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venerdì 28 agosto 2026

LA PAURA E LA SICUREZZA

 


Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è psichica. Per questa ragione non può essere liquidata come un comportamento regressivo o il frutto di un’azione di propaganda a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche la sinistra.



“Un giorno la paura bussò alla porta. Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.” M.L.King

 


Massimo Recalcati 

In un tempo traumatizzato dalle guerre e dall’incertezza per il nostro avvenire il tema della sicurezza si è caricato di una valenza che non è più solo politica, ma assume anche una connotazione mentale. Ridurre l’esigenza di sicurezza alla manifestazione di un rudimentale analfabetismo politico non solo è un errore strategico che spalanca praterie per una predicazione “alla” Vannacci, ma segnala soprattutto l’incapacità di comprendere il carattere inaggirabile della pulsione securitaria

L’essere umano non è, infatti, solamente un «animale sociale» — come riteneva classicamente Aristotele — ma è anche animato da una spinta (antisociale) a rifiutare l’estraneo, lo straniero, a identificarlo, come direbbe Freud, con l’ostile in quanto fattore di perturbazione del suo equilibrio interno. 

La pulsione a chiudersi anziché ad aprirsi non è, dunque, una patologia mentale, ma una attitudine fondamentale dell’essere umano destinata ad accentuarsi di fronte a situazioni di incertezza e di disordine. La pulsione securitaria nasce dalla necessità di tracciare confini identitari che possano proteggere la vita individuale e collettiva dall’irruzione dell’estraneo. 

Prima ancora di essere politica, l’esigenza di sicurezza è dunque una esigenza psichica. 

Se la figura di Ulisse mette in luce il carattere avventuroso della nostra vita, la fame di conoscenza che la conduce a varcare i confini, a sentirsi attratta dall’ignoto, non bisognerebbe mai dimenticare che esiste nell’essere umano anche una spinta altrettanto intensa a preservare e a difendere i propri confini: chiudere una porta, recintare una proprietà, edificare una frontiera rispondono all’esigenza psichicamente elementare di distinguere il famigliare dall’estraneo. Il confine non è dunque soltanto una astratta linea geografica, ma una forma essenziale della nostra organizzazione mentale. 

Per questa ragione la richiesta di sicurezza non può essere liquidata come un comportamento politicamente regressivo o come il frutto di un’azione di mera propaganda organizzata a fini elettorali. È un errore clamoroso che spesso coinvolge anche esponenti illustri della sinistra. 

Dovremmo ricordare loro che non esiste solo il fascino irresistibile di Ulisse, ma anche l’acuta osservazione di Elias Canetti che mette in rilievo la particolare sensazione che ci investe quando, camminando lungo un grande viale cittadino o salendo su di un tram, urtiamo accidentalmente uno sconosciuto. Per un istante i nostri confini personali vengono violati. Qualcuno che non conosciamo è entrato abusivamente nel nostro spazio fisico interrompendo una distanza che ci protegge. 

Per un verso, dunque, l’umanità non sarebbe mai uscita dai propri confini se l’ignoto avesse prodotto soltanto paura, ma, per un altro verso, l’ignoto può suscitare un brivido capace di trasformare la curiosità per lo straniero in una minaccia di violazione. 

L’esasperazione ideologica della pulsione securitaria è ovviamente sempre possibile. 

Nel corso del Novecento ha provocato drammi senza precedenti. Il rischio della sua trasformazione in xenofobia, in culto della razza e della salute o, addirittura, nella fantasia delirante di un mondo finalmente liberato da ogni forma di alterità, si è avverato tragicamente. 

Tuttavia, chiudere i confini, alzare barricate, difendere il proprio territorio non sono soltanto gesti ideologici, ma rispondono a un fantasma fondamentale: costruire un luogo protetto dall’irruzione dell’esterno. Freud faceva l’esempio del guscio che assicura protezione di fronte agli stimoli imprevedibili provenienti dall’esterno: un dentro senza fuori, uno spazio finalmente sottratto all’imprevisto. 

Il compito di una politica all’altezza della sfida della democrazia dovrebbe essere quello di riconoscere l’esistenza della pulsione securitaria. Senza irridere la chiamata alle armi di cui si fa portavoce il generale Vannacci, bisognerebbe avere il coraggio di sostenere che l’inclusione non comporta la cancellazione della propria identità nazionale, che l’accoglienza non comporta la negazione della propria memoria storica, che il confine come luogo di scambio non comporta la sua soppressione come soglia che definisce un’appartenenza. 

Nondimeno, la domanda di sicurezza è inesauribile perché non può mai essere pienamente soddisfatta: più il mondo appare precario, disordinato, imprevedibile, più cresce il desiderio di stabilire confini sempre più netti; più le identità si mescolano, più può emergere la tentazione a solidificarle. Ma il problema è che la sicurezza assoluta coincide solo con la morte. Un mondo completamente sicuro sarebbe un mondo senza sorpresa, senza alterità e senza rischio. 

È questa la contraddizione che bisognerebbe riuscire a rendere feconda: non si dovrebbe semplicemente opporre apertura a chiusura, libertà a sicurezza. Se, come sappiamo, una società che organizza la propria identità intorno alla paura è destinata a trasformare la protezione in una forma di segregazione, non dovremmo nemmeno dimenticare che una società che nega l’esistenza della paura finisce per consegnarsi ai peggiori propagandisti della reazione. 

