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lunedì 15 giugno 2026

PONTI PER LA PACE

 

«Costruire ponti

per la pace, 

la giustizia

 e la dignità

 umana»


Appello dei Vescovi al vertice del G7

è il titolo dell’appello che, in occasione del Vertice del G7 che si svolge a Evian in Francia dal 15 al 17 giugno, i presidenti delle Conferenze episcopali cattoliche di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti, con il sostegno del presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea, rivolgono ai capi di Stato e di governo

. «Di fronte ai conflitti armati, alle fratture geopolitiche, alle disuguaglianze crescenti, alle sfide climatiche e ai mutamenti tecnologici, ricordiamo che il fondamento dell’azione politica ed economica deve essere sempre la dignità di ogni persona umana», si legge nel documento.

«Chiediamo agli Stati del G7 di riaffermare il loro impegno a favore del multilateralismo, del rispetto del diritto internazionale e della ricerca di soluzioni pacifiche ai conflitti. In un mondo segnato dalla guerra e dall’instabilità, è più che mai necessario consolidare le istituzioni internazionali, tutelare le popolazioni civili e promuovere i diritti fondamentali, in particolare la libertà religiosa e la dignità delle persone più vulnerabili.

Invitiamo inoltre i Paesi del G7 a riportare la persona umana al centro dello sviluppo e della solidarietà internazionale e chiediamo un ascolto reciproco più attento tra i popoli. Mentre in molte regioni del mondo aumentano i bisogni umanitari, incoraggiamo a mantenere un forte impegno a favore della lotta contro la povertà, dell’accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, della sicurezza alimentare e di uno sviluppo che rispetti le popolazioni e l’ambiente. Auspichiamo inoltre un rafforzamento della cooperazione internazionale contro la criminalità organizzata, la tratta di esseri umani e i traffici illeciti che alimentano la violenza e rendono più fragili le società. Di fronte al rapido sviluppo delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale, sottolineiamo l’urgenza di una governance etica, trasparente e democratica, che garantisca che tali innovazioni rimangano al servizio del bene comune e della persona umana. Chiediamo un’attenzione particolare agli effetti che esse hanno sui bambini e sui giovani, nonché sul rispetto delle libertà fondamentali.

Esortiamo infine gli Stati del G7 ad assumersi pienamente la propria responsabilità nella lotta contro il cambiamento climatico, a promuovere una transizione ecologica giusta e a sostenere le popolazioni più esposte alle sue conseguenze. Ricordiamo inoltre che i migranti e i rifugiati, costretti a fuggire dalla guerra, dalle persecuzioni o dalle catastrofi ambientali, devono sempre essere accolti con dignità e umanità, pur riconoscendo la legittima responsabilità degli Stati di preservare il bene comune.

 

Con questo appello, come pastori delle nostre Chiese e discepoli di Gesù Cristo, ribadiamo la volontà della Chiesa cattolica di essere accanto ai popoli, di porre il suo impegno al servizio dei più vulnerabili e la sua capacità di dialogo al servizio della pace, della giustizia e del bene comune mondiale».

Adista

giovedì 23 gennaio 2025

PROTEGGERE I MIGRANTI


 I vescovi Usa a Trump: «I migranti vanno protetti come i bambini non nati»

 

-     


L’appello della Conferenza episcopale statunitense a rispettare la

 «sacralità della vita umana e la dignità della persona» 

in tutte le sue forme. 

La vescova episcopaliana Budde: «Abbi pietà»


    -di Angela Napoletano 

«Prendersi cura di immigrati, rifugiati e poveri fa parte dello stesso insegnamento della Chiesa che ci richiede di proteggere i più vulnerabili, in particolare i bambini non nati, gli anziani e i malati». È il richiamo rivolto al presidente Donald Trump dalla Conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti in vista delle deportazioni di latinos senza documenti autorizzate dalla Casa Bianca.

L’appello è a rispettare la «sacralità della vita umana e la dignità della persona» in tutte le sue forme. Non si può essere contrari all’aborto, questo è il senso dell’esortazione, e favorevoli ai raid contro i migranti irregolari. La nota (in poche righe) diffusa dai vescovi americani, presieduti dall’arcivescovo Timothy Broglio, prosegue a sottolineare la disponibilità della Chiesa cattolica americana a «collaborare con l’amministrazione e il Congresso per promuovere il bene comune», sempre, a prescindere dei «momenti di accordo e disaccordo».

Meno istituzionale è il tono del comunicato diffuso invece dalla diocesi texana di El Paso, al confine con il Messico, che da tempo ha aperto le chiese alla prima accoglienza dei migranti. «Facciamo nostre le loro angosce e loro paure – ha precisato il vescovo Mark Seitz – confidando che il Signore farà emergere il bene anche dal dolore, e che questa prova sarà solo preludio a una riforma reale sull’immigrazione, a una società riconciliata e alla giustizia per tutti coloro che sono costretti a lasciare il proprio Paese».

