Visualizzazione post con etichetta prevenzione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prevenzione. Mostra tutti i post

domenica 6 luglio 2025

I.A. - CONOSCERE PER PREVENIRE


DALLA PEDOPORNOGRAFIA 

AI DEEPNUDE   

Elijah "Eli" Heacock a 16 anni si è tolto la vita dopo aver ricevuto un’email contenente una sua falsa foto nudo generata con l’intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale (IA) sta rivoluzionando il mondo digitale, portando con sé enormi vantaggi ma anche nuovi pericoli. L’IA offre opportunità significative per la protezione dei minori online. 

Algoritmi avanzati vengono impiegati per monitorare e rilevare contenuti dannosi in tempo reale, segnalando attività sospette e impedendo la diffusione di materiale illecito. Inoltre, tecnologie di filtraggio e controllo aiutano a creare ambienti digitali sicuri, limitando l’accesso a contenuti inappropriati e permettendo ai genitori di proteggere i propri figli in modo più efficace. 

L’IA, infatti, gioca un ruolo cruciale anche nell’educazione dei giovani utenti, sensibilizzandoli sui rischi della rete e insegnando loro come navigare in sicurezza. Se da un lato l’IA viene utilizzata per migliorare l’efficienza e la qualità dei servizi in numerosi settori, dall’altro emergono anche usi pericolosi che minacciano la sicurezza dei minori. 

Questo dossier, realizzato dall’Associazione Meter, analizza come l’IA venga impiegata non solo per manipolare immagini, ma anche per adescare minori e diffondere materiale pedopornografico, proponendo nel contempo strategie di prevenzione e contrasto. 

Da anni Meter è impegnata nella lotta contro la pedopornografia e nella tutela dell’infanzia anche online, promuovendo interventi concreti e collaborazioni con le istituzioni.


    LE VITTIME DEL WEB - DOSSIER 2025


Immagine



mercoledì 26 giugno 2024

I TRAFFICANTI SONO CRIMINALI

 


Aiutiamo chi cade 

nella schiavitù della droga. 

 

La catechesi dell'udienza generale tutta dedicata alla tragica realtà delle tossicodipendenze in occasione dell'odierna Giornata mondiale Onu contro l’abuso e il traffico illecito di droga. La liberalizzazione del consumo di droghe come strategia per il suo contenimento "è una fantasia", afferma Francesco, che indica la prevenzione come via prioritaria. E definisce coloro che alimentano questo mercato "assassini e trafficanti di morte"

 

-       -  di Adriana Masotti - Città del Vaticano

 

"Di fronte alla tragica situazione della tossicodipendenza di milioni di persone in tutto il mondo, di fronte allo scandalo della produzione e del traffico illecito di tali droghe, non possiamo essere indifferenti". In occasione della Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga che ricorre oggi, Francesco dedica a questa piaga sociale la catechesi all'udienza generale di questo mercoledì, 26 giugno, in piazza San Pietro. Tema della Giornata istituita dall'Onu nel 1987 è "Le prove sono chiare: bisogna investire nella prevenzione."

Ogni persona ha la dignità di figlio di Dio

Se, come aveva affermato san Giovanni Paolo II, l'abuso di droga danneggia ogni comunità in cui è presente, Francesco ricorda che l'attenzione è sempre dovuta ad ogni persona coinvolta nel suo utilizzo. E, citando ciò che aveva detto ai partecipanti all'incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze il 24 novembre 2016, afferma:

Ogni tossicodipendente "porta con sé una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata e, per quanto possibile, guarita e purificata. Continuano ad avere, più che mai, una dignità, in quanto persone che sono figli di Dio. Tutti hanno una dignità"

Porre fine alla produzione e al traffico

Il Papa cita poi le severe parole di Benedetto XVI che esortava i trafficanti a riflettere "sul male che stanno facendo a una moltitudine di giovani e di adulti", tenendo presente che Dio ne chiederà loro conto. "Sono degli assassini", afferma Francesco che entra poi nel merito di che cosa sia necessario fare per fermare l'uso delle droghe:

Una riduzione della dipendenza dalle droghe non si ottiene liberalizzandone il consumo - questa è una fantasia - , come è stato proposto, o già attuato, in alcuni Paesi. E questo: si liberalizza e si consuma di più. Avendo conosciuto tante storie tragiche di tossicodipendenti e delle loro famiglie, sono convinto che è moralmente doveroso porre fine alla produzione e al traffico di queste sostanze pericolose. Quanti trafficanti di morte ci sono – perché i trafficanti di droga sono trafficanti di morte! – quanti trafficanti di morte ci sono, spinti dalla logica del potere e del denaro ad ogni costo!

La prevenzione quale via prioritaria di contrasto

Francesco indica quindi la prevenzione come "via prioritaria" di contrasto all'abuso di droghe. Attingendo alle sue esperienze personali il Papa aggiunge:

Nei miei viaggi nelle diverse diocesi e Paesi, ho potuto visitare diverse comunità di recupero ispirate dal Vangelo. Esse sono una testimonianza forte e piena di speranza dell’impegno di preti, consacrati e laici di mettere in pratica la parabola del Buon Samaritano. Così pure sono confortato dagli sforzi intrapresi da varie Conferenze episcopali per promuovere legislazioni e politiche giuste riguardo al trattamento delle persone dipendenti dall’uso di droghe e alla prevenzione per fermare questo flagello.

