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mercoledì 21 ottobre 2026

SENTIERI DI CARITA'


 UMANIZZARE

E 

SOCIALIZZARE

 LA CARITA'


Costruire alleanze: lavoro di rete e advocacy 


-di Luciano Manicardi 

 

Non solo una relazione personale, ma anche un’azione sociale 

 Inizio la riflessione da un testo biblico (Mc 5,1-20) che esprime con toni pittoreschi il fatto che l’azione di guarigione di Gesù non si limita ad essere un intervento personale, ma necessita del coinvolgimento di istituzioni, della collaborazione della città, necessita, diremmo oggi, di un lavoro di rete. 

In Mc 5,1-20 un uomo alienato, autolesionista, con comportamenti aggressivi verso di sé e verso altri, ingestibile, infatti “nessuno più riusciva a domarlo”, va incontro a Gesù. Possiamo pensare a un caso di grave malattia mentale. Di lui si dice che non aveva una casa. Era stato relegato dalla società a vivere fuori dal consesso civile, ed era costretto a vagare e abitare luoghi di morte: cimiteri. “Aveva la sua dimora nei sepolcri” (Mc 5,3). La società ha apposto uno stigma sulla sua persona ed egli è costretto a vivere nell’emarginazione e nell’esclusione. È respinto fuori dal contesto sociale. È uno scarto. 

Pensiamo alle versioni contemporanee dei senza casa, degli sfrattati, di chi vive ai margini delle città, di chi ha perso il lavoro e magari anche la famiglia. Pensiamo a quella povertà relazionale che accompagna povertà di tipo economico. Pensiamo alle conseguenze psicologiche di chi vive senza affetti, nell’isolamento, senza mezzi materiali, senza un tetto. La violenza di cui fa mostra quest’uomo – che certamente è alienato, fuori di sé – non è forse anche riflesso della violenza dell’emarginazione sociale e prodotto da essa? 

Proprio come i lebbrosi che dovevano introiettare il marchio che li etichettava come impuri e aggirarsi gridando “impuro, impuro” per consentire ai sani di evitarli. Emerge immediatamente il legame individuo-società. Il caso presente nel nostro testo non è solo individuale, ma sociale, investe la collettività e in questo illumina gli altri casi di povertà ed emarginazione, isolamento e respingimento che incontrate nel vostro operare. La situazione dell’uomo di Gerasa non riguarda lui solo, ma anche la famiglia e la società: si pensi anche ai casi dei lebbrosi, allontanati dal contesto famigliare, sociale e religioso per timore di contagio. E così come il male, il disagio non è limitabile al caso individuale, ma investe la dimensione sociale e collettiva, così anche l’intervento di aiuto e di carità non può limitarsi al piano individuale. 

Qui si parla sì di salute, in questo caso mentale, di un individuo, ma questo ha risvolti sociali e politici rilevanti. In gioco non c’è solo la salute di un singolo, ma anche di una collettività. Espresso con il linguaggio possibile duemila anni fa, emerge la prospettiva a cui oggi diamo nome di complessità. Ottica che impedisce di cedere alla tentazione della facilità e della semplificazione che porterebbe a cadere nel semplicismo e in soluzioni che sono solo momentanee e alla fin fine, illusorie. Primo Levi ha scritto che se “il desiderio di semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è”. La carità deve assumere la coscienza della complessità sicché non si può esaurire nel primo intervento: ci sono problemi che investono l’ambito sanitario, le politiche degli alloggi, il lavoro, la scuola … Si pensi anche solo agli immigrati che provengono da zone del mondo diversissime per lingua, cultura, religione. 

In questo senso è utile un’incursione nella parabola del Samaritano, dove dopo il suo primo intervento di soccorso all’uomo mezzo morto lungo la strada, il Samaritano si deve rivolgere a un albergo in cui l’uomo ferito sarà ricoverato e curato fino a pieno ristabilimento. Occorre vedere in quell’albergo le istituzioni, gli enti che si fanno carico a diversi livelli e per diversi aspetti e per diversi tempi della piena guarigione dell’uomo e del suo reinserimento. 

 

Leggi qui la meditazione integrale di Luciano Manicardi

alzogliocchiversoilcielo

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martedì 20 ottobre 2026

LA PERSONA AL CENTRO

 


DEMOCRAZIA


Libertà, uguaglianza, 

partecipazione 

e bene comune

 costituiscono

 i fondamenti 

di una convivenza democratica 

che riconosce nella dignità umana 

la propria essenza

La rivoluzione digitale, l’IA, le disuguaglianze 

e il ritorno della guerra mettono alla prova

 le società in cui viviamo


-di FABIO MAZZOCCHIO e LUCIANO CAIMI

Il secolo scorso ha rappresentato una fase decisiva per la progressiva affermazione dei princìpi democratici e delle forme di governo capaci di tradurli in pratica. Parallelamente a tale diffusione, è maturata la consapevolezza che la democrazia non possa essere considerata semplicemente un sistema di governo o un insieme di regole per garantire una convivenza ordinata nel rispetto delle libertà individuali.

Ridurre la democrazia a mera architettura istituzionale o a semplice procedura per assicurare decisioni efficaci nell’interesse generale significherebbe coglierne soltanto una dimensione. Nell’idea democratica è infatti presente una realtà più profonda, che ne costituisce la vera forza e ne spiega la superiorità rispetto ad altri modelli politico-istituzionali. Essa risiede in un insieme di valori che la coscienza moderna ha riconosciuto attraverso un lungo percorso storico e che hanno trovato espressione nelle istituzioni rappresentative, nelle norme giuridiche e negli organismi di governo. Dietro gli aspetti procedurali, pur indispensabili, si colloca dunque un fondamentale nucleo etico e culturale. Per questo motivo, i benefici della democrazia non si limitano all’efficienza dell’azione pubblica, ma riguardano direttamente la qualità della convivenza civile e la dignità delle relazioni umane.

