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mercoledì 1 aprile 2026

COLTELLO IN MANO


 UN  TREDICENNE ACCOLTELLA L'INSEGNANTE



«Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età nemmeno mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso.

 Dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori»

 


Alessandro D’Avenia

 «Sono giunto alla conclusione che non posso più vivere una vita così. Una vita piena di ingiustizie, mancanza di rispetto e banalità. Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese».  

 Così dichiarava il tredicenne, mercoledì 25, prima di compiere il crimine ideato nel dettaglio grazie a un fenomeno sempre più diffuso: il Nihilistic Violent Extremism (Nve: Estremismo Nichilista Violento). Una costellazione di gruppi o soggetti singoli che promuovono e compiono violenza fine a se stessa, online e offline, usando i minori come vittime o carnefici.  

 Attraggono soggetti vulnerabili attraverso piattaforme di gioco e applicazioni di messaggistica, e li spingono all’uso di droghe, alla condivisione di immagini intime, alla produzione di materiale pedopornografico, all’incesto e allo stupro, alla tortura di animali, ad autolesionismo, suicidio o omicidio in diretta.  

 Abbiamo donato ai bambini il cellulare, ma adesso sappiamo che è come aver dato loro una macchina, dell’alcol, una pistola o della droga, non uno strumento neutro che dipende da come e da chi lo usa, ma uno strumento che ti usa.  

 Mi rivolgo adesso ai politici, perché il problema è politico. Che cosa aspettate? 

 Nella mia esperienza di insegnante cominciata nel 2000 ho assistito a una mutazione antropologica. 

 Lo smartphone ha determinato l’adultizzazione e quindi l’adulterazione dell’infanzia, destrutturando una tappa della crescita con conseguenze di salute per tutta la vita successiva.  

 Ho studenti di 14 anni che conoscono cose che a quell’età mi sognavo, e per fortuna, perché non sarei stato pronto, così come loro non sono preparati a sostenerne il contenuto emotivo e di senso. Ripeto, è come regalare loro le chiavi della macchina o una cassa di vino.  

 Ci vuole una rivoluzione dal basso, dobbiamo ribellarci a questo abuso dei minori, di cui purtroppo siamo diventati complici inconsapevoli (che ebbrezza quando abbiamo riempito la scuola di device che adesso dobbiamo vietare...).  

 Proprio in questi giorni si è concluso a Los Angeles un procedimento legale in cui per la prima volta i manager di Instagram e YouTube hanno dovuto testimoniare. Un maxi-processo con 1.600 querelanti intentato a Google e Meta, a partire dalla denuncia della ventenne Kaley G.M., che ha cominciato a soffrire di ansia, depressione e pensieri suicidi a causa dell’uso precoce dei social. Il verdetto ha stabilito che le piattaforme che Kaley frequenta da quando era bambina sono colpevoli dei suoi disturbi. Anche TikTok e SnapChat erano stati citati in giudizio ma hanno patteggiato, chiudendo con un accordo privato e un risarcimento non dichiarato. 

 La strategia usata dagli avvocati delle vittime è stata quella degli anni ’90 contro l’industria del tabacco che nascondeva le conseguenze del fumo. Le compagnie dovettero risarcire 206 miliardi di dollari e sospendere la pubblicità (ricorderete film come Insider e Thank you for smoking). Allo stesso modo la sentenza del 26 marzo 2026 contro le big-tech è storica: non solo non fanno abbastanza per i minori, ma fanno male.  

 Il caso del tredicenne italiano non è diverso: la sua rabbia, invece di essere accolta dalle figure adulte vicine, viene intercettata dagli attori del Nve, come in tanti casi simili avvenuti in giro per il mondo di recente. Si tratta di ragazzini problematici o è un effetto dell’architettura dei social?  Nel 2017 la 14enne inglese Molly Rose si era uccisa dopo aver assorbito migliaia di immagini di autolesionismo. La fondazione a lei dedicata ha pubblicato di recente una ricerca che mostra come, nonostante i proclami delle piattaforme, non sia cambiato nulla. È stato simulato il profilo TikTok e Instagram di una 15enne depressa: il 95% dei video proposti dall’algoritmo «per te» sono risultati dannosi, il 55% relativi ad autolesionismo e suicidio, il 16% a modi per togliersi la vita. 

 Il libro fenomeno globale di Jonathan Haidt, «La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli», che tutti gli educatori dovrebbero leggere (in Italia sta facendo altrettanto Alberto Pellai che, con Barbara Tamborini, ha pubblicato di recente l’ottimo «Esci da quella stanza»), raccoglie le evidenze scientifiche dopo 20 anni di esposizione al cellulare di bambini e adolescenti: dipendenza, frammentazione dell’attenzione, destrutturazione della socialità, perdita del sonno.  

 Quattro elementi letali per la crescita, un abuso in piena regola: su soggetti fragili (bambini e adolescenti lo sono per definizione) questi mezzi portano più danni che benefici, è la kryptonite dell’infanzia. Che fare? Sull’esempio dell’Australia che ha disattivato i profili degli under 16 e vieta l’iscrizione senza un documento di identità, molti governi stanno legiferando. In Francia, Portogallo, Uk, Danimarca e Spagna sono state approvate leggi simili ma l’iter operativo è ancora in corso. Brasile e Norvegia stanno varando la legge, la Germania la sta discutendo.  In Italia? Pur essendoci mossi in anticipo con una proposta bipartisan la legge è rimasta in stallo, forse perché un provvedimento del genere non porta consenso, non è gradito alle big-tech o perché siamo impastoiati in un sistema che mette altre cose prima dell’educazione e della salute dei ragazzi.  Bisogna allora intanto agire dal basso. Per questo partecipo a un progetto, ideato da professionisti di vari ambiti e in rapida espansione, per promuovere l’educazione digitale e preservare la salute dei ragazzi: «I patti digitali». 

