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sabato 9 maggio 2026

DONNE E PATRIARCATO

 

 "Se il patriarcato biblico torna di moda"

In gergo giornalistico li chiamano «titoli civetta» perché devono attirare l’attenzione e spingerti a leggere l’articolo intero. È questo l’effetto che mi ha fatto il tiolo di un pezzo uscito pochi giorni fa su Il Post: «Una famiglia, un voto: quello del marito» (bit.ly/3QIJk3h). Per noi che, in Italia, celebriamo quest’anno l’80° anniversario dell’introduzione del suffragio universale, un titolo così non passa facilmente inosservato.

di Marinella Perroni 


Nel nostro paese le donne hanno votato per la prima volta alle elezioni amministrative del marzo 1946 e, poco dopo, al referendum istituzionale e per l’Assemblea costituente del 2 giugno. Anche se noi donne sappiamo bene che la nostra storia ha sempre avuto un andamento carsico, difficile pensare che in questo nostro paese si possa tornare indietro da quel punto di non ritorno che è l’esercizio del suffragio universale. 

 La sfida della King’s Way Reformed Church 

 E, in effetti, l’articolo in questione si riferisce a una piccola Chiesa riformata di Prescott in Arizona – la King’s Way Reformed Church, fondata solo pochi anni fa da un pastore quarantenne –, che riunisce poco più di un centinaio di persone. Si può a buon diritto ritenere, perciò, che si tratti di stravaganza americana di ben poco interesse per chi ormai da 80 anni vede le donne esercitare il diritto di voto sia attivo sia passivo ed essere inserite a pieno titolo nel tessuto della vita politica del proprio paese. 

 E invece, due cose non sono affatto da sottovalutare. La prima viene messa in luce dall’articolo stesso: «Nuove famiglie costantemente si uniscono ogni anno alla Chiesa di Prescott e il suo pastore, Dale Partridge, ha un ampio seguito sui social media, prende parola di frequente contro le femministe o le persone LGBTQ+, parla dell’immigrazione come di un «suicidio nazionale», dice che l’islam o l’induismo sono «demoniaci» e, soprattutto, predica il ritorno al «patriarcato biblico», cioè a un patriarcato giustificato dal volere di Dio, che come parte dell’ordine da lui creato avrebbe stabilito ruoli di genere distinti e gerarchici per l’uomo e la donna”. 

 Si tratta di una proposta promossa dagli attivisti di estrema destra nella «maschiosfera», ma rilanciata, tra gli altri, perfino dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth

 Sappiamo bene che la breccia che ha consentito alla rivoluzione femminista di penetrare anche nelle Chiese è stata proprio una nuova interpretazione del testo biblico: alla fine del XIX secolo e all’interno della battaglia per il riconoscimento del diritto di voto alle donneElizabeth Cady Stanton (1815-1902) e il suo gruppo di suffragette avevano capito molto bene che solo una seria revisione dell’interpretazione biblica avrebbe potuto favorire il sovvertimento sociale legato al suffragio universale, senza che questo comportasse però la messa in discussione delle radici cristiane della società statunitense. 

 L’assetto patriarcale delle nostre società occidentali, infatti, molto deve al patriarcato biblico sul quale ha trovato fondamento e dal quale ha ricevuto legittimazione. Sappiamo bene del resto che, se letto a-criticamente, il testo biblico consente di motivare qualsiasi nefandezza in nome di Dio, fino al genocidio di interi popoli. 

 Grande è la responsabilità del fondamentalismo biblico ebraico e cristiano nell’attuale disordine mondiale e nella crescente messa in discussione, perfino nelle democrazie occidentali, di quei diritti delle donne e delle minoranze LGBTQ+ che sembravano ormai acquisiti. 

 Un compito per i cattolici: il rapporto tra sesso e potere 

 La seconda cosa da non sottovalutare è che la Chiesa cattolica, soprattutto in Italia, è ancora quanto mai in ritardo nel confrontarsi seriamente e a tutto campo con temi e problemi che hanno a che fare con la sessuazione umana, si tratti dell’esercizio della sessualità o dei ruoli di genere. 

