazzi non è solo un modo per rispondere alle loro più immediate esigenze, ma è anche e soprattutto la chiave di volta per costruire una società migliore». Ascoltare, sostiene la premier, «equivale a dire: “Io ci sono per te”. È un messaggio potente, per certi versi rivoluzionario - sostiene - soprattutto per un'epoca come la nostra che ci ha abituato alla frenesia del quotidiano e disabituato all'ascolto».

La solitudine

Poi comincia il dialogo. Una ragazzina chiede all’arcivescovo Lojudice se «anche lui ha mai provato la solitudine, e se la Chiesa può contribuire a sviluppare l’ascolto degli adolescenti ». «Succede a tutti a volte di entrare in un tunnel - risponde l’Arcivescovo - di sentirsi in una stanza buia. Per cause personali, per problemi, per incompnensioni anche in famiglia. Anche per me ci sono stati momenti particolari, ma ho avuto la fortuna, o è stata la Provvidenza, di sentire sempre vicino a me la presenza di Dio. Ogni volta mi sono detto: ce la posso fare, affrontando un problema alla volta».

Molto importante, avverte monsignor Lojudice «è non trovarsi mai soli, ma cercare un adulto che vi dia garanzie di fiducia. Perché, a parte i genitori, non dovete dare fiducia cieca agli adulti. C’è un mondo che non pensa sempre al bene dei ragazzi, abbiate senso di discernimento ».

La fede

L’arcivescovo di Siena spiega che «come lo sport ha bisogno di allenamento, anche la fede va alimentata e nutrita perché cresca, avvicinandosi al Vangelo. A me da piccolo ha sempre affascinato la figura di Gesù, era qualcuno che dava una svolta alle cose della vita. Mi piaceva questo andare controcorrente». E conclude: «Ho sempre creduto che si debba guardare la realtà con gli occhi dei bambini, immediati e spontanei».

Altra domanda, stavolta alla ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maria Elvira Calderone. « In questo mondo di grandi cambiamenti, noi ragazzi come possiamo prepararci al lavoro nel modo giusto?». La risposta della ministro è «siate esigenti verso i vostri insegnanti, genitori, nonni. Non vi accontentate. E non chiudetevi nelle vostre stanze con la realtà aumentata digitale e virtuale, ma attivate momenti di condivisione con loro».

Lo sport

Poi è il turno del ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi, che al Foro italico è un po’ il padrone di casa: «Cosa possono fare le istituzioni - chiede Matthew - per diffondere lo sport nelle periferie?». Il ministro si impegna a «moltiplicare l’offerta di playground: in un anno abbiamo già realizzato 1.250 di questi campi da gioco aperti, nei comuni del Sud sotto i 10 mila abitanti». L’ultima domanda è alla Garante per l’Infanzia e l’adolescenza Marina Terragni. Greta le chiede se ha mai avuto paura, dopo gli studi, di entrare nel mondo degli adulti: «Sì, e anche in tante altre occasioni. La paura - dice Terragni - è un sentimento fisiologico che ci dà l’adrenalina necessaria per progredire. Voi oggi avete altre paure, investiti come siete dalla rivoluzione digitale degli smartphone. Paura di non essere all’altezza, paura di non avere un gran numero di like, paure proprie della generazione Z in avanti».

Gestire il conflitto

Il consiglio per avere un ascolto efficace da parte degli adulti è: « Non diteci retoricamente quello che pensate possa farci piacere. Abbiamo fame di ascoltarvi, voi potete suggerirci gli anticorpi. Ci avete detto voi che i genitori non devono regalare il telefonino già alla prima comunione». E conclude: « Non abbiate paura del conflitto con gli adulti, ma della mala gestione del conflitto. Non abbiate paura del giudizio, dite sempre la verità».

 www.avvenire.it

 

 

lunedì 1 luglio 2024

DARE VOCE ALLE EMOZIONI


 “Se un bambino si sbuccia un ginocchio, per i genitori equivale alla frattura di un braccio. 
Rieduchiamo 
gli adulti alle emozioni”.

