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martedì 3 febbraio 2026

CRAL TOSCANA

 


 CELEBRATO A LIVORNO IL CAMBIO DEL VESCOVO DELEGATO DALLA CET ALLA GUIDA DEL LAICATO AGGREGATO TOSCANO.

 - di Sandra Cavallini

   La CRAL Toscana ha celebrato il passaggio alla guida del laicato aggregato di Toscana da Mons. Fausto Tardelli, Vescovo di Pistoia e Pescia, a Mons. Bernardino Giordano, Vescovo di Grosseto e di Orbetello-Sovana-Pitigliano, nell’incontro del 17 gennaio presso il Vescovado di Livorno. Occasione di conoscenza tra gli attuali rappresentanti delle CDAL ed i responsabili o loro delegati delle aggregazioni toscane, che si è conclusa con la recita dei Vespri guidati dai Vescovi e dalla RMPP.

     La CRAL Toscana ha donato al Vescovo Mons. Simone, ringraziandolo per l’ospitalità, un testo con foto e bozzetti delle opere dello scultore Lello Scorzelli per le statue di Paolo VI; al Vescovo Bernardino il libro “Viaggio ai tempi del Giubileo” di Paola Paoletti, dell’AIMC e del RnSS; ed al Vescovo Tardelli una icona di Laura Falleni del RnSS raffigurante la Santa Madre di Do. 

    E’ stato presentato il neoeletto Consiglio di Presidenza: Michela Del Carlo (AGESC / CDAL Lucca), Massimo Guerrieri (AIMC / CDAL Pistoia); Carla Lestingi (Focolari / CDAL Firenze); tesoriere Alberto Toccafondi (UNITALSI / CDAL Prato); Segretaria Generale Sandra Cavallini (AIMC / CDAL Livorno);  Stefano  Manetti (AC, Diocesi Fiesole) delegato AC Toscana.

    Al saluto ed augurio dell’Eccellenza Mons. Simone Giusti, Vescovo della Diocesi di Livorno che ha ospitato, è seguita l’introduzione di Mons. Fausto Tardelli che ha riassunto il ruolo della CRAL Toscana in questi ultimi anni. Pienamente inserite nel cammino sinodale come coordinamento di laici aggregati nella chiesa, le consulte diocesane, regionali, e nazionale, sono una palestra di autentica sinodalità, ambiti dove si sperimenta l’essere segni di una Chiesa comunione tra i suoi Pastori ed i fedeli e con i fratelli tutti, e comunione tra carismi diversi che sanno stimarsi reciprocamente e collaborare. Ciò ha prodotto ricadute concrete ad intra ed extra della chiesa, per cui Mons. Fausto ha espresso gratitudine verso i membri della Consulta Regionale che si sono succeduti lavorando sui focus individuati nelle assemblee e nei convegni.  Certo del proseguimento del cammino avviato che porterà frutti nella  contestualizzazione degli esiti sinodali, ha espresso voti augurali assicurando ancora vicinanza.  

    Come Segretaria regionale ho condiviso quanto svolto dalla CRAL, illustrando anche i rapporti con la CNAL che fornisce contributi sia tramite i suoi organismi (assemblee e commissioni), sia tramite eventi di formazione e di confronto con le realtà locali, anche mediante collegamenti a distanza. Ho invitato a visitare il sito dellla CNAL dove sono registrati sia gli eventi nazionali, sia i contributi locali (vedi delle CDAL di Lucca, Siena e  Livorno).

     La CRALToscana ha dato vita alla CDAL di Massa Marittima e sta avviando la costituzione della CDAL di Grosseto tramite le varie aggregazioni che pure esistono, augurandosi di contribuire alla costituzione delle CDAL in tutta la Toscana.

   Abbiamo organizzato una dozzina di incontri online con le CDAL e le aggregazioni per trovare fili rossi su cui lavorare.  Ad esempio i due grossi convegni del 2020/2021 con lo psicopedagogista Ezio Aceti (docente presso la Università di Loppiano) che hanno prodotto feedback di lavoro nelle Consulte sul Progetto Educativo Globale, e lasciato traccia anche nella scuola pubblica sul rapporto famiglia-genitori-figli all’insegna di una educazione permanente. Rilevanti adesso le richieste sulla formazione, i giovani, la educazione alla pace, l’adeguamento alla normativa sul terzo settore, l’approccio etico all’ambiente, ma soprattutto alla cura della persona all’insegna della cultura della vita (inizio e fine vita). Abbiamo inoltre organizzato tavoli di lavoro sullo "Strumento di lavoro per la fase profetica" quale contributo di questa CRAL al percorso Sinodale. Abbiamo poi accolto, durante il Giubileo della Speranza, le Aggregazioni laicali toscane presso il Santuario della Basilica Giubilare della Madonna delle Grazie a Montenero, Patrona della Toscana.

    Mons. Bernardino Giordano ha proposto di lavorare per la costruzione di una società più umana e solidale, attraverso iniziative significative verso l’unità nella diversità. A questo punto del cammino sinodale della Chiesa in Italia, è tempo di  passare a gesti concreti, e chi più del laicato associato, che ha esperienza di formazione ed impegno, è chiamato ad operare? Pertanto invita a non aver paura di uscire dalle proprie realtà associative ed ecclesiali, per fare rete, mettendo a disposizione reciprocamente risorse umane e materiali verso obiettivi comuni nella Chiesa, unico Corpo di Cristo. Agire per quanto la Chiesa e il mondo si attenda dai cristiani come testimoni credibili, anche nei momenti difficili della storia. Questa è la Chiesa in uscita! Ha quindi invitato i partecipanti ad esprimersi liberamente.

     E’ seguito un dibattito concreto e coinvolgente tramite molti interventi: la delegazione di Azione Cattolica Regionale ed alcune delegazioni Diocesane; i rappresentanti delle  Consulte delle Diocesi di Firenze, Pisa, Livorno, Pistoia, Massa Marittima/Piombino, Fiesole, Lucca, Prato; i delegati delle Diocesi di Grosseto e di Orbetello / Sovana / Pitigliano; i dirigenti regionali o loro delegati del Movimento dei Focolari, dell’Ordine Secolare francescano, del Movimento per la Vita, dei CAV, dei Centri Famiglia, dell’UCIIM, della Rete Mondiale della Preghiera del Papa, dell’AIMC, dell’AGESC, dell’ UNITALSI. Hanno inviato comunicazioni le CDAL di Arezzo / Cortona/ Sansepolcro, di Siena / Colle Val d’Elsa / Montalcino, di Montepulciano / Chiusi / Pienza, di Massa / Carrara / Pontremoli; i presidenti regionali o delegati dell’UGCI, del MASCI, del Serra Club.

     Da rilevare tra gli argomenti espressi la centralità della dimensione etica, scientifica e giuridica dell’inizio vita e del fine vita oltrechè spirituale, la centralità della famiglia, la importanza della preghiera comunitaria e personale, ritrovare l’unità tra le chiese cristiane, educazione alla pace ed alla democrazia nella scuola ed in tutti i centri di aggregazione, esperienze di sostegno alle neomamme per evitare aborti, che meriterebbero di essere diffuse così come i segni-simbolo tra cui la campana dedicata ai bambini mai nati, recentemente collocata a Sanremo e che viene proposta anche per il Santuario di Montenero.

