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giovedì 18 settembre 2025

GIOCARE E' INDISPENSABILE


 Crepet: “Il gioco è una straordinaria palestra per crescere, per allenare il proprio talento, per capire che perdere non è catastrofico, anzi è necessario, perché dagli inciampi s’impara a camminare"


La Redazione

 “Il gioco è insegnamento di relazioni, ma soprattutto è il modo migliore per capire che cosa significa vincere e perdere, perché non è possibile…”

 Nel corso degli anni la cultura educativa ha subito un profondo mutamento: basterebbe, per accorgersene, osservare solo per un attimo luoghi come prati cittadini, cortili, campetti, che ormai sono completamente vuoti, privi di bambini che adorano giocare fra loro, rincorrendosi e trascorrendo del tempo insieme.

 Si tratta di una “rivoluzione silente”, così come definita molto attentamente dal sociologo e psichiatra Paolo Crepet.

Mentre prima, infatti, “il tempio dei bambini era all’aria aperta, nei cortili come sui campetti, ma anche in una piazza davanti a una chiesa o sotto un portico se pioveva”, adesso, invece, si prediligono videogiochi che permettono ai bambini di divertirsi da soli di fronte ad uno schermo con una definizione delle immagini realistica a 4k.

Si tratta di un’invenzione che sembra aver dissolto le ansie dei genitori: quest’ultimi, infatti, completamente rassicurati, preferiscono che i loro figli rimangano chiusi in casa piuttosto che lasciarli giocare all’aria aperta, dove potrebbero esserci più pericoli e dove sarebbe molto più difficile poterli controllare adeguatamente.

Ignari delle conseguenze delle loro scelte, gli adulti non hanno mai pensato a quanto e a cosa hanno sottratto ai loro figli.

“Un diritto fondamentale dell’infanzia è giocare, che significa ritrovarsi tra pari e correre, nascondersi, urlare, piangere, ridere. Il gioco è insegnamento di relazioni, ma soprattutto è il modo migliore per capire che cosa significa vincere e perdere, perché non è possibile giocare senza la consapevolezza che si può anche essere battuti. Un’esperienza che risulterà strategica nell’età adulta in quanto, una volta cresciuti, la frustrazione e l’inciampo non porteranno più allo sgomento dei «neofiti emotivi». Tutto può trasformarsi in gioco, se si usa un po’ di creatività”, così come ci spiega molto significativamente Paolo Crepet.

Il gioco è di fondamentale importanza per ogni bambino: la sua valenza affettiva e relazionale è insostituibile, a patto che sia collettivo. Dunque, permettere ad un bambino di rimanere chiuso nella sua cameretta in assoluta solitudine davanti a una consolle non significa altro che decretare la morte del gioco collettivo e le conseguenze che ne derivano sono sicuramente molto preoccupanti.

“La mancanza di autonomia non può che portare a far crescere in quei bambini un sentimento di dipendenza dall’adulto, insegnante o genitore. Non sapendo e non potendo fare nulla per se stessi, vedranno in qualsiasi adulto la figura di riferimento, come se non esistessero dentro di loro la capacità e il talento per sopravvivere nel mondo, ma avessero bisogno di essere assistiti e riveriti”, queste le importantissime parole dello psichiatra attraverso le quali si vuole evidenziare come un’infanzia, vissuta senza l’esperienza del gioco, sia un’infanzia depotenziata in cui si sarà sempre alla ricerca di conferme.


Dunque, un bambino che sin da piccolo non ha imparato la frustrazione di perdere, temerà sempre di cadere e sarà più fragile: si pensi, ad esempio, agli adolescenti di oggi che reagiscono male perfino di fronte ad un brutto voto preso a scuola. Perdere da soli, inoltre, non è la stessa cosa di perdere in gruppo: in presenza di altri coetanei sarà necessario imparare a giustificarsi, a chiedere scusa, facendo fronte alle avversità che la vita ci pone dinanzi.

Solo in tal modo si potrà sviluppare il c.d. coping mechanism, ovvero il «meccanismo di far fronte», così che l’individuo possa reagire a ciò che è inaspettato e non programmato. Si tratta di un meccanismo che non nasce da solo ed il gioco è lo strumento perfetto per evocarlo.


“Se non si permette ai bambini di giocare liberamente, non soltanto non potranno imparare a conoscere l’importanza di una relazione affettiva, ma tendenzialmente cresceranno adattandosi a quella solitudine che più avanti coltiveranno con l’aiuto della tecnologia digitale. L’intimità ha un suo proprio perimetro, quello delle nostre braccia aperte: quel cerchio magico è il limite che lasciamo oltrepassare soltanto ad alcune persone scelte”, in tal modo continua la sua profonda riflessione Paolo Crepet.

Dunque se la prima fase della propria vita viene vissuta in solitudine, allora l’impatto con la socialità può diventare più difficile, con il rischio di chiudersi in se stessi.

 “L’assenza del gioco provoca una reazione regressiva nel bambino/a, insinua l’idea che isolarsi sia l’unica risposta possibile quando accade qualcosa di spiacevole, porta al cosiddetto «arroccamento», che inibisce le sue capacità sociali. Per questo gli adolescenti sono così fragili e impreparati a saper perdere”, così come ribadito senza alcuna esitazione dallo psichiatra.

L’assenza dell’esperienza del gioco produrrà anche un altro effetto deleterio: il bambino non imparerà a fidarsi del prossimo.

Inoltre, se il gioco scompare, anche il pensiero si semplifica e diventa inconsistente. “Esso, come le relazioni affettive, non cresce dal nulla, ma dal confronto dialettico fra più persone, dalle discussioni, dall’articolazione delle proprie idee e dalla capacità di difenderle o di cambiarle”.

Il gioco, pertanto, “è una straordinaria palestra per crescere, per allenare il proprio talento, per capire che perdere non è catastrofico, anzi è necessario, perché dagli inciampi s’impara a camminare e anche a correre”, in tal modo Paolo Crepet termina la sua ragguardevole disamina.

 Ascuolaoggi

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martedì 20 agosto 2024

A CHE GIOCO GIOCHIAMO ?

A PROPOSITO 
DI OLIMPIADI 



- di Luigino Bruni


L'homo sapiens è un animale agonistico. Per moltissimo tempo i nostri concorrenti sono stati gli eventi naturali, gli animali predatori, le altre comunità umane rivali per le poche risorse. Dietro il fascino che esercitano ancora su di noi corse, salti e frecce ci sono tracce di un Dna collettivo che ha svolto quei gesti essenziali per decine di migliaia di anni, dal cui successo dipendeva spesso la sopravvivenza. Da lì il loro richiamo primordiale che ci incolla e incanta davanti alla tv e negli stadi.

