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mercoledì 21 maggio 2025

NUTRIRE LA VOGLIA DI STUDIARE


 Nutrire la voglia 
di studiare 

per favorire l’equità

 

La voglia di studiare, di imparare e fare meglio non è certo un patrimonio che resta stabile nel tempo. È piuttosto un bagaglio che occorre nutrire e la scuola ha un ruolo cruciale per accrescerlo valorizzando le occasioni di successo, un traguardo spesso più difficile da raggiungere per i ragazzi e le ragazze con maggiori svantaggi. Per uno scopo così alto la valutazione è senza dubbio uno strumento prezioso.

Lavorare a favore dell’equità significa anche stimolare in tutti i ragazzi la motivazione di cui hanno bisogno per affrontare l’impegno di formarsi.

Chi studia e impara davvero ci riesce perché ne ha voglia, perché prova gusto a fare qualcosa in cui ha fiducia di poter riuscire.

Si costruisce così un circuito virtuoso che favorisce il successo e sostiene la motivazione. Quando una cosa ci riesce, infatti, siamo spronati ad andare avanti e a investire sforzi anche in sfide difficili. Al contrario, quando si inizia a sperimentare l’insuccesso e magari questo si ripete perché poggia su uno svantaggio esistente già in partenza, la motivazione a fare per apprendere si perde più facilmente.

Dare senso, una carta vincente

La scuola è il primo posto in cui un allievo si confronta con le sue competenze cognitive, sociali e relazionali. Se già dall’inizio del percorso formativo si sentirà adeguato ad affrontare compiti sfidanti costruirà verso l’impegno che l’apprendere comporta un atteggiamento positivo, che molto probabilmente porterà con sé anche in altre situazioni della sua vita, nel presente e nel futuro.

Se la scuola invece è percepita come un ambiente faticoso, che dà poche soddisfazioni, è facile che il ragazzo entri in un’ottica di “lavoro in economia”; questo lo porterà a cercare di sopravvivere al compito di apprendere facendo il minimo indispensabile per evitare le conseguenze più spiacevoli, come la bocciatura.

Comincerà quindi a rendere meno di quanto è nelle sue possibilità, intraprendendo un percorso che potrebbe anche portarlo ad abbandonare la scuola prima del tempo.

Del resto, è noto da tempo che la motivazione è strettamente legata al rendimento scolastico e che i ragazzi imparano molto più facilmente quando sono interessati a ciò che apprendono, soprattutto perché capiscono l’utilità e l’applicabilità di ciò che gli viene chiesto di imparare.

Non c’è dubbio infatti che, per dare senso a quello che apprendono, gli allievi di ogni grado di scolarità devono poter stabilire collegamenti tra ciò che fanno in aula e l’esperienza fuori dalla scuola.

È questa una strategia didattica certamente applicata da un numero considerevole di docenti, come testimoniano i dati dell’Indagine TIMSS (Trend in International Mathematics and Science Study) della IEA (International Association for the Evaluation of Educational Achievement), nell’ambito del quale è stato chiesto agli insegnanti quanto spesso collegano le lezioni alla quotidianità dei ragazzi.

Le risposte dei docenti – per il TIMSS sono insegnanti di Matematica – rivelano che gli esempi di vita reale sono molto spesso utilizzati durante le lezioni. Gli insegnanti di matematica del 51,5% degli studenti di quarta primaria nell’UE hanno indicato che collegano quasi ogni lezione alla vita quotidiana degli studenti; il 30,9% ha riferito di farlo in circa la metà delle lezioni. Il 17,6% degli studenti di quarta primaria dell’UE riceve esempi di vita reale solo durante alcune lezioni. Quasi nessun insegnante ha detto di non mettere mai in relazione le lezioni con la vita degli studenti.

Costruire condizioni di successo

Proprio perché la motivazione è così legata alla percezione sia della significatività di quello che si sta facendo sia all’esperienza di successo o insuccesso che si vive da studenti, osservare la scuola attraverso dati valutativi validi e attendibili – come accade con le Rilevazioni nazionali e internazionali alle quali il Nostro Paese partecipa – è uno strumento chiave per sostenere lo sforzo di equità e inclusività che il sistema formativo compie nei confronti di ogni allievo.

