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sabato 23 maggio 2026

RICEVETE LO SPIRITO SANTO

 


Solennità di Pentecoste


-di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca L. di Gerusalemme

Il brano di Vangelo che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera del giorno di Pasqua, e questo è il primo dato fondamentale su cui è necessario soffermarsi.

Per “capire” la Pentecoste, infatti, bisogna tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto che viene comunicata ai discepoli.

L’evangelista Giovanni vuole che sia chiaro: lo Spirito non è un’aggiunta successiva alla risurrezione.

 Lo Spirito è la forma stessa della vita risorta. Il Signore non può non donarlo: è la sua vita, e la vita tende sempre a comunicarsi. Per questo Giovanni colloca il dono dello Spirito nello stesso giorno della risurrezione: per dire che Pasqua è già Pentecoste in germe.

Ma per dire anche che la Pasqua, in qualche modo, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.

Il disegno del Padre, infatti, è che l’umanità viva della vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la rende effettiva, operante, comunicabile.

La vita risorta non è solo del Risorto, ma non vuole neppure restare chiusa e riservata per pochi: diventa Chiesa, corpo, diventa linguaggio per tutti.

E questo accade attraverso un incontro, che avviene nel Cenacolo, la sera di quello stesso giorno, il primo della settimana (“La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».” - Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, ricolmato dal Padre di una vita che trabocca, che è pienezza eterna.

Dall’altra parte ci sono i discepoli: fragili, chiusi, impauriti, incapaci di futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma di una vita piccola, contratta, quasi spenta.

Eppure, è dentro questa sproporzione che l’incontro accade. Il Risorto non chiede ai discepoli di essere diversi da ciò che sono: entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; sta in mezzo alla loro paura, non alla loro fede; mostra le sue piaghe, non la sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma la raggiunge e la trasforma dall’interno. Il dono dello Spirito, dunque, nasce qui: la vita del Figlio che si piega sulla vita dei suoi segnata dal peccato, per rialzarla.

A queste persone fragili, il Signore non dà semplicemente un aiuto, un consiglio, un incoraggiamento.

Non si limita ad accoglierli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dà la sua stessa vita.

Quella vita piena, abbondante, eterna, quella vita che ha ricevuto dal Padre in dono, il Risorto la comunica ai suoi, con un gesto e una parola che segnano un passaggio, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20, 22).

Non è un gesto allegorico: è il passaggio reale della vita divina nella vita umana. Una vita con tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata

Il primo effetto dello Spirito è il perdono: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” (Gv 20,23). La vita del Risorto guarisce ciò che è morto, cura ciò che è malato.

Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non circola più.
Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Il perdono è questo: la vita che rientra dove non c’era più vita e tutto ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.

La vita del Risorto, poi, è una vita inviata: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21).

Lo Spirito non chiude, non ripiega, non isola. Lo Spirito apre, dilata e invia.
Per questo la vita nuova non può essere custodita come un tesoro privato: è una vita che tende naturalmente a raggiungere altri, come il Figlio ha raggiunto noi.
La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che si muove in noi, è partecipazione al movimento di Dio verso il mondo, alla sua passione per l’umanità.

Infine, la vita nuova è una vita abitata

Il Risorto non resta fuori: entra, sta in mezzo, respira sui discepoli (“stette in mezzo” … “soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo” - Gv 20,19.22). Non è dunque solo una vita migliore, ma è una vita in cui Dio prende casa. Lo Spirito non è un aiuto dall’esterno, non è una forza che viene ogni tanto, o spesso per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che si trasferisce dentro la nostra umanità.

Questi tre elementi della vita nuova sono anche criteri di discernimento con cui leggere ciò che accade dentro e attorno a noi e riconoscere allo stesso tempo come e dove lo Spirito opera: dove qualcosa si riconcilia, lì passa la vita nuova; ciò che ci apre, ci decentra, ci fa uscire da noi stessi, viene dallo Spirito; dove cresce una presenza interiore che pacifica, illumina, orienta, lì lo Spirito abita.

Patriarcato L. di Gerusalemme

 

martedì 12 maggio 2026

TESTIMONI

I discepoli lo sono stati, tanto che hanno convinto molti loro contemporanei. 

Anche noi lo siamo, se ci affidiamo alla potenza dello Spirito Santo.

 


di Enzo Bianchi 

 

Noi crediamo fermamente che Gesù di Nazarethcrocifisso il 7 Aprile dell’anno 30 della nostra era dai romani e dai giudei, sia stato richiamato dai morti dalla potenza di Dio il terzo giorno. Ne siamo convinti, non ne siamo certi, ma la nostra fede ha come fondamento la testimonianza innanzitutto delle donne discepole e poi dei Dodici.

Tutti questi nel terzo giorno hanno annunciato di aver avuto una rivelazione (tramite l’angelo interprete dell’evento della tomba vuota): Gesù era risorto, era vivente. Questo annuncio che la morte non era più l’ultima parola e che l’amore vissuto da Gesù tutta la vita fino alla fine si era mostrato più forte della morte ha convinto i primi credenti cristiani

Pensiamoci bene: la nostra fede si basa sulla testimonianza di alcune donne, di alcuni discepoli, mentre noi non abbiamo visto nulla, tantomeno abbiamo visto Gesù risorto dai morti. Eppure questa testimonianza ci è apparsa e ci appare credibile grazie allo Spirito santo che nel nostro cuore sussurra: “Gesù Cristo è vivente, è il Signore!”. Certamente quelle donne e quei discepoli erano credibili, affidabili e risvegliavano la fede. E noi siamo testimoni credibili?