Preghiera e impegno contro la droga

A titolo di esempio ricorda la rete de La Pastoral Latinoamericana de Acompañamiento y Prevençión de Adicciones (PLAPA) che condivide esperienze e difficoltà in fatto di lotta alla droga, e i vescovi dell’Africa Australe che nel novembre 2023 hanno convocato una riunione sul tema “Dare potere ai giovani come agenti di pace e speranza”. Nessuno può rimanere indifferente, afferma il Papa, di fronte "alla tragica situazione della tossicodipendenza", e allo "scandalo della produzione e del traffico illecito". Il nostro modello è Gesù. Riproponendo quanto da lui scritto nel Messaggio ai partecipanti al 60th Congresso Internazionale dei Tossicologi Forensi il 26 agosto 2023, dice ancora:

Sullo stile della sua prossimità, siamo chiamati anche noi ad agire, a fermarci davanti alle situazioni di fragilità e di dolore, a saper ascoltare il grido della solitudine e dell’angoscia, a chinarci per sollevare e riportare a nuova vita coloro che cadono nella schiavitù della droga.

Il Pontefice conclude invitando anche a pregare per "questi criminali che danno la droga ai giovani". E ribadisce: "Sono criminali, sono assassini. Preghiamo per la loro conversione".

 

Vatican News

 PAROLE DEL PAPA




domenica 25 febbraio 2024

LO SGOMENTO DI EDUCARE

 


“Lo sgomento 
non serve
 per educare”

- di Vanna Iori*

Il lavoro educativo è in crisi. Dinanzi alla fragilità diffusa e al timore per il futuro, l'educare deve ripartire da azioni che nascono dalla capacità di vedere e farsi carico di ciò che si è veduto, senza limitarsi allo sgomento.

Sul valore del lavoro educativo si è costruita la storia dell’umanità. Educare significa lasciarsi interpellare dalla relazione e assumerne la responsabilità che contribuisce a costruire il futuro. 

Il “ruolo” degli educatori in ogni servizio educativo nasce da qui ed è cresciuto modificandosi in relazione ai cambiamenti sociali, politici, culturali.

E oggi proprio dalle grandi trasformazioni in corso dobbiamo partire.

Il tempo che stiamo vivendo è fatto di grandi trasformazioni sociali, relazionali e culturali, dal lockdown alle guerre, lo scenario ha comportato nuove fragilità e insicurezze che hanno profondamente cambiato il volto delle nostre comunità.

Ci troviamo in una crescente difficoltà economico-sociale e in presenza di diverse criticità culturali e sociali che si intrecciano nello spazio e nel tempo: le differenze territoriali, le differenze di genere, i cambiamenti relazionali, la dissoluzione del tessuto solidaristico e la chiusura familiare, l’inverno demografico, la trasformazione del ruolo genitoriale, l’aumento delle violenze profonde.

A questo si aggiunge la dispersione scolastica (l’Italia è uno dei paesi europei con il più alto tasso di abbandoni in Europa) e la mancanza di servizi educativi per la prima infanzia.

Tutti questi elementi di fragilità sono poi in relazione con i tre macrocambiamenti del nostro tempo avvenuti nell’arco di una generazione: la crescente presenza migratoria, l’ingresso del web nella nostra vita e ora il ruolo dell’intelligenza artificiale.

 Lo scenario

 Di fronte a queste difficoltà il lavoro educativo è divenuto ancora più rilevante e necessario, ma anche più complesso per la crescente incertezza educativa. Tutti i lavori di cura sono in crisi: i modelli, il ruolo, l’identità, il valore del lavoro educativo ed anche il suo senso devono dunque rafforzarsi per fornire risposte efficaci alle nuove criticità. Purtroppo tutte le ricerche ci dicono che oggi si stanno moltiplicando le sofferenze esistenziali, le situazioni di malessere emotivo e il vuoto vissuto da molti bambini e adolescenti: un quadro desolante che esprime i vissuti emotivi di giovani che sembrano vivere quotidianamente sensazioni di malessere esistenziale, senza risorse cui aggrapparsi.

Ragazzi isolati che non sanno prendersi cura di sé, come se la vita si esaurisse nell’attimo presente e non offrisse nessuna reale prospettiva di senso. 

Una diffusa insicurezza, il timore di non corrispondere alle aspettative, l’incapacità di gestire le emozioni, il disorientamento.

Ma le ricerche ci dicono anche che questi percorsi di fragilità hanno fatto riscoprire a molti ragazzi il valore della relazione “in presenza” con i compagni e le compagne di scuola.

E mostrano il valore e  il senso del lavoro educativo, la “bellezza” di aiutare a costruire benessere esistenziale.

La prevenzione

In questo quadro, la prospettiva prioritaria da potenziare è la prevenzione.

Per aiutare i figli della crisi a trovare ancora possibilità di progettare futuro si impongono interventi per azioni che nascono dallo sguardo; il che significa innanzitutto non limitarsi all’inquietudine o allo sgomento di fronte ai comportamenti più allarmanti che la cronaca ci riporta ogni giorno, ma cercare di conoscere i vissuti da cui hanno origine.

La capacità di vedere e farsi carico del veduto è il primo passo della cura educativa che vuole alleviare il malessere nelle situazioni difficili. Mentre lo sguardo indifferente, che esprime incuranza, “passa oltre”.

 È lo sguardo che genera il sentimento

 Molto significativa è la parabola del Vangelo di Luca, in cui il Samaritano si ferma per aiutare un sventurato, lasciato mezzo morto dai briganti, uno sconosciuto, eppure, scrive Luca, “passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione”.

Prima del samaritano erano passati un sacerdote e un levita che avevano proseguito la loro strada, senza curarsi di quella persona ridotta in fin di vita, cioè senza assumere la responsabilità di ciò che avevano veduto.

Lo sguardo genera il sentimento. Su questo versante le competenze emotive sono indispensabili per cogliere, valutare e gestire le emozioni proprie e riconoscere le emozioni di chi ci circonda e per compiere scelte di senso.