Il compito della politica non è quello di sopprimere la pulsione securitaria, ma di tenerne conto dandole una forma che non distrugga ciò che pretende di proteggere. Non abbiamo paura soltanto perché qualcuno ci ha insegnato ad averne. Abbiamo paura perché siamo esseri vulnerabili, esposti alle insidie del mondo. La civiltà non comincia quando eliminiamo la paura, ma quando impariamo a non trasformarla in una spinta aggressiva. La paura non è l’esito di un deficit cognitivo ma ci appartiene. Cosa ne possiamo fare? La brace che alimenta la follia di una società chiusa su se stessa che trasforma i suoi confini in muraglie o una domanda di sicurezza da tenere in seria considerazione, non negata e non schernita snobisticamente come se fosse solo il prodotto pregiudiziale di una cattiva educazione o di una manipolazione propagandistica?

la Repubblica 

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Alzogliocchiversoilcielo

venerdì 31 luglio 2026

LA VIOLENZA DEGLI ORFANI


 In nome 

della 

 sicurezza

-di Giuseppe Savagnone

«Chi aggredisce, chi rapina, chi devasta deve pagare sempre, anche se ha 15 o 16 anni», ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio, per spiegare il senso del ddl con cui il 23 luglio scorso il governo ha modificato l’articolo 98 del Codice penale, introducendo la presunzione della capacità di intendere e di volere per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni. Ci sono «ragazzi che pensano di poter fare come vogliono perché sanno che tanto non accadrà loro nulla», per via della loro minore età.

Obiettivo, fronteggiare quello che, secondo la percezione della maggioranza degli italiani, è il dilagare delle baby gang, gruppi criminali di giovanissimi, spesso solo adolescenti, dediti ad azioni violente, di solito nei confronti di coetanei, troppo a lungo sottovalutati a causa della loro età. Rispondendo così a un bisogno di sicurezza che sembra avere un ruolo decisivo anche ai fini del consenso, in vista della ormai prossima scadenza elettorale.

Ma di questa tematica il nostro esecutivo si era già occupato con il decreto legge noto come il “pacchetto sicurezza Caivano”, il cui titolo era «Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile». Dove, per fronteggiare questi fenomeni, si erano moltiplicati i casi di custodia cautelare per i minori, si erano aumentate le pene per alcuni reati e si era reso più difficile l’accesso a forme di pena alternative al carcere.

Anche allora queste misure hanno destato vivaci critiche, che si sono rinnovate in occasione del nuovo disegno di legge. E non solo da parte delle opposizioni, ma delle associazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, in particolare di quelli dei più giovani, come «Antigone» e «Save the Children».

Dalla logica del recupero a quella del carcere

Critiche peraltro confermate dai fatti, a un anno dal decreto Caivano, secondo Susanna Marietti, coordinatrice nazionale dell’osservatorio sulle carceri minorili di “Antigone”, la quale constatava, in un’intervista su «Il Foglio» del 20 ottobre 2024, che questo governo «sta trasformando drasticamente il sistema della giustizia minorile, spostandolo verso un modello criminalizzante, carcerocentrico e purtroppo privo di prospettive». Le prove? Negli Istituti penali per minorenni (Ipm), dopo la “stretta”, le presenze sono aumentate di circa il 35 per cento. Per la prima volta anche le carceri minorili sono alle prese con il sovraffollamento.

E non si tratta sempre di criminali, al contrario: «La crescita degli ingressi negli ultimi 12 mesi è fatta quasi interamente di ragazze e ragazzi in misura cautelare», che sono ancora in attesa di giudizio e risultano dunque, per la legge, presunti innocenti.

Senza dire che il decreto ha permesso un più rapido trasferimento dei ragazzi appena maggiorenni – anche quelli in custodia cautelare – nelle carceri per adulti, dove evidentemente vengono a trovarsi a contatto con un ambiente che rischia di trasformarsi in una scuola di violenza e di criminalità anche per quelli che criminali non erano.

E poi le limitazioni all’applicazione, per i minori, dell’istituto della «messa alla prova», che prevede la sostituzione della detenzione con lo svolgimento di attività di pubblica utilità sotto il controllo dei servizi sociali. Una formula che funziona, perché responsabilizza il minore, coinvolge la famiglia, mobilita il territorio, e che ha una percentuale di esiti positivi superiore all’85 per cento. Il decreto ha introdotto preclusioni automatiche per alcuni reati, comprimendo la discrezionalità del giudice minorile, che non può più applicare la “messa alla prova” in quei casi.

È in questo quadro che ora si inserisce il nuovo disegno di legge sulla presunzione di responsabilità del minore, destinato, evidentemente, ad aumentare il numero dei ragazzi soggetti a misure detentive.

Insieme, i due provvedimenti legislativi stravolgono la logica del diritto penale minorile che era nato, con il dpr 448 del 1988, come un laboratorio di responsabilizzazione e recupero e per cui il carcere era l’extrema ratio. Questo spiega l’opposizione al nuovo ddl anche da parte degli avvocati penalisti italiani. Una nota della giunta dell’Unione delle camere penali parla di «una modifica che incide in modo radicale sul fondamento stesso della giustizia minorile» e che «aggiunge un ulteriore tassello alla strategia repressiva adottata nei confronti dei minori, iniziata con il decreto Caivano».

La società deve aiutare i giovani prima che punirli

Centrate sull’identità del minore sono le critiche di «Save the Children». L’associazione denuncia una «adultizzazione della giustizia minorile» che misconosce la peculiare identità delle persone che ne sono oggetto. Un adolescente, a differenza degli adulti, è ancora in via di formazione e le sue devianze e i suoi errori non sono espressione di una personalità ormai definita, ma si collocano in una fase ancora in parte indefinita di transizione. «Giovani che commettono anche reati gravi stanno ancora costruendo la propria identità e conservano importanti possibilità di cambiamento». Per questo «il procedimento penale deve avere una finalità educativa e il ricorso alla sanzione penale deve rappresentare l’ultima risposta possibile».

«Save the Children» attira inoltre l’attenzione sulla necessità di far prevalere la prevenzione rispetto alla repressione, individuando e curando le cause della criminalità minorile. «Se un minorenne, soprattutto se molto giovane, arriva a commettere un reato, è necessario interrogarsi anche su ciò che è mancato prima: il sostegno della scuola, della comunità, dei servizi, delle opportunità educative e relazionali che avrebbero dovuto proteggerlo. La tutela della collettività e la prevenzione richiedono soprattutto interventi strutturali sul piano educativo e relazionale dei giovani, anziché un’estensione della risposta penale».