Chi ci incontra è portato a credere che Gesù, il Signore nostro, è risorto? Oppure è portato addirittura a diffidare delle nostre parole non accompagnate dalla vita, parole vuote, retoriche, che non costano nulla?


Famiglia Cristiana 

sabato 11 gennaio 2025

IL CIELO SI APRI'


 12 gennaio 2025

Battesimo del Signore

 Luc 3, 15-16.21-22


Commento di Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme

La festa dell’Epifania, che abbiamo da poco celebrato, ci dice qualcosa di fondamentale per la nostra fede.

Ci dice che Dio si rivela, che non rimane nascosto: il suo mistero d’amore, che era rimasto nascosto nei secoli, ora è rivelato, ed è rivelato pienamente. Gesù, il Verbo che ha preso la nostra carne, ci svela questo mistero, ci svela il Volto del Padre.

Tutta la storia della salvezza è costellata di piccole e di grandi teofanie. Ora tutto si condensa nella storia di Gesù: guardando a Lui noi vediamo, per quanto possiamo, il Volto del Padre, cioè la sua stessa essenza, il suo modo di essere.

Abbiamo visto nell’Epifania che il modo di rivelarsi di Dio è paradossale. Normalmente, chi vuole rivelarsi si mostra. Dio, invece, per rivelarsi si nasconde. Si nasconde non per il gusto di farsi cercare, ma perché la carità è così, è qualcosa che accade nel segreto, che si consegna senza clamore.

La festa del Battesimo, che celebriamo oggi, ci conferma in questa direzione.

Gesù scende al Giordano, dove Giovanni sta battezzando e, nascosto in mezzo a tutti gli altri, come tutti gli altri, riceve il battesimo (“Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì” - Lc 3,21). Dal racconto di Luca sembra proprio che nessuno se ne accorge, nessuno reagisce, nemmeno Giovanni il Battista. Accade, in fondo, quanto abbiamo ascoltato nel Prologo di Giovanni: è venuto in mezzo ai suoi, ma i suoi non lo hanno riconosciuto (Gv 1,11).

Uno solo vede quanto sta accadendo, cioè il Padre: solo Lui si accorge che il Figlio, sottomettendosi a questo gesto penitenziale, ha sposato in tutto la nostra umanità ferita.

Si è accorto ed ha esultato (“e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»” - Lc 3,22). Ha esultato perché l’uomo che si era perso all’inizio dei tempi e che il Padre incessantemente aveva cercato, ora, finalmente, è stato ritrovato. Il Padre lo ritrova proprio qui, immerso nel Giordano.

Sono tanti i significati legati al luogo e al momento. Qui, ad esempio, Gesù è presentato anche come il nuovo Mosè, che riparte dal Giordano il cammino di liberazione. Ma oggi ci soffermiamo su un altro aspetto, sempre legato al luogo.

Il fiume Giordano è il più misero dei fiumi.

Scorre sotto il livello del mare, e sfocia nel mar Morto, in un luogo dove come tutti sanno non ci può essere vita. Proprio nel capitolo successivo a questo capitolo terzo che stiamo leggendo, Gesù cita Naaman, il Siro (Lc 4,27). Naaman è un funzionario arameo, malato di lebbra: viene in Israele per farsi guarire, e il profeta Eliseo lo manda a bagnarsi sette volte nel fiume Giordano (2Re 5,1-19). Davanti a questa proposta, Naaman rimane scandalizzato, perché anche i più sconosciuti fiumi di Damasco sono migliori di tutte le acque di Israele, del Giordano e dei suoi miseri affluenti.

In questo fiume, invece, Gesù non ha vergogna di immergersi: si immerge nell’abisso della nostra umanità fragile, povera, e vi porta tutta la bellezza della sua vita filiale, al punto che le due cose diventano inseparabili e inscindibili. La nostra umanità diventa il luogo della vita di Dio.

Non ci deve sfuggire questa cosa: immergendosi nella nostra umanità, Gesù la trasforma, la porta a compimento, la rivolge verso il suo fine ultimo.

E c’è un salmo, il salmo 114, che dice bene questo cambiamento di corso, questa trasformazione: è un salmo che ricorda l’esodo, la liberazione dall’Egitto, che viene descritta con immagini simboliche e poetiche.

Una di queste immagini riguarda proprio il fiume Giordano, che, al passaggio del Signore, si volge indietro, cambia corso (“Che hai tu, mare, per fuggire, e tu, Giordano, per volgerti indietro?” - Sl 114,5). È così: quando il Signore si immerge nel Giordano, il Giordano cambia corso; non corre più verso la morte, ma ritorna verso la sua sorgente, verso Colui che gli dà vita.

La stessa cosa vale per noi: quando il Signore si immerge nella nostra vita, noi non siamo più in cammino verso la morte, la nostra storia non è più una storia destinata al nulla. Al contrario, camminiamo verso il nostro Principio, e diveniamo via via sempre più vivi, della vita stessa di Dio.

Ogni giorno ci è semplicemente chiesto di assecondare questo movimento, di partecipare a questo cammino, di ritornare alla sorgente, a ciò che ci fa veramente vivere.

