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martedì 9 giugno 2026

HOMO VIATOR

 


Mentre intorno a noi 

tutto scorre imperterrito, 

ci chiediamo quale sia 

il nostro posto. 

La fiducia nel futuro

 è un sintomo primordiale

 dell’essere umano,

 il vero cammino è interiore».

Homo Viator [PDF]

Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. 

La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” …

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”.  

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisi, Carl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta?

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui Planck, Heisenberg, Schrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. 

Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

https://www.vitomancuso.it/ 

martedì 12 maggio 2026

UN TAPIS ROULANT

 

Una donna cammina su un sentiero di pietra affiancato da un lungo tapis roulant meccanico che si estende verso un orizzonte luminoso e nebbioso all'alba. La donna guarda verso il cielo, simboleggiando la ricerca di senso oltre lo scorrere del tempo."Il tapis roulant


 della vita"


 

«Mentre intorno a noi tutto scorre imperterrito, ci chiediamo quale sia il nostro posto. La fiducia nel futuro è un sintomo primordiale dell’essere umano, il vero cammino è interiore».

-di Vito Mancuso


Per ognuno di noi la vita ha una direzione orizzontale e una direzione verticale. La direzione orizzontale riguarda la natura e la storia dentro cui ci ritroviamo inseriti e che ci trasportano in avanti come un interminabile tapis roulant. La direzione verticale riguarda noi stessi nella nostra singolarità, da quando siamo nati fino a quando moriremo scomparendo dal tapis roulant che continuerà a scorrere imperterrito. Le domande, a questo punto, sono due. La prima: che senso ha il continuo scorrere in avanti del tapis roulant della natura e della storia? La seconda: io, che vi sono comparso senza chiedere nulla, dove finirò? Qui mi soffermo sulla seconda, che riguarda il senso e lo stile di una singola esistenza. Le questioni sono quelle di sempre: da dove vengo, dove vado? Vengo dal nulla e vi tornerò, oppure vengo dall’essere e sarà lì che tornerò? Ma in che modo vi tornerò, se vi torno? E nel frattempo, cosa ci faccio qui? Come mi devo comportare? Qual è la maniera migliore per raggiungere quella felicità che tutti inseguono e pochi raggiungono? C’è un detto rinascimentale che accompagna la mia vita da tanti anni ormai e che spesso recito dentro di me in silenzio, con gli occhi socchiusi, ricavandone un senso di pace: “Vengo, non so da dove; sono, non so chi; muoio, non so quando; vado, non so dove: mi stupisco di essere lieto”. L’ignoranza che avvolge la nostra condizione (se pensata e accettata con serenità e persino con una punta di gratitudine verso l’ignoto mistero che ci ha portato all’esistenza) può generare la letizia interiore, nonché lo stupore nel ritrovarla dentro di noi: “Mi stupisco di essere lieto” … 

Ci sono sciagure a non finire nel mondo, anche oggi le pagine di questo giornale ne sono piene, come lo erano ieri e come lo saranno domani. Ci sono infiniti motivi per disperare e la ragione lo sente, e per questo giustamente trasforma questo suo sentire in una serie di ragionamenti sulla vanità del mondo e della nostra vita al suo interno. In alcuni esseri umani, però, appare a volte un sentire ancora più forte della ragione, si tratta di un sentimento vitale che non si rassegna e che sperando guarda la ragione negli occhi e le dice: “Cara ragione, hai ragione nell’abbatterti, però qualcosa ti sfugge: ascolta meglio la musica della vita e forse capirai”. 

Questa voce senza parole, questo istinto primordiale di fiducia ancestrale verso la vita, conduce a camminare sul tapis roulant dell’esistenza in modo diverso. Appunto, con letizia. Ha scritto uno dei pionieri della psicanalisiCarl Gustav Jung: “Mentre colui che nega va incontro al nulla, colui che ha posto la sua fede nell’archetipo segue i sentieri della vita e vive realmente fino alla morte. Entrambi, naturalmente, restano nell’incertezza; ma l’uno vive in contrasto con l’istinto, l’altro in accordo con esso, e la differenza è notevole, ed è a favore del secondo”. Vivere in accordo con l’istinto vitale significa ritenere che la domanda di senso che pervade il nostro ritrovarci sul tapis roulant non è vana, ma è destinata a trovare una risposta. 

Tale risposta però (questa è la mia profonda convinzione) non consiste in una dottrina, nell’annuncio di un evento esteriore del passato, come per esempio l’esodo dall’Egitto, o la morte e risurrezione di Cristo, o la rivelazione di Allah a Maometto o qualunque altro evento che fu e che non dipende da noi. No, tale risposta consiste nel lavoro interiore che qui e ora ognuno di noi può compiere. Di cosa si tratta? 

