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venerdì 30 gennaio 2026

IL METAL DETECTOR ?


Il metal detector vede le lame, 

l’educatore vede il “volto umano” dei ragazzi. 

La lezione di don Bosco oggi

“Il volto umano della devianza minorile” è quello che sono chiamati a cercare psicologi, insegnanti, educatori. Una riflessione a più voci, a Roma, in occasione della Festa di don Bosco. Il criminologo Silvio Ciappi, l’educatore Ernesto Affinati e don Silvano Oni raccontano il disagio giovanile oltre le scorciatoie securitarie. Perché «le mele marce non esistono»

di Chiara Ludovisi

«In ogni giovane, anche il più disgraziato, vi è un punto accessibile al bene»: suonano come un monito le parole di don Giovanni Bosco, nei giorni in cui parliamo di metal detector a scuola e di eserciti in strada, per rispondere alla devianza dei giovani.

Ma questi sono anche i giorni in cui si ricorda, appunto, l’opera di don Bosco e la sua vita spesa accanto a quei “disgraziati” che ha amato, accolto e accompagnato.

In occasione della Festa di don Bosco, che si celebra il 31 gennaio, una delle realtà salesiane della capitale, Borgo don Bosco, ha ospitato una mattinata di riflessione e approfondimento sul tema “Il volto umano della devianza minorile”. Un titolo che è anche una risposta alla logica securitaria e repressiva che sembra prevalere. 

La posizione emersa è chiara, ferma e comune a tutte le voci intervenute questa mattina, a partire da quella di Sandro Iannini, Sandro Iannini, delegato per l’emarginazione e il disagio dell’Ispettoria centrale. «I metal detector a scuola non sono una risposta possibile per chi ancora crede nell’umanità e nella prevenzione. Servono piuttosto patti educativi, reti, comunità reali capaci di leggere i vissuti dei ragazzi e delle ragazze».

Non esistono mele marce, ma contenitori in cui manca la felicità

Perché «non si nasce criminali, e non esistono mele marce: esistono contenitori marci, contesti che producono solitudine, noia, vergogna, assenza di senso», ha detto Silvio Ciappi, criminologo, autore del recente libro “Il branco. Storie di giovani, violenza e noia”.

«Io è una vita che mi arrabatto intorno alla questione del male», ha esordito. «Ho sempre visto davanti a me contraddizioni». Come quella del ragazzo incontrato pochi giorni prima in carcere: «Non un ragazzo dei palazzi popolari del Quarticciolo, ma un ragazzo di una “villetta”. Perché i delitti di sangue oggi non avvengono solo nelle borgate pasoliniane, ma anche nelle villette, appunto, che nascondono le psicopatologie del vuoto».

Il quadro che Ciappi ha descritto è quello di un mondo “orizzontale”: «Un ragazzo che ha avuto tutto, potrebbe essere mio figlio. Università, viaggi, sport, Erasmus, una famiglia senza fame, senza disoccupazione, senza le tradizionali cause che predispongono al reato. Eppure è un assassino. Ha ucciso la persona che amava». 

Dobbiamo costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis

La spiegazione non c’è, ma pure bisogna provare a spiegare ciò che accede. E una spiegazione, per Ciappi, si trova nel «branco, che non è quello fisico che si vede per strada, ma quello digitale, che si nutre di angoscia, di noia e di vergogna, non per ciò che vorrei essere, ma per ciò che dovrei essere, agli occhi degli altri». 

Che fare, allora? «Costruire comunità e isole come questa in cui ci troviamo oggi, perché oggi quel che manca è proprio questo: luoghi di incontro, spazi per parlarsi, per riparare ferite. Una comunità intesa come civitas, non come polis».

E poi bisogna riscoprire, giovani e adulti, la «mitezza, l’umiltà del conoscere e la semplicità delle cose, dietro cui fa capolino la felicità. Perché io mi chiedo: questi giovani che incontro in carcere, che sembra abbiano avuto tutto, sono mai stati felici per quelle piccole cose che possono e devono renderci felici?».

Infine, l’autoscritica: «Noi psichiatri abbiamo psicologizzato, psichiatrizzato, medicalizzato i giovani, con saperi attuariali che non si interrogano più sulle cause del male. Nessuno vuole mettere mani e testa nei luoghi della sofferenza, perché lì ci si possono sporcare le mani. E invece è lì che la vita scorre».

