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giovedì 2 ottobre 2025

CIVILTA' IN DECLINO

 

La sopravvivenza
della nostra civiltà è a rischio:

 la crisi della fede non è che un sintomo. 

L'assenza di fede e speranza

 nuoce enormemente 

alla salute mentale dei ragazzi

 

-di Vito Mancuso

 

L’arcivescovo di Torino ha scritto qualche giorno fa su questo giornale: “La scarsa adesione dei giovani all’esperienza cristiana mi fa pensare che la Chiesa oggi non è più percepita come risorsa spirituale”. Duemila anni fa Plutarco, storico, filosofo e sacerdote del tempio di Delfi, si chiedeva: “Perché sono deserti i templi degli Dei?”. Con parole diverse è la medesima constatazione. Altrove Plutarco aveva riferito dell’urlo straziante che annunciava al mondo la morte del dio Pan, il più pagano degli Dei, quindi la morte del paganesimo, constatando il lento ma inarrestabile declino della civiltà classica: aveva visto bene, perché quattro secoli dopo il declino sarebbe culminato nelle invasioni barbariche e nell’insediamento di un’altra civiltà …

 Civiltà in declino

Oggi quella civiltà che si era insediata e che con una parola sola possiamo chiamare europea, cioè la nostra civiltà, mostra a sua volta i segni di un declino forse altrettanto inarrestabile. Una delle prime attestazioni del declino dell’Europa cristiana risale a due secoli fa, quando Hegel nelle sue lezioni all’Università di Berlino affermava: “Ci potrebbe venire l’idea di istituire un paragone con il tempo dell’Impero Romano quando il razionale e necessario si rifugiava solo nella forma del diritto e del benessere privato, perché era scomparsa l’unità generale della religione e altrettanto era annullata la vita politica generale, e l’individuo, perplesso, inattivo e sfiduciato, si preoccupava solamente di se stesso e non di ciò che è in sé e per sé, che era abbandonato anche nel pensiero”. 

Religione e politica

Per Hegel, e prima ancora per Plutarco, il declino della religione va di pari passo con il declino della politica. Entrambe segnalano lo stato di salute dello spirito umano rispetto alla storia: quando lo spirito è in salute produce una religione e una politica che fanno evolvere la storia e la natura; quando invece lo spirito è debole e malato, sono la storia e ancor più la natura a prendere il sopravvento riducendo ogni cosa a una spietata lotta di sopravvivenza dell’uno contro l’altro. “Bellum omnium contra omnes”, per usare la celebre espressione di Thomas Hobbes: “Guerra di tutti contro tutti”. Continuava Hegel: “Come Pilato domandò: «che cos’è la verità?», così al giorno d’oggi si ricerca il benessere e il godimento privato. È oggi corrente un punto di vista morale, un agire, opinioni e convinzioni assolutamente particolari, senza veridicità, senza verità oggettiva. Ha valore il contrario: io riconosco solo ciò che è una mia opinione soggettiva”. E concludeva: “Noi non sappiamo, non conosciamo niente di Dio”. 

 Il volere soggettivo

Non è forse così? Credo che ognuno di noi abbia l’attestazione quotidiana di questo stato di cose per il quale vale sono il volere soggettivo, nella completa assenza di un canone oggettivo che normi l’etica, l’estetica, l’educazione e le altre espressioni della soggettività umana. È rimasto solo il diritto a tenerci insieme, ma esso lo può fare e lo fa solo grazie alla forza. Il risultato è che la nostra civiltà è attraversata da litigiosità e conflittualità crescenti, siamo in preda all’ira e alla collera, a una aggressività senza limiti che genera querele, cause, sentenze, ricorsi, appelli senza fine, e uno stato generale di ansia, di paura, di panico (termine che deriva da Pan, a significare che il vecchio dio, in realtà, non è per nulla morto). Mancando la religio, manca l’humanitas; e mancando l’humanitas, mancano le condizioni per capirci, a partire dalle parole e dalle buone maniere, e così vivere insieme se non proprio da soci, per lo meno da buoni vicini. Ma noi non siamo buoni vicini gli uni con gli altri, siamo stranieri: stranieri morali, il grado più alto di estraneità. E siamo ridotti così perché, come diceva Hegel, “non conosciamo più niente di Dio”.