Le testimonianze dell’umanità sono numerosissime, diverse tra loro per una serie di elementi, ma tutte concordi nella seguente indicazione: dentro di noi c’è una profondità scoprendo la quale siamo condotti al vero essere. La verità più autentica di noi, cioè, non ce la consegna il mondo esteriore ma la realtà interiore che ogni essere umano può attingere, se lavora su di sé. Come scrive Marco Aurelio, l’imperatore filosofo i cui pensieri sono per me un libro sacro: “Scava dentro di te, dentro è la fonte del bene, e può zampillare inesauribile, se continuerai a scavare”. Due secoli dopo sant’Agostino, quand’era ancora sotto l’influsso della filosofia classica (prima cioè degli sbandamenti che lo portarono a concepire l’umanità come “massa dannata” e l’interiorità irrimediabilmente corrotta dal peccato) scrive a sua volta: “La verità abita nell’uomo interiore”. E quando un giorno egli chiese al suo Dio: “Che cosa amo, quando amo te?”, la sua risposta fu: “La luce dell’uomo interiore che è in me”. Ma le testimonianze, come ho detto, sono numerose e universali: lo sciamanesimo, la religione egizia, l’hinduismo, il buddhismo, il jainismo, il taoismo, il confucianesimo, lo shintoismo, lo zoroastrismo, le religioni abramitiche… si può dire tutte le tradizioni spirituali dell’umanità sono concordi nell’indicare la profondità ontologica che costituisce la nostra interiorità. Oltre ad alcuni tra i più grandi filosofi (da Platone a Kant, da Hegel a Wittgenstein, da Hannah Arendt a Piero Martinetti), anche alcuni dei più grandi scienziati contemporanei ne danno testimonianza, tra cui PlanckHeisenbergSchrödinger. Ha scritto quest’ultimo: “La teoria fisica nel suo stato presente suggerisce energicamente l’idea dell’indistruttibilità dello Spirito per opera del Tempo”. Esiste cioè qualcosa di “indistruttibile” dentro di noi, che resiste anche alla distruzione del tempo che sembra assoluta ma che non lo è; o meglio, che non lo può essere, se lavoriamo onestamente e con assiduità su di noi (perché se non lavoriamo, saremo spazzati via). 

Siamo capitati su questo tapis roulant che scorre imperterrito e da cui un giorno cadremo. Ma il vero viaggio non è quello esteriore che esso ci fa compiere, ma quello interiore che possiamo intraprendere da noi dentro di noi. Lo intuì anche Marcel Proust: “Il solo vero viaggio, il solo bagno di giovinezza, non sarebbe andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi.” Il rinnovamento dello sguardo però non può provenirci da nessun altro, può essere solo il frutto del nostro lavoro interiore che ci mette in contatto con l’eterno dentro di noi. Di tale lavoro, il 12 luglio 1942 nella sua Amsterdam sotto occupazione nazista e del tutto consapevole che presto per lei e i suoi cari sarebbe stata la fine, così scrisse una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum nel suo diario: “L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, e anche l’unica cosa che veramente conti, è un piccolo pezzo di Te in noi stessi, mio Dio”. Questo piccolo pezzo di eternità che abita nella nostra profondità, chiamato in molti modi lungo la storia, ognuno a sua volta lo può denominare come meglio ritiene. Ciò che davvero conta è la sua scoperta e la sua custodia. 

 *Vito MancusoLa Stampa


 

sabato 25 aprile 2026

IRC - RISORSA EDUCATIVA

 


L’insegnamento della religione,

 “trampolino" per un tuffo

 nell’interiorità

Leone XIV incontra i docenti italiani di religione e li esorta a farsi “maestri credibili” e coerenti, in grado di trasmettere valori “senza protagonismi né moralismi”, in un mondo che rischia, con i suoi stimoli, di silenziare la voce dell’anima. Ai giovani non servono “risposte preconfezionate” alle grandi domande della vita, ma “vicinanza e onestà” da adulti autorevoli e responsabili

-di Lorena Leonardi – Città del Vaticano

L’insegnamento della religione cattolica “è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno”. Lo rimarca Leone XIV a circa settemila partecipanti al terzo Incontro nazionale degli Insegnanti di religione cattolica, ricevuti stamani, sabato 25 aprile, in Aula Paolo VI.

La sete di infinito, energia per promuovere la pace

Il Papa li ringrazia prima di tutto per il lavoro “impegnativo, spesso silenzioso e non appariscente” ma al contempo “molto importante per la crescita di tanti bambini, ragazzi e giovani” svolto nella scuola. Quindi sottolinea l’importanza della dimensione religiosa come “elemento costitutivo dell’esperienza umana”, citando le Confessioni di Sant’Agostino e quella “ricerca interiore” alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le “grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni”.

L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo.

Nella vera laicità il fatto religioso è risorsa educativa

Tutto ciò, prosegue il Pontefice rivolgendosi ai docenti, “entra nelle vostre lezioni, alla luce dell’insegnamento sempre attuale della Chiesa, in dialogo con gli altri campi del sapere e della ricerca religiosa”, in modo tale da rendere “accessibile” alle nuove generazioni, nel “pieno rispetto” della libertà di ciascuno, ciò che altrimenti rischia di restare “incomprensibile e vago”, mostrando invece “come la vera laicità non escluda il fatto religioso”, ma anzi “ne sappia fare tesoro quale risorsa educativa”.

Questo è, del resto, parte di un atteggiamento più ampio, imprescindibile per ogni dialogo, nella scuola come nella società: conoscere e amare ciò che si è, per saper incontrare l’altro con rispetto e apertura.

Non confondere la voce interiore con i rumori circostanti

Ancora, da Leone XIV alcune riflessioni a partire dal titolo dell’Incontro nazionale promosso dalla Conferenza episcopale italiana e svoltosi a Roma ieri e giovedì: “Il cuore parla al cuore”, parole ispirate al motto di san John Henry Newman, dottore della Chiesa e co-patrono del mondo educativo. All’interno, “la proposta di un cammino in cui la verità è la meta e la relazione personale la via per raggiungerla”, così da aiutare i ragazzi “a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano”. Una voce che è “facilissimo” ridurre al silenzio in un’epoca in cui si è “costantemente assediati da stimoli di ogni genere”.