Identificare le esigenze di apprendimento della popolazione scolastica è infatti il primo passo verso lo sviluppo di itinerari formativi capaci di costruire condizioni di successo fin dall’inizio del percorso formativo per ogni allievo, anche per coloro che provengono da situazioni di svantaggio, dovute a cause diverse. Le circostanze personali e sociali, infatti, non dovrebbero essere un ostacolo al successo scolastico.

L’obiettivo non è solo che l’allievo raggiunga un determinato risultato, ma anche che costruisca un rapporto positivo con l’apprendimento, dove ogni risultato positivo aumenta la sua motivazione a continuare.

Perché ciò accada, trasformando in realtà concreta un’istanza educativa di innegabile valore, occorre creare un ambiente dove ogni bambino o ragazzo abbia la possibilità di affrontare sfide per lui raggiungibili con il giusto supporto, fatto di feedback costruttivi e di riconoscimento dei progressi compiuti, fattori cruciali perché un giovane impari a credere nelle proprie possibilità e sia disponibile a fare la fatica di apprendere.

 

Approfondimenti

 

INVALSI

 

 

sabato 16 marzo 2024

VALUTAZIONE e COMPETITIVITA'


 «La competizione causa l’infelicità»

 «Nella Scuola del gratuito si utilizza la “valutazione dialogica». E le famiglie sono contente»

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-Intervista di Paolo Ferrario

«Valutare significa “dare valore” e non “misurare”. Per questo ritengo un errore ritornare ai giudizi sintetici alla scuola primaria». Da più di vent’anni, Ferdinando Ciani, insegnante pesarese di scuola media, ha abolito i voti nelle proprie classi, preferendo quella che chiama “valutazione dialogica”, fondata sul dialogo e la collaborazione tra docente e alunno e tra scuola e famiglia. Coordinatore del progetto Scuola del gratuito, esperienza nata in seno all’associazione Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi, il professor Ciani ha portato l’idea in giro per l’Italia in convegni e incontri con le scuole. Da qui è nato anche il Coordinamento delle scuole senza voto, cui oggi aderiscono decine di istituti, dalla primaria al liceo. Anzi, sottolinea Ciani, sono proprio i dirigenti delle scuole superiori a dimostrarsi tra i più interessati ad adottare questo nuovo sistema di valutazione degli studenti.

 Perché è preoccupato da una riforma che ha l’obiettivo di rendere più comprensibili i giudizi degli insegnanti?

 Ma non è così. Questa riforma è frutto di un’ideologia pedagogica che potremmo dire fondata sul bastone e la carota. Non è assolutamente giustificabile un passo indietro così repentino, dopo aver fatto un piccolo ma importante passo in avanti in questi ultimi anni. Alla primaria non c’è ancora la valutazione dialogica, ma comunque si sta portando avanti un’idea di valutazione migliore. Ora tutto ritorna in gioco. Tra l’altro, falsando il giudizio dei genitori che sono i primi ad essere soddisfatti della valutazione dialogica, la dove è applicata.

 Per quale ragione?

 Perché è molto più precisa del voto “secco”. Dice dove lo studente deve migliorare, mettendo allo stesso tempo in evidenza i punti di forza ed i passi in avanti compiuti. In altri termini, aiuta l’allievo a capire il percorso che dovrà affrontare, dando indicazioni e suggerimenti sul come farlo. Con la valutazione dialogica l’insegnante “parla” all’allievo e lo aiuta a migliorarsi. Certo, al docente è richiesto un impegno maggiore. Mettere un “5” è più semplice, richiede certamente meno tempo e uno sforzo minore, ma non aiuta l’alunno.