     Un arrivederci alla Assemblea annuale di primavera dove concorderemo focus ed itinerari di lavoro della CRAL  Toscana a sostegno della chiesa tutta!  

    TOSCANA OGGI


sabato 3 agosto 2024

PASTORALE. C'E' MOLTO DA FARE



 "NON SIAMO FORSE SACERDOTI 

ANCHE NOI LAICI?"


-         di Luciano Manicardi

-          

Ove non vi sia la rappresentanza dell’ordine ecclesiastico, sei tu a celebrare l’eucaristia e a battezzare (offers et tinguis) e sei sacerdote tu da te medesimo. Infatti, dove sono presenti in tre, anche se sono dei laici, là vi è la chiesa (1). «Non siamo forse sacerdoti anche noi laici? (Nonne et laici sacerdotes sumus?)». Così si esprime Tertulliano in un testo in cui afferma la possibilità anche per i laici, in caso di necessità, di celebrare l’eucaristia e amministrare dei sacramenti. Si tratta di uno dei rari testimoni dell’eucaristia presieduta da un non-presbitero (2).

Decisamente più frequente nella storia è l’attestazione di celebrazioni domenicali sostitutive dell’eucaristia in assenza/attesa di presbiteri. E non solo in zone di missione, ma anche al cuore dell’Europa. Markus Tymister ne fornisce diversi esempi in riferimento al secondo millennio cristiano: egli ricorda che in diversi paesi europei in certi momenti storici (Ungheria nel XVI-XVII secolo; Francia alla fine del XVIII secolo; Germania nel XIX secolo) «vi erano laici appositamente incaricati che presiedevano celebrazioni domenicali con lettura e preghiera, come anche battesimi, matrimoni e funerali» (3).

Pertanto, la situazione attuale di carenza di presbiteri in molti paesi europei che ha fatto nascere diverse forme di presidenza da parte di laici di preghiere comuni, di liturgie della parola accompagnate da predicazione e distribuzione eucaristica, oltre che di amministrazione di sacramenti, non rappresenta certo una novità. Spesso sono la storia e la vita con la loro imprevedibilità che, creando situazioni di crisi, obbligano le comunità cristiane a cambiamenti che, in condizioni normali, non solo non sono presi in considerazione ma sono ritenuti inutili o insensati.

La crisi della pandemia e l’impossibilità di radunarsi nelle chiese non ha certo spento la fede, ma portato tanti, in virtù del loro battesimo e della fede vissuta, a riunirsi nelle case, a vivere una preghiera domestica, a creare riti semplici e certamente meno solenni di quelli delle curate assemblee domenicali, ma non meno autentici o nutrienti spiritualmente.

Le lucide riflessioni che un presbitero ha maturato durante il periodo pandemico mostrano lo stupore provato assistendo ai «primi timidi segni della nascita di una chiesa radunata nelle case e raccolta insieme dagli strumenti a disposizione», sicché «mentre qualcosa moriva e ci faceva paura perché non sapevamo fino a che punto quella morte scendesse in noi, forse qualcosa nasceva» (4).

E qui si intravede il contesto ben più ampio in cui inserire il discorso dei “riti senza preti”. Il cambiamento d’epoca che comprende al suo interno la fine della cristianità, e dunque la fine della civiltà parrocchiale, esige una riforma ecclesiale che accetti di guardare in faccia e gestire la paura della perdita connessa al cambiamento, concentrandosi sull’essenziale: la vita della comunità dei battezzati che trova la sua ragion d’essere nella fede in Gesù Cristo. Questo cambiamento riguarderà anche il ministero presbiterale e il ruolo dei laici quali presidenti di celebrazioni liturgiche.

Gli esempi presentati in questo numero di Rivista di pastorale liturgica, concernenti movimenti ecclesiali, comunità monastiche, esperienze pastorali, il ministero dei catechisti ecc., sono frammenti che abbozzano solamente il quadro che verrà. E che, ancora faticosamente, timidamente, lentamente, parzialmente e con qualche ambiguità, si fa strada anche in documenti ufficiali (5). In riferimento in particolare alle assemblee domenicali in assenza/attesa di presbitero, ciò che va tenuto presente è l’importanza della santificazione della domenica in quanto tale, cioè in quanto giorno memoriale della risurrezione, dunque la centralità per i cristiani di riunirsi per riconoscersi come assemblea convocata dal Signore.

In un articolo pubblicato su questa rivista nel 1998 Enrico Mazza valutava positivamente l’insistenza con cui il Direttorio per le celebrazioni dominicali in assenza del presbitero (6)  sottolineava l’importanza di rendere sempre più coscienti le comunità cristiane della natura della domenica cristiana cosicché, «qualora venga meno la presenza del sacerdote, la comunità sappia compiere la riunione domenicale secondo i valori che le sono propri».

E aggiungeva: «Dobbiamo rilevare che in questo campo c’è molto da fare dato che, di solito, si insiste di più sull’obbligo della messa domenicale che non sull’obbligo della domenica in quanto tale» (7). A distanza di quasi venticinque anni, molti passi sono stati fatti ed è sempre più assodato che, anche senza presbitero, vi può essere memoria della risurrezione con la liturgia della Parola e la distribuzione eucaristica.

Non va dimenticata o messa in second’ordine rispetto alla dimensione liturgica la cura pastorale di cui una comunità ha bisogno e che può essere assunta ed esercitata dai laici. Essi possono riflettere la compassione che Gesù mostrò di fronte alle folle, che erano come pecore senza pastore, e che lo portò a sfamarle annunciando loro la Parola e spezzando per loro il pane (cfr. Mc 6,34-44).

 NOTE:

 1) Per il testo latino di quest’opera del Tertulliano montanista: Tertulliano, De exhortatione castitatis, 7,3, (Corpus Christianorum, series latina, vol. 2, Brepols, Turnhout 1954, 1024-1025). Cfr, anche i commenti di P.A. Gramaglia: «In alcuni ristretti raduni di fedeli in tempo di persecuzione, data l’assenza del clero che si dava alla clandestinità, la presidenza dell’eucaristia era affidata a semplici laici; tale prassi era condivisa anche dai cattolici» (nota 135, in Tertulliano, Il matrimonio nel cristianesimo preniceno, a cura di P.A. Gramaglia, Borla, Roma 1988, 396-397) e di C. Schipani: «Per quanto riguarda l’eucaristia, è possibile che durante le persecuzioni, a causa della fuga del clero, semplici fedeli si siano trovati nella necessità di offrire il sacrificio cristiano» (nota 37, in Tertulliano, Opere montaniste, a cura di C. Schipani, Città Nuova, Roma 2011, 40).

2)  E. Mazza, Le odierne preghiere eucaristiche, I: Struttura, teologia, fonti, EDB, Bologna 1984, 60-61.

3)  M. Tymister, Le assemblee domenicali in assenza del presbitero, in Path 19/1 (2020) 38.

