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mercoledì 10 gennaio 2024

EDUCARE LO SGUARDO


 Cosa vuol dire che «il cuore è fatto per l’infinito» quando le nostre attese si trasformano spesso in delusioni? In verità, c’è sempre una gratuità nascosta che rivela Dio e il senso della vita.

-        - di Cristina Uguccioni

Vivere con speranza e scoprire la speciale densità della realtà: è l’invito che, in questa conversazione, formula padre Mauro Giuseppe Lepori. Ticinese, è abate generale dell’Ordine Cistercense e vicepresidente dell’Unione dei Superiori Generali.

Abate Lepori, con quali occhi guardare l’anno appena cominciato?

«Occorre guardarlo con speranza. Certo, il mondo è ferito da violenze efferate e indubbiamente molte aspettative personali e collettive sono andate deluse. Ma le aspettative spesso vengono deluse perché attendono sempre qualcosa basandosi su realtà non ancora presenti: le aspettative, in fondo, non sono che sogni. Invece la speranza cristiana è un’attesa fondata su realtà che sono già presenti e che gli occhi della fede possono scorgere: Dio c’è, si è fatto uomo, ci crea e ci ama di amore eterno, è Padre, il Suo grembo è il nostro destino. Spesso, fissandoci sulle aspettative, finiamo per non vedere i segni di speranza che ci circondano. Guardando con attenzione possiamo scoprire che sempre, anche in situazioni tragiche, ci sono fatti e persone che danno consistenza alla speranza, che fanno vivere il momento presente con speranza ossia attendendo una pienezza che ci è già data e alla quale dobbiamo soltanto permettere di manifestarsi e compiersi nella nostra vita e nel mondo».

Esiste una dimensione poetica della vita? E quali tratti possiede?

«Sì, esiste. La definirei come quello sguardo, quel sentimento (a volte inconscio o difficile da esprimere) che intuisce nella realtà la bellezza profonda di qualcosa di immensamente più grande. È la sensibilità per la bellezza sentita come un bene che ci supera e che allo stesso tempo ci appartiene perché ci è già dato. La dimensione poetica non è un sentimento romantico che sogna ciò che è assente. È una dimensione del cuore, che è fatto per l’infinito e riesce a scorgere che la realtà è segno dell’infinito. A me affascina sempre scoprire come può essere bello un qualsiasi dettaglio della realtà: se si osserva con attenzione, si scopre che nelle situazioni più diverse è sempre possibile cogliere una bellezza, un’armonia, una originalità. E poi c’è la bellezza delle persone: a volte, quando cammino in mezzo alla folla, sto attento ai volti pensando che dietro a ognuno di essi c’è una storia, una vita con i suoi drammi, le sue gioie, i suoi incanti, c’è una unicità stupefacente, un mistero. La realtà ha una densità che il cuore intuisce».

È una densità che ha senso.

«Sì. C’è una domanda che tutti gli esseri umani si pongono: che senso ha la vita? Il senso è definito dall’origine e dal fine, come il fiume dalla sorgente e dal mare. Una cosa è pensare – non senza disperazione (riconosciuta o inconsapevole) – di venire dal nulla e finire nel nulla, altra cosa è scoprire che il senso c’è perché tutto (noi stessi, gli altri, il mondo) è stato creato per amore da Dio e tornerà nel Suo grembo. Gesù è venuto proprio a rivelarci questo. Tale senso può essere colto anche nei frammenti della vita, degli accadimenti, dei rapporti. Essere coscienti che una persona è stata creata per amore da Dio e a Lui è destinata influisce sul rapporto che avremo con lei: non potremo ridurla a come appare, ai suoi difetti, ai suoi errori, e staremo attenti a non strumentalizzarla. Ogni persona è un tempio sacro».

Come si educa a scoprire la dimensione poetica della vita?

«Ogni essere umano possiede per natura questa dimensione. I bambini si stupiscono di fronte alla bellezza, alla densità delle cose e delle persone. Poi, crescendo, il loro sguardo perde questa capacità di lasciarsi incantare. È questa, in fondo, la traccia in noi del peccato originale: Adamo ed Eva avevano con il Signore un rapporto limpido e grato per tutto, poi si sono concentrati su un solo frutto, su una sola cosa che ha spento il loro stupore di fronte a tutto il resto. E così tutto è diventato negativo e faticoso. Il peccato originale rovina la dimensione poetica del cuore dell’uomo, ma non la estirpa. Per farla emergere bisogna educare al silenzio: è necessario imparare a fermarsi per permettere alla realtà di rivelarci che è fatta per l’infinito. Purtroppo, viviamo in società dominate dal rumore: suoni, immagini, informazioni, stimoli emotivi non ci danno tregua. In questo caos diventa difficile ascoltare ciò che abita nella profondità del cuore umano e della storia, la quale non è costituita solo da un susseguirsi di lotte per il potere e per il denaro, ma da una umanità che viene da Dio e va a Dio».

