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giovedì 19 marzo 2026

OLTRE IL PATRIARCATO


IL VANGELO 

OLTRE IL PATRIARCATO 



La teologia femminista come pratica di trasformazione.


Il femminismo è una pratica trasformativa. Non è soltanto un’elaborazione teorica, ma è soprattutto un posizionamento dentro la realtà e tale posizionamento è la ferma convinzione che le donne debbano avere le medesime possibilità di vita degli uomini. Nell’analizzare la bontà delle pratiche sociali o dei valori o dei prodotti culturali (dai linguaggi alle narrazioni, dalle leggi alle teologie) i femminismi si chiedono sempre se ciò che stiamo guardando è capace di dare alle donne le stesse opportunità di vita che hanno i maschi, oppure se perpetuano la situazione attuale per la quale (pur con innumerevoli varianti e intensità) nascere femmine svantaggia sotto ogni punto di vista e (ancora) in ogni angolo del pianeta. L’analisi femminista è dunque legata a una pratica di trasformazione, ad azioni concrete personali, collettive e politiche, che mirano a rendere i rapporti sociali e le culture paritari e inclusivi. 

Ora, se il presupposto è ritenere ingiusto che le donne non abbiano le stesse opportunità di vita degli uomini, il nemico da sconfiggere perché questo finisca è un silenzioso e innominato sistema socio-culturale che definiamo patriarcato. Con questo si intende un sistema di riferimento valoriale e pratico per il quale si ritiene normale (e si costruiscono pratiche e sistemi sociali conseguenti) che gli uomini maschi abbiano maggiori opportunità di accesso ad ogni tipo di bene proprio in quanto maschi. 

Tutto questo non è estraneo alla teologia e alla tradizione ecclesiale, perché queste sono storicamente e culturalmente collocate per cui il sistema patriarcale ha contaminato pesantemente le pratiche, le parole e i riti ecclesiali. Il problema per la Chiesa è che il Vangelo non è patriarcale e promette la pienezza della vita per donne e uomini senza offrire criteri di discriminazione o differenze di ruoli per credenti femmine e credenti maschi. 
Le interpretazioni patriarcali del Vangelo, dunque, che discriminano le donne e ne limitano le possibilità di accesso alla vita e alla pratica ecclesiale, sono da ritenersi illegittime, contrarie al Vangelo stesso. 

Questo è il cuore della teologia femminista, che ha oramai 60 anni di pubblicazioni scientifiche per ogni aspetto della fede cristiana. E da qui deriva una predicazione che ha la pretesa di trasformare le istituzioni ecclesiali e tutto ciò che le riguarda, proprio come il femminismo tout court ha la pretesa di trasformare le società e le culture. 

Il problema è che mentre la predicazione fondata sulla riflessione critica femminista è accolta dalle chiese per lo più con entusiasmo (basta vedere quante teologhe vengono chiamate a predicare nelle parrocchie, nelle diocesi, negli istituti religiosi, e a quante è chiesto di scrivere testi divulgativi e scientifici), non mancano persone (soprattutto fra i responsabili ecclesiali) che ritengono questo tipo di riflessione teologica contraria al Vangelo o ai (del tutto presunti) valori cristiani. Questo accade perché moltissimi credenti non si interrogano per niente sulla condizione delle donne e non pochi ritengono che la condizione precedente le conquiste femministe fosse di gran lunga migliore per le società e per le donne stesse. Non possono dirlo in questo modo, quindi si nascondono dietro perifrasi mistificatorie come: l’eguaglianza non deve farci perdere la ricchezza della differenza (traduci: la pari dignità non si discute, ma guadagnare meno o non avere parola pubblica nella chiesa sono la vostra specifica differenza); va bene combattere le ingiustizie ma non bisogna scadere nella rivendicazione (traduci: puoi anche dire che sei discriminata, ma non devi pretendere di cambiare il sistema perché altrimenti quelli che ora ne sono avvantaggiati perdono i loro privilegi) e via così. Altro argomento molto gettonato per screditare le riletture femministe, senza poterle contrastare nel merito e nella solidità delle loro proposte e senza poterne negare la capacità liberante e vivificante per molte e molti, è quello di richiamarsi alla natura. Ci sarebbe una differenza di natura fra maschi e femmine, voluta da Dio, e questa differenza di natura (che nessuno sa definire) si traduce spontaneamente e pacificamente (cioè acriticamente e senza nessuna reale riflessione) in differenti ruoli o opportunità legati al fatto di nascere maschi e femmine. 

