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mercoledì 26 giugno 2024

I TRAFFICANTI SONO CRIMINALI

 


Aiutiamo chi cade 

nella schiavitù della droga. 

 

La catechesi dell'udienza generale tutta dedicata alla tragica realtà delle tossicodipendenze in occasione dell'odierna Giornata mondiale Onu contro l’abuso e il traffico illecito di droga. La liberalizzazione del consumo di droghe come strategia per il suo contenimento "è una fantasia", afferma Francesco, che indica la prevenzione come via prioritaria. E definisce coloro che alimentano questo mercato "assassini e trafficanti di morte"

 

-       -  di Adriana Masotti - Città del Vaticano

 

"Di fronte alla tragica situazione della tossicodipendenza di milioni di persone in tutto il mondo, di fronte allo scandalo della produzione e del traffico illecito di tali droghe, non possiamo essere indifferenti". In occasione della Giornata mondiale contro l’abuso e il traffico illecito di droga che ricorre oggi, Francesco dedica a questa piaga sociale la catechesi all'udienza generale di questo mercoledì, 26 giugno, in piazza San Pietro. Tema della Giornata istituita dall'Onu nel 1987 è "Le prove sono chiare: bisogna investire nella prevenzione."

Ogni persona ha la dignità di figlio di Dio

Se, come aveva affermato san Giovanni Paolo II, l'abuso di droga danneggia ogni comunità in cui è presente, Francesco ricorda che l'attenzione è sempre dovuta ad ogni persona coinvolta nel suo utilizzo. E, citando ciò che aveva detto ai partecipanti all'incontro promosso dalla Pontificia Accademia delle Scienze il 24 novembre 2016, afferma:

Ogni tossicodipendente "porta con sé una storia personale diversa, che deve essere ascoltata, compresa, amata e, per quanto possibile, guarita e purificata. Continuano ad avere, più che mai, una dignità, in quanto persone che sono figli di Dio. Tutti hanno una dignità"

Porre fine alla produzione e al traffico

Il Papa cita poi le severe parole di Benedetto XVI che esortava i trafficanti a riflettere "sul male che stanno facendo a una moltitudine di giovani e di adulti", tenendo presente che Dio ne chiederà loro conto. "Sono degli assassini", afferma Francesco che entra poi nel merito di che cosa sia necessario fare per fermare l'uso delle droghe:

Una riduzione della dipendenza dalle droghe non si ottiene liberalizzandone il consumo - questa è una fantasia - , come è stato proposto, o già attuato, in alcuni Paesi. E questo: si liberalizza e si consuma di più. Avendo conosciuto tante storie tragiche di tossicodipendenti e delle loro famiglie, sono convinto che è moralmente doveroso porre fine alla produzione e al traffico di queste sostanze pericolose. Quanti trafficanti di morte ci sono – perché i trafficanti di droga sono trafficanti di morte! – quanti trafficanti di morte ci sono, spinti dalla logica del potere e del denaro ad ogni costo!

La prevenzione quale via prioritaria di contrasto

Francesco indica quindi la prevenzione come "via prioritaria" di contrasto all'abuso di droghe. Attingendo alle sue esperienze personali il Papa aggiunge:

Nei miei viaggi nelle diverse diocesi e Paesi, ho potuto visitare diverse comunità di recupero ispirate dal Vangelo. Esse sono una testimonianza forte e piena di speranza dell’impegno di preti, consacrati e laici di mettere in pratica la parabola del Buon Samaritano. Così pure sono confortato dagli sforzi intrapresi da varie Conferenze episcopali per promuovere legislazioni e politiche giuste riguardo al trattamento delle persone dipendenti dall’uso di droghe e alla prevenzione per fermare questo flagello.

Preghiera e impegno contro la droga

A titolo di esempio ricorda la rete de La Pastoral Latinoamericana de Acompañamiento y Prevençión de Adicciones (PLAPA) che condivide esperienze e difficoltà in fatto di lotta alla droga, e i vescovi dell’Africa Australe che nel novembre 2023 hanno convocato una riunione sul tema “Dare potere ai giovani come agenti di pace e speranza”. Nessuno può rimanere indifferente, afferma il Papa, di fronte "alla tragica situazione della tossicodipendenza", e allo "scandalo della produzione e del traffico illecito". Il nostro modello è Gesù. Riproponendo quanto da lui scritto nel Messaggio ai partecipanti al 60th Congresso Internazionale dei Tossicologi Forensi il 26 agosto 2023, dice ancora:

Sullo stile della sua prossimità, siamo chiamati anche noi ad agire, a fermarci davanti alle situazioni di fragilità e di dolore, a saper ascoltare il grido della solitudine e dell’angoscia, a chinarci per sollevare e riportare a nuova vita coloro che cadono nella schiavitù della droga.

Il Pontefice conclude invitando anche a pregare per "questi criminali che danno la droga ai giovani". E ribadisce: "Sono criminali, sono assassini. Preghiamo per la loro conversione".