La gratuità appartiene a questa dimensione poetica.

«Sì: questa dimensione è infatti la percezione della gratuità dell’essere. Ed è questo che va scoperto per vivere umanamente e anche per godere della vita: il consumare non appaga veramente perché, consumando, si resta subito delusi dal finire del godimento. Invece, la contemplazione delle cose e delle persone nella loro dimensione di gratuità e di dono assicura una pienezza del cuore che non finisce perché sempre rimanda a Colui che ce le dona. Gesù viveva così. Era capace di godere anche delle più piccole cose – gli uccellini, i gigli nei campi, i due spiccioli offerti al tempio da una povera vedova – perché in esse vedeva un segno, un riflesso dell’amore del Padre. È questa la grande dimensione poetica che Gesù è venuto a rivelarci: c’è un Padre che ci crea per amore e che per amore ci dona cose buone, tutte segno dell’amore di Lui. Fra me e la mia stessa vita c’è Qualcuno che me la dona: diventare consapevoli di ciò significa diventare consapevoli della bontà intrinseca della vita e del fatto che nulla, neppure la morte, potrà togliermela, poiché essa ha in Dio la sua origine e il suo destino».

Può proseguire la riflessione sullo sguardo di Gesù?

Penso a come Gesù guardava le persone: non le riduceva ai loro peccati o alla loro vita disordinata. Guardava ogni persona come un dono ricevuto dal Padre, un dono da accogliere e da riconsegnare al Padre. Ogni persona per Lui era un mistero che lo riempiva di gratitudine e di stupore: lo stupore eterno fra il Padre e il Figlio che, nello Spirito, mettono al mondo creature che sono altro da sé. Gesù diceva: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29): la mitezza e l’umiltà sono il modo divino, e quindi veramente umano, di accogliere le persone e la realtà nella loro dimensione di dono. Purtroppo, oggi molti giovani pensano di valere poco o fanno dipendere il loro valore dal consenso ottenuto sui social. Hanno disperatamente bisogno di essere raggiunti da uno sguardo così, da uno sguardo che li riconosce come un dono prezioso, che vede in loro la dignità assoluta di essere voluti e amati per sempre da Dio. Raggiunti da questo sguardo che li rende consapevoli del loro autentico valore, potranno poi, a loro volta, guardare gli altri allo stesso modo, con delicatezza e rispetto. La fraternità si edifica scoprendosi figli amati da Dio».

Cath.ch

 

martedì 28 novembre 2023

EDUCAZIONE SENTIMENTALE ?


FACCIA A FACCIA

 

-         di Alessandro D’Avenia

 

Per vivere abbiamo bisogno del mondo: ci apriamo a ciò che è fuori di noi per necessità. Andiamo incontro a cose e persone perché ci sono utili: il nostro strato animale è fatto di bisogni. Noi umani però non ci apriamo per sola necessità: gli animali non apparecchiano la tavola, non guardano i tramonti, non scrivono lettere d’amore...

 Ciò di cui l’animale ha bisogno se lo prende dal più debole, con la forza, l’uomo invece lo regola attraverso le relazioni commerciali, d’amore e di amicizia. Ma se le relazioni sono fragili prevale la legge di natura, dove domina chi è più forte, e la forza diventa violenza quando l’altro è percepito come proprietà o minaccia. Se il 25 novembre si deve ancora celebrare una giornata contro la violenza sulle donne è perché questa violenza tocca soprattutto la relazione primaria. Ma anche qui la natura dà indicazioni chiare: mentre gli animali si ri-producono (producono l’uguale, la specie), gli umani «fanno» l’amore, cioè la relazione. I primi si accoppiano solo quando è necessario, i secondi quando vogliono e, a differenza degli animali, guardandosi in viso: se l’evoluzione ci ha portato a questo gioco libero e «faccia a faccia» è perché la sopravvivenza umana non riguarda la specie ma la persona: si diventa se stessi solo facendo la relazione con l’altro. E il volto è il luogo di questo gioco. Perché?

 L’animale ha il muso, non il volto, non si racconta, l’uomo sì. Noi facciamo l’amore per dare nascita l’uno all’altro, e questo ci dà gioia. Ma se questo non accade l’uomo regredisce a predatore, rinuncia alla sua evoluzione e si sente vivo alla maniera del bruto (animale in latino), possedendo e sottomettendo: dice «mio», come il bambino che strappa il gioco a un altro, per dire «io».