 Le olimpiadi sono una grande expo della commedia umana, una celebrazione di alcune tra le dimensioni migliori degli umani. Quella eccellenza esposta e celebrata è frutto di virtù che apprezziamo e desideriamo per noi e per tutti. Tra queste la capacità di auto-disciplina, la tenacia, l’elaborazione delle sconfitte, la lealtà, tanto che abbiamo anche inventato un sostantivo sintesi: la sportività. Ed è difficile trovare qualcuno che neghi che queste sono virtù universali che valgono in ogni ambito della vita.

Accanto a queste virtù evidenti ci sono altri aspetti più controversi. Tra questi un certo ambiente militaresco che circonda lo sport e le olimpiadi di più, fatto di bandiere e quindi di quel patriottismo che per qualcuno è virtù ma per altri (me incluso) no - dopo ogni grande evento sportivo globale, ad esempio, l’idea di Europa ne esce sempre indebolita. Anche se si potrebbe ribaltare questa legittima critica restando sullo stesso piano: lo sport è anche una elaborazione narrativa e simbolica della violenza per trasformarla nel suo opposto. È metamorfosi della guerra, è una sua resurrezione.

 E, forse, guardando quelle spade flessibili e spuntate che fanno accendere soltanto una luce verde o rossa e quelle lance scagliate senza un nemico da colpire, possiamo addirittura scorgervi una certa realizzazione della grande profezia di Isaia: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci … non impareranno più l’arte della guerra” (Is 2,4).

 Una volta riconosciuta tutta questa bellezza, possiamo e dobbiamo però provare a dire qualcos’altro. Lo sport, se guardato bene, è un grande fenomeno cooperativo. Ciò è evidente negli sport di squadra, ma non è meno essenziale in quelli individuali. Dietro a ciò che appare talento e abilità di un singolo atleta c’è davvero un ‘intero villaggio’ fatto di allenatori, tecnici, medici, federazione, società sportive amatoriali, compagni di allenamento, e molti altri ancora. Tra questi ‘molti altri’ ci sono anche i concorrenti, compagni ma essenziali di ogni atleta, perché la bravura di chi compete con noi è ingrediente decisivo nei nostri buoni risultati - una sventura di un potenziale campione è non avere abbastanza concorrenti eccellenti. Nello sport (e nella vita) anche la competizione è una forma di cooperazione.

 E invece nella narrativa sportiva è proprio la dimensione cooperativa a mancare, sovrastata e ammutolita da quella costruita sulla rivalità e sul medagliere. Il successo di una performance è misurato sull’unico asse delle medaglie; un quarto posto è considerato una sconfitta, al punto che la federazione italiana ha fatto un contro-ricorso (non accolto) per trasformare in terzo un ottimo quarto posto con record italiano, chiaramente a scapito di un’altra atleta.

 È infatti la logica posizionale la criticità della grande metafora olimpica, anche perché nelle olimpiadi diventa più forte ed assoluta. Chi fa sport o lo ama sa bene che il ‘successo’ in una manifestazione sportiva è una funzione con molte variabili. Insieme al risultato finale del ranking, che certamente conta, c’è il proprio miglioramento, c’è il passaggio dei primi turni accompagnato dal calore della folla, e soprattutto c’è la partecipazione all’evento voluto e sognato fin da bambino. Abbiamo finito per ridicolizzare il motto di De Coubertin - ‘L’importante è partecipare’ -, che sottolineava quale fosse il primo ‘premio’ dello sport: poter gareggiare, come ci hanno ricordato le nuotatrici Francesca Fangio dopo la sua eliminazione e Giulia Gabrielleschi dopo il suo sesto posto.

 Quando allora si assolutizza la dimensione posizionale dello sport, le vittorie e le medaglie, quel grande spettacolo delle olimpiadi si guasta. Il villaggio olimpico, visto da fuori (non da dentro), perde la sua stupenda democraticità e uguaglianza e si divide in vincenti e perdenti, lo sport diventa l’apoteosi della diseguaglianza della società degli ‘happy few’ - i vincenti di medaglie olimpiche sono nel mondo molti meno dei miliardari.

 C’è una coerenza tra uno sport che vede solo le medaglie e una società che vede solo il PIL - tra l’altro è quasi perfetta la sovrapposizione tra il ranking del medagliere e quello del PIL.

 Lo sport è sempre stato così. Da sempre le lacrime di gioia dei vincitori hanno avuto bisogno di quelle di tristezza degli sconfitti. Da sempre io posso essere primo solo se esistono i secondi e gli ultimi. È vero. Però la dimensione posizionale sta aumentando insieme all’estensione della cultura del capitalismo fondato sui dogmi della meritocrazia e della leadership. Infatti, il tarlo non si trova nella comunità degli sportivi. La malìa emerge quando prendiamo lo sport e lo facciamo diventare metafora del mondo; quando il ranking, i vincenti e i medaglieri lasciano gli stadi e le piscine e si espandono in altri campi. Perché quel ‘gioco a somma zero’ (-1/+1), una dimensione importante della competizione sportiva, non è il gioco della vita civile ed economica, che è invece il luogo dei ‘giochi a somma positiva’ (+1/+1). Nella cooperazione economica e civile non solo non contano i ranking, ma sua logica è radicalmente diversa: uno scambio tra un grande e un piccolo può essere per entrambi più vantaggioso di uno scambio tra due ‘grandi’.

 Nelle imprese e negli uffici ci sono anche dimensioni posizionali; ma l’economia e la società sono prima e soprattutto network cooperativi, dove la mia ‘vittoria’ non ha bisogno della ‘sconfitta’ di qualcun altro. Le medaglie al merito, che purtroppo stanno aumentando nella nostra società posizionale, sfilacciano i rapporti lavorativi e peggiorano le ‘performance’ di tutti.

 Alzogliocchiversoilcielo


martedì 14 maggio 2024

I BAMBINI NON GIOCANO PIU'

 

Crepet: “I bambini non giocano più. Questo per molti genitori è normale, perché è meglio stare dentro a uno schermo. 


Come fanno i bambini a crescere 

senza aver giocato?

Di redazione

 La società contemporanea sembra sempre più caratterizzata da una preoccupante mancanza di empatia e gentilezza. L’individualismo, la corsa al successo personale e i rapidi cambiamenti tecnologici hanno contribuito a erodere questi valori fondamentali, lasciando spazio all’egoismo e al materialismo.

 Paolo Crepet ha approfondito questa tematica, evidenziando le conseguenze di questa deriva sociale.

 La mancanza di empatia: uno spettro della civilizzazione

Crepet sottolinea come l’assenza di gesti affettuosi e di contatto umano, anche in luoghi affollati, sia un segnale allarmante della perdita di empatia nella società. “Voglio impazzire per un abbraccio di un vecchio amico, di una persona che non vedo da anni ma anche di chi ho visto ieri”, afferma lo psichiatra, sottolineando l’importanza delle relazioni umane autentiche.