 Accordi che, in comunità di diversa entità, vengono stretti da genitori, insegnanti e altre figure educative, per stabilire poche e semplici regole condivise in quella comunità (età giusta per lo smartphone, opportunità delle chat di classe, sia dei genitori che dei ragazzi, modi d’uso del registro elettronico, validità dei compiti online...) e smontare il così fan tutti: «Si sentirebbe fuori dal mondo».  

 Se in una comunità sono tutti d’accordo viene meno il senso di inferiorità, la pressione sociale e la scorciatoia comoda per sedare i figli (anche nel XIX secolo si usavano gli oppiacei per calmare i bambini, ma si finiva con l’avvelenarli). In questi anni abbiamo riempito le aule di strumenti digitali, convinti che avrebbero rivoluzionato la didattica, salvo scoprire che aiutano l’apprendimento solo in superficie, anzi hanno provocato lo sviluppo della cosiddetta «mente da cavalletta», incapace di attenzione e di tenuta, sempre alla ricerca della ricompensa, e una soglia della noia bassissima (soggetti del tutto manipolabili): bisogna quindi tornare alla scrittura a mano, alla calligrafia, alla lettura ad alta voce, all’ascolto attivo, all’attenzione mirata.  

 Non si tratta di vietare (i ragazzi sanno poi come fregarci), ma di dare alternative: nelle comunità che adottano i patti digitali cresce di pari passo la frequentazione di biblioteche, attività sportive e sociali. Possono essere gruppi di genitori, singole scuole o gruppi di scuole, intere comunità cittadine a siglare un patto e ricevere l’aiuto degli esperti, senza appesantire una vita già assai complessa. 

 Il 13 aprile prossimo alle 14.30 terremo l’incontro «Educazione e protezione digitale», dal vivo e in collegamento, nella Sala del Refettorio della Camera dei Deputati (si potrà seguire la diretta). Ci saranno esponenti della Fondazione dei Patti, testimoni dei Patti già avviati e figure politiche dell’intero arco parlamentare impegnate da tempo nelle proposte di legge per regolamentare l’uso della rete da parte dei minori, cito solo Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca, Stefano Vicari, direttore di Neuropsichiatria Infantile del Bambino Gesù, Elena Bozzola, coordinatrice della commissione Dipendenze Digitali della Società Italiana di Pediatria, Adriano Bordignon, presidente del Forum Nazionale delle Associazioni Familiari, Stefania Garassini, giornalista e docente universitaria di Content management e Digital Journalism, Anna Scavuzzo, assessore all’Educazione del Comune di Milano, Marianna Madia (Pd), Lavinia Mennuni (FdI), Giulia Pastorella (Azione), Giorgia Latini ed Erika Stefani (Lega), Devis Dori (Verdi, già M5S). Chiedo alla premier Meloni che ha una figlia, a cui sicuramente non ha dato né darà a breve un cellulare: varate una legge in questa legislatura. 

 Il manifesto del tredicenne attentatore, evidentemente copia-incollato dai contenuti del gruppo Nlm (No Lives Matter, Nessuna vita conta, che diffonde anche un manuale per l’uso efficace di lame e armi) è un’ottima radiografia del nostro mondo adulto: «Mi sento superiore a tutti i miei coetanei. Mi sento molto più intelligente di loro e indossare un’uniforme dimostra la mia superiorità rispetto ai comuni mortali. Non sono più uno di loro, ho l’intelligenza di capire che nessuno difende veramente noi e i nostri bisogni... non mi riconosco in nessuna ideologia ben definita perché l’unica cosa che conta sono io, nessun altro conta, nessuna vita ha importanza al di fuori della mia. 

 La vita è priva di senso se decidi di viverla come un topo, seguendo una routine quotidiana come uno schiavo... Sono stanco di essere un tipo banale, di dover fare sempre le stesse cose». Queste parole girate al rovescio nascondono un bisogno profondo: «Guardatemi! Aiutatemi a scoprire che sono unico, a capire le mie emozioni e a non subirle, a conoscere il mondo e gli altri, a sperimentare che la (mia) vita ha senso e vale. Toglietemi il cellulare. Liberatemi! Lasciatemi vivere i miei 13 anni. Voglio vivere!».  

 La realtà ci parla attraverso un caso eclatante. Ma questo non è un caso isolato e nemmeno un caso, è la conseguenza di un processo di abuso continuo che avvelena le anime e i corpi dei ragazzi e contro cui non stiamo facendo abbastanza."

 

Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 12 febbraio 2026

BAMBINI E PORNOGRAFIA

Pornografia, il pedagogista Zanniello: «Ecco pericoli ed effetti negativi sui bambini» 1 

Pornografia, il pedagogista Zanniello: 

«Ecco i pericoli 

ed effetti negativi sui bambini»


Quando si parla di effetti negativi della pornografia, il principio più corretto dovrebbe essere sempre quello di dare il giusto peso al ruolo di tutti i soggetti coinvolti: ragazzi, genitori, scuola, mezzi di comunicazione. Un pedagogista che ha approfondito il tema è Giuseppe Zanniello, professore ordinario di Didattica e Pedagogia all’Università di Palermo. A colloquio con Pro Vita & Famiglia, Zanniello ha posto in evidenza, in primo luogo, la responsabilità delle famiglie, le quali dovrebbero evitare di scaricare tale delicato compito sulla scuola.

 Professor Zanniello, le percentuali dei minori che fanno uso di pornografia online sono alte e preoccupanti. Possibile che le famiglie siano così assenti? Tendono a sottovalutare il problema o, piuttosto, lo ignorano totalmente?

«I genitori, generalmente, non percepiscono il problema. Controllare i propri figli è praticamente impossibile, perché a dodici anni, i bambini hanno già imparato a superare tutti i filtri. E gli effetti negativi della pornografia, dall’impotenza all’aggressività contro l’altro sesso, sono tanti, sia sul piano affettivo-relazionale, che intellettivo. Diversamente, se si vuole demandare tutto alla scuola, come suggerisce il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, i problemi aumentano perché devi fare i conti con persone molto diverse tra loro, con ragazzi dalla varia sensibilità.