 Però, magari, dice alla famiglia a che punto è arrivato il proprio figlio… Assolutamente no. Ripeto: il voto non dice nulla. Davanti a un “4” la famiglia capisce solo che il ragazzo va male a scuola. Magari lo punisce, non sapendo, però, perché ha preso quel voto. Perché nessuno lo ha spiegato ai genitori. Limitarsi a mettere un voto non aiuta nessuno. L’unica strada è il dialogo e il confronto sia con lo studente che con i suoi genitori. E questo vale soprattutto per le famiglie meno attrezzate culturalmente, che più delle altre devono essere aiutate a capire che il voto non definisce il proprio figlio. È anche per questo che ritengo sbagliato un ritorno ai giudizi sintetici. Che, inevitabilmente, portano alla competizione tra studenti. Ma l’unica competizione utile è con sé stessi, per migliorarsi.

 Come si può cambiare rotta?

 Occorre uscire dalla logica del profitto, della competizione, della lotta perenne con gli altri che condanna l’essere umano all’infelicità.

 Che cosa direbbe ai politici che stanno pensando alla riforma della valutazione?

 Dovrebbero fare un bel bagno di umiltà e ascoltare le scuole e le famiglie. Che, lo ripeto ancora, in grande maggioranza promuovono la valutazione dialogica, che sostiene soprattutto gli studenti che fanno più fatica. Il mio appello alla politica è di guardare con attenzione alle tante sperimentazioni che, spontaneamente, stanno venendo avanti. Non soltanto con i bambini della scuola primaria, ma anche alle superiori, con gli studenti più grandi. Stimolando allo stesso tempo un nuovo e più proficuo rapporto con le famiglie.

 

www.avvenire.it

 

 

giovedì 19 maggio 2022

UNA SCUOLA BLOCCATA


Più famiglia 

formazione dei docenti


Le ricette della Fondazione Agnelli

per la scuola

Il direttore della Fondazione Agnelli analizza dati alla mano le difficoltà strutturali dell’istruzione italiana e formula una serie di proposte per superarle

 

Studenti che, in percentuale sempre maggiore, non raggiungono livelli di apprendimento 'accettabili', insegnanti malpagati e non adeguatamente formati (e motivati), famiglie ancora poco coinvolte e partecipi della vita di quella che, comunque la si pensi, rimane «uno degli architravi della nostra collettività», «al cuore di ogni possibile forma di sviluppo e benessere individuale e collettivo». Eppure, scrive Andrea Gavosto in La scuola bloccata (Editori Laterza, pagine 192, euro 15,00), «siamo di fronte al rischio di un fallimento senza appello della scuola italiana».

Da economista, il direttore della Fondazione Agnelli di Torino si affida all’inappellabilità dei numeri per descrivere «le fragilità del nostro sistema educativo» indicando, nel contempo, anche «le possibili misure per porvi rimedio». Ecco, dunque, i 'numeri' che raccontano il 'ritardo' della scuola italiana. Il nostro Paese investe in istruzione, in media, il 3,8% del Pil rispetto al 4,5% dei Paesi avanzati. Un rapporto che il Piano nazionale di ripresa e resilienza vuole invertire, attraverso i 20 miliardi, un decimo del totale, destinati all’istruzione. Una seconda area di ritardo riguarda i risultati scolastici. Un dato per tutti: il 13% degli studenti non termina la scuola superiore. E anche chi consegue il diploma di maturità, non raggiunge «un livello accettabile di apprendimenti». Le ultime prove Invalsi, documenta Gavosto, raccontano che uno studente su due non raggiunge i risultati attesi in matematica (con punte del 70% in alcune regioni del Sud) e lo stesso vale per l’italiano. Eppure, nemmeno l’evidenza dei dati ha convinto il decisore politico a realizzare le riforme necessarie a migliorare il sistema. Meglio, in tanti ci hanno provato ma con scarsi risultati. Secondo Gavosto, questo è successo perché non c’è stato un adeguato coinvolgimento di uno dei protagonisti principali del sistema scolastico: la famiglia. «Alla luce dei fallimenti dei numerosi tentativi di riforma – argomenta l’autore – solo se famiglie e opinione pubblica sono pienamente informate dei risultati