 Bambini sconnessi dalla realtà

Un altro aspetto preoccupante è la crescente disconnessione dei bambini dalla realtà, causata dall’uso eccessivo di dispositivi elettronici. “I bambini non giocano più”, osserva Crepet, evidenziando come il gioco sia fondamentale per lo sviluppo delle relazioni sociali, dell’empatia e della capacità di affrontare le sfide della vita.

 Un mondo orwelliano?

Crepet esprime preoccupazione per il mondo che stiamo costruendo, un mondo in cui i giovani sono costantemente connessi ai loro dispositivi, ma sconnessi dalla realtà circostante. “Se questo treno prendesse fuoco chi è che li avvisa?”, si chiede lo psichiatra, mettendo in luce la fragilità di una generazione immersa nella tecnologia ma incapace di interagire con il mondo reale.

 

Orizzonte scuola

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martedì 30 aprile 2024

GIOCARSI LA VITA


 Siamo fatti per giocarci la vita, eroi di una squadra in cui siamo chiamati a trasformare il destino, regole e limiti, in destinazione, azioni da goal.

 

-        - di Alessandro D’Avenia

-          

Amo il calcio da quando sono bambino. L'ho praticato ovunque, dal corridoio al campetto, sull'erba o sulla sabbia, in strada o in un parcheggio. Da dilettante, chi si diletta, cioè gode.

Amo altrettanto guardarlo, ancor più da quando ho smesso di giocare per la terza frattura al polso sinistro («La prossima volta non lo recuperiamo», mi ha detto il chirurgo), cicatrici che non cancellerei in cambio di una vita senza calcio. Pasolini giocava come ala e faceva un tifo sfrenato per il Bologna: per lui il calcio conservava il sacro popolare più delle messe (allo stadio la gente si stringe con più verità che al segno della pace). Saba, conquistato dall'atmosfera del tifo, ne scrisse in poesia. Luzi ne dedicò una struggente al grande Torino scomparso nel disastro aereo di Superga. La leva calcistica del '68 di De Gregori mi fa ancora sognare. Le ragioni di questo amore per il calcio mi si sono chiarite una volta di più nel finale del recente derby tra Milan e Inter, che ha attribuito lo scudetto alla squadra supportata da mio padre, mentre io, «guidato» dai miei fratelli all'età di 5 anni, mi schierai dal lato opposto. A dieci minuti dal termine della partita, che l'Inter conduceva per 2 a 0, il Milan ha segnato. Il commentatore ha urlato: «Si riapre la partita» e a me si è riaperto il cuore, come se si trattasse della vita stessa. Qual è il segreto del giocare e in particolare al calcio?

Come tutti i giochi anche il calcio mostra ciò che è umano nell'uomo. Giocare ci rende felici perché imita la vita come nient'altro, tanto che al verbo ludico diamo la massima estensione umana possibile: «giocarsi la vita».

Gli studiosi spiegano che in tutte le culture il godimento del gioco dipende dalle regole. Sembra strano per noi che cerchiamo la felicità nella libertà, nell'assenza di condizionamenti. Invece il gioco ci ricorda che siamo veramente liberi solo nei e non dai legami.

L'uomo gode a trovare la propria via, originalissima e creativa, in mezzo ai limiti: giocare è la rappresentazione della vita come destino e destinazione. Il destino è ciò che non scegli, la destinazione che cosa fai con le carte (altra immagine ludica) che ti capitano.

Nel calcio, come in molti giochi, i limiti sono spaziali e temporali: rettangoli le cui linee sanciscono zone più o meno sacre, da custodire o conquistare, e porzioni di tempo con recuperi commisurati al «non gioco» (non vita). Gli attori agiscono dentro questo spazio-tempo: il destino. Non ci si potrebbe divertire senza confini (la prima cosa che si faceva da ragazzi, improvvisando una partita, era piazzare due zaini come pali e ci si scannava per immaginare l'altezza della traversa nei tiri alti...), né senza orologi (il fatidico «chi segna vince» delle «infinite» partite interrotte solo dal buio).

 Ma il calcio, ai limiti di spazio-tempo che ha in comune con tanti giochi, aggiunge un azzardo. È un gioco contro-evolutivo: preferisce il piede, meno sensibile e duttile, alla mano, da cui è invece cominciata l'evoluzione. Dentro questi «legami», garantiti da un giudice (l'arbitro vituperato proprio perché rappresenta e custodisce «il limite»), i giocatori si esaltano, cercando di trasformare il destino in destinazione, il limite in gioia.

Non è forse questa la vita: un perimetro di spazio e di tempo dato una volta sola a ciascuno di noi? Non è la vita un'azione che siamo chiamati a fare entro limiti che non scegliamo?

La passione per il calcio lo è per la vita così com'è: cercare, nei legami, la propria originalità. Anche sulla lapide ci sono scritte le regole del gioco della vita: luogo e data di nascita/morte. Le regole grazie alle quali siamo come tutti ma anche come nessuno. Ce la dobbiamo giocare in questo limite spazio-temporale, e quindi la chiave è nel trattino tra quelle scritte del nascere e del morire: agire, nel calcio l'azione, nella partita, cioè la parte che ci è data, sia come «porzione» di storia umana, sia come «ruolo» da interpretare in quella storia. Come me la gioco?

Agire entro dei limiti, nel proprio ruolo, con altri, non assomiglia alla vita?

Essere convocati, rimanere in panchina, scendere in campo non sono tutte metafore dell'esistenza? E oltre ai limiti previsti e fissi, ci sono gli avversari (le «avversità» della vita), limiti imprevisti e mutevoli. Non sono nemici, ma occasioni e resistenze: e chi non ne incontra nel mondo? E poi il risultato a volte non corrisponde all'essere stati superiori e non sempre vince il più forte, perché, nella vita come in questo gioco, c'è sempre la sorpresa di una grazia inattesa.

Chi gioca o guarda confida sino all'ultimo in un guizzo, anche in partite noiose e bloccate, perché il goal non è come il punto, è raro e non garantito. Il risultato può anche essere un pareggio, e come era bello, in origine, affidare non ai rigori ma al caso, una monetina, la vittoria, perché sul campo si è pari.

Siamo fatti per giocarci la vita, eroi di una squadra in cui siamo chiamati a trasformare il destino, regole e limiti, in destinazione, azioni da goal.

Il calcio mima ed esorcizza anche la guerra con il suo lessico: strategie e tattiche, attacco e difesa, ali e centro, incursioni e assedi, barriere e cannonate, infortunati e sostituti... ma della guerra non ha la violenza mortifera, tranne quando i giocatori e le tribù di supporto dimenticano stupidamente che è solo un gioco, una rappresentazione, come a teatro (to play dicono gli inglesi per l'agire in scena e per il giocare).

E in tempi così ottusamente bellici, capisco meglio perché amo il calcio, perché, come ogni gioco, è un sogno: un giorno saremo così evoluti da abbandonare gli scontri armati per dedicarci solo a quelli sportivi. Sapremo mai giocarci così umanamente e gioiosamente la vita?