 

Vatican News

 PAROLE DEL PAPA




venerdì 12 gennaio 2024

LA "CANNA" MAI E' LEGGERA

Nella letteratura scientifica sempre più evidenze della pericolosità del consumo di cannabis.

 Danni neurologici anche irreversibili tra gli adolescenti, con un contenuto di Thc che dal 5 è salito fino al 50%. Nei nuovi dati diffusi dal Ministero della Salute un capitolo scientifico che fa chiarezza su droghe e giovanissimi.

Al messaggio diffuso nella “Generazione Z” sulla presunta innocuità della cannabis si oppongono i dati delle ricerche su disturbi ed effetti anche gravi.

 

-         -di VIVIANA DALOISO

 Attacchi di panico, ansie, psicosi. Il grande male che sta scavando un abisso nell’esistenza dei nostri ragazzi, e che dal Covid in avanti ha fatto suonare un campanello d’allarme sulla fragilità della loro salute mentale, ha radici profonde che psicoterapeuti e neuropsichiatri negli ultimi mesi hanno cercato di mettere a fuoco mescolando gli esiti dell’isolamento sociale, l’incapacità di relazionarsi e gestire le responsabilità imposte da un mondo adulto sempre più distante, la sovraesposizione tecnologica. 

Non basta. Perché, se è vero che il 28% degli adolescenti in età scolare fa uso di stupefacenti (che per 600mila di loro è la cannabis), l’11% di psicofarmaci e addirittura il 50% di alcol, mescolandolo alle sostanze e alle pasticche, al computo delle cause di tanto disagio bisognerebbe trovare il coraggio di aggiungere una volta per tutte il capitolo dipendenze. L’argomento, invece, risulta per lo più dimenticato. Sul piano politico il dibattito resta viziato da strumentalizzazioni e slogan sempre uguali a sé stessi: l’ultima trovata è quella di una proposta di legge di iniziativa popolare per la coltivazione domestica di cannabis, promossa dalle associazioni radicali. Già trentamila le firme, raccolte con i soliti slogan: che non fa male (anzi, che farebbe persino bene), che l’uso personale deve essere consentito, che in altri Paesi si può acquistare e consumare nei “club” mentre da noi («proibizionisti») no. 

Argomenti persuasivi sul fronte di un’opinione pubblica ormai anestetizzata agli allarmi sulle cosiddette “droghe leggere”, che leggere non sono, senza che ai più giovani venga spiegato il perché. Esagerazioni? Tutt’altro: i dati appena diffusi dal Ministero della Salute sulla presa in carico di chi fa uso di sostanze nel nostro Paese (quasi 130mila persone nel 2022) evidenziano come oltre il 70% dei giovanissimi siano assistiti nei Serd proprio per dipendenza da cannabis. Due su tre. Depressione e psicosi legate al suo consumo i primi scogli da affrontare, proprio come avviene negli ospedali e nei Pronto soccorso, dove oltre la metà degli accessi per abuso di sostanze finisce con una diagnosi psichiatrica. «Niente che stupisca – spiega Antonio Bolognese, professore onorario di Chirurgia generale del dipartimento Pietro Valdoni del Policlinico Umberto I e responsabile scientifico della Commissione istituita dall’Ordine dei medici di Roma e Provincia per la valutazione e la prevenzione dei danni delle cannabis sui ragazzi –. La verità è che la scienza di questi danni parla ormai da anni, per lo più inascoltata».

 Quella che è cambiata è la penetrazione massiccia dei consumi nelle nuove generazioni (con un crollo della “prima volta” fino agli 11 anni) e soprattutto la concentrazione di principio attivo della cannabis: « Oggi quest’ultima risulta del tutto trasformata da coltivazioni intensive e modificazioni genetiche, con un contenuto di Thc che dal 5% è passato al 30% se non addirittura al 50%. È facile immaginare il danno incommensurabile, e sempre più spesso irreversibile, che una sostanza così pesante può avere su cervelli ancora in via di sviluppo, quali sono quelli dei nostri ragazzi fino ai 24 anni». Il consumo di cannabis interferisce infatti con la maturazione cerebrale, modifica comportamenti e capacità decisionali, causa deficit di memoria e di concentrazione (arrivando ad abbassare il quoziente intellettivo fino a 8 punti), altera la percezione della realtà e del pericolo, persino il coordinamento psicomotorio. «Di più, e ciò che è più grave: innesca danni permanenti sulla salute mentale aumentando il rischio di depressione, attacchi di panico e schizofrenia».

