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venerdì 7 agosto 2026

LA RECINZIONE E LO SPECCHIO

 


Il PAESE CHE 
HA BISOGNO 
DI IMMIGRATI…
E NE HA PAURA!



Ci sono bugie che non trionfano perché siano vere, ma perché risultano straordinariamente utili. 
La più grande bugia del nostro tempo è presentare l’immigrazione come il problema principale dell’Europa quando, paradossalmente, costituisce una delle condizioni per la sua sopravvivenza.


-di Evaristo Villar

La recinzione e lo specchio

L’alba sorge a Ceuta. Dall’altra parte della recinzione, un gruppo di giovani attende in silenzio. Non gridano. Non sventolano bandiere. Solo uno zaino, una borraccia e quel misto di paura e speranza che spinge ad attraversare deserti, mafie e confini. Davanti a loro, guardie, filo spinato e protocolli. Alle loro spalle restano il Sahel, le guerre dimenticate, la fame, il cambiamento climatico e l’assenza di futuro.
Tra questi due mondi ci sono appena pochi metri. Ma questi metri ora separano due modi di intendere la civiltà. Perché il vero muro non è a Ceuta. È nelle nostre menti.

La bugia utile.

Ci sono bugie che non trionfano perché sono vere, ma perché sono straordinariamente utili.
La più grande del nostro tempo è presentare l’immigrazione come il grande problema dell’Europa quando, paradossalmente, essa è una delle condizioni per la sua sopravvivenza.
La Spagna sta invecchiando rapidamente. Ha uno dei tassi di natalità più bassi al mondo. La Banca di Spagna, l’OCSE e la Commissione europea concordano sul fatto che il contributo dell’immigrazione sia fondamentale per sostenere la crescita economica, il mercato del lavoro e, a medio termine, il sistema pubblico
pensionistico. Basta osservare il raccolto nei nostri campi coltivati, le serre di Almería, gli hotel lungo la costa, gli ospedali, le case di riposo per anziani o i cantieri nelle nostre strade e città per rendersene conto.
Abbiamo bisogno degli immigrati. Eppure ne parliamo come se fossero un problema da cui dovremmo difenderci. Questo è il paradosso.

Il business della paura
La Spagna non è sola in questo dibattito. Donald Trump ha fatto dell’immigrazione un pilastro della sua imprevedibile e crudele politica. In numerosi paesi europei l’estrema destra è in crescita e attribuisce allo straniero la responsabilità dell’insicurezza, della perdita dell’identità nazionale e persino della crisi dello stato sociale. L’Unione Europea oscilla tra la difesa dei diritti umani e la tentazione di
blindare i propri confini.
La paura ha sempre prodotto buoni risultati elettorali. La storia, d’altro canto, è stataben peggiore. Zygmunt Bauman ha scritto che gli immigrati finiscono per diventare “stranieri che bussano alla porta», sui quali proiettiamo tutte le nostre insicurezze. È più facile incolpare il nuovo arrivato che chiedersi perché una società ricca generi tanta paura.
L'immigrazione è diventata, così, lo specchio in cui l’Occidente contempla le proprie incertezze. E ciò che vede non gli piace.

La domanda sbagliata
In Spagna da troppo tempo rispondiamo alla domanda sbagliata. Non si tratta solo di sapere quanti immigrati possono entrare. La questione cruciale è un’altra: che progetto di Paese vogliamo costruire con loro?
Perché l’integrazione inizia proprio dove finisce il confine. A scuola.
Nell’apprendimento della lingua. Sul lavoro. Nel quartiere. Nell’accesso a un alloggio dignitoso. Nel rispetto delle leggi. Nell’uguaglianza di diritti e anche di doveri. Regolarizzare non basta. Neanche chiudere. Una società intelligente non sceglie tra porte aperte o muri insormontabili. Sceglie tra integrare o dividere; tra costruire cittadinanza o creare ghetti.
La coesione sociale non nasce dalla paura. Nasce da un progetto condiviso.

Una vecchia domanda a Salamanca

Quasi cinquecento anni fa il filosofo Francisco de Vitoria pose una domanda rivoluzionaria: GLI STRANIERI POSSIEDONO LA STESSA DIGNITÀ CHE ABBIAMO NOI? Quella intuizione  ha cambiato la storia del diritto internazionale.
Cinque secoli dopo, stiamo ancora discutendo proprio della stessa cosa, sebbene utilizziamo parole diverse.
Jürgen Habermas parla di un patriottismo basato sui valori democratici e non sul sangue. Perché ogni persona possiede molteplici identità. Ridurle a una sola è l’inizio del fanatismo.
Il Vangelo, dal canto suo, va ancora più lontano. Inizia con un bambino che fugge con i suoi genitori in Egitto per salvarsi la vita. E si conclude con una frase che continua ad essere scomoda per credenti e non credenti: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt 25,35). Non è un programma di governo. È una misura della nostra umanità.

Chi bussa realmente alla porta?
Forse tra cinquant’anni gli storici non si chiederanno più quanti immigrati siano arrivati a Ceuta, Melilla o alle Isole Canarie.
Si chiederanno come un continente invecchiato, bisognoso di milioni di lavoratori e fiero di aver proclamato i diritti umani, sia riuscito a convincere una parte dei suoi cittadini che coloro che sostenevano una parte crescente della loro prosperità costituissero proprio la loro più grande minaccia.
Questo sarà il vero enigma del nostro tempo. Perché i fili spinati alla fine finiranno per arrugginirsi. Cambieranno i governi, le rotte migratorie e gli accordi internazionali. La cosa difficile sarà abbattere il muro che portiamo dentro di noi.
Perché le civiltà non iniziano a morire quando arrivano troppi stranieri. Iniziano a morire quando perdono fiducia in se stesse e hanno bisogno di crearsi nemici per nascondere le proprie contraddizioni.
Forse un giorno, in un futuro non troppo lontano qualche storico riassumerà la nostra epoca con una frase carica di ironia: «Avevano bisogno di immigrati per sostenere il loro benessere; hanno preferito trovare capri espiatori per assicurarsi i loro voti».
E allora capiremo che la grande crisi d’Europa non è mai stata l’immigrazione.