 

Alzogliocchiversoilcielo

 

 

 

martedì 10 ottobre 2023

ADOLESCENTI, GIOCO E WEB

Dipendenza da gioco (e da web) 

A rischio 330mila giovanissimi

 L’età più difficile è quella dei 15 anni, i comportamenti più pericolosi riguardano chi fa abuso di videogiochi, secondo i dati Cnr. Lo psicologo Grosso: l’altra faccia del problema è il ritiro sociale

 

-         di ILARIA SOLAINI

 Hanno trascurato gli amici o perso ore di sonno, pur di rimanere collegati online a “videogiocare”, dicono di sentirsi di cattivo umore, se non possono connettersi a Internet. Quasi 330mila studenti dai 15 ai 19 anni (pari al 14%) mostrano queste fragilità nell’utilizzo del web. «Il gaming si configura come una vera e propria dipendenza» ha spiegato Leopoldo Grosso, psicologo e presidente onorario del Gruppo Abele fondato da don Luigi Ciotti. L’età più a rischio è quella dei 15 anni, mentre i rischi si abbassano dopo i 18 anni. Sono questi alcuni dei dati emersi nell’ambito del Cybersecurity Day – all’Internet Festival 2023 di Pisa, elaborati dal Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche – Istituto di Fisiologia Clinica. I dati raccontano delle nuove dipendenze causate da Internet e dal gaming anche attraverso alcune installazioni di data visualization, visibili da chiunque fino a domani all’Internet festival, dove si incontrano esperti di robotica, tecnologia e innovazione, umanisti, rappresentanti delle istituzioni, artisti e personaggi del mondo della cultura e dell’arte.

 Tra gli studenti con un profilo di utilizzo di Internet “a rischio” c’è una quota maggiore di altri comportamenti potenzialmente pericolosi, come l’assunzione di sostanze psicoattive o come l’avere un profilo di gioco d’azzardo “problematico”. Al contrario, essere impegnati in attività sportive e l’amore per la lettura sembrano avere una valenza “protettiva” nello sviluppo di comportamenti di gaming problematico.

 Dal cyberbullismo alla dipendenza da social al gaming, i comportamenti a rischio legati all’utilizzo di internet hanno comunque forme e modalità diverse. «Quando il tempo speso a giocare diventa eccessivo, il gaming può risultare pericoloso, influendo negativamente sulle relazioni sociali o sul rendimento scolastico» ha sottolineato lo psicoterapeuta Grosso. Il gaming è molto più diffuso fra gli adolescenti maschi (86%) rispetto alle ragazze (49%): nel 2022 il 7% e il 13% hanno videogiocato più di 4 ore al giorno nei giorni scolastici ed extrascolastici, con percentuali triple tra i ragazzi (9% e 17%). Ma Internet è il vero problema sempre? «Sento spesso i genitori dire mio figlio sta rintanato a casa collegato a Internet: in quei casi, dobbiamo riuscire distinguere quale sia la causa dell’isolamento. 

Il Covid-19 in alcuni casi ha fatto sperimentare come positiva l’esperienza di non avere contatti sociali, e in questo senso è stato un detonatore» ha spiegato Grosso che ha messo la luce su quell’1,6% di studenti intervistati che si è autodefinito Hikikomori, ossia una persona che evita il coinvolgimento sociale, non frequenta praticamente più alcun amico e passa tantissimo tempo davanti a un monitor, isolato nella propria camera. Si stima che in Italia siano circa 38mila: «Il 32% non lascia mai la propria stanza se non per andare a scuola, un quinto esce al massimo una volta alla settimana per uscire con gli amici o praticare attività sportive» ha aggiunto il presidente onorario del Gruppo Abele. 

«Quando ci troviamo di fronte a un ritiro sociale volontario la difficoltà va ricercata nella relazione con i propri compagni di scuola, nel senso di emarginazione e discriminazione che il ragazzo prova. Ed è causa di una grandissima sofferenza» ha spiegato lo psicologo, che ha sottolineato come invece Internet, in questi casi, rimanga «una risorsa, una finestra sul mondo e non la causa diretta della sofferenza. La Rete diventa lo strumento per una socializzazione compensativa che rende più lieve questo ritiro sociale».

Quasi 55mila studenti (2,2%) si sono volontariamente isolati per un periodo di tempo superiore ai 6 mesi, ascoltando la musica (58%), stando sui social network (47%) e giocando online (44%). Il 30% degli studenti ritirati per oltre 6 mesi non ha mantenuto alcun contatto con amici o conoscenti. Tra questi, il 49% ha spiegato di sentirsi escluso o non capito dagli altri, il 44% di non aver amici stretti e il 42% di essere solo. Viene da chiedersi da adulti cosa si possa fare per aiutare i ragazzi in queste condizioni, considerando che un terzo degli Hikikomori ha raccontato che i propri genitori hanno accettato la cosa senza porsi domande. Il 17% non l’ha saputo e solo l’11% si è preoccupato e ha chiamato il medico o la scuola.

«Dietro alle assenze da scuola possono esserci situazioni di sofferenza scolastica, episodi di bullismo, non denunciati né a scuola né ai propri genitori per paura di essere derisi o trattati male » ha denunciato ancora Grosso che è convinto del ruolo centrale della scuola di fronte alle assenze prolungate. Secondo lo psicoterapeuta «è importante che i genitori abbandonino l’atteggiamento morale e moralistico che colpevolizza il ragazzo che non va a scuola. Serve comprensione per capire dove e come aiutarlo».

www.avvenire.it

 

domenica 20 febbraio 2022

LO SCAUTISMO. PEDAGOGIA ESPERIENZIALE


 Qualità e caratteristiche dell’esperienza nello scautismo.

 Il 22 febbraio di ogni anno le guide e gli scout  celebrano la memoria del fondatore del Movimento scout, Robert Baden-Powell il più grande movimento educativo mondiale.

In tale occasione guide e scout rinnovano la loro Promessa; "Con l'aiuto di Dio prometto sul mio onore di fare del mio meglio per compiere il mio dovere verso Dio e il mio Paese, per aiutare gli altri in ogni corcostanza e per osservare la Legge scout"

Nel mondo esistono  oltre 540 associazioni (nazionali o regionali) con circa 40 milioni di scout e di guide, giovani e adulti, maschi e femmine, in 216 differenti paesi e territori.

"La vera felicità consiste nel fare felici gli altri" (Baden-Powell)

Lo scautismo è una “pedagogia esperienziale”.  L’applicazione del suo metodo si sviluppa attraverso il procedere di esperienze vissute nelle quali è implicita un’intenzione educativa. Ognuna di esse, infatti, è funzionale e utile alla crescita e sviluppo globale della persona, dalle competenze materiali fino alla dimensione fisica e spirituale. Dalla più tenera età fino all’età adulta e oltre. 