L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi “sente troppo” e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta.

Fede e ragione, compagne di viaggio nella ricerca della verità

In tale contesto fare scuola significa più che mai “formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico”, seguendo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano né si oppongono, ma sono “compagne di viaggio” nella ricerca “umile e sincera” della verità. Per questo, evidenzia il Papa, educare richiede la pazienza di seminare “senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona. E soprattutto — Newman insegna — richiede amore”.

Non risposte preconfezionate ma autorevolezza e onestà

Dal Vescovo di Roma, poi, l’esortazione a farsi “maestri credibili, a trasmettere valori “senza protagonismi né moralismi”, a offrire sguardi capaci di risollevare e a essere testimoni di quella coerenza “umile e vicina che rende cari e desiderabili anche i contenuti più impegnativi”.

I vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita.

Uomini e donne che cercano, pensano, vivono e credono

Al di là della “solida competenza, animata da passione per lo studio, rigore culturale e preparazione didattica”, i ragazzi e le ragazze – ribadisce il Pontefice – “ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede”.

Infine, di fronte alle “sfide drammatiche e al contempo esaltanti” che la scuola si trova davanti, l’invito del Papa è a essere “servitori del mondo educativo, coreografi della speranza, ricercatori infaticabili della sapienza, artefici credibili di espressioni di bellezza”.

Vatican News

DISCORSO DEL PAPA

venerdì 31 ottobre 2025

INTERIORITA', UNITA', AMORE, GIOIA

 


DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV

AGLI EDUCATORI 

IN OCCASIONE DEL

 GIUBILEO

 DEL MONDO EDUCATIVO

_____________________________

AR  - DE  - EN  - ES  - FR  - IT  - PL

Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!

Sono molto contento di potervi incontrare: educatori provenienti da tutto il mondo e impegnati ad ogni livello, dalla Scuola elementare all’Università.

Come sappiamo, la Chiesa è Madre e Maestra (cfr S. Giovanni XXIII, Lett. enc. Mater et magistra, 15 maggio 1961, 1), e voi contribuite a incarnarne il volto per tanti alunni e studenti alla cui educazione vi dedicate. Grazie infatti alla luminosa costellazione di carismi, metodologie, pedagogie ed esperienze che rappresentate, e grazie al vostro impegno “polifonico” nella Chiesa, nelle Diocesi, in Congregazioni, Istituti religiosi, associazioni e movimenti, voi garantite a milioni di giovani una formazione adeguata, tenendo sempre al centro, nella trasmissione del sapere umanistico e scientifico, il bene della persona.

Anch’io sono stato insegnante nelle Istituzioni educative dell’Ordine di Sant’Agostino e vorrei perciò condividere con voi la mia esperienza, riprendendo quattro aspetti della dottrina del Doctor Gratiae che considero fondamentali per l’educazione cristiana: l’interiorità, l’unità, l’amore e la gioia. Sono principi che vorrei diventassero i cardini di un cammino da fare insieme, facendo di questo incontro l’inizio di un percorso comune di crescita e arricchimento reciproco.

Circa l’interiorità, Sant’Agostino dice che «il suono delle nostre parole percuote le orecchie, ma il vero maestro sta dentro» (In Epistolam Ioannis ad Parthos Tractatus 3,13), e aggiunge: «Quelli che lo Spirito non istruisce internamente, se ne vanno via senza aver nulla appreso» (ibid.). Ci ricorda, così, che è un errore pensare che per insegnare bastino belle parole o buone aule scolastiche, laboratori e biblioteche. Questi sono solo mezzi e spazi fisici, certamente utili, ma il Maestro è dentro. La verità non circola attraverso suoni, muri e corridoi, ma nell’incontro profondo delle persone, senza il quale qualsiasi proposta educativa è destinata a fallire.

Noi viviamo in un mondo dominato da schermi e filtri tecnologici spesso superficiali, in cui gli studenti, per entrare in contatto con la propria interiorità, hanno bisogno di aiuto. E non solo loro. Anche per gli educatori, infatti, frequentemente stanchi e sovraccarichi di compiti burocratici, è reale il rischio di dimenticare ciò che S. John Henry Newman sintetizzava con l’espressione: cor ad cor loquitur (“il cuore parla al cuore”) e che S. Agostino raccomandava, dicendo: «Non guardare fuori. Ritorna a te stesso. La verità risiede dentro di te» (De vera religione, 39, 72). Sono espressioni che invitano a guardare alla formazione come a una via su cui insegnanti e discepoli camminano insieme (cfr S. Giovanni Paolo II, Cost. ap. Ex corde Ecclesiae, 15 agosto 1990, 1), consapevoli di non cercare invano ma, al tempo stesso, di dover cercare ancora, dopo aver trovato. Solo questo sforzo umile e condiviso – che nei contesti scolastici si configura come progetto educativo –  può portare alunni e docenti ad avvicinarsi alla verità.