Sono le stesse conclusioni a cui è giunto lo scorso settembre lo studio pubblicato sul British medical journal, che per la prima volta ha messo a confronto oltre un centinaio di ricerche e pubblicazioni con l’obiettivo di misurare il rapporto tra rischi e benefici della cannabis. Dimostrando che «i primi superano di gran lunga i secondi» spiega Marco Solmi, lo psichiatra italiano che insegna all’Università di Ottawa e che ha coordinato il gruppo di lavoro. Impressionante il legame evidenziato dagli esperti tra il consumo della sostanza tra i più giovani e le alterazioni del funzionamento cognitivo che possono esporre con facilità agli incidenti stradali, a quelli sul lavoro, ma anche a tendenze autolesionistiche e suicidarie: tutti fenomeni che stanno travolgendo la cosiddetta “Generazione Z”, cresciuta sul piano culturale alla scuola della totale normalizzazione del consumo di cannabis. 

«La considerano una sostanza innocua, ciò che è manifestamente falso – sottolinea Solmi, che in Canada (dove la cannabis si può comprare liberamente) gestisce un centro per psicosi che accoglie sempre più ragazzi segnati dalle conseguenze di un consumo incontrollato – visto che scientificamente di innocuo non esiste nulla. Io non sono proibizionista, non ho ricette politiche, ma come uomo di scienza credo che i ragazzi vadano informati dei rischi che corrono. Di qui la necessità di questo studio, che lo dimostra al di là di prese di posizione ideologiche».

 È quel che tenta di fare anche il professor Bolognese nelle scuole, nelle società sportive e persino negli oratori di Roma con il progetto pilota sostenuto dall’Omceo: «Proviamo ad arrivare prima, già tra gli 8 e i 10 anni, a spiegare ai più piccoli che cos’è la cannabis prima che la incontrino». Serve una consapevolezza che manca, anche tra gli adulti, «anche tra molti medici, che ignorano i rischi del consumo e non trattano più la tossicodipendenza come una malattia. La nostra attività di formazione è rivolta a tutti, con l’obiettivo di una presa di coscienza collettiva».

 Canale Vita

www. Avvenire. it/ Vita


 

sabato 2 settembre 2023

LA DROGA DEI NUOVI ZOMBIE


- di Massimo Recalcati

Alcuni la chiamano droga-zombie. Ne avevo sentito parlare da diverso tempo, ma non avevo mai potuto osservare in presa diretta i suoi effetti. Nel nostro Paese, da quello che mi risulta, non circola ancora. Mi è capitato questa estate in una Seattle dall’aria triste e abbandonata di incontrare le sue vittime in piena downtown. Quello che colpisce è la postura bloccata dei corpi, come colpiti da una paralisi inquietante; corpi sospesi, vivi ma senza vita, marmorizzati, imprigionati in un denso e infernale torpore, immobilizzati, specie di sculture morte, ripiegate su se stesse, accartocciate in posizioni irreali. Come i corpi pietrificati di Pompei in fuga dalla incandescenza della lava: corpi irrigiditi in una sorta di ultimo spasmo di vita, corpi senza scampo, senza più vie di fuga. 

Un micidiale mix

La sostanza è un mix chimico micidiale di due molecole: la xilazina utilizzata per lo più nella medicina veterinaria come prodotto sedativo per animali di grossa mole e il fentanyl, un oppioide sintetico con effetti analgesici. Questi nuovi tossicomani li chiamano zombie. Nei film horror gli zombie appaiono per lo più nella forma dei morti che riprendono imprevedibilmente vita, che ritornano spettralmente dal mondo buio dell’oltretomba alla ricerca di vita umana da sbranare. Nel centro di Seattle, invece, questi giovani zombie apparivano solamente come vite già morte. Non dunque come vite morte che ritornano spettralmente vive, ma come vite vive che appaiono già intaccate dalla morte. Davvero impressionante anche per uno psicoanalista abituato ad avere a che fare anche con le forme più gravi della sofferenza umana. 

Degrado sociale

Lo sfondo il degrado sociale e la povertà, la vita esclusa, schiacciata nell’angolo, lasciata cadere. Quanto è diversa questa droga da quelle che abbiamo già conosciuto? Negli anni Settanta del secolo scorso l’eroina si era configurata come il paradigma trasgressivo dell’intossicazione. L’estasi, il paradiso artificiale, la fuga dalla realtà, ma anche la contestazione nei confronti del sistema, il suo ripudio radicale, la sua condanna senza appello. Distruggersi per non fare parte di un mondo i cui valori erano anarchicamente rifiutati. Quel primo paradigma trasgressivo dell’intossicazione implicava la dissociazione dal conformismo della vita borghese e l’illusione che potesse esistere una vita differente, svincolata dall’ideologia dei consumi e dalla violenza del capitalismo. Abbiamo poi conosciuto un paradigma completamente diverso. È quello iperattivo che trova nella cocaina la sua sostanza ideale. Abbiamo tutti in mente la sulfurea figura di The Wolf of Wall Street di Scorsese, interpretata da uno straordinario Di Caprio. In questo caso la contestazione del sistema ha lasciato il posto alla sua più estrema assimilazione. In primo piano non è più il flash del godimento eroinomane come via di accesso (illusoria) ad un altro mondo, ma l’avidità senza scrupoli e senza tregua di un godimento pienamente omogeno alla pulsione neo-libertina del capitalismo finanziario.

