Visualizzazione post con etichetta omologazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta omologazione. Mostra tutti i post

venerdì 7 novembre 2025

SCUOLA SENZA AMBIZIONI

 


Allarme di Crepet 

sulla scuola: 

"È evidente 

dove stiamo andando"

Paolo Crepet torna a lanciare un allarme sulla scuola legato 

all'uso dell'Intelligenza Artificiale:

 come rischia di diventare l'apprendimento

- di  Francesca Pasini

Il noto psichiatra e sociologo Paolo Crepet lancia un nuovo allarme sulla formazione scolastica: dalla mancanza di ambizioni all’uso massiccio dell’Intelligenza Artificiale, secondo l’esperto “è evidente dove stiamo andando”.

Osservatore attento dei cambiamenti che stanno attraversando la società contemporanea, lo studioso ha spiegato quale sarà il futuro della scuola, un ambiente che starebbe smettendo di avere ambizioni, minacciato dai repentini cambiamenti a cui stiamo assistendo.

Perché la scuola non ha più ambizioni per Crepet

Il mondo sta cambiando a una velocità incredibile. Basti pensare all’avvento dell’Intelligenza Artificiale che sta modificando tanti aspetti della nostra vita quotidiana, tra cui anche il modo di studiare e formarsi.

A denunciare un cambiamento tanto veloce e profondo è Crepet, che ha spiegato in un’intervista a La Stampa perché secondo lui la scuola non avrà più ambizioni: “Una certa cultura porta a perseguire un unico risultato, che è il fare tutto col minor sforzo possibile. La fatica e il sudore sono, per qualcuno, qualcosa di novecentesco, che non ha più senso fare”.

L’IA sarebbe la principale responsabile: si ottengono risultati scolastici con meno fatica, ma a scapito dell’apprendimento reale. È così che la scuola, “che era un luogo per definizione esigente, e che lo è sempre stata anche se è stata criticata per questo, non avrà più ambizioni”, secondo il sociologo e psichiatra.

Come diventerà la formazione secondo Crepet

La preoccupazione è chiara per Crepet, che in diverse occasioni ha messo in guardia circa le conseguenze negative e drammatiche dell’uso sconsiderato dell’IA, soprattutto tra gli adolescenti e i giovani: “So cosa sta arrivando – ha messo in guardia -. Oggi metà degli studenti universitari americani si è laureata con l’Intelligenza Artificiale. È evidente dove stiamo andando”.

Ecco allora come si trasformerà l’apprendimento scolastico secondo l’esperto: “Diventerà su misura, sarà una chat che risponde ai tuoi requisiti, alle tue domande. E lo fa perché sa tutto di te“. Un tema che riguarda già molti adolescenti, che sempre più spesso, quando hanno problemi, li “confidano” a una chat per ottenere le risposte cercate, piuttosto che parlarne con altre persone, adulti o coetanei (una situazione che anche Prof Enrico Galiano ha denunciato). In questo modo, lo “sforzo di uscire e cercarsi degli amici correndo il rischio di essere rifiutati” si annulla.

Una dinamica preoccupante, che comprende anche il mondo dei social e della violenza che circola sul web, elementi che amplificano il rischio di isolamento e passività tra i giovani, alla quale si può cercare di porre rimedio attraverso la conoscenza e l’ascolto: “È fondamentale incontrare le persone e ascoltarle. Quando lo si fa, quello che si ascolta è sempre diverso da quello che pensiamo”, ha concluso lo psichiatra e saggista, che ha voluto anche incitare a riflettere sul rischio di diventare persone “replicanti, incapaci di esercitare il libero arbitrio”. Infatti, sarebbe attraverso il coraggio del pensiero che si può provare a costruire un futuro libero, creativo e non omologato.

mercoledì 16 luglio 2025

L'ARTE DEL DISCUTERE


 Crepet: “Discutere è sintomo di umiltà, difendere le proprie idee se sbagliate è il segno della povertà intellettuale di una persona"



La Redazione

In un tempo in cui l’omologazione è la norma, Crepet invita a riscoprire il valore del pensiero critico, del confronto e dell’unicità della personalità...

