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giovedì 19 maggio 2022

UNA SCUOLA BLOCCATA


Più famiglia 

formazione dei docenti


Le ricette della Fondazione Agnelli

per la scuola

Il direttore della Fondazione Agnelli analizza dati alla mano le difficoltà strutturali dell’istruzione italiana e formula una serie di proposte per superarle

 

Studenti che, in percentuale sempre maggiore, non raggiungono livelli di apprendimento 'accettabili', insegnanti malpagati e non adeguatamente formati (e motivati), famiglie ancora poco coinvolte e partecipi della vita di quella che, comunque la si pensi, rimane «uno degli architravi della nostra collettività», «al cuore di ogni possibile forma di sviluppo e benessere individuale e collettivo». Eppure, scrive Andrea Gavosto in La scuola bloccata (Editori Laterza, pagine 192, euro 15,00), «siamo di fronte al rischio di un fallimento senza appello della scuola italiana».

Da economista, il direttore della Fondazione Agnelli di Torino si affida all’inappellabilità dei numeri per descrivere «le fragilità del nostro sistema educativo» indicando, nel contempo, anche «le possibili misure per porvi rimedio». Ecco, dunque, i 'numeri' che raccontano il 'ritardo' della scuola italiana. Il nostro Paese investe in istruzione, in media, il 3,8% del Pil rispetto al 4,5% dei Paesi avanzati. Un rapporto che il Piano nazionale di ripresa e resilienza vuole invertire, attraverso i 20 miliardi, un decimo del totale, destinati all’istruzione. Una seconda area di ritardo riguarda i risultati scolastici. Un dato per tutti: il 13% degli studenti non termina la scuola superiore. E anche chi consegue il diploma di maturità, non raggiunge «un livello accettabile di apprendimenti». Le ultime prove Invalsi, documenta Gavosto, raccontano che uno studente su due non raggiunge i risultati attesi in matematica (con punte del 70% in alcune regioni del Sud) e lo stesso vale per l’italiano. Eppure, nemmeno l’evidenza dei dati ha convinto il decisore politico a realizzare le riforme necessarie a migliorare il sistema. Meglio, in tanti ci hanno provato ma con scarsi risultati. Secondo Gavosto, questo è successo perché non c’è stato un adeguato coinvolgimento di uno dei protagonisti principali del sistema scolastico: la famiglia. «Alla luce dei fallimenti dei numerosi tentativi di riforma – argomenta l’autore – solo se famiglie e opinione pubblica sono pienamente informate dei risultati

della singola scuola e dell’intero sistema si può realizzare un miglioramento». Un cambio di passo che, a giudizio di Gavosto, deve passare necessariamente da una revisione del sistema di reclutamento e valorizzazione del corpo docente, che resta tra i peggio pagati dell’Occidente. In questo senso, alcune delle proposte avanzate nel libro, si ritrovano nella recente legge di riforma approvata dal governo e duramente contestata da sindacati. Per esempio, la necessità che gli aspiranti docenti seguano un «percorso universitario abilitante»» pari ad almeno 60 crediti, superando, oltre al concorso, anche un anno di prova, con valutazione finale, prima di prendere servizio. Per superare il «mismatch fra scuole e docenti», Gavosto rilancia poi l’idea della «chiamata diretta», già contenuta nella “Buona scuola” del governo Renzi e affondata dalla protesta sindacale.

Il vero punto di svolta insiste il direttore della Fondazione Agnelli, in grado di 'sbloccare' davvero la scuola italiana, passa però da un rinnovato protagonismo delle famiglie. «Un legame più stretto tra scuola e famiglia – scrive Gavosto – ha un significativo impatto positivo sui risultati scolastici, superiore a un anno di scuola, soprattutto per gli studenti appartenenti a minoranze o disabili. Una maggiore collaborazione – aggiunge l’autore – aiuta a creare una vera 'comunità educante' intorno alla scuola, con effetti documentati sui risultati scolastici».

 

www.avvenire.it

 

RICERCA FONDAZIONE AGNELLI



giovedì 30 settembre 2021

SCUOLA MEDIA, IL GRANDE VUOTO



Fondazione Agnelli: in 10 anni cresciuti i ritardi nella formazione dei ragazzi e le disuguaglianze sociali Tra i nodi da sciogliere, il ruolo dei docenti: 3 su 10 sono precari, solo l’1% in cattedra prima dei 30 anni.