Le resistenze dipendono sostanzialmente dal fatto che non si vuole in nessun modo cambiare un sistema di relazioni (che sia la società e la chiesa poco importa, come poco importa cosa dice il Vangelo in proposito o quale sia stato lo stile di Gesù e delle prime comunità cristiane) che vede gli uomini avvantaggiati e responsabili della vita delle chiese senza alcun bisogno del contributo delle donne, qualunque siano i loro carismi e la loro formazione (se non per gentile concessione maschile di volta in volta). 

La situazione ricorda quella dei movimenti contro la schiavitù delle persone nere: si guarda a chi vuole “innovare” come ad un sovvertitore dell’ordine naturale, che poi sarebbe quello che viene da Dio. I neri erano considerati da molti schiavi per natura, cioè per volontà di Dio che li aveva creati così, similmente ancora si afferma che le donne vadano confinate in ruoli “specifici” e spazi “adeguati” per natura, cioè perché Dio le ha create così. Il problema per le chiese è che tale argomento non tiene in nessuno dei due casi né sul piano razionale né sul piano evangelico. 

Anzi, quando le teologhe femministe propongono le loro interpretazioni molte persone sentono cadere pesi che gravavano sulle loro spalle e che nemmeno sapevano di avere, mentre altri (di solito quelli che hanno fatto del sistema ingiusto in cui viviamo qualcosa di legato alla propria identità) si stizziscono. 
Certo chi è in posizione di potere non ha alcun interesse nella promessa di Dio di innalzare gli umili, come chi gode della ricchezza sovrabbondante può solo temere di perdere parte del proprio superfluo se quelli che ora sono affamati verranno saziati. D’altra parte il ragionamento è sensato: se il potere e le responsabilità vengono aperte alle donne, ce ne saranno meno per gli uomini, così come se le ricchezze vengono meglio distribuite, chi ora è nell’abbondanza avrà di meno. Tale logica, però, per quanto facile da comprendere, non ha alcun valore per chi ha fatto del Vangelo il fondamento della propria esistenza: questi vogliono la vita per tutti e tutte, hanno fame e sete della giustizia, non vogliono che nemmeno uno di questi piccoli e piccole si perda, sanno che Dio non fa preferenza di persone

È molto doloroso in quanto teologhe femministe accorgersi della reazione contraria di persone che credono nel nostro stesso Vangelo. Ci si domanda con tristezza perché non riescano a vedere la bellezza di promuovere la vita di tutti, ma si ha ben chiaro che nessuno ci è nemico se non il sistema culturale che ci imbriglia tutti e cerca di sottrarci il Vangelo. Per questo si può solo continuare a studiare, fondare interpretazioni, offrire risultati, avviare pratiche trasformative, prendere parola qualificata, perché sappiamo che questo porterà più vita non solo a noi, ma a tutti, come il Vangelo insegna.

 