della singola scuola e dell’intero sistema si può realizzare un miglioramento». Un cambio di passo che, a giudizio di Gavosto, deve passare necessariamente da una revisione del sistema di reclutamento e valorizzazione del corpo docente, che resta tra i peggio pagati dell’Occidente. In questo senso, alcune delle proposte avanzate nel libro, si ritrovano nella recente legge di riforma approvata dal governo e duramente contestata da sindacati. Per esempio, la necessità che gli aspiranti docenti seguano un «percorso universitario abilitante»» pari ad almeno 60 crediti, superando, oltre al concorso, anche un anno di prova, con valutazione finale, prima di prendere servizio. Per superare il «mismatch fra scuole e docenti», Gavosto rilancia poi l’idea della «chiamata diretta», già contenuta nella “Buona scuola” del governo Renzi e affondata dalla protesta sindacale.

Il vero punto di svolta insiste il direttore della Fondazione Agnelli, in grado di 'sbloccare' davvero la scuola italiana, passa però da un rinnovato protagonismo delle famiglie. «Un legame più stretto tra scuola e famiglia – scrive Gavosto – ha un significativo impatto positivo sui risultati scolastici, superiore a un anno di scuola, soprattutto per gli studenti appartenenti a minoranze o disabili. Una maggiore collaborazione – aggiunge l’autore – aiuta a creare una vera 'comunità educante' intorno alla scuola, con effetti documentati sui risultati scolastici».

 

www.avvenire.it

 

RICERCA FONDAZIONE AGNELLI



mercoledì 29 marzo 2017

: OCSE: La scuola italiana è la più inclusiva d'Europa: riduce il gap tra i ricchi e poveri

Scuola, Fedeli: 
bene i dati Ocse,
ora continuiamo a lavorare per renderla sempre più inclusiva


“I dati pubblicati dall’Ocse ci dicono che la scuola italiana è una scuola inclusiva, capace di supportare le studentesse e gli studenti che partono da condizioni più svantaggiate. Una scuola di cui possiamo essere orgogliosi e a cui dobbiamo ora continuare a garantire strumenti e risorse perché possa attuare sempre pienamente l’articolo 3 della nostra Costituzione, garantendo a tutte le ragazze e tutti i ragazzi pari opportunità e uguaglianza. In questa direzione vanno gli investimenti che stiamo facendo sulle competenze delle studentesse e degli studenti attraverso i fondi PON che abbiamo messo a bando nelle scorse settimane”, così la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli.
“I dati Ocse – prosegue Fedeli – confermano che il nostro sistema scolastico funziona: fra le nostre e i nostri quindicenni le differenze socio-economiche di partenza pesano meno che in altri Paesi. Questo divario, però, torna a farsi sentire dopo l’uscita dal sistema scolastico. È quindi molto importante investire anche sull’acquisizione di competenze lungo tutto l’arco della vita e aiutare le ragazze e i ragazzi, soprattutto chi è in condizione di svantaggio, ad affrontare al meglio la transizione dalla scuola agli studi successivi o nel mondo del lavoro”


             http://www.oecd.org/

sabato 16 luglio 2011

COSI' VOGLIAMO CAMBIARE LE SCUOLE - Intervista al Commissario dell'Invalsi

Le rilevazioni Invalsi? Servono prioritariamente a migliorare le scuole. Mi muoverò nel solco delle scelte operate da Piero Cipollone». «L’istituto? Intendo realizzare concretamente la piena inclusione dell’Invalsi tra gli enti di ricerca, e infatti la legge di riordino degli enti di ricerca vigilati dal Miur (decreto legislativo n. 213 del 31 dicembre 2009, ndr) annovera l’Invalsi espressamente tra tali enti, indicandone puntualmente le funzioni e le competenze». Lo dice a ilsussidiario.net Giuseppe Cosentino, direttore generale del Miur e ora commissario dell’Istituto nazionale di valutazione, all’inizio del suo mandato.....

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