Libertà e uguaglianza costituiscono i princìpi essenziali che qualificano la democrazia come sistema politico. Essa rappresenta, anzitutto, il tentativo di garantire i diritti fondamentali della persona, nel rifiuto di ogni forma di assolutismo. Al tempo stesso, favorisce la pace e promuove le libertà individuali quali espressioni del progresso umano. Si fonda su: partecipazione responsabile dei cittadini alla vita pubblica, formazione della coscienza civica e impegno per una reale uguaglianza tra le persone. Il suo centro è, dunque, la persona umana, riconosciuta nella sua irriducibile dignità e unicità.

I princìpi cardine della democrazia moderna (sovranità popolare, uguaglianza, separazione dei poteri, tutela delle libertà individuali) trovano il loro significato più autentico nella promozione e nella difesa della persona. Tali princìpi si concretizzano attraverso la pratica della tolleranza, il rifiuto della violenza, il rispetto dell’altro, la fiducia nel libero confronto delle idee come strumento di progresso sociale e l’assunzione del bene comune quale criterio ispiratore dell’azione politica. In questa prospettiva, il bene comune ‒ notoriamente ‒ non coincide con la semplice somma degli interessi individuali, ma si configura come l’orizzonte entro il quale la comunità politica opera al servizio dell’intero corpo sociale, valorizzandone la ricchezza e la pluralità, secondo una visione che Giorgio La Pira ha espresso con particolare efficacia. Oggi però la democrazia si trova ad affrontare profondi cambiamenti, che ne mettono alla prova la stabilità e l’efficacia. Da un lato, fenomeni strutturali, quali la globalizzazione, la rivoluzione digitale, le disuguaglianze economiche e sociali, il sottosviluppo in vaste aree del pianeta, dall’altro, la crescita di sentimenti antipolitici, l’emergere di regimi autocratici e il ritorno di logiche conflittuali tra gli Stati, stanno generando tensioni che rischiano di erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche.

Particolare attenzione meritano due fenomeni, che hanno attivato trasformazioni profonde nella vita personale, pubblica, istituzionale. Il primo riguarda le nuove tecnologie digitali e la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale. Da più parti è stato evidenziato il rischio che gli algoritmi possano, fra l’altro, influenzare la circolazione delle informazioni e condizionare la formazione dell’opinione pubblica, alterando gli spazi del confronto democratico. Jürgen Habermas, riflettendo sulle ambiguità strutturali dell’attuale ecosistema digitale, ha perfino ipotizzato una possibile «disintegrazione della sfera pubblica politica», così come è stata conosciuta nelle moderne democrazie rappresentative. A ciò si aggiunge il timore di nuove forme di controllo sociale, legate a quello che Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza». Il ruolo globale, sempre più pervasivo e spesso opaco nella gestione dei dati, da parte delle grandi piattaforme tecnologiche, esercita infatti un influsso crescente sul piano economico, politico, amministrativo e persino geopolitico, ponendo rilevanti interrogativi circa l’effettivo esercizio della sovranità democratica.

Il secondo fenomeno concerne il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati. È sempre più messa in discussione la pace, quale valore fondante della convivenza tra i popoli. Ne risulta indebolito anche il principio secondo cui le controversie tra i vari Paesi dovrebbero essere affrontate mediante la mediazione diplomatica e il rispetto del diritto internazionale. In tale contesto, la difesa della cultura della pace, del dialogo e della cooperazione tra le Nazioni si configura come una delle sfide più decisive per il futuro delle democrazie e per la salvaguardia dell’ordine mondiale.

www.avvenire.it

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lunedì 28 settembre 2026

INSEGNANTI DELEGITTIMATI

 


 Violenza

nelle scuole? 


Favorita 

da anni 

di delegittimazione

degli

insegnanti


Il rettore dell’Università Roma Tre, analizza, da pedagogista, la progressiva crisi del sistema scolastico italiano. Decenni di delegittimazione del ruolo dei docenti, taglio del riconoscimento economico ed «elogio dell'incompetenza» hanno logorato l'autorevolezza delle istituzioni educative, trasformando la scuola da luogo di crescita collettiva a terreno di scontri individuali e performance

-di Annachiara Valle

«La nostra è sempre stata una scuola aperta, di grande inclusione, un modello per il mondo. Negli anni, però, la classe degli insegnanti è stata progressivamente delegittimata». Massimiliano Fiorucci, pedagogista, rettore dell’Università degli Studi Roma Tre, legge anche così gli ultimi avvenimenti nella capitale.

Massimiliano Fiorucci, pedagogista e rettore dell'Università degli Studi Roma Tre, in un incontro alla libreria San Paolo di Roma

Professore Roma è ancora sotto shock per l’accoltellamento della professoressa in una scuola media. Perché cresce questa violenza?

«Difficile rispondere, bisognerebbe conoscere meglio e più da vicino la vicenda, i contesti sociali e familiari, le situazioni. Però, a livello generale, secondo me, è sicuramente responsabile il prolungato messaggio di delegittimazione del valore della scuola e dell’educazione. C’è stata una fase storica nella quale gli insegnanti erano considerati figure di riferimento e autorevoli e la scuola era un’istituzione di valore da tutelare, un luogo rispettato da tutte le famiglie non un luogo in cui, come in qualche caso avviene oggi, i genitori vanno a difendere come sindacalisti i propri figli. Dopo anni di deleterio e irresponsabile elogio dell’incompetenza, per cui non c’è bisogno di studiare, di sapere, di conoscere per esprimere una opinione o per svolgere una determinata professione o per affermarsi nel mondo del lavoro, si è delegittimato il valore anche sociale degli insegnanti. Oltre, ovviamente, al peso dello scarso riconoscimento economico di queste figure professionali. E poi è venuta affermandosi la cultura della performance, è stato considerato più importante il risultato, che non il processo e il percorso di apprendimento».