venerdì 3 gennaio 2020

PAPA FRANCESCO E LE DONNE

IL FEMMINISMO RIVOLUZIONARIO DI PAPA FRANCESCO

Giuseppe Savagnone

Oltre la retorica
Ha colpito tutti, nella prima omelia di papa Francesco in questo nuovo anno 2020, – incentrata sul tema della dignità della donna –, la forza e la concretezza con cui il pontefice ne ha parlato. Assai meno frequente è stata un’analisi più attenta e approfondita di ciò che distingue questo messaggio dai tanti, apparentemente simili, che oggi si incontrano quotidianamente sui mezzi di comunicazione, e lo salva dalla retorica.
La maternità di Maria non riguarda solo il cielo, ma la terra
Una prima differenza sta nello spessore teologico che ha caratterizzato la riflessione del papa. Il 1 gennaio per la Chiesa è la solennità di Maria Madre di Dio. Ma questo mistero, nel discorso di Francesco, non rimane un teorema celeste, perché ha un preciso riscontro terrestre: «Se vogliamo tessere di umanità le trame dei nostri giorni, dobbiamo ripartire dalla donna. Da lei [Maria], donna, è sorta la salvezza e dunque non c’è salvezza senza la donna». La figura della Madonna diventa, in questa prospettiva, una chiave di interpretazione per la nostra storia, che deve puntare sulla dimensione femminile per recuperare la sua valenza umana.
L’orizzonte cosmico della femminilità
In un tempo come il nostro, poco abituato a guardare i particolari nell’orizzonte del loro senso ultimo, sono parole difficili da capire. Ma esse riscattano la questione femminile dalla banale logica di una rivendicazione para-sindacale e danno ad essa uno sfondo che le rende il suo pieno significato.
Perché nella generazione del Cristo, Verbo di Dio, da una povera ragazza ebrea, si è realizzato il compimento della storia non solo dell’uomo, ma anche del cosmo. E alla luce di questo assume tutto il suo significato che la nascita di Eva sia stata l’ultimo atto della grande vicenda narrata nella Genesi: «La donna» – ha fatto notare il papa, «giunge al culmine della creazione, come il riassunto dell’intero creato. Infatti racchiude in sé il fine del creato stesso: la generazione e la custodia della vita, la comunione con tutto, il prendersi cura di tutto».
Le ricadute concrete della visione teologica
Non si tratta di un’evasione dalla realtà effettiva di ogni giorno, ma di una sua rilettura, carica di conseguenze, che la valorizza pienamente: «È proprio della donna prendere a cuore la vita. La donna mostra che il senso del vivere non è continuare a produrre cose, ma prendere a cuore le cose che ci sono. E solo chi guarda col cuore vede bene, perché sa “vedere dentro”». 
È un appello al rispetto della dignità della vita e alla interiorità che la rende pienamente umana, oggi sa così spesso dimenticata. Ma è anche un riferimento inequivocabile a una realtà sociale che ha sostituito il primato della produzione («produrre cose») a quello della cura dell’esistente («prendere a cuore le cose che ci sono»). Il problema ecologico nasce precisamente da questo equivoco drammatico.
Un femminismo che mette in discussione il sistema
E qui emerge la seconda differenza del femminismo di papa Francesco da quello oggi “di moda”. Esso non si limita a rivendicare i diritti delle donne, ma implica una forte critica a tutto l’assetto culturale ed economico della società e individua in questo assetto la radice della violazione di questi diritti.
Certo, nella sua omelia il pontefice denunzia con grande energia la violenza nei confronti delle donne, partendo dallo sfondo teologico che ne evidenzia la tragicità, ma al tempo stesso riferendosi ai concreti fenomeni sociali in cui essa si manifesta: «Le donne sono fonti di vita. Eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, indotte a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo. Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio, nato da donna».
Anche la prostituzione e l’aborto sono violenza sulla donna
Si noti, però, che la denunzia del papa non riguarda solo gli stupri e i femminicidi, di cui giustamente molto si parla, ma anche la prostituzione e l’aborto – che la nostra società spesso considera invece una espressione della libertà delle donne –, evidenziando il pesantissimo condizionamento sociale che rende in realtà queste “scelte” assai meno libere di quanto di pretenda.
Già qui comincia ad affiorare un importante spostamento del focus, dalle prevaricazioni maschili – che ci sono – a quelle che vengono da una cultura e da un contesto socio-culturale diffusi e spesso sostenuti e alimentati anche da chi condanna le prime.
