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lunedì 12 giugno 2023

TRE-SEI ANNI PER LO SVILUPPO GLOBALE


 Coordinamento Nazionale per le Politiche dell’Infanzia e della sua Scuola

 LA CENTRALITA’ EDUCATIVA DELLA SCUOLA

 DA TRE A SEI ANNI PER LO SVILUPPO SOCIALE


INTRODUZIONE

 Il Coordinamento nazionale per le politiche dell’infanzia e della sua scuola ha avviato questa riflessione allargata dopo tanto tempo e finalmente in presenza, sul ruolo che la scuola dell’infanzia ricopre nell’ambito del contrasto alla povertà educativa e come “ponte” per un percorso formativo di qualità per la realizzazione della persona.

L’evento è organizzato dall’organismo plurale formato dai rappresentanti delle quattro maggiori organizzazioni sindacali e FLC- Cgil, Cisl scuola, Federazione UILSCUOLA RUA e SNALS CONFSAL e dalle cinque storiche associazioni professionali AIMC, ANDIS, CIDI, MCE e FNISM.

Costituito da circa trent’anni, dalla sua fondazione si è sempre occupato della qualificazione della scuola dell’infanzia; dal 2007, con i primi tentativi di integrazione rappresentati dalle sezioni primavera e da un primo concreto dibattito sulla costruzione del sistema integrato, il confronto si è arricchito dei temi di qualificazione del personale, di relazione con le municipalità e la loro Associazione, attraverso attività di formazione dedicata, audizioni parlamentari e ministeriali, pubblicazioni, ricerche e approfondimenti finalizzati al consolidamento di una reale cultura dell’infanzia nel nostro Paese.

 Dal 2011 ha elaborato contributi specifici al dibattito sulla costituzione del sistema integrato, salvaguardando per la scuola del tre/sei anni il ruolo di congiunzione tra il sistema dei servizi per l’infanzia e il proseguimento del percorso scolastico, mantenendo saldamente la sua funzione all’interno del sistema nazionale dell’istruzione, a partire dalla formazione iniziale come elemento attualmente qualificante della professionalità dei docenti di scuola dell’infanzia.

 Come avvalorato dalla ricerca psico-pedagogica i due segmenti 0-3 e 3-6 svolgono in questo ambito un ruolo fondamentale. Il Coordinamento ha realizzato azioni di sensibilizzazione e formazione rivolte al personale scolastico ed educativo, alle famiglie e a tutti i soggetti che a qualsiasi titolo sono coinvolti nella rimozione dei gap che pesano, oggi ancor di più, sull'infanzia.

Professionisti preparati, accoglienti, pronti a sostenere i piccoli nei passaggi della loro evoluzioni sono necessari ad una scuola dell’infanzia che è alla base di ogni azione volta a contrastare la povertà educativa, l’abbandono precoce, l’insuccesso formativo, temi recentemente riconosciuti come fondamentali dallo stesso ministro Valditara.

 Povertà educativa, esclusione, disagio sociale e culturale, violenza e discriminazione caratterizzano sempre più la condizione dell'infanzia nel nostro Paese.

Importanti indicatori lo testimoniano con effetti drammatici sul futuro dell'intera comunità sociale in assenza di impegni certi tra cui, la garanzia per l'esigibilità dei diritti, l’attuazione del sistema integrato, la generalizzazione piena della scuola dell'infanzia, la qualificazione degli operatori, la valorizzazione del ruolo delle diverse agenzie educative. 

 Tutti questi fattori mettono a rischio lo sviluppo, la crescita e il benessere dei bambini, che politiche per l’infanzia integranti e lungimiranti dovrebbero invece garantire.

 Le politiche dell'infanzia vanno approcciate con continuità e costantemente implementate con interventi che non possono riguardare solo la predisposizione di strutture logistiche per l'accoglienza. Non è sufficiente limitare l’attenzione, come si fa con il PNRR alle strutture edilizie, semmai queste verranno realizzate viste le allarmanti notizie di questi giorni.

Anche nuove strutture all’avanguardia resteranno scatole vuote se non ci saranno al contempo investimenti sugli operatori e sulla professionalità di educatori e docenti e del personale ausiliario.

 Occorre, a nostro avviso, un parallelo impegno per la qualificazione del personale, la formazione integrata in servizio, in vista del raggiungimento della soglia di frequenza fissata dall’Europa al 45%.

A questo fine il Coordinamento reputa che le Sezioni Primavera rappresentino una positiva esperienza da recuperare e valorizzare in ordine alla continuità tra i servizi educativi e le scuole dell’infanzia.