 Dato che il controllo della sessualità è strettamente connesso con l’esercizio del potere, noi credenti non possiamo che essere grati a George Orwell per averci attestato, con il suo romanzo 1984, che il «grande fratello» che tiene sotto controllo l’intera vita degli uomini e delle donne che appartengono a una collettività, anche quella che si svolge nell’intimità di una camera da letto, non sono soltanto regimi religiosi d’ogni tipo, ma anche poteri politici a pretesa totalitaria. 

 Per questo, sempre più le donne dovrebbero essere attente alla valenza politica del rapporto sesso-potere. Ben sapendo che il termine «sesso» rimanda a un intreccio di dimensioni e di possibilità che decidono della qualità della vita umana di un individuo o di una collettività. Un intreccio in cui la dimensione politica dei corpi come quella dei rapporti riceve spesso poca attenzione ed è, invece, quanto mai decisiva. 

 In contesti democratici, il legame tra differenze sessuali e accesso ai diritti è criterio e metro di misura della qualità valoriale della vita sul piano ideologico-politico e socio-religioso nonché morale e spirituale di una società come di una Chiesa

 La proposta della King’s Way Reformed Church, allora, deve far riflettere seriamente: va considerata, più che una stravaganza, un appello alla vigilanza. 

 Fonte: Il Regno delle donne



 

 

giovedì 19 marzo 2026

OLTRE IL PATRIARCATO


IL VANGELO 

OLTRE IL PATRIARCATO 



La teologia femminista come pratica di trasformazione.


Il femminismo è una pratica trasformativa. Non è soltanto un’elaborazione teorica, ma è soprattutto un posizionamento dentro la realtà e tale posizionamento è la ferma convinzione che le donne debbano avere le medesime possibilità di vita degli uomini. Nell’analizzare la bontà delle pratiche sociali o dei valori o dei prodotti culturali (dai linguaggi alle narrazioni, dalle leggi alle teologie) i femminismi si chiedono sempre se ciò che stiamo guardando è capace di dare alle donne le stesse opportunità di vita che hanno i maschi, oppure se perpetuano la situazione attuale per la quale (pur con innumerevoli varianti e intensità) nascere femmine svantaggia sotto ogni punto di vista e (ancora) in ogni angolo del pianeta. L’analisi femminista è dunque legata a una pratica di trasformazione, ad azioni concrete personali, collettive e politiche, che mirano a rendere i rapporti sociali e le culture paritari e inclusivi. 

Ora, se il presupposto è ritenere ingiusto che le donne non abbiano le stesse opportunità di vita degli uomini, il nemico da sconfiggere perché questo finisca è un silenzioso e innominato sistema socio-culturale che definiamo patriarcato. Con questo si intende un sistema di riferimento valoriale e pratico per il quale si ritiene normale (e si costruiscono pratiche e sistemi sociali conseguenti) che gli uomini maschi abbiano maggiori opportunità di accesso ad ogni tipo di bene proprio in quanto maschi. 

Tutto questo non è estraneo alla teologia e alla tradizione ecclesiale, perché queste sono storicamente e culturalmente collocate per cui il sistema patriarcale ha contaminato pesantemente le pratiche, le parole e i riti ecclesiali. Il problema per la Chiesa è che il Vangelo non è patriarcale e promette la pienezza della vita per donne e uomini senza offrire criteri di discriminazione o differenze di ruoli per credenti femmine e credenti maschi. 
Le interpretazioni patriarcali del Vangelo, dunque, che discriminano le donne e ne limitano le possibilità di accesso alla vita e alla pratica ecclesiale, sono da ritenersi illegittime, contrarie al Vangelo stesso. 