L’importanza del corpo
In questo attacco al “sistema” Francesco ha dedicato una particolare attenzione agli abusi che colpiscono il corpo femminile. Per farlo è partito, ancora una volta, dalla prospettiva teologica, che, centrata com’è sulla “maternità” di Maria, è intrisa di rifermenti alla corporeità concreta: il corpo femminile «va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati!». «Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità».
Il femminismo di Francesco contesta una società disumana
E quale sia il livello di umanità della società consumistica in cui viviamo immersi lo abbiamo sotto gli occhi: «Quante volte», ha detto il papa, «il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare». Il corpo della donna, ha sottolineato, «va liberato dal consumismo».
Il femminismo, in questa prospettiva, viene riscattato dal rischio di rimanere la rivendicazione, da parte delle donne, di condividere a pieno titolo i vantaggi della condizione degli uomini, così com’è nella logica del neocapitalismo imperante, e diventa un femminismo che implica una critica radicale a questa logica, evidenziando che proprio in essa stanno le radici del disagio femminile – come, in altre modalità, di quello maschile.
“Prima le donne”, non “prima gli italiani”
Ne consegue, fra l’altro, che questo discorso non può essere circoscritto ai diritti “delle italiane”, ma riguarda ogni donna: «Ci sono madri che rischiano viaggi impervi per cercare disperatamente di dare al frutto del grembo un futuro migliore e vengono giudicate numeri in esubero da persone che hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».
Qui la polemica non è contro i maschi, ma contro tutte le persone – donne comprese – che «hanno la pancia piena, ma di cose, e il cuore vuoto di amore».
L’amore è libertà, ma anche responsabilità
E l’amore – papa Francesco l’ha più volte ribadito di fronte a chi continua a distorcere il suo messaggio – non è cieco e indiscriminato “buonismo”, ma responsabilità. Di questa responsabilità la “cultura dei diritti”, in cui spesso il femminismo corrente confluisce, rischia di farci perdere il senso, identificandosi con una prospettiva individualista che esalta i diritti senza i doveri – verso le persone, verso la giustizia, verso il bene comune.
Così inteso, però, il femminismo finisce per muoversi all’interno di un falso ordine precostituito, invece di contestarlo alla radice. Una cultura dell’amore non si limita ad auspicare che le donne diventino libere come oggi lo sono già gli uomini, ma propone un modello diverso di libertà che sia anche reciproca responsabilità.
Francesco contro il maschilismo della Chiesa
Si potrà obiettare che, mentre la Chiesa predica bene, di fatto razzola molto male, restando spesso, nella sua mentalità e nei suoi stili interni, fortemente maschilista. Non è necessario essere laicisti per considerare questa critica più che fondata. Lo testimonia il fatto che proprio papa Francesco l’ha condivisa, cercando – con esiti alterni – di vincere le innumerevoli resistenze che si oppongono a una reale trasformazione.
Nel marzo 2018, in una lettera, ha scritto: «Mi preoccupa il persistere nelle società di una certa mentalità maschilista, mi preoccupa che nella stessa Chiesa il servizio a cui ciascuno è chiamato, per le donne, si trasformi a volte in servitù».
In particolare il papa ha avuto il coraggio di affrontare il tema delicatissimo del ruolo delle suore, a volte adibite a compiti di mera manovalanza all’interno di case di ritiri o di centri di spiritualità, oppure negli episcopi, al servizio di vescovi e cardinali.
Con l’immediatezza che lo caratterizza, nel maggio 2016, parlando all’Unione Internazionale Superiore Generali, ha chiesto loro di avere il coraggio di dire “no” quando viene chiesta «una cosa che è più di servitù che di servizio». «Quando si vuole che una consacrata faccia un lavoro di servitù» – aveva insistito con forza – «si svaluta la vita e la dignità di quella donna. La sua vocazione è il servizio: servizio alla Chiesa, ovunque sia. Ma non servitù!».
Non è un punto d’arrivo, certo, ma è una dimostrazione della coerenza e della serietà con cui questo pontefice si rivolge oggi al mondo per avvertire che il cristianesimo, malgrado tutti i tentativi di imprigionarlo negli schemi della conservazione, è rivoluzionario.