L'illusione

 Il consumo della cocaina non dissocia la vita dal sistema, ma la rende competitiva, rafforza il principio di prestazione, amplifica la volontà di potenza del proprio Io. Mentre l’illusione del paradigma trasgressivo dell’eroina consisteva nel raggiungere una forma di vita alternativa a quella del consumatore borghese, quella sostenuta dalla cocaina si definisce come una sorta di corsa maniacale verso un godimento senza limiti. Mentre l’eroina è una droga dell’inconscio, la cocaina è una droga dell’Io. Questo ultimo paradigma della droga-zombie sembra invece introdurci in un universo differente. La contestazione trasgressiva del sistema (eroina) e la sua assimilazione iperattiva (cocaina) ha lasciato il posto ad un altro paradigma. 

L'intossicazione

Quello che la droga zombie mette in luce è che la finalità ultima della droga è sempre una finalità mortifera. Freud aveva parlato a questo proposito del principio del Nirvana: azzerare le tensioni della vita, estinguere la spinta del desiderio, condurre la vita verso lo zero assoluto. La droga zombie dichiara in modo inequivocabile questa finalità ultima dell’intossicazione. Nessun paradiso artificiale, nessuna trasgressione, nessuna critica al sistema. Ma anche nessun potenziamento narcisistico del proprio Ego, nessuna volontà di potenza, nessun godimento neo-libertino. 

Una vita spenta

Quello che resta è solo la vita che rigetta la vita, la vita già morta, la vita bloccata, immobilizzata, la vita senza alcuna avvenire di vita. Si tratta dell’anima più propria dell’intossicazione, della sua vocazione più profondamente nirvanica. È la faccia in ombra della maniacalità neo-libertina. Mentre questa si consuma nella sua spinta avidamente illimitata di consumo, il drogato-zombie ha gettato la spugna, si è ritirato dalla gara perpetua di tutti contro tutti, punta solo ad annientarsi, a ridursi alla dimensione minerale di una scultura senza anima.

 La Repubblica

sabato 26 giugno 2021

DROGA. IN AUMENTO L'USO DURANTE LA PANDEMIA

26 giugno 

Giornata contro la droga

“Informare per salvare vite” è il tema voluto dall'Onu in questa Giornata. Il rapporto annuale delle Nazioni Unite evidenzia un forte incremento di consumo di cannabis e l’affermazione del web per la vendita di sostanze stupefacenti. A Vatican News la voce della Comunità Papa Giovanni XXIII: l'uso di droghe è una falsa risposta a bisogni profondi

 -        di Marco Guerra – SCV

 Circa 275 milioni di persone nel mondo hanno fatto uso di droghe nell’ultimo anno, è quanto emerge nel Rapporto mondiale pubblicato dalle Nazioni Unite alla vigilia dell’odierna Giornata internazionale contro la droga 2021.Nello stesso periodo preso in esame, oltre 36 milioni di persone hanno sofferto di disturbi da consumo di droga.

In aumento uso cannabis

Il rapporto mette inoltre in evidenza che la potenza della cannabis in particolre negli ultimi 24 anni è aumentata di ben quattro volte e che, tuttavia, la percentuale di adolescenti che ne percepiscono la pericolosità è scesa fino al 40%, nonostante l'evidenza che l'uso di cannabis sia associato ad una varietà di danni alla salute e di altro tipo, specialmente tra i consumatori regolari. La pandemia ha confermato queste tendenze insieme a registrare un aumento dell'uso non medico di farmaci.

Informare per salvare vite

"Una minore percezione dei rischi del consumo di droga è stata collegata a tassi più elevati di consumo, e i risultati del Rapporto mondiale sulle droghe 2021 evidenziano la necessità di colmare il divario tra percezione e realtà per educare i giovani e salvaguardare la salute pubblica". Così il direttore esecutivo dell'Ufficio Onu sulle Droghe e il Crimine, Ghada Waly. Il tema della Giornata quest'anno è "Condividi i fatti sulle droghe. Salva le vite", spiega una nota dell’Onu, sottolineando l'importanza di rafforzare la base di prove e dati per sensibilizzare il pubblico, “in modo che la comunità internazionale, i governi, la società civile, le famiglie e i giovani possano prendere decisioni informate, indirizzare meglio gli sforzi per prevenire l'uso di droga e affrontare le sfide mondiali relative a questo fenomeno”.