Ciò che caratterizza l'essere umano rispetto ai suoi simili è, senza ombra di dubbio, la sua personalità. La personalità è il tratto distintivo di ciascuno di noi, permettendo alle nostre qualità, attitudini ed inclinazioni di emergere e di contraddistinguerci in maniera unica e speciale. Cosicché, sin dalla nascita, ci viene continuamente insegnata l'importanza della personalità e di tutta la sua evoluzione.

Tuttavia, nel panorama attuale, si assiste sempre più ad una sorta di omologazione, dimenticandosi di un elemento degno di nota, e cioè - proprio come sottolineato con fermezza dal sociologo e psichiatra Paolo Crepet - che una persona deve essere discutibile, deve fare "discutere per le idee che propone, lo stile di vita e i comportamenti che ha adottato...imponendo una propria visione di sé". 

In altre parole, occorre distinguersi, coltivare delle idee e portarle avanti con fierezza, senza infrangere le regole ma sempre con l'intento di affermare la propria personalità.

“Che vi siano così pochi uomini e donne discutibili per molti è un sollievo, per me è il segno di un declino culturale. Essere indiscutibili significa essere «normali», accontentare tutti, ricercare e ottenere il più ampio consenso come se questo fosse indice di chissà quali qualità dell’essere umano. Più consenso meno atipicità, quindi più omogeneità, dunque miseria creativa”, queste le significative e mai scontate parole dello psichiatra attraverso le quali si sottolinea l’importanza di non ricercare consenso a tutti i costi perché ciò comporterebbe un appiattimento ed un annullamento della propria personalità.

È necessario, dunque, insegnare ai giovani a diffidare dall'omologazione e dalla misera emulazione. L'importanza di tutto ciò ci viene tramandata dalla storia stessa poiché non vi è stato creativo o artista che non fosse discutibile.

Ma cosa significa, allora, far discutere di sé, ingenerando visioni contrapposte? Significa avere personalità. Lo stesso Paolo Crepet sostiene che personalità è ciò che caratterizza un'unicità, e quindi tale concetto va tenuto del tutto distinto ed avulso dal concetto di neutralità. 

Purtroppo, oggi, invece, va di moda la normalità e nessuno ha il coraggio di portare avanti le proprie idee, soprattutto quando quest’ultime si differenziano da quelle del "gregge", proprio perché si ha il terrore di essere emarginati, esclusi, uscendo così dall'alveo sicuro ed ovattato dell'omologazione.

È importante, pertanto, che genitori ed insegnanti inducano i giovani "a difendere la propria posizione, ma anche ad avere il coraggio di correggersi, di modificare il proprio pensiero, che non deve mai essere rigido e invalicabile come le mura di un castello medievale. Entrare nel merito di una questione e discuterne è sintomo di umiltà, difendere a oltranza le proprie idee anche quando sono evidentemente sbagliate è il segno della povertà intellettuale di una persona".

Ascuolaoggi

Immagine



 

martedì 1 luglio 2025

IL REATO DI PENSARE

 


Un manifesto per la libertà di pensiero contro l’omologazione silenziosa. 
Un cammino, uno strano e lungo viaggio attorno a una parola, a un atto, a un privilegio: il pensiero.

"Il Reato di Pensare" è il nuovo saggio provocatorio di Paolo Crepet, psichiatra e scrittore noto per la sua capacità di leggere e interpretare le contraddizioni del nostro tempo.

In un’epoca che esalta la libertà come valore assoluto, Crepet ci mette di fronte a una verità scomoda: la libertà è sempre più un’illusione, offuscata da un conformismo invisibile ma pervasivo.

Non c’è più bisogno di censura esplicita: oggi il pensiero critico si spegne lentamente, sedotto da una rassicurante omologazione, dal bisogno di sicurezza, dalla paura di sbagliare.

In questo libro intenso e illuminante, Crepet analizza una delle più insidiose derive della società contemporanea: la rinuncia alla complessità, alla disobbedienza, alla creatività. Con la sua consueta lucidità, ci invita a uscire dalla comfort zone e a riscoprire il valore del dubbio, del conflitto, della fatica che accompagna ogni vero atto di libertà.