Per Andrea Gavosto, il modello educativo «è pensato per studenti più grandi, quasi fosse un miniliceo. Non preadolescenti che hanno bisogno di lavorare in gruppo»

“Bisogna riportare la scuola secondaria di I grado al centro dell’attenzione pubblica per farle ritrovare una missione che garantisca efficacia ed equità: consentire a tutti gli studenti di acquisire apprendimenti di qualità, fare crescere la loro capacità di studiare in autonomia, orientare a scelte più consapevoli degli studi successivi”.

 

-         di PAOLO FERRARIO

Dare una “missione” alla scuola media, la grande dimenticata del nostro sistema d’istruzione. Negli ultimi dieci anni, la scuola secondaria di primo grado non soltanto non è migliorata ma ha perso ulteriore terreno, risultando sempre meno attraente per alunni e insegnanti e cessando di rappresentare il ponte verso l’età matura, caratteristica che ha avuto fino all’innalzamento dell’obbligo scolastico. L’analisi impietosa dello stato in cui versa questo segmento importante della scuola italiana, che dovrebbe rappresentare il “trampolino” verso le scelte future, anche professionali, degli adolescenti, è firmata dalla Fondazione Agnelli che, a dieci anni di distanza dal primo Rapporto sulla scuola media del 2011, è tornata ad indagare sul “triennio di mezzo”, tra elementari e superiori, oggi più che mai simile a un limbo senza un chiaro obiettivo. Ma soprattutto, stando ai dati della ricerca 2021 (che può essere consultata, gratuitamente, sul sito www.fondazioneagnelli. it), la scuola media italiana è un luogo dove «gli studenti imparano meno dei loro coetanei europei e degli altri Paesi avanzati» e le «disuguaglianze sociali e i divari territoriali si accentuano rispetto alla scuola primaria».

A preoccupare è soprattutto quella che il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, chiama la «caduta degli apprendimenti tra scuola primaria e scuola media». Stando alle ultime rilevazioni internazionali Timss (matematica e scienze), gli alunni italiani di quarta elementare raggiungono 515 punti, superiori alla media Ocse, mentre in terza media il dato scende a 497 punti, sotto la media dei Paesi industrializzati. Inoltre, si legge nel Rapporto della Fondazione Agnelli, «la scuola media non riesce a ridurre e spesso accentua disuguaglianze sociali, divari territoriali e di genere, differenze di origine già evidenti nei risultati della scuola primaria». Il divario diventa ancora maggiore per gli studenti figli di genitori con un basso titolo di studio (licenza elementare o media) e per chi vive nelle regioni Meridionali.

«Le disuguaglianze dovute all’origine sociale, misurate in base al titolo di studio dei genitori – sottolinea la curatrice del Rapporto, Barbara Romano – sono ben visibili già alla scuola primaria, con una differenza media di 26 punti tra uno studente figlio di laureati e uno che ha genitori con la licenza elementare. Ma poi deflagrano alla scuola media, arrivando fino a 46 punti, che equivalgono a una differenza di quasi tre anni di scuola».

Non sorprende, dunque, che, se questo è il contesto, tanti adolescenti dichiarino apertamente di non trovarsi bene, di non “stare bene” alla scuola media. «È terribile», nota amaramente Gavosto. Già in prima media, non più del 30% delle ragazze e non più del 25% dei ragazzi dà un giudizio “molto positivo” all’ambiente scolastico. Al termine della terza media, il pieno gradimento si riduce ulteriormente, non superando il 10%. Grande è anche la fatica accumulata dagli studenti, nel passaggio dalla scuola elementare alla media che, sottolinea Gavosto, per come è strutturata, con tante materie e numerosi insegnanti, «è pensata per studenti più grandi, quasi fosse un mini-liceo e non per preadolescenti che, per esempio, hanno bisogno di lavorare in gruppo». Così, a partire dalla prima media, 4 su 10 si sentono stressati dal carico di lavoro, condizione che, in terza, riguarda il 48,4% dei maschi e 56,9% delle femmine.

Le cose non vanno bene nemmeno sul fronte degli insegnanti: quasi il 30% è precario, quota che arriva al 60% del totale nel caso dei docenti di sostegno. «A dispetto delle attese – prosegue il Rap- porto della Fondazione Agnelli – nonostante le numerose assunzioni in ruolo della legge della Buona Scuola del 2015 e il recente aumento dei pensionamenti, non si è verificato in questi anni il ringiovanimento dei docenti di ruolo della secondaria di I grado che auspicavamo nello scorso Rapporto: l’età media era poco più di 52 anni nel 2011, ora è poco meno. Mentre 1 docente su 6 ha 60 anni e oltre, coloro che vanno in cattedra prima di 30 anni sono invece un minuscolo drappello: 1 su 100. La scuola media, inoltre, è anche il grado più soggetto alla “giostra degli insegnanti”: da un anno all’altro soltanto il 67% dei docenti rimane nella stessa scuola (83% nella primaria, 75% nelle superiori, dati del 2017-18), con le prevedibili conseguenze negative per la qualità didattica».