L’evoluzione del mercato

Un altro trend è quello della vendita di sostanze stupefacenti sul dark web. Questo tipo di mercato vale 315 milioni di dollari di vendite annuali, una piccola frazione rispetto alle vendite complessive, ma che registra una rapida espansione. Più in generale il mercato globalizzato sul web renderà le droghe più disponibili in tutto il mondo. Il documento dell’Onu osserva poi che “la resilienza dei mercati della droga durante la pandemia ha dimostrato ancora una volta la capacità dei trafficanti di adattarsi rapidamente ad ambienti e circostanze mutate”. Tra le nuove strategie si annoverano spedizioni sempre più grandi di droghe illecite, un aumento della frequenza delle rotte via terra e via acqua, un maggiore uso di aerei privati per il trasporto e un'impennata nell'uso di metodi senza contatto per consegnare la droga ai consumatori finali. Il Rapporto fa inoltre notare che le catene di approvvigionamento di cocaina verso l'Europa si stanno diversificando, spingendo i prezzi verso il basso e la qualità verso l'alto, e quindi il Vecchio Continente è esposto ad un'ulteriore espansione del mercato della cocaina.

L’impatto della pandemia

Volgendo lo sguardo agli impatti negativi della pandemia, l’analisi dell’Onu suggerisce che l’aumento delle difficoltà economiche dovute alle chiusure rende la coltivazione di droghe illecite più attraente per le fragili comunità rurali. Oltre tutto l’aumento delle disuguaglianze, della povertà e dei problemi di salute mentale, in particolare tra le popolazioni già vulnerabili, rappresentano fattori che potrebbero spingere più persone all'uso di droga.

“Non c’è una diminuzione dell’uso di sostanze stupefacenti ma c’è un mutamento del fenomeno. nel periodo della pandemia è cambiata la modalità di reperimento. Ma ricordiamo un elemento di fondo: l’uso di droghe è un tentativo sbagliato di rispondere ai bisogni profondi della persona, il bisogno di relazione e di ricerca di significato della vita. Con la pandemia è aumentato il bisogno di compensare questa ricerca con le sostanze”, spiega a VaticanNews Meo Barberis responsabile delle Comunità Terapeutiche della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Vatican News

 

 

venerdì 26 giugno 2020

ABUSO DI DROGHE: PROBLEMA UMANO E SOCIALE


Giornata internazionale contro l’abuso di droghe
 e il traffico illecito 
 Papa Francesco: “Trafficanti di morte”

 “[…] La droga, come già più volte sottolineato, è una ferita nella nostra società, che intrappola molte persone nelle sue reti. Sono vittime che hanno perso la loro libertà in cambio di questa schiavitù, di una dipendenza che possiamo definire chimica”, così Papa Francesco nel discorso ai partecipanti alla conferenza internazionale sul tema “droghe e dipendenze: un ostacolo allo sviluppo umano integrale” (1°dicembre 2018).
“L’uso della droga causa gravissimi danni alla salute, alla vita umana e alla società, voi lo sapete bene. Tutti siamo chiamati a contrastare la produzione, l’elaborazione e la distribuzione della droga nel mondo. È dovere e compito dei governi affrontare con coraggio questa lotta contro i trafficanti di morte. Trafficanti di morte: non dobbiamo avere paura di dare questa qualifica. Un ambito sempre più rischioso si sta rivelando lo spazio virtuale: in alcuni siti di Internet, i giovani, e non solo, vengono adescati e trascinati in una schiavitù dalla quale è difficile liberarsi e che conduce alla perdita del senso della vita e a volte della vita stessa. Di fronte a questo scenario preoccupante, la Chiesa sente come urgente il bisogno di instaurare nel mondo contemporaneo una forma di umanesimo che riporti al centro del discorso socio-economico-culturale la persona umana; un umanesimo che ha quale fondamento il “Vangelo della Misericordia”. A partire da esso, i discepoli di Gesù trovano ispirazione per attuare un’azione pastorale veramente efficace al fine di alleviare, curare e guarire le tante sofferenze legate alle multiformi dipendenze presenti sulla scena umana.
La Chiesa, unitamente alle istituzioni civili, nazionali e internazionali, e alle diverse agenzie educative, è fattivamente impegnata in ogni parte del mondo per contrastare il diffondersi delle dipendenze mobilitando le proprie energie sulla prevenzione, la cura, la riabilitazione e sui progetti di reinserimento per restituire dignità a coloro che ne sono stati privati. Per vincere le dipendenze è necessario un impegno sinergico, che coinvolga le diverse realtà presenti sul territorio nell’attuare programmi sociali orientati alla salute, al sostegno familiare e soprattutto all’educazione. In questa prospettiva, mi unisco agli auspici che avete formulato nella vostra Conferenza, affinché vi sia un maggiore coordinamento delle politiche antidroga e anti-dipendenze – non servono politiche isolate: è un problema umano, è un problema sociale, tutto dev’essere collegato – creando reti di solidarietà e prossimità nei confronti di coloro che sono segnati da queste patologie. […]”


Abuso di droghe: “È un problema umano, è un problema sociale”
Comunicato Stampa della Comunità Papa Giovanni XXIII