A proposito di risultato, le nuove guide per la scuola mettono al centro il talento e il merito. Questo sarà un aiuto per gli studenti o un peso maggiore?

«Talenti e meriti vanno riconosciuti e valorizzati, ma per come sono formulate le nuove linee guida si rischia di fare in modo che questo ricada sui soggetti, sulla responsabilità individuale piuttosto che sociale. Il punto è che dobbiamo tenere in considerazione i contesti nei quali le persone crescono, le condizioni familiari, sociali, il background culturale, le opportunità, le relazioni, i territori dove capita di nascere. Non c’è nessun merito in questo. C’è sicuramente una dimensione individuale di talento e di merito che va coltivata e assecondata, ma la scuola deve in primo luogo cercare di mettere tutti nelle stesse condizioni. Se potessi indicare una strada direi allora che bisogna privilegiare delle politiche di “discriminazione positiva”, cioè bisogna dare di più a chi ha di meno per fare in modo che tutti possano avere le stesse opportunità di crescere, di emanciparsi, di essere liberi e di far emergere i propri talenti».

In che direzione va la scuola con le nuove linee guida?

«Si afferma, fondamentalmente, un modello di scuola assimilazionista, eurocentrica, trasmissiva e in qualche modo anche autoritaria con poco spazio per la dimensione laboratoriale e dell’apprendimento trasformativo. Penso poi all’uso della storia. Qui c’è più un riferimento a narrazioni moralistiche ed edificanti attraverso molti aneddoti piuttosto che al pensiero critico e alla capacità di utilizzare le fonti storiche. Si va verso una funzione più identitaria, verso la costruzione di un modello di cittadino degli Stati nazionali piuttosto che, come andrebbe fatto in un’epoca come quella che stiamo vivendo, di costruzione di una cittadinanza globale aperta al dialogo e al confronto con gli altri».

Parlando proprio di Storia. Si insiste sull’importanza della Storia dell’Occidente, come se tutto fosse nato da noi. Vede un pericolo in questo?

«L’incipit del programma è folgorante. Vi si legge che “solo l’Occidente conosce la Storia”. È un’affermazione molto forte, problematica, identitaria che sottolinea questo sguardo euro ed etnocentrico. È pericoloso perché, se si guarda solo a se stessi, questo non predispone al dialogo, ma allo scontro».

Ci spiega meglio?

«Perché questa impostazione significa non riconoscere il valore degli altri e il fatto che tutte le culture non sono oggetti separati, non lo sono mai stati. Si tratta di una visione essenzialista. Tutte le culture sono in qualche modo miste, permeate e permeabili. Lo vediamo dalla toponomastica, dal linguaggio, dalle tradizione gastronomiche, dalle parole che usiamo. L’Italia è un territorio da sempre multiculturale e multireligioso. Gli ebrei, per fare un esempio, sono a Roma dal secondo secolo a.C., abbiamo molte minoranze linguistiche storiche in tutta Italia, siamo stati dominati e attraversati attraversati da tantissime popolazioni: dagli arabi, dai normanni, dagli spagnoli, dai francesi, ecc.. Ognuno di questi Paesi e popoli ha lasciato delle tracce nella nostra lingua e nella nostra cultura. E questo l’ha fatta evolvere. Le culture pure, isolate scompaiono, muoiono, di fatto non esistono. Tutti i sistemi culturali sono invece permeabili e dialogici. Le identità sono, di per sé, dinamiche. Solo attraverso il dialogo si può crescere, essere capaci di modificarsi e migliorare se stessi».

Parlando degli arabi mi veniva in mente la parmigiana, ricetta italiana, ma che non avremmo se gli arabi non avessero portato le melanzane nel nostro Paese.

«È assolutamente così. Ci sono tantissimi esempi in questo ambito e penso ai bellissimi libri di Massimo Montanari sull’identità italiana in cucina. In uno dei suoi scritti dal titolo “La Contea di Modica”, Leonardo Sciascia racconta come sia nato quel tipico cioccolato di "inarrivabile sapore, che sfiora l'assoluto". Quel cioccolato è arrivato attraverso gli spagnoli che, da Alicante in particolare, erano andati in centro America e avevano riportato in Sicilia una ricetta azteca attraverso cui si arriva poi alla famosa cioccolata di Modica. Ecco, quindi, che anche le tradizioni più “tradizionali”, in qualche modo, sono il frutto di questi scambi. E ancora pensiamo al pomodoro, alla polenta. Tutti prodotti legati anche alla scoperta dell’America (sarebbe più corretto definirla conquista assumendo il punto di vista delle popolazioni che già vi vivevano) e alla circolazione delle persone, delle merci, delle idee, delle parole. Per questo è antistorico considerare la storia solo dal punto di vista occidentale».

Tra i libri di testo entra anche la Bibbia. Ma si può capire il testo sacro senza la storia dell’Egitto, della Palestina, senza riconoscere la cultura dove quel testo è nato?

«È esattamente qui il problema, quello che lei dice è fondamentale. Ma anche qui mi sembra che si voglia fare una lettura un po’ ideologica della Bibbia e della religione, usandole per consolidare la narrazione sulle radici cristiane occidentali, ma escludendo tutto ciò che ha contribuito a creare e comprendere un testo complesso come quello della Bibbia così ricco e straordinariamente potente. Qui c’è una lettura di parte, forzata, identitaria che è quella che viene proposta dal Ministro Valditara nel libro “Il manifesto per l’Occidente” che ha curato insieme con Giampaolo Azzoni. In questo libro si tenta di delegittimare, senza riuscirci, tutti quegli autori, come Frantz Fanon, Edward Said, ecc. che hanno introdotto uno sguardo critico sull’Occidente e sulle sue responsabilità coloniali e non solo. Con questo non voglio negare i meriti che l’Occidente ha avuto. È il luogo dei diritti, del dialogo e dell’apertura, ma dobbiamo ricordare bene che è anche il luogo dei crimini, è il luogo nel quale sono nati i razzismi, il nazifascismo, i colonialismi, l’olocausto e che continua a tollerare al suo interno forme di integrazione subalterna e nuove schiavitù».