 È stata la paura.
_______________________________
Articolo pubblicato il 4.8.2026 nel portale “Religión Digital”  www.religiondigital.org).
Traduzione a cura di Lorenzo Tommaselli

Immagine


giovedì 23 gennaio 2025

PROTEGGERE I MIGRANTI


 I vescovi Usa a Trump: «I migranti vanno protetti come i bambini non nati»

 

-     


L’appello della Conferenza episcopale statunitense a rispettare la

 «sacralità della vita umana e la dignità della persona» 

in tutte le sue forme. 

La vescova episcopaliana Budde: «Abbi pietà»


    -di Angela Napoletano 

«Prendersi cura di immigrati, rifugiati e poveri fa parte dello stesso insegnamento della Chiesa che ci richiede di proteggere i più vulnerabili, in particolare i bambini non nati, gli anziani e i malati». È il richiamo rivolto al presidente Donald Trump dalla Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti in vista delle deportazioni di latinos senza documenti autorizzate dalla Casa Bianca.

L’appello è a rispettare la «sacralità della vita umana e la dignità della persona» in tutte le sue forme. Non si può essere contrari all’aborto, questo è il senso dell’esortazione, e favorevoli ai raid contro i migranti irregolari. La nota (in poche righe) diffusa dai vescovi americani, presieduti dall’arcivescovo Timothy Broglio, prosegue a sottolineare la disponibilità della Chiesa cattolica americana a «collaborare con l’amministrazione e il Congresso per promuovere il bene comune», sempre, a prescindere dei «momenti di accordo e disaccordo».

Meno istituzionale è il tono del comunicato diffuso invece dalla diocesi texana di El Paso, al confine con il Messico, che da tempo ha aperto le chiese alla prima accoglienza dei migranti. «Facciamo nostre le loro angosce e loro paure – ha precisato il vescovo Mark Seitz – confidando che il Signore farà emergere il bene anche dal dolore, e che questa prova sarà solo preludio a una riforma reale sull’immigrazione, a una società riconciliata e alla giustizia per tutti coloro che sono costretti a lasciare il proprio Paese».

La voce dei cattolici non è l’unica a gridare «no» al pugno di ferro di Trump contro i disperati arrivati negli Stati Uniti senza autorizzazione. Ha fatto scalpore, martedì, il sermone della reverenda Marianne Budde, 65 anni, la prima donna vescovo della diocesi episcopaliana della capitale, che parlando dal pulpito della Washington National Cathedral, ha sollecitato il neopresidente, seduto in prima fila, «ad avere pietà, in nome di Dio», di immigrati e rifugiati, di chi «fugge da zone di guerra e persecuzioni per trovare, qui, compassione e accoglienza».

L’ammonimento di Budde, che ha chiesto «misericordia» anche per «gay, lesbiche e bambini transgender» spaventati dalle annunciate politiche contro l’identità di genere, ha irritato non poco il tycoon. In post pubblicato sui social poco dopo la messa, The Donald ha bollato la religiosa come «un’estremista di sinistra» che ha trascinato la sua chiesa nella politica «in un modo poco rispettoso». «È stata sgradevole nel tono, poco persuasiva e poco intelligente», ha tuonato, «dovrebbe scusarsi con il pubblico».

www.avvenire.it

La Chiesa statunitense

All'indomani della elezione di Donald Trump come 47.mo presidente degli Stati Uniti d'America, l'arcivescovo Timothy Broglio, presidente della Conferenza Episcopale degli Usa, dichiara ai media vaticani che i vescovi cattolici sono pronti a collaborare con tutti i politici eletti al fine di promuovere il bene comune. "Come cristiani e come americani - afferma - abbiamo il dovere di promuovere il reciproco rispetto, in spirito di carità e con civiltà, anche dialogando con chi la pensa diversamente da noi". In merito al dibattito politico sull'aborto - che al momento coinvolge almeno dieci diversi Stati - l'arcivescovo sottolinea che i vescovi Usa difenderanno sempre i diritti di tutte le persone, anche di quelle non ancora nate.

Negli Stati Uniti siamo fortunati perché viviamo in una democrazia e gli americani si sono recati alle urne per scegliere liberamente chi deve guidare la nazione. Faccio le mie personali congratulazioni al presidente Trump e a tutti i politici che sono stati eletti a livello nazionale e locale. Adesso è il momento di passare dalla campagna elettorale al governo del Paese. Siamo convinti che la transizione da un governo all'altro possa avvenire pacificamente. La chiesa cattolica e la Conferenza episcopale non sono espressione di alcun partito politico e la Chiesa rimane fedele al proprio magistero a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. 

Come vescovi siamo pronti a lavorare con tutti i rappresentanti politici eletti con l'obiettivo di perseguire il bene comune. Siamo una nazione benedetta dal benessere e abbiamo il dovere di prenderci cura degli altri, anche al di fuori dei nostri confini nazionali. Preghiamo affinché il neoeletto presidente Trump e tutti i leader politici possano agire nel rispetto delle responsabilità loro affidate per servire il paese e i cittadini. 

Chiediamo l'intercessione della Santa Madre, patrona della nazione, affinché possa guidarci nella ricerca del bene comune e nel rispetto della dignità di ogni persona umana, in particolare per coloro che sono i più vulnerabili, i nascituri, i poveri, gli stranieri, gli anziani e gli infermi, i migranti”.

Vatican News

 

 

venerdì 6 ottobre 2023

PROFUGHI E MAGISTRATURA

 UNA SENTENZA 

CHE FA DISCUTERE

-         - di Giuseppe Savagnone

 Primo atto

Non accenna a placarsi la tempesta mediatica che vede coinvolta la giudice del tribunale di Catania, Iolanda Apostolico, dopo la sentenza con cui non ha convalidato il fermo di quattro profughi minorenni ospitati presso il Centro di Pozzallo, definendo incostituzionale il decreto del governo nella parte in cui obbliga un richiedente asilo a pagare una «garanzia sanitaria» di 5mila euro per evitare di essere trattenuto nel Centro.

 «Sono rimasta basita di fronte alla sentenza del giudice di Catania», ha commentato la premier Giorgia Meloni. Secondo la presidente del Consiglio, questa decisione «con motivazioni incredibili rimette in libertà un immigrato illegale, già destinatario di un provvedimento di espulsione, dichiarando unilateralmente la Tunisia Paese non sicuro (compito che non spetta alla magistratura) e scagliandosi contro i provvedimenti di un governo democraticamente eletto».