«Con la chiusura delle scuole a causa della pandemia, i ragazzi sono rimasti più soli ed esposti ai pericoli del web, divenuto oggi il luogo in cui incontrano, conoscono e comprano sostanze stupefacenti di ogni genere. Mentre in Parlamento si raccolgono firme per rendere più florido il mercato della droga, soffocando così la libertà di tanti ragazzi con nuove forme di schiavitù, il nostro grido di allarme è per una strategia di prevenzione educativa sempre più dimenticata». Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Papa Giovanni XXIII, spiega la preoccupazione della Comunità in occasione della Giornata mondiale della Lotta alla droga del 26 giugno.
«Ormai sono chiare le gravi conseguenze che pandemia e lockdown stanno recando: aumento del livello di stress, aggressività e disturbi del sonno. – continua Ramonda – A questo si aggiunge la sovraesposizione alla rete e le dipendenze comportamentali ad essa legate. Con la conseguenza che stanno cambiando modalità e stili di consumo e approvvigionamento delle droghe. Oggi l’attività di spaccio si è trasferita dalla strada al dark web e ai social network. Chiediamo al Governo e a tutti coloro che hanno responsabilità educative nei confronti delle giovani generazioni, dei loro bisogni educativi, dei loro diritti, della loro dignità di investire nella prevenzione».
La Comunità Papa Giovanni XXIII ha aperto 40 anni fa la prima Comunità terapeutica per il recupero delle persone con dipendenze patologiche. Oggi gestisce 34 Comunità Terapeutiche – 22 in Italia e 12 all’estero – in cui sono accolte oltre 300 persone.


sabato 26 ottobre 2019

QUOTIDIANI FATTI DI CRONACA CI INTERPELLANO


Recentissimi episodi di cronaca ci costringono a riportare l’attenzione sul fenomeno, ormai quasi rimosso dai mass media e dall’opinione pubblica, della diffusione della droga fra i giovani.