La voce dei cattolici non è l’unica a gridare «no» al pugno di ferro di Trump contro i disperati arrivati negli Stati Uniti senza autorizzazione. Ha fatto scalpore, martedì, il sermone della reverenda Marianne Budde, 65 anni, la prima donna vescovo della diocesi episcopaliana della capitale, che parlando dal pulpito della Washington National Cathedral, ha sollecitato il neopresidente, seduto in prima fila, «ad avere pietà, in nome di Dio», di immigrati e rifugiati, di chi «fugge da zone di guerra e persecuzioni per trovare, qui, compassione e accoglienza».

L’ammonimento di Budde, che ha chiesto «misericordia» anche per «gay, lesbiche e bambini transgender» spaventati dalle annunciate politiche contro l’identità di genere, ha irritato non poco il tycoon. In post pubblicato sui social poco dopo la messa, The Donald ha bollato la religiosa come «un’estremista di sinistra» che ha trascinato la sua chiesa nella politica «in un modo poco rispettoso». «È stata sgradevole nel tono, poco persuasiva e poco intelligente», ha tuonato, «dovrebbe scusarsi con il pubblico».

www.avvenire.it

La Chiesa statunitense

All'indomani della elezione di Donald Trump come 47.mo presidente degli Stati Uniti d'America, l'arcivescovo Timothy Broglio, presidente della Conferenza Episcopale degli Usa, dichiara ai media vaticani che i vescovi cattolici sono pronti a collaborare con tutti i politici eletti al fine di promuovere il bene comune. "Come cristiani e come americani - afferma - abbiamo il dovere di promuovere il reciproco rispetto, in spirito di carità e con civiltà, anche dialogando con chi la pensa diversamente da noi". In merito al dibattito politico sull'aborto - che al momento coinvolge almeno dieci diversi Stati - l'arcivescovo sottolinea che i vescovi Usa difenderanno sempre i diritti di tutte le persone, anche di quelle non ancora nate.

Negli Stati Uniti siamo fortunati perché viviamo in una democrazia e gli americani si sono recati alle urne per scegliere liberamente chi deve guidare la nazione. Faccio le mie personali congratulazioni al presidente Trump e a tutti i politici che sono stati eletti a livello nazionale e locale. Adesso è il momento di passare dalla campagna elettorale al governo del Paese. Siamo convinti che la transizione da un governo all'altro possa avvenire pacificamente. La chiesa cattolica e la Conferenza episcopale non sono espressione di alcun partito politico e la Chiesa rimane fedele al proprio magistero a prescindere da chi siede alla Casa Bianca. 

Come vescovi siamo pronti a lavorare con tutti i rappresentanti politici eletti con l'obiettivo di perseguire il bene comune. Siamo una nazione benedetta dal benessere e abbiamo il dovere di prenderci cura degli altri, anche al di fuori dei nostri confini nazionali. Preghiamo affinché il neoeletto presidente Trump e tutti i leader politici possano agire nel rispetto delle responsabilità loro affidate per servire il paese e i cittadini. 

Chiediamo l'intercessione della Santa Madre, patrona della nazione, affinché possa guidarci nella ricerca del bene comune e nel rispetto della dignità di ogni persona umana, in particolare per coloro che sono i più vulnerabili, i nascituri, i poveri, gli stranieri, gli anziani e gli infermi, i migranti”.

Vatican News

 

 

sabato 23 novembre 2024

IL CAMMINO SINODALE


 Sul Documento finale del Sinodo

 

-       

  - di Severino Dianich 

 

Superata la delusione dell’opinione pubblica e l’irritazione di quanti, dopo aver proposto, lungo il Cammino sinodale, alcuni temi particolarmente sensibili, li hanno visti stornati dalla discussione in assemblea e affidati a dei particolari gruppi di studio, bisogna dire che il Documento finale del Sinodo è un testo, da molti punti di vista, di tutto rispetto. Non si potrà dire, quello che molti temevano, che la montagna ha partorito un topolino.

Ne è un primo frutto, infatti, un documento del magistero episcopale, capace di fare da Magna Charta per la Chiesa del futuro, in ordine al modus agendi nel determinare il programma della sua vita interna e della sua missione nel mondo, con il concorso e la responsabilità di tutti. 

Questioni aperte 

Con tutto ciò, resta comprensibile e legittima la delusione dei molti che si attendevano un concreto passo in avanti per la posizione della donna nella Chiesa, aprendole la strada almeno verso l’ordinazione diaconale, e la creazione di un quadro della comunità cristiana più positivo nei confronti di coloro che vivono situazioni coniugali e familiari particolari come i divorziati risposati o i conviventi senza matrimonio, senza dire delle persone LGBTQIA+. 

Rimane la sensazione che l’assemblea sinodale sia stata derubata della riflessione sui temi cruciali che erano stati proposti dai fedeli lungo il Cammino sinodale e per i quali fedeli e opinione pubblica attendevano soluzioni innovative. A parziale giustificazione del fatto, si potrebbe solo dire che tali questioni, una volta poste sul tappeto, aprono a tutto campo la questione della tradizionale morale cattolica, che attende ancora dai teologi una sua reimpostazione di cui difficilmente i sinodali sarebbero stati capaci. Testimoni del sensus fidei del popolo di Dio ne hanno sentito ed espresso il bisogno, senza averne potuto offrire le concrete soluzioni. 