sabato 30 novembre 2019

LA TRAGEDIA DELLE DONNE VITTIME DI VIOLENZA

-   di Giuseppe Savagnone

È di alcuni giorni fa la pubblicazione di una statistica dell’Eures, secondo cui in questi primi dieci mesi dall’inizio dell’anno, sono state uccise in Italia 94 donne. Una ogni tre giorni.
Nel 2018 i femminicidi erano stati 142 – il 38% degli omicidi commessi in Italia –, di cui 78 per mano di partner o ex partner. Dal 2000 ad oggi le donne uccise in Italia sono state 3.230. E il trend di questi ultimi anni è quello di una continua crescita, in controtendenza rispetto a quello degli omicidi nel loro insieme, che nel nostro Paese sono in forte calo anno dopo anno.
Qualcuno si stupisce dell’enfasi posta sul termine “femminicidio”, per descrivere il fenomeno e si chiede se si possa parlare di una categoria a se stante di reati. La risposta è nella definizione di questo termine nel libro di Diana Russell nel libro Femicide, del 1992: «Una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna proprio perché donna (…) in un contesto sociale che permette e avalla la violenza degli uomini contro le donne».
Una violenza a senso unico
Ovviamente questo non significa che non ci siano casi di donne che uccidono uomini. Ce ne sono anche che li aggrediscono o li maltrattano. Ma, sempre secondo i dati Eures, nel 2018 il 92% delle violenze sessuali, il 76% delle denunce per stalking e l’81% di quelle per maltrattamenti in famiglia sono state fatte da donne.
Per non parlare delle tante mogli o figlie che non hanno il coraggio di denunziare i loro mariti o padri. Il fenomeno peraltro non accenna ad attenuarsi. Un rapporto della Polizia di Stato rileva che per esempio nel mese di marzo 2019, in media, ogni 15 minuti è stata registrata una vittima di violenza di genere di sesso femminile. In questo quadro, è difficile parlare di una reciprocità …
Le leggi necessarie
Si sta cercando di far fronte a questa piaga sul piano legislativo. Nello scorso agosto è entrata in vigore la legge n. 69, cosiddetta “Codice rosso”, che ha innovato e modificato la disciplina penale, sia sostanziale che processuale, della violenza domestica e di genere, rendendo più celere l’avvio del procedimento penale e più aspra la sanzione per i reati dii maltrattamento in famiglia, stalking, violenza sessuale, prevedendo anche una maggiore tempestività per eventuali provvedimenti di protezione delle vittime.
Al divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, il giudice può aggiungere l’utilizzo di mezzi elettronici come l’ormai più che collaudato braccialetto elettronico.
Tutto ciò è giustissimo e su questa via possono essere sicuramente ottenuti risultati significativi; però non risolve il problema dei femminicidi alla sua radice, che è culturale.
La crisi della virilità
A prima vista, è vero, essi sembrerebbero risalire a ragioni che da sempre caratterizzano la dialettica del rapporto uomo-donna. Secondo Eures «il principale movente dei femminicidi familiari risulta quello della gelosia e del possesso (impropriamente definito passionale), riscontrato nel 32,8% dei casi; seguono, con ampi scarti, le liti e i dissapori (16%) e il disagio della vittima (15,1%)».
Ma a questo, che sicuramente rimane lo sfondo, oggi bisogna aggiungere un fatto nuovo che, almeno in Occidente, sta modificando radicalmente i termini di questa dialettica. Mi riferisco al declino di quell’insieme di fattori psicologici, caratteriali e culturali che tradizionalmente venivano definiti “virilità”.
Sono ovviamente consapevole delle distorsioni maschiliste che questo termine ha rivestito per secoli e che, soprattutto nel Meridione, hanno dato luogo a una serie di drammatici equivoci riguardanti l’onore di un uomo. Ma il suo tramonto, nell’uso corrente, non è legato soltanto al felice superamento di quelle distorsioni e di quegli equivoci. C’è qualcosa di più profondo, che assume un significato epocale alla luce dell’affermazione del movimento femminista nei Paesi occidentali.
Lo smarrimento del maschio
Perché questa affermazione, che ha cambiato radicalmente la concezione della donna, i suoi atteggiamenti e il suo ruolo nella società, ha profondamente inciso – né poteva essere diversamente – sul modo in cui gli uomini vedono se stessi e si rapportano all’altro genere.
Abituato da sempre a un predominio di genere, che prescindeva dalle qualità personali dei singoli e si fondava aprioristicamente sul possesso di alcune caratteristiche anatomiche, il maschio si è trovato, nel giro di pochi decenni, totalmente spiazzato dall’ascesa vertiginosa di donne sempre più capaci di rimettere in discussione il suo primato sia nel campo degli studi e del lavoro, che in quello della vita sessuale ed affettiva.
Il feminicidio come segno di debolezza
