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mercoledì 26 giugno 2024

LA FINE DEL PATRIARCATO


 Nello specchio rotto di Narciso assassino 

la fine del patriarcato

 

L'assassino di Giulia Cecchettin dichiara di fronte agli inquirenti che la ragione più profonda che lo ha spinto a uccidere crudelmente la sua compagna a coltellate è stata la consapevolezza della fine irreversibile della loro relazione.

-         -di  Massimo Recalcati

«Voleva vivere senza di me», dice laconicamente evocando così quel desiderio di libertà - dichiarato da Giulia - che non avrebbe mai potuto accettare. Sì, perché molto frequentemente nei legami caratterizzati da una profonda dipendenza la vita dell'altro non viene percepita come vita libera, vita autonoma, ma solo come il prolungamento della propria personalità. La psicoanalisi ha utilizzato il mito classico di Narciso, raccontato da Ovidio, per spiegare questa strana e paradossale dipendenza che lega il principe dell'amore per sé stessi - Narciso - all'altro in un legame che non tollera la minima separazione. Ma da quale altro Narciso si trova a dipendere? Nel mito si tratta della propria immagine riflessa dalle acque. 

Per un verso Narciso appare fissato nella contemplazione di sé stesso e, di conseguenza, libero da ogni legame nei confronti dell'altro. Ma, per un altro verso, come l'esperienza clinica dimostra, egli si trova a dipendere profondamente dall'altro nella misura in cui è solo attraverso l'altro che egli può coltivare il carattere idealizzato della propria immagine. Questo significa che Giulia molto probabilmente rifletteva l'Io ideale del suo assassino e che quando ella ha dichiarato la fine del suo amore e rivendicato la propria libertà ha irreversibilmente infranto lo specchio che teneva in vita il narcisismo del suo carnefice. Nel mito Narciso perisce perché vorrebbe coincidere con l'immagine ideale che il riflesso delle acque gli restituisce. Ma questa coincidenza è impossibile: lo specchio si rivela sempre una trappola ingannevole. 

Nel caso dell'assassino di Giulia è Giulia stessa, la sua vitalità e la sua intraprendenza, a costituire la superficie dello specchio dove egli riflette il proprio Io ideale. Dunque, colpendola egli colpisce l'ideale irraggiungibile di sé stesso. Se, infatti, Giulia può vivere senza di me, io sono perduto perché insieme a lei perdo tutto me stesso, perdo la mia stessa immagine, perdo ogni valore, sono ridotto a non essere più niente. È questo il punto nevralgico che unisce strutturalmente narcisismo e depressione: se quella che io ritenevo essere parte di me, la mia propria immagine ideale esteriorizzata, dichiara di voler vivere senza di me, lo specchio si rompe e io cado nel vuoto restando senza più nulla. La libertà dell'altro coincide con la mia rovina Non sentirsi più niente è, infatti, l'altra faccia del volersi sentire tutto. 

Il mito di Ovidio si conclude con il suicidio di Narciso che nel tentativo impossibile di raggiungere la sua immagine idealizzata muore affogato nelle acque. Nel caso dell'assassino di Giulia questa dinamica narcisistico-depressiva si staglia sullo sfondo non tanto dell'ideologia del patriarcato, ma del suo irreversibile sbriciolamento. Mentre infatti quell'ideologia si sosteneva sulla sudditanza e sulla minorità (cognitiva e ontologica) della donna rispetto al potere assoluto del maschio, in questo caso è la libertà della donna - la libertà di Giulia - a fare scricchiolare l'illusione del maschio-padrone. 

Rivendicando con determinazione il suo diritto a scegliere chi amare e come vivere, Giulia mostra quanto quell'ideologia stia esalando i suoi ultimi respiri. La risposta feroce e disperata del suo assassino non è rivelatrice di un potere che non vuole tramontare quanto piuttosto del suo tramonto già in corso. 

L'ideologia del patriarcato non è più il cemento ideologico delle società occidentali. Piuttosto essa governa i regimi totalitari, soprattutto quelli di origine religiosa. In quei casi non si manifesta solo come una disperata spinta alla sopravvivenza, ma come bussola valoriale che orienta dall'alto il destino di quei regimi e che dovrebbero suscitare agli occhi dell'Occidente, così tanto bistrattato da quegli occidentali che sputano nel piatto dove mangiano, una condanna senza appello.

Alzogliocchiversoilcielo



domenica 26 novembre 2023

FALLIMENTO E FEROCIA


 Il peso del fallimento 

e la ferocia di Narciso

L'assassinio di Giulia 

ci interroga

-         - di Massimo Recalcati

Sappiamo bene chi sono gli uomini che odiano, maltrattano e uccidono le donne. Sono gli uomini che rifiutano la libertà della donna. È questa l’essenza più pura del maschilismo in quanto figlio naturale dell’ideologia del patriarcato. Il suo presupposto è l’idea che la donna sia afflitta da una minorità ontologica, morale e cognitiva che la consegna a non essere altro che un oggetto passivo nelle mani dell’uomo. Per questa ragione, quando la soggettività femminile fa la sua apparizione (attraverso la decisione di interrompere un legame amoroso o quella di intraprendere una carriera professionale indipendente, come è appena accaduto nel caso di Giulia), può provocare reazioni violentissime. Nel fantasma maschilista, infatti, la donna non può esprimere una soggettività libera perché viene concepita come una mera proprietà dell’uomo.