+ Pierbattista

PATRIARCATO  L.  DI GERUSALEMME

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giovedì 6 giugno 2024

LIBERTA' E' SERVIZIO


 Il Papa: lo Spirito

 è un vento 

che non si può imbrigliare, 

crea e rende liberi

"La libertà non è fare quello che si vuole" ed è vera quando si esprime "in ciò che sembra il suo opposto, il servizio": così Francesco nella catechesi all'udienza generale in piazza San Pietro, dedicata al nome "Ruach" con cui in origine nella Bibbia viene chiamato lo Spirito di Dio. Alla terza persona della Trinità si addice l'immagine del vento che tutto travolge. Lo Spirito non può essere "istituzionalizzato", Egli infatti distribuisce i suoi doni come vuole

-Adriana Masotti - Città del Vaticano

 "La prima cosa che noi conosciamo di una persona è il nome". L'osservazione del Papa introduce la catechesi di oggi che, proseguendo il ciclo dedicato allo Spirito Santo, intende riflettere su come la Bibbia chiama la terza persona della Trinità. Il nome a lui attribuito cioè Spirito "è la versione latinizzata", afferma Francesco, ma il nome con cui era conosciuto e invocato in origine era Ruach, "che significa soffio, vento, respiro". "Il vento soffia dove vuole" è il titolo della catechesi in cui il Papa sottolinea che dove c'è lo Spirito di Dio c'è libertà: la libertà di fare il bene, "la libertà dei figli, non degli schiavi".

“Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito. (Gv 3,6-8)”

Il nome rivela la persona

Francesco fa notare come il nome sia così importante da identificarsi quasi con la persona che lo porta. 

Non è mai un appellativo meramente convenzionale: dice sempre qualcosa della persona, della sua origine, o della sua missione. Così è anche del nome Ruach. Esso contiene la prima fondamentale rivelazione sulla persona e la funzione dello Spirito Santo.

La potenza e la libertà dello Spirito nell'immagine del vento 

Ma che cosa ci dice la parola Ruach, domanda il Pontefice. L'immagine del vento, ricorrente nella Bibbia, esprime la 'potenza' dello Spirito, "il vento infatti è una forza travolgente e indomabile. È capace perfino di smuovere gli oceani". Nel Nuovo Testamento però Gesù a questo aspetto aggiunge quello della libertà. Il vento, osserva il Papa, "non si può assolutamente imbrigliare, non si può imbottigliare o inscatolare". Inutilmente ha tentato di farlo "il razionalismo moderno" con il risultato di "perderlo, vanificarlo, o ridurlo allo spirito umano puro e semplice".

Esiste però una tentazione analoga anche in campo ecclesiastico, ed è quella di voler racchiudere lo Spirito Santo in canoni, istituzioni, definizioni. Lo Spirito crea e anima le istituzioni, ma non può essere Lui stesso “istituzionalizzato”, "cosificato". Il vento soffia “dove vuole”, così lo Spirito distribuisce i suoi doni “come vuole”.

Libertà è scegliere di fare il bene

L'elemento della libertà in relazione allo Spirito di Dio è molto presente in san Paolo, prosegue Francesco, ma questa libertà non è quella che comunemente si pensa. Non è "fare ciò che si vuole", non significa essere liberi di fare il bene o il male "ma libertà di fare il bene e farlo liberamente", è la "libertà dei figli, non degli schiavi". L'apostolo scrive ai Galati che la libertà non deve essere "un pretesto per la carne" e che la vera libertà è contraria all'egoismo e si esprime nel servizio. Il Papa prosegue:

Conosciamo bene quand’è che questa libertà diventa un “pretesto per la carne”. Paolo fa un elenco sempre attuale: "Fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere". Ma lo è anche la libertà che permette ai ricchi di sfruttare i poveri, è una libertà brutta quella che permette ai forti di sfruttare i deboli, e a tutti di sfruttare impunemente l’ambiente. E questa è una libertà brutta, non è la libertà dello Spirito.

Grazie allo Spirito, liberi per servire 

Il Pontefice cita le parole di Gesù riportate dall'evangelista Giovanni: "Se il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davveroper concludere con un invito: "Chiediamo a Gesù di fare di noi, mediante il suo Santo Spirito, degli uomini e delle donne veramente liberi. Liberi per servire, nell’amore e nella gioia".

 

Vatican News

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DISCORSO DEL SANTO PADRE

[AR - DE - EN - ES - FR - HR - IT - PL - PT]



lunedì 20 maggio 2024

FANATISMO e CORAGGIO


 Lo Spirito Santo ti dà il coraggio che tu e i tuoi non pensavate di avere, ma non crea fanatici dello scontro con chi è diverso. Lo Spirito Santo crea l’armonia della Chiesa, ma ci salva dal pericolo di diventare replicanti.

 

-        di  Pierangelo Sequeri

 

Proviamo a tirare una riga dritta, che vada a collegare un po’ ruvidamente gli spunti che sono venuti dal papa a Verona, per questa Pentecoste. La guerra non è figlia del coraggio: è figlia del fanatismo. In tutte le sue forme, micro-sociali o macro-geografiche, la scelta dell’aggressione violenta cerca di coprire la vergogna di non avere pretese confessabili e argomentabili.

Il fanatico è un codardo in preda all’esaltazione: cerca di chiuderti la bocca, prima che tu possa chiamare in causa la sua coscienza. Non possiamo certo dire che, in questo momento, non ci sia bisogno di una scossa di disincanto a questo riguardo.