Le emozioni sono sempre collegate alla ragione.

Ma non dimentichiamo che anche se l’intelligenza cognitiva è molto importante, l’intelligenza emotiva e l’accompagnamento all’alfabetizzazione dei sentimenti sono indispensabili.

La grande sfida educativa oggi è proprio questa: tenere insieme le competenze emotive con quelle cognitive.

 Il sapere dei sentimenti

 Ecco perché educatori non ci si improvvisa.

E la competenza emotiva deve essere prioritaria competenza professionale.

Animare l’azione educativa significa darle anima e aver cura della vita emotiva è una risorsa pedagogica  spesso sottovalutata dal primato della ragione che ha dominato in gran parte il percorso del sapere: la visione cartesiana del “cogito ergo sum”.

C’è un sapere dei sentimenti che non può più essere ignorato o sottovalutato, proprio quando le competenze emotive sono indispensabili in questo momento difficile.

L’innovazione avrà quindi come obiettivo accoglienza  e inclusione che richiede la costruzione della comunità educante che è la risposta principale di solidarietà e condivisione di prospettive educative.

Occorre cioè saper tessere reti tra scuole, Pubbliche amministrazioni, Regioni e Comuni, Asl e integrazioni con il Terzo settore, il privato sociale (e non), il volontariato, parrocchie, oratori, centri sportivi e culturali, scoutistici, musicali, artistici, e altre realtà aventi finalità educative per ragazzi.

La corresponsabilità

Un sistema integrato dei servizi educativi basato cioè su coprogettazione e corresponsabilità dell’azione educativa.

Per superare questa stagione di isolamento e insicurezza, il tema della cura esistenziale diventa sempre più un perno educativo che riguarda tutti gli ambiti, formali e informali, dai nidi d’infanzia fino all’accesso al mondo del lavoro.

Più opportunità offriamo ai ragazzi, maggiore è la possibilità di sottrarli all’emarginazione, al disagio e alla violenza.

Bisogna iniziare subito ad agire, insieme.

*Università Cattolica Sacro Cuore

Vita.it

sabato 9 settembre 2023

INFANZIA, DONNE E CODICE ROSSO

 L’INSEGNAMENTO 
DEL CODICE ROSSO


Lo “Stato sceriffo” non basta, se non è assieme 

anche agevolatore di una comunità educante.

 

- di ANTONELLA MARIANI

 

E dunque, il Codice penale italiano si arricchisce, attraverso un decreto governativo, di nuove norme di «contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile».

Dopo gli stupri di Caivano e di Palermo, commessi in entrambi i casi da giovanissimi e maturati in ambienti dove di frequente la scuola è un optional e il richiamo della piccola criminalità potente, era questa una parte della risposta che la premier Meloni aveva promesso e che è stata offerta all’opinione pubblica in tempi rapidissimi. L’altra parte, anch’essa approvata ieri dal Consiglio dei ministri, riguarda il rafforzamento della scuola al Sud e il rilancio dell’economia nelle aree del Mezzogiorno.

Sintetizzando e semplificando, il menù che il governo sta mettendo sul piatto è: manette ed educazione. E, si spera, più sviluppo e lavoro “in chiaro”.

Tutto bene, dunque? Non del tutto. È in particolare sul “Decreto sicurezza” che si addensano alcune domande. Chi (e come, e quando, e dove…) arresterà una madre e un padre responsabili dell’elusione dell’obbligo scolastico? Che fine faranno i figli se i genitori ipoteticamente saranno condannati a due anni di detenzione? Chi, ancora, vigilerà che un minorenne già ammonito dal questore non sconfini dai limiti territoriali che gli sono stati imposti?

Sono solo esempi: il corpo delle norme varato ieri è complesso e il dubbio che rimane è che uno degli effetti collaterali possa essere un intasamento delle procure, delle carceri minorili e degli uffici di questure e prefetture. Senza contare che un controllo del territorio come quello preconizzato dalle nuove misure implica un dispiegamento massiccio di forze di sicurezza. Sul fronte del contrasto alla pornografia, poi, molti interrogativi restano aperti: tecnologici, educativi, di reale ed effettiva praticabilità.

Non sono domande e dubbi peregrini. In Italia abbiamo norme avanzatissime sull’omicidio stradale, ma non per questo gli incidenti mortali causati da comportamenti scorretti alla guida sono stati cancellati. Abbiamo un Codice Rosso imponente contro le violenze alle donne, che proprio ieri è stato arricchito in Parlamento con nuove misure per velocizzare e sburocratizzare le denunce e le indagini. Eppure, non solo i femminicidi non si fermano, ma assistiamo a numerosi casi in cui la denuncia di una donna non basta a salvarle la vita. È accaduto il 19 agosto a Piano di Sorrento, quando Anna Scala è caduta sotto le coltellate del suo ex compagno, che aveva denunciato due volte a fine luglio per atti persecutori. Anche Marisa Leo, uccisa ieri a Trapani dal padre di sua figlia che poi si è tolto la vita, lo aveva denunciato per stalking, ma poi durante il processo qualcuno o qualcosa l’aveva indotta a ritirare le denunce. Se si scoprisse che erano state le minacce, il quadro si farebbe ancora più fosco.

Intendiamoci, contro la delinquenza minorile così come contro i femminicidi, le leggi servono: la loro funzione d’indirizzo e “presa in carico” del problema è fondamentale, quella di deterrenza altrettanto. Ma le leggi non bastano, se non sono accompagnate da alcune condizioni.