La risorsa del divino

Una civiltà è tanto più forte quanto più conosce il divino, ed è tanto più debole quanto più lo ignora. Non si tratta ovviamente di una conoscenza catechistica e dottrinaria; si tratta piuttosto di quella esperienza concreta ed esistenziale che porta l’essere umano ad avere nel centro del proprio cuore un altare, uno spazio ideale che gli fa riconoscere e venerare qualcosa di più importante del proprio interesse particolare o “godimento privato”. La comune condivisione di tale altare fa di una massa anonima di singoli un insieme di soci, una società; e i singoli in questo modo trascendono il proprio interesse particolare e danno origine a una civiltà, termine che in latino, significativamente, si dice “humanitas”.   

Religio, societas, humanitas

Oggi però l’assenza di “religio” va di pari passo con l’assenza di “societas” e di “humanitas”. Tutto il mondo ne soffre, ma in particolare l’Occidente, il territorio più secolarizzato e quindi più sradicato. Il problema sollevato dall’arcivescovo di Torino ha quindi una dimensione che va ben al di là della sola dimensione religiosa: non si tratta cioè della sopravvivenza di una particolare religione e dell’istituzione che la rappresenta; si tratta, ben più in profondità, della sopravvivenza di una civiltà, la nostra, e della salute psichica ed esistenziale di ognuno di noi, a partire dai nostri ragazzi che sono le prime vittime di questa mancanza di ideali, di speranza, di visioni, di fiducia.

C'era un tempo in cui il cristianesimo pensava di potersi proporre come rimedio ai mali del mondo, oggi invece esso è parte del problema. L’aveva constatato ormai quasi vent’anni fa il cardinale Carlo Maria Martini: “Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà… che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più questi sogni” (da “Conversazioni notturne a Gerusalemme”). 

La gravità della crisi appare dal fatto che nella Chiesa sembrano proprio mancare le menti in grado di avvertire le dimensioni del problema. Ancora si ritiene che basti qualche ritocco qua e là, qualche mezza apertura più di facciata che di sostanza, come quelle proposte dal pontificato di papa Francesco. La situazione però è quella fotografata dall’arcivescovo di Torino: “Viviamo un cristianesimo che non offre veri cammini di spiritualità”. Ma se una religione non offre veri cammini di spiritualità a cosa serve? È come tenere aperto un ristorante che non offre da mangiare. 

L’importanza dell’utopia

Concludo riportando ancora il pensiero del cardinal Martini: “Mi ha sempre entusiasmato Teilhard de Chardin, che vede il mondo procedere verso il grande traguardo, dove Dio è tutto in tutto… L’utopia è importante: solo quando hai una visione lo Spirito ti innalza al di sopra di meschini conflitti”. L’ultima cosa a cui sono interessato sono i meschini conflitti. Se mi sono permesso di riprendere e commentare le affermazioni dell’arcivescovo di Torino è per contribuire a intravedere una nuova utopia, visto che quella che per secoli governava le menti cristiane, cioè la cristianizzazione del mondo, è finita. Oggi nessuno più può lecitamente sperare che tutto il mondo diventi cristiano. Per questo non è più sostenibile affermare che “non c’è nessun altro nome in cui c’è salvezza, se non Gesù Cristo”. È superato non solo l’assioma “extra Ecclesiam nulla salus” (non c’è salvezza fuori della Chiesa), ma lo è anche quello ancora più decisivo “extra Christum nulla salus”.

La salvezza (dal peccato, dal nichilismo, dal male, dalla cattiveria, dalla guerra interiore che divora i nostri cuori) giunge a tutti coloro che la cercano invocando i nomi che ognuno conosce e vivendo secondo lo spirito dell’amore e della giustizia. È lo Spirito a volere così, quello Spirito che guida il mondo e che sempre parla tramite i suoi grandi profeti, da Gioacchino da Fiore a Teilhard de Chardin e Carlo Maria Martini e tanti altri nomi benedetti. 

 La Stampa 

 

lunedì 29 aprile 2024

BAMBINI e CELLULARI


Psicologa Nastri: “L’uso precoce e massiccio di smartphone modifica la massa bianca del cervello. 

Scuola e famiglia per costruire un rapporto sano con la tecnologia”.

 

INTERVISTA di Andrea Carlino

 A Orizzonte Scuola interviene Federica Nastri, psicologa, criminologa, pedagogista e mediatrice familiare, per un’approfondita analisi del rapporto tra bambini e tecnologia.