In funzione di questa esigenza, «servono comunità educanti solide e responsabili, capaci di sostenere i ragazzi e le ragazze, non soltanto di controllarli o punirli. È fondamentale offrire opportunità concrete di crescita attraverso:

  • sportelli di ascolto nelle scuole
  • percorsi di sostegno alla genitorialità
  • attività culturali, sportive e sociali accessibili». 

Ma c’è o no l’emergenza sicurezza?

A tutti questi rilievi il governo risponde che siamo di fronte a una situazione di emergenza, a cui occorre far fronte con provvedimenti straordinari. Ed è verissimo che, come prima osservato, questa è la domanda che sale da moltissimi cittadini.

Ora, non c’è dubbio che stiamo assistendo ultimamente a un proliferare di episodi che hanno come protagonisti gruppi di giovanissimi variamente definiti come baby gang o maranza. Molti di questi ragazzi provengono da contesti periferici, famiglie fragili o quartieri con scarse opportunità educative e lavorative. Ma ci sono anche giovani che provengono dalle classi sociali più alte e che non arrivano al crimine per motivi economici.

Elemento comune a tutti è l’assenza o la debolezza delle figure educative: genitori poco presenti, scuola percepita come distante o inutile, adulti incapaci di esercitare un’autorità credibile. Il gruppo diventa così il principale riferimento identitario, con regole proprie e spesso aggressive. I social fungono da cassa di risonanza, utilizzata per trasformare le imprese criminali in spettacolo.

Si deve a questi gruppi, principalmente, se nel 2024 le forze di polizia hanno segnalato 38.247 minori tra denunciati e arrestati, con un aumento del 17% rispetto al 2023 e di circa il 30% rispetto al periodo pre-Covid.

Ma sono davvero numeri che giustificano il clima di emergenza evocato dalla stampa di destra e dal governo? Nell’VIII Rapporto dell’associazione “Antigone”, presentato il 24 febbraio scorso, si racconta una storia abbastanza diversa. Il Rapporto richiama i dati Eurostat, aggiornati al 2023, secondo cui l’Italia è tra i paesi con i tassi di minorenni denunciati più bassi dell’Europa, con 363,4 denunce per 100.000 abitanti, quasi la metà della media europea che è di 647,9.

Quanto all’aumento del 17% delle segnalazioni nel 2024, l’incremento scende al 12% considerando le prese in carico effettive da parte dell’autorità giudiziaria. Un aumento non terrificante, dunque, e che peraltro risente delle fisiologiche oscillazioni annuali per cui, come il Rapporto segnala, le denunce di minori per omicidio nel 2024 sono state 26, una in più che nel 2023, in cui erano 25, ma meno che nel 2022 in cui erano state 27 e della media registrata tra il 2014 e il 2017, che era di circa 33 l’anno.

C’è poi il capitolo dei minori stranieri. La narrazione politica, fortemente sostenuta a livello mediatico, insiste su un’emergenza che i numeri non confermano. L’86 % degli omicidi commessi da ragazzi entrati negli Ism nel 2025 è attribuito a italiani. Gli stranieri finiscono più spesso in carcere per reati contro il patrimonio, meno gravi.

Insomma, siamo lontani dalla rappresentazione, ricorrente sui media e nelle dichiarazioni dei politici, di un disastro incombente.

Perché ritorni un “padre”

Il fatto è che è più facile moltiplicare le misure punitive che fare uno sforzo serio di comprendere la violenza dei giovani. Non basta neppure una prevenzione che cerchi di limitare l’accesso ai social ai minori di 15 anni, come hanno fatto l’Australia e la Francia, probabilmente presto seguiti da altri Paesi, tra cui l’Italia. Il punto è che non basta, ancora una volta, vietare. Un passo importante può essere costruire nuove opportunità a livello sociale ed economico per sanare alcune delle cause che spingono alla violenza i più emarginati. Ma, come abbiamo visto, la violenza giovanile coinvolge anche ragazzi delle classi agiate. Neppure questo, dunque, è sufficiente.

Bisogna finalmente rendersi conto che la povertà dei nostri giovani è innanzi tutto culturale e valoriale. Criminalizzarli serve solo a nascondere che i responsabili della loro mancanza di limiti siamo noi, gli adulti. Quello che noi abbiamo costruito, in cui li stiamo facendo crescere e che stiamo lasciando in eredità è un mondo desertificato, dove la violenza dei nostri figli esprime in definitiva il grande vuoto in cui si sono venuti a trovare senza loro colpa.

Un vuoto, innanzi tutto, di paternità. Si notava prima che ciò che accomuna maranza e membri delle baby gang è la mancanza di figure educative, in famiglia, a scuola, in parrocchia, capaci di essere un punto di riferimento e di trasmettere – con la loro testimonianza, prima ancora che con le loro parole – un orizzonte di senso. Sono orfani.

Ciò che manca è un “padre”.

Dove con questo termine non si intende un genitore in senso biologico, né la figura autoritaria che in passato pretendeva di insegnare ai figli ideali e regole precostituiti. Come dice Recalcati, il possibile ritorno del padre, oggi, può essere paragonato a quello di Ulisse. Telemaco aspettava un eroe armato e vittorioso e si trovò davanti un mendicante sfinito, che però era rimasto tenacemente aggrappato alla sua speranza di tornare.

