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lunedì 11 agosto 2025

GIOVANI, OSATE I SOGNI


 I giovani di oggi sono molto diversi da quelli di ieri, perché repentino è stato il cambiamento sociale degli ultimi decenni. 
Agli adulti spetta la responsabilità di non sottrarre loro la dimensione della generatività, senza la quale non c’è futuro.

Luciano Manicardi

Mentre parlava dei giovani come coloro che «in se stessi rappresentano la speranza», papa Francesco puntava il dito sulla responsabilità degli adulti nei loro confronti: «Non possiamo deluderli… prendiamoci cura delle giovani generazioni» (Spes non confundit, 12). La speranza dei giovani è anche responsabilità degli adulti. E ciò di cui gli adulti devono anzitutto prendere coscienza, e che devono conoscere, è quella che Michel Serres, parlando appunto dei giovani, ha chiamato la «nascita di un nuovo umano». 

Quelli di oggi sono giovani che, rispetto ai loro padri, hanno diversa attesa di vita, diversa famiglia, diversa sofferenza, diversa formazione – ormai monopolio dei media –, diverso spazio in cui vivere grazie alla «onniconnettività», diverso linguaggio, diverso modo di pensare e relazionarsi alla realtà, diversa temporalità, diverso rapporto con il lavoro, diversi legami dovuti alla precarizzazione delle appartenenze (nazionali, politiche, religiose, di genere). Prima responsabilità degli adulti è ascoltare, conoscere, comprendere

Solo ora cominciamo ad avere una certa conoscenza degli effetti che la familiarità quotidiana – praticamente fin dalla culla – con gli smartphone, può avere sui bambini e sugli adolescenti. Jonathan Haidt, studiando la generazione Z (i nati dopo il 1995), ha notato la crescita di fenomeni di ansia, angoscia, depressione, comportamenti autolesionistici, suicidi. Crescere avvolti nel cosiddetto mondo virtuale non aiuta certo ad affrontare il mondo reale e influenza pesantemente lo sviluppo sociale e neurologico dei bambini. Nel suo libro La generazione ansiosa, dopo aver notato che da un’infanzia fondata sul gioco si è passati a un’infanzia fondata sul telefono, l’autore sostiene che l’iperprotezione nel mondo reale e la scarsa protezione nel mondo virtuale sono alla base dell’«ansietà» di questa generazione

Ma, soprattutto, agli adulti spetta di dare fiducia e fare spazio al giovane, non di istituire paragoni e giudicare. Solo dando fiducia si crea speranza. Responsabilità sociale e culturale, oggi, è recuperare la dimensione della generatività senza la quale i giovani vengono derubati del futuro: se il mondo del lavoro, l’economia, la politica si appiattiscono sul presente, investendo e puntando su obiettivi solo di breve e brevissimo termine, le giovani generazioni ne pagano le conseguenze. Senza fiducia nel futuro viene tolta speranza ai giovani. Il deficit di generatività è connesso alla scomparsa dell’iniziazione nelle società occidentali. Le iniziazioni sono ritualizzazioni dei passaggi dell’esistenza umana che insegnano all’iniziato il prezzo del vivere, inculcando l’antico principio del «muori e divieni». 

Purtroppo, ormai in Occidente mancano (o sono in grave crisi) istituzioni deputate ad accompagnare la crescita umana del giovane. Vi è necessità di una educazione emotiva che dia strumenti al giovane per riconoscere, nominare e governare le proprie emozioni. Altrimenti succederà sempre più spesso che emozioni non riconosciute di rabbia vengano disregolate in aggressività, portando a violenze; o che emozioni non riconosciute di tristezza vengano disregolate in depressione. Così come sarebbe fondamentale una formazione al pensare, alla solitudine, al silenzio, al lavoro di conoscenza di sé, alla coltivazione dell’interiorità. 

E che cosa spetta al giovane? È fondamentale per un giovane imparare a guardarsi dal demone della facilità. Egli incontra oggi un’abbondante offerta di beni di comfort (enormemente accresciuta grazie al digitale) che danno gratificazione immediata, ma poi producono assuefazione, dipendenza e, alla lunga, noia, non gioia. Inoltre, abituano a una temporalità del tutto e subito, contraria al lavoro paziente, fatto anche di attese, correzioni e revisioni cammin facendo, tipiche di quel work in progress che è la costruzione di relazioni profonde. Relazioni in cui consistono tanto il senso quanto la felicità di una vita. 