Questo è il cuore della teologia femminista, che ha oramai 60 anni di pubblicazioni scientifiche per ogni aspetto della fede cristiana. E da qui deriva una predicazione che ha la pretesa di trasformare le istituzioni ecclesiali e tutto ciò che le riguarda, proprio come il femminismo tout court ha la pretesa di trasformare le società e le culture. 

Il problema è che mentre la predicazione fondata sulla riflessione critica femminista è accolta dalle chiese per lo più con entusiasmo (basta vedere quante teologhe vengono chiamate a predicare nelle parrocchie, nelle diocesi, negli istituti religiosi, e a quante è chiesto di scrivere testi divulgativi e scientifici), non mancano persone (soprattutto fra i responsabili ecclesiali) che ritengono questo tipo di riflessione teologica contraria al Vangelo o ai (del tutto presunti) valori cristiani. Questo accade perché moltissimi credenti non si interrogano per niente sulla condizione delle donne e non pochi ritengono che la condizione precedente le conquiste femministe fosse di gran lunga migliore per le società e per le donne stesse. Non possono dirlo in questo modo, quindi si nascondono dietro perifrasi mistificatorie come: l’eguaglianza non deve farci perdere la ricchezza della differenza (traduci: la pari dignità non si discute, ma guadagnare meno o non avere parola pubblica nella chiesa sono la vostra specifica differenza); va bene combattere le ingiustizie ma non bisogna scadere nella rivendicazione (traduci: puoi anche dire che sei discriminata, ma non devi pretendere di cambiare il sistema perché altrimenti quelli che ora ne sono avvantaggiati perdono i loro privilegi) e via così. Altro argomento molto gettonato per screditare le riletture femministe, senza poterle contrastare nel merito e nella solidità delle loro proposte e senza poterne negare la capacità liberante e vivificante per molte e molti, è quello di richiamarsi alla natura. Ci sarebbe una differenza di natura fra maschi e femmine, voluta da Dio, e questa differenza di natura (che nessuno sa definire) si traduce spontaneamente e pacificamente (cioè acriticamente e senza nessuna reale riflessione) in differenti ruoli o opportunità legati al fatto di nascere maschi e femmine. 

Le resistenze dipendono sostanzialmente dal fatto che non si vuole in nessun modo cambiare un sistema di relazioni (che sia la società e la chiesa poco importa, come poco importa cosa dice il Vangelo in proposito o quale sia stato lo stile di Gesù e delle prime comunità cristiane) che vede gli uomini avvantaggiati e responsabili della vita delle chiese senza alcun bisogno del contributo delle donne, qualunque siano i loro carismi e la loro formazione (se non per gentile concessione maschile di volta in volta). 

La situazione ricorda quella dei movimenti contro la schiavitù delle persone nere: si guarda a chi vuole “innovare” come ad un sovvertitore dell’ordine naturale, che poi sarebbe quello che viene da Dio. I neri erano considerati da molti schiavi per natura, cioè per volontà di Dio che li aveva creati così, similmente ancora si afferma che le donne vadano confinate in ruoli “specifici” e spazi “adeguati” per natura, cioè perché Dio le ha create così. Il problema per le chiese è che tale argomento non tiene in nessuno dei due casi né sul piano razionale né sul piano evangelico. 

Anzi, quando le teologhe femministe propongono le loro interpretazioni molte persone sentono cadere pesi che gravavano sulle loro spalle e che nemmeno sapevano di avere, mentre altri (di solito quelli che hanno fatto del sistema ingiusto in cui viviamo qualcosa di legato alla propria identità) si stizziscono. 
Certo chi è in posizione di potere non ha alcun interesse nella promessa di Dio di innalzare gli umili, come chi gode della ricchezza sovrabbondante può solo temere di perdere parte del proprio superfluo se quelli che ora sono affamati verranno saziati. D’altra parte il ragionamento è sensato: se il potere e le responsabilità vengono aperte alle donne, ce ne saranno meno per gli uomini, così come se le ricchezze vengono meglio distribuite, chi ora è nell’abbondanza avrà di meno. Tale logica, però, per quanto facile da comprendere, non ha alcun valore per chi ha fatto del Vangelo il fondamento della propria esistenza: questi vogliono la vita per tutti e tutte, hanno fame e sete della giustizia, non vogliono che nemmeno uno di questi piccoli e piccole si perda, sanno che Dio non fa preferenza di persone

