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sabato 20 dicembre 2025

GLI STUDENTI PROTESTANO


INCONTRI 

DI 

FUTURO


Uno studente molto intelligente, diretto e quindi scomodo provoca l’insegnante con una protesta che fa riflettere

«Questo romanzo mi interessa di più» Se Mattia non segue la lezione del prof.

Ha quasi 18 anni, i voti migliori della classe e viene beccato a leggere Asimov durante le spiegazioni in aula 

«Credo di avere la capacità di scegliere come investire il mio tempo». E le regole?

-         di MARCO ERBA*

Le proteste degli studenti fanno sempre discutere, che siano gli universitari di medicina o i maturandi che si rifiutano di sostenere l’orale. Anche io, come prof, mi sono imbattuto nella mia carriera in diverse forme di protesta. Una delle più pittoresche, se così si può definire, fu quella di un mio allievo di quarta superiore, che fece infuriare un collega. Ricordo l’ingresso di quel docente in sala insegnanti: era furente e aveva ragione. Il ragazzo in questione era intelligentissimo, dotato di un elevato senso critico, ma a tratti anche duro, eccessivamente diretto; mai esplicitamente provocatorio, mai platealmente sgradevole, ma a volte scomodo o addirittura indisponente. Il collega raccontò l’accaduto. Stava spiegando e aveva notato che quell’allievo non seguiva. Lui, prof preparatissimo, molto deciso, appassionato, era subito intervenuto. L’allievo, che stava guardando sotto il banco, aveva alzato la testa. « Mattia, cosa stai facendo? Cos’hai lì sotto? ». Mattia, sereno, aveva risposto: «Questo!». E aveva alzato un romanzo di fantascienza di Isaac Asimov.

La sua naturalezza era riuscita a far restare il prof senza parole. Mattia aveva spiegato serafico: «Questo romanzo mi interessa più di quello che lei sta spiegando. Comunque studierò tutto sul libro, a casa, e nell’interrogazione prenderò un buon voto». Su quest’ultima affermazione non c’era alcun dubbio, dato che Mattia era uno degli studenti coi voti migliori della classe.

Ne era seguita una sacrosanta sfuriata, ma Mattia non si era scomposto minimamente, difendendo la sua posizione: se riteneva un argomento irrilevante per la propria vita, riteneva di avere il diritto di ignorarlo. Mi sentii subito dalla parte del mio collega, provai fastidio io stesso. Mi innervosiva l’atteggiamento di Mattia: se ognuno dei suoi compagni si fosse comportato come lui, noi prof come avremmo potuto fare lezione? Eppure, comprendevo che quella sua forma di contestazione, o forse semplicemente quella sua scelta, in qualche modo conteneva una provocazione utile. Per questo gli parlai. Lui accettò il confronto, come sempre. «Prof, ho quasi diciotto anni. Credo di avere la capacità di scegliere come investire al meglio il mio tempo, no?». «Sì, Mattia, però ci sono delle regole, dal cui rispetto dipende una condizione di lavoro serena per tutti, non credi?». «Certo. Io però non impedivo ai miei compagni interessati di seguire. Ero in perfetto silenzio».

« Ma pensa agli altri che ti vedevano! Il tuo atteggiamento ti sembra costruttivo?». « Perché, prof? Vedere uno che legge un romanzo distoglie chi è interessato da una spiegazione? ». « E l’insegnante? Sta spiegando, ce la mette tutta e vede uno che legge un romanzo sotto il banco!». « Mi sta dicendo che un prof che insegna da tanti anni si offende se uno studente non segue una sua lezione? O mi sta consigliando di fingere di seguire?». Niente: non ne cavai un ragno dal buco. 

La scorsa estate, quando alcuni studenti si sono rifiutati di sostenere l’esame orale della maturità in segno di protesta, mi è tornato in mente Mattia. Le sue affermazioni avevano qualcosa in comune con quella contestazione. Credo che la questione fondamentale sia questa: quanto la scuola tocca davvero la vita degli studenti? Quanto davvero li aiuta a crescere come persone? E quanto invece è, o viene percepita, come una noiosa imposizione, come un dovere arido, come una pressione volta alla prestazione pura? L’atteggiamento di Mattia con quel collega è assolutamente non condivisibile, proprio come è estremamente forte e provocatoria la scelta di non sottoporsi alla prova orale della maturità. Sono però convinto che un atteggiamento di pura censura, di critica, da soloni che hanno già la verità in tasca e si limitano a urlare O tempora, o mores! facendo il verso a Cicerone e spiegando a quei ragazzi come avrebbero dovuto comportarsi invece di fare ciò che hanno deciso di fare, non porti da nessuna parte. Ma non portano da nessuna parte nemmeno i tentativi di strumentalizzare quella protesta attraverso una acritica esaltazione. Trovo molto più promettente, di fronte a queste azioni, pormi e porre delle domande: le domande schiudono il cammino, aprono orizzonti, al contrario dei giudizi troppo netti, che costruiscono steccati. Potremmo ad esempio chiederci che senso hanno i voti nella scuola. Che senso ha il buon voto di Mattia in una interrogazione su un argomento che trova tanto irrilevante per la sua esistenza da leggere un romanzo di fantascienza durante la spiegazione in classe? Che senso hanno i voti di maturità e i voti in generale? Sono stimoli per un percorso o un giudizio sulla qualità di una persona?

Essere valutati è importante.