Fin dal primo momento, da parte sua, il vicepremier Matteo Salvini ha insistito, più che sul testo della sentenza, sulla persona del magistrato: «Le notizie sull’orientamento politico del giudice che non ha convalidato il fermo degli immigrati sono gravi, ma purtroppo non sorprendenti».

 Già in questa prima fase della polemica il leader della Lega ha promesso battaglia: «La Lega chiederà conto del comportamento del giudice siciliano in Parlamento, perché i tribunali sono sacri e non possono essere trasformati in sedi della sinistra».

 Da parte sua, la segretaria del PD Elly Schlein, in risposta alle esternazioni della premier, le ha replicato: «La smetta di alimentare lo scontro istituzionale che danneggia il paese. La smettano di cercare un nemico al giorno per nascondere le proprie responsabilità. Se cercano responsabili del disastro sull’accoglienza si guardino allo specchio».

 E ha proseguito: «È la destra che scrive leggi palesemente incostituzionali e poi se la prende con i giudici che fanno il loro lavoro. È la destra che ha messo la firma su tutte le leggi che hanno prodotto questo caos, come la Bossi-Fini che alimenta l’irregolarità, è sempre la destra che non ha mai contrastato il regolamento di Dublino lasciando l’Italia più sola, per allearsi con Polonia e Ungheria che di solidarietà non ne vogliono sapere».

 Sulla vicenda è intervenuta l’Associazione Nazionale Magistrati di Catania: «L’ANM di Catania esprime una posizione ferma e rigorosa a tutela della collega Iolanda Apostolico, persona perbene che ha lavorato nel rispetto delle leggi, e respinge con sdegno le accuse a lei rivolte. Il rapporto tra potere esecutivo e giudiziario andrebbe improntato a ben altre modalità», si legge in una nota del presidente Alessandro Rizzo.

Da parte sua, Iolanda Apostolico non ha voluto commentare, limitandosi a dire: «Non voglio entrare nella polemica, né nel merito della vicenda. Il mio provvedimento è impugnabile con ricorso per Cassazione, non devo stare a difenderlo. Non rientra nei miei compiti. E poi non si deve trasformare una questione giuridica in una vicenda personale».

 Secondo atto

Ma la vicenda non si è conclusa qui. A distanza di pochi giorni, il leader della Lega ha postato su Internet un video che riprende una manifestazione svoltasi nel porto di Catania, in cui la folla rivolge cori contro i membri del governo, all’epoca guidato da Giuseppe Conte, accusandoli di essere «animali» e «assassini».

 Tra i partecipanti c’è anche la giudice Apostolico, anche se per la verità non sembra partecipare attivamente alle proteste. Salvini commenta: «25 agosto 2018, Catania, io ero Vicepremier e Ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla “assassini” e “animali” in faccia alla Polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari….».

 Su questi ultimi sviluppi è intervenuto il consigliere togato indipendente del Consiglio superiore della magistratura, Roberto Fontana: «L’iniziativa del ministro Salvini di inviare un video relativo alla manifestazione del 2018 a Catania vuole confondere i piani.

 La giurisdizione si esprime attraverso i provvedimenti, che ovviamente possono essere criticati e impugnati sulla base di ragioni tecnico-giuridiche. Spostare l’attenzione sulla vita del magistrato e le sue eventuali attività esterne a quella giudiziaria, è un modo per eludere il confronto sul merito del provvedimento e un tentativo di delegittimare l’attività giurisdizionale».

 Di parere opposto il consigliere laico del Csm Enrico Aimi, di Forza Italia, presidente della Prima Commissione del CSM – quella che si dovrà pronunciare sulla pratica a tutela della magistrata di Catania, chiesta da 13 consiglieri togati (la maggioranza del Consiglio) – il quale, a proposito delle «eloquenti immagini del giudice Iolanda Apostolico», riconoscibili nel filmato, scrive: «Il ruolo del magistrato richiede che l’autonomia e l’indipendenza non si limitino esclusivamente allo svolgimento delle funzioni giurisdizionali, ma deve riguardare anche la sua proiezione esterna». E aggiunge: «E’ opportuno non dimenticare mai che la Giustizia è – mutatis mutandis – come la moglie di Cesare: non deve essere solo terza e imparziale, ma deve anche apparire tale».

 Su questa linea, il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha chiesto in una nota che il ministro Nordio disponga un’ispezione a Catania. Più drastico il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, secondo cui  la giudice andrebbe «radiata immediatamente».

 A questo punto è intervenuto il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Santalucia: «A cinque anni di distanza si riprende – non so bene come – un video, quando questo magistrato non convalida il trattenimento dei migranti. Non so bene come spunti il video, se era già online o se appartiene alle forze di polizia come sembrerebbe dal modo in cui sono state effettuate le riprese, alle spalle delle forze dell’ordine che contengono il corteo. Questo mi sembra più grave».

 E ha aggiunto: «Inviterei a valutare la terzietà dei giudici sulla base dei provvedimenti che vengono assunti e delle motivazioni poste alla base, e a non fare invece lo screening al passato, alla vita privata di un magistrato».

 La replica del Carroccio non si è fatta attendere: «Non è un preoccupante screening, siamo di fronte a una manifestazione pubblica al porto di Catania e a post pubblici di insulti contro il ministro Salvini».

 In tutto questo, una domanda che affiora su tutti i giornali, e già presente nell’intervento del presidente dell’ANM, riguarda la provenienza del video postato da Salvini. I senatori del PD Anna Rossomando e Walter Verini hanno annunciato un’interrogazione sul tema al ministro Piantedosi.

 «La caccia scatenata da Matteo Salvini alla persona della giudice Iolanda Apostolico», hanno detto, «è davvero incredibilmente grave e la vicenda merita risposte, che il ministro Piantedosi deve dare. Come è uscito e da dove quel filmato? Chi lo ha confezionato? Esistono forse archivi dedicati? Il fatto solleva interrogativi inquietanti».

 Due considerazioni

Il dibattito è aperto e abbiamo preferito dare la parola ai protagonisti, lasciando al lettore di farsi la sua idea. Due sole considerazioni.