La scuola che pensa ai metal detector può solo peggiorare

Sul fronte educativo, Eraldo Affinati, scrittore e fondatore della scuola di italiano per stranieri gratuita Penny Wirton, ha approfondito il tema, cruciale, della relazione educativa. «L’educatore deve essere maestro e amico: amico quando scende nella notte interiore dell’adolescente, ma anche limite, ostacolo da non superare», ha detto

E sulla base della sua esperienza, come «ragazzo agitato» prima, poi come insegnante alla Città dei Ragazzi e alla Penny Wirton, Affinati lo afferma senza ombra di dubbio: «I giovani non sono solo quelli che uccidono con un coltello. Sono anche i tanti giovani volontari che vengono a insegnare italiano ai loro coetanei stranieri. E i più bravi a farlo sono spesso quelli che a scuola vanno male: qui tirano fuori qualità insospettate, al punto che gli insegnanti non li riconoscono più».

La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più

Anche la scuola, allora, può diventare uno di quei «contenitori marci» di cui parlava Ciappi, se non tira fuori il meglio, ma addirittura il peggio dei ragazzi : «Se arriva a pensare di risolvere tutto con i metal detector, non può che peggiorare». La scuola quindi deve cambiare, perché «tanti insegnanti non parlano più con gli studenti e gli studenti a loro volta non parlano, sono intimoriti. La scuola deve tornare ad essere un’avventura conoscitiva, fondata sulla qualità della relazione. Se sei solo uno spartitore di traffico concettuale e non ti interessa profondamente del ragazzo, lui lo percepisce. E non ti seguirà più».

Il carcere minorile, dove i ragazzi si considerano «merde»

Il luogo in cui, per eccellenza, deve essere raccolta la sfida di vedere «il volto umano della devianza minorile» è il carcere. Don Silvano Oni, cappellano al Ferrante Aporti, ci ha introdotto a piccoli passi, a partire dal «rumore continuo delle porte blindate che sbattono e scandiscono le giornate».

Oggi al Ferrante Aporti ci sono 49 ragazzi, di cui 38 minori stranieri non accompagnati. Uno è dentro per aver rubato un telefonino alla persona sbagliata, tanti per altri piccoli reati come questo. Sono ragazzi che non hanno avuto pane, affetto, casa. Tanti non sanno neanche perché hanno commesso reato».

Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande

La realtà è che «io in carcere non incontro autori di reato, ma persone che spesso non coincidono con quello che hanno fatto. Eppure, si sentono “merde”, come uno di loro ha scritto chiaramente in un rap».

Osservando e ascoltando questi ragazzi, don Silvano ha cambiato il modo di vedere il mondo: «Quando sono entrato in carcere, ho buttato tutte le prediche. Mi sembravano idiote. A noi preti si chiedono risposte, ma finalmente ho capito che dovevo smettere di rispondere, dicendo cosa è giusto e cosa sbagliato. E ho iniziato ad ascoltare le domande».

Se i metal detector fanno scoprire le lame, l’educatore che entra in rapporto con il ragazzo scoprire «il volto umano» anche dietro la devianza e da quello parte per ricostruire qualcosa che si è rotto, se è vero che criminali non si nasce.  

Il lavoro dell’educatore «è fatto di gesti minimi: guardare, ascoltare, restituire dignità». E lo ha spiegato con la storia di un ragazzo, che «quando parlava teneva sempre una mano davanti alla bocca. Gli ho chiesto perché e alla fine ho scoperto che aveva solo tre denti. Gli abbiamo chiesto se volesse sistemarsi la bocca, ha detto di sì e ora c’è una dentista che, anche grazie alla Caritas, viene in carcere ogni martedì e pieno piano lo sta curando. I ragazzi parlano poco, tanti sono analfabeti anche nella loro lingua, ma se li osserviamo e stiamo accanto a loro senza fretta, ci lasciano scoprire le loro storie e tutto diventerà più chiaro».

Tutto il contrario del decreto Sicurezza e, prima ancora, del decreto Caivano: questo «ha prodotto un sovraffollamento che ha alzato molto lo stress: le occasioni di conflitto aumentano, i ragazzi non possono più incontrarsi tutti insieme, ma solo a piccoli gruppi, perciò alcune attività anche belle si sono perse. Certo, i ragazzi a volte vanno fermati, perché sono treni impazziti, come hanno dimostrato anche le rivolte dello scorso anno. Ma fermarli non può essere l’unica risposta, dopo devono ripartire e noi dobbiamo accompagnarli. Dobbiamo rintracciare in ogni ragazzo qualcosa di positivo e aiutarlo a farlo fiorire, ritrovando la fiducia in se stesso, non identificandosi con l’errore che ha fatto. Perché l’errore non è la fine, ma il punto di partenza». 