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 Nell’era digitale, l’esposizione precoce e spesso incontrollata agli schermi pone serie questioni sullo sviluppo psicofisico dei più piccoli. La psicologa Nastri ci guida alla scoperta dei segnali di un uso problematico della tecnologia, delle conseguenze a lungo termine e di strategie efficaci per genitori ed educatori.

 La maggior parte dei bambini oggi entra in contatto con i dispositivi digitali già nei primi anni di vita, creando una sorta di “prolungamento” degli arti. Questo rende difficile distinguere tra un uso normale e uno problematico, poiché il problema spesso nasce dall’adulto che fornisce il dispositivo al bambino.

 Come si accompagna un bambino per strada, così bisogna accompagnarlo nel mondo digitale, educandolo alla prevenzione dei rischi. Condividere esperienze personali e aprire un dialogo basato sulla fiducia può aiutare i bambini a comprendere i pericoli senza spaventarli eccessivamente. Educare i bambini alla gestione del tempo fin dalla tenera età è fondamentale per un uso sano e responsabile della tecnologia. Far sperimentare la noia e l’attesa aiuta a sviluppare la creatività, l’intelligenza emotiva e la capacità di vivere nel mondo reale.

 La dipendenza digitale può influenzare negativamente il rendimento scolastico, distogliendo l’attenzione dagli obiettivi e creando difficoltà cognitive e comportamentali. La scuola, in collaborazione con professionisti della salute mentale, può promuovere un uso sano della tecnologia attraverso programmi specifici e attività che stimolino la sfera emozionale, il contatto con la natura e le persone, lo sport e l’affettività.

 Dottoressa Nastri, quali sono i segnali di un’esposizione eccessiva agli schermi in bambini così piccoli? Come possono i genitori distinguere tra un uso normale e uno problematico?

 Secondo gli studi più recenti, sulle abitudini in ambito tecnologico dei bambini dai 6 mesi ai 4 anni, risulta che il 96,6% utilizza media device e molti di loro iniziano a usarli già nel primo anno di vita.  Comprendiamo quindi che, a oggi, per la maggioranza dei bambini, i dispositivi elettronici rappresentano un vero e proprio “prolungamento” dei loro arti: nascono con loro, crescono con loro, si evolvono con loro inducendoli a una involuzione sotto ogni punto di vista. Fino a un decennio fa potevamo parlare dei “segnali” fondamentali affinché i genitori potessero monitorare l’uso o abuso della tecnologia; ora che l’età di utilizzo è scesa vertiginosamente ai pochi mesi, ahimè, capiamo quanto il problema non dipenda più dal bambino fin troppo piccolo per scegliere individualmente di impiegare il suo tempo muovendo le dita su uno smartphone ma dell’adulto che glielo consegna. Perciò, il tempo trascorso dai bambini molto piccoli davanti agli schermi risulta associato al modo in cui i loro stessi caregiver utilizzano la tecnologia. Pertanto, diviene complicato stabilire già per gli adulti un proprio autocontrollo all’uso, e che ne stabilisca un “uso normale o problematico”. Sicuramente, i primissimi campanelli d’allarme a cui prestare attenzione sono: reazioni spropositate di rabbia e frustrazione, costanti sbalzi d’umore, impulsi incontrollabili nel “controllare” il dispositivo, sintomi d’astinenza nel distacco dall’oggetto vissuto come indispensabile.

 Quali sono le conseguenze a lungo termine di un’esposizione precoce e incontrollata agli schermi sullo sviluppo psicofisico del bambino?

 Il mondo digitale, rimanda al modello stimolo-risposta, nonché qualcosa di astratto rispetto a un pensiero concreto di qualsiasi cosa. L’utilizzo precoce e massiccio di queste tecnologie, cambia il modo di organizzare la conoscenza del bambino così radicalmente da modificare la struttura della massa bianca del cervello e alterare le aree fondamentali per lo sviluppo del linguaggio, delle capacità di alfabetizzazione e delle funzioni esecutive (memoria, attenzione, inibizione, flessibilità cognitiva, pianificazione). Se il bambino impara a usare questi strumenti prima ancora di iniziare a parlare, il rischio è di focalizzare la conoscenza sullo stimolo specifico, piuttosto che sulle relazioni e interazioni tra oggetti, ciò potrà implicare anche ritardo nello sviluppo motorio, aumento di disturbi alimentari, disturbi del sonno, disturbi dell’apprendimento e disturbi comportamentali, depressione infantile, ansia, psicosi, disturbi della personalità, autismo e infine aumento dell’aggressività e violenza.