Secondo studi pubblicati, tra gli altri, dal Corriere della Serail 30% dei bambini accede alla pornografia online, mentre in Italia lo fanno il 44% dei ragazzi e il 5% delle ragazze tra i 13 e i 17 anni. Una vera e propria droga da cui adulti e bambini dovrebbero disintossicarsi. Una droga da cui ci guadagna chi la mette in rete. È vero che l’accesso è libero ma la pubblicità paga in misura proporzionale ai clic per ogni video. Sono entrate economiche incredibili».

Qual è l’effetto negativo più evidente della pornografia sulla psiche di giovani?

«Quando ci esponiamo in modo continuativo a contenuti di questo genere, la prima cosa che emerge è una sorta di “densibilizzazione”, ossia una perdita di interesse verso altri piaceri. Poi si riduce la capacità di controllare i desideri. Viene il sospetto che questo possa essere anche un metodo per stordire i giovani e far fare loro quello che si vuole, mortificandone la capacità critica e di ragionamento. Queste immagini entrano nella mente, vengono imposte e loro si abituano. Secondo un altro studio, poi, il 16% degli studenti liceali consumava pornografia più di una volta a settimana e aveva sperimentato un calo del desiderio sessuale, contro lo zero per cento dei ragazzi che non ne facevano uso. Dobbiamo sviluppare nei giovani una capacità di scelta libera, trasmettendo loro informazioni libere e non fittizie sulle conseguenze di quell’abitudine, a breve e a lungo termine. I giovani non hanno esperienza ma anche i genitori stessi vanno informati su quali effetti porta nella testa, nel cuore, nelle relazioni personali, l’essere esposti per molti anni a questo tipo di immagini. In particolare, i maschi – che, com’è noto, fruiscono della pornografia molto più delle femmine – finiscono per vedere il corpo femminile solo come strumento di piacere. Da qui fenomeni come il sexting, ovvero la richiesta di immagini intime, che peraltro è un reato e ha provocato il suicidio di molte ragazze, coinvolte in questi casi. Qualche mese fa, all’Università di Palermo, abbiamo fatto un convegno con il capo della Polizia Postale in Sicilia, che mise in guardia gli studenti dal mettere in giro le proprie immagini, dicendo: “State attenti, potrebbero essere utilizzate per scopi pornografici”».

Per i genitori, invece, qual è la miglior forma di prevenzione?

«L’intento dev’essere quello di educare alla libertà e alla responsabilità già da piccoli. È importante controllare i cellulari. Troppo presto regalarli in terza elementare, quanto più tardi si mettono in mano ai bambini, meglio è. Gli stessi genitori, senza scandalizzarsi, devono far ragionare i figli: guarda, se tu fai uso di pornografia, ti si abbasserà il desiderio sessuale, sarai esposto a commettere violenze, a guardare la donna con occhio torbido. Una cosa è l’affetto, altra è il puro e semplice piacere sensibile. Il tema non riguarda solo sessualità ma anche l’affettività, che non può essere delegata all’insegnamento scolastico. Non si diventa automaticamente capaci di educare nel momento in cui si è genitori. Spesso un genitore si fida particolarmente di genitori più esperti di lui. Non è necessario fare trattati, bastano anche due pagine di informazioni molto precise e puntuali. Trovo molto chiari e comprensibili, in questo senso, articoli come quelli di Alessandro D’Avenia o i corsi a cura di Saverio Sgroi, che hanno aperto gli occhi a molti genitori. Sgroi dice ai genitori: vincete la paura, parlate di queste cose con i vostri figli. Mi chiedo, però, come mai non si sia mai parlato di alcuna proposta di legge per bloccare la diffusione della pornografia in rete. Invece di perdere tempo con i 33 casi annuali di persone che disturbano gli omosessuali, andiamo a vedere i milioni di giovani che, ogni anno finiscono avvelenati dalla droga della pornografia, che impedisce la crescita di vere relazioni umane, che non siano improntate a un piacere egoistico ma alla costruzione di un vero progetto di vita».

Abbiamo finora parlato dei minori. Quali sono, invece, le conseguenze più serie della pornografia tra gli adulti e, in particolare, tra i genitori?

«Ci sono padri, addirittura nonni, che fanno uso di pornografia. Abbiamo già messo in risalto quanto questa pratica crei dipendenza: ora, tra gli adulti, la maggiore disponibilità di denaro apre le porte alla pornografia a pagamento, alle chat e a un degrado morale che non finisce più. Qualche volta mi è capitato dal barbiere o dal meccanico di vedere affissi calendari erotici. Li ho sempre apostrofati ironicamente con frasi del tipo: “Che bella donna, è tua moglie (o tua figlia)?”. Bisogna anche un po’ scuotere le coscienze…».

Provitaefamiglia.it

 

giovedì 3 luglio 2025

SMARTPHONE A SCUOLA

 


Ambiente tossico o contenitore di relazioni? Perché lo smartphone a scuola non va proibito

Si può scegliere la via del divieto, che semplifica ma non educa. 

Oppure si può accettare la sfida, più complessa ma più necessaria: educare al digitale stando dentro il digitale. 