 La violenza è infatti paradossalmente proporzionale alla debolezza del sé, il bisogno non matura in relazione, resta egocentrismo infantile. Negli ambienti malavitosi, culmine di questo infantilismo del potere, si dice «meglio comandare che fottere»: i due fenomeni sono percepiti come gradazioni di potere, si esiste nella misura in cui si domina e sfrutta l’altro.

 Nella prima parte della narrazione simbolica della creazione biblica, Adamo non è il maschio ma l’Umano (l’umanità intera: adam significa semplicemente fatto di adamah, la terra), e ha la sua essenza nella dimensione relazionale, infatti la donna è tratta «dal fianco» per indicare simbolicamente che è della stessa materia (corpo sociale), l’Umano è uni-duale, cioè la sua essenza è la relazione: l’altro gli è, appunto, «a fianco». L’umano non è in-dividuale (letteralmente l’in-divisibile), ma duale (il con-divisibile), e se nel racconto il principio maschile sottolinea il fare (lavorare il giardino di Eden), quello femminile l’essere (Eva significa semplicemente la Vivente), è perché le due dimensioni sono proprie, prima, dell’Umano, e poi, della dualità corporea uomo-donna: tutti siamo chiamati singolarmente e socialmente a dar vita attraverso la capacità creativa (e il primo lavoro umano è proprio la relazione, un lavoro che non si improvvisa).

 L’individualismo ci fa invece credere che l’uomo è uno e deve auto-costruirsi tecnicamente, e quindi la dimensione relazionale da essenziale diventa puramente funzionale. Nel racconto quando l’umano vede per la prima volta l’altra, pieno di stupore dice: «è come me», soggetto non oggetto. Scopre di essere relazione, prima in se stesso: è capace di dialogo interiore. E poi fuori di sé: con l’altro, che è parte di lui senza essere sua proprietà. Il male comincia quando agiscono soli, individualisticamente. Se la donna non è «come me», e quindi «altro da me», ma «mia», e quindi «altro per me», smette di essere soggetto e diventa oggetto, mezzo.

 Una cultura individualista non riconosce e non educa alla dualità, alla relazione come essenza dell’Umano: il mondo e gli altri sono il self-service del self-made man. L’altro in quanto «mezzo» è riserva di «pezzi» di ricambio: lo si fa a pezzi nella mente e nel cuore prima che nelle mani.

 Una frase di Cristo, uomo scandaloso per come trattava le donne (persino quelle ritenute «intoccabili») va alla radice: «Fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per dominarla, ha già commesso adulterio con lei nel cuore» (Mt 5). La traduzione «ha già commesso adulterio con lei» nell’originale suona «ne ha distrutto l’integrità», cioè «l’ha cor-rotta»: l’ha rotta, fatta a pezzi.

 L’invocata educazione alle relazioni che vogliamo affidare alla scuola non basterà a mutare un modo di essere che si struttura nell’infanzia e nell’adolescenza sulla base dei vissuti relazionali, né sarà sufficiente qualche lezione teorica a trasformare lo sguardo individualista in relazionale. Serve un modo nuovo di vivere e intendere il rapporto con gli altri, per accedere a un’energia dell’essere differenti che ci è divenuta inaccessibile: l’individualismo combinato al consumismo è infatti la negazione delle relazioni umanizzate e la resa ai bisogni.

 Una cultura che elimina il corpo con l’uso continuo degli schermi dati ai bambini, che avalla la pornografia, la pubblicità, le trasmissioni e le piattaforme social in cui la donna è ora Venere sacra (la sua presenza, divinizzata e idealizzata, serve a erotizzare oggetti o magnificare situazioni) ora Venere profana (è lei stessa l’oggetto da vendere e usare), è una cultura ipocrita perché prima allena lo sguardo che «fa a pezzi» la donna e poi si scandalizza per la mancanza di rispetto. In una cultura individualistica e consumistica l’educazione sentimentale diventa così ben presto retorica.

Solo un’educazione dello sguardo, e quindi del cuore e della mente, «all’integrità» (il contrario di dis-integrare: «fare a pezzi») dà agli umani un volto. Questo sguardo si struttura sin da piccoli interiorizzando il modo in cui, a casa, a scuola, per strada, in tv, gli adulti si rapportano prima con se stessi e poi tra loro: oggetti o soggetti? La violenza è in tutti, uomini e donne, di tutte le età e strati sociali: è nella persona. E solo un’educazione relazionale può arginarla, perché allena a sentire l’altro come me stesso: se lo ferisco ferisco me, se lo abbraccio, abbraccio me. E tutto comincia dal faccia a faccia della relazione.