La principale è la loro applicabilità. Se le donne si sentono in pericolo nonostante le denunce, se non ci sono risorse sufficienti sia in termini di personale sia in termini dei mezzi tecnologici di sorveglianza nei confronti degli uomini violenti, le vittime si terranno lontane da questure e caserme, nullificando il Codice Rosso e le sue avanzatissime prescrizioni. Così, nello stesso modo, se si capirà che le (nuove) leggi contro la delinquenza minorile o contro l’elusione dell’obbligo scolastico si scontreranno contro l’impossibilità o la difficoltà della loro applicazione, la strada della legalità e del recupero dei minori nelle periferie malavitose, così come invocata dal governo, resterà assai lontana.

In secondo luogo, le norme non devono cadere in un deserto, ma in un contesto sociale che crei le condizioni perché siano rispettate.

Nel caso della violenza sulle donne, occorrono seri interventi educativi a più livelli, a partire dalle scuole. Nel caso dell’elusione dell’obbligo scolastico e della delinquenza giovanile, la pur giusta severità delle leggi va accompagnata con misure altrettanto urgenti che ne affrontino le cause e siano in grado di produrre risposte efficaci. Le abbiamo già elencate diverse volte su queste pagine: assistenti sociali che accompagnino le famiglie a risolvere i problemi, opportunità di formazione e di lavori legali, reti civiche di sostegno alle famiglie. Lo “Stato sceriffo” non basta, se non è assieme anche agevolatore di una comunità educante. Notiamo allora che tra le misure approvate ieri c’è sì il rafforzamento delle scuole, ci sono più fondi per i docenti, c’è la messa in campo di interventi per lo sport e per la cultura. Manca ancora, invece, un tassello che abbiamo visto operare con buona efficacia nei territori depauperati: uno stimolo al Terzo settore, un incoraggiamento alle associazioni, un sostegno fattivo al volontariato organizzato. Dopo i decreti, scatterà anche l’ora della società civile?

 

www.avvenire.it

 

martedì 22 agosto 2023

LA VIOLENZA DEL BRANCO

 

Il fenomeno delle "baby gang", tristemente presente in varie città italiane, dal Nord al Sud, interpella istituzioni e singoli cittadini. Serve ben poco esternare meraviglia e condanna. Occorre  vigilare, chiedersi il perchè e cercare risposte educative a questo grave problema, promuovendo opportune alleanze educative. 

Ne siamo tutti responsabili. 

                                                                                                                                                                                 -  di  Leonardo Cecchi

Per curiosità, stamani ho cercato su Google “Baby gang” e messo la sezione “Notizie”.

MMi aspettavo che la vicenda di Palermo monopolizzasse (giustamente) tutta la ricerca, ma mi sbagliavo. E di grosso.

Solo negli ultimi giorni, a Teramo un gruppo di ragazzini si è affrontato a colpi di machete (non coltello: machete).

A Ostia un branco di 60 ragazzi ha organizzato un vero e proprio tour all’insegna di vandalismo e violenza, terrorizzando il centro.

A Torino 3 persone sono state pestate a sangue per noia da un altro gruppo.

Vicino Taranto un altro branco di minorenni ha massacrato di botte e poi accoltellato un cane poco più che cucciolo “adottato” dalla comunità, solo perché voleva giocare con loro.

E ancora, ancora, ancora. Botte, raid, stupri, rapine sfide di vario genere che prevedono violenza. Non si sta dietro a tutti i fatti accaduti negli ultimi 3-4 giorni.

 Penso dunque che la nostra società, oggi, sia letteralmente sotto assedio. E il nemico alle porte si chiama “male”. E no, non è retorica: è male nel senso quasi religioso del termine. Il “male” come elemento assoluto, puro, deumanizzante. Come “vuoto”, assenza di spirito, etica, morale di qualsivoglia tipo. Quel male corre con la non-cultura di oggi. Origina dall’individualismo sfrenato, che abbatte ogni forma di etica (voglio divertirmi e se il mio divertimento è stuprare, picchiare, accoltellare lo faccio: tutto va bene per appagare i miei “bisogni”).

Dalla totale mancanza di cultura. Ma prospera – e voglio dirlo chiaro – grazie a genitori peggiori dei figli. Genitori che non solo non fanno da barriera al male che entra dentro i loro figli, ma ne agevolano la fioritura dentro gli stessi dando loro esempi di malvagità, cinismo, avidità, egoismo e bruttezza morale in maniera quotidiana (quanti ne ho visti così).

L’ennesima prova è la madre di uno degli stupratori di Palermo, che ha suggerito al figlio di nascondere il telefono e dire che la ragazza è una poco di buono. Ma troppi ce ne sono.

Intelligente sarebbe oggi riformare i servizi sociali, che per un motivo o per un altro oggi non funzionano (se funzionassero non avremmo migliaia di baby gang con genitori peggiori dei figli). E darsi davvero da fare per intervenire sempre e comunque, togliendo i figli quando si ravvisano situazioni del genere.

È drastico, lo so. Ma l’alternativa è consentire a quel male di continuare a prosperare. Mietendo altre vittime come la ragazza di Palermo.

E direi che non possiamo permettercelo.

sabato 28 maggio 2022

LE BABY GANG CI INTERROGANO


 I dati dell’Osservatorio sull’adolescenza: in Italia il 6,5% dei minorenni fa parte di una banda e il 16% commette vandalismi.