 Tra fanatismo e coraggio lo spessore si è fatto sottile: praticamente inesistente. Per fortuna che la modernità doveva essere l’età della ragione. In realtà, dimentichi dello Spirito, abbiamo finito per scoprire anche un fanatismo della ragione, che non ha niente da invidiare a quello della religione che già conoscevamo. Uno dei rischi più incombenti della cosiddetta IA (“intelligenza artificiale”) è proprio il fatto che essa rappresenta, virtualmente, il modello perfetto di una ragione fanatica (ossia, quella che non vuole sentire altre ragioni se non le sue).

 Il politicamente corretto, l’ossessione woke, la cancel culture, la manipolazione gender, hanno cura di presentarsi come frutti avanzati del “coraggio illuministico” di una psiche che non tollera il “ragionevole contraddittorio”: e perciò giustifica a priori il suo silenziamento, il suo annientamento, la sua eliminazione. Coraggio del pensiero progressivo o codardia della coda di paglia? Ecco un motivo urgente per aprire con forza un varco generoso alla ricomposizione di una civiltà dello Spirito. Dove sapienza del cuore e affezione dell’altro non si separano mai dalle ragioni del vero. E fino a che si tengono insieme, viene scongiurato il pericolo che qualcuna delle tre debba venire sacrificata.

 Lo Spirito infatti è di tempra forte e di manualità fine nella gestione dei contrari: capace di attraversarli senza scandalizzarsi, individuando di volta in volta la postura necessaria alla loro giusta collocazione. Si tratta, a volte, di ammorbidire ciò che è rigido, altre volte di rinforzare ciò che appare cedevole. A volte si tratta di scaldare ciò che è freddo, e altre volte di raffreddare ciò che va in ebollizione.

 La comunità cristiana, in questo momento esatto, deve apprendere di nuovo questa capacità dialettica dello Spirito, riportandola vigorosamente al proprio interno: «Lo Spirito Santo – dice il Papa – è il protagonista della nostra vita». Negli ultimi anni questa evidenza è più che sbiadita. Bisogna decisamente vergognarsi – riconoscere ed espiare – per il grado di fanatismo che è cresciuto dentro la grande comunità ecclesiale. E per dirla proprio tutta, in un mondo dove l’algoritmo socializza l’odio in una misura finora sconosciuta, prorompendo poi nella vita reale in forme ingovernabili, il nuovo inizio dell’evangelizzazione sarà proprio l’azione di uomini e donne coraggiosi che fanno vedere i luoghi in cui lo Spirito è già arrivato (e nessuno gli ha dato retta).

 La Pentecoste spalanca porte e finestre. Gli Apostoli incominciano a parlare, resi coraggiosi e profondi – e al tempo stesso lievi e lieti – dallo Spirito. Prima sorpresa. Ma i loro interlocutori sono stati già dotati dallo Spirito di auricolari speciali, che rendono comprensibile il vangelo nella propria lingua. Seconda sorpresa. La porosità delle culture è infinitamente maggiore – grazie allo Spirito – di quanto i professoroni delle differenze (che i teologi rischiano di imitare) non ci abbiano inculcato finora. Naturalmente, la cosa marcia se dici qualcosa: se fai discorsi che generano storia e cultura, se abiti lo spazio dei tuoi interlocutori e accetti di argomentare di verità: e non soltanto di reclutare aderenti e militanti.

 Dobbiamo forse istituire un premio speciale per ogni comunità cristiana che proclama apertamente di prendere distanza dal fanatismo delle appartenenze e delle tradizioni, per ritrovare il coraggio lieto e roccioso della “conversazione nello Spirito”? La sinodalità punta in questa direzione, a volerla sviluppare: un coraggio della fede che si dedica appassionatamente alla ricerca di tutti i Cornelio (Atti 10) che hanno ricevuto lo Spirito, senza che ancora nessuno glielo abbia confermato, e vanno a ingrossare l’immensa moltitudine di coloro che considerano il giudizio di Dio una questione d’onore. Perché credono nel loro cuore – grazie allo Spirito – che Dio ama senza fare «eccezione di persona». Lo Spirito questo fa, nella storia che rimane prima della venuta del Signore.

 

www.avvenire.it




 

sabato 18 maggio 2024

LO SPIRITO DI VERITA'


Pentecoste


 19 maggio 2024

Lectio Divina di Gv 

15, 26-27; 16, 12-15 


 [26] «Quando verrà il Paraclito che io manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza [27] e anche voi renderete testimonianza, perché siete con me sin dal principio.  [16, 12] Molte cose ancora ho da dirvi, ma non potete farvene carico adesso. [13] Quando, però, verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà nella verità tutta intera; non parlerà, infatti, da sé stesso, ma comunicherà quanto ascolterà e vi annuncerà le cose a venire. [14] Egli mi glorificherà perché prenderà dal mio e lo annuncerà a voi. [15] Tutto ciò che il Padre possiede è mio. Per questo vi ho detto che prenderà dal mio e ve lo annuncerà». Guidami nella tua verità e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza, in te ho sempre sperato (Salmo 25, 5)