Destinato a chi rifiuta l'appiattimento culturale e desidera recuperare la forza dell'autenticità, "Il Reato di Pensare" si rivolge in particolare ai giovani, ai genitori e agli educatori.

Contro l’ossessione per la perfezione e la felicità a ogni costo, Crepet difende l’importanza dell’errore, del fallimento, della crisi come tappe fondamentali di una crescita autentica. Le sue parole diventano un invito urgente a rimettere al centro il pensiero libero, oggi più che mai un atto rivoluzionario.

Tra riflessioni, aneddoti e storie personali, L'autore ci offre uno strumento prezioso per riconquistare la nostra individualità, spezzare le catene dell’omologazione e tornare ad allenare la mente al coraggio e alla creatività.

Paolo Crepet, IL REATO DI PENSARE, ed.Mondadori, 2025



 

lunedì 5 giugno 2023

NON OMOLOGATE I TALENTI

Riconoscere i talenti senza omologarli: la lezione delle Fiandre

Ci sono studenti con Bisogni educativi speciali (Bes) che solo recentemente stanno ricevendo l’attenzione di una parte crescente di insegnanti, decisori politici e ricercatori.

A causa del duo deleterio egualitarismo omologante, la scuola italiana tratta i talenti come studenti con disabilità cognitive. Occorre voltare pagina

 

- di Brunella Fiore

 

In Italia gli studenti gifted (o di talento o con plusdotazione) rientrano all’interno della categoria Bes (Students with Special Needs). Fin qui nulla di male, anche in molti altri Paesi gli studenti di talento vengono considerati studenti Bes. In Italia, però, quando si parla di studenti con bisogni educativi speciali frequentemente si sottende un approccio inclusivo ma “livellante”. Il talento è trattato al pari di una disabilità: obiettivo è omologare per non far sentire “diversi”.

In questo modo, però, l’adeguamento può solo avvenire andando incontro a quegli studenti che non ce la fanno; ciò distoglie l’attenzione dall’offrire volani di sviluppo per questi studenti speciali. Eppure, saper riconoscere e valorizzare i talenti è sia una questione di giustizia ed equità verso il pieno sviluppo delle identità personali, sia un’importante occasione di potenziamento con ricadute sul benessere complessivo dei sistemi sociali, economici e culturali di ciascun territorio.

Non è così semplice identificare la plusdotazione tra ragazze e ragazzi. Non si tratta sempre di studentesse e studenti eccellenti sotto il profilo delle valutazioni scolastiche. Anzi. Soprattutto in un sistema come il nostro che, per approccio e/o mancanza di strumenti, fatica a riconoscerli, questi studenti sono in sofferenza. Tra i segnali principali vi sono la noia in classe (ma al contempo la capacità di afferrare anche quando si sembra distratti), il mancato riconoscimento – se non vera e propria ostilità – di compagni e insegnanti per i comportamenti devianti, la demotivazione. Proprio perché le ragazze gifted sono capaci di adattarsi di più al contesto, sono meno riconoscibili rispetto alla controparte maschile; lo stesso accade agli studenti gifted con background migratorio e ai cosiddetti 2E (double exeptional) ossia quegli studenti che sono al contempo gifted e con, in più, qualche forma di disturbo dell’apprendimento. Vi è quindi una quota di potenziali talenti che non viene riconosciuta e che è a rischio di demotivazione e, non infrequentemente, dispersione.

Attualmente l’individuazione dei gifted (soprattutto in Europa) passa attraverso test di natura psicologica e di rilevanza cognitiva. Tra i testi più noti e utilizzati vi sono i test di Renzulli ma sono anche utilizzati test home-made a livello scuola o di sistema regionale/nazionale. Ricordiamo la necessità di distinguere tra eccellenza e talento: a questo proposito, l’esperienza di una scuola secondaria delle Fiandre insegna che un modello più articolato è possibile. Dopo una prima scrematura sulle eccellenze sulla base dalle valutazioni scolastiche e che avviene nella prima parte dell’anno scolastico, si prosegue con un approfondimento dello stato dello studente che comporta un colloquio personalizzato con lo/la studente/essa, con i genitori, con il collegio dei docenti. Come si procede poi? Si decide se e dove “compattare” il programma per quello studente/studentessa offrendogli la possibilità di saltare le lezioni di una materia di studio per il rimanente anno scolastico.