INTERVISTA a Matteo Lancini

Di Fabio Gervasio

Come possiamo imparare a conoscere e gestire le emozioni? Ne abbiamo parlato con Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta di formazione psicoanalitica. Presidente della Fondazione “Minotauro” di Milano e docente presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Milano-Bicocca e presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica di Milano.

 Professor Lancini, l’affettività nei più giovani cambia a seconda della fascia d’età. Quanto è importante l’educazione emozionale, in ragazzi che hanno sempre più difficoltà a gestire le proprie emozioni, a partire dai più piccoli?

 L’educazione alle emozioni o agli affetti in realtà non è una materia che si può insegnare. Credo che il tema dell’alfabetizzazione emotiva oggi non riguardi neanche prevalentemente le nuove generazioni ma piuttosto gli adulti, nel senso che noi abbiamo costruito una società dove l’espressione delle emozioni, soprattutto quelle più disturbanti come la tristezza, la rabbia o il dolore, vengono rimosse dallo sguardo di ritorno degli adulti che tende a negarle in una società che rimuove il dolore, come è ben noto in una società algofobica come dice un famoso studioso coreano. Detto ciò, ritengo che la tematica non sia un problema di mancata gestione delle emozioni dei ragazzi, ma di come intendiamo noi le emozioni, come interpretiamo ad esempio la rabbia, vista come se fosse necessariamente qualcosa di violento o da negare.

 La verità è che negli ultimi anni chiediamo ai nostri bambini di mettere a tacere fin dalla più tenera età l’espressione emotiva attraverso lo sguardo o i comportamenti che vengono sanzionati a scuola, a volte chiamati come violenti o come bullismo anche quando non rientrano in questi comportamenti. Quindi quella che giustamente lei richiama a un’educazione alle emozioni, o all’affettività, non passa attraverso delle lezioni, ma passa attraverso adulti che siano in grado di fare esprimere le emozioni e contenerle e non chiamare educazione, o punizione a scopo educativo, il mettere a tacere qualsiasi aspetto emotivo.

 Oggi è necessaria un’alfabetizzazione emotiva degli adulti che torni a tollerare il fatto che ci sono delle emozioni primitive, primarie, che i bambini devono esprimere e se non lo faremo allora sì che dopo avremo delle problematiche legate al fatto che non avendole potuto esprimere diventeranno azione e rabbia. È necessario partire da una nuova cultura degli adulti che tollerino le possibilità di esprimere queste emozioni e non chiedere di mettere a tacere in nome dell’angoscia o di modelli educativi adulti che poi dicono che i ragazzi sono particolarmente sregolati, mentre la verità è che le generazioni come la mia si potevano muovere ed erano molto più violente di oggi, erano molto più disregolate di quelle odierne, ma era la rappresentazione dell’adulto che era diversa, consentiva l’espressione mentre oggi non consentiamo ai nostri bambini di esprimersi.

 Basta sapere che il corpo è sotto sequestro e accade che se appena un bambino si arrampicano su un albero ecco che scatta l’angoscia dei genitori. Il dolore che oggi un genitore prova per la sbucciatura di un ginocchio o per un bernoccolo del proprio figlio, equivale allo stesso dolore dei nostri genitori nel caso in cui ci fossimo fratturati un braccio e magari in più punti. È cambiata la rappresentazione adulta sulle emozioni, non dei bambini.

 ANSIA

Un’emozione in particolare caratterizza la società attuale ed è l’ansia, tant’è che la riscontriamo anche nei più piccoli. Cosa ha determinato l’emergere in modo rilevante di questa emozione?

 Si collega a quello che dicevo prima, l’ansia è determinata dal fatto che fino a qualche anno fa la leggevamo come frutto di una società competitiva e individualista, quindi un’ansia da prestazione perché si deve essere sempre belli, popolari e di successo, la verità è che negli ultimi anni quest’ansia è determinata dagli aspetti legati all’impossibilità di esprimere parti autentiche emotive di sé. Lei pensi solo al fatto che oggi sentiamo parlare da ogni parte, in nome di un modo di sovraintendere la mente delle nuove generazioni, di dipendenza affettiva come se fosse la malattia del secolo della nostra società, quasi che se uno avesse una dipendenza degli affetti, nei modelli educativi che proponiamo, è un soggetto che ha dei problemi. Ci stiamo dimenticando che l’essere umano nasce con delle dipendenze affettive, anzi il bambino ha una dipendenza affettiva originaria e per questo bisogna avere degli atteggiamenti adulti anche sacrificali in nome della crescita del bambino, delle proprie emozioni e dei propri bisogni.