 Ottenere un voto positivo dopo essersi impegnati può essere un’esperienza molto formativa. I voti però misurano una prestazione scolastica, nulla di più: non sono un giudizio di Dio, non dicono nulla della qualità umana dei nostri studenti: occorre ricordarlo. Le persone non sono i voti che prendono, eppure quante volte io, da prof, ho faticato a vedere il valore di chi a scuola va male o molto male e invece ho colto con molta più facilità le qualità personali dei miei allievi più attivi, partecipi, impegnati, capaci di ottenere ottimi risultati con facilità? I voti sono un cartello che indica una direzione, non un proiettile da sparare su chi riteniamo inadatto o colpevole. Dobbiamo sempre ricordare che l’intelligenza non ha una definizione univoca: ognuno ha le proprie doti. Se uno studente si impegna, ma va male nella mia materia, non significa che non sia intelligente, significa semplicemente che ha un’intelligenza diversa dalla mia, in quanto essere umano unico, irripetibile e quindi diverso da me. Di fronte alle provocazioni degli studenti potremmo inoltre chiederci cosa sia per noi la scuola: un luogo accogliente o un campo di battaglia? Una spedizione verso una cima difficile, nella quale ci aiutiamo a vicenda, o uno Squid Game giocato tutto sull’eliminazione dei più fragili, sulla selezione dei migliori? La scuola forse può ambire ad essere una privilegiata palestra di felicità, se accetta la sfida delle interrogazioni e delle verifiche senza però scadere nell’ossessione per la prestazione e la selezione a tutti i costi. Una scuola esigente con tutti, ma che non riduce le persone a numeri. M i piacerebbe però porre una domanda anche a Mattia e a quegli studenti che hanno rifiutato di sottoporsi all’orale: voi agite seguendo i principi in modo assoluto o cercando di essere responsabili? I principi, se seguiti in modo inflessibile, possono portare a rifiutare la realtà, a tirarsene fuori, a contestarla. Tutto legittimo, ma poi? Non esiste realtà umana che sia come dovrebbe essere: le istituzioni, il mondo, le persone stesse non sono come dovrebbero, sono ciò che sono. È una banalità, ma bisogna farci i conti. La realtà, anche quella della scuola, si può rifiutare perché ingiusta o inadeguata, oppure si può vivere con amore, standoci dentro, cambiando le cose nella fatica di ogni giorno. Questo è lo stile della responsabilità, di chi si fa carico degli altri, di chi si chiede quale effetto la sua azione concreta avrà sul contesto intorno. Ricordo una classe estremamente competitiva, dove ogni interrogazione o verifica era l’occasione per una malsana gara a chi prendeva i voti migliori. Due compagne, che ottenevano voti molto buoni, ma si trovavano a disagio in quel clima, decisero una forma di protesta strepitosa: iniziarono a trovarsi al pomeriggio con i loro compagni più in difficoltà aiutandoli a studiare. Scelsero di avere più a cuore il miglioramento di chi faticava che il primeggiare. Non rinunciarono ai loro principi, ma li trasformarono in responsabilità, in cura, in dedizione. Mi commossero: se la protesta scuote, è la responsabilità che costruisce futuro.

Le contestazioni dei ragazzi richiamano una domanda: la scuola tocca davvero la loro vita? La si può rifiutare perché inadeguata. Ma la si può anche vivere, e cambiare, standoci dentro.

La scuola richiede lo stile della responsabilità di chi si fa carico anche degli altri.

*Insegnante e scrittore

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sabato 15 novembre 2025

STUDENTI PROTAGONISTI

 Educare alla speranza:

 studenti protagonisti
 
di dignità e futuro




Il 17 novembre è la Giornata internazionale degli studenti, un appuntamento annuale che invita a riflettere sul valore universale dell’educazione, innanzitutto come diritto allo studio. Istituita nel 1941 per ricordare gli studenti e i professori di Praga giustiziati dai nazisti il 17 novembre del 1939, questa ricorrenza è oggi un’occasione per ripensare la scuola come luogo in cui costruire pace e giustizia.

In un mondo attraversato da conflitti e disuguaglianze, l’educazione diventa così un laboratorio dove immaginare il futuro. Nella sua recente Lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, papa Leone XIV scrive che «educare è un atto di speranza e una passione che si rinnova perché manifesta la promessa che vediamo nel futuro dell’umanità. La specificità, la profondità e l’ampiezza dell’azione educativa è quell’opera – tanto misteriosa quanto reale – di “far fiorire l’essere […] è prendersi cura dell’anima” come si legge nell’ Apologia di Socrate di Platone. È un “mestiere di promesse”: si promette tempo, fiducia, competenza; si promette giustizia e misericordia, si promette il coraggio della verità e il balsamo della consolazione. Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni e restituendo alle parole il peso della promessa: “Ogni uomo è capace della verità, tuttavia, è molto sopportabile il cammino quando si va avanti con l’aiuto dell’altro”. La verità si ricerca in comunità».

Un cammino che possiamo affrontare prendendo come bussola, ha ricordato il Pontefice, la Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis sull’estrema importanza e attualità dell’educazione nella vita della persona umana, di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario. Una Dichiarazione che mette al primo punto «Il diritto di ogni uomo all’educazione». «Tutti gli uomini di qualunque razza, condizione ed età, in forza della loro dignità di persona hanno il diritto inalienabile ad una educazione – si legge nel testo -, che risponda alla loro vocazione propria e sia conforme al loro temperamento, alla differenza di sesso, alla cultura e alle tradizioni del loro paese, ed insieme aperta ad una fraterna convivenza con gli altri popoli, al fine di garantire la vera unità e la vera pace sulla terra. La vera educazione deve promuovere la formazione della persona umana sia in vista del suo fine ultimo, sia per il bene dei vari gruppi di cui l’uomo è membro ed in cui, divenuto adulto, avrà mansioni da svolgere».

La dichiarazione conciliare, aggiunge papa Leone XIV, «riafferma il diritto di ciascuno all’educazione e indica la famiglia come prima scuola di umanità. La comunità ecclesiale è chiamata a sostenere ambienti che integrino fede e cultura, rispettino la dignità di tutti, dialoghino con la società. Il documento mette in guardia da ogni riduzione dell’educazione a addestramento funzionale o strumento economico: una persona non è un “profilo di competenze”, non si riduce a un algoritmo previsibile, ma un volto, una storia, una vocazione».