A questo punto, lo studente può gestire il suo tempo per svolgere approfondimenti su altri contenuti concordati con il referente per la plusdotazione, a cui dovrà far seguire la compilazione di diari nei quali deve indicare cosa ha fatto in ciascuna ora, cosa ha imparato e come intende procedere. Alla fine dell’anno scolastico c’è un piccolo esame per monitorare l’acquisizione dei contenuti della materia lasciata indietro. Per gli studenti outstanding, la legge del sistema scolastico delle Fiandre consente (da qualche mese) un percorso di accelerazione anche su più anni.

Dieci anni fa il Belgio era al punto zero che oggi constatiamo sulla questione gifted in Italia, ma in realtà la nostra legge sull’autonomia consentirebbe ampi margini di manovra in questo senso, se il cambiamento culturale sulla percezione dei gifted e la preparazione degli insegnanti facessero la loro parte.

A proposito di insegnanti: quali strumenti? Ancora il modello delle Fiandre offre indicazioni. È necessario essere capaci di identificare in classe i segnali anche oltre le valutazioni cognitive: i gifted sono quegli studenti che fanno non solo più domande ma anche interventi out of the box; i talented sembrano distratti ma poi colgono più facilmente il senso di quello che si sta facendo.

Infine, è necessario fare un lavoro di demolizione dei miti. La letteratura sta iniziando ad evidenziare come questi studenti siano spesso emotivamente più sensibili: un percorso che differenzia, compatta, arricchisce e/o accelera non solo non rende disadattati rispetto ai pari ma, al contrario, fa sentire riconosciuti, valorizzati o, in parole più semplici, fa stare bene.

 Il Sussidiario

sabato 20 novembre 2021

VIOLENZA SULLE DONNE. UN FENOMENO INQUIETANTE


 Oltre l’indignazione, 

le domande

Il 25 novembre si celebra la giornata contro la violenza sulle donne. Già il fatto che si stato necessario istituire una simile ricorrenza dimostra che il problema è grave. Mentre, nel corso degli ultimi anni, diminuisce progressivamente il numero complessivo di omicidi commessi nel nostro Paese, lo stesso non avviene per quelli che hanno come vittima le donne: 133 nel 2018, 111 nel 2019, 112 nel 2020, già 100 alla fine dell’ottobre di questo 2021 (contro 93 alla stessa data nel 2020). E molti di questi fatti di sangue hanno come protagonisti i mariti o partner delle vittime.

 -         di Giuseppe Savagnone*

       

L’ultimo caso, agghiacciante, a Sassuolo, dove un uomo ha ucciso la compagna, Elisa Mulas, con la madre e due figlioletti, dopo che la storia della coppia era ormai finita da qualche mese. Da allora l’uomo minacciava la donna e proprio qualche giorno fa Elisa lo aveva denunciato. Purtroppo vanamente. Dopo la strage l’omicida si è, a sua volta, tolto la vita.

Quello dei femminicidi è uno dei pochi fenomeni su cui l’opinione pubblica del nostro Paese si trova a convergere in una unanime condanna. Non sempre, però, a questa compattezza nel denunciarne la gravità si accompagna uno sforzo adeguato per comprenderne le ragioni. Ci si ferma, per lo più, all’indignazione, alle denunce generiche, ai buoni propositi, col serio rischio di cadere in una sterile retorica. Forse non guasterebbe un pizzico in più di riflessione, che porterebbe inevitabilmente a porsi qualche domanda.

Un paradosso: uguaglianza e violenza

Perché certo è paradossale che la violenza contro le donne sia cresciuta proprio in una fase storica in cui finalmente è stata loro riconosciuta (almeno in linea di principio: la pratica è un’altra cosa) la parità in moltissimi settori della vita sociale. Come mai in questo tempo, che vede riconosciuta (ripeto: almeno formalmente) l’uguaglianza tra di due sessi, quello che più ha fruito di questo riconoscimento (finalmente!) si trova ad essere oggetto di violenza?