Così oggi i giovani hanno bisogno di incontrare sulla loro strada – in famiglia, a scuola, in chiesa, ma anche in un campo sportivo – qualcuno che testimoni la possibilità di dare alla vita un senso. «La domanda di padre che oggi attraversa il disagio della giovinezza non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza». All’adulto è chiesto non di avere certezze che non abbiamo, ma di mantenere lui stesso viva la ricerca, per essere «un padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso».

 www.tuttavia,eu

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sabato 18 luglio 2026

A CHILOMETRO ZERO

 


 "La grandezza 

di una persona

 non si misura solo 

su ciò che costruisce, 

ma anche 

sulla sua capacità 

di ricominciare;

 la vita insegna che si cade sette volte

 per rialzarsi otto”

  •  

La Redazione

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità…”

In una società come la nostra, nella quale l’efficienza e la produttività appaiono quali valori guida, le nuove generazioni sembrano ricercare, nella maggior parte dei casi, sicurezza, comodità, agio, risultati eccellenti ma da conseguire facilmente e velocemente senza alcuno sforzo, privandosi di quello slancio, di quella passione, che invece dovrebbe contraddistinguere la loro esistenza, senza quindi far prevalere la propria ambizione, il proprio talento, ma soprattutto la propria inclinazione al cambiamento ed al miglioramento.

Invero i giovanissimi dovrebbe essere affascinati da tutto ciò che è inedito, straordinario, rivoluzionario, seguendo le proprie emozioni, non temendo alcun pericolo ma anzi avendo sempre il coraggio di osare, esponendosi al rischio, incamminandosi lungo strade non battute con pazienza e cocciutaggine senza mai desistere o tirarsi indietro.

“La vita è l’opposto del «chilometro zero»: i ragazzi dovrebbero imparare a contare le persone conosciute, le situazioni vissute e i luoghi visti, le discussioni fatte e le novità scoperte. E questo è un giro che non finisce mai, ma deve iniziare dalla spinta di voler pretendere qualcosa per sé, pensato da sé, progettato da sé”, in tal modo inizia la sua considerevole riflessione il sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Ad oggi, invece, appare per molti giovani più facile rinunciare ad una vita piena di emozioni e di scoperte piuttosto che vivere la propria esistenza intensamente. In realtà si tratta di una questione di umiltà, così come ci spiega lo psichiatra, e non si può mai sapere che cosa accadrà finché non lo hai ancora fatto.

“Se si ascolta la fatica ancor prima di averla misurata, si rischia la bonaccia esistenziale, che per un giovane è il peggio che si possa augurare, e si ricompone un filo che si riavvolge sempre allo stesso modo, quasi fosse un automatismo: inseguire le proprie zone di confort”, queste le parole sempre pregne di significato di Paolo Crepet. Eppure ci sono genitori che educano i loro figli alla certezza, un po’come se tutto fosse sempre a portata di mano e continuerà ad essere offerto, regalato, senza alcuno sforzo o fatica, ma il bello della sfida sta nel difficile, nell’impervio e nell’incerto e non nella facilitazione di ogni scelta.

“Compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”, così come ci spiega lo psichiatra. Ma ciò che occorre insegnare ai giovani è che nulla deve essere scontato, nulla è dato per sempre, ma tutto porta a un tentativo, a un impegno capace di sollecitare creatività e progettualità.

“Ovunque un giovane scelga di vivere, qualsiasi cosa provi a fare, il suo agire deve essere valutato: più grande è la propensione al nuovo, meno scontato è l’esito, più profonda sarà la soddisfazione. La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali: la vita insegna che si cade sette volte per rialzarsi otto”, in tal modo conclude la sua disamina Paolo Crepet.

Ascuolaoggi

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venerdì 3 luglio 2026

SICUREZZA E PACE

 


Comece, la strategia di sicurezza europea al servizio della pace


Le cinque raccomandazioni dei vescovi europei ai governi e alle istituzioni contenute in un documento, pubblicato oggi 2 luglio, dal Segretariato della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea. Investire su diplomazia, cooperazione, multilateralismo e diritti umani per realizzare una pace duratura. No alla normalizzazione della guerra: "La sicurezza autentica non può essere raggiunta solo con mezzi militari"

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

L’attuale contesto geopolitico non deve portare l’Europa a perdere di vista la sua vocazione originaria di progetto e architettura di pace. L’assunto da cui parte il documento della Comece (Commissione delle Conferenze Episcopali dell’Unione Europea) è lapalissiano: stretto nella morsa dei conflitti, il Vecchio Continente ha bisogno di capacità di sicurezza e difesa più forti, ma “una sicurezza autentica e duratura non può e non deve essere raggiunta solo con mezzi militari”, serve piuttosto una visione umanitaria, democratica e orientata al dialogo. Perciò i vescovi, mentre identificano i vettori dell’attuale crisi, la più grave degli ultimi decenni, nella guerra d'aggressione della Russia contro l'Ucraina, citando anche le minacce ibride, i cyberattacchi, il terrorismo, la criminalità organizzata e l'erosione dell'ordine internazionale, richiamano con forza governi e istituzioni alla responsabilità e all’obbligo giuridico di osservare i Trattati.

Non smarrire le proprie radici

Nel contesto di una crescente rivalità geopolitica, “il rafforzamento delle capacità di difesa europee è legittimo e necessario” si legge nel testo, poiché risponde alle aspettative dei cittadini che chiedono la tutela della propria sicurezza e dei valori fondanti del progetto europeo. Tuttavia, il pericolo imminente è che la militarizzazione esasperata porti l'Europa a smarrire la propria identità profonda. Per evitare che ciò accada “l’uso della forza deve rimanere eccezionale, esercitato in strette condizioni legali e etiche e nel pieno rispetto del diritto internazionale umanitario”. Da qui il Segretariato della Comece rilancia cinque raccomandazioni utili a costruire una futura strategia di sicurezza, saldamente imperniata sul rispetto della dignità umana, dei diritti fondamentali e del bene comune che devono sempre essere al centro di qualunque processo decisionale politico.