Fede e identità: un binomio generativo

In questo contesto, anche l’educazione cattolica sta attraversando una fase di ripensamento profondo, come si legge in un nostro articolo del 2024, «Fede, identità, scuola. Una sfida da affrontare».  La sfida, infatti, non è semplicemente “insegnare religione”, ma restituire alla fede il suo carattere vitale, non come obbligo o ornamento, bensì come necessità antropologica e spazio di identità. «In questa ricerca della propria ragion d’essere, la sfida non passa soltanto attraverso la necessaria innovazione pedagogica, l’imprescindibile attenzione per le lingue straniere o la proposta in termini umani e valoriali – si legge nell’articolo -. Non si tratta nemmeno di proporre un ritorno al passato, di ripristinare modalità ottocentesche. Lo spirito della tradizione, bisogna dirlo chiaramente, è un’altra cosa. È una ricerca che dev’essere inquadrata nella stessa identità cristiana e che chiama in causa il ruolo dei cristiani e delle loro istituzioni nel XXI secolo, non in altre epoche. Non dobbiamo dimenticare che, mentre molte parrocchie si svuotano di giovani, nelle scuole la Chiesa continua a mantenere un notevole spazio di contatto con i ragazzi. Il che non significa necessariamente che il compito sia facile, ma questo non ci esenta dalla responsabilità di cercare di interpretare i “segni dei tempi” e di adattarci ai cambiamenti della società e della Chiesa, e ai venti dello Spirito Santo».

L’università come ponte globale

Anche le Università cattoliche sono chiamate a questo ripensamento profondo, soprattutto per l’internazionalizzazione e la globalizzazione dell’istruzione superiore. Oggi, infatti, solo negli Strati Uniti, sono oltre un milione gli studenti internazionali, ma il dato è in crescita un po’ ovunque, come si legge nell’articolo «L’assistenza pastorale agli studenti internazionali». In questo contesto, il compito primario di una missione universitaria e di una cappellania, è quello di «preservare e rafforzare l’identità cattolica dell’università, promuovendo questa missione fra tutti i membri della comunità universitaria. Attraverso le proprie attività di ministero nel campus, la cappellania universitaria potrebbe diventare un punto di contatto centrale per fornire assistenza pastorale agli studenti internazionali, organizzando per loro regolari attività e collaborando con il personale universitario, le facoltà e altre componenti interessate. Tale attività può comprendere l’avvio di programmi di assistenza pastorale in collaborazione con uffici di sensibilizzazione diocesani locali, parrocchie e altri gruppi impegnati a sostenere questi studenti. Facilitando tali iniziative, la cappellania universitaria aiuta a creare un ambiente inclusivo, in cui gli studenti internazionali siano in grado di progredire sotto i profili accademico, spirituale e sociale».

Inaugurare una nuova stagione

Da queste prospettive emerge una visione comune: educare è atto di pace e di fiducia, è costruire mappe di speranza nel cuore della storia. La Giornata internazionale degli studenti ricorda che il diritto di studiare non può essere dato per scontato e oggi più che mai, come ricorda papa Leone XIV sempre nella Lettera apostolica, siamo chiamati a «inaugurare una stagione che parli al cuore delle nuove generazioni, ricomponendo conoscenza e senso, competenza e responsabilità, fede e vita». 

La Civiltà Cattolica

Immagine: foto:iStock/rawpixel

 

martedì 12 dicembre 2023

RACCONTI DI VITA E DI SCUOLA


Racconti di vita e di scuola di ex studenti dell'ITI «Leopoldo Nobili» di Reggio Emilia, negli anni '60


di Luciano Corradini

"Le autobiografie che ci siamo impegnati a scrivere, a partire dal ricordo delle aule dell'ITI "Nobili" di Reggio Emilia, hanno fatto crescere la comune speranza che figli, nipoti, pronipoti, studenti, docenti, genitori, dirigenti, la stessa società di oggi, nelle sue articolazioni, trovino, anche in queste modeste pagine, occasione e motivi di riflessione e di coraggio. 

Noi, con fede cristiana o almeno foscoliana, dovunque ci troveremo nei prossimi decenni, vorremmo continuare a sentirci uniti tra noi, per aiutarvi a sentirvi uniti tra voi, dovunque vi troviate. 

Un ex prof, insieme e su delega di venti ex studenti, compagni di viaggio."

Informazioni bibliografiche del Libro

  • Titolo del Libro: Racconti di vita e di scuola di ex studenti dell'ITI «Leopoldo Nobili» di Reggio Emilia, negli anni '60
  • Autore:  Luciano Corradini
  • Editore: Marcianum Press
  • Collana: Varie
  • Data di Pubblicazione: 2023
  • Genere: letteratura italiana: testi
  • Pagine: 224
  • Peso gr: 490
  • Dimensioni mm: 230 x 0 x 17
  • ISBN-10: 8865129700
  • ISBN-13:  9788865129708

mercoledì 27 settembre 2023

SCUOLA, LAVORO E NEET

«Ecco come una scuola più autonoma 

può sconfiggere il fenomeno dei Neet»

 Una ricerca di Gi Group evidenzia che in Germania e Olanda, dove c’è un forte sistema duale, i giovani che non studiano e non lavorano sono il 10% e il 4,6%. Da noi il 27,1%

 

- di PAOLO FERRARIO

 Più autonomia scolastica per avvicinare istruzione e mondo del lavoro e contrastare efficacemente il fenomeno dei Neet, di cui l’Italia detiene il pesante primato in Europa. È la “ricetta” contenuta nello studio internazionale “Insieme per un futuro sostenibile: giovani e lavoro”, promosso da Gi Group Holding e Fondazione Gi Group. Il nostro Paese, dicono i dati della ricerca - che ha messo a confronto la condizione dei giovani in sette Stati rappresentativi del 70% del Pil dell’Unione Europea (Francia, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Spagna e Svezia) e nel Regno Unito dovrebbe guardare a ciò che avviene nel resto del continente, soprattutto in Olanda e Germania, organizzando il sistema d’istruzione in modo meno centralizzato, lasciando maggiore autonomia e libertà d’azione alle scuole. E non si tratta soltanto di “quantità” di risorse investite, ma anche della “qualità” della formazione erogata agli studenti. «Per ottenere effetti positivi – si legge nella ricerca di Gi Group – gli investimenti in formazione devono essere indirizzati verso quei campi di studio che sono più legati al mondo del lavoro (come le materie Stem) e attraverso il coinvolgimento diretto delle aziende».