Un tentativo di risposta potrebbe venire dalle analisi di uno dei maggiori studiosi contemporanei dell’origine e del significato della violenza, il noto antropologo René Girard, il quale, nelle sue opere, ha sostenuto che la violenza non nasce malgrado l’uguaglianza, ma proprio a causa di essa.

Per Girard la reciproca aggressività tra gli esseri umani si scatena per un gioco mimetico, per un istinto di imitazione che spinge ciascuno a desiderare ciò che gli altri desiderano. La violenza, nella sua forma selvaggia, incontrollata, nasce dalla perdita delle differenze che dovrebbero, distinguendoli, orientare i soggetti verso obiettivi diversi e consentire loro di rapportarsi armoniosamente.

«Non sono le differenze», nota lo studioso, «ma la loro perdita a provocare la rivalità pazza, la lotta a oltranza tra gli uomini di una stessa famiglia o di una stessa società». Sono gli uguali a cozzare l’uno contro l’altro: «Due desideri che convergono sullo stesso oggetto si fanno scambievolmente ostacolo.

Qualsiasi mimesis che verta sul desiderio va automaticamente a sfociare nel conflitto». Per Girard emblematico di questa violenza mimetica è il caso del fratricidio: Caino e Abele, Romolo e Remo…

In questo scontro, i contendenti non si caratterizzano più per la loro identità, ma proprio perché la perdita di essa li mette tragicamente in condizione di non potersi più differenziare: «La crisi getta gli uomini in un perpetuo affrontarsi che li priva di ogni carattere distintivo, di ogni ‘identità’».

È la tragica esperienza della massificazione che, all’insegna delle mode dominanti, appiattisce i singoli e li omologa. Girard evoca, a questo proposito, «la metafora del diluvio che liquefà ogni cosa, trasformando in poltiglia il mondo solido».

Vi è qualcosa di questa analisi che sembra appropriato al problema del femminicidio. Anche in passato le donne venivano uccise, ma ciò che caratterizza i femminicidi come fenomeno sociale contemporaneo è il fatto che essi nascono spesso dalla giusta pretesa delle donne di godere degli stessi diritti e della stessa libertà degli uomini. Di far valere, insomma, la loro tanto proclamata uguaglianza. È questo che i loro partner non accettano, reagendo con la violenza.

Una violenza che, infatti, a bene vedere, non nasce – come nelle uccisioni di donne del passato – dalla prepotenza del maschio, ma dalla sua disperazione nello scoprire la propria debolezza di fronte all’emergere della libertà di un soggetto che non riesce più a controllare. Una disperazione che a volte sfocia, come nel caso dell’assassino di Elisa Mulas, nel suicidio.

Autorealizzazione e omologazione

Non c’è dunque soluzione a questa inquietante corrispondenza tra crescita nell’uguaglianza e violenza sulle donne? Prima di accettare una simile conclusione sarebbe il caso di chiedersi se davvero l’uguaglianza debba tradursi – come nella interpretazione datane da Girard – in una perdita delle differenze.

È possibile una uguaglianza che non sia omologazione, che si realizzi cioè non malgrado le diversità, ma proprio attraverso di esse? Forse sì, ma a patto di superare alcuni luoghi comuni che oggi contribuiscono a questo appiattimento e, d conseguenza, danno luogo alla conflittualità selvaggia tra gli individui.

Uno è sicuramente quello per cui, nella crisi generale dei valori e dei fini tradizionali, la sola molla delle nostre scelte è rimasta la ricerca dell’autorealizzazione. Se oggi si chiede a un giovane perché vuole fare una professione, per esempio quella del medico, nella stragrande maggioranza dei casi la risposta sarà che vuole realizzarsi.

E in questo, sicuramente, vi è qualcosa di valido, che l’idea di missione, dominante nel passato, rischiava di lascare in ombra. Ma vi è anche la caduta in un eccesso opposto, che nasconde, a sua volta, un aspetto decisivo.