Non lasciando il campo ai social e agli algoritmi, 

ma riappropriandosi della tecnologia come spazio pedagogico

di Gianmarco Proietti

Negli ultimi mesi il dibattito sull’uso dello smartphone a scuola si è acceso, spesso polarizzandosi. Da una parte ci sono i sostenitori del divieto assoluto: lo smartphone distrae, crea dipendenza, rovina la concentrazione, meglio rimuoverlo del tutto dall’ambiente scolastico. Secondo questa visione, tutto ciò che serve per apprendere con strumenti digitali può già essere fatto con un tablet, che ha meno accessi esterni, meno notifiche, meno interruzioni. Il punto, dicono, non è come si usa lo smartphone: è che, per sua natura, lo smartphone non è uno strumento neutro, ma un ambiente che entra in competizione con tutto il resto — lezioni comprese

È una porta costantemente aperta sulla distrazione e sull’iperstimolazione. Dopo più di dieci anni di diffusione capillare, sostengono, non è mai stato possibile scrivere una guida credibile che ne disciplini l’uso consapevole in classe. E non è un caso, secondo loro, che Paesi altamente digitalizzati come Svezia, Norvegia e Finlandia stiano facendo un passo indietro, promuovendo scuole “smartphone free”: chi ha raccolto dati clinici e osservato da vicino il progressivo peggioramento degli indicatori di salute mentale nei giovani — ansia, depressione, disturbi del sonno, deficit dell’attenzione — ritiene che il problema non sia semplicemente educativo. È strutturale, sistemico, e la soluzione non può che essere netta: togliere lo smartphone dalla scuola per proteggere chi cresce.

Tuttavia, questa posizione – pur comprensibile e animata da motivazioni importanti – rischia di produrre una risposta semplificata a una questione molto più complessa. Innanzitutto, va detto che i modelli nordici citati come esempi virtuosi adottano il divieto dello smartphone all’interno di un ecosistema scolastico molto diverso dal nostro. In Svezia e Finlandia, infatti, tutti gli studenti e le studentesse sono dotati di tablet personali forniti dalla scuola, connessi a una rete wi-fi stabile e sotto la supervisione attiva dei docenti, anche attraverso strumenti di gestione tecnici (Mdm, mobile device management, per iOS o Android). Non si tratta, dunque, di una semplice rimozione del digitale personale, ma di un’infrastruttura pubblica che permette un uso educativo e controllato delle tecnologie. Un modello del genere potrebbe funzionare anche in Italia, ma solo se si garantisse a tutti l’accesso a dispositivi adeguati, connettività stabile e formazione specifica per i docenti. In mancanza di questi elementi, il rischio è che il divieto si traduca in una regressione o, peggio, in una nuova forma di disuguaglianza.

Inoltre, la tesi secondo cui basterebbe sostituire lo smartphone con un tablet per risolvere il problema riduce tutta la questione a un piano tecnico, ignorando la dimensione culturale, relazionale e sociale del digitale. E finisce per non vedere proprio la realtà quotidiana degli studenti.

Molti di coloro che chiedono il divieto totale dello smartphone si rifanno alle tesi del saggio di Jonathan Haidt, The Anxious Generation, in cui si sostiene che l’uso precoce e intensivo dello smartphone e dei social network sia responsabile dell’impennata di ansia e depressione tra gli adolescenti, in particolare nelle ragazze. Secondo questa impostazione, lo smartphone non è uno “strumento” ma è un ambiente e fondamentalmente un ambiente tossico: la sua esclusione dalla scuola diventa un’azione di tutela della salute mentale. Tuttavia, queste posizioni sono tutt’altro che unanimemente condivise nella comunità scientifica e pedagogica.

Voci autorevoli come quelle di Matteo Lancini e Pier Cesare Rivoltella, ad esempio, invitano a una lettura più complessa. Lancini sottolinea come l’adolescenza contemporanea sia profondamente cambiata e come lo smartphone sia un contenitore delle emozioni e delle relazioni. Non è il dispositivo in sé a generare disagio, ma il vuoto educativo e relazionale in cui viene immerso. Rivoltella invita a non confondere la necessità di educare con la tentazione di censurare: il problema non è il digitale, ma una scuola che resta analogica e trasmissiva, incapace di accogliere le sfide dell’era digitale. 

Comunque è vero che lo smartphone non sia semplicemente un dispositivo. È l’ambiente che gli adolescenti abitano ogni giorno, il filtro con cui leggono il mondo, il canale con cui si informano, comunicano, si orientano. Vera Gheno, nella puntata 111 del podcast Amare parole de Il Post, spiega con grande lucidità che lo smartphone per questa generazione è ciò che il Pc è stato per i cinquantenni di oggi: un punto di riferimento cognitivo, un luogo del pensiero e della relazione. Chiedere agli studenti e alle studentesse di sostituire lo smartphone con un tablet non è come chiedere loro di scrivere con una penna rossa invece che con la penna blu. E oltre a essere culturalmente discutibile, è anche socialmente iniquo. In Italia, gli adolescenti hanno uno smartphone ma non hanno un tablet personale. Secondo un’indagine RaiNews del 2023, il 90% degli studenti e delle studentesse sopra i 16 anni possiede un device personale, ma soltanto 1 studente su 4 ha con sé un tablet.  Immaginare che si possa semplicemente “switchare” tra device significa introdurre una disuguaglianza silenziosa, creando una scuola digitale per pochi, per chi può permettersi di più. Il divieto, in questo contesto, diventa una forma di esclusione, non di protezione.

Ma c’è di più. Se davvero lo smartphone fosse un dispositivo così pericoloso da dover essere escluso, come si giustifica il fatto che proprio studenti e studentesse con differenze certificate — come Discalculia, Disgrafia, Adhd — possano invece farne uso regolare grazie a un Piano Didattico Personalizzato? In molte scuole italiane, sono proprio loro — più sensibili agli stimoli ambientali — a utilizzare lo smartphone per scrivere con la dettatura vocale, ascoltare testi con sintesi audio, svolgere calcoli con app dedicate.

È un paradosso educativo. Se davvero lo smartphone fosse ingestibile, se bastasse la sola esposizione alle notifiche per compromettere l’attenzione, perché ammetterne l’uso proprio da parte di chi ha un rapporto più complesso con il controllo dell’attenzione? In realtà, questa prassi dimostra una cosa fondamentale: non è il dispositivo in sé a essere un problema, ma il contesto in cui viene usato. E se si sa usarlo bene per chi ha bisogni specifici, si può educare tutta la classe a farlo.