Il loro valore si apprezza particolarmente nei territori in cui si registra la quasi totale assenza di servizi educativi per il segmento 0/3. Si tratta di un potente e utile strumento per raggiungere e coinvolgere il maggior numero di bambini possibile, in ambienti dedicati e maggiormente rispettosi dei loro tempi di sviluppo.

 È necessario il superamento della fase sperimentale (la loro istituzione risale al 2006), della precarietà amministrativa e del personale che vi opera.

 La realizzazione di sperimentazioni nazionali di ampio respiro come ASCANIO, ALICE e ORME ha contribuito ad elevare la qualità dell’offerta formativa della scuola dell’infanzia. Altre sperimentazioni, pur partendo da ottime premesse (emblematica quella del RAV Infanzia), hanno poi tradito aspettative, coinvolgimenti ed opportunità, deludendo e mortificando tutte le figure coinvolte nella loro realizzazione e vanificando gli sforzi messi in atto.

La qualità dei percorsi deve essere un valore condiviso e perseguito, e il ministero dell’istruzione deve assumere pienamente il ruolo di regia affidatogli dal Decreto Legislativo 65/2017.

 Anche la ricerca in campo accademico dovrebbe rafforzare il proprio impegno a sostegno di una qualificata politica per l’infanzia.  Il nostro Coordinamento ha avviato alcune considerazioni sull’effetto che la sovraesposizione ai device digitali dei bambini, fin dall’età del “passeggino” può avere sull’apprendimento la socializzazione, le fasi di sviluppo e consideriamo il fenomeno bisognoso di un approfondimento su basi scientifiche.

 Qualcosa inizia a muoversi, ma insegnanti e educatori e le educatrici non possono essere lasciati soli ad indagare  e contenere effetti di fenomeni in continua  mutazione.   

A fronte di una frequenza che, fino a pochi anni fa si attestava sul 97% dei bambini/e di 3-6 anni, attualmente vi è stato un calo fino al 92,16%. Giancarlo Cerini ci ricordava che alcune fasce sociali, ormai, evitano di iscrivere i bambini alla scuola dell'infanzia pubblica per vari motivi, fra cui, in alcune realtà, i costi troppo elevati dei servizi afferenti.

 È facile predire che alla diminuzione della frequenza della scuola dell’infanzia cresceranno ancora di più i livelli di abbandono precoce e di dispersione scolastica, sfociando nell’incremento dei NEET.

 È necessario introdurre azioni efficaci per sostenere la domanda da parte delle famiglie e l’offerta educativa, garantendo la frequenza a tutte le bambine e i bambini. In questa direzione non vanno certo i tagli che annualmente si programmano sugli organici. Quest’anno risultano ancor meno giustificabili rispetto alla restituzione che dovremmo ai bambini  degli stimoli e delle opportunità loro forzatamente sottratte a seguito della pandemia.

 Le  conseguenze sono già immaginabili se i dati della Indagine IEA PIRLS 2021   hanno evidenziato un arretramento  nelle capacità di lettura dei bambini di  4^ elementare, riportata indietro di 20 anni, secondo la lettura che ne ha dato l’Invalsi tre giorni fa.  

 La Conferenza mondiale sulla cura e l'educazione per la prima infanzia promossa in Uzbekistan dall'Unesco ha rimarcato che sono proprio i primi 2000 giorni di vita a sollecitare il maggiore potenziale dei bambini.

 La possibilità o meno di partecipare ad attività educative fin dall’età del nido è determinante per l’intero ciclo di sviluppo e ancor di più quando questo avviene in un contesto qualificato e ricco di esperienze con i propri pari.

 È inoltre dimostrato dalle ricerche che entro l'ottavo anno di età si registra il maggiore sviluppo cerebrale, creando, di fatto, la “finestra” cruciale di opportunità di istruzione.

 Appare, secondo noi, necessario che un patrimonio di conoscenze, di approfondimenti ed una riflessione onesta sulle problematiche che vengono rappresentate diventino elementi di confronto, sia con i decisori politici, sia con coloro che si occupano di ricerca in campo educativo.

Le questioni che si frappongono allo sviluppo di una vera cultura dell’infanzia, che tanto spesso noi abbiamo evidenziato nel corso della nostra attività permangono e debbono trovare risposte per la comunità educante, per la società, per le bambine e i bambini e per le famiglie che ne hanno bisogno.

Tali esigenze sono ben definite anche nei documenti elaborati dalle varie commissioni di studio e di lavoro insediate all’interno dei diversi ministeri, cabine di regia, come quelle per la predisposizione del PANGI (Piano Nazionale di Garanzia Infanzia) e per gli indirizzi pedagogici, in merito alle quali notiamo spesso una difficoltà di dialogo, ma le cui conclusioni dovrebbero costituire la base fondante delle decisioni da assumere secondo principi di coerenza.