Si insiste anche sull’Odissea. La convince?

«L’Odissea è un racconto straordinario che fa parte della nostra storia. Ma anche qui non si possono capire la storia e la cultura a pezzi. I mondi vanno sempre contestualizzati. Ma quello che mi spaventa di più nelle indicazioni ministeriali è il privilegiare il racconto edificante, l’aneddoto piuttosto che l’approfondimento critico. Questa educazione un po’ moralistica mi sembra che sia un ritorno agli Stati nazionali dell’ottocento, una tentazione non solo italiana, ma del tutto anacronistica»

Eppure, la nostra è sempre stata una scuola aperta, vero?

«Straordinariamente aperta, al di là delle retoriche che se ne fanno. Se si vuole imparare dalla Storia ricordiamo i romani che hanno adottato l’editto di Caracalla che concede la cittadinanza a tutti gli abitanti sul territorio, quindi hanno superato lo ius sanguinis adottando lo ius soli. I romani hanno anche inventato il diritto d’asilo e hanno concesso a persone di origini diverse di diventare imperatori, si pensi solo per fare un esempio a Settimio Severo che proveniva dall’attuale Libia. Se ci si vuole rifare all’antichità potremmo imparare questa lezione. Tornando alla scuola, comunque, dal dopoguerra la nostra è sempre stata una scuola inclusiva, che ha superato le classi differenziali, che non ha mai adottato modelli separati per l’inserimento degli allievi con cittadinanza non italiana, che è stata capace di grandi sperimentazioni che hanno portato davvero a realizzare una scuola aperta a tutti. Abbiamo tutta una serie di documenti avanzatissimi dalla fine degli anni Ottanta fino al 2022 proprio sulle tematiche interculturali. Nelle nuove indicazioni, invece, il termine intercultura appare solo qualche volta con riferimento alle competenze e all’apprendimento delle lingue straniere. Uno sguardo chiuso e asfittico».

E invece sull’educazione affettiva. Perché c’è questa grande paura?

«Perché siamo ancora obiettivamente una società patriarcale, quindi un’educazione affettiva seria metterebbe in discussione modelli consolidati che, però, visto quello che sta succedendo, andrebbero messi seriamente in discussione. Nel nostro Paese, col numero di femminicidi che tristemente si registra ogni anno, andrebbe fatto un lavoro profondo sia sugli educatori/insegnanti sia sugli studenti e le studentesse perché siamo tutti un po’ impreparati. Un tema che non è rinviabile anche perché la scuola spesso per alcuni è l’unico luogo dove gli studenti possono conoscere prospettive e punti di vista diversi rispetto anche a quelli dell’ambiente di origine. Non sempre la famiglia trasmette valori positivi. Basti pensare che la maggior parte delle violenze e dei femminicidi avviene in contesti familiari. Un’apertura e uno sguardo diverso sarebbero, allora, sicuramente un’opportunità data sin dall’età più giovane».

È positivo il ritorno del latino?

«Sicuramente è una materia importante. Se avessi potuto scegliere l’avrei messa come materia obbligatoria. Perché se è facoltativa, come è sempre avvenuto, sarà scelta da chi ha più risorse, da chi ha dietro una famiglia che magari ha fatto studi classici, che ha più libri in casa. Diventerà una questione di classe sociale. I più sfavoriti non faranno il latino e quindi saranno di nuovo, a conclusione della scuola, più svantaggiati. Penso che sia, invece, interessante la parte di geografia che ha una dimensione, contrariamente alla parte storica, più aperta al dialogo interculturale. In ogni caso ciò che è preoccupante è l’impianto poco allineato ai tempi e in contraddizione con la grande tradizione della scuola italiana. Una tradizione di inclusione, di apertura straordinarie che ne hanno fatto un punto di riferimento nel mondo per la sua modernità. La scuola che va disegnandosi mi sembra un po’ in contraddizione con quella di dialogo, della libertà, del pensiero critico e dell’emancipazione che poi è, di fatto, la scuola della Costituzione».

Famiglia Cristiana

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IL DIRITTO ALLA SALUTE

Ssn, un patrimonio da difendere. Riflessioni di un medico in quiescenzaSsn, un patrimonio da difendere.

 




 Riflessioni di un medico in quiescenza

Gentile Direttore, sono da qualche mese in quiescenza e, dopo molti anni di attività ospedaliera in un settore complesso come quello oncologico, sento il bisogno di condividere alcune riflessioni.

-di Stefano Vitello*

La distanza dal quotidiano consente forse di guardare con maggiore serenità alle difficoltà vissute, ma anche alla straordinaria ricchezza della professione medica: il privilegio di accompagnare la persona nei momenti più delicati della sua esistenza.

Rimane soprattutto la grandezza di un’idea: una sanità che riconosce la salute come diritto fondamentale e garantisce assistenza a tutti, senza discriminazioni.

A questa idealità si contrappongono, tuttavia, le difficoltà di ogni giorno: carenze di personale, problemi organizzativi, burocrazia, disuguaglianze territoriali, sprechi e dinamiche relazionali non sempre facili.

È proprio dalla distanza tra la grandezza dell’idea e le fragilità della sua realizzazione che nasce questa riflessione.

La persona al centro

Ogni sistema sanitario dovrebbe partire da una verità fondamentale: ogni persona possiede una dignità e una singolarità irripetibili.

Una dignità che non viene meno con la malattia, la disabilità o nella fase terminale della vita. Anzi, proprio nella fragilità deve diventare il criterio fondamentale di ogni scelta assistenziale.