 Provate a tenere oggi la mano sul volto di qualcuno per almeno un minuto, in silenzio. Quella stessa mano che potrebbe far violenza sentirà piano piano che il confine del corpo non è l’io ma il noi, un pronome che in una poesia Mariangela Gualtieri definisce largo quanto tutti i viventi. Noi diamo vita all’Umano solo insieme, l’eros ci spinge a unirci e accogliere il peso e il bello della differenza, in una energia e novità d’essere che brilla in quella luce duale che chiamiamo amore.

 Fonte: Corriere della Sera

venerdì 3 novembre 2023

LA', DOVE SI POSA IL NOSTRO SGUARDO

 


DOVE POSIAMO 

LO SGUARDO

 LÀ SARÀ NOSTRO CUORE

«Siete voi la luce del mondo. Una città costruita sopra una montagna non può rimanere nascosta. Non si accende una lampada per metterla sotto un secchio, ma piuttosto per metterla in alto, perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Matteo 5,13-16).

-di Valeria Leone

Chissà quante volte abbiamo letto queste parole del Vangelo e ci siamo esortati a essere luce del mondo, e chissà quante volte l’abbiamo fatto con i nostri ragazzi e coi nostri colleghi o amici. 

In Associazione e negli altri ambienti o istituzioni ove operiamo: in cosa ciascuna persona è luce del mondo? Potrebbe essere un modo bello per raccontarci, magari quando iniziamo a pensare a un nuovo anno o al rinnovo degli incarichi associativi.

Sapere in cosa siamo preziosi, dove portiamo luce, dove diamo sapore. Non sempre il nostro sguardo su noi stessi rispecchia quello degli altri e l’incontro tra ciò che pensiamo di sapere di noi e come le altre persone ci vedono può aiutarci davvero ad abitare l’associazione con maggior consapevolezza e competenza.

Questo incontro di sguardi ci aiuta a costruire un quadro umano dei nostri "luoghi" associativi e delle attività che organizziamo o alle quali partecipiamo. 

Un quadro che deve incontrarsi con il racconto di chi sono – secondo noi – tutti coloro coi quali interagiamo o dei quali abbiamo responsabilità di animazione o di guida. Chi di noi pensiamo essere la persona più indicata ad avere responsabilità associative? Partiamo da qui: non da “chi può”, “chi vuole”, “chi ci è già stato troppo”, “chi non ci è mai andato”, chi ci è più amico o più “consanguineo”….

Partiamo dal nostro sguardo su di loro e da come pensiamo di poterli accompagnare al meglio. Non si tratta di gareggiare a chi sia il migliore tra noi, a creare l’identikit del dirigente, animatore o collaboratore perfetto , ma a guardarci con onestà e sognare il meglio. I nostri sogni dovranno fare i conti con le disponibilità personali, con le paure, le fatiche, le fragilità, ed è giusto così.

Ma dove posiamo il nostro sguardo è dove abbiamo il nostro cuore.

Dove posiamo il nostro sguardo

 

giovedì 5 novembre 2020

LUCE E BELLEZZA. LE ICONE PARLANO

- Sono oltre 400 le icone analizzate e divise per temi nel libro "Icone e Volti d'Oriente. Teologia della Bellezza e della Luce", scritto da Alfredo Tradigo. Il volume, edito da Mimep-Docete, guida il lettore alla scoperta di meravigliose opere finestre aperte sul trascendente, tra arte e fede

 Paolo Ondarza - Città del Vaticano

 Un volto davanti a cui pregare. Uno sguardo che attrae e cattura. Sono le icone legate alla fede e alla cultura religiosa ortodossa, ma che da ormai quarant’anni hanno conquistato anche i fedeli e i cultori d’arte d’Occidente. Oltre quattrocento le opere prese in esame nel volume “Icone e volti d’Oriente. Teologia della bellezza e della luce”, scritto dal giornalista e storico dell’arte Alfredo Tradigo ed edito da Mimep-Docete. Attraverso dettagliate descrizioni accompagnate da immagini a colori in un'accattivante veste grafica, il lettore è accompagnato a scoprire e leggere opere che vanno dal V al XVI secolo.

Lo sguardo magnetico

È un libro che si rivolge a tutti coloro che negli ultimi decenni si sono appassionati a questa produzione artistica. Quarant’anni fa le icone, messe al bando dal regime sovietico, giungevano in grande quantità dalla Russia in Occidente. Restaurate furono restituite all’originario splendore cromatico, oscurato nei secoli dal fumo delle candele e dato dai colori puri lavorati a pigmento e rosso d’uovo. Proprio il colore svolge un ruolo chiave in questa forma d'arte. Il fondo d’oro trasporta chi contempla verso l’infinito, sovvertendo i nostri parametri prospettici. “Affascina lo sguardo magnetico dei volti dipinti, una fissità di sguardo che ti tira dentro al quadro” spiega a Vatican News Alfredo Tradigo.