La verità è che si sta vivendo un’epoca di passaggio. Il pedagogista Roberto Franchini parla di cambio di paradigma, dal modello educativo cartaceo a quello digitale. Ma come tutti i passaggi, anche questo è disordinato, incompleto, frammentario. Gli studenti e le studentesse di oggi hanno imparato a leggere e scrivere con il libro e il quaderno, ma vivono fuori dalla scuola in un mondo connesso, asincrono, interattivo. I dati che oggi raccogliamo sui danni del digitale sono parziali, perché si riferiscono a studenti e a studentesse che stanno vivendo solo parzialmente il nuovo paradigma. 

Lo smarphone in classe può essere uno strumento didattico se si stabiliscono dei tempi in cui è presente nell’ambiente di apprendimento e tempi in cui non deve esserlo. Allora si possono proporre attività in cui lo smartphone viene usato come strumento di ricerca, dando compiti strutturati, con obiettivi chiari, dividendo i ragazzi in piccoli gruppi e predisponendo un momento assembleare di restituzione del lavoro svolto. Si può trasformare la classe con i cellulari in un laboratorio di fisica (Phyphox è un’app straordinaria), facendo sì che ragazzi e ragazze mantengano un buon livello di coinvolgimento, affrontando, eventualmente in modo metacognitivo l’uso improprio di questo strumento, trasformando così lo smartphone da rischio, che nessuno nega, in risorsa: è qui che il docente si gioca la propria credibilità. Le tecnologie moderne hanno aperto opportunità per attività educative multidimensionali e creato uno spazio nuovo. Una sfida importante consiste nel rendere la scuola il luogo più interessante di questo spazio, come indicato dalla Raccomandazione Europea sulla modernizzazione dei sistemi di istruzione (2018).

Si è di fronte a una grande responsabilità. Si può scegliere la via del divieto, che semplifica ma non educa. Oppure si può accettare la sfida, più complessa ma più necessaria: educare al digitale stando dentro il digitale. Non lasciando il campo ai social e agli algoritmi, ma riappropriandosi della tecnologia come spazio pedagogico.

Proibire è facile. Educare è molto più difficile. Ma è proprio ciò che la scuola è chiamata a fare.

  VITA

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martedì 25 marzo 2025

SAPERSI STUPIRE

 

DALL'HOMO ERECTUS ALL'HOMO CURVATUS



Alessandro D’Avenia

 

Salgo sulla metropolitana e mi impongo un esercizio di stupore, li faccio quando mi sento triste. Infilo il cellulare nella tasca interna del cappotto perché non sia raggiungibile dalla mano che, per una briciola di dopamina, lo cercherà senza il mio consenso. Mi impongo di fissare ogni cosa. Così torno alla mia altezza, perché i nostri occhi, a differenza di quelli dei quadrupedi indirizzati al suolo o poco più su, consentono di arrivare al cielo. Dopo millenni di evoluzione però il nostro sguardo è tornato giù, al telefono, tanto che da anni esiste una nuova patologia: la cervicale da smartphone.

 Dall'homo erectus (in piedi) a quello curvatus. Ne scorgo tanti esemplari in metropolitana. Un ragazzino di 12-13 anni seduto ride mandando messaggi con le mani appoggiate su una nota edizione di spartiti per pianoforte. Intravedo la prima lettera del compositore: C... Chopin? Scorgo la seconda: z... Chi sarà? Entrano due ragazze che saranno poco più grandi di lui. Parlano e ridono guardando il cellulare di una delle due, l'altra tira fuori una spazzola per lisciarsi i capelli, e poi la passa all'amica che fa altrettanto. Accanto a me una ragazza legge un testo sullo schermo, niente la distrae, chissà che cosa dicono quelle righe. In ognuno è in corso un desiderio, una ricerca di bellezza... Continuo il mio esercizio che sta già facendo effetto. Quale?

 Mi soffermo su chi non ha il cellulare in mano. Una coppia di anziani: parlano tra loro e quando tacciono, tacciono e basta, senza schermi. Un'altra signora ha la mano impegnata ad accarezzare la testa del suo bambino che, accoccolato sul petto, ha gli occhi spalancati su di lei. Poi c'è un uomo che guarda in basso, con i vestiti impolverati da un cantiere. Piegato dalla fatica del giorno di lavoro ogni tanto dice una parola ad alta voce: a chi? Una ragazza proprio di fronte a lui non ha invece smesso di scorrere immagini sullo schermo. Dei turisti ridono tra loro, liberi dalle incombenze del quotidiano hanno tempo solo per le cose belle di questa città. Una donna, l'unica in tutto il vagone, legge un libro. 

 Quando riemergo sulla strada una luce nuova brilla su alberi che scopro essere di ciliegio giapponese grazie alle prime fioriture: allora è vero, è primavera! La stagione, da cui cominciava l'anno dei Romani e di molte culture mediterranee, non s'arrende neanche in questa città, dove il tempo della natura, quello ciclico, è marginale, con la conseguenza che ci sentiamo solo lineari, fatti per la morte e non per la (ri-)nascita. Ma il tempo ciclico è solo nascosto dalle tonnellate di cemento e asfalto che coprono una terra sui cui maturerebbe ancora il grano. Anche qui le persone che camminano guardano quasi tutte uno schermo, i loro occhi ignorano la stagione così “già vista” che non stupisce più. Per stupirci abbiamo bisogno di stupefacenti: effetti speciali o dipendenze. Eppure, gli alberi, rinsecchiti sino a poco fa, ce lo ricordano che la bellezza è frutto di un lungo lavoro silenzioso di spoliazione, ma noi vogliamo tutto e subito: abbiamo fretta e la natura è lenta.