Perché la medicina non è nata affinché i medici si realizzino, ma per curare i malati. Come del resto qualunque altra professione, essa implica che la realizzazione dichi la pratica sia la conseguenza del perseguimento del fine proprio di quello specifico lavoro. La missione non è tutto, ma non può essere liquidata, come oggi avviene.

Qualcosa del genere vale per il rapporto di coppia. Se due persone si sposano o intraprendono una convivenza stabile solo perché ognuno dei due cerca in questo di realizzarsi, e non per costituire una famiglia – qualcosa di più, insomma, della somma dei rispettivi interessi – il risultato inevitabile sarà la precarietà di una relazione che durerà solo finché uno dei due non avrà l’impressione che si può realizzare meglio con una persona diversa dal suo attuale partner.

Lo slogan «stiamo insieme finché stiamo bene insieme» implica che non ci sia – che non sia mai nata – una comunità vera, a cui sacrificare qualcosa dei propri interessi particolari. La crisi attuale di tanti matrimoni, come l’instabilità di tante convivenze, è legata a questa premessa.

Nel mito dell’autorealizzazione, assolutizzata e resa indipendente dai suoi contenuti concreti, vengono inghiottite, come in un buco nero, le differenze di fini che distinguono la realizzazione di una persona da quella di un’altra. Se tutti vogliono solo realizzarsi, non ci sono più capacità e compiti specifici che caratterizzino la realizzazione di uno rispetto a quella dell’altro.

Questo vale anche per l’uomo e la donna. Alcune note studiose femministe (Butler, Haraway) insistono sulla necessità per le donne di rinunziare alla prospettiva della maternità. Naturalmente, in nome dell’autorealizzazione.

In questa lotta per la stessa cosa – la vuota realizzazione di sé – si traduce efficacemente anche la logica della società neocapitalista, che distingue le presone non per quello che sono, nella loro inconfondibile e preziosa identità, ma per il loro maggiore o minore successo.

L’uguaglianza, come in «Squid game», sta nell’avere lo stesso punto di partenza per questa corsa alla sopravvivenza, anche a costo della vita degli altri.

In questo grande gioco gli uomini scoprono nelle donne delle concorrenti. E sperimentano il capovolgimento dei ruoli, perché, adottando il loro stesso stile, esse spesso sono in grado di raggiungere risultati migliori.

Abituato da sempre a un predominio di genere, che prescindeva dalle qualità personali dei singoli e si fondava aprioristicamente sulla sua identità biologica, il maschio si trova spiazzato dall’ascesa vertiginosa di donne sempre più capaci di rimettere in discussione il suo primato sia nel campo degli studi e del lavoro, che in quello della vita sessuale ed affettiva.

Questo spiega perché l’uguaglianza – “questa” uguaglianza, che annulla le differenze perché sostituisce alle persone e ai loro desideri una corsa selvaggia all’autorealizzazione – produca i femminicidi. Il maschio, sgomento e infuriato, reagisce con la violenza. Verso l’altra e, alla fine, verso se stesso.

Uomini e donne si possono salvare solo insieme

Ci vogliono le leggi, ci vogliono sistemi più efficaci di tutela delle donne, ma nessuna risposta giuridica o di pubblica sicurezza può sostituire quella che dovrebbe essere rappresentata da una rivoluzione culturale, capace di restituire all’autorealizzazione i suoi contenuti e, con essi le differenze tra le persone.

Solo la ricoperta di un’uguaglianza nella diversità potrà garantire agli uomini il recupero della loro identità maschile, in una logica che non sia quella del potere e del dominio – come spesso è stato in passato – e, alle donne, un’emancipazione che non le liberi solo da una mortificante subordinazione, ma anche dai parametri culturali devianti mutuati proprio dal mondo maschile.

Per salvare le donne dalla violenza bisogna aiutare gli uomini a ritrovare se stessi in una prospettiva nuova, dove autorealizzazione e missione si compenetrino. E per salvare gli uomini bisogna aiutare le donne a vivere la loro giusta emancipazione a tutti i livelli – affettivo, professionale, politico – puntando sulla loro identità, prima che sul successo.