Volti eternizzati

“Per capire l’icona - aggiunge Tradigo - bisogna starle davanti tanto tempo. Nell’icona è rappresentata l’ipostasi, ovvero l’unione tra la natura umana e divina di Cristo. Protagonisti di queste tavole in legno, ricoperte di gesso, colla e tela,  sono anche la Vergine o i santi. Quelli dipinti sono volti eternizzati. C’è chi fa derivare questo aspetto dai ritratti del Fayyum, nell’antico Egitto, realizzati per le mummie e i sarcofagi.

Finestre sul trascendente

“Le icone – prosegue Tradigo – vengono da un altro mondo, sono finestre aperte sul trascendente sia quando ritraggono personaggi dell’’Antico e Nuovo Testamento, sia quando rappresentano le dodici grandi feste della liturgia ortodossa”.  Sono un ponte dal visibile all’invisibile. “Per essere dipinta secondo la sua vera natura – scriveva il filosofo e teologo russo Sergej Bulgakov – l’icona esige che il suo autore riunisca le qualità dell’artista e i doni del teologo contemplativo. L’arte da sola è impotente a creare l’icona così come la sola teologia, giacché la rivelazione iconica le eccede entrambe”.

Guardare e pregare

Guardare un’icona è pregare. “L’icona parla, prega per te, ma – prosegue Tradigo -  è necessario comprenderne il linguaggio, come per la parola scritta”. L’auspicio dell’autore è che in una società che usa impropriamente il termine “icona” in ambito informatico o sociologico, attraverso il libro possa rinascere la curiosità per queste immagini sacre di un’unica Chiesa indivisa, che respira con i suoi due polmoni, l’Oriente e l’Occidente.

 