E veniamo così alla seconda parola: unità. Come forse sapete, il mio “motto” è: In Illo uno unum. Anche questa è un’espressione agostiniana (cfr Ennaratio in Psalmum 127, 3), che ricorda che solo in Cristo troviamo veramente unità, come membra unite al Capo e come compagni di viaggio nel percorso di continuo apprendimento della vita.

Questa dimensione del “con”, costantemente presente negli scritti di Sant’Agostino, è fondamentale nei contesti educativi, come sfida a “decentrarsi” e come stimolo a crescere. Per questa ragione, ho deciso di riprendere e attualizzare il progetto del Patto Educativo Globale, che è stato una delle intuizioni profetiche del mio venerato predecessore, Papa Francesco. Del resto, come insegna il Maestro di Ippona, il nostro essere non ci appartiene: «La tua anima – dice – […] non è più tua, ma di tutti i fratelli» (Ep. 243, 4, 6). E se ciò è vero in senso generale, lo è a maggior ragione nella reciprocità tipica dei processi educativi, in cui la condivisione del sapere non può che configurarsi come un grande atto d’amore.

Infatti proprio questa – amore – è la terza parola. Fa tanto riflettere, in merito, un distico agostiniano che afferma: «L’amore di Dio è il primo che viene comandato, l’amore del prossimo è il primo che si deve praticare» (In Evangelium Ioannis Tractatus 17, 8). In campo formativo, allora, ciascuno potrebbe chiedersi quale sia l’impegno posto per intercettare le necessità più urgenti, quale lo sforzo per costruire ponti di dialogo e di pace, anche all’interno delle comunità docenti, quale la capacità di superare preconcetti o visioni limitate, quale l’apertura nei processi di co-apprendimento, quale lo sforzo di venire incontro e rispondere alle necessità dei più fragili, poveri ed esclusi. Condividere la conoscenza non è sufficiente per insegnare: serve amore. Solo così essa sarà proficua per chi la riceve, in sé stessa e anche e soprattutto per la carità che veicola. L’insegnamento non può mai essere separato dall’amore, e una difficoltà attuale delle nostre società è quella di non saper più valorizzare a sufficienza il grande contributo che insegnanti ed educatori danno, in merito, alla comunità. Ma facciamo attenzione: danneggiare il ruolo sociale e culturale dei formatori è ipotecare il proprio futuro, e una crisi della trasmissione del sapere porta con sé una crisi della speranza.

E l’ultima parola-chiave è gioia. I veri maestri educano con un sorriso e la loro scommessa è di riuscire a svegliare sorrisi nel fondo dell’anima dei loro discepoli. Oggi, nei nostri contesti educativi, preoccupa veder crescere i sintomi di una fragilità interiore diffusa, a tutte le età. Non possiamo chiudere gli occhi davanti a questi silenziosi appelli di aiuto, anzi dobbiamo sforzarci di individuarne le ragioni profonde. L’intelligenza artificiale, in particolare, con la sua conoscenza tecnica, fredda e standardizzata, può isolare ulteriormente studenti già isolati, dando loro l’illusione di non aver bisogno degli altri o, peggio ancora, la sensazione di non esserne degni. Il ruolo degli educatori, invece, è un impegno umano, e la gioia stessa del processo educativo è tutta umana, una «fiamma che fonde insieme le anime e di molte ne fa una sola» (S. Agostino, Confessiones, IV, 8,13).

Perciò, carissimi, vi invito a fare di questi valori – interioritàunitàamore e gioia – dei “punti cardine” della vostra missione verso i vostri allievi, ricordando le parole di Gesù: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Fratelli e sorelle, vi ringrazio per il lavoro prezioso che svolgete! Vi benedico di cuore e prego per voi.

www.vatican.va



 

giovedì 28 agosto 2025

ABITARE IL TEMPO

 


SENZA

 DOMINARLO


Tutta l’attualità 

di Sant’Agostino


 

-         di PAOLA MULLER

Ci sono parole che attraversano i secoli senza perdere freschezza. Una di queste è la voce di Agostino: inquieta, appassionata, capace di interrogare l’uomo di ogni tempo. Non un maestro che offre formule, ma un “compagno di viaggio” che ha conosciuto crisi culturali, smarrimento politico, crolli di certezze. E che non ha mai temuto le domande più radicali: sul male, sull’identità, sulla libertà, sulla morte. Le ha prese sul serio. Le ha accolte. Le ha trasformate in ricerca e in preghiera.

Ecco perché Agostino parla ancora oggi.

Non ci invita a soffocare gli interrogativi, ma a custodirli come motore della vita interiore. I dubbi non sono nemici della fede o della ragione: sono tappe necessarie di un cammino verso la verità.

Tra i tratti più moderni del suo pensiero c’è l’appello all’interiorità. Agostino invita a “rientrare in se stessi”: non per rifugiarsi, ma per compiere un esercizio di autenticità. L’uomo non può ritrovarsi senza ascoltarsi, discernere, riconoscere in sé un desiderio che lo supera. Questa prospettiva parla con forza al nostro presente, che rischia di perdersi nel rumore esterno e nella frammentazione digitale. La vera unità non nasce dal moltiplicare esperienze, ma dal raccoglierle in un centro interiore, dove la vita acquista consistenza. Non interiorità come fuga, ma come autenticità.

La riflessione sulla libertà è di sorprendente attualità. Agostino la visse nella forma più drammatica: possibilità di scegliere, ma anche di sbagliare. Attratto dalle passioni, segnato dalla debolezza della volontà, comprese che la libertà non è arbitrio, ma responsabilità. È liberazione dal disordine interiore, resa possibile dall’apertura alla grazia.