 Questo tipo di negazione delle emozioni, al punto di chiamare addirittura gli affetti qualcosa che segnala una dipendenza, in poche parole è il tema che affrontavo nella risposta alla prima domanda, ovvero che i più giovani non possono esprimere emozioni se non secondo quelli che sono i dettami della scuola e della famiglia, dove sono gli educatori che ti dicono che le emozioni tollerabili sono quelle che tollerano gli adulti. Questo tipo di questione sta creando una profonda ansia che esplode soprattutto in preadolescenza e in adolescenza e poi nella giovane età adulta. Anche se è vero che è sempre più precoce ma è lì che la vediamo ed è determinata da questo mandato paradossale di crescere essendo sé stessi a modo dei genitori, o della scuola, insomma sì te stesso a modo mio, non a caso ho intitolato così il mio ultimo libro.

 Così quando arriva l’adolescente ci troviamo di fronte ad un vuoto identitario, cioè che non si è potuto dare voce ai propri aspetti emotivi autentici, che erano chiamati dipendenza affettiva, oppure violenza quando invece era solo rabbia, era una tristezza che veniva vissuta come un affronto dagli adulti che dicevano al ragazzo di ascoltarlo. Se lei somma questo vuoto identitario con un’assenza di prospettive future legate ai comportamenti quotidiani degli adulti, quindi non solo disboscamento del pianeta, plastificazione lunari, guerre e una pandemia che ha certificato che la povertà educativa è la povertà digitale, e poi dopo gli impediamo di nuovo di andare in internet dicendo che ci stanno troppo e perdono tempo, tutto questo è una disassociazione dei modelli che fanno sì che si arrivi in adolescenza ad incontrare quotidianamente adulti che non ti pensano. Aggiungiamo inoltre genitori e insegnanti che sono lì a dirti che quello che gli serve per il futuro è sbagliato e lo devono usare solo gli adulti, vedi internet, si ha quella che oggi è in effetti il sintomo della generazione, non solo in Italia ma nel mondo, di un’ansia generalizzata che non è più l’ansia prestativa del narcisismo, ma è un’angoscia propria del post-narcisismo. Vuoto identitario e assenza di prospettive future creano angoscia, detta ansia pervasiva, in ogni dove, in ogni luogo.

 L’ansia ha  due facce, una positiva, quando stimola e attiva i processi attentivi, ed una patologica quando diventa bloccante. Recentemente è stato pubblicato “Buonanotte, Ansia – Inside Out 2” con la sua prefazione, a tal proposito come possiamo imparare a gestire questa emozione vissuta con tutte le altre?

 Innanzitutto non negandola, accettando che l’ansia fa parte di aspetti fisiologici, come diceva lei, che però quando diventa pervasiva blocca, e tollerando che l’ansia odierna deriva dal fatto di non aver potuto esprimere delle emozioni. Un conto è come aiutare i ragazzi che gestiscono un’ansia prestativa, un altro conto è accettare che esistono dei temi legati, ad esempio, alla tristezza, al dolore, a delle espressioni emotive che dovremmo legittimare. Quando queste espressioni emotive vengono accolte attraverso comportamenti che invece di essere sanzionatori sono relazionali, sono spiegati, allora sì che vengono accolte e poi non diventeranno più un comportamento problematico. Il modo migliore oggi è identificarsi con le nuove generazioni su cosa significa costruirsi un presente e un futuro in questa società e tollerare, appunto, che l’ansia è uno degli elementi, a volte anche con la necessità di essere integrata con la tristezza o con la rabbia, e non solo con i sentimenti meravigliosi che vorremmo per loro.