 Confidiamo nel ruolo della cabina di regia appena insediata presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito, ma auspichiamo soprattutto la maturazione di una più incisiva e diffusa sensibilità verso i diritti delle bambine e dei bambini. Il recupero di una buona prassi per il confronto potrebbe essere rappresentato da una Conferenza nazionale per il sistema integrato, in cui affrontare a viso aperto le difficoltà e le preoccupazioni dei diversi soggetti coinvolti e sviluppare una condivisa strategia di attuazione.

Fondamentale è partire dai documenti di recente elaborazione in cui si sottolinea chiaramente che la Scuola dell’Infanzia ha un ruolo centrale per lo sviluppo sociale.

 Le Indicazioni nazionali per il curricolo del 2012, le Indicazioni e i nuovi scenari del 2018, le Linee pedagogiche per il sistema integrato 0-6 del 2021 mettono in risalto la sua importanza come “parte integrante del percorso formativo unitario” e sottolineano la rilevanza del suo contributo nell’elaborazione del curricolo verticale.

Anche le Linee Pedagogiche sottolineano l’importanza cruciale che la scuola dell’infanzia assume all’interno del curricolo verticale con “una funzione di cerniera” che favorisce il dialogo ed il collegamento tra lo 0-6 ed il primo ciclo.

Le Linee Pedagogiche non sostituiscono, di fatto, i documenti di riferimento quali: Orientamenti per i servizi 0-3 e le Indicazioni Nazionali, ma valorizzano l’identità dei due segmenti 0-3 e 3-6, costituendo una cornice comune di riferimento di alto profilo pedagogico, nel rispetto della loro specificità, storia  e identità a corredo di tutte le azioni che prevengono la povertà educativa, l’abbandono precoce, l’insuccesso formativo.

 Tra gli interventi individuati dal decreto legislativo 65/2017, per la costruzione del sistema integrato e per la realizzazione di “ponti organizzativi e funzionali tra le strutture, sostenendo la qualità di tutta l’offerta educativa” troviamo la formazione in servizio di tutto il personale, l’estensione dei Poli per l’infanzia, il consolidamento e potenziamento delle sezioni primavera e l’istituzione dei Coordinamenti pedagogici territoriali.

 Analizzando lo stato dell’arte della positiva innovazione dei Coordinamenti, raccogliamo indicazioni di grande disparità nelle diverse Regioni. Qualcosa si sta muovendo ma molto lentamente, a macchia di leopardo e ancora poco concretamente. Nella maggior parte delle regioni nulla è stato fatto. Dove sono stati avviati i primi tavoli di confronto, emergono numerosi elementi da tenere in considerazione per via delle forti differenze, anche organizzative, esistenti tra servizi e scuole dell’infanzia.

 Spaesamento rispetto alle funzioni e ai compiti dei diversi protagonisti, linee poco chiare rispetto al cammino da intraprendere.

 Pare prioritaria la conoscenza e la costruzione di un dialogo funzionale tra contesti molto diversi e il tentativo di chiarire ruoli, come ad esempio quello del coordinatore pedagogico, che viene individuato ed inteso in modalità differenti all’interno della scuola dell’infanzia e dei nidi d’infanzia.

 La costruzione del sistema integrato chiede molta energia, impegno e desiderio di stare in ricerca. Siamo solo all’inizio, ma forse sarebbe necessaria più chiarezza e maggior coordinamento.

 Una pratica controproducente a tal proposito è risultata, a nostro avviso, quella di sottrarre dagli organici provinciali un docente di scuola dell’infanzia in qualità di coordinatore, con l’effetto di ridurre, in caso di mancata sostituzione, ulteriormente il numero provinciale delle sezioni attivabili, su cui anche per il prossimo anno scolastico si abbatte un nuovo taglio.  Non può essere il solo fattore demografico in drammatico calo ad influenzare le decisioni dettate da esigenze di bilancio, dopo tutto ciò che è stato richiamato fin qui, il taglio delle sezioni trasforma la possibilità per tante bambine e tanti bambini di frequentarla nella sua negazione, con pessime conseguenze sull’intero arco della vita. 

 Dal punto di vista del Coordinamento non sono in questa fase le risorse finanziarie a mancare.

 I maggiori danni si registrano per l’indifferenza, l’incuria con cui le politiche per l’infanzia vengono solo annunciate e spesso poco perseguite (le recenti dimissioni della Presidente della Commissione PANGI rafforzano questo convincimento), mentre il futuro della nostra società, l’infanzia, richiede cura, attenzione, impegno e investimenti ad ogni livello.