È molto doloroso in quanto teologhe femministe accorgersi della reazione contraria di persone che credono nel nostro stesso Vangelo. Ci si domanda con tristezza perché non riescano a vedere la bellezza di promuovere la vita di tutti, ma si ha ben chiaro che nessuno ci è nemico se non il sistema culturale che ci imbriglia tutti e cerca di sottrarci il Vangelo. Per questo si può solo continuare a studiare, fondare interpretazioni, offrire risultati, avviare pratiche trasformative, prendere parola qualificata, perché sappiamo che questo porterà più vita non solo a noi, ma a tutti, come il Vangelo insegna.

 

mercoledì 26 giugno 2024

LA FINE DEL PATRIARCATO


 Nello specchio rotto di Narciso assassino 

la fine del patriarcato

 

L'assassino di Giulia Cecchettin dichiara di fronte agli inquirenti che la ragione più profonda che lo ha spinto a uccidere crudelmente la sua compagna a coltellate è stata la consapevolezza della fine irreversibile della loro relazione.

-         -di  Massimo Recalcati

«Voleva vivere senza di me», dice laconicamente evocando così quel desiderio di libertà - dichiarato da Giulia - che non avrebbe mai potuto accettare. Sì, perché molto frequentemente nei legami caratterizzati da una profonda dipendenza la vita dell'altro non viene percepita come vita libera, vita autonoma, ma solo come il prolungamento della propria personalità. La psicoanalisi ha utilizzato il mito classico di Narciso, raccontato da Ovidio, per spiegare questa strana e paradossale dipendenza che lega il principe dell'amore per sé stessi - Narciso - all'altro in un legame che non tollera la minima separazione. Ma da quale altro Narciso si trova a dipendere? Nel mito si tratta della propria immagine riflessa dalle acque. 

Per un verso Narciso appare fissato nella contemplazione di sé stesso e, di conseguenza, libero da ogni legame nei confronti dell'altro. Ma, per un altro verso, come l'esperienza clinica dimostra, egli si trova a dipendere profondamente dall'altro nella misura in cui è solo attraverso l'altro che egli può coltivare il carattere idealizzato della propria immagine. Questo significa che Giulia molto probabilmente rifletteva l'Io ideale del suo assassino e che quando ella ha dichiarato la fine del suo amore e rivendicato la propria libertà ha irreversibilmente infranto lo specchio che teneva in vita il narcisismo del suo carnefice. Nel mito Narciso perisce perché vorrebbe coincidere con l'immagine ideale che il riflesso delle acque gli restituisce. Ma questa coincidenza è impossibile: lo specchio si rivela sempre una trappola ingannevole. 

Nel caso dell'assassino di Giulia è Giulia stessa, la sua vitalità e la sua intraprendenza, a costituire la superficie dello specchio dove egli riflette il proprio Io ideale. Dunque, colpendola egli colpisce l'ideale irraggiungibile di sé stesso. Se, infatti, Giulia può vivere senza di me, io sono perduto perché insieme a lei perdo tutto me stesso, perdo la mia stessa immagine, perdo ogni valore, sono ridotto a non essere più niente. È questo il punto nevralgico che unisce strutturalmente narcisismo e depressione: se quella che io ritenevo essere parte di me, la mia propria immagine ideale esteriorizzata, dichiara di voler vivere senza di me, lo specchio si rompe e io cado nel vuoto restando senza più nulla. La libertà dell'altro coincide con la mia rovina Non sentirsi più niente è, infatti, l'altra faccia del volersi sentire tutto. 