Per affrontare le tante criticità evidenziate dal Rapporto, la Fondazione Agnelli avanza una serie di proposte, la prima delle quali riguarda proprio la «valorizzazione degli insegnanti» per «attirare all’insegnamento i migliori laureati». In secondo luogo, «la didattica va modellata alle esigenze specifiche della scuola media», pensandola «come percorso di orientamento al futuro, attraverso strumenti e metodologie didattiche che favoriscano la valorizzazione delle inclinazioni personali e diano indicazioni per le scelte successive ». Infine, la Fondazione Agnelli «sostiene la necessità di un’estensione del tempo scuola alla secondaria di I grado, con la scuola del pomeriggio come scelta ordinamentale», con laboratori e attività sportive, artistiche ed espressive, musicali e coreutiche, teatrali. «Non sembra invece necessaria, in questa fase – conclude il Rapporto – una ristrutturazione dei cicli che porti al superamento della media: se ne è parlato spesso, ma non c’è evidenza convincente che la riorganizzazione possa da sola, senza un intervento sulla qualità della didattica e dei docenti, portare a benefici significativi».

 www.avvenire.it

RAPPORTO 2021 - SCUOLA MEDIA



 

 

lunedì 8 febbraio 2021

L'ARTE DI INSEGNARE, INVESTIRE IN FORMAZIONE


 LE PAGELLE ALLE LEZIONI:

 “I MAESTRI SONO BRAVI,

 I PROF FACCIANO DI PIÙ”

La Fondazione Agnelli dà i voti alla didattica in aula pre-Covid delle scuole elementari e medie. Coinvolti oltre 1.600 docenti. “Il 60% può insegnare meglio, urgente investire in formazione”

 di Ilaria Venturi          Repubblica 3.2.2021

 Si è fatto un gran parlare della didattica a distanza, ma come fanno lezione in aula gli insegnanti? Alla primaria e alle medie se la cavano, anzi quasi un quarto eccelle. Ma i più potrebbero migliorare. Insomma, quell’adagio che ricorre ai ricevimenti,«suo figlio studia, ma potrebbe fare di più», si ribalta. Un buon 60% sta a livello medio, “un’area grigia” viene chiamata nella ricerca “Osservazioni in classe” condotta prima della pandemia da Invalsi e Fondazione Agnelli: docenti, cioè, che insegnano in modo adeguato, ma «con importanti margini di miglioramento», senza offrire quel valore aggiunto che va oltre le nozioni, che accende la passione per il sapere, non si limita a trasmetterlo. Poi c’è il 23% che possiede ottime capacità, è molto efficace in cattedra. Mentre il 17% degli insegnanti svolge la tradizionale lezione “trasmissiva” in modo inadeguato. Non è poco, anche se i migliori sono di più.

Ma già di per sé questa è un’analisi destinata a fare discutere, anche in virtù del fatto che nel Recovery Fund non c’è un euro per la formazione. «Non sono pochi gli insegnanti italiani che nel lavoro quotidiano in aula dimostrano ottime capacità didattiche — ragiona Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli — ma ancora non basta perché a dispetto di una retorica spesso di segno contrario, gli insegnanti non sono tutti uguali. Se vogliamo davvero un salto di qualità negli apprendimenti degli studenti è necessario uno sforzo energico per migliorare le capacità didattiche del maggior numero di docenti, investire in innovazione didattica e formazione degli insegnanti deve essere un obiettivo del piano italiano in vista di Next generation».

La ricerca ha coinvolto 1.626 insegnanti di italiano e matematica della primaria e delle medie di 207 istituti comprensivi e 188 osservatori che sono entrati nelle loro classi seguendo 8.677 lezioni. I risultati riguardano per ora solo le strategie didattiche: il modo in cui si spiega, si propongono attività, si interroga, si coinvolgono gli alunni e li si aiuta a migliorare. Ad ogni voce è stato dato un punteggio su una scala da 1 a 7. Emerge che un insegnante su otto non propone attività strutturate in classe o lo fa a livello troppo elementare, mentre il 30% lo fa in modo eccellente. Il 14% non illustra metodi e strategie da seguire per svolgere un compito o lo fa in modo poco chiaro, ma al lato opposto c’è un 30% più che bravo.