Ha scritto frère Roger di Taizé: «Solo l’umile dono della propria persona ci rende felici». I cosiddetti beni di stimolo richiedono fatica, sforzo, impegno e risultano meno appetibili, ma solo assumendo la dimensione della fatica e dello sforzo si può costruire un sé robusto e relazioni serie. I beni di stimolo sono beni culturali, relazionali, afferenti l’ambito sociale (per esempio, il volontariato), la pratica sportiva, l’ambito spirituale. Ma per impegnare fatica e sforzo il giovane deve nutrire una passione, perché solo questa gli permette di raccogliere le proprie energie e porle a servizio del perseguimento del proprio scopo. Un consiglio ai giovani?

Coltivate creatività e immaginazione. E abbiate coraggio: osate voi stessi e il vostro desiderio.

Messaggero di Sant'Antonio

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sabato 1 febbraio 2025

GIOVANI IN SERVIZIO

 Giovani precari ma impegnati

 Aiutare gli altri è una passione


ILRAPPORTO

Nello studio “Giovani in Caritas: tra sogno e realtà” 

632 ragazzi descrivono il proprio presente,

 elencano le difficoltà ed immaginano il loro futuro,

 fuori e dentro l’organismo pastorale Cei


- di ILARIA BERETTA

In un Paese che invecchia e basato sul lavoro precario, i giovani impegnati nelle associazioni di volontariato sono merce preziosa che pure, però, corre il rischio di essere considerata solo come manodopera, vincolata a ruoli operativi e quasi mai coinvolta nei processi decisionali. Senza paura di fare autocritica, Caritas Italiana ha da tempo deciso di ribaltare questa prospettiva, mettendo al centro del proprio piano strategico e, prima ancora, dell’analisi del suo Centro studi proprio le nuove generazioni. Lo dimostra il rapporto, presentato ieri, “Giovani in Caritas: tra sogno e realtà” che segue due precedenti studi di analisi sull’identità e il lavoro dei ragazzi e completa la fotografia dell’impegno dei giovani in Caritas aggiungendo le loro prospettive: per sé e per il futuro dell’organizzazione.

L’indagine – promossa dal Servizio Giovani e Volontariato e dal Servizio Studi di Caritas Italiana – ha interpellato 632 giovani, di età compresa tra 16 e 35 anni, distribuiti equamente nelle diverse regioni , che a vario titolo – volontari, servizio civilisti, dipendenti, tirocinanti... – hanno incrociato la strada dell’organismo pastorale Cei. Si tratta in gran parte di ragazze (68,4%), di cittadinanza italiana (97,2%), con un’età media di 24 anni e mezzo a cui è stato chiesto di presentarsi e descrivere il proprio presente, raccontare dove e come si immaginano di vivere, fuori e dentro Caritas, e quali sono gli ostacoli che avvertono sul proprio cammino.

Più di sette su dieci (precisamente il 71,7%) dichiarano che la loro passione principale è “aiutare gli altri”. Tra le passioni che spiccano in senso negativo invece c’è il fare politica, una sfera di azione che interessa solo l’8,9% dei giovani. A servizio del prossimo i giovani si mettono soprattutto nei centri d’ascolto, nelle Caritas parrocchiali e nelle attività per giovani. La loro presenza nell’organizzazione crolla invece nelle iniziative dedicate alla formazione, nell’osservatorio su risorse e povertà e nelle attività internazionali: tutti settori in cui la competenza dei giovani potrebbe invece essere valorizzata. «Questo dato – commenta Walter Nanni, sociologo ed autore del rapporto – deve porci una domanda: gli adulti in Caritas sono disposti a dare fiducia ai giovani, ad affidare loro anche ruoli di leadership e responsabilità?» La risposta alla questione è tutt’altro che una faccenda interna. Dal rapporto, infatti, emerge che – nonostante le difficoltà economiche e il timore di non trovare un lavoro abbastanza redditizio (in cima alle preoccupazioni dei giovani interpellati) – per molti l’esperienza in Caritas non è negoziabile. Un