La “pedagogia esperienziale” dello scautismo richiede una definizione delle sue caratteristiche tipiche e specifiche e della loro motivazione e qualità. Non ogni esperienza, nell’applicazione del metodo, ha obbligatoriamente un fine pedagogico se non applicata in un quadro educativo e secondo certe modalità. Per “esperienza”, nell’ambito del metodo scout, intendiamo le attività proposte dagli educatori nello sviluppo dei programmi ai gruppi/unità o al singolo ragazzo. Le esperienze sono da considerare sia in senso oggettivo, ossia come attività, sia in senso soggettivo, ossia come esse sono vissute e percepite dal ragazzo durante e dopo lo svolgimento. Il ragazzo in crescita coglie di esse prima di tutto l’aspetto oggettivo e solo progressivamente acquista consapevolezza del proprio vissuto, scoprendo che l’avventura della sua vita si fonda su un personale impegno di autoeducazione. 

Caratteristica, questa, tipica del metodo scout. (Citazione B.-P.) L’educatore propone consapevolmente le attività sapendo e fidando nel riscontro soggettivo del ragazzo che, attraverso di esse, ne apprende il senso affinando il proprio ruolo come soggetto nella relazione con gli altri. E’ la cosiddetta intenzionalità (o coscienza) educativa dei capi che giustifica e accompagna la loro presenza nelle attività scout. Nulla, o poco, è lasciato al caso, se non il ruolo, la reazione specifica e la posizione che ciascun partecipante assume spontaneamente. 

Le attività o esperienze proposte nello scautismo nei suoi programmi e nei tempi e modi adeguati, si caratterizzano per la contestuale presenza di diversi elementi. Ciascuno di essi, considerato a sé stante, può anche essere presente nelle esperienze proposte da altri gruppi, agenzie educative o organizzazioni a scopo non espressamente educativo. E’ solo la composizione armonica tra le differenti caratteristiche dell’attività scout che assicura l’originalità ed efficacia educativa. In particolare, la corretta interazione tra gli elementi che illustreremo favorisce il coinvolgimento sensoriale ed emotivo di tutto il ragazzo, di tutte le sue facoltà, e non solo di quelle intellettuali. 

Un’esperienza scout normalmente richiede una forte componente di fisicità e di percezione sensoriale in ogni partecipante. L’immersione e il contatto con la natura, richiesto costantemente da Baden Powell nei suoi manuali anche per i lupetti e le coccinelle, sono il segno di un’importante ed essenziale allenamento dei sensi e della fisicità di ognuno …..

 Segue: https://www.agesci.it/?wpfb_dl=2157


SCAUTISMO, LA PEDAGOGIA IN AZIONE

 

 

lunedì 7 febbraio 2022

IL POPOLO DEI BAMBINI

 

LA CIVILTA' DELL'INFANZIA

Riconoscere la «civiltà dell’infanzia» è stata una delle conquiste fondamentali della cultura umana. Questo libro si propone di spostare l’attenzione proprio sui bambini, sulle loro caratteristiche e peculiarità - spesso in conflitto con il mondo regolato e impostato dai più grandi - su come e perché si possano definire un “popolo”, depositario di una “civiltà” specifica, di cui il gioco è l'emblema. 

La riflessione si articola attraverso un dialogo serrato tra le scienze e le arti, in un incontro tra saperi che può illuminare, nella sua insospettabile ricchezza, un patrimonio da rivalutare. 

Sommario: 1. Un popolo. 2. Una civiltà. 3. Il gioco e i giocattoli. 4. Lingua e linguaggio. 5. Squalifica e idealizzazione. 6. Postilla sull’abuso.  

Note sull'autore: Margherita Rimi, poetessa, medico e neuropsichiatra infantile, svolge da anni in Sicilia un'intensa attività per la cura e la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza, per la quale ha ricevuto nel 2017 il premio Piersanti Mattarella e un riconoscimento da Unicef Italia. Tra le sue pubblicazioni: Era farsi. Autoantologia 1974-2011 (Marsilio 2012), Nomi di cosa - Nomi di persona (Marsilio 2015), La civiltà dei bambini. Undici poesie inedite e una intervista (Libreria Ticinum 2015) e Una lingua non basta. Contributi su poesia e infanzia (People&Humanities 2018).

Il Popolo dei bambini

Ripensare la civiltà dell'infanzia

pubblicazione:  28 ottobre 2021
edizione:  1
pagine:  216
peso:  163 (gr)
collana:  1103 I Melograni
formato:  110x180x15 (mm)
confezione:  Brossura
ean:  9788821110481

€ 15,00  € 14,25

venerdì 28 maggio 2021

GIORNATA MONDIALE DEL GIOCO

Il valore del gioco, 

fonte di crescita a tutte le età

Puntata di Doppio Click, programma della Radio Vaticana, dedicata alla Giornata mondiale del gioco, che si celebra il 28 maggio. Un’occasione per riflettere, anche attraverso le parole della Bibbia e di Papa Francesco, sull’importanza della funzione ludica, in particolare in questo tempo funestato dalla pandemia.

 -          di Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

 La Giornata mondiale del gioco  celebra uno dei tratti distintivi dell’esperienza umana, che aiuta l’uomo, sin da quando è bambino, a comprendere dinamiche e relazioni sociali. Nella Bibbia l’immagine ludica traspare tra le immense distese dei cieli, dove Dio sembra immerso in un atto creativo libero e appassionato, un po’ come accade al bambino quando sta giocando. Prima che la terra fosse, già la Sapienza era generata. Nel Libro dei Proverbi la dimensione del gioco si lega a quella del globo. Così parla la Sapienza di Dio: "Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della Terra". 

“Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo. (Dal Libro dei Proverbi)”

Papa Francesco: il gioco ci fa crescere

Papa Francesco, riferendosi alla Sapienza di Dio, nel discorso in occasione della chiusura del quarto Congresso mondiale educativo delle Scholas Occurrentes”, il 5 febbraio del 2015 descrive il gioco come un cammino educativo. “Dio giocava, la Sapienza di Dio giocava. Riscoprire il gioco come cammino educativo, come espressione educativa. Allora l’educazione non è più solo informazione, è creatività nel gioco. Quella dimensione ludica che ci fa crescere nella creatività e nel lavoro insieme”. 

Dare il meglio di sè

Il gioco non deve essere visto come un momento in cui si manifestano solo la funzione ricreativa e dello svago. Il suo raggio d’azione è molto più ampio. Quello del gioco, come ricorda Papa Francesco, è anche un tempo che fa crescere. Nel documento sulla prospettiva cristiana dello sport e della persona umana del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ed intitolato “Dare il meglio di sé” si sottolinea che Gregorio Nazianzeno e altri padri della Chiesa pensarono la vita cristiana come un gioco. Francesco, prosegue il documento "si è espresso sul tema negli stessi termini, collegando la categoria del gioco con la gioia cristiana". Il gioco e lo sport nelle loro dimensioni più autentiche respingono “ogni forma di egoismo e di isolamento”.  “Appartenere a una società sportiva - dice il Pontefice il 7 giugno del 2014 rivolgendosi ai partecipanti ad un incontro promosso dal Centro Sportivo Italiano - è l’occasione per incontrare e stare con gli altri, per aiutarsi a vicenda, per gareggiare nella stima reciproca e crescere nella fraternità”. “Vi auguro anche di sentire il gusto – aggiunge il Papa - la bellezza del gioco di squadra, che è molto importante per la vita. No all’individualismo! No a fare il gioco per sé stessi”. 