 Il modello di riferimento per la formazione professionale è il sistema duale attivo in Germania e Olanda, Paesi che, nella fascia d’età 18-24 anni, hanno il minor numero di Neet in Europa, rispettivamente il 10% e il 4,6%, contro il 27,1% dell’Italia. Dove quasi un giovane su tre non studia e non lavora. La differenza sostanziale - che è poi anche il principale fattore di successo o di fallimento - tra il sistema italiano e quello degli altri due Stati nordeuropei, non è tanto nel numero di diplomati in percorsi professionali (in Italia sono il 35% del totale, in Germania il 46% e in Olanda il 30%), ma nel fatto che, da noi, come in Francia e Polonia, «la formazione professionale avviene nelle scuole, senza il sostanziale coinvolgimento delle aziende, il che porta ad ampi mismatch con le competenze richieste poi dalle aziende», prosegue il rapporto sulla condizione dei giovani. Da qui il preoccupante dato emerso dall’ultimo Rapporto Excelsior di Unioncamere-Anpal: « Per il solo 2022 Unioncamere ha stimato una perdita di valore aggiunto, causata dal mismatch tra domanda e offerta di lavoro, pari a circa 38 miliardi di euro». Una montagna di soldi che potrebbe, invece, essere utilmente impiegata, se solo avessimo un sistema di formazione professionale più efficace. Per un’evoluzione in positivo del quadro italiano anche l’età rappresenta un fattore da considerare, prosegue l’analisi di Gi Group.

 Se nel nostro Paese la scelta del percorso scolastico degli alunni avviene a 14 anni, in Germania e Paesi Bassi è tra i 10 e i 12 anni e avviene sulla base dei risultati scolastici e delle valutazioni degli insegnanti, con il rilascio di un consiglio di orientamento scolastico “vincolante”.

 «Ritengo positivo il fatto che il governo abbia messo mano a una riforma degli istituti tecnici e professionali – commenta Stefano Colli-Lanzi, Ceo e Founder di Gi Group Holding – che denota la volontà di lavorare per ridurre quello scollamento tra scuola e lavoro che nel nostro Paese ha raggiunto livelli drammatici. Se guardiamo ai Paesi esteri che prima e meglio di noi sono riusciti nell’intento, scopriamo – aggiunge Colli-Lanzi - che esiste una correlazione diretta tra l’organizzazione del sistema formativo e il sostegno all’occupazione giovanile».

 Per Chiara Violini, presidente di Fondazione Gi Group, «la limitata partecipazione dei giovani al mondo del lavoro è un problema serio e complesso, che in particolare nel caso dei Neet, può generare ricadute molto negative e portare fino alla disaffezione al lavoro e a fenomeni di esclusione sociale e perdita di identità».

 A questo proposito, in autunno, anticipa Violini, Gi Group lancerà « DestinationWork - il progetto di Gruppo dedicato a orientamento, formazione e lavoro - specificatamente rivolto agli studenti del triennio superiore per accompagnarli nel delicato ma fondamentale passaggio dalla scuola al mondo del lavoro. A loro – conclude la presidente di Fondazione Gi Group – ma anche ai genitori e ai docenti che sono al loro fianco in questo percorso, dedicheremo attività, momenti di confronto e iniziative di orientamento personalizzate».

 www.avvenire.it

 

 

mercoledì 30 agosto 2023

LA SOLITUDINE DI STUDENTI, INSEGNANTI E FAMIGLIE


La lettera sulla scuola


“La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti”. Su ilLibraio.it la lettera sulla scuola scritta da Franco Lorenzoni, maestro elementare e fondatore del centro di sperimentazione educativa Casa-laboratorio di Cenci, dal nuovo numero della rivista “Sotto il vulcano”: “Fuori dalle classi i meccanismi di esclusione sono ancora più spietati…”

 

-di Franco Lorenzoni *

 Un gruppo di studenti di un liceo di Terni, rispondendo all’invito della preside di indicare possibili miglioramenti per la loro scuola, ha proposto di istituire uno psicologo bidello. Uno psicologo sempre presente, in corridoio, che si possa interpellare al momento del bisogno senza passare al vaglio di insegnanti o genitori.

 Tra bidelle e bidelli, come gli studenti chiamano il personale Ata, ci sono talvolta figure che incarnano un’attenzione curiosa verso la vita di ragazze e ragazzi e che sanno entrare in relazione con loro al di là degli esiti scolastici.

 Proviamo a prendere sul serio questa espressione ingenua di un bisogno.

 Un numero sempre più ampio di studentesse e studenti ha un evidente bisogno di aiuto. Se ascolto una ragazza di seconda media che dice “mi taglio le braccia per soffrire meno”, se assistiamo a una moltiplicazione geometrica di casi gravi che si presentano alle Asl e ai centri di igiene mentale, se crescono a dismisura disturbi dell’alimentazione e forme di autolesionismo o di isolamento e chiusura totale, non possiamo non pensare che ci sia qualcosa da ripensare con radicalità e urgenza nella scuola, perché la scuola è il principale e spesso unico luogo pubblico di incontro tra le generazioni.

 Il decennio della cura

 Nei mesi che seguirono la fase più acuta della pandemia ci siamo trovati a ragionare sulla necessità di inaugurare un decennio da dedicare alla cura.

 Cura delle persone, a partire dai più giovani, che avevano subito l’isolamento domestico ed erano stati costretti a considerare il contatto come contagio con conseguente avvilimento del corpo, in una età in cui il corpo è primario ed essenziale luogo di conoscenza e desiderio. Intorno al corpo e alla percezione di sé, tra l’altro, si stanno giocando negli ultimi anni sommovimenti profondi nelle nuove generazioni, i cui sintomi vanno dall’esplosione delle tematiche di genere a nuove inibizioni che accompagnano relazioni vissute frequentemente solo a distanza.