Vatican News

sabato 8 agosto 2020

INFORMAZIONE. DALLA PAROLA ALL'IMMAGINE


L’informazione 

dal linguaggio verbale

 a quello 

delle immagini

-         di Giuseppe Savagnone*

Della tragica esplosione di Beirut a molti resteranno solo le immagini di episodi “curiosi”: la sposa in bianco travolta dall’onda d’urto mentre faceva le foto di rito; il prete che fugge dalla chiesa; l’anziana che suona il piano tra le macerie della sua abitazione…
È il modo più efficace di fare informazione, dirà qualcuno. E in effetti oggi le persone abbandonano i giornali cartacei a favore di quelli online perché sulle prime pagine di questi ultimi trionfano le fotografie e i filmati, riducendo spesso ai margini i commenti scritti. La gente vuole sempre meno leggere opinioni e cerca rappresentazioni immediate, che danno l’impressione di entrare più profondamente nella dinamica dei fatti.
Ma è veramente così? Davvero un rapporto con la realtà che “salta” il linguaggio verbale e il momento dell’elaborazione concettuale, ad esso strettamente connesso, e si fonda sulle impressioni emozionali suscitate direttamente dalle scene viste, dà luogo a una conoscenza più veritiera?
Il grande spettacolo delle guerre del Golfo
Ricordo ancora la “prova generale” di questo nuovo tipo di informazione, le due guerre del Golfo, scatenate prima dal presidente americano George Bush sr e poi da suo figlio George Bush jr, contro l’Iraq di Saddam Hussein. La popolazione di tutto il pianeta assistette in diretta, per giorni, a un succedersi ininterrotto di esplosioni, di crolli, di incendi. Come davanti a un immenso spettacolo pirotecnico, con la differenza che i “missili intelligenti” (così li aveva battezzati la nomenclatura ufficiale di guerra) non erano petardi, ma uccidevano uomini e donne in carne ed ossa. E ci furono immagini che commossero il mondo, come quella del cormorano impregnato di petrolio, che tutti i giornali e le televisioni mostrarono, in occasione della prima guerra, a riprova del disastro ambientale.  
Che cos’è un “fatto”?
Solo dopo qualcuno cominciò a far notare che tutte quelle immagini non avevano affatto consentito di “vedere”, in entrambi i conflitti, che cosa stava accadendo in realtà. Si era trattato di una grandiosa rappresentazione che, sulla linea del “giornalismo-spettacolo”, aveva appagato la curiosità più epidermica senza aiutare minimamente a rendersi conto del significato dei fatti.
Perché un puro fenomeno fisico non è un “fatto”, se non se ne coglie il significato. Strizzare materialmente un occhio può essere un invito erotico, un tic nervoso, un’ intesa tra spie, un’ imitazione teatrale, tutti fatti molto diversi. Vedere senza capire non è assistere a un fatto.
Inoltre, poiché in questo modo di informare ciò che conta è colpire il pubblico, gli stessi fenomeni materiali possono essere manipolati senza scrupoli – come in uno spettacolo! – a questo scopo. Come la foto del cormorano imprigionato nel petrolio, che più tardi si è scoperto essere stata scattata durante la guerra Iraq-Iran di dieci anni prima, anche perché in quel periodo dell’anno non vi erano cormorani nel Golfo persico.
Le vetrine dei social
Quello delle guerre contro l’Iraq è solo un caso esemplare. Al di là del problema dell’informazione giornalistica, è nel costume che il primato dello spettacolo sulla riflessione si è sempre più affermato come modalità normale di comunicazione, anche grazie al diffondersi dei social. L’avvento di Facebook già segnava il progressivo spostamento verso la sostituzione dell’immagine alle parole. Ma era solo l’inizio. Instagram e Tik Tok, che, soprattutto fra i giovani, hanno in larga misura soppiantato Facebok, sono delle vetrine. E milioni di persone vivono in funzione della visibilità che potranno avere mostrandosi su queste vetrine, da cui è possibile trarre successo, notorietà e denaro.
«Esistere è essere visti»
Un tempo si parlava di “immortalare” un momento importante della vita facendo una foto. Oggi sembra quasi che il rapporto si sia invertito e che un momento della vita sia davvero importante solo se viene fotografato o filmato. Non si è più colti dall’obiettivo mentre si compiono i gesti quotidiani dell’esistenza: ci si mette in posa, si vuole stupire o almeno far sorridere l’immaginario spettatore. È come se si avesse bisogno di qualcuno che ci guarda, per essere confermati nell’esistenza. Un filosofo del Settecento sosteneva che «esse est percipi», esistere significa essere visti. Solo che lui pensava allo sguardo di Dio, mentre oggi, per assicurarci che esistiamo davvero, bastano gli anonimi “amici” di Facebook o gli altrettanto sconosciuti frequentatori degli altri social.
La ricerca di uno sguardo che non c’è stato
C’è qualcosa di tragico in questa disperata ricerca di attenzione. Non è un caso che i primi a viverla siano i giovani, molti dei quali spesso ne hanno avuto molto poca dai loro indaffarati genitori. Si cresce, da esseri umani, sotto lo sguardo benevolo di un padre e di una madre che ci prendono sul serio. Il bambino gridava «Guarda mamma!», mentre faceva le sue prime, più semplici esperienze. Oggi che quello sguardo purtroppo è diventato più rado e più frettoloso, si recupera, nell’adolescenza o anche più avanti negli anni, ricorrendo al surrogato dei social.
L’incapacità di incontrare se stessi…
Solo che questa sostituzione delle immagini virtuali alla realtà non giova a ristabilire le relazioni, non dico con Dio, ma neppure con se stessi e con gli altri. Ci si abitua a vivere alla superficie di se stessi. Per quanti selfie ci si possa fare, per metterli poi in rete, alla fine la soddisfazione di un’immagine di sé che attira più like non può sopperire all’incapacità intima di ritornare alla propria intimità e di accettarsi. Le immagini a volte ci difendono dalla verità di ciò che siamo.
…e gli altri
Ma anche gli altri diventano immagini. È dei giorni scorsi il penoso fatto di cronaca di una donna, sembra malata di mente, che, a Crema, si è cosparsa di un liquido incendiario e si è data fuoco. Un passante ha cercato di soccorrerla soffocando le fiamme con una coperta, ma invano. La poveretta è morta. Ma, forse ancora più terribile del suo dramma, è stata la reazione di molti astanti che non solo non si sono mossi, ma hanno tirato fuori i cellulari per filmare la scena.
Il soccorritore, sconcertato, ha scritto alla sindaca Bonaldi che, d’accordo con lui, ha pubblicato un post su Facebook con il suo racconto, poi confermato ai poliziotti. «Comprendo», ha scritto la sindaca, «che non tutti possano avere il sangue freddo e la prontezza per intervenire quando una persona si dà fuoco». Ma «se gli spettatori di questa tragedia hanno avuto la freddezza di prendere il telefonino ed immortalare la scena anziché correre in aiuto, allora dobbiamo farci delle domande. Cosa può renderci così insensibili?».
Dietro il problema morale c’è quello culturale
Una risposta a questa domanda sta in quello che si è detto fin qui. Coloro che hanno reagito da spettatori erano stati abituati da lungo tempo a esserlo davanti a una vita trasformata in spettacolo. Certo, il singolo può reagire a questo e, consapevole che ciò che si sta svolgendo sotto i suoi occhi non è solo una immagine da “postare” sui social, può fare del proprio meglio per soccorrere la persona che muore. Ma, dietro il problema morale, ce n’è uno culturale. Lo stesso per cui noi, ai discorsi che ci aiuterebbero a capire la realtà, preferiamo le immagini del giornalismo-spettacolo, che fa di questa realtà un grande gioco di fuoco.