Contestualizzazione  

-         di Maria de Fatima Medeiros Barbosa Comunità Kairòs

Questo testo fa parte del dialogo tra Gesù e i discepoli prima della sua passione1. Tutto si svolge in un ambiente privato dove Gesù cena e parla con i suoi la sera prima del suo arresto. Più Gesù parla, più loro capiscono che il tempo in cui lui non ci sarà più è vicino! Il dono escatologico dello Spirito rinnovatore, quello associato già nelle Scritture al compimento pieno dell’alleanza di Dio con il suo popolo, è necessariamente connesso alla morte di Gesù intesa come ritorno al Padre dopo il compimento della sua missione2. Il vangelo inizia situando il lettore in un tempo - «quando verrà il Paraclito» -, un tempo di grazia, un futuro di consolazione. Giovanni ci proietta così in un momento di (re)incontro, di accoglienza della presenza divina nel mondo e di ricezione del mistero con intelligenza e volontà. In questo «tempo che verrà» c’è nascosto un interrogativo: quando si adempiranno le promesse messianiche attese dal popolo eletto e annunciate da Gesù di Nazareth? Come sarà la relazione con Gesù dopo il capovolgimento pasquale? Quando vedremo l’irruzione di Dio nella nostra vita e nel mondo? L’evangelista rinnova così l’attesa di quel giorno in cui «voi conoscerete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi»3. Come diceva Benedetto XVI, «la Pentecoste è questo: Gesù, e mediante Lui Dio stesso, viene a noi e ci attira dentro di sé»4. Lo Spirito d’unità opera quest’attrazione: «Dio ci seduce con il suo Amore e così ci coinvolge, per muovere la storia e avviare processi attraverso i quali filtra la vita nuova»5. Già dal primo versetto si sente la sinfonia che unisce e compone armonicamente le diversità delle tre persone divine; si può anche evocare quel futuro di speranza in cui saremmo consolati, tempo di comunione e di riconciliazione; si è altresì spinti ad aprirsi alla forza (dynamis) dello Spirito che infiamma la parola umana e la rende Vangelo6.

 Sentieri d’interpretazione

Lo Spirito di Dio verrà perché Gesù lo manda, e Gesù lo manda dal Padre (v. 26)7. Lo Spirito è venuto allora dopo Gesù come suo successore8; è inviato da lui così come lo sono i suoi discepoli9. Gesù non si dimentica dei suoi amici10, gli invia un Paraclito per confortare i loro cuori stravolti11. Lo Spirito Santo oltre ad essere un consolatore - un avvocato difensore -, è anche Spirito rivelatore della verità. Insegnandoci a discernere la presenza divina in noi e nel mondo, lo Spirito di verità illumina i gesti e le parole di Gesù, aiutandoci a trovare lì la verità di Dio per l’uomo. Basilio di Cesarea afferma che lo Spirito della conoscenza è presente nella preghiera a donare in sé stesso la forza di intuire il mistero12. Infatti, senza lo Spirito non si può né credere in Cristo, né confessarlo, né essere veri adoratori13, né invocare il Padre14. Già si intravede qui la dinamica della vita trinitaria di Dio.  L’evangelista conduce i discepoli nel fluire della vita divina: «anche voi renderete testimonianza, perché siete con me sin dal principio» (v. 27)15. Rimanendo uniti nello Spirito della sua verità - proprio quello che lo identifica come Figlio rispetto al Padre – i discepoli potranno testimoniare la rivelazione dell’amore di Dio nella carne di Gesù, il «Figlio dell’uomo»16; potranno testimoniare per di più la presenza attiva dell’amore divino nella propria carne, in ogni carne, cioè, in ogni realtà che attende consolazione, perdono e riscatto. In altre parole, la missione di «portare il lieto annunzio ai miseri»17, che spetterà ai discepoli, trova garanzia nel dono dello Spirito, fonte della testimonianza. Lui illumina la forma del rivelarsi di Dio in Gesù, ovvero la forma del Servo di Jhwh giusto e giustificante le moltitudini. San Basilio suggerisce infatti che «come nel Figlio si vede il Padre, così il Figlio si vede nello Spirito»18. Come un raggio di luce che mostrerà in sé stesso. 2 l’immagine dell’Invisibile19, lo Spirito è una guida interiore che muove l’intelligenza alla comprensione del mistero di Dio e la volontà ad aderire a lui nella sapienza della vita.

In questa pagina evangelica la funzione testimoniale dello Spirito e dei discepoli vengono messe in parallelo: «l’uno e gli altri, insieme, continueranno nel mondo la testimonianza cristologica, pubblica e visibile in parole e opere»20. Giovanni incoraggia la sua comunità a coltivare il legame con Gesù, a rimanere legati a lui - come «il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite»21. Seguire le sue orme è la condizione di possibilità, non solo perché i discepoli possano testimoniare l’«io sono» divino di Gesù22, ma altresì – grazia alla permanenza dello Spirito di Cristo in loro - emergersi nella stessa intima essenziale relazione che unisce le tre persone divine23. Attraverso questa via24 - che è la sequela di Gesù - i discepoli possono conoscere l’essere di Dio Consolatore; possono partecipare della via del Servo del Signore; possono fare «esperienza»25 dell’essere Uno e Trino divino. Esiste un tempo opportuno per far fruttificare la parola di Dio nel cuore dell’uomo. Esiste un processo graduale di assunzione del «peso» della parola, cioè un percorso di maturazione perché la Parola possa farsi carne in noi. Giovanni capisce che la parola detta da Gesù ha una misura, un tempo e una densità che limita la capacità di ascolto dei discepoli (c. 16, v. 12); come se volesse sottolineare che il mistero di Dio è più grandi di noi! Effettivamente non si può avere la pretesa di comprendere, accettare e portare l’intero carico della parola viva di Dio. Proprio per non far perdere l’efficacia di questa parola, cioè affinché la parola dei discepoli possa veramente rendere testimonianza dell’essere amore di Dio, è come se Gesù preferisse rivelarla a poco a poco, considerando se e quando i suoi saranno in grado di accoglierla con responsabilità.