All’assenza di una presa di posizione riguardo all’ammissione delle donne al sacramento dell’Ordine, se pure limitata al grado del diaconato (solo per rispetto del trascorso recente magistero papale), segue nel Documento finale almeno l’affermazione che si tratta di una questione che resta aperta. Né potrebbe essere altrimenti, in quanto si tratta di un caso più unico che raro, nel quale viene inibito ad una persona l’esercizio di un certo ministero, esclusivamente perché è donna. E questo non perché la condizione femminile la privi delle attitudini necessarie per l’esercizio del ministero, ma solo perché è donna. 

Siamo al limite di una violazione di quella «vera uguaglianza riguardo alla dignità e all’azione comune a tutti i fedeli nell’edificare il corpo di Cristo», dichiarata dal concilio al n. 32 della Lumen gentium. Non si dimentichi che Gesù non disdegnava di avere vicine a sé donne che lo «avevano seguito… dalla Galilea», appunto, «per servirlo (diakonoûsai autô)» (Mt 27,55). 

A parte queste e altre lacune che si potrebbero citare, rispetto alle attese (troppe, a dire il vero, e troppo vaste) che erano state espresse lungo il Cammino sinodale, il Documento finale è un testo importante, già per il fatto di avere impostato un programma di promozione della sinodalità non fine a sé stessa, ma in direzione della missione della Chiesa. Il testo, quindi, dà della missione, in maniera lapidaria, una felice definizione: «La Chiesa esiste per testimoniare al mondo l’evento decisivo della storia: la risurrezione di Gesù» (n. 14). 

E’ anche da apprezzare che, mentre la conversazione sinodale nella Prima Sessione, con non poco disagio, vagava nell’incertezza di cosa significasse e che senso avesse l’idea stessa di sinodalità, il Documento finale ne offre una bene articolata e chiara descrizione: il concetto di sinodalità comprende, 

a) uno stile peculiare dell’agire nella Chiesa, sia nella sua vita interna che nell’esercizio della sua missione, 

b) alcune corrispettive strutture e procedure istituzionalmente determinate, 

c) l’accadere puntuale di determinati eventi (n. 30). 

In coerenza con l’intento di un’efficace promozione della sinodalità, l’articolarsi della Chiesa ai suoi diversi livelli, come non sempre avviene nei documenti del magistero, è descritto utilizzando una schematizzazione ascendente: communio fidelium, communio Ecclesiarum, communio episcoporum: la Chiesa, prima di tutto, sono le persone, poi le loro aggregazioni comunitarie, quindi i pastori che le guidano. 

Un frutto di questo modo di ragionare era stata già la stessa forma nuova del Sinodo dei vescovi, che papa Francesco aveva voluto come tappa di un cammino che coinvolgesse tutti i fedeli e come un’assemblea di vescovi che non fosse solo di vescovi, ma cui partecipassero, in misura rilevante, con lo stesso diritto di parola e di voto, anche fedeli non vescovi. Il Documento finale auspica che anche in futuro il Sinodo dei vescovi abbia stabilmente questa forma (n. 136). Basterebbe questo particolare per doverne rilevare la notevole valenza storica. 

A dire il vero, non ci si dimentica che c’erano state, in passato, assemblee di vescovi a carattere continentale, come quelle celebri di Medellin e Puebla, nelle quali si era verificata una felice interazione tra le molte varietà del popolo di Dio, con un articolato intreccio fra le responsabilità proprie dei pastori e il discernimento dei fedeli (nn. 125-127). 

I vescovi e la Curia romana 

Lungo il Cammino e le due assemblee sinodali, la figura del vescovo è stata oggetto frequente di discussione, non senza che vi affiorassero non pochi motivi di una diffusa insoddisfazione. 

Prima di tutto, sul modo con cui oggi vengono scelti i vescovi e destinati alle diverse Chiese particolari, per cui i sinodali hanno chiesto vengano create e adottate forme di partecipazione dei fedeli delle Chiese locali a decisioni per loro così importanti. 

In quanto all’elezione e all’ordinazione di vescovi che non vengono destinati al ministero di una Chiesa locale, come accade per i nunzi apostolici e i funzionari della Curia romana, non poteva che venirne messa in discussione la prassi (n. 70). 

Il problema più sentito, però, era ancora quello di un’esorbitanza dell’esercizio dell’autorità papale da parte della Curia romana e del bisogno di disegnare con maggiore ampiezza gli spazi nei quali i singoli vescovi e i loro diversi collegi locali siano lasciati pienamente responsabili delle decisioni necessarie sul territorio. 

Si noti che, nell’ordinamento attuale, neppure i concili particolari, che molte volte, lungo la storia, sono stati determinanti anche per la Chiesa universale, possono emanare documenti dotati di autorità, senza la recognitio della Santa Sede, per cui non c’è da stupirsi che i sinodali vogliano tutta questa materia sia rivista nella direzione di un necessario decentramento del governo della Chiesa, attraverso la valorizzazione delle conferenze episcopali. 