 Come possono i genitori riconoscere i segnali di dipendenza digitale nei loro figli?

 L’uomo è un essere sociale, geneticamente programmato per sopravvivere aggregandosi con la comunità e la tecnologia più si presta per soddisfare il bisogno di connessione degli esseri umani. Come? Estraniandoli e isolandoli. Sembrerebbe un controsenso, eppure l’isolamento, il disinteresse e la dissociazione rappresentano i segnali più profondi di una dipendenza digitale, susseguiti, come dicevamo dalla necessità di trascorrere un numero sempre più cospicuo di ore in connessione, sono sintomi depressivi o ansiosi, agitazione psicomotoria in caso di riduzione o interruzione, riduzione della vita reale e degli interessi lontani dal digitale.

 Come possono i genitori parlare ai loro figli dei pericoli online in modo che li comprendano senza spaventarli eccessivamente?

 Lascereste mai un bambino da solo per strada? Come gli direste che non può starci da solo? Le infinite vie di internet si snodano tra curve a gomito, discese vertiginose e salite ripidissime, e devono essere ormai considerate come un mondo “reale” e pericoloso in cui un bambino si accompagna e si sostiene. Perciò avviare alla tecnologia (preferibilmente dopo almeno i 4/5 anni) abituando al controllo costante di qualcuno e magari attraverso le app dedicate alle attività di sviluppo sarebbe già un buon modo per indirizzare ed educare alla prevenzione di rischi. Non esiste il discorso perfetto per spiegare la sicurezza informatica ai bambini ma è fondamentale che siano a conoscenza di quanto il mondo virtuale possa nascondere pericoli reali. “Sai, hanno provato a rubarmi l’identità, ed io ho…”, oppure: “Una volta mi hanno preso in giro sul web, così ne ho parlato con la mia famiglia e…”, ecc. ecc. Questi esempi di dialogo possono rappresentare una modalità di apertura all’argomento attraverso l’immedesimazione e la fiducia reciproca, dando così non solo spiegazione delle problematiche ma anche informazioni su come difendersi.

 Come si può aiutare un adolescente a gestire autonomamente il tempo trascorso online e a trovare un equilibrio sano tra vita digitale e vita reale?

 È importante partire dall’infanzia ancor prima che dall’adolescenza, in modo tale da fornire già al bambino piccolo, futuro uomo, quegli strumenti adatti a fronteggiare i passaggi di crescita tanto delicati quanto fondamentali della sua vita. L’educazione al “tempo”, alla dimensione del tempo, alla gestione del tempo e all’impiego di questo sono il principio di ogni sfera umana: individuale, familiare, sentimentale, relazionale e professionale. Far sperimentare la “noia”, senza riempire il “buco”. Far godere dell’attesa, senza azzerarla uccidendo il desiderio. Spronare così alla creatività e indipendenza, sviluppare l’intelligenza emotiva, la possibilità di trasformazione, l’opportunità di evoluzione. Il bambino abituato al modello stimolo-risposta avrà difficoltà a gestire il suo tempo di noia e di attesa, avvertito come “vuoto”. D’altra parte, perderà il suo tempo in quanto estraniato in un mondo virtuale. Educare alla realtà, e quindi a questo “tempo reale”, è il primo passo per l’educazione alla vita digitale e a quell’equilibrio tra l’essere e il non-essere, esistere e scomparire.

 Come cambia il rendimento scolastico in giovani con dipendenza digitale? Può la scuola contribuire a promuovere un uso sano e responsabile della tecnologia tra gli studenti?

 Qualsiasi tipo di dipendenza, e in questo caso nello specifico quella digitale, distrae dall’obiettivo inibendo il raggiungimento dei traguardi. Perciò un dipendente dalla tecnologia avrà come priorità estrema un mondo virtuale lontano dalla realtà e quindi lontano anche dall’interesse per le cose, le persone, le relazioni, lo studio e l’apprendimento. Sarà privato della curiosità proprio perché abituato ad un modello stimolo-risposta che è opposto alla conoscenza profonda e autentica. A ciò si aggiungono le difficoltà cognitive, comportamentali e delle funzioni esecutive alimentate dall’abuso dei dispositivi digitali che implicano disturbi dell’apprendimento e di conseguenza un abbassamento del rendimento scolastico. In particolar modo, le evidenze scientifiche dimostrano come il disturbo di attenzione e iperattività (ADHD) sia correlato a tale dipendenza. Affinché venga fronteggiata una situazione di emergenza simile, è necessario che la scuola collabori innanzitutto con professionisti della salute mentale creando percorsi specifici per genitori/figli, genitori/figli/istituzione scolastica. Solo un costante e collaborativo monitoraggio e potenziamento della sfera emozionale, delle attività a contatto con la natura e le persone, dello sport, e della stimolazione affettiva possono promuovere non solo un uso sano e responsabile della tecnologia, ma di tutta l’intera vita dell’individuo.