di Giuseppe Savagnone


Vicino Livorno una ragazza di 19 anni è morta in discoteca dopo aver ingerito delle pasticche, sembra di Ecstasy, insieme ad alcool.
Nei pressi di Palermo due ragazzi, uno di 16, uno di 17 anni, sono morti perché l’auto su cui tornavano dalla discoteca, guidata da un ventenne risultato poi positivo ai test su alcool e droga, è uscita di strada.
Un fenomeno rimosso
Non si tratta di incidenti casuali. Il costante aumento del consumo di droga tra i giovani è segnalato da tutte le statistiche.
Gli esperti segnalano che ormai diventa sempre più frequente il passare con leggerezza da una droga all’altra, o l’assumere sostanze senza nemmeno sapere di che si tratta, solo perché l’ha appena assunta il tuo vicino.
Anche per l’enorme varietà di prodotti in circolazione, dalla cannabis allo SPICE alle anfetamine alla cocaina (con un ritorno perfino della “vecchia” eroina). Senza parlare di quelle droghe “legali” che sono l’alcool e il fumo, di cui spesso si sottovaluta la gravità.
La fragilità delle nuove generazioni
Questi dati ci avvertono che – malgrado l’immagine rassicurante di Greta e dei milioni di ragazzi e ragazze che, sul suo esempio, hanno dato in questi giorni una lezione di responsabilità agli adulti sui problemi del clima – cresce la fragilità di fondo delle nuove generazioni sul piano esistenziale e, con essa, l’enorme responsabilità che abbiamo verso di loro anche sotto questo profilo.
Perché, al di là della desertificazione ambientale, su cui la recente protesta studentesca ha incentrato la sua vibrante accusa, la nostra società ne ha determinato un’altra, forse ancora più devastante – anche se i giovani la subiscono a un livello troppo profondo dentro di loro per riuscire a metterla a fuoco, pur soffrendola dolorosamente sulla propria pelle –, ed è quella che riguarda il senso da dare alla propria vita.
Il “senso” perduto
Le generazioni passate, nel complesso, erano riuscite nell’impegno di trasmettere ai propri figli qualcosa – giusto o sbagliato che fosse – in cui credere.
Si trattasse della fede religiosa, o dei princìpi della morale borghese, o della patria, o della rivoluzione proletaria, si cresceva all’interno di una visione complessiva della realtà che consentiva, anzi richiedeva, l’orientamento della persona verso uno scopo oggettivo, in grado di dare senso – nella duplice accezione di “significato” e di “direzione” – alla sua esistenza.
Ancora le lettere scritte in carcere dai giovani partigiani in procinto di essere giustiziati dai nazisti, testimoniano la loro convinzione di non aver sacrificato invano la propria vita.
Valori autoreferenziali
Oggi sarebbe difficile trovare qualcuno disposto a morire per qualcosa di più grande di lui. E chi non ha niente per cui morire è difficile che abbia qualcosa per cui vivere.
Sì, nella nostra cultura ci sono dei valori, ma a guardare attentamente si scopre che sono per lo più caratterizzati da una sostanziale autoreferenzialità: la libertà, ma intesa solo come mancanza di impedimenti esterni, che spinge a rifiutare la responsabilità dei legami; l’autenticità, che consiste nell’essere fedeli ai propri stati d’animo, indipendentemente dagli effetti che le nostre azioni possono avere sugli altri; l’autorealizzazione, che spesso rischia di far perdere di vista che un lavoro non si fa innanzi tutto per realizzarsi, ma per rendere un servizio alla società, e di cui l’autorealizzazione è solo una conseguenza, non il fine.
Il rischio del narcisismo
È quella che Umberto Galimberti chiama «cultura del narcisismo», associandola al nichilismo sempre più dilagante.
«La cultura del narcisismo (…) si compone con la cultura del relativismo, per cui ciascuno, chiamato alla propria autorealizzazione, deve decidere da sé in che cosa questa consista, senza che nessuno debba o possa interferire in questa auto-determinazione (…). Ma sbarrare la porta alle richieste provenienti dall’esterno dell’Io, accantonare la storia, la natura, la società e ogni altro riferimento che non sia ciò che l’Io trova in se stesso, significa sopprimere le condizioni per cui qualcosa è più o meno rilevante e, nell’impossibilità di questa valutazione, sopprimere anche le condizioni per l’esercizio della propria libertà ».
Non per nulla i giovani, sensibilissimi quando si tratta di battaglie a livello planetario, come quello del clima, sono invece estremamente restii a interessarsi di politica, non leggono i giornali, disertano le assemblee studentesche..
La droga come surrogato di una qualsiasi fede
E allora si capisce meglio perché la droga. Naturalmente le ragioni immediate del ricorso ad essa possono essere le più varie: la pressione o anche semplicemente l’esempio del gruppo; solitudine; incomprensioni in famiglia; delusioni affettive; ansia da prestazione; o anche semplicemente curiosità.
Ma sempre, in ultima istanza, la droga ha la funzione di dare quella forza per vivere che un tempo veniva da una fede, fondata o infondata che fosse.
In altri termini, a dei giovani a cui non è rimasto molto in cui credere oltre se stessi, la droga consente di affrontare una vita sempre più frenetica e competitiva malgrado la loro fragilità.
Da qui il ricorso alle pasticche, nelle estenuanti nottate in discoteca, per reggere alla fatica del divertimento; oppure durante la preparazione a un esame, per far fronte allo stress; oppure prima di fare sesso, per sopperire al diffuso indebolimento della carica erotica e della potenza sessuale.
Lo “sballo”
Accanto a questa funzione “adiuvante”, la droga ne ha anche una di “stordimento”.
Quello che si cerca, sotto questo profilo, è lo “sballo” per se stesso, la perdita di coscienza, l’ebbrezza di una liberazione da ogni peso e da ogni limite. Ancora una volta, la momentanea rivincita sul vuoto di una vita priva di veri contenuti e di scopi, e in cui l’esperienza estatica dell’incontro col vero, col bello, col bene, viene surrogata con quella dell’ecstasy o di altre sostanze simili.
Sullo sfondo, la famosa canzone di Vasco Rossi. «Voglio una vita maleducata Di quelle fatte così voglio una vita che se ne frega che se ne frega di tutto sì. Voglio una vita spericolata voglio una vita come quelle dei film. Voglio una vita esagerata la voglio piena di guai. E poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar..».
La droga fa male
Fa pena che i ragazzi affascinati da questa illusione di pienezza vitale siano in realtà condannati a un impoverimento umano da tutti punti di vista. Perché la droga – qualunque droga – fa male.
C’è chi sottolinea i danni che queste sostanze – ma ripeto, non bisogna dimenticare l’alcool e le comuni sigarette – arrecano alla salute fisica e mentale. Alcune soprattutto, in una stagione della vita il cervello si modella e assume la struttura adulta, possono avere effetti deleteri sulle capacità cognitive, sulla memoria, sulla capacità di concentrazione.
Per non parlare del condizionamento che deriva dall’assuefazione e del pericolo mortale derivante dalla possibilità di overdose. È riferendosi a tutto ciò, probabilmente, che Jim Morrison, il leader del famoso gruppo musicale “The Doors”, notava: «Comprare droghe è come comprare un biglietto per un mondo fantastico, ma il prezzo di questo biglietto è la propria vita».
I desti e i dormienti
Senza minimamente sottovalutare questi aspetti, vorrei soprattutto sottolineare, però, che di tutto i nostri giovani hanno bisogno, tranne che di qualcosa che li aiuti a stordirsi.
Già i ritmi di vita imposti dalla società e l’uso indiscriminato delle nuove tecniche di comunicazione – computer, tablet, smartphone –, tendono a distoglierci dalla riflessione e da una comunicazione degna di questo nome, fondata cioè sulla reale capacità di capirsi a vicenda e di confrontarsi in profondità.
Un antico pensatore, Eraclito, distingueva gli uomini in «desti» e «dormienti». Il problema è terribilmente attuale. La vita odierna ci anestetizza e ci rende sonnambuli.
Già per gli adulti questo è un dramma e la loro testimonianza non può certo essere di aiuto alle nuove generazioni. Ma esse sono ancora più indifese, perché non hanno neppure – come invece i loro genitori –, la remota memoria dell’esperienza di un mondo diverso, dove si parlava a tavola la sera, dove si pensava che la verità differisse dalla menzogna, e ancora, in politica, si discuteva di idee, senza ridurre il confronto a uno scambio di insulti.
Abbiamo bisogno che i giovani restino svegli
Abbiamo bisogno di giovani che siano lucidi, per sconfiggere le malattie dell’anima che noi adulti abbiamo sviluppato e che stiamo trasmettendo loro. Il diffondersi della droga, in cui essi credono di vedere una coraggiosa trasgressione, in realtà li indebolisce e segna la loro resa all’esistente.
Il potere è grato di avere cittadini “fatti” e mezzo addormentati a cui continuare a imporre la falsa democrazia di cui siamo ostaggio. La nostra società ha bisogno di una profonda trasformazione che solo dai giovani può venire. Per questo soprattutto dobbiamo chiedere loro di non drogarsi, per restare svegli.