 La prima è che, come già notavo in un precedente “chiaroscuro”, a proposito del libro pubblicato dal generale Vannacci, «il richiamo indiscriminato alla libertà di pensiero e di espressione prevista dalla Costituzione nasconde un evidente equivoco. Essa non esclude, infatti, delle precise limitazioni legate al ruolo e alla funzione che il singolo è chiamato a svolgere».

E citavo il caso dei magistrati e degli alti gradi dell’esercito. «Un giudice, a cui la comunità conferisce lo straordinario potere di decidere della libertà fisica di altre persone, non può dire, al di fuori delle rigide regole processuali, tutto ciò che sa e che pensa personalmente di un imputato, perché verrebbe immediatamente ricusato.  E un alto ufficiale, a cui è affidato il monopolio dell’uso delle armi, non può permettersi di esprimere opinioni che possano gettare una qualsiasi ombra sulla assoluta imparzialità del suo operato».

 Naturalmente i due casi non sono del tutto simmetrici, però non si può negare che ci siano delle analogie. Ed è strano vedere Salvini, che ha difeso a spada tratta il diritto di Vannacci di esprimere pubblicamente il proprio pensiero, malgrado la delicatezza del suo ruolo, negarlo adesso con la stessa veemenza a Iolanda Apostolico. Come stupisce vedere, viceversa, la sinistra, che ha contestato al generale questo diritto, rivendicarlo adesso per la giudice di Catania.

 Certo, il cittadino non può e non deve rinunziare ai suoi diritti costituzionali. E tra questi c’è sicuramente quello di manifestare ciò che pensa. Ma una certa prudenza, in considerazione delle proprie particolari funzioni pubbliche, sarebbe più che opportuna. La libertà è anche responsabilità.

 La seconda considerazione è che – quale che sia stata l’inopportunità della sua partecipazione, nel 2018, alla manifestazione contro il governo – è sconcertante il linciaggio morale a cui Iolanda Apostolico è stata sottoposta in questi giorni, solo  per essersi permessa di esercitare la propria doverosa valutazione di un provvedimento governativo.

 Una sentenza, secondo il nostro ordinamento, può essere impugnata e cambiata – e questa è la differenza rispetto all’eventuale comportamento sbagliato di un generale – , ma a partire da quello che dice, non cercando di infangare chi, facendo il suo dovere e in nome delle proprie competenze, l’ha elaborata.

 A monte, però, c’è un equivoco ancora più grave di questa persecuzione, ed è quello – risalente già al “padre” di questa destra, Silvio Berlusconi – secondo cui ogni limite posto al governo è un attacco allo Stato e va denunciato come un tradimento. In quest’ottica, la magistratura ha sempre rappresentato, ieri per il “cavaliere”, oggi per Meloni e Salvini, un nemico da combattere e delegittimare.

 In realtà, il governo non è lo Stato, ma è al suo servizio, come lo sono i giudici, a cui spetta vigilare sull’operato dei governanti per assicurare il rispetto della Costituzione e delle leggi.  Ma noi restiamo ancora in attesa di una destra che riesca a comprendere questa semplice verità. 

 *Scrittore ed editoralista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu


domenica 3 ottobre 2021

LUCANO E GLI IMMIGRATI

 


- di Giuseppe Savagnone*

Il confronto tra due sentenze

Le roventi polemiche suscitate dalla durissima sentenza che ha condannato l’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, a tredici anni e due mesi di reclusione suscitano inevitabilmente alcune riflessioni. Non solo e non tanto sulla pronuncia del giudice in quanto tale – su cu in questi giorni si sono versati fiumi d’inchiostro e di parole –, ma soprattutto sulla reazione dell’opinione pubblica davanti ad essa. Una reazione non del tutto univoca, ma che, sui maggiori quotidiani e sui social, ha visto prevalere largamente i toni dell’indignazione. Gli stessi giornali di destra – pur chiaramente soddisfatti per questa condanna, che colpisce un simbolo della politica dell’accoglienza, da loro aspramente avversata – hanno in genere preferito mantenere su questo tema un basso profilo, per non contrastare tropo apertamente il sentimento diffuso.    

Quanto alla decisione del tribunale di Locri, al di là delle motivazioni (di cui avremo conoscenza in dettaglio solo quando verranno pubblicate) che hanno spinto il giudice a raddoppiare, addirittura, la pena richiesta dai rappresentanti della pubblica accusa – fatto abbastanza inconsueto, nel mondo giudiziario –, non può non colpire il confronto tra questa sentenza e quella con cui pochi mesi fa il Gup di Catania ha deciso il non luogo a procedere nei confronti dell’ex ministro degli Interni Matteo Salvini per l’imputazione di aver sequestrato, nel luglio 2019, 131 migranti sulla nave Gregoretti.

Una sentenza che, nelle sue motivazioni, è andata al di là delle richieste della difesa perché – mentre quest’ultima si appellava all’art. 51 del codice penale (Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere), sostenendo che l’imputato aveva agito nell’esercizio di un diritto o comunque nell’adempimento di un dovere – si è basata sulla più semplice e radicale constatazione che «il fatto non sussiste» – formula, ha spiegato il giudice, che «stata adottata perché l’imputato ha agito non contra ius bensì in aderenza alle previsioni normative primarie e secondarie dettate nel caso di specie».

Il Gup di Catania si è in particolare appellato «alla necessità di ricostruire un chiaro quadro d’assieme concernente il fenomeno della immigrazione clandestina che ha interessato in modo consistente il nostro Paese, così come gli Stati della Grecia, di Malta e della Spagna, con la finalità di valutare il comportamento dell’imputato non sotto un profilo del tutto isolato, segmentato e alieno dalla realtà storica attuale, bensì all’interno di un più ampio perimetro di riferimento fattuale, giuridico e politico, in cui il suo intervento si è inserito, apparendo pertanto indispensabile addentrarsi nell’area delle ragioni reali che hanno indotto l’imputato ad agire nei termini indicati nel capo di accusa, come enucleato dal Tribunale per i Ministri di Catania».