 Orizzonte Scuola



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venerdì 15 marzo 2024

RAGAZZI. SALUTE MENTALE IN CRISI



 
Solitudini, dipendenze, disagio, ritiro sociale: i più giovani sotto pressione. 

E gli adulti non stanno molto meglio.

Il punto annuale sul benessere psichico degli italiani nel convegno dell’Ufficio Cei per la Pastorale della salute con psichiatri e studiosi. Cresce l’allarme per patologie che insidiano le nuove generazioni


Baturi: «L’incontro nasce solo quando riconosco l’altro come persona, anche con tutte le sue ferite. E mi prendo cura di lui»

 

-         di PINO CIOCIOLA

    

Il futuro non sembra di grande compagnia. Anzi, mostra piazze quasi solo virtuali e solitudini reali, condite da una discreta tristezza e qualche senso di vuoto. Mentre il presente neppure mostra un barlume d’inversione di rotta e tendenze. Non c’è insomma da stare granché allegri, specie pensando ai più giovani, ma tocca muoversi, com’è stato spiegato a “Le grandi solitudini. La Chiesa italiana e la salute mentale”, settima edizione del convegno promosso dall’Ufficio nazionale per la Pastorale della salute della Cei, in collaborazione con l’Associazione italiana psicologi e psichiatri cattolici e l’associazione “In punta di piedi”, con una ventina di relatori.

 Pandemia della solitudine.

 Diversi elementi «ci fanno dire che oggi viviamo una “pandemia della solitudine”, e si direbbe che il contesto sociale occidentale attuale non aiuta la relazione», dice in un videosaluto inviato al convegno monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei. Ma «l’incontro, la relazione, può nascere solo quando riconosco l’altro, anche nelle sue fragilità, anche quando è vulnerato, ha subito qualche ferita, lo riconosco come persona, come un “tu” che possiede quell’originario valore per sé stesso. E mi prendo cura di lui».

 Ritiro sociale. Punto, già sconsolante, di partenza, socialmente parlando: «Una percentuale di ragazzi tra l’11 e il 27% soffre di sentimenti di tristezza e vuoto, quando diventano consapevoli della scarsa quantità e qualità delle proprie relazioni sociali», percentuale che «sale al 40% se si considera l’età adulta», spiega Stefano Vicari, docente di Neuropsichiatria infantile alla Cattolica di Roma e responsabile dell’Unità operativa complessa Neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza all’Ospedale Bambino Gesù. Occhio poi al cosiddetto “ritiro sociale” (sottrarsi alle opportunità d’interazione con i coetanei), visto che si stimano in questa condizione «120mila ragazzi ».

 Vita da smartphone . Ancora Vicari: «Il 78,3% di bambini fra 11 e 13 anni utilizza internet tutti i giorni, soprattutto attraverso lo smartphone ». A proposito, «i bambini tra sei e dieci anni che utilizzano lo smartphone tutti i giorni sono passati dal 18,4% del 2018/19 al 30,2% del 2020/2021», cioè dopo la pandemia. Risultato? «Facile e veloce soddisfazione dei bisogni virtuali», «controllo sugli altri, sulle proprie emozioni e i propri comportamenti», «eccitazione da immagini, suoni e video durante la navigazione». Naturalmente con la “sindrome da disconnessione” scattano «ansia, tristezza e rabbia», annota Vicari. Così – conclude – «la dipendenza da strumenti elettronici è la piaga di questi anni». Con relativa e annessa solitudine.

 Condizione patologica. Tanto più che c’è una bella differenza fra stare soli, restarci o finirci: «Se usiamo l’espressione “stare da soli” – annota l’Ufficio Cei per la Pastorale della salute, diretto da don Massimo Angelelli – possiamo pensare a un’opportunità per generare nuove energie, progetti, sviluppi. Se passiamo a “restare da soli” tratteggiamo uno scenario velato di tristezza, con la sensazione che si sia perduto qualcuno di prezioso. Ma quando nel nostro linguaggio entra la parola “solitudine” disegniamo un quadro malinconico che confina con – o addirittura entra in – una condizione patologica». Dunque, «nato per la relazione, l’essere umano, si trova non poche volte in condizione di solitudine, al punto che la letteratura a più riprese lo descrive come un essere “solo” dalla nascita alla fine».