4)  I. Seghedoni, Una chiesa che non cerca tra i morti, in D. Olivero (ed.), Non è una parentesi. Una rete di complici per assetati di novità, Effatà, Cantalupa 2020, 140.

 5)  Cfr. il passaggio del Documento finale del sinodo per l’Amazzonia che intravede la possibilità di «ordinare sacerdoti uomini idonei e riconosciuti dalla comunità», anche se hanno «una famiglia legittimamente costituita e stabile» (n. 111).

6)  Cfr. Congregazione per il culto divino, Directorium de celebrationibus dominicalibus absente presbytero, in Notitiae 263 (1988) 366-378.

7)  E. Mazza, Le assemblee domenicali in assenza del presbitero, in Rivista di pastorale liturgica 5 (1998) 14-15.

Rivista di Pastorale Liturgica

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giovedì 13 giugno 2024

SINODALITA' VISSSUTA

 

DICASTERO PER I LAICI, LA FAMIGLIA E LA VITA

Vaticano, 13 giugno 2024

La sinodalità, il nostro stare insieme e camminare insieme, non è mai fine a sé stessa ma va cercata e vissuta.

Incontro annuale con i Moderatori delle associazioni di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità (Aula Nuova del Sinodo, giovedì 13 giugno 2024, ore 11.00)

Introduzione di S.Em. il Cardinale Kevin Farrell

Un cordiale saluto a tutti voi, Moderatori e Delegati delle associazioni internazionali di fedeli, dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità.

1. Le ragioni del Sinodo

In questa giornata rifletteremo sul tema della sinodalità così da partecipare sempre meglio al cammino comune che la Chiesa sta percorrendo. È importante, perciò, comprendere e fare proprie le ragioni che hanno ispirato il Santo Padre nell’impegnare la Chiesa in un Sinodo sulla sinodalità.

Ne richiamo solo due:

 a. Anzitutto l’accento sulla sinodalità. In un recente incontro con l’Azione Cattolica, il Santo Padre ha affermato: «la cosa più importante di questo Sinodo è la sinodalità. Gli argomenti, i temi, sono per portare avanti questa espressione della Chiesa, che è sinodalità. Per questo c’è bisogno di uomini e donne sinodali, che sappiano dialogare, interloquire, cercare insieme» (Discorso all’Azione Cattolica Italiana, 25 aprile 2024). Il Sinodo non è stato voluto per trattare argomenti e temi specifici, né per introdurre 1 cambiamenti dottrinali o pastorali.

Al centro del Sinodo c’è la stessa sinodalità come modo di essere della Chiesa. Il Papa vorrebbe che fosse vissuta sempre di più e sempre meglio, perché è convinto che la sinodalità tocca l’essere stesso della Chiesa, prima ancora che il suo agire.  Un risultato bello di questo lungo Sinodo sarebbe quello di avere suscitato in tutti, pastori e fedeli, il desiderio della sinodalità. Che possano esserci nella Chiesa, come dice il Papa, uomini e donne sinodali che hanno, come modo normale di agire, l’abitudine al dialogo, all’ascolto reciproco, a ricercare insieme soluzioni ai problemi. 

b. Il secondo aspetto è il legame fra Sinodo e Concilio Vaticano II.

Il Santo Padre non considera la sinodalità come una novità introdotta nella Chiesa in questi anni. Si tratta, invece, di continuare quanto iniziato nel Concilio Vaticano II, al cui centro c’è la dottrina della Chiesa come Popolo di Dio, che ha valorizzato la comune dignità e missione di tutti i battezzati (cfr. LG 10, 13). Per questo il Sinodo sulla sinodalità cerca di “risvegliare” il Popolo di Dio, richiamandolo alla sua vocazione, così come il Concilio l’ha messa in luce. Si vuole coinvolgere il Popolo di Dio nel processo di discernimento della situazione attuale della Chiesa, coinvolgerlo nell’assumersi una nuova responsabilità ad ogni livello nella Chiesa, coinvolgerlo nel partecipare alla missione evangelizzatrice a servizio degli uomini di oggi.

2. La sinodalità e i movimenti

Questo ritorno al Concilio e la sua implementazione attraverso l’attuale Sinodo sono particolarmente importanti per voi qui presenti. Molti dei vostri movimenti sono frutto del Concilio. Perciò, per voi, vivere  l’attuale processo sinodale, significa tornare al Concilio e, al tempo stesso, alle origini della vostra storia. Inoltre, voi avete un compito importante nell’attuale processo sinodale e nel lavoro che si sta facendo per riscoprire il dialogo, l’ascolto, il discernimento comunitario, l’apostolato condiviso. Queste, infatti, sono dimensioni della sinodalità che voi già da tempo avete imparato a vivere. Siete stati aiutati in questo, dalla dimensione comunitaria che si vive all’interno delle vostre associazioni, per cui per voi è naturale confrontarsi, progettare insieme le attività di apostolato, dividersi fra tutti i compiti nella missione e fare anche una revisione comune per valutarne i frutti. Questa ricchezza di esperienza siete chiamati a condividere con la Chiesa e ad essere “fermento di sinodalità” nelle più vaste comunità ecclesiali dove vi trovate a vivere e a collaborare: la parrocchia, le diocesi, gli organismi ecclesiali nazionali o continentali.  Allo stesso tempo, riflettere più a fondo sulla costitutiva dimensione sinodale della Chiesa può essere di grande aiuto per voi laddove vi rendete conto che alcune vostre prassi non sono ancora vissute in modo pienamente sinodale.

Per questo rileggere alla luce della sinodalità la vostra vita ordinaria, le vostre strutture di governo e le vostre attività missionarie, sarà di grande beneficio anche per voi. Il cammino sinodale, per voi movimenti e associazioni, può essere molto utile per creare uno spirito di vicinanza, di comunione e di sincera collaborazione con i vostri pastori. Allo stesso modo, da parte dei pastori, il cammino sinodale può essere utile per conoscere meglio associazioni e movimenti, che in numerosi casi sono presenti da anni nelle loro diocesi, molto prima del loro arrivo. Anche i pastori, perciò, possono imparare a camminare insieme ai movimenti, a comprendere le loro specificità, i loro doni e la ricchezza di contenuti, di metodi, di forze vive missionarie che essi portano in diocesi.

3. Sinodalità e missione

Nel tema scelto per questo incontro si parla del legame fra sinodalità e missione e si dice che rappresenta una “sfida”: “La sfida della sinodalità per la missione”. È un legame che possiamo trovare già nei testi del Concilio. Nella Lumen Gentium, ad esempio si afferma che: «Il Popolo di Dio … è costituito da Cristo per la comunione di vita, di carità e di verità», questa è la sinodalità! «… ed è inviato a tutti gli uomini come luce del mondo e sale della terra» (LG 9), questa è la missione!

Vi invito a riflettere sull’origine e sulla natura di questo legame forte fra sinodalità e missione che si vive nei movimenti. Prenderne coscienza, metterlo bene a fuoco, vi aiuterà a viverlo meglio e soprattutto a non lasciare che si spenga.  Certo è che vivere la sinodalità in vista della missione rimane sempre una sfida. È facile infatti ritornare all’individualismo, ripiegarsi su di sé e abbandonare la sinodalità, la fede vissuta insieme, il cammino comune ecclesiale.