 Il paradigma della cura non riguarda tuttavia solo il corpo e la salute dei singoli, ma la relazione con l’intero pianeta ferito, i cui equilibri sono a rischio per via dei cambiamenti climatici, avvertiti dalle nuove generazioni con maggiore sensibilità.

 Quello che, nelle prime settimane della pandemia, in cui sembrava prevalere la solidarietà, era apparso come un momento di svolta e di presa di coscienza dell’insostenibilità dei nostri modi di vivere e abitare la terra, si è dissolto velocemente.

 Non appena ci siamo liberati dalle mascherine c’è stata una rimozione collettiva pressoché assoluta di ciò che era accaduto, mentre a livello individuale ragazze e ragazzi e bambine e bambini anche piccoli, si sono trovati a dovere affrontare in solitudine le conseguenze profonde di quel trauma.

 A tutto questo si è aggiunta una guerra percepita come vicina, dal momento in cui la Russia di Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina: un bambino, che vede alla televisione le conseguenze di un bombardamento scoprendo che non è finzione, non può non esserne colpito e offeso.

 La distanza tra generazioni

 La solitudine di ragazze e ragazzi è evidente, ma diventa ancor più grave perché è incastonata tra altre due solitudini: quella delle famiglie e quella degli insegnanti.

 Già in un articolo sul “Giornale dei genitori” del 1962 Ada Gobetti descrive “genitori che si mostrano e si dichiarano il più delle volte smarriti, impotenti, sprovveduti, […] che ancora conservano, pur senza rendersene conto, molte caratteristiche dell’adolescenza: incerti, instabili, disorientati essi stessi, quale sicurezza possono dare ai loro figli?”. Aggiungendo poi: “Non sanno offrire modelli a cui i figli possano ispirarsi o contro cui possano polemicamente ribellarsi; troppo assorti nei propri problemi, difficilmente sanno uscire da se stessi per dare ai figli quell’amore completo e disinteressato capace di colmare da solo ogni lacuna di preparazione culturale e pedagogica”.

 L’analfabetismo che allarmava Ada Gobetti oltre sessanta anni fa non riguardava tanto la preparazione culturale, quanto l’incapacità di “uscire da se stessi”, che è base imprescindibile per costruire un confronto positivo con figlie e figli, sapendo accogliere il fatto che possano incarnare punti di vista diversi dal nostro.

 Le relazioni sono rese ancora più difficili da una distanza tra le generazioni che si è enormemente ampliata per la costante dipendenza che tutti abbiamo verso strumenti di comunicazione, informazione, gioco e distrazione permanentemente accesi.

 Questa distanza è alimentata ulteriormente dall’ossimoro che caratterizza il comportamento di molti genitori: un bisogno di controllo sempre più accentuato unito a una presenza incostante e intermittente.

 Questo vuoto, questa difficoltà di relazioni nelle famiglie, viene talvolta compensata, paradossalmente, da una difesa a oltranza di qualsiasi comportamento anche improprio di figlie e figli nella scuola. Da cui una sfiducia diffusa, che a volte sfocia in aggressività e violenza verso gli insegnanti e il loro ruolo educativo.

 Teniamo presente anche il fatto che ormai più della metà dei bambini sono figli unici e non conoscono dunque il salutare allenamento alla condivisione di spazi e oggetti che aiuta a ridimensionare l’espansione illimitata delle proprie esigenze.

 La terza solitudine riguarda noi insegnanti, in grande difficoltà nel costruire regole condivise con ragazze e ragazzi che incorporano esperienze segnate dalla difficoltà adulta di assumersi le proprie responsabilità nello stabilire confini sensati, nella vicinanza.

 Si arriva così a un altro paradosso. Ragazze e ragazzi pensano a volte di poter fare ogni cosa pur sapendo, con maggiore o minore consapevolezza, che li aspetta un mondo dominato da vecchi spesso incattiviti, che stanno sottraendo loro libertà e futuro, perché rimandare ogni scelta sul clima o minare le fondamenta del welfare riguarda molto concretamente la qualità della vita che li aspetta.

 Pronto soccorso culturale

 Molti anni fa Felice Pignataro, geniale artefice di interventi artistici e laboratori proposti nelle periferie di Napoli, invocava la necessità di un pronto soccorso culturale, più che mai necessario oggi.

 E allora una domanda che dovremmo porci con rigore e radicalità riguarda il ruolo giocato dalla scuola in questi decenni, in cui evidentemente noi che insegnavamo e provavamo ad educare non siamo stati in grado di elaborare un controcanto convincente, capace di criticare e contrastare ciò che stava accadendo nelle famiglie e nella società riguardo al disprezzo per la cultura e a una sfiducia crescente verso il sapere come terreno per la realizzazione di una vita migliore.

 La peggiore offesa all’infanzia sta nel costringere bambine e bambini e adolescenti a trascorrere ore e ore a scuola insieme ad adulti pigri, demotivati e frustrati, a insegnanti che hanno smesso di ricercare e credere nella cultura come luogo di conoscenza di sé e leva di trasformazione individuale e collettiva.

 Ma noi sappiamo che fuori dalla scuola i meccanismi di esclusione e discriminazione sono ancora più spietati, perché chi è ricco di parole, curiosità e domande potrà utilizzare al meglio le potenzialità della rete e di future “intelligenze” artificiali, mentre chi è più povero di riferimenti culturali e desideri di conoscenza si troverà relegato alla mercé di un mercato che non privilegia certo la qualità.

 Tra chi prova a fatica ad affrontare la dispersione scolastica e le crescenti povertà educative si sta sviluppando una discussione di cui tenere conto. Dobbiamo puntare a un ampliamento del tempo della scuola o dobbiamo immaginare e finanziare altri apporti educativi da parte del volontariato sociale, del terzo settore in collaborazione con le istituzioni locali, moltiplicando progetti capaci di dare vita a comunità educanti aperti al contributo delle famiglie?

 Alcuni tentativi di costruzione di comunità educanti locali stanno dando risultati interessanti.