Il mito di Ovidio si conclude con il suicidio di Narciso che nel tentativo impossibile di raggiungere la sua immagine idealizzata muore affogato nelle acque. Nel caso dell'assassino di Giulia questa dinamica narcisistico-depressiva si staglia sullo sfondo non tanto dell'ideologia del patriarcato, ma del suo irreversibile sbriciolamento. Mentre infatti quell'ideologia si sosteneva sulla sudditanza e sulla minorità (cognitiva e ontologica) della donna rispetto al potere assoluto del maschio, in questo caso è la libertà della donna - la libertà di Giulia - a fare scricchiolare l'illusione del maschio-padrone. 

Rivendicando con determinazione il suo diritto a scegliere chi amare e come vivere, Giulia mostra quanto quell'ideologia stia esalando i suoi ultimi respiri. La risposta feroce e disperata del suo assassino non è rivelatrice di un potere che non vuole tramontare quanto piuttosto del suo tramonto già in corso. 

L'ideologia del patriarcato non è più il cemento ideologico delle società occidentali. Piuttosto essa governa i regimi totalitari, soprattutto quelli di origine religiosa. In quei casi non si manifesta solo come una disperata spinta alla sopravvivenza, ma come bussola valoriale che orienta dall'alto il destino di quei regimi e che dovrebbero suscitare agli occhi dell'Occidente, così tanto bistrattato da quegli occidentali che sputano nel piatto dove mangiano, una condanna senza appello.

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sabato 16 dicembre 2023

TEMPO DEL FIGLIARCATO


Paolo Crepet "Questo è il tempo del “figliarcato”, non del patriarcato"

INTERVISTA A PAOLO CREPET

"Questo è il tempo del “figliarcato", non del patriarcato». L’affermazione, forte, arriva da Paolo Crepet, psichiatra, sociologo, saggista e opinionista. Crepet a Lecce, nel Teatro Politeama Greco, con la conferenza-spettacolo «Prendetevi la luna» (sold out) che trae ispirazione dall’omonimo libro pubblicato da Mondadori, nel quale l’autore riflette e invita a riflettere sulla necessità di combattere l’accidia, che ormai ci assale, continuando a sognare.

Crepet, il suo “Prendetevi la luna” ricorda un po’ “Stay hungry stay foolish”, il motto di Steve Jobs. Bisogna osare per essere felici?

«Ognuno è felice o pensa di esserlo a modo suo, naturalmente. Non penso che ci sia una ricetta per la felicità. Quello che può fare una persona esperta, quello che cerco di fare io, è dire cosa ne penso. Non è però un modo per dire ai ragazzi prendete appunti e fate così. Io dico fate come vi pare, però poi ci sono le conseguenze».

Quali?

«Il fatto di vivacchiare, di vivere oggi per oggi. Penso ad una generazione che in parte ha scelto la via comoda, che non si pone l’inquietudine come un metodo necessario».

Lei è intervenuto in tanti dibattiti sulla tragica vicenda di Giulia Cecchettin. Cosa rimarrà? Può essere davvero questa la goccia per innescare un cambiamento culturale sul tema della violenza sulle donne?

«Sappiamo che lo sconcerto, anche la rabbia sociale che ci possono essere all’indomani di un’ingiustizia, sono cose buone e giuste. Il problema è capire che cosa fai per mantenere quel fuoco di interesse, di indignazione. Ci si avvale di eventi: il funerale, l’ospitata da Fazio, poi ci sarà la cerimonia di laurea a memoria. Si parla dell’istituzione di una fondazione, che può fare molto localmente e basta. Tutto quello che c’è da fare poi riguarda in parte le leggi dello Stato, ma anche questo è già stato fatto. Non so cosa ci si possa aspettare di più, se non un lento, complicato avanzamento delle nostre critiche».

Tanti accusano il padre di Giulia di sovraesposizione mediatica. È così?