Al di là dell’autorità del concilio ecumenico e del papa non si dà alcun collegio episcopale che abbia il potere di imporsi al singolo vescovo, per cui efficace a largo raggio nella Chiesa resta solo il potere di Roma (nn. 125-136). 

Sul piano generale i sinodali hanno chiesto si metta in opera «un discernimento più coraggioso di ciò che appartiene in proprio al ministero ordinato e di ciò che può e deve essere delegato (il corsivo è mio) ad altri». 

Il ricorso all’idea della delega in un asserto che intende negarne la necessità è la riprova di quanto sia ancora difficile nella Chiesa cattolica riconoscere la piena soggettualità ecclesiale dei fedeli, nonché i compiti, carismi e ministeri che chiedono, caso mai, di essere riconosciuti come propri dei fedeli, e non delegati dai pastori ai fedeli. 

Si pensi ai problemi della vita coniugale e familiare e al paradosso del vescovo che delega, lui che non ne ha i carismi, in quanto votato al celibato, a dei coniugi che ne sono ben dotati per la grazia del sacramento, la responsabilità della pastorale familiare. 

Senza dire del problema del magistero episcopale e papale intorno alla morale coniugale, che mai come in questo caso richiederebbe di venire elaborato sinodalmente assieme a quei fedeli che, a differenza dei vescovi, hanno ricevuto dal loro sacramento i carismi necessari per il necessario discernimento. 

Non di poco conto è stata, infine, anche la richiesta di molti vescovi di non dover svolgere, accanto alla funzione pastorale con il suo carattere paterno, anche quella giudiciale, aprendo alla possibilità che i tribunali ecclesiastici non debbano essere presieduti dal vescovo e quindi acquisiscano effettivamente, con la terzietà del giudice, la loro indipendenza dall’autorità. 

Organismi di partecipazione 

Alla base della vita ecclesiale, nelle diocesi e nelle parrocchie, lo sviluppo della sinodalità dovrà giovarsi prima di tutto dei consigli pastorali e di quello degli affari economici, già previsti nell’attuale ordinamento canonico. 

I sinodali hanno chiesto, quindi, con frequenza e all’unanimità, che essi siano resi obbligatori e si provveda a risollevarli da quel certo formalismo nel quale si sono, di fatto, appiattiti. 

Il Sinodo ritiene necessario, prima di tutto, che ne venga regolata la designazione dei membri, da non lasciare all’arbitrio del pastore, quindi che si curi li compongano fedeli impegnati nella testimonianza della fede nella società civile, più che i fedeli impegnati in servizi interni alla comunità e, infine, che vi si promuova la necessaria articolazione fra la loro funzione consultiva e quella deliberativa. 

Questo del potere solo consultivo, in realtà, è un problema grave, di cui non è stata proposta una soluzione adeguata. I sinodali, infatti, si sono limitati a chiedere che, nei canoni rispettivi del Codice, si riveda la formula del «“solamente consultivo” (tantum consultivum)» (n. 92). 

In realtà, se si vuole promuovere la sinodalità, non si tratta di cambiare la formula, ma la sostanza dei processi decisionali, cioè di distinguere gli ambiti della vita della comunità nei quali è necessario l’esercizio dell’autorità del pastore, mentre ai fedeli spetta una funzione consultiva, dai numerosi altri ambiti, nei quali sono i fedeli ad essere dotati di competenze, manifestazioni dei carismi dello Spirito, di cui non è dotato il pastore, per cui essi più che il pastore sono in grado di fare discernimento e determinare la decisione. 

Se ai consigli non sarà data una loro determinata capacità decisionale là dove il problema non esige l’esercizio dell’autorità sacramentale del pastore, la sinodalità nelle Chiese locali e nelle parrocchie non farà alcun effettivo passo in avanti. Ciò che il Sinodo, invece, ha chiesto esplicitamente è che i pastori e quanti si sono assunti delle responsabilità nella comunità debbano rendere conto ai rispettivi consigli del loro operare (nn. 103-106). 

A questo proposito il Documento finale insiste sul fatto che bisogna superare la tradizionale idea che solo gli inferiori debbano rendere conto ai superiori del loro agire e non il contrario, citando anche il tratto degli Atti degli Apostoli nel quale Pietro venne obbligato a giustificarsi di avere battezzato un pagano (At 11,2-3). Si vede anche nell’oblio di questa prassi un derivato del clericalismo, nonché un suo continuo alimento (nn. 95-99). 

Per quel che riguarda gli affari economici si chiede fra l’altro che, possibilmente, il rendiconto sia certificato da revisori esterni. 

Osservazione conclusiva 

Come è stato per i documenti del concilio Vaticano II, così per il Documento finale del Sinodo la sua efficacia dipenderà dalla recezione, consegnata alla responsabilità dei vescovi e ad un continuativo impegno dei fedeli che fino ad ora si sono coinvolti nell’impresa. 

Ciò non toglie che sia necessario si metta mano alla riforma di alcuni tratti dell’attuale ordinamento canonico, come quello sul “consultivum tantum”, l’obbligatorietà e le procedure dei consigli, il dovere della rendicontazione a tutto campo ecc. 