buon 29% fa i salti mortali per non rinunciare all’impegno di servizio, affiancando alla collaborazione con Caritas sia lo studio sia il lavoro. L’attività caritativa è per giovani che la praticano una vera e propria scuola di vita, da cui dipende l’attuale soddisfazione ma anche lo stile della strada che si sceglierà di intraprendere in futuro. «Questi dati – riflette il direttore di Caritas Italiana, don Marco Pagniello – ci dicono che il desiderio di solidarietà e di impegno per il bene comune è vivo e profondamente radicato. Un’attenzione che, più volte, abbiamo riscontrato in particolari situazioni di emergenza, quando la chiamata a tendere una mano per aiutare persone in difficoltà, ha raggiunto e motivato l’impegno di moltissimi giovani – anche quelli che consideriamo “lontani” da certi mondi ed esperienze – pronti ad offrire il proprio contributo».

Se però il volontariato non è una parentesi della vita, gli enti solidali hanno una grande responsabilità: far crescere i giovani e far superare loro anche la scarsa fiducia in se stessi che risulta al terzo posto degli ostacoli che i ragazzi vedono davanti a sé. Un’idea potrebbe essere proprio provare a coinvolgere i giovani nelle fasi di progettazione e decisione: cosa che – emerge dallo studio – non è accaduta al 44,6% degli intervistati che pure idee da condividere ne avrebbe. Il 78% di loro, per esempio, dovendo ripensare Caritas, punterebbe molto di più sulla comunicazione delle attività dell’organizzazione verso l’esterno mentre il 74% ne immagina una gestione più efficace. «Da questo studio – commenta Walter Nanni – concludiamo che forse il ruolo di Caritas è formare i ragazzi, trattandoli da adulti, e poi restituirli alla società dove potranno impegnarsi con ruoli di cittadinanza attiva».

«Trovo interessante – plaude all’iniziativa Diego Mesa, docente di Sociologia della famiglia dell’Università Cattolica di Brescia – che Caritas non abbia dato per scontato di conoscere i giovani che collaborano e abbia dedicato tempo e spazio per ascoltarli. È l’unico modo per non ingabbiare a priori i ragazzi in etichette e a trattarli come soggetti in formazione ma il cui parere va preso sul serio».

 

www.avvenire.it

 

lunedì 28 agosto 2023

I HAVE THE DREAM

Educare al sogno significa da un lato acquisire le competenze sempre necessarie per articolare un pensiero e un'azione educativa capace di raggiungere obiettivi seguendo un percorso pensato e non improvvisato; dall'altro l'allenamento personale a sognare per sé, per la propria vita.

-di Diego Zanotti

Il 28 agosto 1963 Martin Luther King tenne il famoso discorso "I have a dream" diventato poi il simbolo della lotta contro il razzismo negli Stati Uniti e comunemente ritenuto un capolavoro.

Per anni molti abbiamo individuato nel "sogno" l'ideale verso il quale orientare la propria azione educativa nei diversi livelli.

Da educatore avverto una fatica presente e diffusa a sognare, e a sognare "in grande"… dove "in grande" si traduce nella capacità di sviluppare desideri di lungo respiro, con la capacità di risolvere (sorridendo e cantando) i molti ostacoli che sicuramente ci saranno lungo il percorso.

Il timore di spingersi oltre un orizzonte temporale "visibile", la non disponibilità ad accollarsi rischi che dipendono da variabili "non governabili" (almeno non da noi), penso sia un approccio tanto presente quanto limitante dell'intera azione educativa. Abbiamo scelto di educare i ragazzi che ci sono affidati a scelte di vita caratterizzate da orizzonti lunghi e imprevisti non definibili a priori; abbiamo assunto come modello antropologico di riferimento un Uomo che ha voluto affrontare innumerevoli ostacoli lungo la via e che ci ha dato testimonianza del come gestire e risolvere le diverse situazioni. Proporre attività ed assumersi impegni restando in modo calcolato in una zona comfort, sentendosi "a posto" per aver assolto oggettivamente al "compitino" assegnato non appartiene al nostro stile, non coincide con quella Promessa pronunciata anni fa che non prevede clausole di tutela.

Essere titolari di proposte educative che abbiano in qualche modo il sapore e lo spessore del sogno significa osare...osare sollecitando i ragazzi, assecondando e ancora più sostenendo le loro idee nei momenti difficili, durante i quali il sogno rischia di venir rinchiuso in un cassetto.