 

 

 

 

 

 

giovedì 11 maggio 2023

I GRANDI EVENTI GIUBILARI


 Dal 28 ottobre al 2 novembre 

il Giubileo per gli educatori

 

-  di GIANNI CARDINALE

 

La data di apertura e di chiusura del Giubileo verrà ufficialmente formalizzata con la Bolla di indizione del Giubileo, che verrà pubblicata secondo tradizione per la festa dell’Ascensione, il 9 maggio del prossimo anno, 2024. Da parte delle autorità civili coinvolte si è detto che sarà l’8 dicembre del 2024, ma ovviamente si tratta di una affermazione che ancora non può avere il carattere dell’ufficialità. Almeno per la Santa Sede. L’arcivescovo Rino Fisichella ha comunque confermato che il Giubileo ordinario inizierà con l’apertura della Porta Santa della Basilica di San Pietro nel mese di dicembre 2024. Allo stesso tempo la Sezione del Dicastero per l’evangelizzazione da lui guidata come pro-prefetto, e che ha avuto l’incarico da Papa Francesco di preparare e celebrare l’importante evento ecclesiale, ha diffuso ieri il calendario riguardante i “grandi eventi giubilari”. Di quegli eventi cioè, «che per loro natura attirano un grande concorso di popolo a Roma». Come il Giubileo dei giovani, dei movimenti, confraternite, catechisti, del mondo del lavoro, della scuola. In pratica quello rilasciato ieri è il calendario dei momenti che richiedono «una preparazione più dettagliata per consentire uno svolgimento coerente con l’esperienza di fede». Oltre a questi eventi che «coinvolgeranno verosimilmente milioni di pellegrini da tutto il mondo», nel calendario non vengono segnalate le centinaia di manifestazioni giubilari che invece vedono coinvolte le diocesi, i gruppi parrocchiali, le singole associazioni e i singoli pellegrini. Monsignor Fisichella ha precisato che ai pellegrini comunque sarà sufficiente iscriversi sulla piattaforma a cui si accede dal sito www.iubilaeum2025. va per interloquire con il Dicastero e avere accoglienza. E per facilitarne l’organizzazione il presule ha specificato che ai gruppi molto numerosi, come ad esempio le diocesi, e per garantire l’accoglienza, sarà richiesto di contattare direttamente il Dicastero.

Ma veniamo al calendario dei “grandi eventi giubilari”. Si comincia il 24 gennaio 2025, memoria liturgica di San Francesco di Sales, con il Giubileo del mondo della comunicazione. A febbraio abbiamo quelli di Forze armate, Polizia e di sicurezza (8/9), degli artisti (15/18), dei diaconi permanenti (21/23). A marzo sarà la volta del Mondo del volontariato (8/9), delle 24 ore per il Signore (28), e dei Missionari della Misericordia (29/30, Domenica Laetare). Ad aprile sono fissati il Giubileo degli ammalati (5/6), dei cresimandi (25/27), delle persone con disabilità (28/30). A maggio quello dei lavoratori (1°/4), degli imprenditori (4/5), delle bande musicali (10/11), delle Confraternite (16/18), di chi celebra la prima comunione (23/25), delle famiglie (30 con il 1° giugno). A giugno poi si susseguono quello dei movimenti e associazioni (7/8), della Curia romana e dei nunzi (9), dello sport (14/15), dei governanti (21/22), dei seminaristi (23/24), dei vescovi (25), dei sacerdoti (26/27), delle Chiese orientali (28). Il 13 luglio ci sarà il Giubileo dei detenuti e il 28 luglio-3 agosto quello dei giovani. A settembre sarà la volta del Giubileo della Consolazione (14/15), degli operatori di giustizia (20/21), dei catechisti (26/28). A ottobre quello dei nonni (4/5), della vita consacrata (8/9), della spiritualità mariana (18/19), del mondo missionario (18/19) e di quello educativo (28 e fino al 2 novembre). Infine, a novembre il Giubileo delle persone socialmente escluse (15/16) e quello dei Cori e delle corali (21/23).

Monsignor Fisichella ha anche informato che a partire da giugno nei locali di via della Conciliazione 7, sarà inaugurato il Centro Pellegrini - Info Point. Un punto di riferimento aperto a quanti desiderano essere informati sull’Anno giubilare.

 www.avvenire.it

 

lunedì 9 gennaio 2023

INSEGNARE LA FRATERNITA'

 

Preghiamo perché gli educatori siano
testimoni credibili, insegnando la fraternità anziché
la competizione e aiutando in particolare i
giovani più vulnerabili.