Prendersi cura significa garantire prevenzione, diagnosi precoce, terapie appropriate, riabilitazione, assistenza domiciliare, cure palliative e continuità lungo l’intero percorso della malattia.

Non soltanto curare la malattia, dunque, ma prendersi cura della persona. È questo il significato più autentico della medicina.

L’articolo 32 della Costituzione afferma che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività».

Difendere questo principio non significa ignorare le criticità del Servizio Sanitario Nazionale, ma avere il coraggio di riconoscerle e correggerle per costruire una sanità più efficiente, equa, integrata e umana.

Le priorità

Occorre innanzitutto investire nella prevenzione e negli stili di vita, coinvolgendo scuola, famiglie, associazioni, mondo del lavoro, realtà sportive e comunità locali. La salute non si costruisce soltanto negli ospedali: una società che investe nella prevenzione investe nel proprio futuro.

È necessario rafforzare il Servizio Sanitario Pubblico, investendo in strutture, personale, tecnologie e organizzazione, garantendo ovunque livelli adeguati di assistenza.

Occorre realizzare una vera integrazione tra ospedale e territorio. Medicina territoriale, servizi sociali, assistenza domiciliare, riabilitazione e cure palliative devono costituire parti di un unico percorso. L’ospedale rimane fondamentale, ma non può essere l’unico luogo nel quale si concentra la risposta ai bisogni di salute.

Pubblico, privato accreditato e Terzo settore possono collaborare, purché all’interno di regole chiare e trasparenti e mantenendo fermo un principio: l’interesse della persona deve rimanere il criterio guida.

Anche innovazione, digitalizzazione e intelligenza artificiale possono rappresentare straordinarie opportunità, purché siano poste al servizio della persona e dei professionisti e non diventino nuova burocrazia.

Abbiamo bisogno di meno tempo dedicato alle procedure e più tempo dedicato alla cura.

Valorizzare le persone, riconoscere il merito

Il patrimonio più importante della sanità non è costituito soltanto dalle strutture e dalle tecnologie, ma dalle persone che ogni giorno vi lavorano.

Valorizzare le risorse umane significa anche riconoscere competenza, esperienza, responsabilità e merito, attraverso criteri trasparenti e imparziali. In un servizio pubblico non dovrebbero trovare spazio privilegi, corsie preferenziali o posizioni attribuite sulla base di appartenenze politiche, relazionali o di altra natura. Il merito non è soltanto un legittimo riconoscimento dovuto al professionista: è soprattutto una garanzia per il cittadino. Affidare responsabilità a chi possiede competenza, esperienza e capacità significa migliorare la qualità dell’assistenza e rafforzare la fiducia nelle istituzioni. Un sistema che non riconosce il merito indebolisce le proprie istituzioni.

Non rispettare questi principi significa allontanarsi dalla missione stessa del Servizio Sanitario Nazionale, che deve operare nell’interesse della persona e della collettività secondo equità, imparzialità, competenza e responsabilità.

Medici, infermieri, OSS, tecnici e tutte le professionalità sanitarie devono essere ascoltati, formati, sostenuti e adeguatamente valorizzati. Un sistema che non si prende cura di chi cura rischia di non riuscire più a prendersi cura adeguatamente dei cittadini.

Ridurre le disuguaglianze

Una sanità realmente universalistica non può offrire opportunità differenti a seconda del luogo nel quale una persona nasce o vive. Occorre rafforzare strutture e personale nelle aree maggiormente carenti, ascoltare i territori e valorizzare il contributo delle associazioni e del volontariato, spesso capaci di intercettare bisogni e fragilità che sfuggono ai canali istituzionali.

Ridurre le disuguaglianze territoriali significa garantire concretamente il diritto alla salute e contrastare anche quella mobilità sanitaria che costringe tante persone e famiglie a cercare altrove risposte che dovrebbero poter trovare nel proprio territorio.

Una responsabilità collettiva

Tutto questo non può essere affidato soltanto alle istituzioni.

Il Servizio Sanitario Nazionale è un patrimonio collettivo e richiede una responsabilità altrettanto collettiva. Abbiamo bisogno di un nuovo patto di alleanza tra istituzioni, professionisti sanitari e cittadini.

Alle istituzioni spetta programmare, garantire risorse adeguate, personale, organizzazione, trasparenza e riforme capaci di guardare oltre l’emergenza.
Agli operatori sanitari spetta custodire l’etica della professione e l’umanità della cura, ricordando sempre che dietro ogni cartella clinica c’è una persona, con una storia, una famiglia, una paura e una speranza.

Ai cittadini spetta prendersi cura della propria salute, adottare comportamenti responsabili, utilizzare in modo appropriato i servizi e sentirsi non soltanto utenti, ma corresponsabili di un bene comune. Anche il rispetto verso chi lavora nella sanità appartiene a questa corresponsabilità. Le aggressioni fisiche e verbali agli operatori sanitari non rappresentano soltanto un problema di sicurezza: sono una ferita inferta alla stessa idea di sanità pubblica.

Un patrimonio civile da custodire

Il Servizio Sanitario Nazionale non è semplicemente una macchina organizzativa che eroga prestazioni.

È uno dei luoghi nei quali una comunità dimostra concretamente quanto crede nella solidarietà, nell’uguaglianza e nella dignità della persona.

Quando la sanità pubblica si indebolisce, a pagarne maggiormente il prezzo sono soprattutto i più fragili: anziani, malati cronici, persone con disabilità e famiglie economicamente più deboli.

Per questo difendere il Servizio Sanitario Nazionale non significa difendere semplicemente un’organizzazione, ma un’idea di società: una società nella quale il diritto alla salute non dipenda dal reddito, dalla condizione sociale o dal luogo in cui si vive.