Dopo i quindicenni che terrorizzavano Arezzo ispirandosi alle violenze di “Scarface”, altri 4 minori arrestati a Torino: «Il problema non è più la loro origine o la loro estrazione sociale Questa violenza va capita e intercettata»

Città ostaggio delle baby gang 

«Gli adulti? Servono in strada»

 

-      di FULVIO FULVI

 E' di nuovo allarme “baby gang”. I quattro minori arrestati che seminavano terrore a Torino – dopo quelli che ad Arezzo si ispiravano al personaggio cinematografico di Scarface – sono solo gli ultimi, in ordine di tempo, a finire nelle maglie della giustizia per aggressioni, rapine, minacce, abusi. Il fenomeno riguarda tutto il Paese, soprattutto le grandi città, da Milano a Roma, da Napoli a Palermo. E quasi sempre, ormai, non contano più l’ambiente, la provenienza o il rango sociale di chi si mette nel branco per sentirsi più forte e credendo di trovare così la propria identità. Si tratta di pestaggi tra bande rivali (e spesso ci scappa anche il morto), di atti vandalici rivolti contro la città oppure, come è accaduto nel capoluogo piemontese, di violenze e soprusi contro persone che il “branco” percepisce come più fragili, per ottenerne un tornaconto. Bullismo estremo o qualcos’altro?

 A Torino la banda agiva col cappuccio in testa e un atteggiamento sprezzante, soprattutto nel sottopasso della metropolitana della stazione Carducci, dove puntava tra i passanti una possibile preda, quasi sempre un ragazzo della loro età, che veniva infastidito con molestie verbali, minacciato con un coltello e infine derubato di denaro, del cellulare, della felpa o di un capo firmato. Sempre la stessa, come negli altri casi, la metodica usata. In quattro sono finiti in manette, tra i 15 e i 17 anni, tre italiani e uno di origine marocchina, con l’accusa di rapina aggravata in concorso, tentata e consumata, resistenza a pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato, lesioni personali e detenzione di armi da taglio. Gli episodi di violenza che vengono attribuiti alla gang di adolescenti, molti dei quali registrati dalle telecamere di sorveglianza, si riferiscono al periodo tra il novembre dell’anno scorso e il febbraio 2022: una decina di “colpi” messi a segno anche nelle vie intorno alla Mole Antonelliana e nella periferia torinese di Nichelino. Gli ordini di custodia cautelare in carcere sono stati emessi dal gip del tribunale dei minori. Ma da gennaio ad oggi i carabinieri hanno arrestato, solo in città, 15 giovanissimi per reati contro il patrimonio, parte di loro appartenenti a bande organizzate, altri 22 sono stati invece denunciati e 13 sottoposti a daspo urbani, due dei quali – inutili – proprio nei confronti dei ragazzini fermati ieri.

 Secondo l’Osservatorio nazionale sull’adolescenza, istituito presso il ministero per la Famiglia, in Italia il 6,5% dei minorenni fa parte di una banda, il 16% ha commesso vandalismi, 3 ragazzi su 10 hanno partecipato a una rissa. Rabbia e disagio sarebbero la molla dei loro comporta-È menti da codice penale. «Il fenomeno delle “baby gang” va però analizzato con molta attenzione, perché, per esempio, se all’inizio riguardava quasi esclusivamente i figli di stranieri, oggi sono i ragazzi italiani a farne parte: il contesto culturale, ma anche quello territoriale, erano aspetti che potevano spiegare il problema, ora non più» spiega Emanuela Confalonieri, docente di Psicologia dell’adolescenza all’Università cattolica di Milano. 

«È stata la pandemia da Covid- 19, sicuramente, uno dei fattori che hanno reso più evidenti i disagi e i malesseri psico-sociali dei giovani – precisa Confalonieri –, le misure di restrizione della libertà, come il  lockdown e il distanziamento fisico, hanno allentato fortemente la possibilità di relazioni e incontri, e questo ha esacerbato i comportamenti di molti adolescenti». Ma se la violenza ha preso piede tra i minori la colpa, secondo gli esperti, è soprattutto degli adulti. «I ragazzi hanno capito, infatti, sbagliando, che seguire i modelli dei grandi è l’unica possibilità di sopravvivere – sostiene la psicologa –, altrimenti costerebbe loro troppa fatica, non sentendosi sostenuti da famiglia, scuola e comunità, non trovando risposte ». Cosa serve, allora? «Manca una rete di protezione sul territorio – dice la professoressa Confalonieri –, non ci sono centri di aggregazione, spazi di incontro dove i giovani possono esprimersi con laboratori ed esperienze: però le iniziative non devono essere imposte dagli adulti ma proposte dai diretti interessati». Un lavoro educativo che rovesci le solite logiche. «Andrebbero formati e messi in azione – spiega la docente della Cattolica – educatori di strada che cercano di andare nei luoghi dove i giovani vivono, di parlare con loro e recepirne le istanze, farsi dire quali sono i loro desideri. Ma la politica – conclude – finora non ha dato segnali, esistono certo le associazioni di volontariato, gli oratori, ma non bastano: sono necessarie figure professionali in grado di ingaggiare e sostenere con i ragazzi un dialogo costruttivo: siamo noi che dobbiamo andare da loro e non viceversa». «Va detto, però, che non tutti i comportamenti di offesa, violenza finalizzati all’impossessamento di cose altrui, come nel caso della banda della metropolitana – precisa Franco Prina, docente di Sociologia giuridica e della devianza all’Università di Torino – sono razionali, perché dietro c’è quasi sempre la voglia di umiliare e prevaricare chi si ritiene essere “più fortunato di me”, portare via il telefonino o la felpa ha un valore simbolico, ha a che fare l’immagine che si vorrebbe avere ed esprime frustrazione e rabbia verso il mondo, è una sfida alle istituzioni». Un’ingenuità: quasi sempre i “bulli” vengono presi. «Anche perché il più delle volte si filmano essi stessi col cellulare e postano sui social le loro malefatte – spiega Prina –, vogliono che altri li vedano, mettano dei like riconoscendoli come soggetti coraggiosi che sfidano il mondo». 