Se tutto questo sembra necessario nell’immediato, affinché il Documento del Sinodo non resti lettera morta, mettendo mano al Codice, si aprirà un’altra, ben più radicale questione. La volontà di un decentramento del governo della Chiesa mette in causa, infatti, la stessa esistenza del Codice di diritto canonico: un Codice, due Codici, più Codici o nessun Codice. È su questo terreno che ormai la canonistica più interessante si sta muovendo.

 

Settimana News

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martedì 25 maggio 2021

«CHIESA IN ASCOLTO, VOCE ALLE COMUNITÀ»


UN PERCORSO 

PER IL SINODO

Il segretario generale della Cei alla vigilia dell'Assemblea dei vescovi italiani: diamo il via al percorso sinodale. La pandemia, la questione educativa, le relazioni interpersonali

 

-       di Vincenzo Morgante, Marco Tarquinio, Amerigo Vecchiarelli 

 

Prendersi cura delle persone. A partire dai giovani – la questione educativa va posta «senza ambiguità» – e dai bisognosi. Specie in un tempo come questo, segnato dalla pandemia e dalle tante periferie esistenziali. Incrementare uno stile di Chiesa sinodale e riscoprire il protagonismo dei laici per un annuncio del Vangelo che raggiunga ogni ambito della vita. Così, alla vigilia dell’Assemblea generale dei vescovi italiani, di nuovo in presenza, pur nel rigoroso rispetto delle misure sanitarie e dopo lo stop di un anno imposto dal Covid), il segretario generale della Cei, monsignor Stefano Russo, indica le prospettive di un impegno sempre più missionario delle comunità ecclesiali nel nostro Paese. Toccando i temi di maggiore attualità – Pnrr e migrazioni, ad esempio – e confermando che la Chiesa in Italia continuerà a sostenere i più poveri con i fondi dell’8xmille.

Eccellenza, i vescovi italiani tornano a incontrarsi di persona in assemblea generale dopo la pausa forzata dovuta al Covid. Con quale spirito e con quali attese?

È con gioia che ci ritroviamo dopo così tanto tempo. Portiamo con noi le sofferenze e le istanze delle comunità dopo un anno terribile segnato da una pandemia che, in questo momento, sembra allentare la sua morsa. Portiamo in Assemblea le attese di chi non ha smesso di sperare, di chi ha guardato alla Chiesa come a un sostegno e a una luce, di chi ci interpella sulle nuove sfide dell’evangelizzazione. Allo stesso tempo noi vescovi arriviamo con un mandato preciso, conferitoci dal Papa: avviare un cammino sinodale. Un impegno che è responsabilità e che ci motiva ancora di più in questa occasione di confronto senza mediazioni digitali.

L’assemblea ha come tema “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita. Per avviare un cammino sinodale”. Partiamo dalla prima parte: quali sono le coordinate indispensabili dell’annuncio in un periodo come il nostro segnato dalla pandemia?

Si tratta di tornare a tessere la trama delle relazioni personali. Il Vangelo che annunciamo non è semplicemente un contenuto, ma è una relazione che salva. È necessario rendere ancora più chiaro che la Chiesa annuncia prendendosi cura delle persone, proiettandosi al di fuori di sé soprattutto verso quelle che il Papa chiama le “periferie esistenziali”. La questione degli strumenti dell’annuncio viene dopo: in questo senso è importante anche saper utilizzare con sapienza i nuovi mezzi di comunicazione, di cui la pandemia ha messo in evidenza la particolare utilità. Vedo in questo un riferimento a quel processo di riforma cui il Papa, in diverse occasioni, ha invitato tutta la Chiesa: è un ritorno all’essenziale, ossia all’annuncio di Cristo e all’incontro con la sua Persona. La riforma, allora, non è solo richiesta per reagire alle difficoltà del tempo presente ma per essere sempre più fedeli al mandato del Signore.

Queste coordinate andranno declinate nel cammino sinodale. Il Papa, nel recente discorso all’Azione Cattolica ha già offerto alcune indicazioni concrete. Come va tradotto, ad esempio, l’accento posto su un cammino che deve cominciare dal basso?
Il Papa sottolinea una dinamica che fa parte dell’esperienza della Chiesa primitiva e che il Vaticano II ci ha riconsegnato quando ha parlato della Chiesa come popolo di Dio. Il “cammino dal basso” di cui parla Francesco si pone in questo solco e fa emergere la natura più vera della comunità cristiana. È necessario, cioè, partire dall’ascolto della comunità in tutte le sue componenti. Questa dinamica dà modo di recuperare il senso più vero della Chiesa come grande famiglia. Ne è conferma la Nota del Sinodo dei Vescovi per la XVI Assemblea Generale Ordinaria, sul tema “Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione”. La prima fase di questa Assemblea ha come scopo la consultazione del popolo di Dio nelle Chiese particolari. Si avvia un processo “dal basso”. Il cammino, dunque, percorre un sentiero condiviso.

Francesco ha anche detto che il cammino sinodale non deve diventare “un bel parlamento cattolico”. Come si può evitare questo rischio?