Oggi, quando la libertà è ridotta a consumo o a pura opzione individuale, la sua visione resta luminosa: non libertà di fare qualsiasi cosa, ma libertà di scegliere il bene. Agostino è anche il pensatore del tempo. Nelle Confessioni lo descrive come intreccio di memoria, attenzione e attesa: il passato che vive nel ricordo, il presente che sfugge, il futuro che si apre alla speranza. Così svela la fragilità dell’uomo, incapace di trattenere ciò che è stato e di possedere ciò che sarà. In un’epoca dominata dalla fretta e dall’ansia di controllo, il suo messaggio è liberatorio: il tempo non si domina, si abita. Non tempo da possedere, ma tempo da vivere come occasione di crescita, come spazio di relazione, come attesa di un compimento che ci trascende. Proprio perché conosce a fondo la vulnerabilità dell’uomo, Agostino apre alla possibilità di una salvezza che non nasce dalle sole forze individuali, ma dal dono. Non evasione, ma invito a guardare la realtà con occhi nuovi. Non fuga dal mondo, ma responsabilità nel viverlo, riconoscendo che ogni frammento di bene, ogni desiderio di verità, ogni esperienza di amore rimanda a un’origine e a un destino più grande.

L’attualità di Agostino non sta nel fornirci soluzioni preconfezionate, ma in un metodo e in uno stile: affrontare le domande decisive e cercare risposte capaci di unire pensiero e vita. Il suo invito a non accontentarsi, a coltivare interiorità, a vivere la libertà come responsabilità, a considerare il tempo come attesa di senso resta un’eredità preziosa per oggi. In un mondo segnato da precarietà e paura, la sua voce risuona come parola che ridona fiducia. Ci ricorda che la bellezza non è consumo. La felicità non è possesso. La verità non è arbitrio. Sono vie che conducono all’amore, alla comunione, al dono.

Agostino insegna che non si vive da soli: la città terrena e la città di Dio si intrecciano, e il compito dell’uomo è discernere e orientarsi. Il suo pensiero non è un archivio del passato, ma una bussola per il futuro. Forse la sua lezione più attuale è questa: non smettere di cercare, non accontentarsi dell’immediato, non ridurre la vita a consumo. In un tempo che sembra senza radici e senza speranza, Agostino invita a guardare oltre: a scorgere, nella fragilità del vivere, la pienezza della felicità promessa. 

E la sua voce, ancora oggi, ci raggiunge come un invito: «Inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te».

 www.avvenire.it

 

 

 

 

 

giovedì 10 luglio 2025

CHI SONO IO ?


L’identità non si esaurisce nell’autocoscienza, si compie nell’amore

 La persona non è tale se chiusa in sé, ma se aperta all’altro e all’Altro

 Per l’Ipponate, Agostino, la verità non si trova nel mondo esterno ma nell’interiorità, che è spazio spirituale, sede di memoria, intelligenza e volontà: tre facoltà riflesso della Trinità nell’anima

L’elezione di Leone XIV ha rilanciato l’interesse non solo sulla dottrina sociale della Chiesa ma prima ancora per sant’Agostino, il padre della Chiesa del IV secolo di cui Prevost è figlio spirituale come religioso della famiglia agostiniana, a lungo priore generale. Se c’è un tratto che spicca nel pensiero di papa Leone è il saldo, esplicito e costante radicamento nel pensiero del vescovo di Ippona, che nelle parole di Prevost ci sta mostrando tutta la sua eccezionale attualità. Paola Muller, profonda conoscitrice del pensiero di Agostino, docente di Filosofia medioevale all’Università Cattolica di Milano, ci accompagna in un viaggio nei grandi temi cari ad Agostino (e a Leone).

 -di PAOLA MULLER

 «Chi sono io?» – una domanda antica quanto l’uomo, che in Agostino d’Ippona (354-430) acquista un significato nuovo. Per lui, la ricerca dell’identità non nasce da un’esigenza astratta, filosofica o psicologica, ma da un’esperienza vissuta: l’inquietudine del cuore, la fragilità della vita, il dolore, la morte. E insieme, il desiderio di verità e di bene. La vita dell’Ipponate è infatti attraversata da un quaerere continuo, una ricerca che coinvolge l’uomo nella sua interezza. Interrogarsi su di sé significa iniziare un cammino che conduce alla verità e, nella verità, all’incontro con Dio. L’inquietudine che apre le Confessioni – «Ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confessioni, I, 1.1) – non è un semplice disagio esistenziale, ma il motore stesso della ricerca dell’identità. Agostino non si limita a pensare l’io: lo racconta, lo interroga, lo vive. Lo fa mettendosi in gioco in prima persona: «Sono diventato un grande enigma per me stesso » (Confessioni, X, 33.50). Una dichiarazione che inaugura la ricerca occidentale sulla soggettività, senza separarla dalle sue radici teologiche. P er Agostino, la verità non si trova nel mondo esterno, ma nell’interiorità. «Non uscire fuori: rientra in te stesso. Nell’uomo interiore abita la verità» (La vera religione, 39, 72). È un invito che contiene un’intera antropologia: l’uomo è corpo e anima, ma è nell’anima – nella sua profondità spirituale – che si apre la possibilità di incontrare Dio. L’interiorità non è introspezione psicologica, ma spazio spirituale: sede della memoria, dell’intelligenza, della volontà. In queste tre facoltà – memoria, intelletto, volontà – Agostino scorge il riflesso della Trinità nell’anima. La notitia sui, la conoscenza che l’anima ha di se stessa, non è un sapere teorico, ma esperienza viva. Sapere di esistere, di pensare, di amare: è in questa consapevolezza che l’uomo ritrova se stesso.