I maestri e le maestre vanno meglio dei prof: il 34% dà agli allievi ottime indicazioni sulle strategie nell’apprendimento, contro il 25% dei colleghi delle medie. E quelli di matematica superano i colleghi di italiano. Il motivo? «Percorsi differenti nella formazione che porta alla cattedra» ipotizza la Fondazione Agnelli. «Le insegnanti di scuola primaria hanno un percorso magistrale di 5 anni in cui hanno corsi, laboratori didattici e tirocinio volti a costruire competenze di progettazione didattica, di conduzione delle attività interattive coi ragazzi e di valutazione dei processi e non delle prestazioni» ricorda Elisabetta Nigris, docente di Progettazione didattica alla Bicocca e coordinatrice dei corsi in Scienze della formazione primaria.

Quelli delle medie dal 2017, riforma del ministro Bussetti, non hanno più un percorso di formazione dopo la laurea nella specifica disciplina, se non 24 crediti, ovvero corsi, non laboratori o tirocini. «Inoltre nella secondaria di primo e secondo grado — conclude la pedagogista — è più forte il modello gentiliano di scuola che suddivide in modo netto le discipline e ha una idea più appiattita sui contenuti».

 PROFESSIONE INSEGNANTE,

PERCHÉ LE MAESTRE SONO PIÙ BRAVE DEI PROF

La ricerca sul campo di Fondazione Agnelli e Invalsi: alle medie un insegnante su sei è inadeguato, alle elementari uno su dieci. Gavosto: «Usare il Recovery Fund per investire sulla formazione dei prof»

 - di Gianna Fregonara e Orsola Riva        


 

 Che cosa succede ogni mattina nelle classi elementari e medie in Italia? Gli studenti davvero imparano o sonnecchiano di fronte all’insegnante? Quali «strategie» hanno imparato maestre e prof per coinvolgere i loro alunni? Per rispondere a queste domande e fornire indicazioni ai docenti la Fondazione Agnelli insieme all’Invalsi, l’istituto di valutazione nazionale, è entrata in 207 istituti comprensivi (i dati risalgono al 2014 ma sono stati rielaborati solo ora) per assistere, osservare e valutare le lezioni. Nelle scuole elementari un terzo degli insegnanti è complessivamente molto efficace, mentre uno su dieci è inadeguato a svolgere il suo lavoro (11 per cento). Peggio vanno le cose alle medie dove «soltanto» un quarto dei prof sono molto preparati alla professione - un conto è sapere la matematica o l’italiano, altro saperla insegnare - mentre il 16 per cento, cioè 1 su 6 non è capace di svolgere il suo ruolo. Fra i due estremi, si colloca circa la metà degli insegnanti che lavora con sufficiente attenzione e preparazione: un’area grigia dove ci sarebbero ancora ampi spazi di miglioramento.

 Il metodo della ricerca

Da questa ricerca sul campo è uscito un quadro dettagliato di quello che succede a scuola. In ogni istituto i 188 osservatori sono stati in due classi quinte elementari e due prime medie per partecipare a due ore di lezione: il lavoro di ogni insegnante è stato osservato e valutato da tre coppie di esperti. Complessivamente la ricerca ha riguardato 1628 tra maestre e prof di italiano e matematica, quasi 9 mila ore di lezione. Gli aspetti valutati hanno riguardato le strategie didattiche, la gestione del tempo, il clima in classe e infine il sostegno agli alunni, ma i risultati relativi a questi ultimi tre fattori verranno resi noti solo in un secondo momento.

Dalla cattedra al banco

Ecco i dati più significativi per quanto riguarda la didattica in senso stretto: circa un insegnante su quattro «ha ottime capacità di spiegare in modo strutturato», ma il 17 per cento del totale svolge «in modo inadeguato la tradizionale lezione trasmissiva», un docente su 8 non propone attività strutturate individuali o dii gruppo, ma uno su tre lo fa in modo eccellente; uno su 7 non sa spiegare come si svolge un compito. Un dato sorprendente riguarda la differenza tra gli insegnanti di italiano e quelli di matematica che risultano mediamente più capaci non tanto dalla cattedra quanto nelle esercitazioni in classe e soprattutto nella capacità di esplicitare metodi e procedure in modo da rendere gli alunni autonomi o, come diceva benissimo Maria Montessori, in modo da «aiutarli a fare da soli».