 I “divorzi grigi”. Prendiamo la coppia che scoppia, altro giro di potenziali (e purtroppo non solo) solitudini. Un campanello ormai più che d’allarme sono i “ grey divorces” (divorzi grigi), i divorzi che avvengono oltre i cinquant’anni. E sono le donne – sottolinea Cinzia Niolu, medico, psicoterapeuta, psichiatra, dirigente della Uoc di Psichiatria della Fondazione Policlinico Tor Vergata – ad avere «una maggiore difficoltà a riprendersi emotivamente e psicologicamente».

 Disabilità. Ancora, pensando alla solitudine delle famiglie con figli disabili, «nell’ultimo decennio il numero delle consulenze neuropsichiatriche al Dipartimento emergenza e accettazione del Bambino Gesù è aumentato undici volte», fa sapere Paolo Alfieri, dottore in Neuroscienze dello Sviluppo, Uoc di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù di Roma. Intanto, nel mondo «più di un adolescente su sette tra 10 e 19 anni convive con un disturbo mentale diagnosticato» e «il suicidio è la seconda causa di morte tra 15 e 19 anni in Europa». Testimonianza della mamma di una ragazza disabile in cura al Bambino Gesù: « Invitare un familiare in casa a pranzo o per un semplice incontro è impensabile. Ancor più quando tutti si riuniscono», come a Natale o per un compleanno, che «per noi rimane un’utopia».

www.avvenire.it  

 

sabato 3 giugno 2023

CELLULARI A TUTTO SPIANO

LIMITI DI TEMPO 

E CELLULARE 

VIETATO A TAVOLA 

PER TUTTI

 

- di GIGIO RANCILIO

 Se la massima autorità americana che si occupa di salute pubblica lancia un allarme sul tema social e salute mentale dei giovani, noi adulti non possiamo certo restare indifferenti anche se abitiamo a migliaia di chilometri di distanza. Anzi, sperimentando quotidianamente il rapporto dei nostri figli o dei nostri studenti con social e cellulari, ci viene facile applaudire all’iniziativa di Vivek Murthy, Surgeon general degli Stati Uniti. Al contempo, però, dovremmo ricordarci che anche ognuno di noi è chiamato a fare qualcosa. A questo punto, di solito, nascono i problemi. O meglio: le differenze. C’è chi vorrebbe vietare tutto e chi ha sempre meno voglia di discutere e litigare con i figli su questi temi. Alcuni invece si fermeranno al titolo del rapporto, «Social media e salute mentale dei giovani», leggendolo così. «I social fanno male alla salute mentale di bambini e ragazzi». In fondo siamo sempre lì, in bilico tra il farci guidare dalle nostre inevitabili preoccupazioni per tutto ciò che può portare danno ai nostri ragazzi e l’ammettere che di digitale non se sappiamo ancora abbastanza e quindi dovremmo spendere energie e tempo per informarci di più e meglio. Nella sua relazione di 19 pagine, per esempio, il team di Murthy non ha detto solo «che i social fanno male alla salute mentale di bambini e adolescenti». Ci ha ricordato che «in America il 40% dei bambini tra gli 8 e i 12 anni usa i social» anche se non avrebbe l’età per farlo (cosa che in proporzioni molto simili avviene anche in Italia) e che spesso lo fa anche con la complicità dei genitori. Ha anche ammesso con grande onestà che nonostante bambini e adolescenti li usino tanto e nonostante esistano molti studi su quanto i social siano dannosi per alcuni di loro, non abbiamo ancora risultati ampi, definitivi e completi sull’impatto reale del digitale sui più giovani. Il motivo principale è che ci vogliono ancora anni di studio e di analisi per potere avere ricerche definitive su questi temi. Quindi, penserà qualcuno, perché preoccuparsi? Per il cosiddetto principio di precauzione, quello che spesso sintetizziamo nella frase: «Prevenire è meglio che curare ». Perché «anche se non abbiamo ancora prove sufficienti per stabilire se i social siano sicuri per loro, i nostri ragazzi non possono permettersi il lusso di aspettare anni prima di conoscere l’intera portata dell’impatto dei social media sulla loro infanzia e adolescenza. Il loro periodo di sviluppo sta avvenendo ora. E noi ci troviamo nel mezzo di una crisi nazionale per quanto riguarda la salute mentale dei giovani e temo che i social siano un fattore importante». Certo, bambini e adolescenti vengono influenzati dei social in modi diversi, «in base ai loro punti di forza e alle loro vulnerabilità individuali nonché in base a fattori culturali, storici ed economici». Ma anche se i social non fanno male a tutti e non allo stesso modo «e anche se possono fare bene ad alcuni» non possiamo non preoccuparci.