  Non è vero che non ci sono più le mezze stagioni, siamo noi a non esserci più, perché le sfumature e le gradazioni sono solo per chi guarda bene. Infatti “a ben vedere” su questa strada tutto è pieno di cose che, come i ciliegi, ci ricordano di tornare in vita: due ragazzi che bevono una birra sui primi tavolini all'aperto, la custodia di uno strumento sulle spalle di una ragazza, il mendicante seduto per terra con una scatola di tonno in attesa di uno sguardo e una moneta, un bambino che con il suo monopattino avanza nel qui e ora senza difese. Aveva ragione mia nipote quando alla proposta di vedere il cugino in videochiamata si ribellava: “Ma io lo voglio vivo!”. 

 Il neuroscienziato Stefano Mancuso mi ha spiegato che si può misurare lo stress di una persona dalla resistenza della pelle: più è rigida più si è in stato di allerta. Infatti, a chi entra in un bosco la pelle si ammorbidisce solo dopo cinque secondi. Io mi devo far bastare qualche albero incastrato in un'aiuola... Tornato a casa cerco: “Cz compositore”. Carl Czerny è un musicista viennese del primo '800 noto per la sua memoria prodigiosa che gli consentiva di eseguire tutte le sonate di Beethoven, di cui fu allievo. La sua vocazione alla didattica lo portò a comporre centinaia di esercizi tutt'ora indispensabili per educare le dita di generazioni di pianisti, come quelle del ragazzino della metropolitana. 

 Mentre scrivo ascolto un suo Notturno: un tipo di composizione che dimostra che basta una notte ben guardata per fare un capolavoro. Perché noi che puntiamo su Marte abbiamo perso così tanta Terra? Aspettiamo i like più delle magnolie in fiore, suoniamo i clacson più del piano, tocchiamo lo schermo più di un volto, distinguiamo le emoticon ma non un platano da una betulla. Se l'homo curvatus ha meno occhi non è colpa di un telefono, ma di un cuore che quel telefono ha trovato vuoto. Ma la vita non demorde e ci chiama dal e al suo quotidiano miracolo: uno spartito, un bambino, una spazzola, un libro, un silenzio, una risata, una città, una fioritura, un monopattino, un tavolino... e chissà quanti altri stupori per rimetterci “in piedi” quando siamo prostrati, perché solo chi è toccato dalla vita poi la ama e la cura. Infatti, Leopardi diciottenne, negli stessi anni in cui Czerny componeva per il piano, scriveva a Pietro Giordani di voler fare il poeta perché aveva “visto” una primavera: “Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni (unica cosa buona che abbia la mia patria) e in questi tempi specialmente, mi sento così trasportare fuor di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, lasciar passare questo ardore di gioventù e aspettare per darmi alla poesia” (30 aprile 1817). 

 Solo la vita fa tornare in vita, e lui lo cantò così: “Primavera dintorno/ brilla nell’aria, e per li campi esulta, / Sì ch’a mirarla intenerisce il core”. Senza “mirare” perdiamo la tenerezza (di pelle e di cuore): niente più ci tocca, ci fa abbassare le difese e sentire amati, ma per un cuore e una pelle induriti vivere diventa solo una “dura” lotta. La morte è forse la fine della vita, ma di sicuro il suo fine è la gioia. Per questo un giorno ci alzammo in piedi. Per questo ogni giorno ci alziamo in piedi: per essere all'altezza (se all'altezza non rinunciamo per un telefono) della gioia che ci (a)spetta.

 Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 3 dicembre 2024

ADOLESCENTI e SMARTPHONE

 

Smartphone agli adolescenti? 
Riduce concentrazione, rallenta la memoria, compromette il sonno, causa isolamento. Giusto limitarne l’uso”.


Intervista alla dottoressa Angela Grassi


Di Fabio Gervasio

Il digitale tra opportunità e rischi. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Maria Angela Grassi, Pedagogista, Psicologa, Fondatrice e Direttrice della Rivista Professione Pedagogista, Pubblicista e Presidente di ANPE, l’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani, che opera nel settore dal 1990 e che ha promosso l’approvazione della legge 55/2024, riguardante Disposizioni in materia di ordinamento delle professioni pedagogiche ed educative e istituzione dei relativi albi professionali.

Dottoressa Grassi, ultimamente si parla molto sull’opportunità di introdurre un divieto sull’utilizzo di smartphone e social media legati ad una specifica età, tanto da portare ad una petizione firmata da molti professionisti del settore educativo. Ci dice cosa ne pensa e se è utile introdurre delle limitazioni?

Inizialmente, ero piuttosto scettica riguardo all’idea di introdurre un divieto sull’utilizzo di smartphone e social media per determinate fasce di età, poiché ritenevo che un approccio restrittivo non fosse educativo e potesse essere percepito come una limitazione alla libertà dei giovani. Tuttavia, dopo aver approfondito il tema, ascoltando il parere di esperti del settore, in particolare medici e neurologi, ho cominciato a rivedere la mia posizione. Gli studi scientifici che analizzano gli effetti degli smartphone e dei social media sulla salute mentale e fisica dei bambini e dei ragazzi sono sempre più preoccupanti. Il loro uso eccessivo è associato a problematiche come l’aumento dei disturbi dell’umore, dell’ansia, e dei problemi legati al sonno, nonché a disturbi della concentrazione e al rischio di isolamento sociale.

Ma non sono solo la salute mentale e fisica a essere a rischio: l’utilizzo prolungato e senza regole di dispositivi tecnologici influisce anche negativamente sull’apprendimento e sul rendimento scolastico. Diversi studi hanno evidenziato come l’uso incontrollato degli smartphone e dei social media possa ridurre la capacità di concentrazione dei ragazzi, rallentare la memoria a breve termine e compromettere la qualità del sonno, un fattore cruciale per la memorizzazione e il recupero delle informazioni apprese durante il giorno. La continua distrazione causata dalla disponibilità di notifiche, messaggi e interazioni sui social impedisce loro di immergersi profondamente nelle attività scolastiche, rendendo più difficile lo studio e l’assimilazione delle informazioni.