«Chi usa questo tipo di critica, secondo me, fa solo del cattivo gusto. Nessuno dovrebbe giudicare il fatto che quest’uomo abbia parlato al funerale o che sia andato in una nota trasmissione, dove gli è stato concesso del tempo senza contraddittorio come è giusto che fosse. Tutto questo percorso mi sembra non giudicabile da noi se non con grande rispetto e plauso a chi non si è rinchiuso in casa piangendo, ma ha avuto il coraggio di esporsi con molta dignità».

Ma qual è il rischio poi?

«Quello della solitudine. Il rischio che, quando si spegne il clamore dell’attenzione mediatica rimani solo. Lui rimane solo così come sua figlia. Ritrovarsi soli è un salto, tanto più alto quanto più ci si è esposti. Il sentimento da parte del grande pubblico non può che scemare».

Un dato sul quale riflettere è che oggi a uccidere siano tanti ragazzi – pensiamo a Filippo Turetta ma anche all’assassino dei fidanzati di Lecce lo scorso anno. Cosa sta accadendo a questa generazione di giovani?

«Noi abbiamo parlato più o meno a proposito o a sproposito di patriarcato. Io non ho sentito nominare un altro fenomeno che è invece più palese, che è il “figliarcato”. Se ne parla poco perché non ci piace ma è così. È l’assenza di un padre, a ben vedere, più che la presenza, il fatto rilevante, e soprattutto, dal punto di vista culturale, la “figliocrazia”, cioè una democrazia basata sui figli».

Per combattere questo fenomeno non va bene neanche l’educazione sentimentale nelle scuole di cui tanto si parla?

«L’educazione sentimentale è un autogol. È come dire che nelle nostre scuole di ogni ordine e grado non ci sono sentimenti. Se io devo fare un ripassino sui sentimenti è perché temo che non ci siano. E questo è già gravissimo. Io non voglio pensare che in un liceo non vi siano sentimenti. Se pensiamo questo allora è sbagliata la scuola tout court. Questo è un modo per odiare i giovani e io lo trovo pessimo».

 

Fonte: La gazzetta del mezzogiorno

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giovedì 23 novembre 2023

SE QUESTO E' AMORE


 Il dramma dei femminicidi 

e la «cultura del patriarcato»

 

-         di Giuseppe Savagnone*

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Forse mai come in occasione del brutale assassinio di Giulia Cecchettin da parte del suo ex fidanzato, Filippo Turetta, l’opinione pubblica italiana era stata così profondamente scossa dal tragico ripetersi dei cosiddetti “femminicidi”, intendendo con questo termine «una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna proprio perché donna (…) in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne» (D. Russell, nel libro Feminicide).

 Ed era ora, perché di anno in anno si rinnova il pesante tributo di sangue versato nel nostro paese dalle donne a una cultura che le vuole vittime proprio nel contesto dei rapporti familiari o affettivi in cui esse dovrebbero essere più al sicuro: 116 sono state uccise nel 2020, 119 nel 2021, 126 nel 2022, 106 fino ad oggi nel 2023. Non possiamo rassegnarci a questo massacro sistematico. Qualcosa bisogna fare. Ma che cosa? La risposta dipende dalla lettura che si dà del fenomeno e delle sue cause.

 Quella che ne stanno dando univocamente i mezzi di comunicazione, le associazioni femministe e la grande maggioranza delle persone riconduce la responsabilità di questa piaga non solo e non tanto ad un problema di pubblica sicurezza, quanto ad un clima culturale, e precisamente alla «cultura patriarcale» ancora dominante nel nostro paese. È questo il bersaglio obbligato di innumerevoli dichiarazioni, interviste, manifestazioni. 

In senso più generale, con questa espressione si intende una cultura dove ancora le donne sono imprigionate in stereotipi e ruoli di genere che impediscono loro di esprimere liberamente la loro identità e di realizzare le loro potenzialità.

 A cui corrispondono meccanismi sociali di esclusione o di sottovalutazione, dal più basso livello di retribuzioni a parità di prestazioni, al rallentamento nelle carriere, fino alla esposizione a molestie sessuali di vario tipo.