Attenzione alla "normalizzazione della guerra"

La Chiesa d’Europa esprime forte preoccupazione per una deriva culturale che rischia di far prevalere le logiche belliche su quelle diplomatiche, le risposte militari alle scelte politiche. Rilanciando il monito di Papa Leone XIV, che ha messo in guardia contro “una crescente normalizzazione della guerra e una rinnovata corsa globale agli armamenti”, la Comece insiste dunque sulla revisione dei bilanci comunitari e sul prossimo Quadro Finanziario Pluriennale. Mentre infatti le risorse destinate agli armamenti crescono, i fondi per la prevenzione dei conflitti subiscono tagli drastici, perciò serve un'inversione di rotta contabile ed etica. “È essenziale garantire che gli investimenti nella difesa non compromettano gli investimenti in aree cruciali per la pace, tra cui la diplomazia, la prevenzione dei conflitti, la cooperazione allo sviluppo, l'assistenza umanitaria, nonché la giustizia socio-economica ed ecologica”. Per la Chiesa, infatti, la pace non è mera assenza di conflitti, ma un ecosistema che prospera solo se radicato nella giustizia sociale e nella salvaguardia dell'uomo e dell'ambiente in cui vive.  

Proteggere la vita 

Per tradurre questi principi in linee politiche concrete, il Segretariato della Comece ha strutturato cinque raccomandazioni chiave destinate ai decisori di Bruxelles: mantenere la pace come obiettivo strategico, ampliare la valutazione delle minacce oltre i rischi militari, rafforzare la prevenzione dei conflitti e la costruzione creativa della pace, rafforzare controllo democratico e responsabilità etica, inserire la strategia di sicurezza all’interno di una più ampia strategia di pace. Il documento esorta a ricordare che “il rafforzamento della difesa europea non dovrebbe essere considerato fine a se stesso, ma come un mezzo per proteggere le vite umane, salvaguardare i valori fondamentali e preservare la pace”. A tal proposito anche la comunicazione pubblica dei governi deve cambiare evitando di presentare la spesa militare come un volano di crescita industriale o competitività commerciale.

Sicurezza umana oltre le armi

Le minacce moderne, com’è noto, non viaggiano però solo su carri armati, caccia bombardieri e navi da guerra. I vescovi chiedono una concezione globale della sicurezza che integri le dimensioni ambientali e sociali, poiché, scrivono, “la sicurezza umana è minacciata anche dalla povertà, dagli sfollamenti forzati, dal degrado ambientale, dai cambiamenti climatici, dalle pandemie, dalla criminalità organizzata, dalla frammentazione sociale e dall'erosione democratica”.

Prevenzione ed early warning

Prevenire i conflitti violenti rimane il modo più efficace, meno costoso e più umano anziché rispondere alle crisi una volta che sono scoppiate, spiegano i presuli, perciò in linea con una recente relazione del Parlamento europeo, l'UE dovrebbe rafforzare in modo significativo le proprie capacità nei settori della diplomazia preventiva, della mediazione, dell'allarme rapido, della costruzione della pace civile, della ricostruzione post-conflitto e della riconciliazione. Da qui il richiamo alla "creatività" nell'essere costruttori e generatori di pace, che si traduce nell’esplorare partenariati con una gamma più ampia di attori, inclusi movimenti religiosi, gruppi, comunità. Questi ultimi infatti proprio perché radicati nel territorio, riescono a lavorare per la riconciliazione in modo capillare.

Controllo democratico

Le armi, avvertono i vescovi, non sono e non dovrebbero mai essere trattate come semplici merci, da importare e esportare, pertanto è bene che gli investimenti nella capacità di difesa siano accompagnate da una sorveglianza democratica, trasparenza e tutele etiche, con particolare attenzione alle tecnologie emergenti, incluse Intelligenza Artificiale e sistemi autonomi. Richiamando ancora le parole del Papa in merito a tali strumenti, la strategia di sicurezza europea non può dunque prescindere da “un controllo umano significativo su tutte le decisioni che comportano l'uso della forza letale”. Infine la strategia comprende l'integrare la difesa in un quadro più ampio che connetta in modo coerente gli aiuti umanitari, la diplomazia e lo sviluppo economico rafforzando la cooperazione con l’Onu, la Nato e l’Osce: solo così è possibile contribuire alla ricostruzione di un’architettura di pace internazionale basata sulla fiducia, sulla cooperazione e sul rispetto del diritto.  “Sicurezza e pace - si legge in conclusione del documento - non sono obiettivi in competizione tra loro. Al contrario, la sicurezza dovrebbe servire l'obiettivo generale di una pace giusta e sostenibile, che dovrebbe guidare le scelte strategiche dell'Europa negli anni a venire”.

 Vatican News


martedì 19 maggio 2026

LA SICUREZZA NASCE INSIEME

 E' un bene che nasce 
 dalla relazione


di Paolo Venturi

Una lezione da Modena: la protezione del singolo non dipende solo dalla velocità con cui arriva il soccorso esterno, ma dall’esistenza di un tessuto sociale capace di risposta diretta, immediata

C’è un gesto che vale più di mille analisi. Quattro cittadini che bloccano un aggressore in via Emilia. Non aspettano una direttiva, non attendono un protocollo: agiscono insieme, istintivamente, perché si sentono parte di qualcosa che vale la pena difendere.

Poi, il giorno dopo, cinquemila persone in Piazza Grande si convocano non per una manifestazione politica in senso partitico, ma per qualcosa di più antico e più necessario: per riconoscersi, per dirsi che esistono ancora come comunità. 

Modena, in questi due giorni, ha offerto al Paese una lezione che merita di essere capita fino in fondo, non è una lezione di ordine pubblico soltanto, anche se l’ordine pubblico conta, non è una lezione di sicurezza in senso stretto, anche se la sicurezza è un diritto fondamentale, è una lezione su come si produce protezione vera, quella che non si esaurisce nel necessario controllo del territorio.

Il dibattito pubblico tende a trattare la sicurezza come un problema di risorse e di presenza: più presidio, più prevenzione istituzionale. Tutto necessario, ma insufficiente, se resta solo questo.