Alla luce di queste evidenze, credo che sia opportuno intervenire con misure più forti, come l’introduzione di limitazioni sull’utilizzo di dispositivi tecnologici da parte dei più giovani. Queste misure non devono però essere percepite come un divieto fine a sé stesso, ma come un’opportunità per educare alla responsabilità digitale, proteggendo i nostri ragazzi da rischi che, se non correttamente gestiti, potrebbero compromettere non solo la loro crescita psicologica e sociale, ma anche il loro rendimento scolastico. È fondamentale, infatti, accompagnare queste restrizioni con un’educazione mirata sull’uso consapevole e salutare della tecnologia, affinché i ragazzi possano trarne il massimo beneficio senza esserne sopraffatti.

Per quanto riguarda la scuola il Ministro Valditara ha già approvato un provvedimento sul divieto, dall’altro lato sarebbero le famiglie a dover vigilare sui propri figli. In una società dove i genitori vivono grosse difficoltà, dovute ad un modello educativo in crisi e ad una cronica mancanza di tempo, è possibile realizzare questa alleanza?

Come pedagogista e Presidente dell’ANPE, credo fermamente che i pedagogisti possano e debbano svolgere un ruolo centrale nel facilitare e supportare l’alleanza tra scuola e famiglia, in particolare su temi complessi come quello del divieto d’uso degli smartphone e dei social media. È vero che oggi le famiglie si trovano ad affrontare difficoltà crescenti, legate sia ai modelli educativi in crisi che alla scarsità di tempo e risorse. Tuttavia, non credo che questo debba rappresentare un ostacolo insormontabile, ma piuttosto un’opportunità per creare soluzioni condivise.

La scuola e le famiglie sono chiamate a lavorare insieme per il benessere dei ragazzi, ma affinché questa alleanza sia efficace, è necessario che entrambe le parti ricevano un supporto adeguato. I pedagogisti, con la loro esperienza, sono in grado di facilitare questo dialogo, aiutando sia i docenti che i genitori a comprendere i bisogni dei ragazzi e a sviluppare strategie educative che possano essere messe in pratica concretamente, nonostante le difficoltà quotidiane.

Il nostro compito è quello di fornire strumenti pratici e supporto continuo, creando momenti di formazione e di confronto, affinché genitori e insegnanti possano collaborare in modo più consapevole ed efficace. La responsabilità educativa non può essere delegata esclusivamente alla scuola o alla famiglia: entrambe le istituzioni devono agire come partner in un progetto comune di crescita. I pedagogisti possono essere il ponte tra questi due mondi, favorendo una comunicazione aperta e promuovendo azioni che siano realistiche e sostenibili, tenendo conto delle reali difficoltà che le famiglie e gli insegnanti si trovano ad affrontare.

In Italia a scuola si consolida sempre più la figura dello psicologo ma manca quella specialistica del pedagogista, la prima cura il disagio, la seconda cerca di prevenirlo. Lei che guida un’associazione come l’ANPE, non ritiene che sarebbe importante dotare le scuole di questi professionisti soprattutto per educare i ragazzi anche su un uso corretto dei dispositivi digitali?

Condivido pienamente la sua osservazione: la figura del pedagogista nelle scuole è fondamentale e, sebbene lo psicologo svolga un ruolo importante nel supportare i ragazzi che affrontano situazioni di disagio, è altrettanto fondamentale che i pedagogisti siano presenti per affrontare il disagio in modo preventivo, lavorando a monte per educare i bambini e i ragazzi a un uso consapevole e corretto dei dispositivi digitali. La presenza dei pedagogisti nelle scuole, anche nell’ambito dell’educazione digitale, risponde a una necessità che oggi è sempre più urgente.

Il pedagogista non si limita a intervenire in situazioni già problematiche, ma si occupa di formare e sensibilizzare le nuove generazioni, proponendo percorsi educativi che li aiutino a comprendere l’importanza di un uso equilibrato della tecnologia. Attraverso attività di ascolto e supporto, il pedagogista è in grado di cogliere le difficoltà e i segnali precoci di disagio, prima che possano trasformarsi in problemi più gravi. Il lavoro preventivo è quindi essenziale per sviluppare la resilienza nei ragazzi e aiutarli a navigare il mondo digitale in modo sano e consapevole.

Inoltre, il pedagogista è un professionista in grado di collaborare con tutte le componenti scolastiche, contribuendo a creare un ambiente di apprendimento positivo e inclusivo. Insieme agli insegnanti, i pedagogisti possono promuovere un’educazione digitale che non si limiti solo all’insegnamento dell’uso della tecnologia, ma che affronti anche le problematiche legate all’isolamento, alla dipendenza digitale, e alla gestione delle emozioni e delle relazioni online.

Credo che investire nella presenza dei pedagogisti nelle scuole possa contribuire non solo ad arricchire l’offerta educativa, ma sia una risposta concreta e necessaria per affrontare le sfide del mondo contemporaneo, preparando i giovani a diventare cittadini digitali responsabili e a prevenire le varie forme di disagio prima che emergano.

Un’ultima domanda, abbiamo parlato di educare al buon uso di smartphone e social media, ma quant’è importante anche dare il buon esempio mettendo in pratica noi stessi le indicazioni che diamo ai nostri ragazzi?

Sono convinta che la frase di Paolo Borsellino, ‘Si educa con quello che si dice, ancor di più con quello che si fa, ma molto di più con quello che si è’, rappresenti una verità fondamentale, che si applica perfettamente anche al contesto educativo di oggi. Educare non significa solo impartire nozioni o imporre regole, ma soprattutto essere un modello per i giovani. Nel contesto digitale, questo principio è ancora più rilevante. I ragazzi, infatti, apprendono non solo dai discorsi degli adulti, ma soprattutto dal comportamento che questi ultimi adottano nelle loro interazioni quotidiane, anche nel mondo digitale.