 Diventare prof: la laurea che ancora non c’è

Più che dare il voto a maestre e prof, la ricerca della Fondazione Agnelli punta il dito sull’«anomalia italiana» di un sistema di formazione degli insegnanti a dir poco strabico e cioè molto ben strutturato per la scuola primaria, praticamente assente per le medie e le superiori. Mentre infatti per insegnare alle elementari ormai da dieci anni è richiesta una laurea specifica, cinque anni di corso in Scienze della formazione primaria in cui le future maestre e i futuri maestri imparano soprattutto i metodi migliori per trasmettere il sapere ai più piccoli, per diventare professore di scuola secondaria non è previsto nemmeno un corso di specializzazione: basta la laurea in lettere, lingue, matematica o biologia e una manciata di crediti universitari in discipline psicopedagogiche e didattiche presi anche online al prezzo di saldo di 500 euro. Come se essere un buon matematico o un ottimo italianista potesse bastare da solo ad affrontare l’enorme sfida educativa che gli insegnanti hanno di fronte. Spiega Andrea Gavosto: «I risultati più confortanti che vengono dagli insegnanti di scuola primaria possono avere diverse spiegazioni. Ma è ragionevole pensare che dipendano anche da un diverso percorso di formazione, che dà maggiore rilievo alle conoscenze e competenze didattiche. Come sappiamo, invece, in Italia ai professori delle scuole medie e anche a quelli delle superiori è stata sempre e soltanto richiesta una buona conoscenza della disciplina, mentre poca attenzione è stata data alla formazione didattica, oggi ridotta veramente ai minimi termini. Un errore ripetuto, che anche nei mesi di lezione a distanza durante la pandemia ha avuto effetti negativi».

L’occasione del Recovery Fund

Finché non verrà fatto un investimento specifico sulla formazione dei docenti, ogni tentativo di colmare il ritardo degli studenti italiani rispetto ai loro coetanei risulterà inutile. «Se vogliamo davvero un salto di qualità negli apprendimenti degli studenti del nostro Paese - conclude Gavosto - è necessario uno sforzo energico per migliorare le capacità didattiche del maggior numero possibile di docenti, portando a livelli elevati sia quanti oggi non vanno oltre una decorosa sufficienza sia i futuri neoassunti. Investire in innovazione didattica e formazione degli insegnanti deve essere un obiettivo del piano italiano in vista di Next Generation EU». Peccato che, nelle bozze del Recovery Fund messe a punto dal governo, al capitolo istruzione e ricerca - quasi 30 miliardi sui 208 totali messi a disposizione dalla Commissione europea - non compaia alcun riferimento specifico alla necessità di un sistema di formazione iniziale degli insegnanti all’altezza della sfida titanica che hanno di fronte e si punti semmai a introdurre una qualche forma di carriera che giustifichi un diverso trattamento economico dei docenti premiando quelli più «dinamici».

www.repubblica.it




venerdì 13 aprile 2018

MENO NASCITE, MENO ALUNNI, MENO CATTEDRE - “Tra dieci anni un milione di alunni in meno”