Evidentemente il giudice di Locri non ha ritenuto necessario «ricostruire un chiaro quadro d’assieme concernente il fenomeno della immigrazione clandestina (…) con la finalità di valutare il comportamento dell’imputato non sotto un profilo del tutto isolato, segmentato e alieno dalla realtà storica attuale, bensì all’interno di un più ampio perimetro di riferimento fattuale, giuridico e politico, in cui il suo intervento si è inserito». Anzi non ha neppure applicato il correttivo delle attenuanti generiche, di cui normalmente fruiscono i condannati in situazioni delicate come questa.

Altro che valutazione del comportamento dell’imputato «sotto un profilo del tutto isolato, segmentato e alieno dalla realtà storica attuale»! Altro che considerazione «di un più ampio perimetro di riferimento fattuale, giuridico e politico, in cui il suo intervento si è inserito»! Attendiamo, evidentemente, di conoscere le motivazioni della sentenza, non ancora pubblicate. Sta di fatto che i pm avevano chiesto una condanna a sette anni e undici mesi – poco più della metà di quella inflitta  poi dal giudice! – sulla base di un impianto accusatorio evidentemente, ai loro occhi, adeguato e che la decisione finale, aumentando in questa misura la pena, ha smentito anche la loro (supponiamo legittima) interpretazione della legge.

Il diritto può prescindere dall’etica?

Si è letto spesso sui giornali, in questi giorni, che si è trattato di una «sentenza politica». In realtà non sembra che Fulvio Accurso, il giudice che ha condannato Lucano, sia politicamente schierato (come, più o meno dichiaratamente, molti suoi colleghi). Non aderisce ad alcuna corrente della magistratura, ha fama di giudice preparato e certamente la Calabria la conosce bene, perché è nato a Reggio Calabria e ha svolto la sua carriera in questa regione. La sua decisione è probabilmente (non siamo in grado, prima di leggere le motivazioni, di dare un giudizio definitivo) la semplice espressione di un ragionamento meramente tecnico, che non ha tenuto conto in alcun modo del contesto in cui Lucano aveva operato (come invece – nella sua prospettiva – aveva fatto il giudice di Catania per Salvini).

È la pretesa che il diritto funzioni indipendentemente dall’etica. Lo stesso Lucano non ha escluso di aver violato alcune norme. In un’intervista aveva detto: «Vuoi che in vent’anni di attività non ci siano stati errori?» Ma ha tenuto a sottolineare. «Non mi pento, rifarei alcuni reati. Rifarei esattamente le stesse cose!» E ha aggiunto: «Sono orgoglioso di aver sbagliato». La morale viene prima del diritto. E il tribunale di Locri ne ha preso atto e lo ha condannato, presumibilmente guardando solo alle violazioni della legge. Il diritto prima della morale.

Siamo davanti a una scissione disastrosa tra la sfera etica e quella giuridica, che impedisce di guardare il fattore umano e la realtà sociale nella loro interezza, assolutizzando, volta a volta, uno dei due punti di vista, senza tener conto dell’altro. A monte, una concezione dello Stato – potremmo definirla dei “neutralisti” – che lo vorrebbe svincolato da ogni prospettiva etica e lo riduce, perciò, a mero contenitore delle preferenze valoriali dei singoli.

Ma le cose non sono così semplici. Perché in realtà non manca anche una visione opposta, che potremmo chiamare dei “moralisti” –, secondo cui la legge dovrebbe tutelare invece inderogabili valori umani. Il bello è che, sullo scenario pubblico, gli stessi soggetti assumono volta a volta la maschera dei primi o quella dei secondi, schierandosi volta a volta per una indipendenza delle scelte morali dal diritto o per una stretta dipendenza del diritto dalla morale.

Accade così che, quando si tratta di aborto, di eutanasia, di unioni omosessuali, una larga parte dell’opinione pubblica si schieri per la libertà degli individui di comportarsi secondo un proprio codice etico, su cui lo Stato non avrebbe il diritto di aver un proprio punto di vista e di farlo valere sul piano legislativo, pena il rischio di degenerare nel famigerato “Stato etico”. Esprime bene questa posizione quanto scriveva una delle sue più note e intelligenti sostenitrici, Michela Marzano («La Repubblica», 27.2.2017), poco prima della discussione della legge sul testamento biologico alla Camera: «Sono anni che il fronte del “no” invoca il concetto di “sacralità della vita”, facendo finta di non sapere che la dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia, e che nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare le nostre scelte e i nostri desideri». Da qui la sua esasperazione per l’approvazione dell’emendamento che limitava la libertà del paziente bilanciandola con l’etica professionale del medico: «Dovevo essere io a decidere. Io pazienteio che soffro e chiedo solo di andarmene via, io che ho diritto di restare fino alla fine soggetto della mia vita. E invece niente. Alla fine, l’ultima parola spetterà ancora ai medici» («La Repubblica», 20.3.2017).

Proprio su questi temi, però, c’è un’altra fazione – politicamente opposta alla prima – la quale sistematicamente parla di «valori» della vita, della famiglia, che vanno assolutamente rispettati e che escludono deroghe ispirate a valutazioni e ad interessi personali.

Le parti si invertono quando si tratta di temi come l’immigrazione. A questo punto a rivendicare la doverosità di una linea comune, in nome dei valori dell’accoglienza e della solidarietà, sono coloro che su altri temi sono “neutralisti” e si battono per l’assoluta relatività dei criteri morali e sulla pericolosità di adottarli a livello pubblico, mentre gli altri, che sono “moralisti” quando si tratta di aborto e di eutanasia, invece sull’accoglienza e la solidarietà difendono una logica cinicamente utilitarista, che esclude l’intromissione dell’etica nelle questioni giuridiche e politiche, e affidano ai singoli le eventuali scelte di fraternità, non in nome della giustizia ma della carità cristiana.