Ma la violenza che trova il suo apice nel femminicidio scaturisce sempre da una cultura fatta di umiliazioni e di offese quotidiane, di mortificazione e di negazione della libertà della donna. Può avvenire non solo come esercizio di un potere sadico, ma anche nel nome dell’amore. È questo un altro paradosso che andrebbe mostrato in tutta la sua crudeltà: nel nome dell’“amore” si può arrivare a sopprimere la libertà della donna. Nella violenza degli uomini sulle donne c’è sempre un intento fantasmaticamente pedagogico: disciplinare, regolare, purificare la loro naturale e irresponsabile peccaminosità. È il delirio moralistico che troviamo frequentemente al cuore degli uomini che maltrattano le donne: piegare con la forza e il ricatto la donna, renderla servizievole come dovrebbe essere ogni donna secondo la cultura del patriarcato.

Non a caso nella lunga storia dell’Occidente la donna che rivendicava la sua libertà veniva identificata con la strega. Si riguardi Comizi d’amore di Pasolini per cogliere quanto la libertà femminile sia vissuta dagli uomini, in una cultura che non aveva ancora conosciuto i movimenti di liberazione femministi e la rottura benefica del ’68, come una minaccia al loro posticcio prestigio fallico. Nella Recherche di Proust Albertine, che incarna l’essenza del femminile, viene descritta come un essere perennemente in fuga, inappropriabile, irraggiungibile, impossibile da catturare, tale da sconcertare il protagonista sino a sospingerlo a intraprendere il progetto geloso del suo imprigionamento. Più l’uomo incontra il carattere indomito della libertà della donna e più è incentivato a reprimerla brutalmente. Nondimeno non è mai possibile impadronirsi di quella libertà. È la constatazione disperata che muove diversi autori di femminicidi ad accanirsi sul cadavere delle loro vittime per provare ad afferrare in extremis la dimensione, in realtà inafferrabile, della loro libertà.

La spinta all’appropriazione, al controllo e al sequestro della libertà della donna da parte degli uomini vorrebbe scongiurare il rischio della perdita. In gioco qui sono i destini del dolore legato all’esperienza della separazione che spesso troviamo, come nel caso di Giulia, alla base del passaggio all’atto femminicida. Di fronte alla fine di una relazione amorosa esistono due vie: la prima è quella del dolore del lutto, del trauma della perdita, del fallimento e della solitudine. L’uomo abbandonato o tradito è messo di fronte a una ferita narcisistica che deve riconoscere ed elaborare. La seconda via è quella della violenza che rigetta il lavoro del lutto per ribadire un diritto di proprietà e, di conseguenza, l’esistenza di un legame che esclude per principio la separazione. È questo il nesso profondo che unisce narcisismo e depressione: “Non sopporto di non essere più tutto per te, dunque ti uccido perché, in realtà, non posso riconoscere di non essere niente senza di te”. Questa dipendenza assoluta, di natura simbiotica, alimenta fantasmi di gelosia estremi dove la spinta a una possessività che vorrebbe sopprimere la libertà del partner si unisce alla sensazione di un profondo vuoto interno. In gioco è, cioè, un tipo di legame che non riguarda l’amore tra due adulti, ma una dipendenza anaclitica primaria che non può non evocare il legame originario con la madre.

Non a caso anche per l’assassino di Giulia non è difficile ipotizzare un lutto dei legami primari mai avvenuto. È un insegnamento che dovremmo sempre tenere presente: la violenza è un’alternativa all’esperienza dolorosa del lutto. Vale per gli individui come per i processi collettivi: la violenza viene al posto di un lutto impossibile. Nel caso di Giulia, come in diversi altri casi di femminicidio, la vittima si è trasfigurata in un prolungamento fantasmatico della madre senza la cui presenza la vita del soggetto è destinata a sprofondare nel nulla. È l’altra faccia del patriarcato: non quella dell’ayatollah che perseguita sessuofobicamente la donna in quanto incarnazione del peccato, ma quella del figlio imbozzolato in legami primari senza essere in grado di viverne il lutto e che, come hanno raccontato recentemente i genitori di Filippo, per addormentarsi deve tenere regressivamente accanto a sé un orsacchiotto per non sentirsi cadere in un abisso di fronte ad una separazione che non è in grado di soggettivare.

È questa una cifra generale del nostro tempo: l’accudimento prolungato dei figli vorrebbe scongiurare il trauma benefico della separazione. 

La carenza simbolica della legge paterna che dovrebbe favorire il distacco dai legami primari si mescola qui con la tendenza a rendere la dipendenza da quei legami interminabile.

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