L’identità

L’ identità non è una struttura rigida, ma una “distensione dell’animo”, un racconto che si svolge nel tempo e trova senso solo in rapporto all’eternità. In un’epoca come la nostra in cui tutto è misurato dal presente, Agostino ci ricorda che l’io è anche memoria e attesa. Senza storia da ricordare e senza un orizzonte a cui tendere, l’identità si dissolve. È nel confronto tra finito e infinito che l’uomo scopre la propria misura e la propria apertura. Oggi tendiamo a sovrapporre i concetti di individuo, soggetto e persona. Agostino, pur non usando questi termini con il nostro stesso significato, ne intuisce le distinzioni. L’individuo è l’essere umano nella sua singolarità empirica; il soggetto è chi prende coscienza di sé; la persona è l’essere capace di relazione. E proprio qui sta la svolta agostiniana: l’identità non si esaurisce nell’autocoscienza, ma si compie nell’amore. La persona non è tale se chiusa in sé, ma se aperta all’altro e all’Altro. L’uomo, creato a immagine di Dio, è relazione, comunione, dono.

« I l mio amore è il mio peso: da esso sono portato ovunque vada» (Confessioni, XIII, 9.10). Con questa immagine potente, Agostino colloca l’amore al cuore stesso dell’identità personale. Non siamo ciò che diciamo, né ciò che possediamo: siamo, in definitiva, ciò che amiamo. È l’ordo amoris – l’ordine giusto degli amori – a dare forma e coerenza all’io. Se l’uomo orienta il proprio amore verso il Bene sommo, cioè verso Dio, trova unità, pace e verità. Se invece si volge ai beni effimeri, si disperde, si frammenta, si smarrisce. L’io agostiniano non è mai neutro, né riducibile a una pura razionalità: è una volontà orientata, un desiderio in cammino. L’identità, quindi, non si costruisce solo con la ragione, ma si compie nella libertà del cuore.

L’amore

 L’amore è, per Agostino, la radice dell’identità e insieme la direzione del suo compimento: orienta la vita, ne è il centro di gravità. Ma amare significa anche trasformare la propria finitezza. Quella fragilità originaria che accompagna ogni uomo fin dalla nascita può essere trasfigurata in una tensione verso l’eterno. L’amore diventa così via di superamento dei limiti, anticipo di immortalità. I l valore autentico di una persona – la sua consistenza – si misura dunque nella qualità e nella direzione del suo amore. È l’amore che plasma il destino, nella vita presente e oltre la soglia della morte. Per questo risuona, ancora oggi con forza, l’esortazione agostiniana: «Ama e fa’ ciò che vuoi» (Commento alla prima Lettera di Giovanni, 7, 8). Non è un invito all’arbitrio, ma il riconoscimento che l’amore, se è autentico, orienta l’intera esistenza. E tuttavia, per comprendere ciò che si ama e da che cosa si è attratti, è necessario ritrovare se stessi. Ed è qui che entra in scena un’altra dimensione fondamentale dell’io: la memoria.

La memoria

Nel libro X delle Confessioni, Agostino la descrive come un “palazzo immenso” capace di contenere immagini, conoscenze, emozioni. Ma la memoria non è solo archivio: è il luogo in cui l’io si raccoglie e si ritrova. È lì che prende coscienza di sé come continuità e come storia. E proprio lì, nel fondo della memoria, Agostino scopre Dio: «Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me, e io fuori: lì ti cercavo» (Confessioni, X, 27.38). L’identità non è solo biografica, ma anche teologica: la memoria custodisce la presenza di un Altro che ci ha fatti, ci conosce, ci chiama.

Per Agostino, l’io non è un dato biologico, né una costruzione arbitraria: è una vocazione. L’identità non si possiede, si riceve. L’uomo è creato a immagine di un Dio che è relazione, memoria, amore. Ma questa immagine può offuscarsi, per la distrazione, per il peccato, per l’oblio. Per questo è necessario un ritorno interiore, sostenuto dalla grazia: solo rientrando in sé e aprendosi alla verità, l’uomo può ritrovare se stesso. La vera identità, per Agostino, è quella filiale: l’uomo è figlio di Dio. È solo in questa relazione che scopre il proprio nome, il proprio volto, la propria dignità. Nel De civitate Dei, Agostino estende questa riflessione sul sé in chiave storica e comunitaria. L’uomo non è solo un essere interiore, ma anche un cittadino, parte di una storia condivisa. Due città si confrontano: la civitas Dei, fondata sull’amore di Dio, e la civitas terrena, edificata sull’amore di sé. Non sono luoghi, ma orientamenti del cuore. L’io non nasce solo nella solitudine della coscienza, ma anche nell’appartenenza, nella responsabilità, nella testimonianza pubblica. L’identità personale diventa così anche vocazione civica. Non si è se stessi da soli. I n un’epoca come la nostra, che oscilla tra la frammentazione dell’io e la sua assolutizzazione, Agostino offre un’immagine dell’identità profondamente attuale.