 ASCOLTO

Oggi pensiamo di avere un’attenzione maggiore all’ascolto da parte di famiglia e scuola, pensiamo di ascoltarli tanto e di essere più attenti, mentre in realtà abbiamo organizzato un dispositivo che non è per niente identificato con le espressioni emotive delle nuove generazioni, tant’è che anche la Walt Disney se n’è accorta e da lì nasce la realizzazione di un film, in proiezione nei cinema da pochi giorni, che parla di emozioni e che sta avendo un grande successo. Siamo convinti che dobbiamo alfabetizzare emotivamente i bambini non capendo che l’alfabetizzazione emotiva, la vera emergenza educativa, è la fragilità adulta e l’assenza di alfabetizzazione emotiva degli adulti.

RELAZIONI

 Un’ultima domanda. Le emozioni si allenano nelle relazioni, sia con gli adulti, ad esempio genitori e insegnanti, che con i pari, ovvero i propri coetanei. In una società dove gli spazi di aggregazione sono cambiati e sempre più ridotti e dove lo spazio virtuale si affianca e integra quello reale, come cambia l’imparare a gestire le proprie emozioni?

 Le emozioni sono costitutive dell’essere umano, esistono e, ci tengo a dire, sono emozioni che riguardano sempre il tema oggi grandemente rimosso del dolore, della tristezza, dei vissuti depressivi che fanno parte della vita. Abbiamo la necessità di comprendere, come giustamente dice lei, che se gli adulti quotidianamente non ascoltano, non sono identificati, ma sono più portati a chiedere ai bambini di provare delle emozioni funzionali alle esigenze degli adulti, ecco che durante la crescita il competitor principale che abbiamo, internet, diventa il luogo all’interno del quale i giovani vanno a risolvere queste tematiche.

 Quindi non è un problema di allenarle le emozioni, è un problema di dare voce alle emozioni che arrivano, e se viene ascoltata la voce non si è poi costretti ad alzare la voce ulteriormente o a renderla agito come succede in adolescenza. Credo che il compito degli adulti oggi sia di fare delle domande le più disturbanti che ci vengono in mente, altro che organizzare dispositivi privativi del cellulare o, come dico sempre, realizzare iniziative che sono volte solo a trovare nel cellulare, e quindi in internet, o nella pandemia, il male delle nostre generazioni per cui il loro disagio dipenderebbe da quello. Abbiamo necessità di fare delle domande disturbanti, ad esempio chiedere ai propri figli, dopo una certa età, se pensano al suicidio, chiederlo anche a scuola, accettare il fatto che oggi nessun ragazzo si vede bello e che molti di fronte a questa sensazione di inadeguatezza hanno più azioni violenti verso di sé, anche se poi fuori qualcuno le mette in atto.

 Capire che le nuove forme di violenza giovanile, erroneamente chiamate baby gang infantilizzando comportamenti di qualcuno che nome è più baby, è un modo oggi di farsi vedere, come ci dicono anche le ricerche che evidenziano che ci sono sempre meno furti e rapine e più violenza messa in atto. Abbiamo la necessità di cogliere i miti affettivi che governano i comportamenti degli adolescenti, che sono i comportamenti espressione di un’ansia, di una disperazione, di una paura di non avere un futuro, fortemente connesso al fatto che quando si prova ad esprimere le proprie emozioni, o le si mette in atto in ambito scolastico educativo, non ci sono interventi mirati ai ragazzi, ma interventi mirati a non far sentire gli adulti inadeguati e quindi a placare l’angoscia dei genitori.

 SMARTPHONE

Chi fa il mio mestiere suggerisce ai genitori di non regalare lo smartphone al figlio finché non sa decidere lui quando privarsi di questo strumento, oppure di chiedere al figlio se pensa al suicidio invece di sequestrare il cellulare a tavola per una mezz’oretta così per far finta di essere la famiglia felice. La scuola fa lo stesso ovviamente per non avere guai, per non avere denunce, e sta immobilizzando i nostri bambini che non possono esprimersi in niente e quindi le emozioni, che diventano anche azione e bisogno di contatto, oggi sono subito chiamate violenza con addirittura alcune interpretazioni drammatiche e di violenza di genere, mentre sappiamo che il conflitto è fisiologico a scuola, ma va gestito e non lasciato correre, va preso sul serio ma va anche compreso nei suoi significati.