VIDEO DEL PAPA GENNAIO



   Il Papa: preghiamo per gli educatori, testimoni credibili e maestri di fraternità

Nel video con l’intenzione di preghiera per il mese di gennaio, diffuso oggi dalla Rete Mondiale di Preghiera, e dedicato agli educatori, Francesco propone di aggiungere alle materie d’insegnamento la fraternità, “anziché la competizione”. Aiutando in particolare “i giovani più vulnerabili”. L’educatore, spiega, “è un testimone che non dona le sue conoscenze” ma “il suo impegno vissuto”

 - di Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

 Insegnare la fraternità

“Vorrei proporre agli educatori di aggiungere una nuova materia all'insegnamento: la fraternità”. Si apre così l’intenzione di preghiera di Papa Francesco per il mese di gennaio, dedicata agli educatori, perché “siano testimoni credibili, insegnando la fraternità anziché la competizione e aiutando in particolare i giovani più vulnerabili”. Nel primo video del 2023, diffuso per l’ottavo anno consecutivo dalla Rete Mondiale di Preghiera del Papa, Francesco, in spagnolo, ribadisce l’importanza dell'attività educativa nella sua interezza, perché l’insegnamento va ben oltre il contenuto.

L' educazione: atto d'amore che illumina il cammino

Per il Pontefice, l'educazione “è un atto d'amore che illumina il cammino, perché possiamo recuperare il senso della fraternità, per non ignorare i più vulnerabili”.

L'educatore è un testimone che non dona le sue conoscenze intellettuali, ma le sue convinzioni, il suo impegno vissuto

 

Vatican News

 







domenica 26 gennaio 2020

ADOLESCENTI, L'ARTE DI ACCOMPAGNARLI


Servono più genitori ed educatori 
e meno psichiatri

 


Bellezza, denaro, morte, corpi, vecchiaia, attesa, le droghe che sono una maschera. Lo psichiatra racconta con onestà gli adolescenti di oggi. «La soluzione migliore per lavorare con loro è accettare e dire che non sappiamo chi sono. E aggiungo: essere adolescenti significa, prima di tutto,"essere contro". Preoccupatevi quindi di quelli che non hanno conflitti»

 

Vittorino Andreoli, psichiatra, è intervenuto durante il seminario “Adolescenti e dipendenze” organizzato dalla Fondazione Exodus di don Mazzi. Andreoli restituisce un’immagine degli adolescenti inedita. E per farlo parte della dipendenza: «Il problema della dipendenza è grande. Ma per parlarne dovremmo partire dalla nostra vita e della società, solo così possiamo capire quella dei nostri figli».
Chi sono gli adolescenti di oggi?
Non c’è nessuna dottrina in grado di spiegare chi è l’adolescente. Vive dentro la società ma muta continuamente. La soluzione migliore per lavorare con loro è accettare e dire che non sappiamo chi sono, solo cosi potremmo conoscerli meglio. Poi, bisogna guardare all’adolescenza nel mondo e nell’ambiente. Non è possibile separare i ragazzi, decontestualizzarli. Mi chiedete chi sono gli adolescenti? Per me giovani che vivono in un’età difficile ma piena di fascino e che meritano di essere non aiutati ma capiti. Io non ho formule, sia chiaro, ma solo alcune considerazioni.
Quali?
La prima – fondamentale – è che l’adolescenza non è una malattia. Sembrerà banale sottolinearlo, ma ormai c’è la tendenza a considerarla tale appena si presenta un problema, anche minimo. L’adolescenza è una fase dell’esistenza che ha delle caratteristiche precise. Come la vecchiaia d’altronde, che pure è una fase straordinaria dell’esistenza con caratteristiche proprie da cui non bisogna scappare, anzi bisogna viverle perché hanno grande senso e valore nel mondo sociale. Ecco la vecchiaia c’entra molto con l’adolescenza. Questi giovani hanno bisogno dei vecchi, del rapporto con i nonni: perché la figura del nonno rappresenta la storia e bisogna far sentire all’adolescente che anche lui si inserisce in una storia, e la storia si capisce solo in relazione a chi è più grande. Adolescenza e vecchiaia non sono diversissime tra loro.
In alcuni adolescenti la bellezza è diventata un trauma. Se non sei bello sei da buttare.
Da cosa è caratterizzata questa età?
Essere adolescenti significa, prima di tutto, essere contro. E questo dipende da una percezione del mondo che vorrebbero diverso. Ma non perché non gli piaccia la famiglia, la mammà, il papà, o la casa. Ma perché in qualche modo devono trovare un equilibrio, una sincronia tra il loro mondo che sta cambiando e quello che hanno attorno. “Sono contro” perché non si sentono più simmetrici: l’adolescenza è una metamorfosi. E sono conviti che sia il modo a dover cambiare e non loro ad aspettare di cambiare, di trasformarsi appunto.
Non sanno aspettare?
Bisogna amarla l’attesa. Oggi, e questo non riguarda più solo gli adolescenti, nessuno sa più aspettare. Si vuole tutto subito. Invece l’attesa vuol dire poter vedere che cos’è la crescita, la curiosità. Attesa significa saper immaginare. Quello che dobbiamo insegnare è la pazienza. Ma “essere contro” non significa conflitto, non è una patologia. Abbiamo considerato il conflitto una patologia per molti anni. Senza accettare che esiste anche un conflitto positivo, che alla fine è quello che si verifica con più frequenza negli anni dell’adolescenza. “Essere contro” è fondamentale, preoccupatevi di quelli che non hanno conflitti.
Quali sono le altre possibilità?
Poi ci sono le adolescenze difficili e quelle malate, ma non sono la regola. È questo che dobbiamo capire.
In quanti modi si può essere contro?
Io ne riconosco tre. Utilizzando la trasgressione, i ragazzi che seguono le regole e in maniera ritmica le infrangono per poi rientrarci. Poi si può essere oppositivi. Oppositivo è il ragazzo che dice sempre no a tutto, dice di no anche quando vorrebbe dire sì. L’opposizione è una dipendenza al contrario e in questo caso il ragazzo va aiutato.
Le droghe sono le maschere che gli adolescenti usano perché non si piacciono, con le droghe l’adolescente si percepisce diverso
Vittorino Andreoli
Come si supportano i ragazzi durante gli anni dell’adolescenza?
Nella nostra società c’è bisogno di sicurezza. La nostra è la società della paura. Ogni giorno ci facciamo sollecitare, oltre che da quella esistenziale, anche da tante altre paure. La paura è uno strumento difensivo che ci permette di riconoscere i rischi ma noi la stiamo esasperando. E allora come facciamo da insicuri a supportare gli adolescenti nelle loro insicurezze? Nell’adolescente l’insicurezza ha una via potentissima e privilegiata.
E il rapporto con le dipendenze?
Tutto è cambiato e continua a cambiare velocemente. In 10 anni si sono diffuse altre 600 nuove sostanze. E il rapporto tra gli adolescenti e le sostanze è molto cambiato.
In che senso?
Partiamo dalla bellezza, occupiamoci della bellezza. Ormai è diventata un trauma. Una specie di imperativo. Se non sei bello sei da buttare. Ma sentirsi orrendi è la condizione più ricorrente nell’adolescenza. Proprio perché è una condizione di trasformazione. E gli adolescenti non sanno come cambierà il corpo e se sarà uguale all’immagine stabilita dai giornali di moda. Domina la bellezza di superficie in questa società dei sacerdoti della dieta. Questa società sta ossessionando l’adolescenza. Ma la bellezza è un’altra cosa. C’è la bellezza del modo di fare, del sorriso, dello sguardo. Quindi per evitare che i ragazzi cadano nel circolo delle dipendenze, la prima cosa, è aiutarli parlando con loro della bellezza. Discutere con loro su che cos’è essere belli. Altrimenti si corre il rischio di buttarsi via, e ci sono tanti modi per farlo: usando le sostanze per non sentirsi più brutti, bere cinque bicchieri di vino alla volta perché così si sballano e non si sentono più preoccupati per il naso o non so che cosa. Il secondo tema è il denaro, che è un vero problema per l’adolescente. Perché se non hai quei venti euro li devi avere, diventa una questione di vita o di morte, di morte sociale. Poi se non hai denaro e avverti la bruttezza è difficile girare per strada. Ci sono persone brutte che vogliono morire e la droga si inserisce in questo malessere per essere la maschera. Le droghe sono le maschere che gli adolescenti usano perché non si piacciono, con le droghe l’adolescente si percepisce diverso. Attenua il dolore. La terza parola è la morte. Non si parla mai di morte, la morte è un tabù. Eppure se parliamo di morte possiamo spiegare ai ragazzi che cosa significa essere in questo mondo, e che la vita è un’esperienza straordinaria, basta superare delle difficoltà e non credere che tutto sia legato al denaro.
Dobbiamo dire della bellezza di vivere, raccontare la gioia di vivere. L’amore è una grande cosa e anche il corpo è una cosa meravigliosa, le persone con il corpo si devono amare. Il corpo l’ha dato il Padreterno quindi basta con questi tabù. Basta vederlo come qualcosa di osceno. Il corpo è un’espressione straordinaria, gli educatori la devono raccontare questa cosa ai loro ragazzi. Perché non dire dell’umanità straordinaria e della bellissima storia di essere amati e che se perdiamo – attraverso le sostanze – la sensazione della nostra fragilità queste cose non possiamo ricordarcele.