L’io

L’io non è un’essenza fissa, ma nemmeno un costrutto fluido e indefinito. È una realtà viva, che si sviluppa nel tempo, nello spazio della memoria, nella verità dell’amore.

Alla domanda «Chi sono io?», Agostino non risponde con una formula, ma con un itinerario. L’identità non è qualcosa da afferrare, ma un cammino da percorrere. L’uomo è un essere inquieto, che ama, che ricorda, che cerca. È soggetto, è anima, è persona in relazione.

Ed è, soprattutto, una creatura fatta per Dio. Solo in Lui trova pace.

In un tempo in cui l’io sembra smarrito, Agostino ci invita a rientrare in noi. Non per isolarci, ma per aprirci a ciò che di più vero ci abita. L’interiorità, riscoperta come luogo della verità, ci sottrae all’illusione dell’apparenza; la memoria, vissuta come radice del sé, ci riconnette al passato e orienta il futuro; la relazione, intesa come pienezza dell’identità, ci libera dall’isolamento individualista e ci restituisce alla comunione.

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lunedì 28 ottobre 2024

NOI e LA CATTIVERIA


“Per salvarci

 dobbiamo creare

 una barriera tra noi 

e la cattiveria mondo”



 intervista a Vito Mancuso

a cura di Bianca Senatore

 Ascoltiamo una notizia alla radio, leggiamo un giornale e poi usciamo, di corsa nel traffico. Un clacson suona, l’autobus è affollato, c’è uno che impreca.

Corriamo in giro, leggiamo dell’ennesimo omicidio, malediciamo qualcuno perché sui social abbiamo letto che… E poi torniamo a casa, la stanchezza, lo stress, un magone nel petto. Quante volte accade? Quanto della negatività del mondo ci avvelena quotidianamente? Alla fine, quel che resta è una sensazione di smarrimento e di paura, come se il mondo dovesse finire da un momento all’altro, tra guerre, crisi climatiche e migrazioni. Eppure, non è così. L’unica cosa da fare, quindi, è tirare un respiro per poi focalizzarsi su sé stessi. Non è difficile e ce lo spiega il filosofo Vito Mancuso

 In questi tempi difficili che stiamo vivendo come ci può aiutare l’etica? 

L'unica possibilità che abbiamo per non diventare difficili anche noi, come lo sono questi tempi, è di porre una barriera tra noi e la difficoltà di questi giorni. Difficoltà che si chiama cattiveria, tensione, aggressività. E la barriera che noi poniamo tra la cattiveria di questi tempi e noi stessi si chiama etica. Etica significa giustizia interiore, ricerca di armonia, ricerca del bene e non dell'interesse immediato. L’etica trasforma una persona negativa non dico in un amico, ma perlomeno in una persona non ostile. Questo vuol dire etica. Considerato i tempi che viviamo, chi non fa così soccombe. L’unica soluzione, come dicevo prima, è creare una specie di fossato, come nei castelli medievali, tra sé stessi e la cattiveria. Per isolarsi da questa specie di onda nera che arriva e che può sommergere tutti. Ci si aiuta così. Chi non lo fa, viene travolto dalla marea nera, è in balia di questo spirito. E molti lo sono già, purtroppo. Lo si capisce parlando con le persone, andando in giro, guidando nel traffico. Siamo diventati tutti tendenzialmente più aggressivi e rissosi, senza empatia. 

 Tra guerre, discorsi d’odio e altre cose, come possiamo difenderci? La filosofia può aiutarci? 

La società sta andando verso un declino, per non dire dirupo, ed è chiaro che la filosofia ci aiuta interiormente. Certo, in questo momento storico non è che con la filosofia, l'etica, la spiritualità insomma, si riesca a cambiare il mondo esterno. È evidente che questo processo nel quale siamo inseriti non è facilmente trasformabile. E, tra l’altro, chissà per quanto tempo dovremmo ancora sopportare questa situazione sempre più problematica. Però, la filosofia, l’etica, la spiritualità e la coltivazione della propria interiorità ci possono aiutare a non diventare noi stessi vittime di questa situazione. 

 E se non riuscissimo a trovare forza nella filosofia? 

Le soluzioni sono due: o diventiamo anche noi a nostra volta delle persone negative, assorbendo quello che c’è intorno, oppure resistiamo, perché sentiamo che diventare cattivi significherebbe la peggiore sconfitta per la nostra vita. Bisogna riuscire a rimanere persone giuste. Tutti insieme, con l’aiuto della filosofia, dobbiamo resistere, trovando una fonte di energie positive. Questa fonte si chiama preghiera, per chi è religioso. Per chi non lo è si chiama filosofia, meditazione. Ma anche una persona religiosa può benissimo sia pregare sia avvalersi della filosofia. E poi è anche importante creare dei legami positivi, sani. Ma, ripeto, la cosa imprescindibile è la cura della propria interiorità: a cosa serve lottare per la pace se dentro di noi c'è la guerra? Dobbiamo aspirare prima di tutto a una pacificazione interiore. Il grande errore del socialismo, del comunismo e delle ideologie del ‘900 era di pensare che i problemi umani si risolvessero solo a livello sociale. Non che la società non sia importante, ha un ruolo rilevante. Ma i problemi umani si risolvono a livello umano, a livello interiore, perché la società non è nient'altro che l'espressione di quello che siamo noi. E quindi il vero campo di battaglia è interiore. 