 *Pastorale Cultura Diocesi di Palermo

 www.tuttavia.eu

 

 

venerdì 22 dicembre 2017

OMOLOGATI DALLA SCUOLA FORMATO OCSE

Si parla di autonomia scolastica, nei fatti però lo sforzo legislativo degli ultimi due decenni si è risolto in un processo di standardizzazione Ma questo è davvero insegnamento?

                                                                                                                                                          di ROBERTO CARNERO

Forse mai come in questi ultimi anni, nella storia repubblicana si è parlato e si parla di scuola. Il dibattito intorno alla legge sulla 'buona scuola' (la legge 107 del 2015) è stato assai acceso, determinando una polarizzazione delle posizioni, a favore o contro i contenuti della legge. Secondo molti osservatori, quel provvedimento (un monstrum costituito da un unico articolo con 212 commi, per evitare emendamenti) passato grazie alla fiducia (quindi in assenza di un’adeguata discussione parlamentare) è stato una delle ragioni della caduta del governo di Matteo Renzi ('punito' al referendum da tanti insegnanti che non avrebbero accettato un simile diktat su una materia così complessa e delicata).                  Tuttavia con quella legge l’Italia non faceva altro che adeguarsi alle politiche scolastiche raccomandate dall’Ocse ai suoi Paesi membri (e recepite in quanto tali dall’Unione Europea), vale a dire gli Stati più industrializzati del mondo: dagli USA al Canada, dal Regno Unito alla Germania, dalla Svezia alla Corea del Sud. Che cosa viene chiesto di mettere in atto? Procedure, norme, programmi volti a implementare sostanzialmente due voci: la standardizzazione dei percorsi didattici e la misurazione dei risultati raggiunti. Sono obiettivi che stanno diventando sempre più una sorta di nevrosi ossessiva per i governi, i ministri dell’Istruzione e, a cascata, i responsabili degli uffici scolastici regionali, i presidi, gli insegnanti.
Standardizzare significa che tutti devono fare la stessa cosa. Misurare vuol dire valutare in maniera oggettiva il raggiungimento di certi parametri. Peccato che queste siano cose spesso antitetiche a un autentico lavoro educativo. Ogni vero maestro ha una sua dose di originalità che rifugge all’omologazione. L’educatore semina, ma molte volte non fa in tempo a vedere i frutti, che matureranno dopo. Esempio della pretesa di misurazione del successo dell’azione formativa sono le famigerate prove Invalsi, che dal prossimo anno scolastico verranno somministrate anche agli studenti dell’ultimo anno di scuola superiore. Si pretende di misurare anche il valore delle iniziative di aggiornamento dei docenti, comprese quelle programmate dagli enti formatori accreditati dallo stesso ministero dell’Istruzione.
Qualche giorno fa ho avuto una garbata discussione con il dirigente di un prestigioso liceo milanese, presso il quale alcuni docenti mi hanno chiesto di intervenire a un incontro sulla narrativa italiana degli ultimi decenni. Mi chiama al telefono questo preside, peraltro amico di vecchia data, e mi dice: «Carissimo, il convegno che state organizzando da noi è davvero bello, non vedo l’ora di parteciparvi. Ma quale sarà la ricaduta sulla didattica? Come possiamo misurare questo aspetto?». Ecco, anche lui vittima di questa ideologia del metro e del centimetro. La risposta alla sua domanda è infatti evidente: è chiaro che se i docenti di Italiano approfondiscono la produzione letteraria più recente saranno spinti ad affrontare in classe quei testi e quegli autori, giungendo così a svolgere finalmente una parte di programma quasi sempre trascurata.
Nel suo recente volume “Le dieci leggi del potere. Requiem per il sogno americano” (Ponte alle Grazie, pagine 178, euro 14,00) il celebre linguista Noam Chomsky denuncia esattamente tale tendenza «a ridurre l’istruzione a competenze meccaniche e a sminuire la creatività e l’autonomia, sia negli studenti sia negli insegnanti». Quegli slogan del 'didatticamente corretto' che oggi va per la maggiore, .....

Leggi. OMOLOGATI