E così pure è facile perdere l’orientamento alla missione, perché può prevalere la nostra comodità personale e il quieto vivere (essere discepoli missionari è sempre scomodo!), può prevalere il conformismo alla mentalità del mondo, il timore, la rassegnazione, l’abitudine a quello che si è sempre fatto, etc. 

 Aggiungo un ultimo pensiero.

La sinodalità non si attua inserendo semplicemente alcuni laici, uomini e donne, nei “luoghi di potere” della Chiesa, oppure creando appositamente nuovi organismi per mostrare che i laici sono maggiormente coinvolti nei processi decisionali. Non si tratta nemmeno di riempire con i laici i vuoti delle parrocchie, delle diocesi, delle associazioni e movimenti. In questo modo si finirebbe per “clericalizzare” i laici, come il Papa spesso ci avverte. La sinodalità, e la comunione che essa promuove nella Chiesa, deve servire, invece, per camminare realmente insieme – laici e pastori, carismi e istituzioni ecclesiali – e trovare insieme la strada che lo Spirito ci indica per portare avanti, con nuovo slancio, la missione evangelizzatrice della Chiesa.

 In definitiva, come indica il titolo del nostro incontro, è importante che ci ricordiamo gli uni gli altri, che la sinodalità, il nostro stare insieme e camminare insieme, non è mai fine a sé stessa ma va cercata e vissuta perché, insieme, andiamo “fino ai confini della terra” (At 1,8), come Gesù ci ha detto, perché raggiungiamo quei nostri fratelli e sorelle che attendono la luce consolante del Vangelo.  Mi auguro che questa giornata di riflessione e di comunione ecclesiale sia di aiuto per tutti voi, per il vostro cammino, per la vostra missione.

 Grazie del vostro ascolto.


giovedì 28 marzo 2024

LA BARCA E IL MARE

 


La Chiesa che c’è. Quella che ci sarà

Da laico nella città – 

Rubrica a cura di Daniele Rocchetti 

 L’unico cristianesimo, il variegato mondo. 

L’evento cruciale del Concilio Vaticano II. 

Le prospettive future della Chiesa. 

 

Intervista a Severino Dianich, teologo

 

La barca e il mare

 Don Severino Dianich è stato certamente uno dei più significativi teologi italiani del Novecento, autore di molte opere e animatore instancabile per decenni dell’Associazione Teologica Italiana (ATI) che ha fondato insieme ad altri nel 1967. 

Nato a Fiume nel 1934, ordinato prete a Pisa nel 1958, laureato in Teologia alla Gregoriana di Roma, don Severino è stato professore ordinario di Ecclesiologia e di Cristologia alla Facoltà di Teologia di Firenze. 

Nei mesi scorsi ha pubblicato un libretto (“Troppo breve il mio secolo”, San Paolo, 2023, 208 pp, 18 euro) dove racconta, con uno sguardo sapienziale, lucido e non risentito, alcune vicende della sua lunga esistenza. Dall’esodo forzato dalla terra istriana al Concilio Vaticano II, a cui partecipa lateralmente come segretario del suo vescovo, dall’esperienza della FUCI a Pisa alla fondazione dell’ATI per passare nei numerosi luoghi e popoli incontrati grazie ai viaggi e ai molti seminari di formazione tenuti in diverse parti del mondo. Un libro che merita di essere letto perché anche nelle pieghe delle complessità viste e affrontate sa riconoscere con fiducia il seme buono del Vangelo che è dentro la storia e le storie di ciascuno. Un’ultima lezione per tanti cristiani preoccupati di difendersi e di perimetrare in modo rigido confini e pareti. 

Don Severino: lei ha attraversato quasi un secolo, vivendo moltissimi eventi che fanno parte della storia. Quali sono quelli decisivi per la sua vicenda e come questi hanno influenzato il suo sguardo su Dio? 

Il passo fondamentale, un passo lungo lungo, è quello di un cammino nella fede, iniziato da bambino, soprattutto grazie a don Alberto, il cappellano della mia parrocchia, che poi ho ritrovato a Pisa, tutti e due esuli da Fiume, e che è continuato nella lunga preparazione al mio ministero di prete. Poi direi, senz’altro, il concilio. Quindi le mie esperienze in paesi e situazioni le più diverse, dove si scopre come Dio sia presente dovunque, in infinite forme diverse. 

Per tante ragioni, lei ha incontrato donne e uomini di diverse parti del mondo. Dal punto di vista spirituale, come è riuscito a coniugare la molteplicità delle vicende religiose con l’unicità della parabola cristiana? 

Quando in Cambogia, in un tempietto dedicato a uno spirito, osservavo quella signora che veniva in lacrime a portargli l’offerta di una porchetta (un patrimonio per una famiglia di poveri), capivo la forza liberante del Vangelo. Ricordavo quel che un missionario mi aveva raccontato, di alcuni cristiani che avevano preparato il presepio proprio accanto a un tempietto di uno spirito ma, giunta la mezzanotte di Natale, avevano tolto dal tempietto la statuetta dello spirito e messo nel presepio il bambino Gesù. Detto questo, comunque fosse, nella preghiera dei poveri, qualunque destinazione avesse, mi pareva di scorgere sempre la presenza dello stesso Dio Padre che Gesù ci ha rivelato. 

Il Concilio Vaticano II rappresenta un vero e proprio spartiacque nell’autocoscienza della Chiesa contemporanea. Lei ha trascorso la sua vita insegnando ai futuri preti e cercando di trasmettere le novità che l’assise conciliare ha introdotto. Perché è stato così faticosa l’attuazione del Concilio Vaticano II? 

Perchè il “Si è sempre fatto così”, se pure in maniera illusoria, è rassicurante per i timidi. E i timidi sono molto più numerosi di quel che sembra. Ma, curiosamente, alla difficoltà hanno contribuito anche gli intellettuali di cultura laica. Anticlericali quanto si voglia, vedevano messo a rischio il giocattolino (mi si perdoni la parola, ma tale lo è di fronte alla decisività e grandezza della fede) di una tradizione culturale plasmata dal cristianesimo. Non è escluso che vi abbiano contribuito anche i grandi poteri economici, che vedevano la Chiesa ulteriormente spostarsi su una sponda opposta alla loro. 

Ritorna in ogni tempo la questione della tradizione. Lo stesso Sinodo che si sta svolgendo si colloca in una tradizione ecclesiale. Quale ermeneutica della tradizione intravede all’orizzonte all’interno dei processi ecclesiali? Quanto è possibile tradire certi schemi? 