Abbiamo dalla nostra la forza e la libertà di un metodo e di precedenti esperienze e testimonianze capaci di sostenerci e indicarci la via da seguire. Penso sia importante e onesto condividere che l'alternativa a un sogno non è quella di un sogno piccolo bensì quella di non sognare affatto, accettando di stare dove si è, con le proprie sicurezze, ma anche i propri limiti e fragilità.

Il progresso umano è fortemente caratterizzato da pensieri di uomini e donne che hanno saputo sognare un mondo migliore. A ognuno di noi la scelta del come interpretare il proprio ruolo educativo, con la consapevolezza che le nostre scelte "personali" avranno ricadute dirette anche su altri.

Educare al sogno significa da un lato acquisire le competenze sempre necessarie per articolare un pensiero e un'azione educativa capace di raggiungere obiettivi seguendo un percorso pensato e non improvvisato; dall'altro l'allenamento personale a sognare per sé, per la propria vita.

Le mie scelte di vita sono orientate all' "I have a dream?"

 

#Ihaveadream #educare

267/ #Taccuinodistrada in un #Tempodaesplorare

 

 

 

 



martedì 6 dicembre 2022

MERAVIGLIA, ESPERIENZA, SOGNO

Qualche punto in comune tra l’azione educativa e i testi di Papa Francesco 

- di Francesco Perini - Friday for Future


Meraviglia

“Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba” cantava san Francesco. Tutto inizia così: dalla meraviglia (più o meno consapevole) di fronte alla bellezza della natura, del Creato. San Francesco l’ha esplicitata nel Cantico delle creature, i miei ragazzi nella gioia di raccogliere e mangiare le ciliegie durante una giornata di attività all'aperto. 

Anche Bergoglio è partito da qui, scegliendo per il suo ministero il nome di Francesco, “uomo di povertà e semplicità, uomo di pace, uomo che ama e custodisce il creato”. Semplice non significa senza profondità; leggerezza non è superficialità; meraviglia non porta a ignorare i problemi sociali-ambientali-economici di oggi, ma anzi pone come punto di partenza il sentirsi fratelli e sorelle di tutto il creato.

Esperienza

 John Muir è stato uno dei più grandi naturalisti e filosofi statunitensi. Aveva cercato invano di convincere, con pubblicazioni e articoli, il presidente Theodore Roosvelt (1901-1909) a promuovere leggi che tutelassero le aree naturali degli USA, finché i due uomini non passarono insieme una notte proprio in una di quelle foreste di sequoie millenarie (la valle di Yosemite, in California). Il fuoco acceso, la tenda, la stellata, un po’ di neve a coprire il prato la mattina seguente convinsero Roosvelt a tutelare quell’area più delle pubblicazioni scritte o delle argomentazioni scientifiche che Muir portava avanti da oltre 15 anni.

Quanto è importante l’esperienza? Nella Laudato sì c’è scritto che “leggi e norme volte ad impedire cattivi comportamenti non sono sufficienti a cambiare le cose, senza adeguate motivazioni” (LS.211). Nella Fratelli tutti però il papa fa un ulteriore passo in avanti: le motivazioni (e ancora meno le conoscenze) non sono sufficienti. L’esempio è la parabola del Buon Samaritano (Lc, 10) citata nell’enciclica (FT.2), dove il samaritano non sappiamo se ha studiato, se è ricco o se è di fretta, sappiamo solo che vide, ebbe compassione e agì.

Una delle maggiori critiche rivolte agli studenti e alle studentesse in piazza, negli scioperi per il clima di Fridays For Future del 2019, era quella di voler parlare di un problema senza averne la piena consapevolezza, senza “aver studiato” i temi dell’emergenza climatica. Eppure, sono state soprattutto queste manifestazioni, questo scendere in piazza in prima persona, a fare sì che l’attenzione alla crisi climatica avesse un nuovo slancio a livello globale. Più forti delle conoscenze o delle motivazioni ci sono le esperienze, programmate o impreviste: la notte in tenda per Roosvelt, le manifestazioni di Fridays, l’assedio di Mafeking per Baden-Powell sono state micce che hanno cambiato qualcosa, eventi capaci di cambiare veramente la storia.