Giornata mondiale del gioco

Incoraggiare la creatività trasmettendo valori come quello del rispetto reciproco. È questa la finalità della Giornata mondiale del gioco che si celebra il 28 maggio. È stata scelta questa data perché il 28 maggio del 1987 si è costituita la International Toy Library Association. È un’occasione per ricordare che il tempo dedicato al gioco è molto importante, soprattutto per i bambini.  L’articolo 31 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia riconosce il diritto del bambino al riposo e al tempo libero e di poter svolgere attività ludiche. Quello del diritto al gioco resta però, in diversi Paesi, un diritto trascurato. Il tempo disponibile per il gioco viene eroso da fenomeni come il lavoro minorile e da una quotidianità a volte troppo frenetica. Nonostante queste ed altre ombre, il gioco resta una luce in grado di abbattere muri come il razzismo e di promuovere una autentica cultura di pace. Nel videomessaggio in occasione dell’incontro virtuale organizzato dalla Fondazione Scholas Occurrentes, Papa Francesco il 5 giugno del 2020 pronuncia queste parole: “Ho visto in Scholas professori e studenti giapponesi ballare con colombiani. È impossibile? L’ho visto. E i giovani israeliani giocare con quelli palestinesi. L’ho visto. E studenti di Haiti pensare con quelli di Dubai. E bambini del Mozambico disegnare con quelli del Portogallo... Ho visto, tra Oriente e Occidente, un olivo che creava la Cultura dell’Incontro”.

“Ho visto in Scholas professori e studenti giapponesi ballare con colombiani. È impossibile? L’ho visto. E i giovani israeliani giocare con quelli palestinesi. L’ho visto. E studenti di Haiti pensare con quelli di Dubai. E bambini del Mozambico disegnare con quelli del Portogallo... Ho visto, tra Oriente e Occidente, un olivo che creava la Cultura dell’Incontro”.

San Filippo Neri

Gli oratori, luogo ideale per imparare a giocare davvero. Per crescere, per alimentare la sana convivialità, la leggerezza. Lo sapeva bene "il santo della gioia", San Filippo Neri, che con il suo "state buoni se potete" ha indicato una via. Una strada da percorrere, senza tornare indietro. Padre Antonio Castagna, Preposito della Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri di Cava de'Tirreni, raggiunto telefonicamente alla Basilica Pontificia Santuario di Santa Maria Incoronata dell'Olmo, nel corso del programma ricorda proprio le parole del santo, ancora oggi attuali e divenute realtà negli oratori. 

Un'area giochi... in Chiesa

Ci sono idee che conquistano i cuori e la mente. Come non dirlo dinanzi all'intuizione di un sacerdote piemontese che ha deciso di accogliere i fedeli più piccoli della sua parrocchia, realizzando un'area apposita per loro all'interno della chiesa. Una creatività e prossimità che diventa reale. Nella parrocchia di San Giulio d'Orta, nel quartiere Vanchiglietta - non lontano da Superga - don Silvano Bosa ha dunque realizzato un'area giochi per i bambini della comunità, che potranno così vivere in una dimensione a loro consona il tempo trascorso in chiesa. "L'idea è molto pratica, ha riscosso successo anche se oggi a causa delle restrizioni legate al coronavirus - spiega il parroco al microfono di Andrea De Angelis - l'area giochi è momentaneamente chiusa". Un'iniziativa che va avanti da anni e che magari vedrà prossimamente i bambini di un tempo recarsi in chiesa con i loro figli, che giocheranno nello stesso spazio in cui le mamme ed i papà di oggi si divertivano prima di loro.

Dal gioco all’azzardo

Ma non esiste solo il gioco che ha riflessi positivi sull’uomo. Esiste anche una forma di gioco che incide in modo negativo. E’ il caso del gioco d’azzardo. Nella scheda di Alessandro Guarasci, si ricorda la quotidiana battaglia, nel quartiere romano della Magliana, di una Cooperativa che aiuta persone rimaste vittime del gioco patologico. 

Ascolta la scheda di Alessandro Guarasci

Il percorso terapeutico per uscire da dipendenze legate al gioco d’azzardo passa anche attraverso un cammino di fede. È quanto sottolinea una donna, aggiungendo che anche le testimonianze delle persone aiutano a superare questa problematica. Lo psicologo Guglielmo Masci assicura che quasi due terzi delle persone seguite dalla Cooperativa riescono a vincere o a contenere, in una dimensione moderata, questa forma di dipendenza.

Il gioco sano: un compagno in tutte le fasi della vita

Nei primi mesi di vita di un neonato, il gioco assume un ruolo significativo per lo sviluppo intellettivo. E concorre allo sviluppo sociale, fisico, cognitivo ed emotivo anche dei giovani. Il rispetto di regole e la conoscenza di norme sono solo alcuni degli aspetti associati a questa attività non secondaria nella vita di una persona. Anche per gli anziani, l’attività ludica riveste una cruciale funzione sociale ed è spesso un argine contro la solitudine. Il gioco rivela inoltre aspetti del carattere che in altri ambiti non sempre sono visibili. “Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco - scriveva il filosofo Platone - che in un anno di conversazione”. Il gioco può essere fonte di ispirazione, un’occasione per arricchire le conoscenze. La cosa più difficile da imparare, probabilmente, è saper perdere. 

Il tempo del gioco

Quella dei bambini di oggi è sempre più un'agenda ricca di impegni. Il tempo per il gioco diventa accessorio, qualcosa di cui si può fare a meno. Claudio Puliatti, psicologo e psicopedagogista, spiega nella scheda curata da Silvia Giovanrosa che in realtà nessuno può fare a meno di giocare. La distinzione tra tempo per l'apprendimento e tempo per il gioco libero, aggiunge, in realtà è poco funzionale. Spesso si comprano giocattoli ai nostri figli pensando che siano sufficienti per giocare. Non è così. Il gioco, spiega Claudio Puliatti, innanzitutto è una relazione.

Un altro tema centrale, sottolinea Claudio Puliatti, riguarda la condizione che vivono bambini meno fortunati: bambini poveri, vittime del lavoro minorile, residenti in zone di guerra. "I bambini - conclude lo psicologo -  sanno ricavare il piacere del gioco in ogni circostanza". "Noi adulti abbiamo la responsabilità di garantire loro il diritto al gioco. Ed oggi più che mai, dobbiamo assicurare ai bambini il diritto alla relazione, alla sicurezza ed alla pace". 