Vale la pena ricordare le parole del Papa ai padri sinodali durante la I Congregazione generale della III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi. Era il 6 ottobre 2014 e si celebrava il Sinodo Straordinario sulla Famiglia. Queste le parole di Francesco: «Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresia. Dopo l’ultimo Concistoro (febbraio 2014), nel quale si è parlato della famiglia, un cardinale mi ha scritto dicendo: peccato che alcuni cardinali non hanno avuto il coraggio di dire alcune cose per rispetto del Papa, ritenendo forse che il Papa pensasse qualcosa di diverso. Questo non va bene, questo non è sinodalità, perché bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità». Parlare con parresia e ascoltare con umiltà sono due coordinate per evitare il rischio del «parlamento cattolico».

La Chiesa in Italia ha alle spalle un lungo cammino che, se vogliamo limitarci agli ultimi 60 anni, prende spunto dal Concilio Vaticano II e si è via via sviluppato anche attraverso i Convegni nazionali decennali. In che rapporto stanno tra loro Sinodo e Convegni? Il primo sostituirà i secondi?

La storia del cattolicesimo post-conciliare in Italia è segnata dai documenti del magistero del Papa e anche della Cei. I Convegni ecclesiali nazionali, che si sono tenuti con cadenza decennale, hanno costituito delle tappe altrettanto importanti per verificare il cammino sino ad allora condotto e per rilanciare un nuovo percorso. Adesso il cammino sinodale che si sta per inaugurare si concentrerà sull’ascolto delle Chiese locali. Non c’è fretta di elaborare un documento comune: verrà dato il giusto tempo per ascoltare, vedere e capire prima di sviluppare una sintesi che dia ragione del cammino condiviso.

E come armonizzare il cammino sinodale della Chiesa in Italia con i Sinodi già in corso in diverse diocesi italiane?

I Sinodi che alcune Chiese locali hanno avviato non si sovrappongono né contrastano con il cammino sinodale nazionale. Anzitutto perché il cammino sinodale parte sì dalla realtà diocesana, ma è proiettato verso una sintesi regionale e nazionale: ogni diocesi avrà bisogno di raccontare se stessa, nella consapevolezza di fornire un contributo essenziale a una comunità più grande. Inoltre, chi ha già sperimentato il processo sinodale potrà aiutare le Chiese sorelle, a partire dalla propria esperienza, fornendo suggerimenti sui processi che si sono rivelati più efficaci.

Il Papa insiste sempre su una Chiesa non clericale e non autoreferenziale. E invoca un maggior protagonismo dei laici. Il cammino sinodale sarà anche l’inizio di una nuova stagione del laicato cattolico in Italia?

La Chiesa non è fatta solo dai sacerdoti, dalle religiose o dai religiosi. Papa Francesco più volte ci ha messo in guardia dal clericalismo e in una bella immagine ha ribadito che: «Nessuno di noi è stato battezzato prete né vescovo: siamo stati tutti battezzati come laici e laiche. I laici sono protagonisti della Chiesa». La Chiesa quindi è composta da tutto il popolo di Dio e, insieme - ciascuno secondo le sue specificità, i suoi talenti -, si partecipa alla vita della comunità e alla forza della Chiesa. I laici hanno attraversato stagioni diverse, connesse a tempi in evoluzione e alle difficoltà di quegli stessi tempi. Siamo chiamati a ravvivare la sinodalità che non può che nascere dall’ascolto di ogni componente della famiglia di Dio, per mettere vino nuovo in otri nuovi.

Dopo la fine della Democrazia Cristiana, si ha la sensazione che il peso specifico della presenza cattolica in politica si sia progressivamente affievolito. Lei condivide questa impressione? E qual è il modo più idoneo oggi per contribuire al bene comune da parte della Chiesa nel suo complesso e dei laici in particolare?

A volte ho l’impressione che questo continuo riferirsi a un passato che non c’è più rischi di farci perdere di vista la necessità di un impegno dei cristiani corrispondente alla stagione che stiamo vivendo. Ci sono valori che il cristianesimo porta con sé e che dobbiamo sempre più saper mettere in campo a servizio del bene comune. Anche se spesso si fa fatica a evidenziarli, ci sono davanti a noi tanti frutti buoni che sono espressione della dottrina sociale della Chiesa. Da questo punto di vista sono convinto che il laicato cattolico può portare un contributo straordinario anche in questa stagione particolare. È necessario riscoprire e saper testimoniare sempre più la bellezza di appartenere a un progetto di vita comune.

In questo senso c’è anche un’incarnazione del percorso vissuto nei dieci anni appena trascorsi sul tema dell’educazione. “Educare alla vita buona del Vangelo” era il titolo degli Orientamenti pastorali dello scorso decennio. La pandemia ha fatto emergere, ancora di più, la valenza sociale dell’educazione.