Andare oltre il “gioco delle parti”

Davanti a questo “gioco delle parti” si impongono due evidenze. La prima – riguardante la scissione tra la sfera del diritto e quella dell’etica – è la necessità di affrontare onestamente il rapporto tra di esse, nel rispetto, certo, della distinzione, ma anche – contrariamente a quanto vediamo oggi nel conflitto suscitato dalla sentenza Lucano – superando la mera separazione e la contrapposizione tra le due. È ora di superare la schizofrenia di una difesa della morale che la rende indipendente dalla dimensione comunitaria del diritto, e di una difesa del diritto che lo rende indifferente alla morale

La seconda evidenza – riguardante l’oscillazione tra “neutralismo e “moralismo” – è l’urgenza di riconoscere che la legge suppone un’etica e che lo Stato deve proporre dei valori condivisi, già presenti nella Costituzione, ma che chiedono una convergenza delle forze politiche nell’interpretarli. Solo così si può superare la perversa oscillazione di cui abbiamo parlato, tra l’esaltazione di una libertà individuale che rifiuta come un’indebita interferenza norme giuridiche vincolanti, e la volontà di ispirare la vita collettiva, anche giuridicamente, alla morale che si privilegia. Solo un serio dibattitto pubblico può sciogliere questi nodi. Dalla nostra capacità di svilupparlo correttamente, e non solo dalla crescita del Pil, dipende il futuro del nostro Paese.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 www.tuttavia.eu



sabato 1 agosto 2020

DIFFUSIONE VIRUS. ATTENZIONE A NON SCARICARE TUTTA LA RESPONSABILITA' SUGLI IMMIGRATI

GLI IMMIGRATI NON POSSONO ESSERE IL CAPRO ESPIATORIO !

Galli a SkyTg24: “Virus arriva sui barconi? Contrapporsi su questo è da irresponsabili, più infezioni in casa che da fuori”
di F. Q. 31 Luglio 2020

Il virus arriva sui barconi? Mi sento di fare un appello da cittadino, più che da scienziato: contrapporsi e litigare su questo non è da politici responsabili. Viviamo in un mondo globalizzato: l’infezione può arrivare da qualunque parte del mondo“.
A dirlo, intervistato a SkyTg24, il primario infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli. Prima di lui, in studio, una esponente di Forza Italia, in linea con le idee dei partiti di centrodestra (in testa Lega con Matteo Salvini e Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni), aveva puntato sul rischio sanitario derivante dagli sbarchi sulle nostre coste di migranti. “Abbiamo più infezioni tra gli italiani, in questo momento, che da fuori”, ha concluso Galli.




giovedì 19 settembre 2019

ASPETTANDO I BARBARI ... CONTRO LA PAURA E L'IGNORANZA

Senza barbari

 che sarà di noi?

Secondo il latinista Dionigi, la capacità di includere popoli e culture fu la vera forza della civiltà romana


di IVANO DIONIGI*

Siamo testimoni di un cambiamento d’epoca che ci consegna un mondo ametrico, senza misura, nel quale non trovano più casa le nostre identità consolidate e rassicuranti.        Oltre alla ormai conclamata rivoluzione tecnologica, che ci prospetta un uomo competitivo con la macchina, combinato con la macchina, aumentato dalla macchina e minacciato dalla macchina, assistiamo a un’altra rivoluzione: quella sociale dell’immigrazione, che decreta l’eclissi della centralità dell’Europa e del primato dell’Occidente, quasi a ricondurci umilmente alle ragioni della sua etimologia di 'mondo destinato al tramonto'.
Questa rivoluzione ha il volto e il nome dei nuovi popoli che fuggono da guerra, fame, persecuzione e chiedono giustizia. Impauriti e smarriti, come davanti a un bivio senza segnaletica, ci chiediamo quale strada prendere, quale insegnamento seguire, quale maestro adottare.
Un’indicazione, anzi una vera e propria lezione illuminante, ci viene dalla Roma classica e segnatamente da una circostanza raccontata da Tacito (Annali 11, 24, 1-4). È l’anno 48 d. C.: ai senatori che, in una sorta di grido 'prima i Romani', pretendono che i seggi vacanti vengano riservati a- gli indigeni e ai residenti e non ai transalpini, l’imperatore Claudio ricorda che, secondo l’esempio degli antenati, «a Roma va trasferito quanto vi è di eccellente altrove », che in passato furono chiamati a far parte del Senato cittadini provenienti da tutte le province, e che Spartani e Ateniesi rovinarono perché «respinsero i vinti come stranieri (alienigeni)». Per Claudio bisognava, piuttosto, prendere esempio dal padre Romolo che «ebbe tanta saggezza da trasformare i nemici (hostes) in cittadini (cives)». Quello stesso Romolo che, come racconta Livio (1, 8 sg.), non solo costruisce mura più grandi del necessario «in previsione di una popolazione futura numerosa» ( in spem futurae multitudinis), ma offre anche un asilo ( asylum), vale dire un luogo 'inviolabile', alle popolazioni vicine, senza distinzione fra liberi e schiavi ( sine discrimine liber an servus esset). Anche la leggenda del ratto delle Sabine rispondeva all’intento di mescolare sangue e stirpe ( sanguinem et genus miscere).
Nel segno di questa eterogeneità va anche il racconto dei sette re, in una alternanza etnica fra Romani, Sabini, Etruschi. Si comprende, da questi antefatti, come la storia di Roma andrà letta come un inarrestabile processo di inclusione, che parte dall’asilo di Romolo e arriva alla Constitutio Antoniniana, l’editto del 212 d. C. con cui l’imperatore Caracalla estende la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. I Romani volevano essere più numerosi per essere più potenti. Opposta, e per questo fallimentare, la politica dei Greci, i quali hanno alzato un muro tra chi è dentro e chi è fuori: «Il barbaro deve obbedire al greco, perché loro sono schiavi e noi siamo uomini liberi», dichiara l’Ifigenia di Euripide.
All’inclusione politica, si aggiunge quella culturale: celeberrimo il motto oraziano secondo il quale Roma ha conquistato la Grecia con le armi, ma la Grecia ha conquistato Roma con le arti (Epistole 2, 1, 56 Graecia capta ferum victorem cepit). E all’inclusione culturale, si aggiunge quella religiosa: dotati di una vera e propria virtus religiosa, come riconosce Minucio Felice (Ottavio 6, 2 sg.), uno dei primi scrittori cristiani (IIIII sec. d. C.), i conquistatori romani «cercano gli dèi stranieri e li fanno propri» ( deos quaerunt et suos faciunt), configurando un Pantheon meticcio e multietnico. Roma ci ha educati alla cultura dell’et et, non dell’aut aut. Per questo, con Rémi Brague, è da ritenere che più che la tradizione ellenica o ebraica sia la Romanità - intesa come attitudine a ricevere, trasmettere e assimilare - il modello di quell’arcipelago culturale che si chiama Europa.
A nobilitare questa molteplice virtus romana, politica, culturale e religiosa, sarà il messaggio universalistico e umanitario di Seneca, il quale - oltre a constatare (
La consolazione alla madre Elvia 6, 4 sgg.) che nelle città e nei luoghi più dispersi e disparati «ci sono più forestieri ( peregrini) che indigeni ( cives) » e che «tutto risulta da mescolanza e innesti» ( permixta omnia et insiticia sunt) - enuncia ( Lettera 95, 51 sgg.) un triplice comandamento di sorprendente consonanza evangelica: «porgere la mano al naufrago» ( naufrago manum porrigere), «indicare la via a chi è smarrito» ( erranti viam monstrare), «dividere il pane con l’affamato» ( cum esuriente panem dividere).
È, questo, il messaggio di un pagano che dovrebbe fare riflettere e arrossire i tantissimi cattolici avversi agli immigrati. Lo stesso Seneca ricorderà che l’auctor dell’Impero, Enea, è un esule ( exul) e un profugo ( profugus) venuto dal mare.
Roma, dunque, modello di politica umanitaria? Certamente no. Sappiamo bene che accanto all’utopia della 'città eterna' c’era la storia con la maledizione della guerra e la ferocia delle legioni; che antecedente e parallela a quella cristiana c’era «una resistenza spirituale contro Roma » (Harold Fuchs) da parte dei vinti che non accettavano soprusi e violenze; che l’imperium e la pax, profetizzati da Anchise ad Enea, per i popoli sottomessi erano propaganda politica e addirittura mistificazione linguistica («I Romani il depredare, il massacrare, il rapinare con falsi nomi li chiamano impero, e là dove fanno il deserto lo chiamano pace», farà dire Tacito nell’Agricola a un oppositore): al punto che Simone Weil individuerà proprio nella Roma imperiale le radici dell’hitlerismo.
Non modello di humanitas o di pietas, ma di realpolitik e di un grande disegno politico: Roma è stata la più potente ed è durata a lungo perché non ha alzato muri tra sé e gli altri, perché ha tenuto dentro lo straniero e 'il barbaro'. A noi la rivoluzione cristiana e la rivoluzione illuministica hanno consegnato il grande messaggio di essere fratelli: più forte che essere consanguinei, più impegnativo che essere cittadini, più nobile che essere uomini. Se non riusciamo ad apprendere questa lezione, ascoltiamo almeno quella di Roma: là dove non arrivano virtù e convinzione, giustizia e humanitas, dovrebbero supplire e soccorrerci il calcolo e la lungimiranza della politica, il realismo e la convenienza, vale a dire la consapevolezza che loro, 'i barbari', possono essere la soluzione dei nostri problemi, la via della nostra sopravvivenza, la direzione del nostro destino.
Lo aveva ben intuito Costantino Kavafis: «Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari. / … / Perché d’un tratto questo smarrimento / ansioso? (I volti come si son fatti serî!) / Perché rapidamente e strade e piazze / si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi? / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente» ( Aspettando i barbari).