VITA

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sabato 12 gennaio 2019

PAPA FRANCESCO: I SALESIANI MI HANNO FORMATO AL BELLO E ALLA GIOIA

Nella prefazione al volume dedicato a Evangelii gaudium in chiave salesiana, il Papa ricorda la «misura alta della vita cristiana» che il santo fondatore mise in pratica entrando nella periferia sociale ed esistenziale della Torino dell’800

di PAPA FRANCESCO
Voi salesiani siete fortunati perché il vostro fondatore, Don Bosco, non era un santo dalla faccia da “venerdì santo”, triste, musone... Ma piuttosto da “domenica di Pasqua”. Era sempre gioioso, accogliente, nonostante le mille fatiche e le difficoltà che lo assediavano quotidianamente. Come scrivono nelle Memorie biografiche, «il suo volto raggiante di gioia manifestava, come sempre, la propria contentezza nel trovarsi tra i suoi figli» ( Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco,
volume XII, 41).
Non a caso per lui la santità consisteva nello stare “molto allegri”. Possiamo definirlo quindi un “portatore sano” di quella “gioia del Vangelo” che ha proposto al suo primo grande allievo, San Domenico Savio, e a voi tutti salesiani, come stile autentico e sempre attuale della «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, 31). Il suo è stato un messaggio rivoluzionario in un tempo in cui i preti vivevano con distacco la vita del popolo. La «misura alta della vita cristiana» Don Bosco la mette in pratica entrando nella “periferia sociale ed esistenziale” che cresceva nella Torino dell’800, capitale d’Italia e città industriale, che attirava centinaia di ragazzi in cerca di lavoro. Infatti, il “prete dei giovani poveri e abbandonati”, seguendo il consiglio lungimirante del suo maestro san Giuseppe Cafasso, scendeva per le strade, entrava nei cantieri, nelle fabbriche e nelle carceri, e lì trovava ragazzi soli, abbandonati, in balia dei padroni del lavoro, privi di ogni scrupolo. Portava la gioia e la cura del vero educatore a tutti i ragazzi che strappava dalle strade, i quali ritrovavano a Valdocco un’oasi di serenità e il luogo in cui apprendevano ad essere «buoni cristiani e onesti cittadini».
È lo stesso clima di gioia e di famiglia che ho avuto la fortuna di vivere e gustare anche io da ragazzo frequentando la sesta elementare al Colegio Wilfrid Barón de los Santos Ángeles, a Ramos Mejía. I salesiani mi hanno formato alla bellezza, al lavoro e a stare molto allegro e questo è un carisma vostro. Mi hanno aiutato a crescere senza paura, senza ossessioni. Mi hanno aiutato ad andare avanti nella gioia e nella preghiera. Come ebbi occasione di ricordarvi nella visita alla Basilica di Maria Ausiliatrice, il 21 giugno 2015, torno a raccomandarvi i tre amori bianchi di Don Bosco: la Madonna, l’Eucaristia e il Papa. Oggi si parla poco della Madonna con lo stesso amore con cui ne parlava il vostro Santo. Si affidava a Dio pregando la Madonna e quella fiducia in Maria gli dava il coraggio di affrontare sfide e pericoli della vita e della sua missione. L’Eucaristia, come secondo amore di Don Bosco, deve ricordarvi di avviare i ragazzi alla pratica della liturgia, vissuta bene, per aiutarli ad entrare nel mistero eucaristico e non dimenticate anche l’Adorazione. Infine, l’amore al Papa: non è solo amore per la sua persona, ma per Pietro come