Per fortuna l’Italia non è messa peggio di altri Paesi. «La marginalità dei nostri ragazzi – sostiene il sociologo Prina – è diversa, per esempio, da quella delle banlieu parigine, o da quella dei loro coetanei statunitensi: nelle nostre città non ci sono ghetti; il fatto che li accomuna tutti, però, è la fragilità dei genitori nell’esercitare il ruolo educativo, di avere un controllo sui figli e capire cosa è giusto fare e cosa no. Bisogna intercettare il disagio – conclude anche lui – andando nelle strade e nelle piazze, bisogna lavorare con genitori, insegnanti, ci vorrebbe un “progetto giovani” promosso dalle amministrazioni locali, serve investire su prevenzione e sostegno ai più fragili».

 www.avvenire.it

 

martedì 8 febbraio 2022

REATI CONTRO I MINORI IN AUMENTO


 Safer Internet Day. L' allarme della Polizia postale: in aumento i reati contro i minori

Nella Giornata per la Sicurezza in Rete si registrano nuovi allarmanti dati su un uso inconsapevole del web da parte dei bambini e dei ragazzi. Cyberbullismo, adescamento online, sexting, challenge e pedo-pornografia espongono i minori a grandi rischi. Istituzioni, scuola e organizzazioni per l’infanzia sono impegnati nella prevenzione e nell’educazione ad uno uso corretto dei dispositivi digitali. Strappato (Polizia postale): "fondamentale la denuncia tempestiva del reato"

-         Marco Guerra – Città del Vaticano

 

Oltre cento nazioni di tutto il mondo celebrano oggi il Safer Internet Day, la Giornata mondiale per la sicurezza in rete e l’uso corretto del web, istituita e promossa dalla Commissione Europea nel 2004.  “Together for a better internet” è il titolo scelto dall’organismo dell’Ue per promuovere la ricorrenza, che si pone come obiettivo l'uso sicuro e consapevole di Internet da parte di ragazzi e ragazzi ma anche il ruolo attivo nella costruzione di un ambiente digitale come luogo positivo.

Il calendario di eventi

Negli anni il Safer Internet Day è diventato un appuntamento di riferimento per tutti gli operatori del settore, le istituzioni e le agenzie educative. Quest’anno in Italia, in occasione della giornata, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza (Agia), il comitato interministeriale per i Diritti umani (Cidu) e Unicef Italia hanno tradotto e pubblicato il commento generale numero 25 «Sui diritti dei minorenni in relazione all’ambiente digitale» del comitato Onu sui Diritti dell’infanzia. Previsto anche un fitto programma di iniziative organizzate dal Ministero dell'Istruzione, coordinatore del progetto 'Generazioni Connesse', che vede come principali partner l'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza, la Polizia di Stato, Telefono Azzurro e Save the Children.

Le indagini sul consumo del web

Ad alimentare le riflessioni sono molte indagini demoscopiche e ricerche, pubblicate in questi giorni, relative al consumo del web da parte dei giovani. I dati forniti da Telefono Azzurro e Doxa evidenziano che il 71% dei giovani intervistati ritiene di aver aumentato il tempo trascorso online negli ultimi due anni. Dalle risposte dei ragazzi emerge che le attività “digitali” più eseguite sono chattare (58%), ascoltare musica (53%), giocare (48%), seguire lezioni a distanza (39%), guardare film o serie tv (38%), pubblicare foto/video/storie su Tik Tok, Instagram e altri social (23%). La ricerca sottolinea che circa la metà dei giovanissimi gioca online da 1 a 3 ore al giorno. L’indagine condotta da Generazioni Connesse, in collaborazione con Skuola.net, Università degli Studi di Firenze e  Università Sapienza di Roma, mostra invece che nell’ultimo anno è avvenuto un uso leggermente più consapevole della Rete, pur in un contesto di aumento generalizzato delle ore passate sui dispositivi digitali. Se infatti tra il 2019 e il 2020 era più che raddoppiata la percentuale di coloro che raccontavano di essere connessi dalle 5 alle 10 ore al giorno - passando dal 23% al 59% - nell'ultimo anno il dato ha iniziato lentamente a calare fino alla più recente rilevazione secondo cui il 42% dei ragazzi è stato collegato al web per un tempo medio così lungo. Meno ore su Internet anche per coloro che si dichiarano "sempre connessi", che scendono dal 18% rilevato nel 2021 al 12% della prima rilevazione del 2022. Il restante 46% degli adolescenti coinvolti nella ricerca, invece, stima di passare online meno di 4 ore al giorno, contro il 23% complessivo di 12 mesi fa.

Strappato (Polizia postale): giovani esposti a grandi rischi

Alla luce di questi dati e del fatto che bambini e giovani trascorrono sempre più tempo in rete in assoluta solitudine, tutte le organizzazioni per l’infanzia e la gioventù chiedono di rafforzare l'educazione al mondo digitale di insegnanti e genitori. D’altra parte, oltre che a fenomeni di dipendenza, un uso inconsapevole dei dispositivi elettronici e del web espone a veri e propri reati contro la persona.  Barbara Strappato è direttore della prima divisione del servizio Polizia Postale e delle comunicazioni: “Il web offre grandi risorse ma espone anche a rischi – spiega –  i minori possono essere convolti nel cyberbullismo, in quello che chiamiamo sexting ovvero lo scambio di immagini e video intimi, fino al dramma della pedopornografia on line, aspetti diversi ma che coinvolgono i più vulnerabili, i nostri giovani e bambini”.