 Mettere a tacere tutti i sentimenti che non ci piacciono, tutte le emozioni come la rabbia, la tristezza o il dolore, non ha portato bene in questi anni e poi succede che c’è internet. Se non puoi parlare di queste questioni con i tuoi genitori o i tuoi insegnati, se non ti puoi muovere, perché chiunque si muova oggi è visto come minaccioso del benessere del vicino e deve star fermo nel banco ad ascoltare, se ci permettiamo di dare delle note ai bambini piccoli perché quel bambino si muove, quando ai miei tempi per cose simili la dirigente scolastica avrebbe chiesto chiarimenti all’insegnate, anche perché i bambini si muovono e si muoveranno sempre, è chiaro che poi i ragazzi vanno in internet a cercare le risposte.

 Oggi la vicenda più drammatica, ai miei occhi, è quella che vede il cambiamento del mio pensiero su internet, quando ha iniziato a diffondersi pensavo che internet fosse il luogo della solitudine per le nuove generazioni, oggi mi sono reso conto, sempre di più, che internet è il luogo dove i ragazzi vanno ad esprimere emozioni e a cercare relazioni, in poche parole a lenire il dolore della solitudine che provano ogni giorno davanti ad adulti che dicono che sono in relazione con loro, ma che invece sono in relazione solo con i propri bisogni di adulti fragili.

Orizzonte Scuola

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lunedì 30 ottobre 2023

ADULTI, SOCIAL, EDUCAZIONE

 


Quanto i social hanno inciso nella vita degli adulti? Siamo davvero in grado di utilizzarli con consapevolezza e nel modo giusto? Quanto è difficile “fare educazione” ai social?

 Queste e molte altre domande ancora sono molto importanti soprattutto per il periodo che stiamo attraversando ed è bene riflettere per non restare passivi davanti ad uno schermo ma diventare consapevoli di ciò che vediamo e dei messaggi che spesso vengono, anche in modo inconscio, trasmessi.

 I social: la coperta di Linus del nostro tempo.

Da Marzo 2020 la nostra capacità di essere connessi si è evoluta, è incredibile come i social per ognuno di noi siano diventati una sorta di coperta di Linus: ci permettono di rimanere in contatto, rappresentano un rifugio nel quale nascondersi per distaccarsi dalle paure e dai problemi del quotidiano. Quando non abbiamo voglia di ascoltare o di annoiarci ecco lo schermo che ci viene in aiuto, quando ci vogliamo distrarre da un cattivo pensiero ecco che curiosare nella vita degli altri ci permette di dimenticare per un momento la nostra, quando vogliamo ridere ecco che arriva puntuale il video virale del mese… e così via.

I social come mondo dell’immediato, del tutto e del subito, delle domande e delle risposte veloci.

 Le riunioni da dietro uno schermo, le lezioni da dietro uno schermo, la cucina da dietro uno schermo, l’educazione da dietro uno schermo…. la vita di ognuno di noi dietro ad uno schermo.

 Non starò qui ad elencarvi tutto quello che manca della vita reale, di quella che ogni tanto puzza ma almeno ne senti l’odore, ma quello su cui vorrei riflettere è quanto, non solo in questo periodo, ma in generale negli anni 2000 lo sviluppo di piattaforme social non solo abbia inciso sulle nuove generazioni, ma anche su quelle “anziane”.

 Gli adulti spesso si lamentano: “I miei figli non mi ascoltano!” ed è vero, è proprio così. I “nuovi” figli fanno fatica ad ascoltare.

 Non solo adolescenti ma anche bambini. La maggioranza di bambini e adolescenti fatica ad alzare la testa e a guardare negli occhi chi parla con loro, ma quale posizione degli adulti vedono bambini e adolescenti per quasi per tutto il giorno?