 Un gioco da tavolo ispirato all'enciclica Fratelli tutti

Si chiama “Fraternopoly” ed è una versione rivisitata del celebre gioco Monopoly: vince chi condivide di più e non chi accumula proprietà. Lo hanno creato i ragazzi dell’oratorio di Nembro, terra più colpita nella prima ondata del Covid. Il gioco si ispira all'enciclica Fratelli tutti. Il regolamento prevede fino a cinque giocatori, uno per Continente. Chi finisce sulla casella del Continente ottiene un gettone colorato che non costa nulla. Ogni Continente ha delle risorse, non denaro ma cibo, tecnologia, cultura, forza lavoro, conoscenze nel campo della medicina. Qualcosa da condividere per il bene di tutti. L'obiettivo finale non è il profitto, ma lo scambio e l'aiuto.

Il gioco e il post pandemia

In questo tempo segnato dalla pandemia, il momento del gioco è stato condizionato in varie regioni del mondo da lockdown, dal distanziamento e dalle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del coronavuirus. In molti Paesi il ritorno verso la normalità, grazie anche alla campagna di vaccinazione, è un’occasione per ricostruire il tessuto sociale, lacerato dalla pandemia, anche attraverso il gioco. Le attività ludiche possono infatti aiutare a recuperare la socialità perduta, a vivere attraverso momenti di svago la bellezza del confronto con l’altro. Non si tratta di un ambito legato solo al mondo dei bambini. “Nell’uomo autentico - affermava il filosofo Friedrich Nietzsche - si nasconde un bambino che vuole giocare”. Aggiornando questa frase ai nostri tempi si può aggiungere che si nasconde un bambino desideroso, dopo la pandemia, di tornare a giocare.

 

La puntata numero 82 di Doppio Click è stata realizzata da Andrea De Angelis, Silvia Giovanrosa, Alessandro Guarasci e Amedeo Lomonaco.

 

CLICCA QUI PER ASCOLTARE IL PODCAST DELLA PUNTATA DI DOPPIO CLICK

 

Vatican News

 

 

martedì 17 novembre 2020

GIANNI RODARI. LA PEDAGOGIA DEL GIOCO E DEL RISO

 UN GIANNI PLANETARIO



 di Giancarlo Cavinato

 

Una pedagogia del gioco e del riso per la liberazione dalle condizioni date. C’è un filo che percorre le opere di Rodari e che collega i giochi linguistici e le storie alla democrazia. I giochi propiziano situazioni in cui tutti sono messi nelle stesse condizioni. Le storie circolano, si diffondono, si variano, sono alla portata di tutti. La sua può essere definita una pedagogia della liberazione: da costrizioni, convenzioni, indottrinamenti, regole assurde, timore di sbagliare, subordinazione al senso comune. Sfruttando la potenza della metafora, dell’invenzione, dell’analogia, della metamorfosi. Sul piano della formazione alla cittadinanza, all’etica pubblica, alla democrazia, alla convivenza, le favole, le filastrocche, la fantastica, il suo proporre una “pedagogia dello stimolo” (rispetto alla trasmissione di modelli), agiscono come potenti propulsori di creatività, di cambiamento, di riflessione sullo stato delle cose.

Rodari opera, come scriveva De Mauro, per la democratizzazione dell’espressione. Invita i lettori ad essere cittadini ‘avvertiti’ della complessità della vita sociale, dei rapporti umani, del proprio contesto di vita strettamente connesso alla situazione planetaria.

 I tanti Gianni Rodari

 Ripercorrendo l’abbondante produzione che possiamo tranquillamente collocare tra la letteratura tout court, non più relegata nel limbo della letteratura per l’infanzia, ma comunque di forte impulso a un rinnovamento di quest’ultima, si possono rilevare sorprendenti anticipazioni e inviti alla riflessione sulle condizioni della democrazia così come sulle condizioni per una vita dignitosa e giusta per tutti. Un invito all’ottimismo, a pensare e ad agire perché il domani sia migliore di ieri e di oggi. ‘Se no, chi ce lo farebbe fare di andare dal dentista?’

Vediamo allora alcune delle sfaccettature di questa produzione ‘fantastica’ ma autenticamente agganciata alla realtà della fatica e della convivenza umana. • la politica, la giustizia ‘La storia universale’: ‘c’erano solo gli uomini con due braccia per lavorare;/ rimboccatevi le maniche…’ un invito alla responsabilità e alla costruzione del bene comune; è un invito a chiedersi quali le forme di liberazione da consuetudini e ingiustizie possibili oggi? Il pifferaio magico libera la città… dalle automobili. • la lingua (‘tutti gli usi della parola a tutti, non perché ciascuno sia poeta…’) • la verità e la menzogna del potere (‘Giacomo di cristallo: ‘la verità è più forte di qualsiasi cosa, più luminosa del giorno, più terribile di un uragano’; un testo di una forza straordinaria che tutti possono capire e sentire di desiderare libertà e giustizia) • la smitizzazione del potere autoritario (‘A toccare il naso del re’: ‘Altri cittadini si affrettarono con entusiasmo a imitare l’esempio di Giovannino: acchiappavano il re per il naso e gli davano una buona scrollatina. -È un nuovo segno di omaggio, maestà- mormorava il primo ministro nelle orecchie del re. Ma il re non aveva più tanta voglia di sorridere: il naso gli faceva male e cominciava a colare perché i suoi fedeli sudditi continuavano allegramente a prenderlo per il naso.’) • la pace nell’uguaglianza (‘Abbiamo parole per’, un manifesto per la pace mondiale nel tempo in cui era più a rischio e le contrapposizioni di schieramenti incitavano a prender parte; ‘La guerra delle campane’, il ridicolo delle boriose autorità militari; ma ‘la luna che splende a Pechino è bella come quella di Roma, i raggi del sole riscaldano tutta la terra e un uomo è un uomo a sud come a nord’).