Dopo tanti anni, trascorsi accanto ai malati e ai professionisti della sanità, consegno queste riflessioni alla comunità non come giudizio definitivo, né come nostalgia del passato, ma come atto di fiducia nel futuro.

Il Servizio Sanitario Nazionale ha bisogno di essere riformato, ripensato e rafforzato, ma soprattutto di essere nuovamente riconosciuto per ciò che rappresenta: un grande patrimonio civile del nostro Paese.

Un patrimonio che appartiene a tutti e che, proprio per questo, istituzioni, professionisti e cittadini hanno insieme la responsabilità di custodire e consegnare alle generazioni future.

 * Direttore UOC di Oncologia


mercoledì 1 luglio 2026

BELLI O BRUTTI?

 


 "Sei una bella 

o una cattiva persona?


 Le belle persone sono 

quelle che prendi

ad esempio

 poiché rendono

 il mondo un posto migliore 

ma non sono infallibili"

La Redazione

"Le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a…”

Un'abitudine sempre più dilagante nella moderna società consiste nel distinguere tra belle persone e cattive persone. Si tratta, evidentemente, di un concetto molto ampio ed allo stesso tempo effimero, a tratti impalpabile ma, nonostante tutto, capace di influenzare le valutazioni che sempre più connotano gli individui nei loro rapporti interpersonali. 

Ed allora quando si parla di belle persone subito la nostra mente corre al concetto di esempio. Infatti, come sostenuto dal medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Biomediche dell’Università degli Studi di Milano Alberto Pellai, "le belle persone sono spesso ritenute esemplari". Appare necessario, pertanto, soffermarsi proprio sulla definizione di "bella persona" e, di conseguenza, sul valore da attribuire al concetto di "persona esemplare". Invero, tali definizioni assumono un ruolo fondamentale soprattutto per i più giovani e per tutti gli adolescenti in via di formazione, spesso indotti erroneamente a ritenere che tali definizioni siano riconducibili ad un soggetto incapace di commettere errori e, come tale, fonte di esempio per le altre persone.

A tal proposito, il noto psicoterapeuta Pellai ritiene che "per essere esemplari e dare il buon esempio non sia necessario essere perfetti". Non serve, cioè, essere persone infallibili". Dunque, compito primario della scuola attraverso gli insegnanti, nonché dei genitori, è quello di far comprendere e trasmettere ai più giovani un concetto di bellezza basato su valori interiori, sulla capacità di comunicare e di crescere con consapevolezza, sull'attitudine ad evolversi attraverso la condivisione, nella piena e perfetta coscienza che la perfezione non esiste.

Ed anzi, come afferma Alberto Pellai, "le belle persone sbagliano, ma quando lo fanno, dentro di sé hanno un sensore speciale che le avverte del loro errore e le spinge velocemente a rimediare".

Dunque le belle persone sono gli esseri umani con tutte le loro fragilità ma anche con le loro capacità, con tutti gli errori ma anche con l'immenso bagaglio di valori e di attitudini che li rendono in grado di rimediare, di correggere, di crescere e migliorare.

È fondamentale, pertanto, che ritorni di moda un concetto di bellezza che non sia sinonimo di perfezione, ma di esempio proficuo e costruttivo per potenziare, sviluppare ed ottimizzare la società che ci circonda: i giovanissimi, dunque, devono imparare ad amare le proprie imperfezioni, senza alcuna paura o timore, tenendo ben a mente che non bisogna chiedere troppo a se stessi ma occorre accettarsi, sperimentando anche le cadute, rialzandosi, coltivando la propria felicità senza omologarsi o uniformarsi ma imparando a differenziarsi, proprio perché ciò che ci rende speciali è la nostra unicità e non bisogna indossare una maschera ma valorizzare la propria essenza, non dimenticando mai che le perfezione non esiste.

Ascuolaoggi


giovedì 11 giugno 2026

IN NOME DI DIO FERMATEVI

Un raid aereo israeliano ha colpito il villaggio di Choukine l'11 giugno 

La Santa Sede all'Onu: 

"Non esiste una soluzione militare

 alle crisi in Medio Oriente"

Intervenendo al dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Delegazione della Santa Sede ha chiesto la fine immediata all’escalation in Libano, la soluzione della crisi umanitaria a Gaza, un percorso verso uno Stato palestinese e attenzione alla situazione iraniana

Davide Dionisi - Città del Vaticano

“Non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente”: è quanto ha detto la delegazione della Santa Sede in occasione del dibattito pubblico del Consiglio di Sicurezza Onu sul tema Mantenimento della pace e della sicurezza internazionali. Promuovere soluzioni politiche in Medio Oriente: Mediazione e dialogo per una pace duratura. “Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente” sottolinea la Delegazione, specificando che “queste condizioni richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Regione segnata dalla violenza e dalla sofferenza

Ricordando che il Medio Oriente è una regione ricca di storia, cultura e fede e che i suoi popoli hanno contribuito in modo incommensurabile alla civiltà umana, la Delegazione ha specificato che “questa regione comprende la Terra Santa, con Gerusalemme al suo centro, una terra sacra per cristiani, ebrei e musulmani, con un significato spirituale che si estende ben oltre la regione stessa. Eppure” ha aggiunto “oggi la regione continua ad essere segnata dalla violenza, dalla paura e dalla sofferenza umana. La pace deve sempre essere costruita attraverso il dialogo, la fiducia e il rispetto per la dignità data da Dio a ogni persona umana. Come sottolinea Papa Leone XIV: La pace non è l’assenza di conflitto: è la forza gentile che respinge la violenza".