Perché la sicurezza che conta per la vita quotidiana delle persone è in larga misura un bene relazionale, un bene che esiste soltanto nella relazione, che non può essere prodotto unilateralmente da uno Stato pur efficiente, e che decade quando i legami comunitari si allentano.

www.avvenire.it

 

sabato 14 marzo 2026

EDUCARE ALL'INCERTEZZA

 

Preparare gli studenti europei 

a un mondo incerto: 


Online il nuovo rapporto Eurydice



 eurydice

Dall’infanzia alla primaria, i sistemi educativi europei rafforzano competenze di resilienza, sicurezza e cooperazione per affrontare un mondo sempre più complesso

di Erica Cimò

 I disastri climatici, gli attacchi informatici, le pandemie e l’instabilità geopolitica non costituiscono più rischi remoti: sono sempre più parte della realtà quotidiana dell’Europa. L’istruzione svolge un ruolo cruciale nel supportare i bambini a comprendere tali rischi e a rispondere con fiducia, solidarietà e resilienza.

È stato pubblicato il nuovo rapporto di Eurydice “Preparedness education in Europe – 2025”, che prende in esame come l’educazione alla preparazione alle emergenze sia integrata nell’educazione della prima infanzia e nell’istruzione primaria nei sistemi educativi europei. Basandosi sui dati dell’anno scolastico 2025-2026, il testo analizza come i sistemi educativi supportino i bambini nello sviluppo di competenze essenziali per la preparazione: dalla consapevolezza del rischio alla cooperazione efficace in situazioni di emergenza.

I risultati dimostrano che la preparazione alle emergenze viene sempre più considerata una dimensione chiave dell’istruzione. In tutta Europa, approcci curricolari innovativi e piani di resilienza a livello di istituto stanno supportando le scuole ad anticipare, attutire e rispondere ad eventi imprevisti, promuovendo la crescita di una nuova generazione informata, competente e pronta all’azione.

Questo lavoro si inserisce nel contesto politico dell’Unione europea. A marzo 2025, la Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha sottolineato l’importanza di rafforzare la preparazione dell’Europa alle crisi e alla sicurezza come responsabilità condivisa a livello europeo. Questo slancio politico è stato rafforzato dal lancio della Strategia dell’UE per un’Unione della preparazione, che evidenzia il ruolo dell’istruzione come leva fondamentale per la preparazione della popolazione, in linea con gli obiettivi dell’Unione delle competenze.

 Principali risultati

  • Progressione nei curricoli: i riferimenti alla preparazione alle emergenze passano da circa la metà dei Paesi a livello di educazione della prima infanzia a quasi tre quarti a livello di istruzione primaria. Anche nei sistemi dove non è esplicitamente inclusa nei curricoli, le autorità nazionali mettono generalmente a disposizione degli insegnanti risorse e strumenti dedicati.
  • Focus differenziato per livello di istruzione: nell’educazione della prima infanzia, l’attenzione è rivolta al riconoscimento del pericolo, alla comprensione di semplici regole di sicurezza e alla protezione di sé attraverso routine quotidiane e attività ludiche. Nell’istruzione primaria, tali basi si sviluppano in competenze più pratiche e orientate all’azione, con una maggiore autonomia nella risposta alle emergenze.
  • Centralità delle competenze di protezione della vita: la maggior parte dei Paesi sottolinea abilità legate al riconoscimento delle diverse tipologie di rischio, all’adozione di comportamenti protettivi e allo sviluppo della resilienza in situazioni imprevedibili.
  • Formazione degli insegnanti disomogenea: nella maggior parte dei sistemi educativi europei, la preparazione alle emergenze non costituisce un requisito formale nella formazione iniziale degli insegnanti. Dove prevista, la formazione riguarda soprattutto le politiche di sicurezza nazionali e la risposta pratica alle emergenze.
  • Crescente attenzione politica: un numero crescente di Paesi integra l’educazione alla preparazione nei piani nazionali di resilienza, si allinea ai quadri di riferimento dell’UE e ricorre al sostegno finanziario e tecnico europeo.
  • Sviluppi futuri: circa metà dei sistemi educativi prevede di rafforzare ulteriormente l’educazione alla preparazione a livello nazionale, spesso attraverso un approccio scolastico integrato che coinvolga dirigenza, personale e studenti.

 Consulta il rapporto “Preparedness education in Europe – 2025” >>

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Cos’è Eurydice

Eurydice è la rete europea che raccoglie, aggiorna, analizza e diffonde informazioni sulle politiche, la struttura e l’organizzazione dei sistemi educativi europei. Nata nel 1980 su iniziativa della Commissione europea, la rete è composta da un’Unità europea con sede a Bruxelles e da varie Unità nazionali. Dal 1985, l’Indire è sede dell’Unità nazionale italiana.

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mercoledì 25 febbraio 2026

IN CERCA DI "SICUREZZA"

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Il caso Rogoredo 

il decreto sicurezza




Foto di Max Fleischmann su Unsplash

-di Giuseppe Savagnone 

Un evidente caso di legittima difesa

Sulle prime pagine dei quotidiani è esplosa come una bomba la notizia della svolta nelle indagini di Rogoredo, con le polemiche a cui ha dato immediatamente luogo. La riportava, in prima pagina, il «Corriere della Sera» del 24 febbraio: «Arrestato agente killer. Scudo penale, è scontro». Ne dava una precisa interpretazione «Il Fatto quotidiano»: «Rogoredo: boomerang per il governo e per il Sì». Su una lunghezza d’onda del tutto diversa, il titolo di «Libero»: «La sinistra manganella la polizia» e, nell’occhiello, si leggeva: «Processo alle forze dell’ordine».

Può essere utile, per capire cosa davvero è successo, cominciare dal 26 gennaio scorso, quando – stando ai resoconti di tutti i giornali – in un parco di Rogoredo, un quartiere della periferia di Milano, un gruppo di poliziotti che pattugliava l’area si era imbattuto in un ragazzo marocchino, Abderrahim Mansouri, di 28 anni, ben conosciuto come pusher, il quale, al loro arrivo, aveva brandito una pistola, costringendo uno di essi, l’assistente capo di polizia Carmelo Centurrino, a estrarre a sua volta la propria arma e a sparargli, uccidendolo.