Sogno

 È vero che nemmeno le esperienze da sole sono sufficienti, se poi “amare e rispettare la natura” si declina soltanto in “piccoli gesti” o in esperienze spot: serve arrivare a capire l’interazione dei temi, quanto veramente “tutto è connesso”. Per esempio, pensando alla crisi climatica, uno dei temi più frequenti che vengono in mente è la “deforestazione della foresta amazzonica”. In realtà è una semplificazione che non descrive bene né la devastazione ambientale dell’Amazzonia (che riguarda sì la deforestazione, ma anche le attività minerarie, l’agricoltura intensiva di foraggi e la perdita di biodiversità) né le ingiustizie e i crimini che le popolazioni indigene subiscono ogni giorno (basti pensare per esempio a quante persone muoiono ogni anno, uccise a causa del loro attivismo, o alle politiche criminali del presidente brasiliano). Ragionare in questa complessità significa cogliere gli aspetti ambientali, economici e sociali della questione.

Nel 2007, alla Conferenza episcopale latino-americana, Papa Francesco, allora vescovo di Buenos Aires, davanti alle proposte dei vescovi brasiliani che chiedevano maggiore attenzione per la regione amazzonica, non capiva come questa potesse essere importante per l’evangelizzazione. Tredici anni dopo, da papa, ha scritto “Querida Amazonia”, un testo che è “in ascolto” del documento finale del Sinodo speciale per l’Amazzonia. Il papa qui non vuole insegnare o argomentare o convertire, vuole sognare: “Sogno un’Amazzonia che lotti per i diritti dei più poveri, dei popoli originari, degli ultimi, dove la loro voce sia ascoltata e la loro dignità sia promossa. Sogno un’Amazzonia che difenda la ricchezza culturale che la distingue, dove risplende in forme tanto varie la bellezza umana. Sogno un’Amazzonia che custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale che l’adorna, la vita traboccante che riempie i suoi fiumi e le sue foreste. Sogno comunità cristiane capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia, fino al punto di donare alla Chiesa nuovi volti con tratti amazzonici” (QA.7).

Quanto questi sogni possono essere universali e “validi” anche per noi? Quanto in qualche modo lo sono già? Guardare il mondo con meraviglia, vivere esperienze, sognare la giustizia sociale, la bellezza umana, l’ecologia integrale, un Vangelo “incarnato”. Ma soprattutto, “nessuno può affrontare la vita in modo isolato, c’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme!” (FT.8).

RS-Servire

sabato 24 aprile 2021

CORRESPONSABILI NELLE RELAZIONI

Nella rivoluzione della cura 

si realizza il sogno di unità

A caratterizzare la fraternità/sororità non è l’avvolgente e soffocante governo di un’autorità forte: è il senso profondo della corresponsabilità nella relazione

 

-di PINA DE SIMONE*

 

- Dio ha un sogno. Noi abbiamo un sogno. È scritto dentro di noi, nel profondo del nostro cuore. Ed è al fondo della storia: tra le pieghe degli eventi e della loro trama apparentemente disordinata. Ma anche nelle dinamiche dei fenomeni naturali: nel sorgere del sole e nel suo tramontare, nelle stagioni, nel trasformarsi continuo della vita attraverso mille intrecci, perdite, tensioni e rinascite. È il sogno dell’unità. Ma non una piatta, uniforme, unità in cui tutto si confonde e si sovrappone, in cui le diversità scompaiono. L’unità che sogniamo e verso cui tutto tende è una unità fatta di diversità. È una falsa convinzione quella che oppone l’unicità di ciascuno, l’irripetibilità di ciò che è singolare, alla possibilità dell’incontro e alla tensione all’unità. Nella profondità di noi stessi sappiamo bene che non è così, che non può essere così. Che unità sarebbe e quale genere di relazioni si avrebbero in un mondo all’insegna dell’uniformità? B asta scorrere le pagine di lucida profezia della letteratura distopica, i romanzi di Orwell o di Huxley, per vedere dinanzi a noi l’incubo di una unità a tutti i costi che si fa blocco compatto, sistema onnipervasivo di controllo, riproducibilità ad oltranza, funzionalizzazione assoluta. Se l’unità diventa un diktat non può che stritolare, nella sua pretesa di compattezza, ogni singolarità, avvertita inevitabilmente come minaccia; non può che soffocare ogni profondità del sentire e del vivere, in quanto sempre connotata in maniera unica; non può che temere il senso dell’individuale. Ma l’unità non è un “dogma”. Né è un’idea, una teoria più o meno strutturata. L’unità è un desiderio: è il desiderare che nel profondo muove il nostro vivere. E in quanto desiderio, ha il sapore del sogno; ha la forza e la creatività di ciò che è eccedenza rispetto al già dato e che non può che essere tale. Ha il fascino di un cammino che rimane aperto, nella consapevolezza della bellezza e della fragilità del procedere.