 In altre situazioni, invece, il finanziamento di progetti educativi nati fuori dalla scuola sta alimentando diffidenze tra insegnanti e famiglie, che a volte sono invadenti, o tra scuola e terzo settore.

 Tra scuola e territorio

 Personalmente penso che chiunque lavori per migliorare la qualità culturale del territorio sia un alleato indispensabile per chi nella scuola non rinuncia a battersi contro ogni forma di discriminazione.

 Penso tuttavia che la scuola debba mantenere le sue peculiarità e sforzarsi di essere un luogo di costruzione culturale lenta. E che dunque noi docenti non possiamo sottrarci al tentativo di intrecciare sempre il ruolo di insegnanti a quello di educatrici ed educatori, sapendo trasformare l’incontro con arte, scienza, letteratura e bellezza come luoghi possibili di quel bisogno di cura di cui siamo noi i responsabili.

 Il cuore dell’educazione attiva sta nel costruire strumenti per arricchire le qualità e potenzialità di ciascuno alimentando la fiducia in sé stessi. Al tempo stesso il nostro ruolo sta nella capacità di seminare inquietudine, cercando ogni modo per moltiplicare le domande.

 Seminare inquietudine dovrebbe essere un anelito costante in chi educa, con la consapevolezza che a scuola stiamo svolgendo una funzione politica nel senso più ampio e autentico del termine, cioè di allenamento all’arte del convivere e di cura del bene comune.

 La mezza verità

 Mario Lodi, nel più noto dei suoi diari didattici che intitolò Il paese sbagliato, fa un’unica lunga citazione, tratta da un saggio dello psicologo e pedagogo svizzero Jean Piaget: “Lo scopo dell’educazione intellettuale non è quello di saper ripetere o conservare verità belle e fatte, perché una verità che viene ripetuta non è che una mezza verità: ma è piuttosto quello di apprendere e conquistare da se stessi il vero, a rischio di metterci molto tempo e di passare per tutte le traversie che una attività reale richiede. Non è possibile formare delle personalità autonome nel campo morale se l’individuo è sottoposto a una costrizione intellettuale tale che egli debba limitarsi ad apprendere a comando senza scoprire da se stesso la verità: se passivo intellettualmente non saprà essere libero moralmente”.

 Offrire la possibilità di scoprire e costruire la propria verità imparando a ricercare e a pensare insieme è una funzione sociale che la scuola deve fare propria con convinzione, facendosi magari anche aiutare da altre figure professionali, ma non delegandola a nessuno.

 Il libraio

venerdì 12 maggio 2023

UNA CASA CHE NON SI TROVA


 - di Giuseppe Savagnone*

 

Le tende contro il mercato

Il moltiplicarsi delle tende impiantate dagli studenti davanti alle sedi universitarie è diventato il simbolo di una protesta che immediatamente riguarda il costo eccessivo degli affitti e che ha, però, anche altri significati su cui vale la pena di soffermarsi.

Ma cominciamo dal livello più immediato, quello logistico. Il caro-affitti, nelle città universitarie, ha raggiunto livelli insostenibili (si calcola che nel giro di due anni l’aumento sia stato del 20%). E colpisce la fascia più vulnerabile degli studenti, quelli fuori-sede. Ragazzi le cui famiglie fanno già grandi sacrifici per mantenerli agli studi accollandosi, oltre il costo delle tasse universitarie, anche quello del mantenimento in una città diversa dalla propria.

Ragazzi, bisogna aggiungere, che vivono loro stessi una condizione problematica, lontani come sono dal luogo dove sono cresciuti e dove, oltre a poter contare sulla famiglia, hanno una rete di amicizie, a volte anche legami sentimentali, che tentano disperatamente di mantenere malgrado la distanza materiale, attraverso Whatsapp o Skype, sperimentando però sulla loro pelle la differenza tra i rapporti “veri” e quelli solo virtuali.

La maggior parte proviene dal Sud, che ormai da diversi anni conosce un esodo di cervelli e di competenze a favore delle università del Nord. Un fenomeno disastroso per il Meridione, che risulta così sempre più desertificato, spogliato com’è delle sue risorse umane più qualificate. Dove il problema non è tanto il livello dei docenti – ce ne sono di ottimi anche negli atenei meridionali – ma le diverse opportunità che si aprono a livello lavorativo, già prima della laurea, a uno studente che esce da una università di Milano o di Bologna e uno che acquisisce lo stesso titolo in quella di Palermo.

Sono questi giovani “migranti” che le cosiddette “leggi del mercato” costringono a vivere, nelle città dove studiano, accampati in alloggi spesso squallidi, condivisi con estranei, pagati a prezzi esorbitanti, sfruttando il bisogno assoluto che essi hanno di trovare comunque un tetto. Ennesimo esempio di come la società neocapitalista sia organizzata in modo da penalizzare i più deboli, al di fuori di ogni criterio di umanità.

Risposte inadeguate

Questa situazione ha radici remote e non può certo essere imputata a un governo in carica da pochi mesi che ora, davanti al montare del malcontento, sta cercando di tamponare, sbloccando 660 milioni destinati ad attenuare, se non a risolvere, il disagio.

Ciò che può essere imputata alla destra al governo, invece, è la rozzezza della risposta che alcuni dei suoi membri ha ritenuto di dare alla protesta dei ragazzi. Spicca quella del ministro della Pubblica Istruzione, Valditara, che non perde occasione per mostrare la sua difficoltà culturale a sintonizzarsi con le istanze educative a cui il suo ministero dovrebbe rispondere.

Aveva già dato prova di sé stigmatizzando pubblicamente la bella lettera in cui una preside di Firenze aveva richiamato gli studenti del suo liceo a ribellarsi alla cultura dell’indifferenza e a rimanere vigili contro ogni forma di violenza e di chiusura.

 Adesso, davanti a una protesta che esprime disperazione, il ministro ha ritenuto opportuno spostare il discorso sul piano della polemica partitica, precisando che la responsabilità della situazione è dei sindaci di sinistra. Una lettura che ha indignato perfino un altro membro del suo stesso governo, Anna Maria Bernini, la responsabile dell’Università, la quale ha sottolineato, in polemica col collega, che il problema va affrontato ben al di là delle beghe di parte.