Con quel “Quanto…?” non si vorrà certamente ricevere una risposta, tipo: “Questo sì, questo no!” Quel che spesso manca ai tradizionalisti è la conoscenza della storia. Non di rado la loro “tradizione”, da difendere, è quella degli ultimi due tre secoli, quando non, nei più sprovveduti, quella della loro infanzia. Il culto della Tradizione fa parte della fede cattolica, certamente, perché la Sacra Scrittura non deve essere considerata un cimelio del passato e viene letta nell’alveo del grande fiume della tradizione. E’ che la tradizione è appunto come un fiume, cioè essa stessa in continuo movimento. Scoprirne la storia significa scoprire che la tradizione per prima ha attraversato infinite variazioni. Non pochi oggi si oppongono all’accesso delle donne al diaconato, perché tale prassi non sarebbe mai esistita. Ma se ricordassero quanti cambiamenti ha subito nella tradizione il sacramento dell’Ordine, comprenderebbero che la Chiesa vi può introdurre una nuova prassi senza offendere la tradizione. Basti pensare che in origine solo il vescovo presiedeva l’Eucarestia o che l’ordinazione a vescovo senza la destinazione al governo pastorale di una sua Chiesa particolare era considerata invalida. Ancora al concilio di Trento l’ordinazione del vescovo non era considerata un grado del sacramento dell’Ordine, mentre lo era il suddiaconato che poi è scomparso. 

A livello ecclesiale, stiamo vivendo il travaglio di un parto. Indietro non possiamo più tornare ma è pure complicato immaginare il futuro. Come immagina potrà essere la forma della Chiesa di domani? 

Non è possibile tentare previsioni riguardanti la Chiesa intera. Una cosa è l’Europa, altra è l’Africa, altra ancora è l’America Latina. E’ più facile dire qualcosa sull’Europa dove i flussi migratori, la diminuzione delle famiglie fondate sul sacramento del Matrimonio, la crescita dell’abbandono della fede di battezzati, stanno portando a un dimagrimento del corpo di tutte le Chiese, non solo di quella cattolica. Lo sbilanciamento, poi, che si sta creando fra il numero dei fedeli e dei preti in costante diminuzione e la perdurante imponenza delle strutture, financo del patrimonio immobiliare, costituisce un problema assai intricato che rischia di rallentare il rinnovamento e la ripresa dell’evangelizzazione a tutto campo. Ma per quel che conta ai fini dello scopo, per il quale il Signore ha voluto la Chiesa, cioè il perpetuare nel mondo la memoria storica di Gesù e più ancora la memoria di fede in Gesù risorto, il nostro è momento di grazia e inizio di un’epoca nuova. La Chiesa è chiamata a spogliarsi di tante sovrastrutture, che rischiano di ostacolare invece di favorire la sua missione, per ritrovare la freschezza del Vangelo e “la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando occorre seminare nelle lacrime”. E’ un’affermazione di Paolo VI che papa Francesco cita nella Evangelii gaudium. 

La cosa che più colpisce leggendo il suo libro è lo sguardo pacificato e sapienziale con cui legge le vicende del mondo e della Chiesa. Come custodire questo sguardo perché non prevalgano rancore e risentimento? 

E’ molto semplice. Basta imparare a memoria e riportare a galla, ogni volta che è necessario, l’invito di Gesù: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita”. 

Un’ultima curiosità. Perché chiude il suo libro con i capitoli finali di Apocalisse? 

Perché sono (o meglio, desidero essere) cristiano. 

 

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giovedì 16 novembre 2023

ESSERE ASSOCIAZIONE OGGI

 

“Le associazioni di fedeli 

nella Chiesa oggi” 

- di d. Giovanni Buontempo 

                  

Condivido con voi alcune riflessioni sulla realtà dell’associazionismo laicale oggi. Il nostro Dicastero, all’interno della Santa Sede, ha la competenza di concedere il riconoscimento giuridico alle associazioni internazionali di fedeli e di accompagnarle nel loro sviluppo e nel loro apostolato. Al momento attuale vi sono 116 realtà aggregative laicali riconosciute dalla Santa Sede. Sono molto diverse fra di loro, per origine, natura, finalità. Mi concentro in particolare su quelle, come l’UMEC, che hanno il carattere di associazioni di fedeli.

            Alcune di queste associazioni appartengono al gruppo delle ex Organizzazioni Internazionali Cattoliche (OIC), dicitura non più utilizzata, e trovano la loro origine in quella corrente associativa di carattere laicale che ha avuto un grande impulso tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo. L’allora Pontificio Consiglio per i Laici, in uno studio a loro dedicato, vedeva una duplice finalità delle OIC: «la promozione della vita apostolica e missionaria dei propri membri» e insieme «la capacità di organizzare e gestire una presenza cristiana incisiva nella vita internazionale»[1]. L’ambiente ecclesiale e culturale che ha dato origine a questa “corrente associativa” era contraddistinto da una nuova visione di Chiesa come “mistero di comunione”, dal desiderio di portare l’annuncio cristiano in ambienti sempre più secolarizzati, dalla crescente consapevolezza del protagonismo laicale[2].

Numerosi testi magisteriali hanno sostenuto e incoraggiato tali realtà. Ne cito uno particolarmente significativo, la Gaudium et Spes, che afferma: «simili associazioni giovano non poco a istillare quel senso universale, che tanto conviene ai cattolici, e a formare la coscienza di una responsabilità e di una solidarietà veramente universali» (n. 90). Con il nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, si è resa necessaria la revisione dello statuto giuridico di tali realtà, che hanno riformulato i loro statuti, diventando “Associazioni Internazionali di fedeli”, rientrando dunque sotto la competenza del Pontificio Consiglio per i Laici, e, a partire dal 2016, del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita.

Dal testo del Pontificio Consiglio per i Laici e dal testo conciliare Gaudium et Spes emergono queste quattro finalità in relazione a quelle Associazioni di fedeli che hanno raccolto l’eredità delle OIC: 1) promuovere una attività apostolica coordinata; 2) rendere incisiva la presenza cristiana nella vita internazionale, 3) promuovere un senso internazionale tipicamente cattolico; 4) formare alla corresponsabilità universale. Cosa è cambiato oggi rispetto a queste finalità?

 Una prima differenza fondamentale è che ai tempi che hanno visto nascere molte OIC, la formazione cristiana era previa all’appartenenza all’associazione e la si riceveva altrove: in famiglia, nella parrocchia, persino a scuola. Ora non è più così. Nell’attuale contesto culturale che caratterizza molte delle società occidentali, tante persone – in alcuni paesi la stragrande maggioranza – non ricevono più alcune formazione cristiana (e religiosa in genere) né in famiglia, né in parrocchia o in altre strutture ecclesiali (che non frequentano più) e, ancor meno, nelle scuole e nelle altre istituzioni formative. Sorge dunque un nuovo compito e una nuova responsabilità per le Associazioni di fedeli, quella di diventare luoghi di formazione cristiana per i loro membri. Spesso le persone si avvicinano ad una associazione attratti da qualche evento a cui prendono parte, più spesso per via di relazioni di amicizia che si stringono con coloro che sono già membri, ma la fede di chi oggi diventa membro di una qualsiasi associazione di fedeli non può più essere data per scontata. Al giorno d’oggi, sempre più spesso, proprio l’associazione diventa il luogo del primo incontro con il Signore, del primo incontro con la fede e con la realtà viva della Chiesa. Prima ancora di promuovere un’azione apostolica coordinata, prima di pensare alla presenza cristiana nella vita internazionale e nella società, prima di rivolgere un appello alla responsabilità internazionale, è necessario accompagnare le persone in un graduale cammino di iniziazione alla vita cristiana. La grande sfida per molte associazione è quella di offrire, in modo permanente, percorsi di evangelizzazione e catechesi, di primo annuncio, di formazione alla fede, di accompagnamento nella crescita spirituale. Sottolineo che per “formazione cristiana” non bisogna limitarsi a conferenze scolastiche, ma catechesi vive e kerigmatiche, introduzione alla vita sacramentale della Chiesa, celebrazioni liturgiche, introduzione alla vita di preghiera, verifica della vita alla luce della Parola di Dio, momenti di confronto e dialogo, esperienze di fraternità, esperienze di servizio e di carità, esperienze missionarie etc. Il modello è la “formazione alla fede” che Gesù fece con i suoi discepoli.