La benevolenza di Dio in Gesù tiene così in considerazione le capacità dei discepoli e non gli offre più di quanto possano assimilare. Gesù conosce bene la potenza e le esigenze della parola del Padre e capisce che da soli si può arrivare fino a un certo punto. È lo Spirito di verità che dona alla parola di Gesù la potenza necessaria per togliere il velo ai nostri occhi26.. 3 intelligibile»27 li conduce nella via della «saggezza di Dio»28, integralmente assunta e compiuta con la Pasqua (v. 13). Le testimonianze a servizio dell’evangelizzazione non sono tanto merito degli amici di Gesù, ma sarà sempre l’amore del Padre e la potenza (dynamis) dello Spirito, che li abilita ad intuire la pienezza della verità - «la verità tutta intera» - e ad accoglierla come una realtà compiuta29. Lo Spirito che conduce alla verità completa non parla da sé ma comunica - come i discepoli di Gesù lo faranno – quello che ascolta (v. 13). Annunciando la riserva di futuro («le cose a venire») che Gesù ha preferito non dire ai suoi (v. 12), lo Spirito di verità attualizza - nel qui e ora della storia - un «nuovo ordine delle cose», originato dalla morte e resurrezione di Cristo. Questo «nuovo ordine delle cose» racchiude la speranza formulata nelle profezie messianiche (la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, la consolazione degli afflitti, il diritto alle nazioni, la vista ai ciechi, l’anno di misericordia del Signore)30, ma anche il compimento del destino di beatitudine e della nuova giustizia, capace di abbattere le barriere tra puro e impuro tra Dio e l’uomo31. 

Lo Spirito di verità manifesta ai discepoli quanto di Gesù stesso – e, in lui, del Padre – ancora non era stato comprensibile durante la sua vita terrena32. Perciò «egli mi glorificherà» (v. 14) – dice Gesù -, «non come la creazione, ma come Spirito di verità, che fa risplendere chiaramente in sé la verità, e come Spirito di sapienza, che rivela nella sua grandezza, il Cristo, Potenza di Dio e Sapienza di Dio (1 Cor 1, 24)»33. Lo Spirito è lo spazio della glorificazione di Gesù perché manifesta la luce del mistero di Dio in lui. Facendoci sprofondare in quella vera umanità concessa ai figli degli uomini, lo Spirito Santo - vento e fuoco purificatore - ci spinge verso gli abissi del mistero. È lo Spirito di Cristo glorificato che dimora in noi34, provocando la continua sostituzione delle brame del nostro ego per il principio del dono di noi stessi in favore del prossimo. Ricevere lo Spirito di verità è dunque la condizione di possibilità perché la comunità dei discepoli possa – attraverso l’annuncio e lo stile di vita – assumersi la responsabilità di tutta la rivelazione di Dio in Gesù. Fu infatti la Pentecoste che fece cristiani i suoi discepoli35 e lì trasformo in chiesa36. In verità, soltanto attraverso l’attività creatrice dello Spirito, la comunità dei discepoli).  Questa pagina giovannea ha una chiara impronta teologica, nella misura in cui cerca un linguaggio adatto ad esprimere il mistero di Dio. E la verità di Dio è che Gesù di Nazareth è il Figlio amato38, la parola divina fatta carne in un volto umano39. In poche parole, il Paraclito manifesterà il diritto di Gesù di essere chiamato «Figlio di Dio»40. 

 Nel linguaggio biblico Figlio è un termine con un significato preciso: «figlio» è colui che compie le stesse opere del Padre, che fa ciò che il padre fa, che gli assomiglia in tutto41. Lo Spirito glorifica il Figlio – afferma l’evangelista - perché prende quello che è del Figlio e ci consegna (v. 14). E nel consegnare il tesoro del Figlio, ci consegna anche il tesoro del Padre, perché quello che possiede il Padre è del Figlio (v. 15)42. Sarà dunque con l’aiuto dello Spirito di verità - fonte di lode filiale - che i discepoli prenderanno coscienza della relazione unica tra Gesù e Dio, ossia matureranno la fede cristologica, chiamando Dio per Padre43 e riconoscendo in Gesù il suo Figlio unigenito44. Essendo lo Spirito la pienezza dell’amore, dell’energia, della vita di Dio, quando viene apre i nostri occhi per contemplare lo splendore della gloria di Dio, introducendoci in questa realtà divina. La Pentecoste celebra perciò la missione dello Spirito Santo, che oltre a favorire l’intima unione tra Dio e l’uomo, unifica i tempi dell’ascolto, dell’accoglienza e della testimonianza della parola di Dio nella storia.