Aumento esponenziale dei reati

Secondo la dirigente della Polizia postale con la pandemia si è registrato un aumento dei reati digitali con riferimento specifico ai minori: “Nel 2020 rispetto al 2019 abbiamo avuto un incremento del 132% dei reati, la crescita è proseguita nel 2021 con un ulteriore aumento del 73%; anche in termini di repressione è aumentata la nostra azione, nel 2020 abbiamo indagato un numero di persone superiore del 90% rispetto all’anno precedente e il 13% in più nel 2021 rispetto al 2020”. Un fenomeno sempre più diffuso è quello del revenge porn, Strappato parla di “forme di aggressione della sfera intima” per prevenire le quali sono necessarie attività di educazione digitale rivolta ai minori, genitori e insegnati per poter dare il giusto valore alle azioni on line.  “Lo schermo che si frappone fra le persone – spiega ancora - non sempre consente di avere una percezione corretta. Soltanto dando valore all’altro alcuni comportamenti vengono percepiti come sbagliati”.

Pedopornografia e indagini internazionali

La dirigente Strappato parla poi dell’importanza della denuncia tempestiva del reato per cercare di limitare i danni e scoprire i responsabili, “noi veniamo a conoscenza dei reati o attraverso le segnalazioni o attraverso il monitoraggio del web come vere e proprie pattuglie on line – racconta l’esponente della Polizia di Stato -. Quando poi ricostruiamo la verità dei fatti spesso scopriamo che sono altri giovani a commettere reato compiendo atti di cyberbullismo”. “La denuncia – continua Strappato - è una forma di ristoro per la vittima che si sente capita mentre chi commette il reato comprende la gravità di quello che ha fatto e può essere riportato sulla strada corretta”. Infine, Strappato riferisce anche di un incremento della pedopornografia on line (73%) e dell’importanza della cooperazione internazionale per perseguire questo reato.  “A livello internazionale abbiamo ancora molti passi da fare – conclude – perché le comunità di pedofili si trovano in tutto il mondo e le nostre interlocuzioni sono continue. Fortunatamente con i colossi del web i rapporti sono quotidiani, altre forme di interlocuzione vanno invece affinate".

Vatican News

 

lunedì 6 settembre 2021

COVID-19. SORVEGLIARE L'EPIDEMIA


 CS N°41/2021 - Covid-19: le indicazioni di prevenzione per la riapertura delle scuole e una rete di “scuole sentinella” per sorvegliare l’epidemia


Un documento strategico per la prevenzione e il controllo delle infezioni da SARS-CoV-2 e un piano di monitoraggio per controllare la circolazione del virus negli istituti, sono stati messi a punto per tutelare lo svolgimento della didattica in presenza.

Il documento strategico, diretto a tutte le scuole declina le misure di prevenzione per l’imminente anno scolastico come il distanziamento di almeno un metro fra i banchi, l’uso delle mascherine chirurgiche, sopra i sei anni, anche da seduti, la necessità di un frequente ricambio d’aria.

Queste sono solo alcune delle principali raccomandazioni indirizzate alle scuole che si trovano nel Rapporto Indicazioni strategiche ad interim per la prevenzione e il controllo delle infezioni da SARS-CoV-2 in ambito scolastico (a.s. 2021-2022) messo a punto da ISS, Ministero della Salute, Ministero dell’Istruzione, INAIL, Fondazione Bruno Kessler, in collaborazione con il Commissario Straordinario per l’Emergenza Covid-19.


INDICAZIONI PER LA PREVENZIONE



domenica 1 agosto 2021

SALVANDO I BOSCHI SALVIAMO NOI STESSI

 


Cosa insegnano gli incendi che hanno distrutto intere foreste (e non solo) e come possiamo migliorare le strategie di intervento

La prevenzione significa cura e presidio del territorio, ma anche coinvolgimento delle comunità. Il clima che cambia richiede capacità di adattamento e di mitigazione

-           

-          di MARCO MARCHETTI

-           

La Sardegna è una terra che brucia da sempre, lo sappiamo. E non solo: in queste ore l’emergenza-roghi riguarda anche la Sicilia, come altre volte in passato. Tuttavia i megafire, i grandi incendi che superano la capacità tecnica di estinzione, erano finora stati rari e limitati: Curraggia-1983 e Coghinas-1994, per fare alcuni esempi, arrivarono a 7.500 ettari. In questi giorni, nello stesso lasso tempo, il fuoco ha percorso 13mila ettari. Le condizioni scatenanti sono mutate: dal punto di vista meteo, con ondate di calore e siccità più intense e prolungate, spinte dalla crisi climatica dovuta ai cambiamenti causati dall’uomo, e da quello della vegetazione, cioè il combustibile. Pochi sanno che la Sardegna è la regione più forestale d’Italia e, come nel resto del Paese, i boschi sono in fase di rapida espansione: i campi e i pascoli, non più coltivati e sempre meno frequentati dal bestiame, sono terreno ideale per l’insediamento di alberi che nell’arco di pochi anni edificano nuove formazioni forestali così continue da offrire alla propagazione del fuoco vie preferenziali. C iò che sta avvenendo nel Montiferru è una sintesi di tali processi ed è crogiuolo della diversità biologica e strutturale dei boschi della Sardegna centro-occidentale, e a stretto contatto con questi paesaggi incontriamo paesi di grandissimo fascino e siti archeologici di inestimabile valore. Proprio l’insieme di componenti meteo e territoriali è la traccia da seguire per chiedersi come prevenire eventi simili. Quando si parla di prevenzione degli incendi boschivi, in genere si pensa a strategie di sorveglianza: pattuglie, punti di avvistamento, magari il supporto dei droni per cogliere sul fatto l’incendiario di turno o individuare il pericolo al primo filo di fumo. Ma concentrarsi solo su questi aspetti è fuorviante e pericoloso. Fuorviante, perché non tutti gli incendi hanno causa dolosa: la mano dell’uomo è quasi sempre coinvolta nell’innesco delle fiamme, ma spesso in modo colposo o indiretto (marmitte roventi, errori nell’uso del fuoco, elettrodotti malfunzionanti...). Pericoloso, perché non è sufficiente avvistare un focolaio per limitarne la minaccia: se l’incendio assume subito un comportamento estremo, gli operatori non possono lavorare in sicurezza e le fiamme dovranno essere lasciate libere di muoversi.