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo



sabato 2 maggio 2020

OLTRE LA PANDEMIA. VOLTI CHE SI INCONTRANO


Con quale sguardo torneremo a incontrarci?


Padre Lombardi ci invita a guardare oltre, al futuro che ci attende: Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro.

di p. FEDERICO LOMBARDI

Leggevo in questi giorni l’affermazione di un pensatore russo: “Il semplice rapporto fra la gente è la cosa più importante del mondo!”. Mi ha fatto tornare in mente una bella canzone piena di gioia di qualche decennio fa, lanciata da un simpatico movimento di giovani che promuoveva l’amicizia e la fraternità fra i popoli: “Viva la gente!”. Qualcuno la ricorda certamente. Parlava delle tantissime persone che incontriamo ogni mattina andando a lavorare; diceva fra l’altro: “Se più gente guardasse alla gente con favor, avremmo meno gente difficile e più gente di cuor…” e ispirava molti sentimenti saggi e positivi. Vi avevo ripensato molte volte negli ultimi anni camminando per strada, incontrando tante persone indaffarate e come chiuse in sé, e molte altre con dei fili che escono dalle orecchie, che erano completamente concentrate sullo schermo del loro cellulare o parlavano nell’aria ad alta voce con chissà chi, senza tener alcun conto delle persone che erano sull’autobus a pochi centimetri da loro. Mi sembrava che il gusto di guardare agli altri con benevolenza e attenzione stesse diventando più raro e l’intrusione sempre più pervasiva delle nuove forme di comunicazione nella vita quotidiana ce li rendesse quasi estranei.
Dopo varie settimane chiuso in casa sento un grande desiderio di incontrare di nuovo per strada volti diversi. Spero che prima o dopo, a tempo debito, ciò possa avvenire anche senza mascherina e senza divisori di plexiglass, e spero di poter scambiare con loro una parola cordiale, o anche solo un sorriso sincero. Moltissimi di noi in questi mesi hanno sperimentato con sorpresa positiva le possibilità offerte dalla comunicazione digitale e speriamo di farne tesoro anche per il futuro, ma con il prolungarsi degli isolamenti abbiamo capito che non bastano.
Come torneremo dopodomani a incontrarci per la strada o sulla metro? Riusciremo a ripopolare con serenità gli spazi comuni delle nostre città? Saremo condizionati da paura e sospetto, o con l’aiuto dell’auspicata saggezza di scienziati e governanti sapremo bilanciare la giusta prudenza con il desiderio di ritrovare e ritessere quella qualità di convivenza quotidiana che – come dicevamo all’inizio – “è la cosa più importante del mondo”, la tela stessa del mondo umano?  Ci renderemo conto (di più o di meno di prima?) che siamo famiglia umana in cammino nella casa comune che è il nostro unico pianeta Terra?
Ora che la pandemia ci avrà fatto sperimentare un aspetto problematico della globalizzazione di cui tutti dovremo tener conto in futuro, sapremo ritrovare lo slancio della fraternità fra i popoli aldilà e al di sopra dei confini, l’accoglienza benevola e curiosa della diversità, la speranza del vivere insieme in un mondo di pace?
Come vivremo il nostro corpo e come vedremo quello degli altri? Una via possibile di contagio, un rischio da cui stare in guardia, o l’espressione dell’anima di una sorella o di un fratello? Perché questo è in fondo ogni corpo umano: la manifestazione concreta di un’anima - unica, degna, preziosa, creatura di Dio, immagine di Dio … Che meraviglia il timbro della voce, il ritmo dei passi, soprattutto il sorriso delle persone care!… Ma di più, questo non dovrebbe valere per tutte le persone che incontriamo?  Allora, recuperare la libertà dal coronavirus ci aiuterà a liberarci anche dagli altri virus del corpo e dell’anima che ci impediscono di vedere e incontrare il tesoro che sta nell’anima dell’altro, o saremo diventati ancora più individualisti?
La tecnologia digitale può mediare e accompagnare utilmente il nostro rapporto, ma la presenza fisica vicendevole delle persone, dei loro corpi come trasparenza delle anime, la loro prossimità e il loro incontro, rimangono punto di partenza e di riferimento originario della nostra esperienza e del nostro cammino. Gesù non è stato una manifestazione virtuale di Dio, ma la sua incarnazione, proprio perché lo potessimo incontrare. E Gesù ci ha detto che Lui è presente e ci aspetta nell’altro, nel povero (e chi non è povero in qualche modo, lo sappia o no?), e che nel volto dell’altro possiamo e dobbiamo sapere in fondo riconoscere il suo.
Con quali occhi, con quale cuore, con quale sorriso torneremo a camminare per le strade e a incrociare il cammino di tante persone, che anche se apparentemente sconosciute in fondo in questi mesi ci sono mancate, e che come noi hanno sentito il desiderio di incontrarci di nuovo sulle strade quotidiane della loro vita, del nostro mondo comune?