 In riferimento più specifico al dramma dei femminicidi, la «cultura del patriarcato» sarebbe caratterizzata da una «mascolinità tossica», che porta gli uomini a pretendere il controllo delle donne con cui hanno un legame affettivo, mantenendole in uno stato di totale subordinazione e reagendo ad ogni loro tentativo di indipendenza con inaudita violenza.

 Precisando che di questo veleno sono sottilmente pervase le stesse donne, a cominciare dalle madri che lo alimentano e lo giustificano nei loro figli maschi, e a finire con le mogli e le compagne, spesso portate a giustificare e a coprire gli abusi, fisici e psicologici, a cui sono sottoposte da parte di mariti e partner.

 Contro la «cultura de patriarcato», si riconosce, non basta fare cortei e manifestazioni di protesta, come quelli che si sono moltiplicati e sono stati programmati in tutta l’Italia dopo l’uccisione di Giulia. Bisogna cambiare la mentalità. Perciò governo e opposizione si sono trovati d’accordo, per una volta, nella prospettiva di introdurre una sistematica educazione all’affettività nelle scuole.

 Ma il problema è davvero la logica patriarcale?

È corretta questa diagnosi? Certo, che esista ancora nel nostro paese, malgrado i grandi progressi realizzati in questi anni e alcune vistose eccezioni, il problema di una sistematica tendenza a penalizzare le donne nel lavoro, nella politica, nella vita economica, è difficile negarlo.

 Anche se a capo del governo e dell’opposizione in Italia ci sono due donne, il ruolo femminile a livello pubblico è ancora decisamente sottodimensionato rispetto a quello maschile. Se è questo che si intende per «cultura del patriarcato», è senz’altro giusto continuare la lotta ormai più che secolare per arrivare a sconfiggerlo.

 Se però ci si riferisce al fenomeno dei femminicidi, sembra legittimo avanzare qualche serio dubbio sul fatto che proprio essa ne sia la causa ultima. Se non altro perché dalle statistiche (i dati disponibili si riferiscono al 2020) risulta che il numero di omicidi volontari commessi da familiari o (ex) partner ogni 100mila donne nei Paesi UE è stato maggiore in Germania (0,53%), nei Paesi Bassi (0,45%) e in Francia (0,43%) che non in Italia, dove si è fermato allo 0,32%, di poco al di sopra di quello della Svezia (0,25%).

 Dobbiamo pensare che la «cultura del patriarcato» sia dominante – più che in Italia – in questi paesi, notoriamente caratterizzati da una forte emancipazione femminile?

 Se il problema dei femminicidi è comune al continente europeo (prescindendo, evidentemente, da ciò che accade in altri, come l’Asia e l’Africa, dove ovviamente esso ha matrici del tutto diverse, di cui qui non possiamo occuparci), deve esserci qualche ragione che dipende da fattori culturali presenti, ancora più spiccatamente che in Italia, negli altri paesi dell’Europa. E questo non sembra proprio poter essere la sopravvivenza del patriarcato.

 Tanto più la tendenza che sicuramente caratterizza la mentalità e i costumi, in questi paesi e sempre più anche nel nostro, è esattamente il contrario della logica familista in cui il patriarcato in passato affondava le sue radici e si manifesta, piuttosto, nel prepotente emergere della figura del single, sempre più svincolata dalla rete di legami vincolanti entro cui le persone si identificavano.

 Emblematica la crisi dei vincoli familiari. Ormai in Europa le famiglie formate da una sola persona sono più numerose di quelle costituite da una coppia con figli. Nei paesi europei nel 2021 sono state il 35,9 %, in Germania e Francia il 41 %, in Svezia al 50,1 %). In Italia sono ancora solo 33,2 % – contro il 31,2 % di quelle mononucleari tradizionali, ma nel 2000 erano ancora solo il 24,0 % e il trend non lascia dubbi su quale sia la direzione in cui si procede.

 C’è da chiedersi, a questo punto, se il fenomeno dei femminicidi dipenda davvero dalla «cultura patriarcale» o non sia piuttosto, al contrario, la conseguenza del suo dissolversi.