Forse andrebbe cercata qui la spiegazione del diffondersi della tragedia dei femminicidi. Alla base, nella maggior parte dei casi, c’è un disperato tentativo dell’uomo di riaffermare il proprio potere su una compagna che ormai ha una propria vita professionale, a volte più riuscita della sua, e che anche nei rapporti di coppia rivendica il proprio diritto a non essere solo un oggetto, ma una persona, libera come tale di fare le sue scelte.
Se questa lettura è corretta, i crimini in questione non sono, come potrebbe credersi a prima vista, la prova del perpetuarsi dell’antico dominio del maschio, ma il segno di specie di disperazione, la rabbiosa reazione alla scoperta di una impotenza, un sordo risentimento a cui i più fragili non trovano altro sfogo che quello di uccidere.
Non è un caso che a volte questo folle gesto venga percepito dallo stesso assassino come una forma di autodistruzione, portandolo al suicidio o a denunciarsi spontaneamente.
Più in generale, oggi si registra una diffusa difficoltà degli uomini di accettare e di vivere la propria virilità in un mutato contesto relazionale, che ne ha cambiato i connotati tradizionali, ma che potrebbe portare alla sua riscoperta in termini nuovi.
Una potenzialità non compresa
Perché l’emancipazione delle donne non dovrebbe, di per sé, minacciare l’identità maschile, anzi potrebbe costituire un suo approfondimento, liberandola dagli stereotipi quasi macchiettistici che si accompagnavano all’immagine del “maschio”.
La denunzia, da parte del movimento femminista, delle storture  di una civiltà fallo-logo-centrica fondata sulla logica del dominio e su una interpretazione riduttiva  della razionalità, potrebbe costituire una lezione importante a cui non solo le donne, ma soprattutto gli uomini dovrebbero essere attenti, per ripensare la loro identità virile in una prospettiva la liberi dalle storture del passato.
Non si tratterebbe per loro di una rinunzia, di una resa, ma di una conquista. Perché sono stati loro, innanzi tutto, le vittime della società che essi stessi hanno costruito sul mito del potere, del denaro e del successo, sacrificando spesso al lavoro e al guadagno le relazioni umane. Quanti professionisti incapaci di anticipare il ritorno a casa per godersi la semplice gioia della vita familiare!
Per non parlare della violenza sistematica nei confronti della terra – si è parlato di una specie di stupro – da parte di una tecnica ispirata alla logica maschile della penetrazione e volta allo sfruttamento illimitato della natura, con i risultati disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti.
Una possibile involuzione del femminismo
La protesta del femminismo contro tutto ciò non è stata solo una rivendicazione unilaterale da parte di un genere contro l’altro, bensì un prezioso servizio ad entrambi.
Se mai sono le sue involuzioni che, tradendone l’esigenza di fondo, hanno a volte fatto sì che, invece di aiutare gli uomini a vivere in modo più autentico la loro virilità e le donne la loro femminilità, in un contesto di reciprocità e di pari dignità, questa lotta si sia risolta talora in un indebolimento di entrambe, dando luogo a donne sempre più “maschilizzate” e a uomini sempre più effeminati. Da qui il fenomeno sempre più diffuso di una “donna in carriera”, che insegue il successo sopra ogni altro valore, e di un uomo sempre più fragile, irresoluto, smarrito e – come logica conseguenza – violento.
Evitare una sconfitta per tutti
Si badi bene: come la vittoria delle donne non avrebbe dovuto essere una sconfitta degli uomini, ma la crescita di una relazione che avrebbe potuto arricchire entrambi, così il declino dell’uomo non è una vittoria per le donne, che sono le prime, oggi, a risentire e a soffrire, nella prospettiva di una vita di coppia, del vuoto di virilità che colpisce l’altro genere.
Resta il fatto che il femminicidio è un prezzo che una società civile non può e non deve accettare di pagare. Ben vengano, per questo, le misure repressive. Ma, un tempo in cui si parla molto, giustamente, dei passi ancora da fare per riconoscere alle donne i loro diritti, forse sarebbe il caso di tenere presente che tra questi c’è anche quello ad avere di fronte degli uomini che siano tali.


martedì 8 marzo 2011

DONNE. LA LUNGA MARCIA DEI DIRITTI

Abbiamo lottato per la parità. Abbiamo urlato nelle piazze che noi eravamo come loro, gli uomini. Abbiamo pensato che vivere libere equivalesse ad essere la loro copia, bella o brutta che fosse, una specie di clone asessuato, mascolinizzato. Abbiamo bandito la femminilità come fosse un orpello e lo stigma di una manifesta inferiorità. E così, in nome del femminismo, abbiamo rinunciato ad essere femmine, e prima ancora donne .......

Leggi: Donne. La lunga marcia dei diritti

 Casa e lavoro: Le donne lavorano più dei maschi. L’Ocse fotografa una situazione ancora troppo sbilanciata sul lavoro familiare E va così in tutti i Paesi occidentali.