Sintesi della relazione tenuta al Convegno "Pordenonelegge"

*Ivano Dionigi, latinista, presidente di Alma Laurea e della Pontificia Accademia di Latinità, già Rettore dell’Università di Bologna

Da AVVENIRE – www.avvenire.it

Ivano Dionigi, OSA SAPERE, CONTRO LA PAURA E L’IGNORANZA, ed. Solferino, pag. 90, € 7,90






martedì 28 agosto 2018

giovedì 23 agosto 2018

ERO STRANIERO E MI AVETE ACCOLTO



“ ... Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare,
ho avuto sete e mi avete dato da bere; 
ero forestiero e mi avete ospitato;
ero nudo e mi avete vestito ....

 
Dal Vangelo   - Matteo 25, 35-44

mercoledì 25 luglio 2018

IMMIGRATI E DELINQUENZA. LE FAKE NEWS

Tempo fa Il Giornale pubblicava un pezzo carico di enfasi («Tenetevi forte» era l’incipit) per affermare che «i migranti delinquono di più». Come spesso accade quando si parla di immigrazione, si affrontava un tema complesso in modo troppo semplificatorio. Nel testo viene citato uno studio della Fondazione Hume curato dal sociologo Luca Ricolfi, ma i dati – senza contesto – possono avere significati diversi.
 
Per esempio: «Dal 2006 al 2015 gli immigrati imputati sono cresciuti del 22%». Ma nello stesso periodo il numero di residenti stranieri è cresciuto molto di più: da 2,7 a 5 milioni, ovvero dell’88%. Ancora, parlando dell’aumento delle violenze sessuali dal triennio 1995-1997 al 2013-15, «il boom è degli imputati immigrati – riporta il quotidiano – che sono passati da 317 a 1050», ovvero sono triplicati; ebbene, dal 1995 al 2015 i residenti stranieri sono cresciuti di circa sette volte, passando da meno di 700 mila a 5 milioni.
 
Ecco allora che il trend storico rivela una conclusione molto diversa dall’articolo: l’incidenza degli imputati stranieri sul totale dei residenti stranieri è andata diminuendo nel tempo. Se proprio si volesse stabilire un nesso causale tra immigrazione e reati, bisognerebbe sostenere che l’aumento degli stranieri degli ultimi anni coincide con una generale diminuzione dei reati.
 
Dal 2007 al 2015, mentre gli stranieri passavano da 3 a 5 milioni, tutti i principali indicatori con cui misuriamo la criminalità sono diminuiti: le denunce di delitti, cioè dei reati più gravi, secondo l’Istat sono scese da 2,9 milioni a 2,6. Mentre il numero di furti è rimasto praticamente invariato, sono diminuiti gli omicidi (fonte: ministero dell’Interno), mai così pochi dall’Unità d’Italia, le rapine e le violenze sessuali.
 
Inoltre, secondo il Viminale, dal 2004 al 2014 le denunce per reati con autori noti – circa la metà – sono cresciute del 34,3% contro gli stranieri (a fronte di un aumento del 147,3% degli stranieri in Italia) e del 40% contro gli italiani (a fronte di una leggera diminuzione dei residenti italiani). Rimane il dato sull’alta presenza di stranieri nelle carceri.
 