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venerdì 17 maggio 2024

IL PARACLITO


 Lo Spirito Santo “che è Signore e dà la vita”

(Simbolo di Nicea-Costantinopoli)

 

 

-         di Vincent Dollmann*

 

Lo Spirito Santo come Persona divina è sempre da riscoprire

 Se la Quaresima è caratterizzata dalla penitenza per rinnovare il nostro attaccamento a Cristo, il tempo pasquale è segnato dalla gioia di poter accedere alla sua vita risorta. Ciò richiede concretamente da noi l'attaccamento allo Spirito Santo e l'attenzione alla sua azione in noi. Questo Spirito è quello che Gesù stesso ha ricevuto al momento del suo battesimo per compiere fino in fondo la sua missione. Questo Spirito, portatore di vita divina, Gesù risorto lo ha donato ai suoi discepoli la sera di Pasqua e ancora la mattina di Pentecoste.

 Ma è vero che negli ultimi secoli lo Spirito Santo non ha occupato un posto importante nella riflessione e nella preghiera dei cristiani occidentali.

Fu solo Papa Leone XIII che, in un documento del 1897, insistette sulla preghiera allo Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II, negli anni Sessanta, ha poi saputo dargli il posto che gli spetta, utilizzando in particolare il titolo di “Tempio dello Spirito” per designare la Chiesa.

 Accanto all'insegnamento del Concilio emersero contemporaneamente nella Chiesa cattolica numerosi gruppi carismatici. Hanno permesso a molti cristiani di sviluppare la preghiera allo Spirito Santo e di essere più attenti alla sua azione nella loro vita.

Ma per molti cristiani anche oggi, lo Spirito Santo rimane sconosciuto, il “Divino sconosciuto” secondo il cardinale Yves Congar .

Forza divina? Presenza spirituale di Dio? Soffio di rinnovamento? I termini non mancano, ma rivelano la difficoltà che abbiamo nel parlarne.

Queste espressioni vaghe possono esprimere anche la difficoltà di accogliere l'affermazione del Simbolo della Fede: «Credo nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita. »

Siamo invitati a dire credo nello Spirito Santo, così come diciamo credo in Dio Padre e in suo Figlio Gesù Cristo. Lo Spirito Santo è una Persona divina nella quale siamo chiamati a credere e nella quale possiamo pregare.

 Gesù rivela che lo Spirito Santo è una Persona divina e che Dio, l'Unico, è Comunione d'Amore, Trinità d'Amore

 Ci siamo abituati, soprattutto nella preparazione alla Cresima, a evocare lo Spirito Santo mediante la sua azione mediante i sette doni già menzionati nel libro di Isaia per annunciare il Messia, portatore dello Spirito Santo: sapienza, intelligenza, ovvero consiglio e forza ( Cfr. Is 11,2). Evochiamo ancora lo Spirito Santo con i frutti della sua azione, indicati da san Paolo nella lettera ai Galati, quelli della carità, della gioia, della pace o anche della castità (cfr Gal 5,22).

Questi doni ricevuti dallo Spirito di Dio sono ancora i nostri talenti e i nostri carismi che sono pienamente dispiegati al servizio del progetto di Dio per l'umanità. Vediamo nel gruppo dei discepoli; Di fronte alla scoperta della tomba vuota, Madeleine, Pierre e Jean reagiscono diversamente a seconda del loro temperamento e dei loro talenti, uno più coraggioso, l'altro più prudente, uno più intuitivo, l'altro più razionale... Ma camminano tutti nella fede, e dalla Pentecoste testimonieranno la risurrezione di Cristo sfidando le barriere sociali e culturali.

Lo Spirito Santo è così dispensatore di doni per la crescita umana e spirituale di ogni persona, ma è ancora di più: è Dio, come attesta Gesù stesso.

 Lo Spirito di Verità

Il giorno prima della sua morte annunciò la Pentecoste parlando dello Spirito di verità . È Lui che ci introduce pienamente alla verità del vangelo che proclama un Dio d'Amore, una Trinità d'amore.

Lo Spirito Santo è la terza Persona della Trinità che attesta che Dio vive nel profondo di sé un rapporto di amore e di unità, rapporto che vuole condividere con tutta l'umanità. Lo Spirito Santo, diceva Giovanni Paolo II, è Dio che dona se stesso (Enciclica sullo Spirito Santo, Dominum et vivificantem 1986).

Così il racconto della Pentecoste evoca lingue di fuoco per significare che lo Spirito è come il fuoco che arde i cuori dell'amore stesso di Dio.

Gesù ha detto anche annunciando la sua morte e risurrezione: “Sono venuto a gettare un fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso! » ( Lc 12,49). La comunità degli apostoli sarà arsa da questo amore e stabilita in profonda unità.

 Gesù dà ancora un altro nome allo Spirito: quello di Paraclito che significa difensore, avvocato.

In quel momento, l'avvocato si trovava accanto all'imputato e gli sussurrò le parole in sua difesa.

Così, a Pentecoste, lo Spirito si manifesta come un soffio che scuote e spinge gli apostoli fuori dalla casa dove si trovano. Seguendo san Pietro, gli apostoli cominciarono allora ad annunciare in tutte le lingue la Buona Novella di Gesù Risorto. Gli apostoli non si sentono più orfani, ma abitati da una presenza, quella dello stesso Gesù Risorto. Lo Spirito realizza l'incredibile promessa di Gesù: “E io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi!” » (Mt 28,20).

 L'esperienza degli apostoli a Pentecoste è anche nostra

 Lo Spirito Santo ci è stato donato nel nostro battesimo, come un fuoco, per introdurci alla vita eterna, una vita di amore che non si spegne.