 Una dissoluzione che da un lato ci ha liberati, fortunatamente, dalla figura soffocante del “padre-padrone”, dall’altro però – invece di dar luogo a forme comunitarie, in cui il singolo possa essere valorizzato nella sua unica e irripetibile originalità, non malgrado i legami con gli altri, ma grazie ad essi – ha dato luogo a un individualismo selvaggio, di cui proprio il trionfo del single è l’espressione.

Perché quello che si verifica oggi nella violenza sulle donne non è tanto – come in passato – la loro sottomissione a meccanismi collettivi di potere gestiti dagli uomini in funzione del gruppo (si pensi alla monaca di Monza, sacrificata dal padre agli interessi della famiglia), quanto piuttosto lo sfogo di una radicale insicurezza e frustrazione individuale del maschio, ormai esposto dalla emancipazione femminile alla vittoriosa concorrenza che le donne sono sempre più in grado di svolgere in tutti i campi.

 A dispetto dei frequenti riferimenti polemici dei commentatori al medioevo, quella con cui oggi dobbiamo fare i conti non è la logica medievale, ma quella neocapitalista del mercato, non a caso ancora più diffusa in Germania e in Olanda che non da noi.

 L’amore al tempo dell’individualismo

Il concetto medievale e cristiano di amore come dono di sé – proteso al bene dell’altro – era sempre rimasto un ideale in pratica spesso contraddetto proprio dalla struttura patriarcale della società. Ma, nel trionfo dell’individualismo, è ormai dimenticato, sostituito, nel modo pensare e di sentire comune (ferma restando la felice realtà di tante eccezioni), da quello che lo identifica con una ricerca autoreferenziale di appagamento delle proprie pulsioni, di cui la persona “amata” è in realtà solo lo strumento.

 L’immagine che si prospetta è quella del “buco nero”, che attira tutto ciò che entra nella sua orbita, per fagocitarlo e distruggerlo.

 Questa trasformazione culturale non riguarda, ovviamente, solo gli uomini, ma anche le donne, esposte anche loro, come il sesso maschile, a scambiare l’amore per l’altro (il medioevo lo chiamava “amore di benevolenza”) con l’amore di sé attraverso l’altro (il medioevo lo chiamava “amore di concupiscenza”).

A fare scattare il meccanismo della violenza di genere, da parte dei primi, è il corto circuito fra un passato ancora fresco in cui le strutture sociali garantivano all’uomo una indiscussa supremazia sia nel lavoro che nei rapporti affettivi – e un presente che la rimette radicalmente in discussione, determinando in molti maschi l’insicurezza e la frustrazione di cui prima si parlava.

 Sui giornali si è a lungo dibattuto, in questi giorni, se Filippo Turetta sia un bravo ragazzo che è diventato un mostro o un mostro che si è sempre fatto credere un bravo ragazzo. Probabilmente è solo una persona che – al pari della maggior parte degli altri ragazzi – non ha mai scoperto l’amore come dono di sé e ha vissuto il suo rapporto con la propria fidanzata come il naufrago lo ha con la tavola a cui si aggrappa per non annegare. Un modo sbagliato di concepire e vivere l’amore.

 Per superare questo, evidentemente, i cortei e le manifestazioni possono avere effetti molto limitati.  Servirebbe, se mai, una seria riflessione su ciò che intendiamo quando, oggi, parliamo, a ogni pie’ sospinto, di questo sentimento. Ma è più facile protestare che pensare.

 E anche l’introduzione dell’educazione all’affettività nelle scuole rischia di fare la fine di quella sessuale (spesso già presente, pur in modo occasionale), ridotta alla fine all’istruzione sull’uso degli anticoncezionali, se non avremo il coraggio di rimettere in discussione, piuttosto che i “mostri” evidenziati dalla cronaca, il nostro modo di pensare e, in definitiva, noi stessi.

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo

 

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