Ormai è chiaro - e la cronaca continua a ricordarlo - che la questione educativa non è passeggera. L’educazione coinvolge le famiglie e tutta la società. E su questo punto non ci possono essere ambiguità. Siamo tutti chiamati in causa. E lo siamo in misura maggiore ora: la crisi pandemica ha generato una serie di gravi conseguenze negli adolescenti e nei giovani. La loro età è fortemente bisognosa di relazioni: esse non sono solo desiderio d’incontro, ma sono anche luogo di messa alla prova per imparare ad abitare la vita e il mondo, per capire qualcosa di se stessi e degli altri, per scoprire, attraverso i legami, le questioni di senso più importanti. In particolare gli adolescenti, che vivono il delicato passaggio dall’infanzia alla giovinezza, hanno sofferto molto la didattica a distanza: si sono scavate solitudini fino a riconoscere, tardi, un malessere che li sta costringendo a una situazione nuova tanto per loro, quanto per i loro genitori e tutte le figure educative. L’esperienza dell’ultimo anno ci ri-consegna, in qualche modo, l’impegno educativo.

Il Covid ha anche creato danni e situazioni di bisogno anche sotto il profilo economico. Che cosa chiedono i vescovi italiani al governo a nome della gente?

Il Covid ha messo in discussione tutta la nostra società e ha minato fortemente la tenuta delle comunità. L’economia è determinante, certo, e ogni tipo di sostegno finanziario deve essere messo in campo, ma molto è necessario fare soprattutto per rinsaldare le fratture sociali che hanno visto contrapporsi le persone per fasce di età, gruppi sociali, aree di impiego e disimpiego. L’inverno demografico che ci assedia, ben ricordato dagli Stati generali della natalità, è la conseguenza della mancanza di speranza, della conflittualità, dell’incertezza.

Il Pnrr, così come è stato presentato, è in grado di raggiungere gli obiettivi di un rilancio della crescita e dell’attenzione alle fasce più deboli della popolazione?

Auspichiamo che il Piano possa dare spazio e opportunità di crescita ai giovani, ricostruire il tessuto sfilacciato di una società che ha perso la fiducia nel futuro, intervenire in aiuto di tutti coloro che sono rimasti ai margini, ridare fiato alle imprese e alle famiglie. È essenziale che non vi siano sprechi di risorse o distorsioni a vantaggio di pochi: questo è il momento di mettere alla prova l’unità di un Paese in una prospettiva di comunione e di crescita collettiva.

In queste settimane la ripresa degli approdi ha riportato in primo piano il dibattito sull’immigrazione. Stante anche la situazione creata dal Covid, qual è la posizione dei vescovi italiani?

Ogni volta in cui vediamo uomini, donne, bambini arrivare su imbarcazioni di fortuna chiediamoci cosa faremmo se ci trovassimo nella loro situazione. Non possiamo pensare di vivere in un mondo in cui ci sono persone che devono sottostare alla legge della sopraffazione e a cui vengono negati i diritti essenziali. Siamo tutti chiamati alla fraternità. La Commissaria europea Ylva Johansson ha correttamente ribadito la necessità di rafforzare il dialogo con i Paesi di origine e di transito dei migranti. Il mio auspicio è che da questi colloqui nasca una collaborazione che, prima di ogni cosa, abbia a cuore il destino dei migranti e la loro difficile condizione. Mi attendo anche una maggiore solidarietà dagli altri Paesi europei nell’implementazione del meccanismo di redistribuzione volontaria, necessario per aiutare i Paesi di primo approdo come l’Italia.

Durante l’Assemblea si procederà, come di consueto, alla destinazione dell’8xmille tra le finalità previste dalla legge. Lo scorso anno ci sono stati stanziamenti cospicui per far fronte all’emergenza Covid. Ci sarà qualcosa di simile anche quest’anno?

Ne parleremo in Assemblea, che delibererà nel merito. Nel 2020 - va ricordato - sono stati stanziati, dai fondi otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa cattolica, 200 milioni di euro (recuperati dalla finalità di edilizia di culto a cui erano destinati) a beneficio delle Chiese locali e di diverse associazioni e organizzazioni, espressione del volontariato e della solidarietà in Italia. Inoltre sono stati stanziati 25 milioni di euro quali sostegno economico alle famiglie in difficoltà attraverso sussidi di studio per studenti iscritti all’anno scolastico 2020/2021 presso una scuola paritaria di I o II grado (cattolica e non cattolica); 9 milioni per i Paesi africani e altri Paesi poveri; 8,800 milioni a favore di strutture sanitarie. In un tempo di prova e difficoltà causate dalla pandemia, la Chiesa che è in Italia, dunque, anche attraverso un supporto economico, è stata vicina alle persone e continua a esserlo con numerose iniziative volte a dare speranza e aiuto concreto.