Altrettanto scoraggiante è stata la reazione di Matteo Savini, ministro delle Infrastrutture, che, nella fretta di sfruttare retoricamente la situazione, ha deprecato che nel suo dicastero non ci sia mai stata «una direzione riservata agli affitti degli studenti, degli impiegati, degli operai» e si è personalmente impegnato a crearla, salvo a scoprire che l’ufficio c’è già e che era lui a non conoscerne l’esistenza. A conferma delle accuse che gli vengono rivolte di dedicarsi più ai giri elettoli nelle piazze che al suo lavoro di ministro.

A queste “uscite a vuoto” fanno eco quelle dei giornali di destra, come «Libero», che ha titolato, in prima pagina: «Fatevi il mazzo non la tenda» e il cui direttore, Vittorio Feltri, nel suo editoriale, scrive che «è ovvio, un’antica abitudine, che le persone poco abbienti (…) pretendano comunque di vivere come i ricchi. Esse non ragionano ma voglio ottenere certi beni (…). Non sanno, o non vogliono sapere, che in tutte le capitali, non solo d’Europa, un monolocale costa un occhio della testa quanto nei pressi della nostrana Madonnina». E si appella al «mercato», contro cui «è assurdo protestare».

Un disagio più profondo

Ma l’immagine di questi ragazzi e ragazze che hanno dovuto trasferirsi nelle tende, per far capire a una società di adulti la loro condizione, evoca un disagio più profondo di quello riguardante il caro-affitti. Il nostro non è un paese per giovani. Basti pensare al problema del lavoro. Il caso di quelli del Sud, che, per sperare di trovarne uno, devono andare a studiare e a vivere lontano dalle loro case, è emblematico.

Ma il problema riguarda le nuove generazioni nel loro complesso. Pochi decenni fa si cominciava a lavorare prima dei venticinque anni. Oggi quasi dieci anni dopo. E l’impiego, che una volta nella maggior parte dei casi era definitivo, ora è quasi sempre a tempo determinato, lasciando aperta l’incognita del futuro. (Proprio nel Consiglio dei ministri del 1° maggio, che voleva simbolicamente evocare la centralità del lavoro agli occhi del governo, si è incrementato il sistema dei voucher, favorendo ulteriormente lo sfruttamento del precariato).

La ricaduta sulla possibilità di questi giovani di mettere su una famiglia è sotto gli occhi di tutti. Ci si sposa sempre più tardi. Nell’attesa si convive. La tanto deprecata diminuzione della natalità è una conseguenza inevitabile sia di questi matrimoni tardivi, rispetto ai tempi di fecondità della coppia, sia dell’incertezza del “tempo determinato”, sia dalla mancanza, soprattutto nel Meridione, di quella rete di supporti e di servizi che in altri paesi rendono possibile alle donne di affrontare la maternità senza dover rinunziare al lavoro.

Se l’essere attendati è un simbolo di provvisorietà e di fragilità, se confrontato con l’abitare in una vera casa, la protesta delle tende esprime bene non solo l’esclusione di questi giovani da appartamenti troppo cari, ma una condizione esistenziale che li tiene ai margini della società e li deruba del futuro.

La nostalgia di una vera “casa”

Vi è, infine, un terzo livello di significato, a cui l’immagine degli studenti accampati nelle nostre piazze fa pensare. Al di là del luogo materiale in ci si può vivere, al di là di un contesto sociale ed economico accogliente in cui essere inseriti, ciò di cui i giovani oggi vivono la mancanza è un orizzonte di valori che consenta loro di dare un senso ai loro problemi e alle loro esperienze. Perché noi adulti, a nostra volta, non abbiamo più certezze e non siamo in grado, perciò, di comunicarle ai nostri figli.

Viviamo in un mondo in cui gli imponenti palazzi delle ideologie sono miseramente crollati. Per certi versi bisogna rallegrarsene, perché queste belle costruzioni facevano pagare la sicurezza con la rinunzia a pensare. Il guaio è che al loro posto è rimasto il vuoto. E anche il vuoto non favorisce la riflessione e la ricerca, perché spinge le persone a riempirlo moltiplicando gli stimoli superficiali e i miraggi illusori che possono fare da surrogato al senso, fino al punto da dimenticare che se ne ha disperatamente bisogno.

È questa la condizione di tanti giovani che al vuoto si sono arresi. Emblematico il caso dei NEET (Not in employment, education or training) – persone che non studiano, non lavorano né cercano lavoro – , che in Italia rappresentano il 25,1% della popolazione compresa tra i 15 e i 34 anni (circa tre milioni di giovani). Ma tanti altri, che pure sono studenti o lavoratori, si sono abituati a questa desertificazione valoriale e l’accettano come normale.

Da questo punto di vista la tenda – riparo, ma provvisorio – può essere il richiamo alla consapevolezza che non ci si può rassegnare a non avere una casa e che quella in cui abitiamo attualmente non lo è.

 

* Scrittore ed Editorialista. Responsabile del sito della Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo, www.tuttavia.eu

Foto: Repubblica



 


giovedì 16 marzo 2023

IL RICATTO DEL GAMBERO


Dai ribelli del '68 ai mostri del metaverso

Arturo Rocchi, genio dell’informatica, si rifugia rocambolescamente negli Stati Uniti durante gli anni della contestazione studentesca per sfuggire a una vendetta, diventando un nome nel campo dell’innovazione tecnologica. Molti anni dopo un’indagine della magistratura su morti sospette di militanti fascisti e su vecchi terroristi di sinistra lo riporta a Roma.

Qui prova a costruire un prototipo della sua ultima invenzione, che potrebbe migliorare il destino dell’umanità. Lavorerà con un gruppo di studenti dell’Università di Roma, dando loro l’inebriante e ineguagliabile sensazione di anticipare il futuro.