Guardare negli occhi 

Perché da adulti non guardiamo più negli occhi i nostri figli e siamo più attratti da uno schermo vuoto che dai loro occhi?

 Fare educazione preventiva nei confronti di questo argomento significa una sola cosa: prendersi la responsabilità di quello che facciamo non solo come adulti, ma anche e soprattutto come educatori e genitori, perché educare alla consapevolezza è compito prima di tutto di chi può insegnarla.

 Le domande da porsi per avvicinare i nostri figli con consapevolezza all’utilizzo dei social.

Il primo passo per riuscire a comprendere se si sta andando nel verso giusto è fare, come adulti, un po’ di auto-osservazione e porsi alcune delle seguenti domande riguardo al proprio approccio con i social:

 –Quando mi rivolgo ai miei figli li guardo negli occhi?

 –Sono consapevole dei rischi che la tecnologia comporta?

 –Che tipo di utente sono? Passivo o attivo?

 –Durante la cena, il momento del gioco con loro, dopo la scuola, riesco a parlare con loro senza farmi distrarre dal telefono che squilla o da una mail che arriva?

 –Riesco a dedicare ai miei figli del tempo di qualità senza lasciare che il mondo virtuale mi disturbi?

 –Riesco a non farmi condizionare negativamente dalle immagini da vetrina che vedo di altre famiglie ed accettare la mia così com’è?

 –Sono in grado di non delegare alla tecnologia le domande, le emozioni, il tempo?

Molte domande

Si, sono tantissime domande, ma la consapevolezza si coltiva solo attraverso la riflessione e ad una presa di coscienza forte e profonda.

Proviamo a rispondere a queste domande senza giudicarci e cerchiamo anche di visualizzare alcune situazioni in cui sappiamo di essere stati condizionati negativamente da contenuti social che ci sono passati da sotto gli occhi.

Quale è stata la nostra reazione da adulti? Siamo in grado di decodificare le emozioni legate a quella situazione?

 L’importanza di decodificare le emozioni che ci trasmettono le piattaforme social.

 Decodificare le emozioni che i contenuti social trasmettono è fondamentale per due motivi:

 -significa non essere utenti passivi;

 -significa saper filtrare le immagini che vediamo;

- significa dare l'esempio e aiutare i ragazzi e i giovani a decodificare e discernere

Una rivoluzione da governare 

Anche per il mondo degli adulti i social hanno rappresentato una rivoluzione. Non siamo nati con “i cellulari tra le mani” come dicono loro, ma anno dopo anno tutto è diventato sempre più veloce, smart (per chi ama i termini in inglese) e tutto si è semplificato talmente tanto da essere davvero complicato.

 Dobbiamo ammetterlo, i social ci distraggono. Ci distraggono dalle cose reali, sembrano ovattare i malumori. Ognuno con in mano un proprio cellulare, un proprio tablet, un proprio computer… siamo tutti dannatamente distratti e questa distrazione ricade sulle nuove generazioni che non possono imparare nulla di diverso se non l’apatia, la passività, l’essere spettatori di ciò che passa davanti ai loro occhi.

 Come adulti abbiamo un grosso compito: aiutare le nuove generazioni ad essere protagoniste. Aiutare i nuovi bambini e i nuovi ragazzi a pensare. Dobbiamo prima di tutto smuovere noi stessi e poi loro dalla condizione di indifferenza in cui siamo inciampati e non smettere mai di chiederci se quello che trascorriamo con loro è un tempo di qualità.

 Il punto non è non utilizzare le nuove tecnologie e le nuove possibilità di rimanere in contatto, il punto è farlo ponendosi delle domande.

Soffermarsi su un contenuto e chiedere ai nostri bambini o ragazzi: “cosa ti trasmette?”

 Il punto è tornare ad alzare la testa durante una conversazione, guardarci negli occhi e riscoprire la bellezza della realtà: quella che si può toccare solo con le mani, quella di cui si possono sentire gli odori e quella che a volte fa male ma ci rende protagonisti veri di una storia che non possiamo vivere solo attraverso ad uno schermo.

 KOROO