 

 

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martedì 19 febbraio 2019

COSTRUIRE L'UNIONE EUROPEA, DOVERE DI OGNI CITTADINO

APPELLO DEI VESCOVI EUROPEI


di Sarah Numico

La Commissione degli episcopati della Comunità europea  (COMECE) diffonde un testo che guarda alle elezioni del 23-26 maggio. Il sostegno della Chiesa alla "casa comune", anche se "non è perfetta". La persona al centro della politica. Le riforme necessarie e alcuni  temi-chiave: famiglia, migrazioni, sviluppo, diritti.
Un invito, forte, convinto e deciso, a sostenere il processo di integrazione europea anche attraverso l’importante momento elettorale del 23-26 maggio. Con un messaggio della Comece, la Commissione degli episcopati della Comunità europea, i cristiani sono interpellati per la costruzione di un bene comune che vada al di là degli interessi particolari e nazionali. “Rivolgiamo un appello a tutti i cittadini, giovani e anziani, perché votino e si impegnino durante il periodo pre-elettorale e alle elezioni europee”. Il messaggio arriva a 100 giorni dal voto per il rinnovo del Parlamento europeo ed è intitolato “Ricostruire comunità in Europa” (“Rebuilding community in Europe”).
Evitare lo sguardo ripiegato. Il voto dei cittadini, chiamati alla “responsabilità” politica, scrive la Comece, presieduta da mons. Jean-Claude Hollerich, arcivescovo di Lussemburgo, “condizionerà decisioni politiche che avranno conseguenze tangibili sulla nostra vita quotidiana per i prossimi cinque anni”. È da “più di duemila anni” che la Chiesa cattolica “partecipa alla costruzione europea”, in particolare “con la sua Dottrina sociale”. E quindi, i vescovi si rivolgono proprio ai cittadini europei in questa fase che precede le elezioni per il rinnovo del Parlamento: se “l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona ha aperto un ampio ventaglio di nuove possibilità”, dieci anni fa, oggi sembra dominare un “atteggiamento meno ottimistico”. Si impongono dunque necessarie “scelte politiche” che portino a “una rinnovata fratellanza” e “rilancino il progetto europeo”. Fondamentale è che “i credenti e tutte le persone di buona volontà” vadano a votare, “senza cadere nella tentazione di uno sguardo ripiegato” e che “esercitino i loro diritti guardando alla costruzione dell’Europa”.
“Non è perfetta…”. Manifestando le proprie opinioni politiche, ogni persona potrà “orientare l’Unione” – che “non è perfetta” – là dove vogliono che vada. Oggi serve “una nuova narrativa di speranza che coinvolga i cittadini in progetti percepiti come più inclusivi e al servizio del bene comune”, indicano i vescovi. Occorre però innanzitutto l’espressione del voto, perché “ogni voto conta” nello scegliere persone che da maggio in poi “rappresenteranno le nostre opinioni politiche”. E occorrerà che, dopo le elezioni, i cittadini “in modo democratico monitorino e accompagnino il processo politico”.
Campagna elettorale. Guardando al futuro prossimo dell’Ue i vescovi affermano che i cittadini e le istituzioni Ue avranno bisogno di “spirito di responsabilità” per “lavorare insieme per un comune destino”, “superando divisioni, disinformazione e strumentalizzazione politica”. Il riferimento dei vescovi Comece nel loro documento è alla campagna elettorale, che dovrà concentrarsi sulle “politiche Ue” e su come i candidati “sapranno elaborarle e concretizzarle”. L’auspicio è che si “presentino le differenti visioni” evitando “sterili contrasti”.
La questione migratoria. Qualità necessarie per “coloro che vorranno assumersi un mandato a livello Ue” sono “integrità, competenza, leadership e impegno per il bene comune”. I vescovi indicano inoltre alcuni temi che stanno loro particolarmente a cuore: “l’economia sociale”, politiche per ridurre la povertà, basate sul principio per cui “ciò che funziona per i meno fortunati, funziona per tutti”, insieme a “un rinnovato sforzo per trovare soluzioni efficaci e condivise su migrazioni, asilo e integrazione”. A questo riguardo due le sottolineature: l’integrazione “non riguarda solo le persone che entrano nell’Ue”, ma “anche i cittadini Ue che si spostano in un Paese diverso dal loro”, quindi la questione di fondo è “come accogliersi meglio gli uni gli altri in Europa?”. In secondo luogo, i temi della migrazione e dell’asilo non sono a sé stanti, ma sono legati ai temi della “solidarietà, a una prospettiva centrata sulla persona, a politiche economiche e demografiche efficaci”.

Ambiente, pace, diritti. “Votare in queste elezioni significa anche assumersi la responsabilità per il ruolo unico dell’Europa a livello globale. Il bene comune è più grande dell’Europa”, si legge nel messaggio Comece. “Ad esempio, l’attenzione per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile – scrivono i vescovi europei – non possono essere limitati ai confini dell’Ue e i risultati elettorali avranno un impatto sulle decisioni che riguardano l’intera umanità”. Una “Unione forte sulla scena internazionale è anche necessaria per la promozione e la protezione dei diritti umani in tutti i settori e per un solido contributo dell’Ue come attore multilaterale per la pace e la giustizia economica”. Dopo aver citato un intervento di Papa Francesco sul futuro dell’Europa, il documento prosegue così: “Le elezioni potrebbero essere solo un primo passo, ma il più necessario”. “Chiediamo a tutti i cittadini, giovani e meno giovani, di votare e impegnarsi” in vista del voto. Il documento conclude: “Il voto non è solo un diritto e un dovere, ma un’opportunità per plasmare concretamente la costruzione europea”.

da AVVENIRE