Il Santo Padre afferma nella Evangelii Gaudium: «La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale» (EG 102). In altri tempi la sfida sarebbe stata quella di “mobilitare” le categorie professionali (con una identità cattolica già ben delineata) e di “orientare” il loro impegni verso un fine apostolico comune. Ora la sfida pastorale è quella di “evangelizzare” le categorie professionali.

             Una seconda grande differenza rispetto ai tempi delle origini delle OIC è data dal nuovo contesto culturale che viviamo a livello globale. Cito le parole significative di Papa Francesco pronunciate in occasione del lancio del grande progetto che va sotto il nome di “Patto educativo globale”:

«Viviamo un cambiamento epocale: una metamorfosi non solo culturale ma anche antropologica che genera nuovi linguaggi e scarta, senza discernimento, i paradigmi consegnatici dalla storia. L’educazione si scontra con la cosiddetta rapidación, che imprigiona l’esistenza nel vortice della velocità tecnologica e digitale, cambiando continuamente i punti di riferimento. In questo contesto, l’identità stessa perde consistenza e la struttura psicologica si disintegra di fronte a un mutamento incessante che contrasta con la naturale lentezza dell’evoluzione biologica» (Messaggio del Santo Padre Francesco per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019).

È un testo molto denso. Papa Francesco, per caratterizzare il nostro tempo, ha affermato più volte che si tratta non di “un’epoca di cambiamento” bensì di “un cambiamento d’epoca” che trasforma «velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza»[3]. Al tempo della nascita di molte OIC, c’era senza dubbio una maggiore uniformità antropologica, persino fra credenti e non credenti. C’era una tacita condivisione di una “visione d’insieme”, nel senso che esisteva un modo fondamentale di intendere la persona, le relazioni, la vita famigliare, la vita sociale, che era lo stesso per tutti. Ora, come dice il Papa, i “paradigmi consegnatici dalla storia” non sono più accettati. Più che rifiutati, sono semplicemente ignorati. Pensiamo, ad esempio al modo di concepire l’uomo (nella sua costitutiva realtà corporea-spirituale), al modo di concepire la relazione uomo-donna, la relazione genitori-figli, la relazione individuo-stato, la relazione fra individuo e territorio di appartenenza (cfr ad esempio la distinzione di D. Goodhart fra generazione degli “anywhere” rispetto a quella dei “somewhere”)[4].

            Questo dissolvimento dei paradigmi storici provoca la perdita di coesione sociale e la dissoluzione dell’identità e della struttura psicologica delle persone (basta guardare allo smarrimento dei giovani!). Proprio di fronte a tutto ciò il Papà ha proposto un “Patto Educativo globale” che vorrebbe «costruire un “villaggio dell’educazione” dove … trovare la convergenza globale per un’educazione che sappia farsi portatrice di un’alleanza tra tutte le componenti della persona: tra lo studio e la vita; tra le generazioni; tra i docenti, gli studenti, le famiglie e la società civile con le sue espressioni intellettuali, scientifiche, artistiche, sportive, politiche, imprenditoriali e solidali»[5], e soprattutto dove al centro di tutto si torni a mettere la persona.

            Le Associazioni di fedeli, e voi dell’UMEC in particolare, sono chiamate in causa in questa sfida. Si tratta di ridare senso all’esistenza di tante persone. Si tratta di ritrovare le motivazioni profonde dell’essere persona, dello stare insieme, della relazione uomo donna e della sfida di accogliere un progetto di vita coinvolgente e bello come la famiglia. Si tratta di riflettere sull’interconnessione di tutti gli uomini e dunque di ripensare la responsabilità dell’uomo nei confronti degli altri, della società, della creazione. Si tratta, in fondo, di “ridire” l’uomo e le sue dimensioni fondamentali, in modo creativo, avvincente e incoraggiante. Con un linguaggio e degli stili che siano propositivi e generino entusiasmo, non usando toni censori, risentiti e di condanna.

 un compito che vi riguarda in prima persona poiché, gli insegnanti sono appunto educatori, e molto spesso le figure educative più importanti e autorevoli in assoluto nella vita di tanti giovani. Proprio la fede cristiana dà uno slancio particolare al compito educativo, perché dalla fede nasce un interesse, un amore particolare al bene della persona e al bene del suo sviluppo integrale. La fede infatti porta con sé la carità divina, che ci spinge dall’interno a cercare il bene degli altri e a considerare la loro piena realizzazione e la loro felicità come nostra stessa felicità. Dunque, un insegnante veramente cristiano è quasi sempre un educatore appassionato, che ha particolare empatia con le persone, propenso a valorizzare i loro doni, a sottolineare la loro dignità, a far emergere la loro unicità.

 Per concludere, vorrei richiamare un pensiero di S. Agostino. Nel libro X delle Confessioni, Agostino osserva che tutti gli uomini desiderano la felicità, ma, si chiede, dove hanno conosciuto la verità? Infatti, si desidera solo ciò che si conosce (Conf. X,20,29). Dunque per desiderare la felicità gli uomini devono averne fatto in qualche modo esperienza (X,21,31). Ma, si chiede ancora Agostino, qual è questa esperienza che ha fatto provare loro felicità? Deve trattarsi di una esperienza che è alla portata di tutti e che dunque tutti hanno fatto e che perciò ha lasciato in tutti un “ricordo della felicità” che è rimasto impresso in modo indelebile nell’animo umano. Secondo Agostino questa esperienza è la conoscenza della verità! Conoscere la verità provoca una intima gioia nell’uomo, Agostino afferma infatti che la felicità è essenzialmente il “piacere del vero” (Conf. X, 23,33). Ma, andando ancora più a fondo, Agostino si spinge fino a dire che ogni esperienza di verità è in fondo una esperienza di Dio. Egli afferma: «Dove ho trovato una verità, là ho trovato il mio Dio, che è la verità stessa» (Conf X,24,35) (Ubi enim inveni veritatem, ibi inveni Deum meum, ipsam veritatem). Ogni esperienza di verità è una esperienza di Dio che provoca un intimo gaudio nell’uomo e che lascia una traccia di sé indelebile nella memoria. L’uomo desidera la felicità perché desidera provare ancora quell’esperienza di appagamento e di gioia che ha provato nel conoscere la verità. Dobbiamo notare che Agostino parlava di ogni verità, non solo di verità religiose.