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venerdì 18 gennaio 2019

ROGOREDO. EMOZIONI FORTI PER UNA VITA VUOTA

Don Mazzi su Rogoredo: «Questi ragazzi cercano emozioni forti perché la loro vita è vuota»

  «Noi adulti abbiamo fallito perché li abbiamo messi al mondo ma non gli abbiamo dato radici».

Fanno il giro sul web le immagini agghiaccianti di due ragazzi che fumano eroina sulla metro gialla appena saliti alla fermata Rogoredo, alla periferia di Milano. Ragazzi che provenivano dal cosiddetto "Bosco della droga" perché di questo si tratta. Un punto di ritrovo del Nord Est di tutti coloro che consumano eroina. Don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus che effetto le fa?
«Per noi non esiste l’effetto del 13 o del 17 gennaio, è un fenomeno che conosciamo molto bene e si esprime in varie maniere. È esploso e dobbiamo smettere di parlare solo di Rogoredo ma tornare alla vita quotidiana sennò ripetiamo l’errore di Parco Lambro quando la droga da lì poi è andata in Stazione Centrale, per le strade, nelle piazze e nei sottopassi. Questa foto ci impressiona perché sono ragazzi mentre allora erano adulti, gente distrutta e disfatta. Questi sono giovani che hanno tutto a casa, non i disperati di 30 anni fa».
Lei è stato tra i primi a fare un salto a Rogoredo
«Quello che mi ha impressionato due mesi è che ho incontrato un ragazzo di 14 anni che andava a cercare lo spacciatore per prendere l’eroina a tre euro e farsi tutta la cerimonia. Voleva bucarsi, sentire quell’emozione che non gli danno le droghe chimiche di cui si è stufato. “Ed è inutile che ci insegnate che si muore” mi ha detto “lo sappiamo perfettamente e sono fatti nostri”. Aveva bisogno dell’emozione forte. Mi ha spiazzato che un quattordicenne mi tirasse fuori il vecchio rituale della siringa e del sangue perché deve provare lo sballo, visto che le droghe nuove ti mandano fuori di testa ma manca l’emozione forte. Questo mi diceva: “io vado, compro l’eroina, ho già la siringa, vado in un angolo e godo. Questo è il problema».
Che responsabilità abbiamo noi adulti?
«Di aver fatto dimenticare il passato ai nostri ragazzi, non gli dobbiamo insegnare come morivano una volta ma dare radici. Dove abbiamo buttato la cultura del passato? Gli adulti di oggi non hanno trasmesso la storia di ieri. Abbiamo dei ragazzi di 14 anni che non sanno niente di quello che è successo 15 anni fa. Questi sono ragazzi che nascono artificialmente. Invece noi siamo le radici dei nostri ragazzi, non quelle marce, ma quelle della storia anche positiva. Abbiamo tradito i nostri figli e non gli abbiamo dato le radici. Questo ragazzi di 14 anni veniva lì perché voleva emozioni. Punto».
Che risposte abbiamo noi adulti?
«Ieri la parte drammatica del Parco Lambro era drammatica perché drammatica era la vita; oggi il dramma di Rogoredo è che questi ragazzi vanno a cercare il dramma perché la vita è stupida. Quella era la droga che usciva dal dolore, dalla solitudine, dall’ingiustizia questa che esce dal capriccio o dal non sapere cos’è successo ieri. Oggi è l’eroina, domani potrebbe essere il suicidio. Mancano le motivazioni delle emozioni in giovani che non hanno radici, diventano grandi artificialmente attraverso la Tv, la scuola che non è scuola e compagnie che non sono di amici ma di persone con cui passare il tempo. Davanti a quel ragazzo di 14 anni mi sono sentito analfabeta. Spiazzato. Non abbiamo un progetto né strumenti. Perché non gli diamo motivazioni». 

da Famiglia Cristiana