Per questo il nome dell’unità è fraternità, ma anche sororità. Fraternità e sororità: perché la differenza che ci abita, e che ha bisogno di essere custodita anche nelle parole, non scompare ma si esprime pienamente nell’unità. E perché il sogno dell’unità è il sogno di relazioni vissute in pienezza in ciò che l’essere in relazione veramente implica ed esige. Ciò che si oppone all’unità non è la sana conflittualità che è dentro la diversità, ma è la pretesa di far valere il dominio o il controllo di uno su altri, la pretesa di assolutizzare una parte a discapito delle altre. L’essere in relazione esige il muoversi essendo alla pari. Diversi, ma alla pari. In un gioco di confronti, di conflittualità, di sinergie e di alleanze come quello che si crea tra fratelli o sorelle appunto. Esige che ci si scopra legati gli uni agli altri, imparando a custodire i legami come bene prezioso, con il loro carico di tensioni, nella inevitabile dialettica della diversità, ma anche con l’insostituibile ricchezza che viene proprio dall’essere diversi.

Non è scontata la fraternità/sororità ed è tutt’altro che semplice, perché ha in sé la fatica dell’alterità in tutta la sua drammatica e straordinaria concretezza. È un esercizio continuo di accoglienza, di pazienza, e anche di perdono, in cui ci si mi- sura con il proprio e con l’altrui limite: con l’ira, il fastidio, il senso di pesantezza generato talvolta dall’altro. Non di conferme di sé è fatta l’esperienza dell’essere fratelli/ sorelle ma della continua esigenza di motivare ciò che si è nel confronto con l’altro e della possibilità di imparare dall’altro, sostenendosi reciprocamente, scontrandosi e poi ritrovandosi, imparando a far valere su tutto la forza dell’essere insieme.

Per questo a caratterizzare la fraternità/ sororità non è l’avvolgente quanto soffocante governo di un’autorità forte sotto la quale collocarsi e da cui lasciarsi condurre; per cui l’esser fratelli/sorelle non sarebbe altro che questo comune dipen- dere. È piuttosto il senso profondo della corresponsabilità e della responsabilità reciproca alla luce della quale comprendere ogni dinamica relazionale. “Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti” (Mc 10, 44). È questa la logica della fraternità/ sororità, ma anche quella dell’esser padre, madre, dell’essere adulti a fianco dei giovani e dei più piccoli, quella che regge l’esercizio di ogni responsabilità. Perché il bene fiorisca. Perché il bene che è l’altro, unico e irripetibile, fiorisca nella trama liberante di relazioni buone. È la rivoluzione della cura, che in particolare il vissuto delle donne ben conosce, ma che deve poter essere patrimonio condiviso, stile di relazioni e modalità di impegno capace di rigenerare dall’interno gli ambiti della vita comune e di ridare respiro alla progettualità politica. La cura è fatta di tenerezza e di coraggio. È la capacità di chinarsi su ogni frammento, di fare attenzione ai dettagli, di saper cogliere i nessi, le implicazioni, le sfumature delle situazioni, delle storie e dei contesti. È la tenerezza di chi si lascia toccare dalla realtà del-l’altro, non rimane indifferente di fronte al suo grido, impassibile dinanzi ai suoi sogni. È la forma più alta del coraggio. Ed è sempre politica (come osserva Gaël Giraud in un articolo recentemente pubblicato sulla rivista “Dialoghi”). L a tenerezza è ciò di cui la politica, e non soltanto le relazioni intersoggettive della vita quotidiana, ha più che mai bisogno in questo tempo di crescente stanchezza e disorientamento in cui la rabbia rimonta. La tenerezza della cura sa vedere quello che ancora non è ma che può essere, sa scorgere risorse e potenzialità anche dove sembrano esserci solo macerie; sa alimentare la speranza perché mobilita le energie di ciascuno, senza scivolare sui drammi ma facendosi ascolto, sostegno, e soprattutto ricerca, sforzo e impegno autenticamente condivisi. La cura è capacità di andare oltre l’immediatezza degli interessi particolari o dell’emergenza del momento. È lungimiranza e profezia, ma è soprattutto creatività, immaginazione e capacità di visione. Per questo non sopporta il monopolio di un pensiero unico, ma dà spazio alle idee, alle competenze, alla ricerca e alla sperimentazione di percorsi nuovi. L’aver cura che è della fraternità/sororità è il gusto e la passione dell’insieme.