Spiega Paolo Pinotti, coordinatore della Fondazione De Benedetti e docente di Economia alla Bocconi: «Riflette anche il minor accesso degli stranieri agli istituti alternativi alla detenzione, come gli arresti domiciliari. In particolare, tali opzioni sono sostanzialmente precluse agli stranieri irregolari».
 
In questo senso, per il docente dell’Università milanese «è sostanzialmente incorretto affermare che non c'è spazio per discriminazioni né da parte dei giudici né delle forze dell'ordine, come sostiene lo studio di Solivetti, perché le statistiche non possono essere messe in discussione». Pinotti cita un dato del 2011: «Il 30,7% degli italiani condannati a pene detentive ha beneficiato di misure alternative, mentre per gli immigrati questa percentuale scende al 12,7%.
 
Questo perché spesso gli immigrati spesso non soddisfano le condizioni richieste per le misure alternative al carcere, come avere un lavoro regolare, un domicilio, una famiglia in grado di ospitare l'individuo». Accedere o meno a questa possibilità può determinare il futuro: secondo l’Osservatorio delle misure alternative del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nel 2007 la recidiva di chi espiava tutta la pena in prigione era oltre tre volte superiore a quella di chi scontava la condanna con misure alternative alla detenzione: il 68,5% nel primo caso, il 19% nel secondo.
 
Inoltre va considerato che gli stranieri hanno una condizione socioeconomica mediamente più bassa: pagarsi un buon avvocato o avere quello di ufficio fa, in alcuni casi, la differenza. È la stessa ragione per cui, negli Stati Uniti, i poveri e gli afroamericani sono in percentuale particolarmente alta tra i condannati a morte.
 
L’articolo del Giornale si conclude affermando: «Chi non si integra socialmente ed economicamente ha più probabilità di ricorrere al crimine». Questo è vero e infatti da qui occorre partire per una seria riflessione sul tema. Lo fa uno studio della Bocconi sul rapporto tra permessi di soggiorno e propensione a commettere reati, coordinato da Pinotti e pubblicato sulla prestigiosa American economic review.
 
Spiega il professore: «Gli stranieri che ottengono il permesso di soggiorno sono del 50% in meno propensi a commettere reati economici gravi (furti, rapine, spaccio) rispetto a chi non ha potuto mettersi in regola». Per il Viminale, infatti, gli stranieri regolari hanno dati di criminalità in linea con gli italiani, mentre crescono drasticamente tra chi è senza permesso. Gli irregolari sono stimati il 20% degli stranieri in Italia, ma sono protagonisti dell’80% dei reati economici commessi da stranieri.
 
Che fare dunque? Le ricerche sono molto chiare: «Quando ottengono i documenti, gli stranieri assumono comportamenti molto più virtuosi. Potersi inserire regolarmente nel mercato del lavoro - per cui è necessario il permesso - fa da deterrente a invischiarsi in situazioni criminose. Il problema è, appunto, ottenere i documenti».
 
Dal 1998 il Governo stabilisce, con il Decreto flussi, ogni anno quanti permessi per motivi di lavoro possono essere concessi. Negli ultimi anni i numeri si sono ridotti, quasi azzerando la possibilità di ottenere permessi per lavoro. Nel dicembre 2007 la procedura è stata per la prima volta online: i datori di lavoro potevano cliccare la domanda dalle 8 di mattina.
 
I permessi avrebbero dovuto essere assegnati a stranieri residenti all'estero, ma tutti sanno che in realtà il click day ha legalizzato chi già era in Italia senza documenti. Spiega Pinotti: «Funzionava un po’ come una lotteria, il criterio di accettazione era casuale: chi prima arriva, meglio alloggia. Pochi minuti hanno fatto la differenza, dato che furono accolte le domande arrivate prima delle 8.27, legalizzando 170mila stranieri su 610mila irregolari in Italia».
 
La Bocconi ha analizzato i reati commessi dagli immigrati che hanno inviato la domanda immediatamente prima del taglio e da coloro che l’hanno inviata subito dopo le 8.27, quindi individui molto simili. «Per i reati economici – continua il docente – la criminalità degli immigrati legalizzati si è dimezzata nel corso dell'anno successivo, mentre il tasso di criminalità di chi non ce l’ha fatta è rimasto invariato.
 
Non cambiano le caratteristiche dei due gruppi, ma ricevere il permesso di soggiorno abbassa la propensione a commettere crimini, che sono sostituti imperfetti di attività economiche legali». Tra l’altro, molte delle domande si basavano su lavori falsi, cioè “fittizi” e strumentali al click day. Eppure la propensione ai reati economici si dimezza anche in questo caso: avere l'accesso al mercato del lavoro legale è sufficiente per innescare il cambiamento, anche se l'immigrato legalizzato non ha realmente un lavoro.
 
La tesi che spinge per la regolarizzazione è al centro di un altro lavoro di Pinotti insieme al collega Giovanni Mastrobuoni, che nel 2016 è aggiudicato il premio dell’American Economic Association. Racconta: «Abbiamo studiato i dati dell’indulto dell’agosto 2006, che ha rilasciato 22mila detenuti dalle carceri italiane (10mila dei quali stranieri).
 
Nel gennaio 2007 l’allargamento dell’Ue dava a rumeni e bulgari lo status di regolari, inclusi coloro che uscivano dalle prigioni. L’anno successivo il tasso di recidiva dei rumeni e bulgari (tutti regolarizzati) è risultato la metà di quello degli altri stranieri rilasciati dopo lo stesso indulto». Del resto, ciò che dicono le ricerche scientifiche è anche scritto nella nostra storia.
 
Negli anni Cinquanta i giudici minorili svizzeri aprirono un pacato dibattito sull’esagerato coinvolgimento dei minori italiani in procedimenti penali; ci si chiese se non vi fosse una propensione culturale della popolazione italiana al furto, un’idea avvalorata a quei tempi da molta letteratura europea. Il dibattito si esaurì man mano che gli italiani immigrati in Svizzera diventavano gelatai e aprivano pizzerie, attività per cui era necessario avere il permesso di soggiorno.
 
Insomma, “tenetevi forte”… Regolarizzare gli immigrati dimezza il tasso di criminalità.
  
Stefano Pasta

  
(articolo tratto da www.famigliacristiana.it)