 Il titolo del suo ultimo libro è “Destinazione speranza”. Cosa intende? 

La parola speranza, come diceva il grande studioso della lingua latina VII secolo, Isidoro di Siviglia, viene dal termine “pes”, piede, un elemento del corpo ci tiene in posizione eretta. Ecco, la speranza è una forza interiore che non ti fa abbattere sulla realtà, quando la realtà è quella di cui abbiamo parlato finora. Se una persona non ha questa ulteriore forza interiore è chiaro che viene catturato dall’onda nera e diventa aggressivo e depresso. E anche deprimente, nel senso che deprime gli altri e si deprime sé stesso. Se, invece, si ha un'interiorità viva, vivace, allora le cose cambiano e si può affrontare la realtà senza scoraggiarsi, senza cadere nello scetticismo. E questo distributore di energia positiva la possiamo chiamare, appunto, speranza.

 

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sabato 31 agosto 2024

TANTO NON SI VEDE

 


Ventiduesima domenica del T.O. anno B

1 settembre 2024

 

Dt 4,1-2.6-8   Sal 14   Giac 1,17-18.21-22.27   Mc 7,1-8.14-15.21-23

 

«Leggi, o ascolti, le parole: Non avere sentimenti d’orgoglio ma temi;

e tu nutri tali sentimenti d’orgoglio da ritenerti senza peccato?

In questa maniera, siccome tu non vuoi temere,

non ti rimarrà altro che apparire quel pallone gonfiato che sei».

Sant’Agostino, Esposizione sul salmo 118, Discorso 2, 1

 

Commento di Gaetano Piccolo*

L’apparenza inganna

 La storia e l’esperienza ci insegnano a non fidarci delle apparenze. Lo avevano imparato bene gli abitanti di Troia, che si erano fatti ingannare da un cavallo lasciato alle porte della loro città come un regalo. In realtà, all’interno, il cavallo nascondeva i nemici greci che facilmente, con questo stratagemma, penetrarono nella città per espugnarla. Nonostante ciò, continuiamo a investire ampiamente sull’immagine esteriore, come se fosse la cosa più importante. Il motivo è da ricercare forse proprio nel piacere di essere ingannati. In fondo ci piace nascondere, siamo contenti di vivere in un mondo dove quello che conta è quello che appare in superficie.

 L’interiorità inutile

 L’interiorità è faticosa da curare e comunque nessuno la vedrebbe. Sarebbe difficile essere apprezzati e riconosciuti e quindi non vale la pena investire su qualcosa che gli altri non possono valorizzare in modo immediato. Meglio seguire le mode e cercare di distinguersi in quello che è socialmente riconosciuto come un valore. In alcuni ambenti, preservare l’immagine è l’unico modo per fare carriera e per essere accettati dal gruppo. Anche a questo scopo, occorre giocare d’anticipo e andare a caccia di chi non rispetta i canoni formali per appartenere al gruppo, in modo da poter facilmente eliminare un possibile avversario. Siamo in fondo una società di ipocriti, persone con poco giudizio, come dice il termine, che si accontentano di una esteriorità superficiale.

 La pretesa di giudicare

 La domanda che gli scribi e i farisei, paladini della correttezza formale, rivolgono a Gesù, va proprio in questa direzione: i discepoli non rispettano una prassi legalistica e non stanno dentro le norme. Purtroppo, questi ragionamenti li sentiamo spesso anche all’interno del contesto ecclesiale, che si rivela tante volte più farisaico che evangelico, pretendiamo infatti di giudicare chi può stare dentro la comunità solo alla luce di una prassi esteriore non rispettata secondo alcuni canoni prescritti. Ma è davvero quello il peccato che ci rende indegni? E, soprattutto, se per Gesù quello che conta è l’interiorità, come possiamo avere la pretesa di conoscerla e di giudicarla?

 Ipocriti contemporanei

 Si vedono in giro molti tromboni che con le loro labbra si dicono fedeli e osservanti. E attraverso le loro parole riescono a comunicare un’immagine costruita e falsa di se stessi. Ma dal loro cuore escono invece invidia, maldicenza, pettegolezzo, odio e rancore. Formalmente però sono a posto. Anzi, molte volte sono proprio quelli che si ergono a giudici degli altri e vanno a caccia dell’imperfezione esteriore per eliminare il presunto peccatore. È il loro modo per acquisire una patente esteriore di correttezza che li preserva da qualunque accusa.

 Fare verità

 Le parole di Gesù sono per ciascuno di noi un invito a chiederci a cosa stiamo prestando maggiore attenzione, dove stiamo investendo le nostre risorse. Possiamo chiederci se siamo più preoccupati di quello che si vede o di quello che c’è veramente nel nostro cuore. Possiamo chiederci se stiamo lavorando alla costruzione di un’immagine esteriore di correttezza o se ci stiamo prendendo cura della nostra vita interiore. Spesso le mele lucide del cesto del fruttivendolo sono quelle che all’interno sono marce. Al contrario le mele che hanno più difetti all’esterno, sono probabilmente senza conservanti, sono più vere e hanno un sapore migliore.

 Leggersi dentro

 Quanto sono preoccupato della mia immagine?

Che cosa c’è nel mio cuore?

 

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*Gesuita, professore ordinario di filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana