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venerdì 15 agosto 2025

ISOLAMENTO DIGITALE

 Isolamento digitale dei giovani, l’allarme di Daniele Novara: abitudini notturne, video brevi e calo del rendimento spingono verso regole condivise e uso cooperativo dei device in classe

Di Andrea Carlino

Intervento denso e frontale quello di Daniele Novara a EduFest 2025, dove il pedagogista ha rilanciato il tema dell’“isolamento virtuale” degli adolescenti, collegandolo all’appello promosso con Alberto Pellai.

“Chiediamo al governo di impegnarsi perché nessun ragazzo o ragazza abbia uno smartphone personale prima dei 14 anni e un profilo social prima dei 16 ha ricordato, sottolineando la natura regolatoria e non proibizionista della proposta. L’intervento si è inserito nella Sessione “Equilibri in digitale” del programma ufficiale del festival, ospitato al Parco di Villa Ghirlanda, con focus su connessione e rischio di isolamento nelle nuove generazioni.

“Ragazzi agganciati agli schermi”: i dati e i rischi per la scuola

Novara ha richiamato le evidenze emerse dalle ricerche recenti, citando lo studio EYES UP dell’Università di Milano-Bicocca guidato da Marco Gui, che documenta l’effetto dell’accesso precoce a smartphone e social media sul rendimento scolastico e sulle disuguaglianze educative, con dati longitudinali su 6,609 studenti lombardi e correlazione con i risultati INVALSI. Dal report emergono abitudini diffuse: oltre il 50% dello smartphone “appena svegli”, il 22% anche “durante la notte”, il 98% su video brevi e il 51% a tavola, elementi che alimentano frammentazione attentiva e peggioramento degli esiti tra chi ha iniziato molto presto a usare i social.

Una cornice che, secondo Novara, interpella direttamente la scuola, già oggetto della stretta ministeriale sull’uso dei cellulari in classe fino alla terza media, misura che il ministro Valditara ha definito coerente con l’appello dei pedagogisti.

Linee operative: limiti d’età, notti “device free”, centralità del gruppo

Nel passaggio più operativo, Novara ha proposto una serie di indicazioni “di sopravvivenza educativa” in attesa di una cornice normativa uniforme: niente video nei primi tre anni; tempi video contenuti e progressivi nell’infanzia; stop allo smartphone fino alla prima superiore; “nessun dispositivo digitale di notte”; evitare l’uso “promiscuo” dello smartphone dei genitori; mantenere la possibilità di verifica dei device in età minorile; privilegiare carta e penna per la lectoscrittura nella primaria; uso delle tecnologie a scuola solo in modalità comune e cooperativa, non individuale.

“L’alternativa all’addiction digitale è il gruppo: stare insieme, fare compagnia” ha scandito, legando il contrasto all’isolamento virtuale alla ricostruzione di comunità educanti e a un’“alleanza” tra famiglie, scuole e istituzioni, in linea con il patto per il benessere digitale presentato dai Comuni dell’area Nord Milano nel contesto del festival.

Orizzonte Scuola

mercoledì 26 giugno 2024

I TRAFFICANTI SONO CRIMINALI

 


Aiutiamo chi cade 

nella schiavitù della droga. 

 

La catechesi dell'udienza generale tutta dedicata alla tragica realtà delle tossicodipendenze in occasione dell'odierna Giornata mondiale Onu contro l’abuso e il traffico illecito di droga. La liberalizzazione del consumo di droghe come strategia per il suo contenimento "è una fantasia", afferma Francesco, che indica la prevenzione come via prioritaria. E definisce coloro che alimentano questo mercato "assassini e trafficanti di morte"

 

-       -  di Adriana Masotti - Città del Vaticano

 

"Di fronte alla tragica situazione della tossicodipendenza di milioni di persone in tutto il mondo, di fronte allo scandalo della produzione e del traffico illecito di tali droghe, non possiamo essere indifferenti". In occasione della Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga che ricorre oggi, Francesco dedica a questa piaga sociale la catechesi all'udienza generale di questo mercoledì, 26 giugno, in piazza San Pietro. Tema della Giornata istituita dall'Onu nel 1987 è "Le prove sono chiare: bisogna investire nella prevenzione."

Ogni persona ha la dignità di figlio di Dio

Se, come aveva affermato san Giovanni Paolo II, l'abuso di droga danneggia ogni comunità in cui è presente, Francesco ricorda che l'attenzione è sempre dovuta ad ogni persona coinvolta nel suo utilizzo. E, citando ciò che aveva detto ai partecipanti all'incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze il 24 novembre 2016, afferma:

Ogni tossicodipendente "porta con sé una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata e, per quanto possibile, guarita e purificata. Continuano ad avere, più che mai, una dignità, in quanto persone che sono figli di Dio. Tutti hanno una dignità"

Porre fine alla produzione e al traffico

Il Papa cita poi le severe parole di Benedetto XVI che esortava i trafficanti a riflettere "sul male che stanno facendo a una moltitudine di giovani e di adulti", tenendo presente che Dio ne chiederà loro conto. "Sono degli assassini", afferma Francesco che entra poi nel merito di che cosa sia necessario fare per fermare l'uso delle droghe:

Una riduzione della dipendenza dalle droghe non si ottiene liberalizzandone il consumo - questa è una fantasia - , come è stato proposto, o già attuato, in alcuni Paesi. E questo: si liberalizza e si consuma di più. Avendo conosciuto tante storie tragiche di tossicodipendenti e delle loro famiglie, sono convinto che è moralmente doveroso porre fine alla produzione e al traffico di queste sostanze pericolose. Quanti trafficanti di morte ci sono – perché i trafficanti di droga sono trafficanti di morte! – quanti trafficanti di morte ci sono, spinti dalla logica del potere e del denaro ad ogni costo!

La prevenzione quale via prioritaria di contrasto

Francesco indica quindi la prevenzione come "via prioritaria" di contrasto all'abuso di droghe. Attingendo alle sue esperienze personali il Papa aggiunge:

Nei miei viaggi nelle diverse diocesi e Paesi, ho potuto visitare diverse comunità di recupero ispirate dal Vangelo. Esse sono una testimonianza forte e piena di speranza dell’impegno di preti, consacrati e laici di mettere in pratica la parabola del Buon Samaritano. Così pure sono confortato dagli sforzi intrapresi da varie Conferenze episcopali per promuovere legislazioni e politiche giuste riguardo al trattamento delle persone dipendenti dall’uso di droghe e alla prevenzione per fermare questo flagello.

Preghiera e impegno contro la droga

A titolo di esempio ricorda la rete de La Pastoral Latinoamericana de Acompañamiento y Prevençión de Adicciones (PLAPA) che condivide esperienze e difficoltà in fatto di lotta alla droga, e i vescovi dell’Africa Australe che nel novembre 2023 hanno convocato una riunione sul tema “Dare potere ai giovani come agenti di pace e speranza”. Nessuno può rimanere indifferente, afferma il Papa, di fronte "alla tragica situazione della tossicodipendenza", e allo "scandalo della produzione e del traffico illecito". Il nostro modello è Gesù. Riproponendo quanto da lui scritto nel Messaggio ai partecipanti al 60th Congresso Internazionale dei Tossicologi Forensi il 26 agosto 2023, dice ancora:

Sullo stile della sua prossimità, siamo chiamati anche noi ad agire, a fermarci davanti alle situazioni di fragilità e di dolore, a saper ascoltare il grido della solitudine e dell’angoscia, a chinarci per sollevare e riportare a nuova vita coloro che cadono nella schiavitù della droga.

Il Pontefice conclude invitando anche a pregare per "questi criminali che danno la droga ai giovani". E ribadisce: "Sono criminali, sono assassini. Preghiamo per la loro conversione".

 

Vatican News

 PAROLE DEL PAPA




LA FINE DEL PATRIARCATO


 Nello specchio rotto di Narciso assassino 

la fine del patriarcato

 

L'assassino di Giulia Cecchettin dichiara di fronte agli inquirenti che la ragione più profonda che lo ha spinto a uccidere crudelmente la sua compagna a coltellate è stata la consapevolezza della fine irreversibile della loro relazione.

-         -di  Massimo Recalcati

«Voleva vivere senza di me», dice laconicamente evocando così quel desiderio di libertà - dichiarato da Giulia - che non avrebbe mai potuto accettare. Sì, perché molto frequentemente nei legami caratterizzati da una profonda dipendenza la vita dell'altro non viene percepita come vita libera, vita autonoma, ma solo come il prolungamento della propria personalità. La psicoanalisi ha utilizzato il mito classico di Narciso, raccontato da Ovidio, per spiegare questa strana e paradossale dipendenza che lega il principe dell'amore per sé stessi - Narciso - all'altro in un legame che non tollera la minima separazione. Ma da quale altro Narciso si trova a dipendere? Nel mito si tratta della propria immagine riflessa dalle acque. 

Per un verso Narciso appare fissato nella contemplazione di sé stesso e, di conseguenza, libero da ogni legame nei confronti dell'altro. Ma, per un altro verso, come l'esperienza clinica dimostra, egli si trova a dipendere profondamente dall'altro nella misura in cui è solo attraverso l'altro che egli può coltivare il carattere idealizzato della propria immagine. Questo significa che Giulia molto probabilmente rifletteva l'Io ideale del suo assassino e che quando ella ha dichiarato la fine del suo amore e rivendicato la propria libertà ha irreversibilmente infranto lo specchio che teneva in vita il narcisismo del suo carnefice. Nel mito Narciso perisce perché vorrebbe coincidere con l'immagine ideale che il riflesso delle acque gli restituisce. Ma questa coincidenza è impossibile: lo specchio si rivela sempre una trappola ingannevole. 

Nel caso dell'assassino di Giulia è Giulia stessa, la sua vitalità e la sua intraprendenza, a costituire la superficie dello specchio dove egli riflette il proprio Io ideale. Dunque, colpendola egli colpisce l'ideale irraggiungibile di sé stesso. Se, infatti, Giulia può vivere senza di me, io sono perduto perché insieme a lei perdo tutto me stesso, perdo la mia stessa immagine, perdo ogni valore, sono ridotto a non essere più niente. È questo il punto nevralgico che unisce strutturalmente narcisismo e depressione: se quella che io ritenevo essere parte di me, la mia propria immagine ideale esteriorizzata, dichiara di voler vivere senza di me, lo specchio si rompe e io cado nel vuoto restando senza più nulla. La libertà dell'altro coincide con la mia rovina Non sentirsi più niente è, infatti, l'altra faccia del volersi sentire tutto. 

Il mito di Ovidio si conclude con il suicidio di Narciso che nel tentativo impossibile di raggiungere la sua immagine idealizzata muore affogato nelle acque. Nel caso dell'assassino di Giulia questa dinamica narcisistico-depressiva si staglia sullo sfondo non tanto dell'ideologia del patriarcato, ma del suo irreversibile sbriciolamento. Mentre infatti quell'ideologia si sosteneva sulla sudditanza e sulla minorità (cognitiva e ontologica) della donna rispetto al potere assoluto del maschio, in questo caso è la libertà della donna - la libertà di Giulia - a fare scricchiolare l'illusione del maschio-padrone. 

Rivendicando con determinazione il suo diritto a scegliere chi amare e come vivere, Giulia mostra quanto quell'ideologia stia esalando i suoi ultimi respiri. La risposta feroce e disperata del suo assassino non è rivelatrice di un potere che non vuole tramontare quanto piuttosto del suo tramonto già in corso. 

L'ideologia del patriarcato non è più il cemento ideologico delle società occidentali. Piuttosto essa governa i regimi totalitari, soprattutto quelli di origine religiosa. In quei casi non si manifesta solo come una disperata spinta alla sopravvivenza, ma come bussola valoriale che orienta dall'alto il destino di quei regimi e che dovrebbero suscitare agli occhi dell'Occidente, così tanto bistrattato da quegli occidentali che sputano nel piatto dove mangiano, una condanna senza appello.

Alzogliocchiversoilcielo



lunedì 29 aprile 2024

BAMBINI e CELLULARI


Psicologa Nastri: “L’uso precoce e massiccio di smartphone modifica la massa bianca del cervello

Scuola e famiglia per costruire un rapporto sano con la tecnologia”.

 

INTERVISTA di Andrea Carlino

 A Orizzonte Scuola interviene Federica Nastri, psicologa, criminologa, pedagogista e mediatrice familiare, per un’approfondita analisi del rapporto tra bambini e tecnologia.

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 Nell’era digitale, l’esposizione precoce e spesso incontrollata agli schermi pone serie questioni sullo sviluppo psicofisico dei più piccoli. La psicologa Nastri ci guida alla scoperta dei segnali di un uso problematico della tecnologia, delle conseguenze a lungo termine e di strategie efficaci per genitori ed educatori.

 La maggior parte dei bambini oggi entra in contatto con i dispositivi digitali già nei primi anni di vita, creando una sorta di “prolungamento” degli arti. Questo rende difficile distinguere tra un uso normale e uno problematico, poiché il problema spesso nasce dall’adulto che fornisce il dispositivo al bambino.

 Come si accompagna un bambino per strada, così bisogna accompagnarlo nel mondo digitale, educandolo alla prevenzione dei rischi. Condividere esperienze personali e aprire un dialogo basato sulla fiducia può aiutare i bambini a comprendere i pericoli senza spaventarli eccessivamente. Educare i bambini alla gestione del tempo fin dalla tenera età è fondamentale per un uso sano e responsabile della tecnologia. Far sperimentare la noia e l’attesa aiuta a sviluppare la creatività, l’intelligenza emotiva e la capacità di vivere nel mondo reale.

 La dipendenza digitale può influenzare negativamente il rendimento scolastico, distogliendo l’attenzione dagli obiettivi e creando difficoltà cognitive e comportamentali. La scuola, in collaborazione con professionisti della salute mentale, può promuovere un uso sano della tecnologia attraverso programmi specifici e attività che stimolino la sfera emozionale, il contatto con la natura e le persone, lo sport e l’affettività.

 Dottoressa Nastri, quali sono i segnali di un’esposizione eccessiva agli schermi in bambini così piccoli? Come possono i genitori distinguere tra un uso normale e uno problematico?

 Secondo gli studi più recenti, sulle abitudini in ambito tecnologico dei bambini dai 6 mesi ai 4 anni, risulta che il 96,6% utilizza media device e molti di loro iniziano a usarli già nel primo anno di vita.  Comprendiamo quindi che, a oggi, per la maggioranza dei bambini, i dispositivi elettronici rappresentano un vero e proprio “prolungamento” dei loro arti: nascono con loro, crescono con loro, si evolvono con loro inducendoli a una involuzione sotto ogni punto di vista. Fino a un decennio fa potevamo parlare dei “segnali” fondamentali affinché i genitori potessero monitorare l’uso o abuso della tecnologia; ora che l’età di utilizzo è scesa vertiginosamente ai pochi mesi, ahimè, capiamo quanto il problema non dipenda più dal bambino fin troppo piccolo per scegliere individualmente di impiegare il suo tempo muovendo le dita su uno smartphone ma dell’adulto che glielo consegna. Perciò, il tempo trascorso dai bambini molto piccoli davanti agli schermi risulta associato al modo in cui i loro stessi caregiver utilizzano la tecnologia. Pertanto, diviene complicato stabilire già per gli adulti un proprio autocontrollo all’uso, e che ne stabilisca un “uso normale o problematico”. Sicuramente, i primissimi campanelli d’allarme a cui prestare attenzione sono: reazioni spropositate di rabbia e frustrazione, costanti sbalzi d’umore, impulsi incontrollabili nel “controllare” il dispositivo, sintomi d’astinenza nel distacco dall’oggetto vissuto come indispensabile.

 Quali sono le conseguenze a lungo termine di un’esposizione precoce e incontrollata agli schermi sullo sviluppo psicofisico del bambino?

 Il mondo digitale, rimanda al modello stimolo-risposta, nonché qualcosa di astratto rispetto a un pensiero concreto di qualsiasi cosa. L’utilizzo precoce e massiccio di queste tecnologie, cambia il modo di organizzare la conoscenza del bambino così radicalmente da modificare la struttura della massa bianca del cervello e alterare le aree fondamentali per lo sviluppo del linguaggio, delle capacità di alfabetizzazione e delle funzioni esecutive (memoria, attenzione, inibizione, flessibilità cognitiva, pianificazione). Se il bambino impara a usare questi strumenti prima ancora di iniziare a parlare, il rischio è di focalizzare la conoscenza sullo stimolo specifico, piuttosto che sulle relazioni e interazioni tra oggetti, ciò potrà implicare anche ritardo nello sviluppo motorio, aumento di disturbi alimentari, disturbi del sonno, disturbi dell’apprendimento e disturbi comportamentali, depressione infantile, ansia, psicosi, disturbi della personalità, autismo e infine aumento dell’aggressività e violenza.

 Come possono i genitori riconoscere i segnali di dipendenza digitale nei loro figli?

 L’uomo è un essere sociale, geneticamente programmato per sopravvivere aggregandosi con la comunità e la tecnologia più si presta per soddisfare il bisogno di connessione degli esseri umani. Come? Estraniandoli e isolandoli. Sembrerebbe un controsenso, eppure l’isolamento, il disinteresse e la dissociazione rappresentano i segnali più profondi di una dipendenza digitale, susseguiti, come dicevamo dalla necessità di trascorrere un numero sempre più cospicuo di ore in connessione, sono sintomi depressivi o ansiosi, agitazione psicomotoria in caso di riduzione o interruzione, riduzione della vita reale e degli interessi lontani dal digitale.

 Come possono i genitori parlare ai loro figli dei pericoli online in modo che li comprendano senza spaventarli eccessivamente?

 Lascereste mai un bambino da solo per strada? Come gli direste che non può starci da solo? Le infinite vie di internet si snodano tra curve a gomito, discese vertiginose e salite ripidissime, e devono essere ormai considerate come un mondo “reale” e pericoloso in cui un bambino si accompagna e si sostiene. Perciò avviare alla tecnologia (preferibilmente dopo almeno i 4/5 anni) abituando al controllo costante di qualcuno e magari attraverso le app dedicate alle attività di sviluppo sarebbe già un buon modo per indirizzare ed educare alla prevenzione di rischi. Non esiste il discorso perfetto per spiegare la sicurezza informatica ai bambini ma è fondamentale che siano a conoscenza di quanto il mondo virtuale possa nascondere pericoli reali. “Sai, hanno provato a rubarmi l’identità, ed io ho…”, oppure: “Una volta mi hanno preso in giro sul web, così ne ho parlato con la mia famiglia e…”, ecc. ecc. Questi esempi di dialogo possono rappresentare una modalità di apertura all’argomento attraverso l’immedesimazione e la fiducia reciproca, dando così non solo spiegazione delle problematiche ma anche informazioni su come difendersi.

 Come si può aiutare un adolescente a gestire autonomamente il tempo trascorso online e a trovare un equilibrio sano tra vita digitale e vita reale?

 È importante partire dall’infanzia ancor prima che dall’adolescenza, in modo tale da fornire già al bambino piccolo, futuro uomo, quegli strumenti adatti a fronteggiare i passaggi di crescita tanto delicati quanto fondamentali della sua vita. L’educazione al “tempo”, alla dimensione del tempo, alla gestione del tempo e all’impiego di questo sono il principio di ogni sfera umana: individuale, familiare, sentimentale, relazionale e professionale. Far sperimentare la “noia”, senza riempire il “buco”. Far godere dell’attesa, senza azzerarla uccidendo il desiderio. Spronare così alla creatività e indipendenza, sviluppare l’intelligenza emotiva, la possibilità di trasformazione, l’opportunità di evoluzione. Il bambino abituato al modello stimolo-risposta avrà difficoltà a gestire il suo tempo di noia e di attesa, avvertito come “vuoto”. D’altra parte, perderà il suo tempo in quanto estraniato in un mondo virtuale. Educare alla realtà, e quindi a questo “tempo reale”, è il primo passo per l’educazione alla vita digitale e a quell’equilibrio tra l’essere e il non-essere, esistere e scomparire.

 Come cambia il rendimento scolastico in giovani con dipendenza digitale? Può la scuola contribuire a promuovere un uso sano e responsabile della tecnologia tra gli studenti?

 Qualsiasi tipo di dipendenza, e in questo caso nello specifico quella digitale, distrae dall’obiettivo inibendo il raggiungimento dei traguardi. Perciò un dipendente dalla tecnologia avrà come priorità estrema un mondo virtuale lontano dalla realtà e quindi lontano anche dall’interesse per le cose, le persone, le relazioni, lo studio e l’apprendimento. Sarà privato della curiosità proprio perché abituato ad un modello stimolo-risposta che è opposto alla conoscenza profonda e autentica. A ciò si aggiungono le difficoltà cognitive, comportamentali e delle funzioni esecutive alimentate dall’abuso dei dispositivi digitali che implicano disturbi dell’apprendimento e di conseguenza un abbassamento del rendimento scolastico. In particolar modo, le evidenze scientifiche dimostrano come il disturbo di attenzione e iperattività (ADHD) sia correlato a tale dipendenza. Affinché venga fronteggiata una situazione di emergenza simile, è necessario che la scuola collabori innanzitutto con professionisti della salute mentale creando percorsi specifici per genitori/figli, genitori/figli/istituzione scolastica. Solo un costante e collaborativo monitoraggio e potenziamento della sfera emozionale, delle attività a contatto con la natura e le persone, dello sport, e della stimolazione affettiva possono promuovere non solo un uso sano e responsabile della tecnologia, ma di tutta l’intera vita dell’individuo.

 Orizzonte Scuola



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venerdì 12 gennaio 2024

LA "CANNA" MAI E' LEGGERA

Nella letteratura scientifica sempre più evidenze della pericolosità del consumo di cannabis.

 Danni neurologici anche irreversibili tra gli adolescenti, con un contenuto di Thc che dal 5 è salito fino al 50%. Nei nuovi dati diffusi dal Ministero della Salute un capitolo scientifico che fa chiarezza su droghe e giovanissimi.

Al messaggio diffuso nella “Generazione Z” sulla presunta innocuità della cannabis si oppongono i dati delle ricerche su disturbi ed effetti anche gravi.

 

-         -di VIVIANA DALOISO

 Attacchi di panico, ansie, psicosi. Il grande male che sta scavando un abisso nell’esistenza dei nostri ragazzi, e che dal Covid in avanti ha fatto suonare un campanello d’allarme sulla fragilità della loro salute mentale, ha radici profonde che psicoterapeuti e neuropsichiatri negli ultimi mesi hanno cercato di mettere a fuoco mescolando gli esiti dell’isolamento sociale, l’incapacità di relazionarsi e gestire le responsabilità imposte da un mondo adulto sempre più distante, la sovraesposizione tecnologica. 

Non basta. Perché, se è vero che il 28% degli adolescenti in età scolare fa uso di stupefacenti (che per 600mila di loro è la cannabis), l’11% di psicofarmaci e addirittura il 50% di alcol, mescolandolo alle sostanze e alle pasticche, al computo delle cause di tanto disagio bisognerebbe trovare il coraggio di aggiungere una volta per tutte il capitolo dipendenze. L’argomento, invece, risulta per lo più dimenticato. Sul piano politico il dibattito resta viziato da strumentalizzazioni e slogan sempre uguali a sé stessi: l’ultima trovata è quella di una proposta di legge di iniziativa popolare per la coltivazione domestica di cannabis, promossa dalle associazioni radicali. Già trentamila le firme, raccolte con i soliti slogan: che non fa male (anzi, che farebbe persino bene), che l’uso personale deve essere consentito, che in altri Paesi si può acquistare e consumare nei “club” mentre da noi («proibizionisti») no. 

Argomenti persuasivi sul fronte di un’opinione pubblica ormai anestetizzata agli allarmi sulle cosiddette “droghe leggere”, che leggere non sono, senza che ai più giovani venga spiegato il perché. Esagerazioni? Tutt’altro: i dati appena diffusi dal Ministero della Salute sulla presa in carico di chi fa uso di sostanze nel nostro Paese (quasi 130mila persone nel 2022) evidenziano come oltre il 70% dei giovanissimi siano assistiti nei Serd proprio per dipendenza da cannabis. Due su tre. Depressione e psicosi legate al suo consumo i primi scogli da affrontare, proprio come avviene negli ospedali e nei Pronto soccorso, dove oltre la metà degli accessi per abuso di sostanze finisce con una diagnosi psichiatrica. «Niente che stupisca – spiega Antonio Bolognese, professore onorario di Chirurgia generale del dipartimento Pietro Valdoni del Policlinico Umberto I e responsabile scientifico della Commissione istituita dall’Ordine dei medici di Roma e Provincia per la valutazione e la prevenzione dei danni delle cannabis sui ragazzi –. La verità è che la scienza di questi danni parla ormai da anni, per lo più inascoltata».

 Quella che è cambiata è la penetrazione massiccia dei consumi nelle nuove generazioni (con un crollo della “prima volta” fino agli 11 anni) e soprattutto la concentrazione di principio attivo della cannabis: « Oggi quest’ultima risulta del tutto trasformata da coltivazioni intensive e modificazioni genetiche, con un contenuto di Thc che dal 5% è passato al 30% se non addirittura al 50%. È facile immaginare il danno incommensurabile, e sempre più spesso irreversibile, che una sostanza così pesante può avere su cervelli ancora in via di sviluppo, quali sono quelli dei nostri ragazzi fino ai 24 anni». Il consumo di cannabis interferisce infatti con la maturazione cerebrale, modifica comportamenti e capacità decisionali, causa deficit di memoria e di concentrazione (arrivando ad abbassare il quoziente intellettivo fino a 8 punti), altera la percezione della realtà e del pericolo, persino il coordinamento psicomotorio. «Di più, e ciò che è più grave: innesca danni permanenti sulla salute mentale aumentando il rischio di depressione, attacchi di panico e schizofrenia».

Sono le stesse conclusioni a cui è giunto lo scorso settembre lo studio pubblicato sul British medical journal, che per la prima volta ha messo a confronto oltre un centinaio di ricerche e pubblicazioni con l’obiettivo di misurare il rapporto tra rischi e benefici della cannabis. Dimostrando che «i primi superano di gran lunga i secondi» spiega Marco Solmi, lo psichiatra italiano che insegna all’Università di Ottawa e che ha coordinato il gruppo di lavoro. Impressionante il legame evidenziato dagli esperti tra il consumo della sostanza tra i più giovani e le alterazioni del funzionamento cognitivo che possono esporre con facilità agli incidenti stradali, a quelli sul lavoro, ma anche a tendenze autolesionistiche e suicidarie: tutti fenomeni che stanno travolgendo la cosiddetta “Generazione Z”, cresciuta sul piano culturale alla scuola della totale normalizzazione del consumo di cannabis. 

«La considerano una sostanza innocua, ciò che è manifestamente falso – sottolinea Solmi, che in Canada (dove la cannabis si può comprare liberamente) gestisce un centro per psicosi che accoglie sempre più ragazzi segnati dalle conseguenze di un consumo incontrollato – visto che scientificamente di innocuo non esiste nulla. Io non sono proibizionista, non ho ricette politiche, ma come uomo di scienza credo che i ragazzi vadano informati dei rischi che corrono. Di qui la necessità di questo studio, che lo dimostra al di là di prese di posizione ideologiche».

 È quel che tenta di fare anche il professor Bolognese nelle scuole, nelle società sportive e persino negli oratori di Roma con il progetto pilota sostenuto dall’Omceo: «Proviamo ad arrivare prima, già tra gli 8 e i 10 anni, a spiegare ai più piccoli che cos’è la cannabis prima che la incontrino». Serve una consapevolezza che manca, anche tra gli adulti, «anche tra molti medici, che ignorano i rischi del consumo e non trattano più la tossicodipendenza come una malattia. La nostra attività di formazione è rivolta a tutti, con l’obiettivo di una presa di coscienza collettiva».

 Canale Vita

www. Avvenire. it/ Vita


 

martedì 10 ottobre 2023

ADOLESCENTI, GIOCO E WEB

Dipendenza da gioco (e da web) 

A rischio 330mila giovanissimi

 L’età più difficile è quella dei 15 anni, i comportamenti più pericolosi riguardano chi fa abuso di videogiochi, secondo i dati Cnr. Lo psicologo Grosso: l’altra faccia del problema è il ritiro sociale

 

-         di ILARIA SOLAINI

 Hanno trascurato gli amici o perso ore di sonno, pur di rimanere collegati online a “videogiocare”, dicono di sentirsi di cattivo umore, se non possono connettersi a Internet. Quasi 330mila studenti dai 15 ai 19 anni (pari al 14%) mostrano queste fragilità nell’utilizzo del web. «Il gaming si configura come una vera e propria dipendenza» ha spiegato Leopoldo Grosso, psicologo e presidente onorario del Gruppo Abele fondato da don Luigi Ciotti. L’età più a rischio è quella dei 15 anni, mentre i rischi si abbassano dopo i 18 anni. Sono questi alcuni dei dati emersi nell’ambito del Cybersecurity Day – all’Internet Festival 2023 di Pisa, elaborati dal Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto di Fisiologia Clinica. I dati raccontano delle nuove dipendenze causate da Internet e dal gaming anche attraverso alcune installazioni di data visualization, visibili da chiunque fino a domani all’Internet festival, dove si incontrano esperti di robotica, tecnologia e innovazione, umanisti, rappresentanti delle istituzioni, artisti e personaggi del mondo della cultura e dell’arte.

 Tra gli studenti con un profilo di utilizzo di Internet “a rischio” c’è una quota maggiore di altri comportamenti potenzialmente pericolosi, come l’assunzione di sostanze psicoattive o come l’avere un profilo di gioco d’azzardo “problematico”. Al contrario, essere impegnati in attività sportive e l’amore per la lettura sembrano avere una valenza “protettiva” nello sviluppo di comportamenti di gaming problematico.

 Dal cyberbullismo alla dipendenza da social al gaming, i comportamenti a rischio legati all’utilizzo di internet hanno comunque forme e modalità diverse. «Quando il tempo speso a giocare diventa eccessivo, il gaming può risultare pericoloso, influendo negativamente sulle relazioni sociali o sul rendimento scolastico» ha sottolineato lo psicoterapeuta Grosso. Il gaming è molto più diffuso fra gli adolescenti maschi (86%) rispetto alle ragazze (49%): nel 2022 il 7% e il 13% hanno videogiocato più di 4 ore al giorno nei giorni scolastici ed extrascolastici, con percentuali triple tra i ragazzi (9% e 17%). Ma Internet è il vero problema sempre? «Sento spesso i genitori dire mio figlio sta rintanato a casa collegato a Internet: in quei casi, dobbiamo riuscire distinguere quale sia la causa dell’isolamento. 

Il Covid-19 in alcuni casi ha fatto sperimentare come positiva l’esperienza di non avere contatti sociali, e in questo senso è stato un detonatore» ha spiegato Grosso che ha messo la luce su quell’1,6% di studenti intervistati che si è autodefinito Hikikomori, ossia una persona che evita il coinvolgimento sociale, non frequenta praticamente più alcun amico e passa tantissimo tempo davanti a un monitor, isolato nella propria camera. Si stima che in Italia siano circa 38mila: «Il 32% non lascia mai la propria stanza se non per andare a scuola, un quinto esce al massimo una volta alla settimana per uscire con gli amici o praticare attività sportive» ha aggiunto il presidente onorario del Gruppo Abele. 

«Quando ci troviamo di fronte a un ritiro sociale volontario la difficoltà va ricercata nella relazione con i propri compagni di scuola, nel senso di emarginazione e discriminazione che il ragazzo prova. Ed è causa di una grandissima sofferenza» ha spiegato lo psicologo, che ha sottolineato come invece Internet, in questi casi, rimanga «una risorsa, una finestra sul mondo e non la causa diretta della sofferenza. La Rete diventa lo strumento per una socializzazione compensativa che rende più lieve questo ritiro sociale».

Quasi 55mila studenti (2,2%) si sono volontariamente isolati per un periodo di tempo superiore ai 6 mesi, ascoltando la musica (58%), stando sui social network (47%) e giocando online (44%). Il 30% degli studenti ritirati per oltre 6 mesi non ha mantenuto alcun contatto con amici o conoscenti. Tra questi, il 49% ha spiegato di sentirsi escluso o non capito dagli altri, il 44% di non aver amici stretti e il 42% di essere solo. Viene da chiedersi da adulti cosa si possa fare per aiutare i ragazzi in queste condizioni, considerando che un terzo degli Hikikomori ha raccontato che i propri genitori hanno accettato la cosa senza porsi domande. Il 17% non l’ha saputo e solo l’11% si è preoccupato e ha chiamato il medico o la scuola.

«Dietro alle assenze da scuola possono esserci situazioni di sofferenza scolastica, episodi di bullismo, non denunciati né a scuola né ai propri genitori per paura di essere derisi o trattati male » ha denunciato ancora Grosso che è convinto del ruolo centrale della scuola di fronte alle assenze prolungate. Secondo lo psicoterapeuta «è importante che i genitori abbandonino l’atteggiamento morale e moralistico che colpevolizza il ragazzo che non va a scuola. Serve comprensione per capire dove e come aiutarlo».

www.avvenire.it

 

venerdì 8 settembre 2023

CRESCONO I RAGAZZI VITTIME DEL PORNO


 «Sono vittime: 

il porno 

azzera il cervello»

L’erotizzazione precoce genera complesse alterazioni della psiche e incide sul sistema limbica.

ECCO COSA PRODUCE IL CONSUMO COMPULSIVO DI HARD NELLA MENTE DEI GIOVANISSIMI

Lo psichiatra Tonino Cantelmi: proteggiamo i nostri ragazzi, questa è una dipendenza gravissima. «I nostri figli andrebbero protetti e non lo sono. L’eccesso pornografico ruba la capacità di costruire intimità sane. Le conseguenze sullo sviluppo psicoaffettivo sono gravissime»

- di LUCIANO MOIA

«Eravamo cento cani sopra una gatta. Una cosa così l’avevo vista solo nei video porno». Più che una frase una pugnalata, quella pronunciata da uno dei ragazzi protagonisti dello stupro di Palermo. Immagine rivoltante che racconta bene purtroppo come il porno, con tutto il suo carico di falsità e mistificazione, sia l’ambito abituale e ormai accettato senza troppi problemi a cui attingere modelli comportamentali. Una “scuola” deteriore che non solo calpesta e avvilisce il senso autentico dell’affettività e della sessualità ma che, con l’insistenza parossistica nel mostrare un’anatomia completamente sganciata da qualsiasi riferimento interiore, spegne la mente, produce ansia e aggressività, confonde la realtà, azzera i codici etici, alimenta l’egocentrismo, sconvolge il senso critico, oltre ad aprire la strada a conseguenze più gravi come depressione e psicosi. Tutti fenomeni che da tempo non si stanca di segnalare Tonino Cantelmi, pichiatra e psicoterapeuta, da anni impegnato nello studio e nella cura delle dipendenze giovanili, in particolari quelle legate alla sfera sessuale. Oltre che docente e clinico - attualmente è direttore sanitario dell’Istituto “Don Guanella” di Roma che è centro di eccellenza per il disturbi del neurosviluppo - Cantelmi ha scritto sul tema decine di saggi, da Erosi dai media. Le trappole dell’ipersessualizzazione moderna (2011), fino all’ultimo uscito nei mesi scorsi, Onlive love. L’amore ai tempi dei social, un manuale di sopravvivenza (2023), entrambi pubblicati da San Paolo.

Sulla gravità della dipendenza da pornografia pare che ormai l’accordo sia unanime. Ma in che modo si manifesta questa dipendenza e quali effetti produce?

Per inquadrare il fenomeno dobbiamo considerare una realtà davvero allarmante, insorto con prepotenza negli ultimi dieci anni e che definiamo “erotizzazione precoce dell’infanzia”. I nostri bambini sono esposti troppo precocemente e troppo pervasivamente a contenuti erotico-sessuali. Ora questo dato si correla ad un altro dato impressionante: l’accesso alla pornografia ha sfondato il muro degli 11 anni e per gli adolescenti l’educazione sessuale è fortemente basata sulla pornografia. Tutto ciò costruisce cervelli molto sbilanciati sul sistema della dopamina e predisposti alla dipendenza. Ma soprattutto l’erotizzazione precoce dell’infanzia e l’impatto diffuso della pornografia negli adolescenti generano complesse alterazioni dello sviluppo psicoaffettivo. Tra queste alterazioni segnalo l’incapacità di gestire l’intimità e il conseguente cortocircuito sessuale-aggressivo. E tutto ciò sta avvenendo con una velocità sorprendente e con adulti statici e incapaci di cogliere i fenomeni descritti.

È vero che il grande impatto della pornografia online sul nostro cervello è dovuto al ruolo svolto dei cosiddetti neuroni mirror. Cosa sono? E come avviene questa confusione?

Il nostro cervello è plastico, cioè capace di modificarsi sulle spinte psicosociali e sugli stimoli esterni e grazie ai sistemi neuronali complessi è capace di profonde immedesimazioni imitative. Il cervello di un adolescente è particolarmente plastico e molto sbilanciato sul sistema limbico, il sistema antichissimo delle emozioni profonde. Tecnologia, pornografia, droghe, alcol stimolano fortemente il sistema limbico e le parti più ancestrali, irrazionali ed impulsive del cervello.

Si fa spesso notare il rischio connesso al continuo rilascio di dopamina dal cervello in seguito all’eccitazione provocata dalle immagini pornografiche. Che effetti ha questa funzione?

La stimolazione eccessiva del sistema del piacere dopamino-correlato, soprattutto in cervelli in fase di sviluppo, genera una predisposizione alla ricerca di stimoli ulteriori ed anche estremi e spinge verso comportamenti sempre più impulsivi e scarsamente riflessivi. In questo modo si compromettono le abilità riflessive e il ragionamento logico, a favore di una maggiore motivazione legata al soddisfacimento degli impulsi.

Qual è il problema psicologico più grave innescato dalla dipendenza da porno?

L’eccesso pornografico ruba la capacità di costruire intimità sane. Come avevo scritto già alcuni anni fa nel libro Erosi dai media le conseguenze psicopatologiche e relazionali correlate alla erotizzazione precoce e all’impatto della pornografia sullo sviluppo psicoaffettivo, sono gravissime.

Sono problemi che si manifestano indipendentemente dall’età oppure per i giovanissimi la gravità è maggiore?

Il fenomeno è molto problematico soprattutto per gli adolescenti: se non vogliamo far finta di niente, dove hanno appreso, secondo voi, i ragazzini a comportarsi come predatori in branco su ragazzine così piccole?

Quali segnali dovrebbero mettere in allarme genitori ed educatori?

Qui purtroppo non possiamo ignorare l’incredibile assenza degli adulti. Più che parlare di segnali da cogliere, parlerei di assenza di adulti. Cosa dovrebbero fare? Essere presenti nella vita dei loro figli. E poi evitare parole e atteggiamenti che in qualche modo possano sembrare in sintonia con la cultura negativa della pornografia. Per esempio, evitare apprezzamenti e denigrazioni sull’apparenza corporea; guardare in modo indifferente scene di hard; accettare come normalità comportamenti abusanti, ma anche battute, gesti, allusioni.

Come se ne esce? Basta un diverso impegno educativo o serve un intervento specialistico?

I nostri figli andrebbero protetti e non lo sono. Non li proteggiamo dall’alcol, dalla droga, dal tabacco, dal gioco d’azzardo e tanto meno dalla pornografia. I veri predatori sono gli adulti che consentono tutto a un ragazzo di 12 anni.

www.avvenire.it

 

sabato 17 giugno 2023

EPIDEMIA DI NOMOFOBIA


NOMOFOBIA 

E DIPENDENZA DA SMARTPHONE: 

QUANDO LE NUOVE TECNOLOGIE CREANO DISAGI

- di Simona Lauri *

La nomofobia indica il terrore di restare sconnessi dalla rete

Deriva dal termine anglosassone “nomophobia”, non esiste da molto il corrispettivo italiano e viene usato per indicare la paura incontrollata di rimanere sconnessi dal contatto con la rete di telefonia mobile. 

La dipendenza dallo smartphone può influire negativamente sulla salute mentale e fisicae può essere indicata con il termine di nomofobiaI sintomi di questa dipendenza includono:


  • Controllo ossessivo delle chat e delle notifiche dei social media
  • Dormire con il telefono in mano o attaccato al cuscino
  • Controllo delle notifiche appena ci si sveglia, o durante la notte, o durante i pasti
  • Disagio quando il telefono è scarico
  • Paura di perdere informazioni importanti
  • Ignorare le altre persone durante una conversazione a causa dell’attenzione rivolta al telefono.


Nomofobia e dipendenza da Smartphone:

 quando la tecnologia crea disagi

Nomofobia, è un termine, introdotto recentemente per indicare la condizione di forte ansia e di paura sconsiderata di rimanere senza connessione, senza telefoni cellulari e più in generale, la preoccupazione costante di non potere accedere, da un momento all’altro, alla rete e dunque, di non essere più in contatto con gli altri e col mondo.

Dietro questa “paura moderna”, si nasconde, talvolta, la paura di rimanere soli o ancora, si può presentare un’eccessiva forma di “attaccamento” alle nuove tecnologie, che spesso può sfociare in una vera e propria forma di dipendenza dalle nuove tecnologie.

Nomofobia: cosa fare per cercare di gestire la dipendenza dalle nuove tecnologie?

1) Rieducarsi: un primo passo importante, potrebbe essere quello di entrare in una ben precisa ottica di “prevenzione” rispetto all’eccessiva dipendenza dagli smart-phone. Se cominci a percepire, infatti, che il cellulare, il pc e i dispositivi portatili, iniziano a prendere sempre di più il sopravvento nel corso della tua quotidianità, prendi in mano il controllo, prima che siano loro a controllare te e il tuo stile di vita. E’ fondamentale precisare che adottare un comportamento “drastico”, vale a dire, imporsi di evitare di usare, dall’oggi al domani, smartphone, pc ecc…è controproducente, dal momento che, più ci vietiamo una cosa, più forte diventa il desiderio di “trasgredire” e voler cedere alla “passione”.

Connessi ma non sempre

2) Connessi…ma non sempre: a partire da quanto suggerito prima, rieducati gradualmente all’idea e alla condizione di non essere costantemente connesso e reperibile. Potrebbe essere utile, dunque, scegliere un particolare momento della giornata, nel corso della quale, decidere volontariamente di disconnettersi, o ancora, selezionare delle stanze, all’interno della propria casa, nelle quali non portarsi dietro palmari o pc, optando, invece, per altre attività (giocare con i propri figli, leggere un libro, ecc.…). Questa modalità, può essere utile, infatti, a prendere le giuste distanze dalla rete e a tollerare meglio l’eventuale assenza.

Programma, vecchie abitudini…chiedi aiuto

3) Programmare per ridurre: nel caso in cui il bisogno di controllare la propria presenza nella rete, la propria reperibilità, diventi frequente, piuttosto che evitare in maniera assoluta l’accesso alla rete, decidi un’ orario nel quale concentrare la gestione di tutte le attività svolte on line nel caso in dovesse insorgere il desiderio al di fuori dell’orario prestabilito, cerca di procrastinare, pensando che sarà possibile “soddisfare” questo bisogno nell’orario che hai scelto per svolgere attività di questo tipo.

4) Riprendi con le vecchie abitudini: può sembrare banale, ma passeggiare all’aria aperta, guardare un film, sono tutte attività che aiutano a prendere piacevolmente le distanze dal mondo virtuale.

5) Nel caso in cui la nomofobia sia associata ad un’eccessiva forma di dipendenza o a vere e proprie manifestazioni ansiose connesse alla paura di rimanere soli, potrebbe essere utile rivolgersi ad uno psicologo.

 *Psicologa psicoterapeuta

Suggerimenti per limitare 

l’utilizzo della tecnologia

Il 50% degli utenti di dispositivi tecnologici fa clic su una notifica entro 30 secondi dalla ricezione, secondo lo studio di ACM. Se la notifica non viene visualizzata entro cinque minuti, le probabilità di aprirla più tardi si riducono a un misero 17%.

Come si fa a porre dei limiti giusti alla tecnologia e ridurne al minimo gli effetti negativi? Innanzitutto, devi capire cosa fai durante la maggior parte del tempo in cui utilizzi i tuoi dispositivi. Poi, ove possibile, prova ad applicare queste strategie:

Buone abitudini per l’utilizzo quotidiano

Se stabilisci delle regole sull’uso dei media da seguire durante la giornata, darai vita a delle buone abitudini e ti porrai dei limiti sani che ti aiuteranno a sentirti più soddisfatto di come utilizzi la tecnologia.

 

  • Crea regole per i media: mettiti d’accordo con la tua famiglia su quanto e come utilizzare i media, cercando di seguire delle norme di comportamento online.
  • Dai la preferenza alle interazioni di persona: quando sei in compagnia di qualcuno, proponi a questa persona di non utilizzare i dispositivi tecnologici e cercate di godervi il momento.
  • Disintossicazione: prenditi del tempo per disconnettere completamente dalla tecnologia, magari per un fine settimana intero o durante una settimana di vacanza, ma anche per un solo giorno se non puoi o non vuoi fare di più.

Buone abitudini per la mattina

Svegliarsi e prendere subito in mano lo smartphone è fonte di stress. Cerca di trascorrere i primi minuti del giorno stando nel presente e senza ricorrere subito a strumenti tecnologici passivi. In questo modo inizierai davvero la giornata con il piede giusto.

 Non mescolare l’uso dei dispositivi con altre routine: ad esempio, finisci di fare colazione prima di leggere le notizie sul tablet ed evita di utilizzare lo smartphone o il computer come una sveglia.

  • Utilizza la tecnologia in modo attivo: quando usi un dispositivo dedicati a qualcosa di attivo, ad esempio a un canale educativo o un videogioco piuttosto che a un media passivo come la TV.

Buone abitudini per il pomeriggio

Durante la pausa pranzo, se hai la fortuna di poterti prendere del tempo per te, l’ultima cosa di cui hai bisogno è la presenza assillante di notifiche e avvisi dei social media. Dai un taglio drastico alla tecnologia nel pomeriggio e vedrai che le ultime ore della giornata lavorativa scorreranno molto più velocemente e con uno stato d’animo ben diverso.

 

  • Silenzia e blocca: evita i profili negativi silenziandoli o bloccandoli direttamente e utilizza l’opzione “non mi interessa” tutte le volte che puoi per i contenuti che non ti interessano.
  • Limite alle notifiche: decidi quali app possono mandarti notifiche e disattiva quelle che non hanno bisogno della tua attenzione nell’immediato.
  • Gestione dell’utilizzo: devi capire su che siti, app o media passi la maggior parte del tempo misurando l’utilizzo che fai dei dispositivi. Quando riesci a farti un’idea abbastanza precisa delle tue abitudini, ti consigliamo di porre un limite ragionevole al tempo davanti allo schermo.

Buone pratiche per la sera


Secondo un rapporto della National Sleep Foundation (link in inglese), utilizzare la tecnologia poco prima di andare a dormire riduce la produzione di melatonina, un ormone che aiuta a regolare il sonno.

 Passa alla modalità “non disturbare”: imposta i tuoi dispositivi su questa modalità di notte e quando devi completare un lavoro importante.

Proteggi le tue ore di sonno: non portare dispositivi tecnologici in camera da letto e, in generale, smetti di usarli un’ora prima di andare a dormire.

Come limitare il tempo davanti allo schermo

L’uso eccessivo della tecnologia può essere nocivo, soprattutto nei bambini, il cui cervello è ancora in fase di sviluppo. Il primo passo per creare delle norme di utilizzo sano è limitare il tempo trascorso davanti allo schermo (smartphone, computer, televisione e così via).

Non dimenticare: il buon esempio degli adulti (genitori, insegnanti  ecc.. è fondamentale. Essi devono  essere capaci di darsi delle regole e di dare delle regole!

il ruolo della scuola è essenziale: educazione civica, educazione digitale, dialogo con le famiglie, buon esempio,  vigilanza....

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