capo della chiesa e come rappresentante di Cristo e sposo della Chiesa. Dietro quell’amore bianco per il Papa, c’è l’amore per la Chiesa. L’interrogativo che dovete porvi è: «Che salesiano di Don Bosco bisogna essere per i giovani di oggi?». Io direi: un uomo concreto, come il vostro fondatore, che da giovane prete ha preferito alla carriera di precettore nelle famiglie dei nobili il servizio tra i ragazzi poveri e abbandonati. Un salesiano che sa guardarsi attorno, vede le situazioni critiche e i problemi, li affronta, li analizza e prende decisioni coraggiose. È chiamato ad andare incontro a tutte le periferie del mondo e della storia, le periferie del lavoro e della famiglia, della cultura e dell’economia, che hanno bisogno di essere guarite. E se accoglie, con lo spirito del Risorto, le periferie abitate dai ragazzi e dalle loro famiglie, allora il regno di Dio inizia ad essere presente e un’altra storia diventa possibile. Il salesiano è un educatore che abbraccia le fragilità dei ragazzi che vivono nell’emarginazione e senza futuro, si china sulle loro ferite e le cura come un buon samaritano. Il salesiano è anche ottimista per natura, sa guardare i ragazzi con realismo positivo. Come insegna ancora oggi Don Bosco, il salesiano riconosce in ognuno di loro, anche il più ribelle e fuori controllo, «quel punto di accesso al bene» su cui lavorare con pazienza e fiducia. Il salesiano è, infine, portatore della gioia, quella che nasce dalla notizia che Gesù Cristo è risorto ed è inclusiva di ogni condizione umana. Dio infatti non esclude nessuno. Per amarci non ci chiede di essere bravi. E né ci chiede il permesso di amarci. Ci ama e ci perdona. E se ci lasciamo sorprendere con quella semplicità di chi non ha nulla da perdere, sentiremo il nostro cuore inondato di gioia.
Quando queste caratteristiche vengono a mancare, ecco quei musi lunghi, facce tristi. No! Ai ragazzi si deve portare questa notizia bella, una notizia vera contro tutte le notizie che passano ogni giorno sui giornali e la rete. Cristo è veramente risorto, e a dimostrarlo sono stati Don Bosco e Madre Mazzarello, tutti i santi e i beati della Famiglia Salesiana, come anche tutti i membri che ogni giorno trasfigurano la vita di chi li incontra perché si sono lasciati loro per primi raggiungere dalla misericordia di Dio. Il salesiano diventa così testimone del Vangelo, la Buona Notizia che nella sua semplicità deve confrontarsi con la cultura complessa di ogni Paese. Mettere insieme semplicità e complessità, per un figlio di Don Bosco, è una missione quotidiana. L’ampio commento che segue, rilegge l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium in chiave salesiana. È affidato a grandi esperti delle diverse discipline che, con fine sensibilità e sotto la lente di Don Bosco, mettono in risalto il pensiero del Papa in collegamento con le diverse situazioni attuali, per educare e orientare al bene dei ragazzi e dei giovani.
Sono convinto che la lettura di queste pagine potrà fare del bene a tutti i figli e alle figlie di Don Bosco sparsi nel mondo, e a quanti condividono il carisma educativo salesiano. Troveranno nelle pagine di questo testo molti spunti di interpretazione della realtà e di rinnovamento della prassi educativa al servizio dei ragazzi e dei giovani del nostro tempo.