DOBBIAMO TRASFORMARE UNA CRISI
 IN OPPORTUNITÀ

di Dario Braga

La popolazione scolastica diminuirà drasticamente nei prossimi anni. Il rapporto della Fondazione Agnelli dipinge un quadro di tendenza molto chiaro. La riduzione della natalità di questi anni si rifletterà nella dimensione delle coorti di studentesse e studenti che entreranno nella scuola. Sempre stando alle proiezioni della Fondazione Agnelli, questa diminuzione non sarà compensata che in minima parte dalla immigrazione.
Il nostro Paese avrà quindi meno giovani, meno studenti, meno diplomati e meno forze intellettuali fresche. Questo è già di per sé un problema. Altri Paesi monitorati nello stesso studio non mostrano tuttavia la stessa tendenza. 
In termini percentuali la popolazione di studenti è prevista in crescita significativa in Svezia, in Germania e nel regno Unito, ed è sostanzialmente stabile in Francia, mentre, come noi, Spagna e la Polonia vedranno una diminuzione, anche se decisamente meno drastica. 
Queste differenze riflettono certamente le diverse politiche di supporto alla maternità dei diversi Paesi durante il decennio della grande crisi. Supporto alla maternità che non si risolve solo negli incentivi finanziari, più o meno una tantum, ma che richiede una diversa struttura del lavoro femminile e una ben diversa organizzazione scolastica, a cominciare dagli asili per arrivare alle scuole medie. Si pensi solo al tempo pieno, praticato da noi in maniera disomogenea: il nostro sistema scolastico è ancora largamente fondato sul concetto che “al pomeriggio ci pensano la mamma o i nonni”.
La seconda conseguenza evidenziata dallo studio è la riduzione di fabbisogno di insegnanti nei diversi ordini scolastici. Si parla di oltre 50.000 (cinquantamila!) posti in meno da qui a 10 anni. Una riduzione di questo genere ha conseguenze sociali non indifferenti. In primo luogo, ovviamente, si prospetta una ulteriore riduzione dei posti di lavoro per laureati. L’impatto sulla occupabilità di quanti entrano nell’università in questo momento o nei prossimi anni avendo in mente l’insegnamento come prima scelta (o come “piano B” in caso di mancato raggiungimento di altri obiettivi) sarà notevole.
Che dire? In un mondo in cui la Politica si occupasse veramente del futuro del Paese e non del fabbisogno immediato di posizioni di potere (o del mantenimento di promesse elettorali insostenibili), ci si metterebbe intorno a un tavolo per definire strategie di sistema. 
Una strategia di sistema è certamente quella di trasformare questa situazione di potenziale crisi in opportunità, anche alla luce dell’altro dato inquietante, e sempre presente, del basso numero di laureati nel nostro Paese. Proviamo ad assumere che le forze politiche, in maniera bipartisan, concordino in primo luogo di non diminuire la spesa complessiva per il corpo docente. I quasi due miliardi di euro che sarebbero potenzialmente disponibili andrebbero utilizzati in parte per agire sul livello stipendiale dei docenti, per accrescere la capacità di attrazione dell’insegnamento in quelle aree (soprattutto scientifiche e tecnologiche) dove la capacità di attrazione del privato è molto più forte, e in parte per reclutare sì docenti, ma nell’ottica di ridurre il numero di studenti nelle classi, e di espandere tempo pieno e attività di supporto, tutoraggio e recupero dei ritardi di apprendimento. Si tratterebbe quindi di agire in controtendenza, e di utilizzare nuovi docenti per accrescere il periodo di presenza a scuola degli studenti, introducendo anche sperimentazioni di nuovi modelli di apprendimento.
Bisognerebbe accrescere contestualmente la selettività dei processi di formazione degli insegnanti – sulla base della vocazione e della provata capacità didattica – rivedendo anche alcune distorsioni introdotte negli anni passati sui titoli di studio che danno accesso all’insegnamento (penso ad alcune lauree telematiche e a equipollenze inaccettabili in un Paese avanzato). L’obiettivo ultimo sarebbe quello di aumentare il numero di studenti in grado di proseguire con gli studi universitari dopo il secondo anno di scuola superiore.
C’è poi il problema di quanti entrano oggi, o entreranno nei percorsi universitari. Molti di loro saranno i docenti del prossimo decennio. Credo che il quadro di decrescita indicato dalla Fondazione Agnelli chiami a una riflessione sul rapporto tra lauree e sbocchi professionali. È il tema – sempre controverso – della programmazione degli accessi. Servirebbe un piano dei fabbisogni di docenza dei prossimi anni costruito sulla base dei trend di trasformazione della popolazione studentesca da indicare alle Università – come viene fatto per altri corsi di studio – per programmare il numero di laureati da avviare alla docenza nei vari gradi scolastici.
Ovviamente non ci si può fermare qui, la diminuzione della popolazione di studenti consentirà anche di concentrare investimenti – anche in coordinamento con le sedi universitarie – per l’ammodernamento e il potenziamento dei laboratori scientifici puntando anche ad aumentare il numero di studenti che si dirigerà verso indirizzi di studio scientifici e tecnologici, dove è più marcato il differenziale rispetto ai Paesi europei in termini di numeri di laureati. Agendo sui tempi di presenza a scuola si potrà mantenere alto il fabbisogno di docenti, diminuire le situazioni di affollamento, aumentare il numero di studenti che prosegue con successo, ridurre l’impatto della tempistica media scolastica di oggi sulla organizzazione delle famiglie e quindi sul lavoro femminile. Non basta, ovviamente. Ma i dati della Fondazione Agnelli devono spingere a “produrre politica” – non slogan – né misure una tantum.
Direttore dell’Institute of Advanced Studies Alma Mater Studiorum University of Bologna

da Il Sole 24 Ore