Testo raccolto durante il seminario “Adolescenti e dipendenze” organizzato dalla Fondazione Exodus di don Mazzi



mercoledì 22 febbraio 2017

EDUCARE: LA CURA e L'ATTESA

Educatori, 
compagni di cordata

di DANIELA POZZOLI

 Educare i giovani è «uno sport di squadra »: nel secondo giorno del XV Convegno nazionale di pastorale giovanile («La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana»), in corso a Bologna fino a giovedì, la figura dell’educatore prende sempre più forma attraverso le parole dei relatori.
E il pubblico, formato da 700 incaricati di pastorale giovanile arrivati da tutta Italia, riempie i taccuni. Sono qui per ascoltare gli esperti, ma anche per scambiarsi esperienze e modi diversi di affrontare il proprio compito. Tra un piatto di pasta al forno alla bolognese e un dessert ipercalorico perché come ripete spesso l’«anima » di questo incontro, don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile: «I convegni si fanno anche a tavola».
L’educatore è una persona che «impara a sua volta dai ragazzi», come sostiene il vescovo di Vigevano, Maurizio Gervasoni, che ha celebrato la Messa di apertura dei lavori di oggi, «è colui che oltre a portare la testimonianza della sua vita – ha spiegato – ascolta le persone e si prende cura degli altri, lasciandosi da questi anche istruire. Perché ogni testimone mi permette di allargare la mia esperienza di vita e di mettermi in gioco».
Questo adulto ha altre caratteristiche che lo contraddistinguono: sa parlare al plurale e non dice mai «i miei ragazzi», ma coinvolge anche altre figure; sa pronunciare dei «no» al momento giusto perché non teme di essere meno amato; è paziente e non pretende subito di vedere i risultati che purtroppo spesso non arrivano; è «regista», cioè accompagna i giovani, ne favorisce la crescita, li conduce dentro a una trama; è «medico» perché li ascolta, loro che sono come vasi d’argilla, e li tocca con un abbraccio o una pacca sulla spalla per far sentire la sua presenza; ma è anche la persona che li allena ad amare il sentiero.
Perché, come ha spiegato l’arcivescovo di Modena-Nonantola, Erio Castellucci, facendo riferimento al suo passato scout, solo facendosi compagni di vita è possibile essere adulti credibili. «Quando andavo in route di strada – ha ricordato – mi spendevo nel motivare il significato del sentiero. Davanti a un cammino, spesso ripido, dicevo ai ragazzi: 'Vedete quella meta? Non è la stessa cosa raggiungerla a piedi sudando e faticando o arrivarci in seggiovia belli riposati. Se ce la sudiamo la gusteremo di più, sarà nostra per sempre'. Non li ho mai convinti, questo è sicuro, ma sono certo che sia così». L’educatore insomma non è chi, stando seduto, indica il cammino, suggerisce come non finire fuori strada o come rialzarsi: «È piuttosto chi cammina a fianco dei ragazzi – riprende Castelucci –, tiene il loro passo, li incoraggia, raccontando la sua fatica perché è un atto educativo anche comunicare le proprie difficoltà, i propri fallimenti e dubbi. I ragazzi hanno bisogno di sentire che i loro educatori non sono dei supereroi, ma donne e uomini che credono nella meta, nel Vangelo di Gesù e, anche se facendo fatica, cercano di raggiungerla». (Su questo tema è intervenuta la pedagogista Chiara Scardicchio di cui diamo conto nell’intervista qui di fianco).
Chi educa si muove per conto dalla comunità cristiana e «la comunità che educa – riprende l’arcivescovo di Modena – è costituita da tutti i collaboratori pastorali: anche i volontari del Centro d’ascolto o gli animatori della liturgia. A questo livello occorre vincere una tentazione: l’apertura della caccia, dove la specie più ambita è quella dei giovani e dove tutti chiedono di arruolarli nelle loro fila. Ma la pastorale non può diventare una campagna di arruolamento, è piuttosto un gruppo di giovani che, attraverso un discernimento guidato, intreccerà la sua attività con i diversi ambiti della comunità.
L’Agesci, per fare un esempio, invita i ragazzi a fare servizio anche fuori dall’associazione per riportare poi nel gruppo scout la ricchezza delle esperienze vissute». Sarebbe molto facile adottare con i giovani, tira le somme Castellucci, «una pastorale degli scacchi: bianco o nero, giusto o sbagliato, regolare o irregolare. Ma è una pastorale statica che ha come unica preoccupazione collocare e classificare, mentre qui si tratta non di giudicare, ma di accompagnare nella vita».