Papa Francesco

Prefazione del Santo Padre al volume "Evangelii gaudium con don Bosco", curato da Antonio Carriero


venerdì 27 luglio 2018

M'INTERESSO DI TE. I Salesiani e i minori immigrati non accompagnati.


"M'interesso di te": l'impegno dei Salesiani per i minori immigrati non accompagnati

387 ragazzi “invisibili” avvicinati, dall'inizio dell'anno, nell’ambito del progetto avviato dai Salesiani in quattro grandi città italiane. Educatori di strada, psicologi e volontari garantiscono a ciascun minore immediato sostegno e poi opportunità scolastiche e di formazione professionale
di Adriana Masotti - Città del Vaticano

“Sono stato rinchiuso in un mese in una casa con altre 120 persone con poca acqua e cibo. Non potevo uscire. Si poteva andare in bagno una sola volta al giorno, pidocchi e zecche non ci facevano dormire e degli uomini armati ci controllavano. Il 23 di giugno alle 2.30 del mattino ci hanno presi e fatti salire su un gommone”. A.S, nigeriano appena maggiorenne, arrivato in Italia a 15 anni, ricorda così l’ultima tappa in Libia del suo viaggio al di là del Mediterraneo, nel 2015. Dopo i primi anni passati in comunità, oggi vive per strada a Catania seguito dai servizi di “bassa soglia” messi in atto dai Salesiani nell’ambito del progetto “M’interesso di te”.
Il progetto dei Salesiani per "gli ultimi"
Da due anni prima a Roma e poi a Torino, Napoli e Catania, l’associazione Salesiani per il Sociale, Federazione Scs/Cnos (Servizi Civili e Sociali – Centro Nazionale Opere Salesiane), uno strumento a sostegno della pastorale del disagio e della povertà educativa che s' ispira a San Giovanni Bosco, è impegnata a fianco dei minori migranti non accompagnati presenti in Italia e fuori dai circuiti dell’accoglienza messa in campo dallo Stato.
"I ragazzi che contattiamo – racconta ai nostri microfoni don Giovanni D’Andrea, presidente dell’associazione salesiana - li abbiamo definiti 'gli ultimi degli ultimi': sono quelli che escono fuori dal percorso ordinario delle casa-famiglia, e che vagano per la strada, dormono fuori e hanno mille avventure, anche drammatiche, tragiche. Perché il mondo della strada è molto crudo, non guarda in faccia a nessuno: dormono anche in luoghi non buoni, e non soltanto da un punto di vista ambientale ma proprio per le persone che lì possono incontrare. C’è molta violenza, ci sono codici comportamentali particolari..." (Ascolta l'intervista a don Giovanni D'Andrea sul progetto "M'interesso di te")
Il primo passo: stabilire un rapporto di fiducia
387 i minori “invisibili” contattati dal progetto nel primo semestre di quest’anno. “ Sono ragazzi molto semplici – ci dice ancora don D’Andrea -. Purtroppo la vita, per quello che hanno subito,  fa dubitare loro di tutti, quindi non si fidano subito. Mi diceva una volta Mario, un ragazzo: 'Io ho avuto tanti sorrisi da tante persone, però dietro ad ogni sorriso poi c’è stata sempre una pugnalata'. Quindi, all’inizio è normale che siano così, però si deve avere pazienza, dialogare con loro a partire dalle cose che possono sembrare più banali".
Dietro l'angolo il rischio dello sfruttamento
Secondo Save the Children, nel 2017 sono arrivati in Italia 17.337 minori, di questi 15.779 non accompagnati. Circa 5.000 quelli che gravitano attorno alle stazioni centrali delle aree metropolitane e che ogni giorno rischiano di essere coinvolti in attività criminali o in circuiti di sfruttamento sessuale. Una situazione molto lontana da quella che si immaginavano prima di arrivare. "Questo perché - spiega il presidente di Salesiani per il sociale - molti di questi ragazzi arrivano da noi con la convinzione che devono subito lavorare, fare soldi, mandarli a casa, perché da casa hanno pagato una quota non indifferente per farli arrivare in Italia. Quando poi invece arrivano e vedono che non è facile subito trovare lavoro, perché sono minori, devono stare nelle comunità e fare tutto il percorso, allora tanti preferiscono non farlo e scappano finendo per strada".
Non perdere mai la speranza
La rete che sostiene gli interventi del progetto “M’interesso di te” è composta da educatori di strada, psicologi e volontari che garantiscono subito a ciascun ragazzo intercettato, sostegno e protezione. In una seconda fase, offrono loro la possibilità di seguire un corso di lingua italiana, di ricevere assistenza legale per l’iter di riconoscimento come rifugiati, di imparare un mestiere e di inserirsi nel mondo del lavoro.
Solo 1 su 10 dei ragazzi contattati compie fino in fondo questo percorso, ma don D’Andrea non perde mai la speranza che anche per ciascuno degli altri possa maturare col tempo qualcosa di buono. "Don Bosco - afferma - diceva che 'in ogni ragazzo c’è un punto accessibile al bene, anche nel più disgraziato'. E il compito di noi educatori è trovare questa corda per farla vibrare. Questo lo si fa se ti sforzi ogni volta di metterti in gioco: ogni giorno è un giorno nuovo, e quindi anche la speranza che la grazia di Dio possa toccare il loro cuore".