Caso evidente di legittima difesa. Una sola ombra: quella di Mansouri era una pistola giocattolo, evidentemente inoffensiva. Ma tutti convenivano che il poliziotto non poteva saperlo, tanto più che era sera e c’era buio. Anche se restava irrisolto l’interrogativo sulle motivazioni che avevano spinto il giovane pusher a una simulazione che gli era costata la vita.

Malgrado questo quadro, a termine di legge il poliziotto veniva iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario e si avviavano le indagini di rito. Suscitando però il finimondo negli ambienti della destra al governo. In particolare il vice-premier Matteo Salvini, da sempre sostenitore della necessità di lasciare le mani più libere alle forze dell’ordine per reprimente la criminalità, aveva commentato, a caldo: «Io sto col poliziotto, senza se e senza ma». Per poi esprimere il suo sdegno nei confronti della magistratura e preannunziare misure, da parte del governo, per prevenire in futuro quella che appariva ai suoi occhi un’assurdità : «Un poliziotto si difende, il balordo muore, l’agente viene indagato per omicidio volontario. Tutto sbagliato! Nel nuovo pacchetto sicurezza abbiamo previsto una norma che eviti che gli agenti vengano automaticamente indagati dopo essersi difesi. Io sto col poliziotto». 

La polemica era continuata anche nei giorni seguenti, con ulteriori attacchi del vice-premier a «quel pubblico ministero» – il magistrato Giovanni Tarzia –  che per dovere d’ufficio aveva avviato un’inchiesta «veramente ingenerosa, gratuita, eccessiva», aprendo un «fascicolo odioso», come se «quell’agente avesse sparato per uccidere». «Più legittima di fesa di così», aveva fatto notare. E, su questa lunghezza d’onda, la Lega aveva perfino promosso una raccolta firme di solidarietà per l’agente di polizia indagato, a cui è stata consegnata perfino una medaglia.

In questa rovente polemica nei confronti della magistratura, il quotidiano «Il Giornale», molto vicino al governo, aveva aggiunto, nel suo titolo di prima pagina, un riferimento ai disordini di Torino, traendone le conclusioni in vista del prossimo referendum: «Uno dei fermati di Torino è già fuori, mentre un poliziotto è indagato per omicidio per essersi difeso. È vergognoso. Votiamo Sì al referendum».

Pochi giorni dopo, il 5 febbraio, il governo varava il decreto sicurezza, con cui si prevedeva, «per i cittadini e anche per le Forze di polizia», l’esenzione dal l’iscrizione nel registro degli indagati «quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere)». Una versione allargata dello “scudo penale”, inizialmente pensato, in realtà solo per le forze dell’ordine ed esteso a tutte le categorie solo per un intervento del Quirinale, che aveva fatto presente che altrimenti si sarebbe violato il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Ma era evidente e dichiarato il riferimento al caso di Rogoredo, che ha continuato ad essere il simbolo delle ragioni sempre ribadite dalla destra per la stretta sull’ordine pubblico e per una maggiore libertà d’azione dei suoi tutori. Significativo che la premier, a inizio Olimpiadi, abbia voluto visitare proprio la stazione di polizia di Rogoredo, per ringraziare del prezioso lavoro che  vi si svolgeva a favore della comunità.

Il colpo di scena

Poi, ventiquattro giorni dopo i fatti, il colpo di scena. Le indagini della Procura e della polizia hanno fatto emergere elementi che incriminano, senza possibile dubbio, Centurrino. Quello decisivo è che gli esami fatti dalla Scientifica sulla pistola giocattolo hanno rivelato tracce del DNA del poliziotto e non del suo preteso possessore. E il cadavere di quest’ultimo presenta un foro di proiettile non in fronte, come dovrebbe essere se avesse affrontato gli agenti, ma alla tempia, evidenziando che il ragazzo è stato ucciso mentre fuggiva.

Non solo: i colleghi di Centurrino hanno ammesso di non aver mai visto, in realtà, l’arma, né in mano al marocchino né per terra, dopo la sua uccisione, e di avere invece, su richiesta del poliziotto, ritirato dal commissariato una «valigetta nera» che probabilmente la conteneva.

Così, secondo la ricostruzione della procura di Milano – firmata da Giovanni Tarzia, il magistrato detestato da Salvini – Cinturrino aprì il fuoco contro Mansouri «coscientemente e volontariamente (…) in assenza di qualsivoglia causa di giustificazione» mentre il ragazzo «cercava una via di fuga», dopo aver «minacciato i poliziotti» con una pietra «da una distanza incompatibile con la concreta possibilità di colpirli». E la pistola giocattolo sarebbe stata posta accanto al morto dallo stesso assassino, per accreditare la sua messinscena. Alla quale si deve anche il ritardo della chiamata dei soccorsi che ha ridotto le possibilità di salvare la vita alla vittima.

Sono venuti fuori, inoltre, aspetti inquietanti della personalità di Cinturrino, che pare fosse conosciuto col nome di «Luca» dai pusher del quartiere, a cui chiedeva mazzette in denaro e in droga se volevano spacciare senza problemi. In questo contesto  andrà cercata anche la spiegazione dell’assassinio di Mansouri.

Si capisce, a questo punto, l’editoriale di Annalisa Cuzzocrea sul «Corriere»:  «Accade talvolta che la realtà si incarichi di smentire la propaganda (…). I fatti di Rogoredo si sono trasformati da assist per le riforme del governo Meloni in prova della loro pericolosità».

Così come si capisce il commento di Marco Iasevoli su «Avvenire»: «Sul caso-Rogoredo il Governo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il vicepremier Matteo Salvini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’intero stato maggiore di FdI, Lega e Forza Italia sono costretti, in queste ore, alla capriola più vistosa dell’intera legislatura». Perché, dopo aver cavalcato davanti all’opinione pubblica questa vicenda invocando a gran voce l’introduzione dello “scudo penale” per i poliziotti e rivolgendo alla magistratura «l’accusa di aprire fascicoli contro chi la legge la difende, argomento che calzava bene con la campagna in vista del referendum del 22-23 marzo», si sono trovati totalmente spiazzati.