Prevenzione vuol dire tante cose che devono essere integrate fra loro. Innanzitutto cura del territorio e colturale: selvicoltura preventiva, con diminuzione e interruzione del combustibile presente in bo- sco, accessi sicuri per i mezzi di controllo e intervento, punti di sicurezza per le popolazioni, eliminazione delle situazioni di degrado, di cui tutti devono farsi carico. Prevenzione è conoscenza dello stato e delle dinamiche meteo, geografiche e di uso del suolo, dislocazione efficiente dell’avvistamento e del supporto agli interventi. Prevenzione vuol dire poter disporre di carte di vulnerabilità e dei combustibili sempre aggiornate e migliorare la modellistica previsionale a terra come in atmosfera. Prevenzione significa costruire serie storiche con dati certi e robusti, e intanto mantenere il presidio sul territorio, eliminando l’asfissiante burocrazia, che scoraggia chi vive nel (e del) mondo rurale.

N el nostro Paese non si parla mai di boschi (che coprono ormai il 40% del territorio) e non si parla di incendi, se non quando i boschi sono diventati cenere. Dobbiamo invece raccontare di boschi e disturbi in modo efficace (si pensi al caso della tempesta Vaia del 2018, nel Nord-Est) e, dunque, di incendi anche quando questi non sono accesi. Prevenzione infatti vuol dire educazione per ogni fascia d’età, formazione, coinvolgimento responsabile delle comunità, per evitare che la 'distrazione' diventi 'disa- strosa', per sbarrare il passo all’incuria che sempre più domina i nostri paesaggi e alla criminalità più o meno organizzata, al teppismo, alla vendetta e alla devianza sociale che si maschera da psicopatologia incendiaria. Servono investimenti veri, ricerca, semplificazione di procedure e competenze, a vantaggio delle generazioni che verranno. C ontinuando a non dare importanza alla quasi metà del nostro territorio perdiamo occasioni di sviluppo e rischiamo di mandare letteralmente in fumo le prospettive di contenimento delle emissioni e le iniziative di riconversione energetica. Per essere efficace, la prevenzione deve agire infine sulle cause remote, impedendo a qualsiasi scintilla di generare un fuoco pericolosamente intenso, o alle fiamme di propagarsi su ampie superfici specie nelle zone di interfaccia urbano-rurale. Su scala planetaria, ogni evento estremo porta con sé la 'firma' del riscaldamento. Serve mitigare, intensificando la lotta senza quartiere alle nostre emissioni, arrivare al più presto alla neutralità carbonica e riassorbire, anche grazie alle formazioni forestali, parte della CO2 in eccesso che è la causa del clima impazzito. Ma non basta. Dobbiamo anche mettere in atto strategie di adattamento, perché gli effetti dei cambiamenti climatici continueranno a intensificarsi, indipendentemente dalle nostre azioni.

Gli stessi incendi contribuiscono in modo brutale alla crisi: alterano il microclima e rendono invivibili i luoghi, innescando pericolosi processi di regressione ecologica e quindi economica e sociale, considerato che tutto è legato e interconnesso. Fra breve nel Montiferru la temperatura delle aree percorse dal fuoco sarà ancora superiore di diversi gradi rispetto alle zone circostanti. Gli alberi senza chioma non possono mitigare radiazione solare e temperature. Interi tratti di vegetazione non possono più estrarre acqua dal suolo né evapotraspirare (i boschi il 'mega condizionatore climatico' naturale delle terre emerse). Il bosco che c’era la settimana scorsa non tornerà, ma la capacità funzionale potrà essere recuperata con nuovi boschi: occorrerà però tempo e assenza di nuovi disturbi. Ogni intervento di gestione responsabile e sostenibile richiede personale formato (di cui troppi territori scarseggiano) e una nuova pianificazione territoriale. Significa conoscere bene il bosco e le sue relazioni con il contesto ecologico e sociale in cui è inserito, individuare i benefici offerti da ciascuna sua parte alla società (legname, protezione dal dissesto, assorbimento di carbonio, habitat...), prevedere la sua dinamica e le sue vulnerabilità, programmando azioni a lungo termine. Un buon inizio sarà l’approvazione della Strategia Forestale Nazionale, nel quadro di quella europea resa pubblica il 16 luglio 2021, investendo finalmente risorse pubbliche nel monitoraggio e nella gestione, per mantenere una buona relazione con le foreste, aiutarle ad aiutarci nel momento in cui ne abbiamo più bisogno, e avere uno sguardo di responsabilità globale che, non abbandonando i nostri boschi a sé stessi, ci consenta anche di risparmiare e proteggere quelli nei luoghi più cruciali, fragili e svantaggiati del pianeta.

*Università degli Studi del Molise Sisef (Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale)

 

Le condizioni che scatenano gli incendi sono mutate: dal punto di vista meteo, con ondate di calore e siccità più intense, spinte dalla crisi climatica dovuta ai cambiamenti causati dall’uomo, e da quello della vegetazione.

 Un buon inizio sarà l’approvazione della Strategia Forestale Nazionale, nel quadro di quella europea appena pubblicata