Se vogliamo educare i giovani a un uso consapevole dei dispositivi digitali, dobbiamo essere i primi a dimostrare come utilizzare la tecnologia in modo equilibrato, responsabile e rispettoso. Il nostro esempio è fondamentale. Un adulto che vive la tecnologia come un’opportunità di crescita e non come una dipendenza, che sa fare un uso critico e riflessivo delle risorse digitali, diventa un modello di riferimento per i giovani.

In questo senso, il ruolo dei pedagogisti, così come quello degli insegnanti e dei genitori, è cruciale. Non si tratta solo di insegnare, ma di accompagnare i ragazzi in un percorso di consapevolezza che li aiuti a comprendere le potenzialità e i rischi della tecnologia. Si educa anche attraverso l’ascolto, la presenza, e soprattutto l’esempio. Solo così potremo sperare di formare una generazione in grado di affrontare il mondo digitale con consapevolezza, equilibrio e responsabilità.

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sabato 9 novembre 2024

DSA e CELLULARE

Tamaro: “Boom di studenti con Dsa? Può essere causato da troppo cellulare e pc. 

Ormai i bimbi di oggi non sanno fare nemmeno le capriole”



-         di Andrea Carlino

 La scrittrice Susanna Tamaro, intervenendo a un convegno sulla lettura e la scrittura organizzato dalla Fondazione Luigi Einaudi, ha ripercorso il suo rapporto con la scrittura, dalle prime esperienze con la macchina da scrivere all’entusiasmo per l’avvento del computer, fino al ritorno alla scrittura a mano.

 “All’inizio il computer è stata una liberazione”, ha ammesso la scrittrice, “scrivere a mano negli anni ’80 e ’90 era un lavoro immenso”. Ma l’entusiasmo iniziale ha lasciato spazio a una crescente angoscia: “Il computer faceva cose che non gli chiedevo, cambiava le parole, interrompeva la mia concentrazione”.

Tamaro ha poi raccontato come la luce blu dello schermo le provocasse disturbi neurologici, portandola a chiedersi se l’aumento dei problemi comportamentali nei bambini non sia collegato all’eccessiva esposizione agli strumenti elettronici.

 Da qui la decisione di tornare alla scrittura a mano: “Ho comprato dei quaderni da scuola elementare e una penna stilografica e ho ricominciato a rifare l’alfabeto”. Oggi la scrittrice scrive tutti i suoi romanzi a mano, in grandi quaderni, un’esperienza che definisce “la più grande emozione”. “Scrivere a mano è come dipingere o suonare il pianoforte”, ha spiegato, “mentre con il computer si diventa molto poveri, schematici”.

 Tamaro ha poi sottolineato l’importanza della scrittura a mano come espressione della personalità, ricordando come un tempo le aziende si affidassero ai grafologi per valutare i candidati. “Essere privati della calligrafia significa essere omologati a una massa senza volto”, ha affermato.

 A questo proposito, ha raccontato la storia di un amico focomelico che ha imparato a scrivere con la bocca “per avere la sua calligrafia”. Infine, la scrittrice ha concluso il suo intervento con un invito a riscoprire il piacere della scrittura a mano, “un gesto che ci riconnette alla nostra essenza”.

 

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giovedì 22 agosto 2024

RAGAZZI E SMARTHPHONE


 Pellai: “Uno smartphone in mano a un bambino è come un go-kart in autostrada.

 I ragazzi di oggi dormono due ore in meno rispetto a prima”


Di redazione

“Uno smartphone in mano a un bambino è come un go-kart in autostrada”. Con questa immagine forte e provocatoria, lo psicoterapeuta Alberto Pellai ha voluto sottolineare, durante il Meeting per l’amicizia tra i popoli a Rimini, i rischi legati all’uso precoce e incontrollato degli strumenti digitali da parte dei più giovani.

Nel corso dell’incontro “Social e intelligenza artificiale: non serve lo schermo per crescer smart”, Pellai ha evidenziato come la vita online dei ragazzi sia un mondo spesso sconosciuto ai genitori, un contesto che può riservare spiacevoli sorprese. Per questo è fondamentale che scuola e famiglia collaborino per educare i ragazzi ad un uso consapevole e responsabile del digitale.

Secondo Pellai, il mondo online, basato sull’attivazione dopaminergica, genera dipendenza e frammentazione dell’attenzione, con conseguenze negative sul sonno e sulla capacità di concentrazione. “I nostri figli dormono, grazie al digitale, due ore in meno a settimana rispetto a prima“, ha affermato lo psicoterapeuta.

“I ragazzi sono ferro, il mondo digitale è un campo magnetico che li tiene attaccati. Fare entrare questa cosa nella vita di un bambino è uno degli errori più gravi che si possano fare”, aggiunge.

L’invito di Pellai è chiaro: è necessario analizzare a fondo le funzioni e le caratteristiche specifiche di strumenti e piattaforme digitali, per poter guidare i ragazzi verso un utilizzo consapevole e responsabile, che non si trasformi in una pericolosa dipendenza.

Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha annunciato a luglio, la decisione di eliminare gli smartphone dalle scuole e di limitare l’utilizzo del digitale soprattutto alla primaria e alla media. Una decisione condivisa da Pellai: “Dai 9 ai 14 anni il cervello è molto fragile nei confronti dell’ingaggio proposto dalla vita online”.

Poi conclude: “Un dodicenne che vuole fare i compiti di matematica e ha lo smartphone per usare la calcolatrice riceve notifiche da altre app molto più attraenti. È difficile che dica ‘non le guardo, devo fare i compiti’: nel cervello di un dodicenne c’è uno tsunami, il cervello cognitivo non sta dietro a quello emotivo. Il lavoro dell’adulto è canalizzare il cervello emotivo verso obiettivi diversi dal paese dei balocchi promesso dalle app”.

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