Meloni ha sfogato sul poliziotto corrotto e assassino quella che ha chiamato la sua  «profonda rabbia», accusandolo di «tradimento nei confronti della nazione» e invocando, da quella stessa magistratura che aveva scusato di essere ideologizzata e inaffidabile, una condanna esemplare.

La stampa di destra se l’è cavata alla meno peggio concentrandosi sul pericolo di strumentalizzare l’accaduto per demonizzare la polizia, sottolineando che, come ha scritto su «Libero» il direttore Mario Sechi, che «a qualsiasi latitudine la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto»

Sul fronte opposto, la segretaria del PD Elly Schlein ha esortato il governo a rivedere quella parte del nuovo decreto sicurezza che elimina l’obbligo di iscrizione automatica al registro degli indagati per  chi compie atti di violenza in casi particolari, come «legittima difesa» e «adempimento di un dovere», introducendo così  una norma di «impunità preventiva» per le forze dell’ordine. Che non è, secondo lei, la vera priorità a sostegno delle forze dell’ordine, bisognose piuttosto di maggiori risorse e di un incremento del personale.

Qualche considerazione

Al di là delle schermaglie tra i partiti, mi sembra significativa la riflessione di Mattia Feltri su «La Stampa» a proposito di questa norma, la si chiami o no “scudo penale”: «Ritengo profondamente sbagliata la logica che ispira la legge: se c’è bisogno di un po’ di scrupoli e di trasparenza in più, non in meno, è proprio quando a sparare sono poliziotti e carabinieri, perché a loro è stato concesso per legge, e dunque per volontà popolare, l’uso esclusivo di una forza per  cui si può arrivare a uccidere».

Intanto, proprio la sera del 24 febbraio, con la firma del presidente della Repubblica, è entrato in vigore il decreto sicurezza. In una intervista fatta sul «Corriere della Sera» del 25 febbraio al capo della polizia, il prefetto Pisani, l’intervistatore  gli ha chiesto: se fosse stato già allora vigente «il cosiddetto “scudo penale” per chi commette ipotetici reati con “evidente causa di giustificazione”», esso «avrebbe impedito l’accertamento dei fatti di Rogoredo?» la risposta del prefetto è stata decisa: «Non credo che avrebbe ostacolato alcunché, perché la necessità di sparare non appariva evidente».

Una risposta che però, non sembra corrispondere a ciò che l’opinione pubblica percepì in quei giorni. Tutti avevano considerato evidente la dinamica dei fatti e avrebbero sottoscritto le parole di Salvini: «Più legittima difesa di così»… Non si spiegherebbe altrimenti l’esasperazione del leader leghista e di tutta maggioranza nei confronti dell’iscrizione di Centurrino nel registro degli indagati. È difficile, perciò, immaginare che, in presenza di una norma legislativa che la escludeva nei casi di evidente legittima difesa, le indagini sull’operato del poliziotto avrebbero potuto essere condotte.

Come sarà difficile, in futuro, accertare la verità ora che le nuove regole creano una presunzione di legittimità per comportamenti violenti  messi in atto «per legittima difesa» o «adempimento di un dovere» da parte delle forze dell’ordine (perché è ad esse che, evidentemente, questa clausola si attaglia più che a qualunque altra categoria di cittadini) .

E ai magistrati che ci proveranno sarà facile contestare un accanimento ideologico al di là dei limiti previsti dalla legge, specialmente se a giudicarli sarà – come prevede la riforma della giustizia – un’Alta Corte disciplinare presieduta  non più dal presidente della Repubblica, ma da un membro “laico” eletto, in seno all’Alta Corte stessa, tra i giudici nominati dal Presidente della Repubblica o estratti a sorte dall’elenco compilato dal Parlamento in seduta comune. Non per nulla, nella sua protesta conto il pm che indagava sul caso Rogoredo, tutta la destra ha più volte invocato il Sì al referendum, che avrebbe bloccato in futuro magistrati come lui. Ora dipende dagli italiani decidere se vogliono che sia così.

www.tuttavia.eu




 

venerdì 30 gennaio 2026

IL METAL DETECTOR ?


Il metal detector vede le lame, 

l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi. 

La lezione di don Bosco oggi

“Il volto umano della devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti, educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché «le mele marce non esistono»

di Chiara Ludovisi

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla devianza dei giovani.

Ma questi sono anche i giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.

In occasione della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà salesiane della capitale, Borgo don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere. 

La posizione emersa è chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei ragazzi e delle ragazze».

Non esistono mele marce, ma contenitori in cui manca la felicità

Perché «non si nasce criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani, violenza e noia”.

«Io è una vita che mi arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che nascondono le psicopatologie del vuoto».

Il quadro che Ciappi ha descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava». 

Dobbiamo costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis

La spiegazione non c’è, ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede. E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia, di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò che dovrei essere, agli occhi degli altri». 

Che fare, allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis».

E poi bisogna riscoprire, giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».

Infine, l’autoscritica: «Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male. Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».

La scuola che pensa ai metal detector può solo peggiorare

Sul fronte educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non superare», ha detto

E sulla base della sua esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».

La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più

Anche la scuola, allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più».

Il carcere minorile, dove i ragazzi si considerano «merde»

Il luogo in cui, per eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal «rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».

Oggi al Ferrante Aporti ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto, casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».

Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande

La realtà è che «io in carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha scritto chiaramente in un rap».

Osservando e ascoltando questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande».

Se i metal detector fanno scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.  

Il lavoro dell’educatore «è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca, ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco, tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto diventerà più chiaro».

Tutto il contrario del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano: questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il punto di partenza». 

VITA

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