 ll pensiero sociale: gli ‘umili’ (i colori, gli odori dei mestieri…) cui vengono riconosciuti dignità e diritti • la diversità (‘Il topo dei fumetti’, l’indiano nel presepe, la cicala- ‘proletaria’- e la formica ‘capitalista’) • i bambini- il pensiero infantile — l’immaginario come serbatoio di conoscenze. Quello che crea è un felice incontro fra la letteratura orale e popolare e il mondo magico del bambino. • la creatività (non la versione americana legata ai test per far emergere gli eccellenti, ma perché ciascuno possa essere almeno in qualche ambito educato ad essere creatore e non consumatore) • i bambini la scuola il mondo; un invito agli adulti ad aprire la prospettiva, a uscire dalle quattro mura dell’aula, a fare della città, del mondo “la scuola” (‘Una scuola grande come il mondo) • l’ascolto ( ‘Il signore con l’orecchio acerbo: ‘È un orecchio bambino, mi serve per capire/le voci che i grandi non stanno mai a sentire’) • l’ambiente (Il filobus n. 75, ‘Una viola al Polo Nord….). Anche l’ambiente va ascoltato: ascolto quello che dicono gli alberi, gli uccelli, le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli’ • la messa in ridicolo dell’ipocrisia, del conformismo (‘La donnina che contava gli starnuti: “Guardate, deve aver segnato tutte le sue buone azioni! Se non va in Paradiso lei non ci va proprio nessuno.”) • la critica all’appoggiarsi sempre alla consuetudine (‘Le scimmie in viaggio; ‘La strada che non andava in nessun posto: sollecito a cercare di percorrere strade nuove) • il coraggio delle proprie scelte (‘Il giovane gambero’: ‘Andrà lontano? Farà fortuna? Raddrizzerà tutte le cose storte di questo mondo? …) • la fiducia nel progresso e nelle tecnologie in epoca pre-telematica (la radio, il telefono, l’astronomia, la macchina da scrivere:’ Novelle fatte a macchina’, i robot, le bambole a transistor...)

I temi dell’analisi fantastica

Rodari attinge ai movimenti più avanzati della cultura europea - il surrealismo (Bréton), il movimento Dadà, il futurismo (Apollinaire), l’arte (Klee, Ernst), la psicologia dello sviluppo (Vygotskji), la narratologia, il formalismo russo, il folklore, l’antropologia - elaborando tecniche che applica al repertorio dei materiali fantastici preesistenti (fiabe, miti, la cultura popolare, l’immaginario, le favole di magia, ma non per riprodurle per imitazione ma variando e mescolando, scomponendo e ricomponendo le strutture narrative. Andando a scoprire aspetti fantastici nella realtà quotidiana per “sbanalizzarla”. La contaminazione della fantasia con la realtà è forse il suo binomio fantastico più produttivo. Il gioco narrativo permette ai bambini e ai ragazzi di cogliere le strutture fondamentali delle storie, i tempi, le funzioni dei personaggi e degli oggetti, l’incastro degli eventi (cfr. Propp, ‘Morfologia della fiaba’). Attraverso le proposte di giochi e di invenzione di storie Rodari entra a pieno titolo nella sfera delle ricerche della linguistica moderna da De Saussure a Chomsky a De Mauro. Ricerche che si fondano sull’analisi dei due meccanismi fondamentali del soggetto nella produzione linguistica e nell’espressione del pensiero: la selezione e la combinazione. E la fantastica di Rodari è giustamente una combinatoria. Che si fonda sulle trasformazioni e sulle ipotesi fantastiche.

 Gli eventi narrati si susseguono secondo una logica dell’assurdo che ricorda la rêverie di Bachelard1 o la bilogica di Matte Blanco: nasi che scappano, omini di niente, topi e gatti che escono dai fumetti, strade che non portano da nessuna parte, filobus che trasportano i passeggeri non al solito tran tran ma su prati fioriti, torte in cielo, ascensori che salgono in cielo, bambini invisibili, personaggi di cristallo, pulcini cosmici, fucili che non sparano ma fanno ‘pum!....

I personaggi.

 Non ci sono streghe, lupi cattivi, o, viceversa, sono positivi. Ci sono antagonisti ma le soluzioni sono prive dell’accento ‘trash’ che Roahl Dahl mette nei suoi ‘Racconti in versi per bambini perversi’. Cappuccetti, lupi, streghe, gatti con gli stivali sono superati in quantità da spazzini, operai, postini, negozianti, emigranti, muratori, impiegati. Gente che affronta non prove magiche ma le fatiche della vita quotidiana.

I luoghi.

Nelle sue favole non c’è più il bosco, la carrozza, il castello, c’è la città, il condominio dove non si può giocare nel cortile (in un articolo invita i bambini, dal momento che gli adulti non consentono di giocare negli spazi pubblici, ad andare… alla conquista della luna), la strada con il traffico, la scuola, l’ufficio postale, il municipio, i mezzi di trasporto. Ma ci sono anche mondi fantastici, il pianeta degli alberi di Natale, la Freccia azzurra in viaggio, la casa volante, così come ci sono Stoccolma, Piombino, Cesenatico, il polo Nord…

Gli oggetti.

Non ci sono bacchette magiche, zucche trasformate in carrozze, cancelli che si aprono solo a certe condizioni, tappeti volanti, mele avvelenate. C’è la coperta del soldato, il libretto degli appunti, una giostra, i giornalini a fumetti (da cui una forte polemica con Nilde Iotti che lo accusava di indulgere alla cultura nordamericana) uno spaventapasseri, un bastone che nel gioco infantile diventa tanti oggetti diversi, la scopa del netturbino, l’ascensore, il rosmarino, le caramelle…

I tempi.

I racconti e i romanzi per ragazzi di Rodari spaziano nel tempo e nello spazio, dalla Venezia delle maschere alla borgata romana, dai tempi del re Mida all’emigrazione dal sud nel dopoguerra, dal passato al futuro, dal ritorno dalla guerra, il ciclo del giorno, il ciclo dell’anno come li possono percepire i bambini (‘A dormire, a svegliarsi’, ‘La domenica mattina’). Spesso una favola comincia con ‘Una volta’, ma più spesso il testo entra immediatamente in media res. ‘Giovannino perdigiorno era un grande viaggiatore…’, ‘Il signor Gogol ha raccontato la storia di un naso…’ Il valore della parola ‘Il nome è una moneta preziosa:/per le cose da poco non la spendere, /per oro e argento non la vendere, /tienila sempre da conto/ma per le cose grandi/a gettarla sii pronto.’ (‘Il nome’, op. cit.)

Riconoscere l’importanza della parola è un passaggio che, in epoca di violenza verbale, di discriminazioni, di disseminazione di paure e pregiudizi, è essenziale. Ma è soprattutto sulla libera invenzione che si incentra l’intento pedagogico di Gianni. Inventare storie riguarda la mente del bambino tutta intera- non solo la fantasia. Impara meglio anche la matematica, la logica, chi è stato fin da piccolo esposto a narrazioni di storie. L’interezza dei soggetti è un tema che gli è particolarmente caro (‘cos’è la mente, signori miei? Anche l’occhio, anche la mano sono la mente’). Racconti filastrocche romanzi, nati apparentemente dallo scontro occasionale di due parole (il binomio fantastico), da ‘errori’ di ortografia, da giochi di parole, oltre ad essere esempi di quel gioco creativo che Rodari descrisse nella ‘Grammatica della fantasia- l’arte di inventare storie’ (il suo manifesto teorico), sono metafore della vita, dense di spunti di riflessione etica e civica, come quando in una di queste favole, alla domanda «Quanto pesa una lagrima?», viene data questa risposta: «Quella di un bambino affamato pesa più di tutta la terra". C’è ancora bisogno dei Gianni Rodari oggi.

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