Ha uno sguardo e una intelligenza che include: riconoscendo che l’apporto di tutti è necessario e prezioso e che solo insieme si può stare dentro la realtà senza subirla, e solo insieme si può provare a immaginare e costruire un mondo nuovo “in cui avrà stabile dimora la giustizia” (II Pt 3, 13). Riproporre il senso di questa fraternità/ sororità è allora muoversi in una prospettiva rivoluzionaria e insieme concretissima, è protendersi nell’impresa della rigenerazione di questo mondo che avvertiamo sfaldarsi sotto i nostri occhi. Ma non è forse di questa prospettiva coraggiosa e rivoluzionaria che abbiamo oggi bisogno? Ritornare a sognare, imparando però a sognare insieme, con il cuore, la testa, e le mani: perché la realtà è tessuta di un sogno e dobbiamo solo avere il coraggio di liberarlo.

 

*Docente di Filosofia della religione e responsabile scientifico della Specializzazione in Teologia fondamentale (Teologia dell’esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneo) presso la Facoltà Teologica di Napoli. Dal 2017 è direttrice della rivista 'Dialoghi'.

 

www.avvenire.it

 

venerdì 3 aprile 2020

OLTRE IL VIRUS. FACCIAMOCI TROVARE PRONTI

SAPIENZA È USARE I LIMITI 


PENSARE IL DOMANI

-  di Umberto Folena

Che cosa sono per il poeta il metro e la rima? Dei vincoli, dei limiti. Sono un carcere in cui volentieri il poeta si rinchiude per meglio sprigionare la creatività. Per questo a nessuno dovrebbe essere permesso di scrivere 'versi liberi' se prima non sia misurato con i 'versi incatenati'. Solo nei vincoli del pentagramma il musicista crea. Altrimenti emette rumori, non melodie.
Così noi siamo oggi. Chiusi nel perimetro delle nostre abitazioni, limitati nei movimenti; e soprattutto con quella colossale palla al piede che è la paura. I nostri limiti e la nostra paura rischiano di diventare il nostro pensiero unico. Non pensiamo ad altro, non parliamo né scriviamo di altro. Basta ascoltare le rare parole scambiate tra vicini da una finestra all’altra, da un balcone all’altro, per i più fortunati da un giardino all’altro. Basta visitare i social network. Basta ascoltare un telegiornale. Quello lì, il morbo famelico che come Voldemort non dovremmo nominare mai, ci sta succhiando l’anima pezzetto per pezzetto. Esiste solo lui ed è logico, in fondo, che così sia. Perché ha ucciso troppi di noi. Troppi, e tutti ci sono vicini anche se sconosciuti. Ma non sta soltanto uccidendo i corpi; sta anche conquistando i nostri pensieri. E non va bene. È sbagliato.
Con i dovuti distinguo e le enormi differenze, ci diciamo che è come stare in guerra. È bello pensare che i nostri nonni e bisnonni, che la ben più tragica esperienza della guerra reale l’hanno fatta davvero, ogni tanto si mettessero a ballare. A suonare e cantare. A giocare a pallone o a carte. A dipingere e a disegnare. A raccontarsi storie, tantissime storie e fiabe, perché il segreto racchiuso nelle fiabe è di infondere coraggio: ai bambini e pure agli adulti che non si siano dimenticati di avere uno spirito bambino dentro di sé e l’abbiano alimentato.
         È bello immaginare che sentissero, i nostri vecchi, il bisogno di non farsi rubare dalla guerra non solo il corpo ma anche l’anima. Come poeti, è bello pensare che avessero la sapienza di sfruttare i limiti imposti dalla guerra per creare, inventare, produrre comunque cose belle. E se la libertà fisica era in gran parte negata, scoprivano una libertà che niente e nessuno poteva negargli, la libertà della fantasia, del sogno, della creatività. La guerra c’era, incombente e assordante. La guerra affamava e terrorizzava. Eppure non poteva né doveva essere il pensiero fisso. Non bisognava permetterglielo, altrimenti avrebbe vinto lei e la pace avrebbe perso. Infatti molti di loro, nelle cantine e nelle galere, pensavano al futuro; e il futuro non li colse impreparati.
Tutti eroi o tutti accoppati, scrisse un soldato su un muro nei pressi del Piave un secolo fa. Oggi dovremmo scrivere: tutti poeti o tutti accoppati, magari vivi di fuori, ma ammazzati dentro dal clima plumbeo, dal pensiero fisso, dalla paura che ci svuota.
       Parliamo anche di altro, pensiamo anche ad altro. I canti ai balconi purtroppo hanno qualche limite di troppo. Consentono agli sguaiati di continuare a imporsi sugli altri. Offrono spazi eccessivi al protagonismo dei narcisi. Probabilmente non sempre rispettano i morti. Ma nelle nostre case possiamo, silenziosamente e delicatamente, dare spazio al sogno. Possiamo, anzi dobbiamo pensare al dopo, affinché la luce in fondo al tunnel, che oggi appena intravediamo con la speranza che non sia un miraggio, non ci abbagli cogliendoci impreparati. Pensiamo, sogniamo a come potremo essere migliori. La crisi fa emergere il meglio e il peggio. Fa diventare più duri ed egoisti i cattivi e più generosi e miti i buoni. Rivela tutta la verità su chi siamo. Così accadrà all’Italia: prevarranno gli uni o gli altri? Per questo i buoni devono farsi trovare pronti. E lo saranno soltanto se ora, in catene, avranno composto la propria poesia.