mercoledì 31 gennaio 2018

DON BOSCO. COSA TI DIREBBE OGGI? Scarica l'e-book

        L’ebook è stato curato da Mariana Ciavarro, pedagogista sociale e cooperatrice salesiana. La copertina è stata, realizzata dall’illustratrice d’infanzia Stefania Gagliano.
          Partendo dalle più celebri citazioni di Don Bosco si sono voluti attualizzare dieci imperativi che oggi il Santo fondatore dei Salesiani avrebbe rivolto ad ogni giovane. I commenti sono stati redatti da dieci educatori di case famiglia e oratori sparsi in tutta Italia: Catania, Casale Monferrato, Cisternino, Torre Annunziata, Verona, Roma, Arese, Prato, Camporeale e Corigliano d’Otranto.
        Questo e-book ha tre finalità precise: vuole, dunque, essere un omaggio a Don Bosco, celebrare il primo quarto di secolo di attività di Salesiani per il Sociale e puntare l'attenzione al Sinodo che in ottobre si terrà in Vaticano e sarà dedicato ai giovani.
         "Nessuno di noi ha avuto la fortuna di stringere la mano a San Giovanni Bosco - scrive nella prefazione don Michele Falabretti, responsabile dell’ufficio nazionale della pastorale giovanile della CEI - ma è come se lo avessimo fatto. Don Bosco ci ha, lasciato la sua storia e qualcosa di scritto: recuperare le sue parole, ci aiuta a tenerlo vicino e a percepire che la sua passione educativa non si è mai spenta. Chiunque viva l’esperienza dell’oratorio non ha potuto, almeno una volta nella vita, evitare di chiedersi: se fosse qui, cosa direbbe?".

L’ebook è scaricabile gratuitamente all’indirizzo


martedì 31 gennaio 2017

31 gennaio - SAN GIOVANNI BOSCO, patrono degli educatori


Fondatore dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice, fu canonizzato alla chiusura dell’anno della Redenzione nel 1934. Il 31 gennaio 1988 Giovanni Paolo II lo dichiarò «padre e maestro della gioventù». «Alla scuola di don Bosco, noi facciamo consistere la santità nello stare molto allegri e nell’adempimento perfetto dei nostri doveri», disse san Domenico Savio.




venerdì 30 gennaio 2015

SAN GIOVANNI BOSCO: duecento anni!

I duecento anni di san Giovanni Bosco

Dire salesiani e dire Don Bosco, in Italia come in tanti paesi del mondo, significa riferirsi ad una realtà che tutti conoscono e che molti hanno vissuto in prima persona: basti pensare all’oratorio, teatro di giochi e di sogni di tanti giovani, alle scuole, ai laboratori professionali, alle molteplici espressioni dell’apostolato che i salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice svolgono a vari livelli nella società, con l’appoggio dei tantissimi loro cooperatori ed ex allievi.
All’origine di tutta quella che possiamo definire una delle più grandi “multinazionali” della Chiesa c’è un santo astigiano venuto al mondo in una famiglia contadina ai Becchi, una frazione di Castelnuovo (oggi Castelnuovo Don Bosco) il 16 agosto 1815. Suo padre, Francesco Bosco, che aveva sposato in seconde nozze Margherita Occhiena, morì quando il piccolo Giovanni aveva due anni, lasciando alla moglie il compito di tirare avanti la famiglia. Le difficoltà non mancavano: tra l’altro, in casa c’era il fratellastro Antonio, il quale era contrario a far studiare il ragazzino nonostante dimostrasse un’intelligenza non comune.
A nove anni, Giovanni fece un sogno che gli svelò la sua missione: si trovò in mezzo a dei ragazzi che bestemmiavano, urlavano e ne facevano di tutti i colori: mentre si avventava contro di loro, menando pugni e calci per farli desistere, vide davanti a sé un uomo dal volto luminosissimo, qualificatosi così: “Io sono il Figlio di Colei che tua madre ti insegnò a salutare tre volte al giorno” e aggiunse: “Non con le percosse, ma con la mansuetudine e con la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti dunque immediatamente a dare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù”. Poi apparve accanto a lui una donna di aspetto maestoso che, facendogli cenno di avvicinarsi, gli additò una moltitudine di animali: capretti, cani, gatti, orsi e altri, dicendogli: “Ecco il tuo campo, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto: e ciò che in questo momento   vedi succedere a questi animali, tu dovrai farlo per i miei figli”. Con sorpresa, il ragazzo notò che gli animali si erano  trasformati in agnelli che correvano festosi verso i due personaggi. La donna gli pose la mano sul capo aggiungendo: “A suo tempo tutto comprenderai”. Per la verità, già da qualche tempo Giovanni si era guadagnato la stima dei coetanei della borgata: la domenica, dopo i Vespri, li riuniva sul prato davanti a casa sua intrattenendoli con giochi vari e con acrobazie che aveva imparato dai saltimbanchi delle fiere; poi ripeteva loro la predica che ......