Capiamo dunque la grande opportunità che ha un insegnante. Ogni insegnante, di qualsiasi materia, è una “guida verso la verità”, quella verità che abbraccia tutti i campi del sapere umano: sia essa la verità storica, la verità matematica e scientifica, la verità estetica, la verità filosofica, ed ogni altra verità. Questa esperienza è così potente da lasciare tracce di gioia nell’animo umano così profonde che diventano un richiamo silenzioso di Dio stesso. La conoscenza, o meglio, l’“esperienza” della verità accende nell’animo una segreta aspirazione dell’animo verso Dio che è la pienezza della verità. Aiutare i giovani a cercare la verità, aiutarli ad innamorarsi della verità, significa dunque indirizzarli verso Dio, significa aprire il loro animo alla ricerca della vera felicità e dunque della vera pace. Quale grande missione, quale grande responsabilità per ogni insegnante!

 

[1] Cf. Pontificio Consiglio per i Laici, L’Assemblea generale della Conferenza delle OIC, in Notiziario 8 (2003), n. 7.

[2] G. Carriquiry Lecour, Lo sviluppo del fenomeno associativo nella Chiesa cattolica, in G. Carriquiry Lecour, ed., Statuti delle Organizzazioni Internazionali Cattoliche, Milano 2001, IX-XI.

[3] Papa Francesco, Discorso alla Curia Romana per gli auguri di Natale, 21 dicembre 2019.

[4] David Goodhart, The Road to Somewhere: The Populist Revolt and the Future of Politics, C Hurst & Co, 2017.

[5] Messaggio del Santo Padre Francesco per il lancio del Patto Educativo, 12 settembre 2019.




giovedì 22 giugno 2023

ASSOCIAZIONI, IN MISSIONE CON PIETRO

 INCONTRO ANNUALE DEI MOVIMENTI ECCLESIALI E DELLE NUOVE COMUNITÀ

“In missione con Pietro. L’apostolicità al cuore dell’identità dei movimenti ecclesiali”

RELAZIONE INTRODUTTIVA DEL CARD. FARRELL

ABSTRACT

In occasione del 25° anniversario del primo Congresso Internazionale delle associazioni e dei movimenti ecclesiali del 1998, si vuole tornare a riflettere sulla conferenza dell’allora Card. Joseph Ratzinger dal titolo “I movimenti ecclesiali e la loro collocazione teologica” per illuminare l’oggi dei movimenti, mettendone a fuoco identità e missione. Specifico del ministero petrino è il superamento della dimensione puramente locale e il “guardare al mondo” intero. In tal modo si tiene fede al mandato missionario universale affidato da Cristo ai Dodici. Il Papa non realizza da solo questa dimensione universale della successione apostolica. Nella storia della Chiesa, infatti, sono sorti carismi e movimenti spirituali che hanno collaborato con i successori di Pietro nella propagazione del Vangelo. 

Anche per i movimenti laicali moderni vale lo stesso: collaborare al ministero petrino e al suo desiderio apostolico di portare a tutti il Vangelo è il loro ruolo specifico, la loro “collocazione teologica”. 

Ciò pone importanti sfide per l’oggi, prima fra tutte quella dell’evangelizzazione, attuata in modo che sappia parlare agli uomini e alle donne contemporanei, evitando prassi, linguaggi, metodi anacronistici; da ciò discende la necessità di mettere in contatto il carisma con le esigenze reali delle persone, con le nuove sensibilità culturali e le nuove situazioni pastorali; come anche l’indicazione di vivere l’apostolicità missionaria in modo sinodale, in profonda sintonia con il Papa, con le chiese particolari e i loro pastori e con gli altri movimenti ecclesiali.

LA COLLOCAZIONE TEOLOGICA DEI MOVIMENTI NEL MAGISTERO DEI PONTEFICI. A VENTICINQUE ANNI DALL’INCONTRO MONDIALE DEL 1998 Relazione don Paolo Prosperi, FSCB

ABSTRACT

La relazione riflette sulla nota ecclesiale dell’apostolicità quale chiave di comprensione del posto dei movimenti nella Chiesa, alla luce del magistero della Chiesa da ’98 ad oggi. In un primo momento, viene presentato l’insegnamento in merito di Joseph Ratzinger, non mancando di fare riferimento a Iuvenescit Ecclesia, che di tale insegnamento rappresenta uno sviluppo e insieme l’incorporazione nel magistero autorevole della Chiesa. 

I movimenti laicali, secondo tale visione, non sono che una incarnazione nell’oggi di quella che Ratzinger chiama apostolicità universale della Chiesa. Il che significa due cose: da un lato, radicamento nella fede e nell’esperienza di Cristo dei Dodici, e perciò attaccamento al magistero della Chiesa ed in particolare di Pietro; dall’altro, chiamata a trasmettere il vangelo alle genti (missio ad gentes). In un secondo momento, vengono messe a fuoco alcune delle più importanti preoccupazioni pastorali emergenti dal magistero di papa Francesco. 

Esse si concentrano attorno a tre rischi o tentazioni: (i) autoreferenzialità, (ii) personalismi, (iii) pietrificazione del carisma. In un terzo e conclusivo momento, si propongono alcune considerazioni, che mirano a suggerire strade concreto di affronto dei problemi messi in evidenza dal recente magistero del Santo Padre. 

Esse ruotano attorno a tre forme di umiltà: (i) umiltà verso il Cristo e le vie ordinarie da Lui istituite come strada d’accesso a Lui; (ii) umiltà verso i lontani, ovvero gli uomini e le donne cui si è inviati; (iii) umiltà verso il carisma.

DICASTERO LAICI FAMIGLIA VITA

domenica 23 aprile 2023

MISSIONE E SERVIZIO

 Il Papa: i ministeri dei laici
sono servizio, 

no a ministri pieni di sé

 Nell’udienza ai partecipanti all’assemblea plenaria del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, dedicata ai “I laici e la ministerialità nella Chiesa sinodale”, Francesco chiede che i molti ministeri, servizi, incarichi e uffici che i laici possono svolgere nella Chiesa, non diventino “mai autoreferenziali”, quasi “pagani”, che “gonfiano” chi li svolge, ma restino invece sempre “forme di servizio agli altri” che tendono “alla trasformazione della società”

 - di Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

 I laici nella Chiesa possono e devono svolgere molti ministeri “istituiti”, servizi di supplenza, incarichi e uffici, che “non devono mai diventare autoreferenziali”, con ministri che “si gonfiano”, pieni di sé stessi, ma tendere “alla trasformazione della società”, perché “espressione dell’unica missione della Chiesa” e “forme di servizio agli altri”. Lo ricorda Papa Francesco nell’udienza di questa mattina ai partecipanti alla seconda assemblea plenaria del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, sul tema “I laici e la ministerialità nella Chiesa sinodale”, iniziata il 20 aprile. Accogliendoli nella Sala Clementina, il Papa ribadisce, citando più volte l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, che “la volontà di servire i fratelli e, in loro, Cristo” è la “vera motivazione che deve animare ogni fedele nell’assumere qualsiasi compito ecclesiale, qualsiasi impegno di testimonianza cristiana nella realtà in cui vive”.