 A questo punto a noi genitori, educatori ed adulti resta una domanda: cosa posso fare concretamente per aiutare e proteggere bambini e ragazzi? Murthy nel suo lungo rapporto dà anche dei consigli molto pratici a genitori e adulti. Il primo: mettete delle regole. «Bambini e ragazzi che usano i social per più di tre ore al giorno hanno il doppio delle probabilità di avere problemi di salute mentale, di ansia e di depressione». Per essere efficaci le regole però devono valere per tutti: bambini, adolescenti e adulti. Il secondo consiglio pratico è: vietate l’uso dei cellulari durante i pasti a qualunque componente della famiglia. Tra i tantissimi spunti del rapporto ci sembrano particolarmente importanti ancora due passaggi.

 Il primo: «L’onere di proteggere i minori dagli effetti del digitale non può ricadere solo sui genitori, i quali non vanno lasciati soli in questo compito. Le aziende devono fare di più. La politica e l’intero tessuto sociale devono fare di più». Il secondo: «Dobbiamo non dimenticare che per alcune domande non abbiamo ancora risposte certe. Per esempio, su quali contenuti e quali strumenti siano più dannosi per la salute dei nostri bambini e ragazzi». Non lo sappiamo ancora e quindi oltre che creare regole e farle rispettare dobbiamo sempre di più metterci accanto ai nostri ragazzi per avviare un dialogo che ci porti a conoscere meglio il digitale e loro. E dobbiamo farlo subito.

 www.avvenire.it

 

mercoledì 6 ottobre 2021

IL DISAGIO MENTALE GIOVANILE IN CRESCITA


 Unicef: cresce il disagio mentale giovanile.

 Il suicidio tra le prime cause di morte

I dati nel Rapporto Unicef in uscita oggi in cui si stima anche l'impatto della pandemia sulla salute dei giovanissimi e si valutano gli investimenti istituzionali per farvi fronte, ancora troppo scarsi

 

-Gabriella Ceraso, Cecilia Seppia

 

Sono cifre preoccupanti le prime che emergono dal Rapporto curato dall'Unicef dal titolo : "La Condizione dell'infanzia nel mondo - Nella mia mente: promuovere, tutelare e sostenere la salute mentale dei bambini e dei giovani". Più di un adolescente su 7, tra i 10 e i 19 anni, convive - secondo i dati - con un disturbo mentale diagnosticato e in prevalenza si tratta di maschi, 89 milioni, contro i 77 milioni di ragazze. Un disagio che a volte può diventare insopportabile e che porta quasi 46mila adolescenti ogni anno a togliersi la vita, in pratica più di uno ogni 11 minuti. Nelle diagnosi dei disturbi mentali a prevalere, al 40% circa, sono ansia e depressione con tassi più elevati in Medio Oriente e Nord Africa, in Nord America e in Europa Occidentale. In alcuni casi il disagio mentale - fa sapere l'Unicef -  è tale che da lasciare i giovani con la sensazione di non avere una via di uscita. E così il suicidio è, nel mondo, una fra le prime cinque cause di morte nei giovanissimi tra 15 e 19 anni, ma in Europa occidentale diventa la seconda, con 4 casi su 100mila, dopo gli incidenti stradali.

L'impatto sociale e scarsi investimenti

Ogni problematica mentale diagnosticata impatta sui bambini ma di riflesso sulla società tutta: dal deficit di attenzione, all' autismo, dal disturbo bipolare a quelli della condotta e dell'alimentazione. Una nuova analisi della London School of Economics presente nel Rapporto sui giovani dell'Unicef, indica che il mancato contributo alle economie a causa dei problemi di salute mentale che portano a disabilità o morte tra i giovani, è stimato in quasi 390 miliardi di dollari all'anno. A fronte di questo, "i governi - ha dichiarato il direttore generale dell'Unicef Henrietta Fore - stanno investendo troppo poco per affrontare questi bisogni fondamentali". A livello globale, infatti, agli interventi per patologie mentali, viene destinato solo il 2% dei fondi governativi per la salute. "Troppo poco, rispetto alle necessità", mette in guardia il Rapporto. 