Incontrerà anche il suo primo amore, che da molti anni custodisce un segreto che lo riguarda. Gruppi di investitori privati e la Commissione Europea si contenderanno lo sfruttamento dell’invenzione di Arturo, ma ci saranno altri omicidi e la magistratura continuerà a nutrire sospetti su Arturo…

Il romanzo, ispirato da vicende realmente accadute, inizia con la storia del Movimento studentesco e si conclude con una riflessione profonda sulle recenti scoperte nel campo dell’Intelligenza Artificiale, destinate a trasformare il mondo che  conosciamo, e sulla necessità di liberarci dai ricatti del passato.


Fabrizio Funtò, IL RICATTO DEL GAMBERO - Prefazione di Franco Lo Piparo – Ed.  La Lepre,

 Nov. 2022, Pagine: 450, € 24   -  ISBN: 979-12-80961-05-1

 

giovedì 1 settembre 2022

SCUOLA. IL PANE PERDUTO

Studenti e prof, 

lo sguardo di Edith Bruck 

per riscoprire le cose

 “Il pane perduto” di Edith Bruck (1931) offre a studenti e docenti una prospettiva nuova con cui ricominciare l’anno scolastico

- di  Elisabetta Valcamonica

 

È Il pane perduto di Edith Bruck il libro che finisco di leggere nei giorni di inizio anno scolastico, mentre il rientro a scuola campeggia sulle prime pagine di tutti i giornali, tra controlli del green pass, mascherine, distanziamento, tracciamento dei contatti, nuove modalità di quarantena, supplenze e situazioni dell’organico.

Penso a Edith e alla sua vita, e il suo racconto mi conduce nel cuore di quella che vorrei fosse per me l’esperienza della scuola, nell’anno che inizia e in ogni mio giorno di lezione.

Mi appresto a varcare ogni giorno le soglie dell’aula, a ritrovare i ragazzi e le ragazze con cui ho lavorato, le loro famiglie, a rivedere gli abituali colleghi e a conoscere quelli nuovi, e nel chiudere il libro mi sgorga in cuore la gratitudine per questo incontro. È dalle parole di Edith Bruck che traggo alcuni degli spunti che provo a trascrivere come augurio per questo nuovo anno.

Non è un libro sulla scuola, il suo. Edith Bruck racconta la sua esperienza di bambina che correva scalza nella polvere di un villaggio in Ungheria prima di essere travolta da quella frana della storia che si chiama Shoah. Deportata nel ’44 nei campi di concentramento, sopravvive grazie alla terribile separazione da sua madre da parte di un soldato tedesco che, urlando e strappandola con violenza dalla carne della donna che l’ha partorita e cresciuta, la spinge nella fila di chi non era destinato ai forni crematori: è il primo dei cinque pilastri di luce che lei, nel buio che la circonda, vede, vive e riconosce come fiori di speranza.

Non è un libro sulla scuola, quello di Edith, ma la sua sostanza ha a che fare con l’umano che riparte, con l’umano che ricomincia, che gioisce, che si addolora, che cammina, cresce, si commuove; che affronta difficoltà e tempeste, che in tutto questo comunica quella vita piena che è ciò che vorrei vibrasse al centro di ogni ora di lezione.

È l’incontro con persone così che rende “scuola” la scuola: luogo dove si possano incontrare testimoni che danno respiro alla vita, dove l’umanità di ciascuno possa mettersi in dialogo con qualcuno che apre orizzonti, spalanca prospettive, accompagna alla scoperta di sé e del mondo. È per questo, che mi sento oggi di parlare di lei e di ciò che l’incontro con lei ha suscitato in me in questo momento in cui la scuola ricomincia. Quando qualunque insegnante del mondo entra nella sua classe, è ciò che lo nutre nel profondo che comunica con la sua presenza rinnovata agli studenti che incontra, qualunque disciplina insegni e dentro le discipline che insegna. Nel libro di Edith Bruck ho trovato per me una sorgente di acqua viva.

 C’è un punto della storia della Bruck che potrebbe risultare incomprensibile nel dramma che ha vissuto, ma la fertilità che quel momento porta con sé noi, che ricominciamo la scuola da adulti, siamo chiamati a farla nostra e disseminarla tra le pareti delle nostre classi. Dopo la liberazione, Edith sta cercando di tornare a casa con la sorella Judit; un gruppo di soldati ungheresi, in abiti civili, chiede di poter fare il viaggio con loro. All’inizio le due sorelle sono diffidenti: quegli uomini non avevano documenti, portavano nomi falsi, erano probabilmente clandestini, benché avessero giurato di non essere fascisti. Che fare? Si domandano le due ragazze. “E che dire? ricominciare con l’odio, con la vendetta, credergli o no? A dire di sì, c’era la speranza che non sarebbero stati più fascisti” (E. Bruck, Il pane perduto, p. 63).

Potrebbero essere niente, i cinque pilastri di luce di cui parla nel suo libro e nelle sue interviste la Bruck: un fondo di marmellata in una gavetta sporca, un guanto bucato, un cuoco che le chiede il suo nome, un pettinino per i suoi pochi capelli. Sono gesti e segni invece che lei legge nel loro significato profondo, ed è in questo suo sguardo bisognoso e delicato la differenza qualitativa tra ciò che essi possono apparire e ciò che essi sono.

Desidero sia questo la scuola: un luogo dove i nostri occhi possano essere accompagnati a posarsi con attenzione sulle cose: sulla domanda di un alunno, su un oggetto di studio, sulla reazione contenta o annoiata degli studenti, sull’osservazione fatta da un collega, su un disagio più o meno manifesto, su un moto di adesione o di rifiuto rispetto a ciò che si propone, su un colloquio con i genitori, su una lezione andata più o meno bene… è in questo lavoro di accoglienza della realtà che si instaura il dialogo educativo tra un adulto che conquista sé in costante cammino e i ragazzi e le ragazze che si apprestano a diventare grandi e che egli è chiamato ad accompagnare.

Grazie, Edith, di quello che sei, e del cammino che apri per me in questo nuovo anno scolastico.

 Il Sussidiario