Ci viene donato in modo nuovo come un soffio, con conferme per condurci sulla via della testimonianza.

Potremmo dire che attraverso il battesimo, lo Spirito Santo ci innesta nella vita di Cristo e attraverso la cresima ci rende partecipi della missione di Cristo.

 Diventare figlio e figlia di Dio mediante il Battesimo è manifestare in piena luce ciò che era già iscritto nella nostra vita mediante la creazione. Dio è legato ad ogni essere umano. Il Battesimo lo afferma e lo realizza esplicitamente. Ci permette di accogliere personalmente le parole che Dio ha rivolto a Gesù durante il suo Battesimo per mezzo di Giovanni: “Tu sei il mio figlio prediletto! ".

Se la vocazione battesimale è consacrazione a Dio, è anche missione. Nel momento dell'unzione del santo Crisma, che significa il dono dello Spirito Santo e annuncia la confermazione, il celebrante dice: «Tu sei ormai membra del corpo di Cristo e partecipi della sua dignità di sacerdote, come profeta. e re”.

Per sant'Atanasio, il grande difensore della fede nel Dio Uno e Trino, la Pentecoste era la finalità della venuta del Figlio di Dio su questa terra: «Il Verbo ha preso la carne perché noi potessimo ricevere lo Spirito Santo. Dio si è fatto portatore della carne perché l'uomo potesse diventare portatore dello Spirito. (Discorso sull'incarnazione del Verbo). Portatori di Spirito Santo significa lasciare che i doni di Dio si sviluppino in noi, è lasciare che Dio agisca in noi.

 * XVincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, A.E. UMEC-WUCT

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sabato 30 marzo 2024

PASQUA. IL SOFFIO DELLO SPIRITO

 


Pasqua da vivere 

nel soffio 

dello Spirito Santo



 - + Vincent Dollmann*

Preparazione in Chiesa all'effusione dello Spirito Santo


Se la Quaresima è caratterizzata dalla penitenza e dalla conversione per rinnovare il nostro attaccamento a Cristo, il tempo pasquale vuole aprirci alla gioia di vivere la sua vita risorta. La Pasqua è allora un tempo di approfondimento dell'azione dello Spirito Santo in noi. Questo Spirito è quello che Gesù stesso ha ricevuto al momento del suo battesimo per compiere fino in fondo la sua missione. Questo Spirito, frutto della morte e risurrezione di Gesù e portatore della vita di Dio, è stato donato agli apostoli perché lo trasmettessero a tutta l'umanità.

 Lo Spirito Santo è come il soffio della carità

 Il racconto degli Atti parla dello Spirito come di un vento violento. Questo vento non è solo un soffio che scuote la casa, ma trasforma i discepoli dal di dentro. Egli riempie tutta la casa, precisa il racconto degli Atti, e così stabilisce i discepoli in una nuova unità, segnata dai vincoli della carità. Così, più che un semplice sostegno esterno, lo Spirito rimane nella Chiesa e nel cuore di ogni battezzato, come in un tempio. I teologi dei primi secoli parlavano dello Spirito come dell'anima della Chiesa. È Lui che permette alla Chiesa di essere segno e mezzo del legame tra Dio e gli uomini, vincolo vivo di comunione.

 Lo Spirito Santo è come un fuoco ardente di carità

 A Pentecoste il libro degli Atti menziona un secondo segno, quello delle lingue di fuoco. Il soffio di Dio che trasforma il cuore dei discepoli arde come l'amore di Gesù stesso, un amore che ha salvato il mondo. Gesù aveva annunciato la sua morte e risurrezione, come fuoco gettato sulla terra (cfr Lc 12,49). I discepoli sarebbero rimasti arsi di questo amore per annunciare con ardore la risurrezione di Gesù. Accogliendo lo Spirito Santo al loro seguito, non ci sentiremo più orfani, ma saremo pieni di forza. Lo Spirito ci guiderà e ci assisterà in ogni luogo e in ogni momento. O meglio, è Gesù stesso che continuerà ad operare mediante lo Spirito Santo, come aveva promesso: «E io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).

 Il Veni Creator, preghiera per il tempo pasquale

 Questa preghiera di invocazione allo Spirito Santo, attestata dal IX secolo, è prevista per i vespri di Pentecoste, così come per le celebrazioni della cresima e dell'ordinazione. Ci prepara ad accogliere lo Spirito Santo come Persona divina e a vivere secondo i suoi doni.

 

Vieni, Spirito Creativo,

visita le anime dei tuoi fedeli,

ricolmo di grazia dall'Alto,

i cuori che hai creato.

Tu che sei chiamato il Consigliere,

tu , dono del Dio altissimo,

fonte viva , fuoco, carità,

consacrazione invisibile .

Tu sei lo Spirito dai sette doni,

il dito della mano destra del Padre,

lo Spirito di verità promesso,

tu che ispiri le nostre parole.

Infiammaci con la tua luce,

riempi i nostri cuori del tuo amore,

rafforza sempre la tua forza

la debolezza del nostro corpo.

Scaccia il nemico, donaci senza indugio la tua pace,

sotto la tua guida e i tuoi consigli,

eviteremo qualsiasi errore.

Facci conoscere Dio Padre,

ci rivela il Figlio,

e tu, loro comune Spirito,

facci credere sempre in te. Amen

 

*+Vincent Dollmann, Arcivescovo di Cambrai, Assistente Ecclesiastico UMEC-WUCT