Non esiste soluzione militare alle crisi in Medio Oriente

La Delegazione ha poi offerto tre spunti di riflessione: “In primo luogo, non esiste una soluzione militare alle crisi in Medio Oriente. Come ha recentemente ricordato Papa Leone XIV: Le armi possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura. Le continue sofferenze dei civili, la distruzione di abitazioni e luoghi di culto, i danni alle infrastrutture essenziali, nonché la grave situazione umanitaria, lo rendono dolorosamente evidente. Queste condizioni” ha sottolineato “richiedono rinnovati sforzi per una cessazione immediata della violenza e un orizzonte politico credibile, in grado di rispondere alle legittime aspirazioni di tutti i popoli coinvolti. Tutti gli Stati, specialmente quelli che esercitano un’influenza nella regione, hanno la grave responsabilità di sostenere la distensione e la risoluzione pacifica”.

Coraggio politico e persona al centro

Un secondo passaggio è stato dedicato alla diplomazia preventiva e alla mediazione che, è stato evidenziato, “richiedono pazienza, coraggio politico e disponibilità all’impegno. Il costo del dialogo può sembrare elevato; il costo della sua assenza è inevitabilmente più alto. Infatti, la mediazione non è semplicemente una questione di gestione delle crisi, ma piuttosto il lavoro paziente di ricostruire relazioni e ripristinare la fiducia”. Infine, ogni soluzione politica deve porre al centro la persona umana. “Gli accordi politici non possono durare se non rispondono alle legittime speranze e necessità dei popoli. La pace non è sostenuta solo dalle istituzioni, ma anche da comunità capaci di fiducia, solidarietà e speranza. Pertanto, è indispensabile sostenere le agenzie e le istituzioni delle Nazioni Unite che forniscono istruzione, assistenza sanitaria e aiuti alle persone sfollate e alle comunità di rifugiati”.

Pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura

Poi l’appello per la risoluzione di tutti i conflitti in corso in Medio Oriente. “La Santa Sede esorta a porre immediatamente fine all’escalation militare in atto in Libano e chiede sforzi concertati, pazienza e diligenza nel perseguire una pace globale e duratura, affrontando anche la situazione relativa all’Iran. Inoltre, è imperativo che cessino ogni forma di aggressione, che venga affrontata la drammatica situazione umanitaria a Gaza e che venga tracciata una via verso una soluzione a due Stati. I popoli del Medio Oriente” ha concluso la Delegazione “meritano di meglio che rimanere intrappolati in un ciclo di crisi ricorrenti. Meritano un futuro basato sulla giustizia, la sicurezza, la riconciliazione e la speranza”.

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VISIONE E ATTESA

 

Il rettore della Sagrada Familia: la visita del Papa ci invita ad "alzare gli occhi"Riscoprire 

il senso dell'attesa


Con l’inaugurazione della Torre di Gesù che renderà la basilica di Gaudí la più alta del mondo, si compie un gesto simbolico profetico. L’architetta Curti, esperta dell’artista: “Ha voluto creare un’arte dell'incontro, riportare la capacità di vedere il trascendente. Il lavoro che c'è dietro ci invita a gustare la pazienza con cui si costruisce l'amore”



-di Antonella Palermo - Inviata a Barcellona

Guardare in alto è più rischioso che guardarsi i piedi, ma è in questo rischio che si gioca l’esserci, in questo squilibrarsi che si avverte il brivido di un corpo che vive, che non si accomoda in posture inerti, che non guarda al proprio ombelico ma si sbilancia fuori da sé. Accade quando si entra nella Sagrada Familia, attrazione internazionale simbolo di Barcellona, 15 mila visitatori al giorno da ogni parte del mondo, patrimonio Unesco consacrata come basilica nel 2010 da Benedetto XVI. Qui si ha la possibilità di recuperare, al di là delle proprie appartenenze, la capacità di stupirsi. Qui Leone XIV presiede la celebrazione eucaristica la sera del 10 giugno, dopo aver pregato nella cripta sulla tomba di Antoni Gaudì, l’artefice di questa imponente costruzione, nel centenario della morte. E qui, dopo la Messa, inaugurerà la Torre di Gesù Cristo che la farà svettare come chiesa più alta del mondo.

Recuperare lo stupore

Sarà una bambina cieca a introdurre, dinanzi al Pontefice, il rito di benedizione della Torre. Con un plastico tra le mani sarà lei a ‘toccare’ la torre condividendo questa esperienza al Papa. Lei la vedrà con le mani. Lei si meraviglierà per prima. Un’iniziativa dal forte valore simbolico intrapresa di concerto con l’associazione Once, la più grande realtà in Spagna che si occupa di non vedenti e che collabora con la Sagrada per progetti di accessibilità dell’opera d’arte anche ai disabili. Perché entrare in questo tempio, in effetti, è compiere un percorso multisensoriale, tornare in qualche modo a percepirsi vivi, mobili, capaci di attraversare soglie, di tornare all’origine. Era ciò che animava l’architetto catalano, convinto che qui stesse l’originalità di un artista, di avvicinarsi continuamente all’origine, Dio. Una vicinanza che non allontana dagli uomini, anzi, ne rinforza il legame.

La bellezza come via, non fine a sé stessa

Alla vigilia dell’arrivo del Papa, il fiume umano che entra in questo cuore pulsante della città è ininterrotto. “Gaudí ha vissuto per creare un'opera che potesse esprimere la bellezza non fine a sé stessa, quanto invece una bellezza capace di suscitare meraviglia”, sottolinea Chiara Curti, massima esperta del genio catalano. Architetta milanese, vive e insegna a Barcellona presso l’Ateneu Sant Pacià, dove tiene corsi su Modernismo, Gaudí e architettura cristiana. Diverse le pubblicazioni dedicate al tempio dell’espiazione, tra cui “La Sagrada Família. Cattedrale della Luce” (Triangle Books, tradotto in sei lingue) e “Il mio Gaudí. La biografia scritta dai suoi amici” (Triangle Books, tradotto in quattro lingue). 