lunedì 6 aprile 2020

LO SGUARDO OLTRE LA MASCHERINA

Il vuoto «disponibile» che ci sta aspettando

di PIERANGELO SEQUERI

Oltre la mascherina, guardo la piazza, oggi. La piazza, normalmente, è brulicante, convulsa, piena di movimento di macchine e di umani, che si muovono a tutte le velocità.
Piena di suoni indistinti e di flussi indecifrabili.
Le nostre piazze ora sono spente. Ed ecco la mia sorpresa: quando guardo la piazza, oggi, dopo il primo smarrimento, non vedo più la desolazione, come i primi giorni. Vedo semplicemente e quietamente un vuoto disponibile: il vuoto di un tempo sospeso, ripulito dell’abituale e caotico affollamento, ma come in attesa di essere riempito in un modo nuovo. Un vuoto di attesa. Un’attesa vergine: che sconfina, quasi, con una promessa. Come se, incongruamente e improvvisamente, mi apparisse in nostro potere la fantasia di poter abitare la piazza come un simbolo di comunità più visibile, di cittadinanza migliore.
La piazza è anche un nodo sensibile per il vissuto del popolo delle città, lo sappiamo. Il raduno in piazza è un luogo sintomatico dello stato della cittadinanza, o di determinate parti di essa: specchio dei suoi umori, delle sue invocazioni, delle sue pulsioni. Talora 'ci prende', la piazza, liberando il riconoscimento di energie giuste e vitali. Ma accade pure che 'non ci prenda' per niente.
La Domenica delle Palme, che ci introduce ai giorni della Passione. La folla di cui parlano i Vangeli occupa la piazza due volte.
Una prima volta si addensa intorno a Gesù, che fa il suo ingresso in Gerusalemme, in sella a un asinello, inneggiando di entusiasmo: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (Matteo 21, 1-9). Una seconda volta, nel giro di pochissimi giorni, la folla radunata davanti al palazzo del governatore Ponzio Pilato lo consegna al sacrificio: «E tutto il popolo rispose: 'Il suo sangue ricada sopra di noi e sopra i nostri figli'» (Mt 27, 25). Gesù li aveva guariti e risuscitati, i loro figli.
Dovremo avere più cura della piazza, nella città. Delle forme con le quali la frequentiamo, delle forze che essa attrae. Dobbiamo esercitarci in un uso migliore delle sue libertà, per essere pronti a trarne energie buone per la comunità. Forse, dovremo dedicare più impegno alla 'punteggiatura' quotidiana della piazza, predisponendo 'normalmente' momenti di sosta incantata, che creano piccoli punti felici di magnetismo spirituale.
Ricordate le domeniche senza auto?
Passeggiavamo per le piazze senza macchine con i bambini, che erano quasi bambini di tutti. E parlavamo con tutti. (I bambini fanno la differenza, nella punteggiatura dei tempi e dei luoghi della città: è un caso che le nostre città siano così ostili ai bambini?) In molte città, i giovani organizzano da tempo improvvisi ed emozionanti flash-mob, dove l’anonimato della folla lascia filtrare poco a poco orchestrali e coristi che infine compongono un’emozionante esecuzione dell’Inno alla Gioia, o l’incanto coreografico di un elegante tango collettivo. Eventi semplici e in controtendenza con le velocità e gli urti delle particelle impazzite. Eventi che creano punteggiature nella piazza, appunto restituendola al 'discorso' umano: la ricompongono con l’interiorità delle persone, le iniettano dolcemente in incanto spirituale, la sottraggono all’eccitazione del formicaio: industrioso, ma anche dispersivo e ossessivo.
Dopo l’emergenza, la programmerei – i comuni, le parrocchie, le scuole! – questa punteggiatura spirituale della piazza: che crea a sorpresa angoli di bellezza e di unione spirituale degli umani. Ci farei vivere le piazze, normalmente, quando le riempiremo di nuovo.