Dopo il saluto del prefetto del dicastero, il cardinale Kevin Joseph Farrell, Francesco ringrazia i suoi membri per il lavoro e l’impegno di questi anni, in aree che riguardano la vita quotidiana di tante persone: “le famiglie, i giovani, gli anziani, i gruppi associati di fedeli e, più in generale, i laici che vivono nel mondo con le loro gioie e fatiche”.

Siete un Dicastero “popolare”, direi, e questo è bello! Vi raccomando: non perdete mai questo carattere di vicinanza alle donne e agli uomini del nostro tempo.

I ministeri istituiti non esauriscono i servizi dei laici nella Chiesa

Riferendosi al tema della plenaria, il Pontefice ricorda che quando si parla di ministeri, “si pensa subito ai ministeri ‘istituiti’ – lettore, accolito, catechista –, che sono ben conosciuti e sui quali si è riflettuto molto”. Infatti si caratterizzano per uno specifico atto di istituzione da parte della Chiesa “e per una certa visibilità”, sono connessi con il ministero ordinato, “anche se non esigono il sacramento dell’Ordine”. Ma questi, sottolinea, “non esauriscono la ministerialità della Chiesa, che è più ampia e che fin dalle prime comunità cristiane riguarda tutti i fedeli”. Ma su di essa, “purtroppo ci si ferma poco”.

L'origine dei ministeri nel Battesimo e nei doni dello Spirito

Ringraziando allora il dicastero per aver voluto dedicare al tema la sua plenaria, Papa Francesco si chiede “qual è l’origine della ministerialità nella Chiesa” che ritrova nel Battesimo e nei “doni dello Spirito Santo”. Nel sacramento, infatti, “ha la sua radice il sacerdozio comune di tutti i fedeli che, a sua volta, si esprime nei ministeri”. Questo perché “tutti i battezzati – laici, celibi, coniugati, sacerdoti, religiosi – sono christifideles, credenti in Cristo, suoi discepoli, e dunque chiamati a prendere parte alla missione che Egli affida alla Chiesa, anche mediante l’assunzione di determinati ministeri”. La ministerialità dei laici in particolare, nasce poi anche “dai carismi che lo Spirito Santo distribuisce all’interno del Popolo di Dio per la sua edificazione”. Per questo, chiarisce il Pontefice, è “ancora più chiaro perché la ministerialità della Chiesa non si può ridurre ai soli ministeri istituiti”. Anche oggi, come nelle comunità delle origini, “di fronte a particolari necessità pastorali, senza ricorrere all’istituzione di ministeri, i pastori possono affidare ai laici determinate funzioni di supplenza, cioè dei servizi temporanei”, come per esempio per “la proclamazione della Parola” o la “distribuzione dell’Eucaristia”.

Ministeri della carità verso poveri e migranti

In più, ricorda Papa Francesco, oltre ai ministeri istituiti, ai servizi di supplenza, e ad altri uffici stabilmente affidati, “i laici possono svolgere una molteplicità di compiti, che esprimono la loro partecipazione alla funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo, non solo dentro la Chiesa, ma anche negli ambienti in cui sono inseriti”.

Penso soprattutto alle esigenze legate a forme antiche e nuove di povertà, come pure ai migranti, che richiedono urgentemente azioni di accoglienza e di solidarietà. In questi ambiti di carità possono nascere molti servizi che si configurano come veri e propri ministeri. Si tratta di un grande spazio di impegno per chi desidera vivere in concreto, nei confronti degli altri, la vicinanza di Gesù che spesso ha sperimentato in prima persona. Il ministero diventa così, oltre che un semplice impegno sociale, una bella e personale testimonianza cristiana.

Tra cui le situazioni di crisi matrimoniale, le problematiche di separati e divorziati e di chi vive in una nuova unione o ha contratto nuove nozze.

E ricorda documenti di san Giovanni Paolo II sull’argomento, come la Christifideles laici, nella quale si afferma “che vi sono dei ministeri che hanno il loro fondamento sacramentale nel Matrimonio e non solo nel Battesimo e nella Confermazione”. Poi la Familiaris consortio, che parla “della missione educativa della famiglia come di un ministero di evangelizzazione, che ne fa un luogo di vera e propria iniziazione cristiana”. E già in Evangelii nuntiandi di Paolo VI “si ricorda che la missionarietà intrinseca alla vocazione coniugale si esprime anche al di fuori della famiglia stessa, quando questa diventa “evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita”.

Questa esortazione di San Paolo VI, è vigente: è vigente oggi, è attuale. Per favore: riprenderla, rileggerla, è di una grande attualità. Con tante cose che quando uno le ritrova (dice): “Ah guarda, il lungimirante Montini”. È si vede lì, quella lungimiranza del grande Santo che ha guidato la Chiesa.

No a ministri "pagani", pieni di sé stessi

A questi esempi di ministeri laicali, il Pontefice spiega che “se ne potrebbero aggiungere tanti altri, riconosciuti in vari modi dalle autorità ecclesiali come espressioni della ministerialità della Chiesa in senso ampio”. Ma una cosa va sempre ricordata: “ministeri, servizi, incarichi, uffici – non devono mai diventare autoreferenziali”.

“Io mi arrabbio quando vedo ministri laici che – scusatemi la parola – si “gonfiano” di fare questo ministero. Questo è ministeriale, ma non è cristiano. Sono ministri pagani, pieni di sé stessi, no? Attenti a quello: non devono mai diventare autoreferenziali. Il servizio è unidirezionale, non è andata e ritorno: non va”

Il problema dei laici che sembrano "preti mancati"

Il loro scopo, chiarisce Papa Francesco, citando l’Evangelii Nunziandi, è quello di portare i “valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico” del nostro tempo. Una missione “affidata soprattutto ai laici, il cui agire non può limitarsi a compiti intra-ecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società”.

Delle volte tu guardi i laici e sembrano preti mancati. Per favore: fare pulizia su questo problema.

Una ministerialità unita da missione e servizio

Ma cosa accomuna, questi vari tipi di ministerialità, si chiede infine il Papa. “La missione e il servizio”, perché tutti i ministeri “sono espressione dell’unica missione della Chiesa e tutti sono forme di servizio agli altri”. E ricorda che Gesù lo aveva detto: “quello che comanda si faccia come più piccolo, se no tu non sai comandare”. Chi segue Gesù non ha paura di farsi “inferiore”, “minore” e di mettersi al servizio degli altri.

“Qui sta la vera motivazione che deve animare ogni fedele nell’assumere qualsiasi compito ecclesiale, qualsiasi impegno di testimonianza cristiana nella realtà in cui vive: la volontà di servire i fratelli e, in loro, servire Cristo”

Solo così, conclude Francesco, citando ancora L’Evangelii gaudium, ciascun battezzato potrà scoprire il senso della propria vita, sperimentando con gioia di essere “una missione su questa terra” , chiamato, in modi e forme diverse, a “illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare”

 DISCORSO DEL SANTO PADRE