giovedì 23 aprile 2026

GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avveenire.it

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