La pedagogista.
«Porre domande e saper stimolare la ricerca»
Racconta di essere stata una «secchiona», ma di aver dovuto ripensare la propria esistenza per vivere nel migliore di modi una maternità difficile dopo la nascita della figlia Serena, affetta da autismo. Chiara Scardicchio, barese, pedagogista e ricercatrice all’università degli studi di Foggia, non si nasconde: «I libri e la cultura erano la mia coperta di linus, ma non servono a niente se non ci si interroga su chi siamo. E questo a volte avviene, come nel mio caso, all’interno di un percorso fatto di dolore, redenzione, bellezza che al momento ti spiazza ma poi ti fa risorgere». Scardicchio, mamma e pedagogista, non ha ricette da offrire alla platea di addetti ai lavori che la ascolta attenta nell’hotel bolognese che ospita il convegno nazionale di pastorale giovanile. Può solo testimoniare che il «buon educatore », tema dell’incontro, è una persona «in continua ricerca», onesta con se stessa e coraggiosa.
«L’educatore deve essere innanzitutto un adulto – spiega la ricercatrice che si occupa dal 1997 di progettazione e formazione negli ambienti dell’educazione e della cura –, mentre spesso, soprattutto in oratorio, si tratta di ragazzi troppo giovani. Deve avere competenze particolari, la prima è saper lavorare su se stesso con autenticità. Una persona che sappia guardare alla propria storia e alle proprie sofferenze e che nutra un desiderio appassionato di non smettere di cercare». In questo «mestiere» così difficile, per Scardicchio però il cuore non basta. «Cruciale per la crescita di un ragazzo – prosegue – è fargli domande senza però fornirgli risposte già pronte, perché significa sottovalutarlo. Invece un buon educatore-ricercatore è chi cammina al loro fianco, impara a osservare e soprattutto li sprona alla ricerca ».
Anche essere presi solo da obbiettivi pratici da realizzare è un errore. «Noi adulti – dice ancora – siamo credibili non quando siamo perfetti ma quando siamo in grado di vedere la nostra fragilità e di lavorare su di essa». Progettare dunque è il verbo. «Significa movimento, smottamento, innamoramento – conclude –. Innamorarsi della realtà coincide con il rischio e con la creazione. Col desiderio di ingravidare, col proprio slancio, il reale. È questo il senso della pedagogia fertile che fonda ogni progettazione».
Daniela Pozzoli

Da AVVENIRE, 22.02.2017


martedì 31 gennaio 2017

31 gennaio - SAN GIOVANNI BOSCO, patrono degli educatori


Fondatore dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, fu canonizzato alla chiusura dell’anno della Redenzione nel 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò «padre e maestro della gioventù». «Alla scuola di don Bosco, noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri», disse san Domenico Savio.




lunedì 13 maggio 2013

EDUCARE NEL TEMPO DELLA POSTMODERNITA'

LE SFIDE DELLA POST-MODERNITA'

Viviamo in una società molto diversa da quella di cinquant'anni fa. Raramente, però, ci si interroga sul significato e le conseguenze di queste radicali trasformazioni in rapporto all'educazione. Dipende anche da questo se spesso genitori, insegnanti  catechisti, hanno l'impressione di non riuscire più a incidere sui giovani. Il fatto è che i loro messaggi si rivolgono a interlocutori inesistenti, quelli di ieri, perchè non intercettano gli interessi, i problemi, la mentalità di quelli di oggi, che hanno sotto gli occhi, ma che non vedono. La recente pubblicazione di Giuseppe Savagnone (esperto in problematiche socio-educative)  si propone di aiutare gli educatori a  prendere coscienza dei cambiamenti  in corso e a superare, così, l'abisso culturale che li separa dai loro ragazzi. Questo sforzo di comprensione può consentire di andare oltre la sterile recriminazione sul passato e di stabilire con le nuove generazioni un dialogo reale, che rispetti le conquiste e gli elementi positivi del clima culturale post-moderno in cui siamo immersi, pur sollecitando un'adeguata consapevolezza di quelli più problematici.

Giuseppe Savagnone, EDUCARE NEL TEMPO DELLA POST-MODERNITA' - Elledicì editrice, Torino,  2013, pagg. 126, € 9,00