Il costo psicologico della pandemia

All'interno del nuovo rapporto, viene presentato anche un sondaggio condotto dall'Unicef e dalla società di analisi americana Gallup in 21 paesi, che stima il costo psicologico della pandemia il cui impatto potrebbe prolungarsi per molti anni. Secondo i dati, 1 giovane su 5 tra i 15 e i 24 anni dichiara di sentirsi spesso depresso o di avere poco interesse nello svolgimento di attività. A livello globale, almeno 1 bambino su 7 è stato direttamente colpito dai lockdown, mentre più di 1,6 miliardi di bambini hanno perso parte della loro istruzione a causa delle chiusure delle scuole. L'interruzione della routine, dell'istruzione, delle attività ricreative, così come la preoccupazione per il reddito familiare e la salute, spiega il rapporto, rende molti giovani spaventati, arrabbiati, fragili e preoccupati per il loro futuro. "Sono stati 18 lunghi mesi per tutti noi, specialmente per i bambini. Con i lockdown a livello nazionale e le restrizioni di movimento legate alla pandemia - ha dichiarato il direttore generale dell'Unicef Henrietta Fore, i bambini hanno trascorso anni indelebili della loro vita lontano dalla famiglia, dagli amici, dalle aule, dal gioco, elementi chiave dell'infanzia stessa". Non solo. L'impatto della pandemia sulla salute mentale "è solo la punta dell'iceberg. Anche prima della pandemia - conclude - troppi bambini erano gravati dal peso di problemi, non affrontati, di salute mentale".

Fattori predittivi e protettivi di disturbi mentali

Dal rapporto emerge poi come all'origine dei disturbi mentali ci sia un mix letale di genetica, esperienze e fattori ambientali che incidono, contrariamente a quanto si pensa, fin dai primissimi giorni  dopo la nascita, tra cui il ruolo dei genitori, la scolarizzazione, la qualità delle relazioni, l'esposizione alla violenza o ad abusi, la discriminazione, la povertà, le crisi umanitarie e le emergenze sanitarie come quella provocata dal Covid-19, destinati a influenzare la salute mentale dei bambini per tutta la loro vita. Mentre i fattori protettivi, come persone che si prendono cura di loro amorevoli, ambienti scolastici sicuri e relazioni positive tra coetanei possono contribuire a ridurre il rischio di disturbi mentali. Secondo il rapporto, di nuovo, esistono delle barriere importanti, tra cui stigmatizzazione e mancanza di fondi, che stanno impedendo a troppi bambini di godere di una buona salute mentale o di accedere al supporto di cui hanno bisogno.

Agire su tre direttrici

La Condizione dell’infanzia nel mondo invita perciò i governi e i partner del settore pubblico e privato a impegnarsi, comunicare e agire per promuovere la salute mentale di tutti i bambini, adolescenti e persone che se ne prendono cura, proteggere chi ha bisogno di aiuto e assistere i più vulnerabili. Le direttrici su cui muoversi sono tre: investimenti urgenti nella salute mentale dei bambini e degli adolescenti in tutti i settori, non solo in quello sanitario, per sostenere un approccio alla prevenzione, alla promozione e alle cure che coinvolga tutta la società; integrare e aumentare gli interventi basati su evidenze nei settori della salute, dell'istruzione e della protezione sociale - compresi programmi per i genitori che promuovano un'assistenza attenta e amorevole e sostengano la salute mentale di genitori e persone che si prendono cura dei bambini e garantire che le scuole supportino la salute mentale attraverso servizi di qualità e relazioni positive. Infine: rompere il silenzio che circonda le problematiche di salute mentale, affrontando la stigmatizzazione, promuovendo una migliore comprensione della salute mentale e prendendo sul serio le esperienze dei bambini e dei giovani. "La salute mentale è una parte della salute fisica - non possiamo permetterci di continuare a vederla in altro modo", ha detto Fore rivolgendo un appello finale. "Per troppo tempo, sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, abbiamo visto poca comprensione e troppo pochi investimenti in un aspetto essenziale per massimizzare il potenziale di ogni bambino. Tutto questo deve cambiare".

 Vatican News

 RAPPORTO UNICEF