sabato 18 giugno 2016

ABBIAMO BISOGNO DI LAICI CHE OSANO SOGNARE

     
   
       
 DISCORSO DI 

PAPA FRANCESCO 

AL PONTIFICIO

 CONSIGLIO 

PER I LAICI  


 " ..... In questo particolare momento storico, e nel contesto del Giubileo della Misericordia, la Chiesa è chiamata a prendere sempre più coscienza di essere «la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» e peccatrice (Esort. ap. Evangelii gaudium, 47); di essere Chiesa in permanente uscita, «comunità evangelizzatrice [...] che sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi» (ibid., 24). 
              Vorrei proporvi, come orizzonte di riferimento per il vostro immediato futuro, un binomio che si potrebbe formulare così: “Chiesa in uscita – laicato in uscita”. Anche voi, dunque, alzate lo sguardo e guardate “fuori”, guardate ai molti “lontani” del nostro mondo, alle tante famiglie in difficoltà e bisognose di misericordia, ai tanti campi di apostolato ancora inesplorati, ai numerosi laici dal cuore buono e generoso che volentieri metterebbero a servizio del Vangelo le loro energie, il loro tempo, le loro capacità se fossero coinvolti, valorizzati e accompagnati con affetto e dedizione da parte dei pastori e delle istituzioni ecclesiastiche. 
             Abbiamo bisogno di laici ben formati, animati da una fede schietta e limpida, la cui vita è stata toccata dall’incontro personale e misericordioso con l’amore di Cristo Gesù. Abbiamo bisogno di laici che rischino, che si sporchino le mani, che non abbiano paura di sbagliare, che vadano avanti. Abbiamo bisogno di laici con visione del futuro, non chiusi nelle piccolezze della vita.
         E l’ho detto ai giovani: abbiamo bisogno di laici col sapore di esperienza della vita, che osano sognare. Oggi è il momento in cui i giovani hanno bisogno dei sogni degli anziani. In questa cultura dello scarto non abituiamoci a scartare gli anziani!               Spingiamoli, spingiamoli affinché sognino e – come dice il profeta Gioele – “abbiano sogni”, quella capacità di sognare, e diano a tutti noi la forza di nuove visioni apostoliche....."