Gaudì, collaboratore della creazione divina

Quando ha finito la prima torre campanaria, si racconta che Gaudí abbia chiesto in giro come fosse venuta: l’orologiaio gli disse che era bella, che portava un'allegria del cuore e Gaudí era felice perché era andato a segno un suo desiderio profondo. “Leone è un papa sommamente attento alla bellezza – osserva Curti -, e si incontrerà con questo Gaudì che sempre si è presentato come un collaboratore del creatore, una persona che aveva ben chiaro di non possedere l’opera, che era un'opera ispirata da custodire. Lui si è proposto sempre come colui che la poteva curare la Sagrada Familìa, come un giardiniere in un grande bosco, quel bosco che tutte le cattedrali in realtà sono, grandi boschi di colonne”.

Gaudì ha voluto riportare quella capacità di vedere il trascendente, secondo il tipico atteggiamento dell'uomo medievale che quando entrava in una cattedrale si riconosceva proprio dentro un bosco: “Noi contemporanei, invece, siamo molto più razionalisti, vediamo solo delle colonne. Gaudì ha voluto riportarci questo uomo che è capace di vedere qualcosa dietro ogni realtà, di trasfigurare tutta la realtà. Sì, perché se io sono proprietario una cosa la posso anche buttare via, invece se sono il custode posso solamente farla migliorare”.

Un’opera aperta, corale, sempre nuova

Gaudì cominciò a lavorare alla facciata della Natività nell’anno in cui Leone XIII scrisse la Rerum novarum. E oggi Leone XIV, che ha appena dato alla luce la sua Magnifica humanitas, arriva qui a inaugurare il nuovo tassello della Torre di Gesù. Una sorprendente ricorrenza che Curti evidenzia mettendo in risalto le due rivoluzioni storiche di cui l’arte di Gaudì continua a parlarci: quella industriale di cui Barcellona era stata antesignana nel campo del tessile, e quella contemporanea legata all’Intelligenza Artificiale. In gioco c’è sempre un rinnovamento dell’uomo: all’epoca di Gaudì si trattava di liberare l’operaio dall’anonimato e dal logorio della catena di montaggio, dalla massificazione della società; oggi, si tratta ugualmente di ri-nascere, di ritrovare una riserva di umanità, al di là di ogni tentazione di individualismo.

LA persona

“Gaudì sempre mette l'accento sulla persona – sostiene Curti -, sembra quasi che la sua opera sia una scusa per poter creare un’arte dell'incontro, dove ogni persona che lavora con lui può introdurre dentro questa cattedrale il proprio segno creativo”. Un vero maestro che non impone il suo progetto perché altri semplicemente lo eseguano, ma un maestro che insegna una mentalità, un approccio inedito e in qualche modo sovversivo, perché l'altro sia libero di poter fare l’opera: uno dei motivi per cui le opere di Gaudì sono tutte diverse. Era lo stile di Gaudì quello di partire dalla vita e non dai preconcetti, incline come era a ribaltare l’approccio cattedratico di certi intellettuali, cosa che gli valse anche discrete antipatie. Così che alla fine la scuola che lasciò in eredità non fu un ‘gaudinismo’ di maniera ma “la scuola della carità”.

Il fascino del non-finito, dell’attesa paziente e del desiderio

Entrare nella Sagrada Familia è entrare in “un cantiere espiatorio che alimenta il senso che non finisca mai”. In fondo, “tutta la storia dell'uomo è stata questa relazione col cosmo, con Dio, con la luce, sempre è stata una relazione che non poteva iniziare e finire rapidamente, ma che si è misurata con il tempo e finalmente con l'eternità”, precisa ancora la professoressa Curti. “Non sappiamo quando la Sagrada finirà e neanche come”, e non sembra essere questo l’elemento importante. Manca tutta la facciata principale, che dovrebbe arrivare ad essere circa tre volte più grande delle altre due, quella della Natività e quella della Passione. Per costruire questa facciata è necessario demolire un edificio costruito abusivamente negli anni Settanta, dove dentro vivono quaranta famiglie. Non sarà impresa facile. “Oggi non siamo capaci dell'attesa, invece la Sagrada Familia ci chiama ad avere questa possibilità di saper desiderare ancora. Nel momento in cui io finisco una cosa, già non c'entra più niente con me; al contrario, mettendo l'accento sul costruire - ché è quello che sta facendo Papa Leone – implica che non è finita per niente, che dobbiamo impegnarci a essere noi stessi i costruttori anche delle nostre vite”.

 

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giovedì 4 giugno 2026

DIO E' PERSONA?

 


A questa domanda un teista classico, un trans-teista e un monista relativo risponderebbero in tre modi diversi.

 

-di Paolo Gamberini 

 

Il teista classico risponde sì Dio è “persona” poiché è l’essere perfetto. Essendo “persona” una perfezione dell’umano, è inevitabile che Dio è persona. 

 Il trans-teista rifiuta di parlare di Dio come “persona”. È antropomorfismo. Dio non risiede nell’alto dei cieli, giudicando e intervenendo nel mondo a suo piacimento. Dio è energia, armonia. Anzi, non si deve nemmeno usare la parola “Dio”. 

È il Mistero della Vita. 

 Il monista relativo è d’accordo con entrambi, ma afferma che è necessario far un cambio di prospettiva. È necessario fare meta-fisica. Senza di questa, si rischia di impantanarsi in caricature reciproche o di incepparsi in giochi linguistici. 

 L’essere è l’attualità di tutti gli enti: ogni altra perfezione — la vita, l’intelligenza, la bontà — è tale solo in quanto è atto di essere. 

 In questa prospettiva, Dio è definito come “ipsum esse subsistens”: l’Essere stesso, sussistente in sé, senza limitazioni, senza determinazioni. L’atto di essere è infinito e quando si partecipa, è ricevuto come ente finito. 

 L’atto di essere è per sua essenza personale (ipostatico), non nel senso di essere circoscritto e soggetto “alla” determinazione (subjectum determinationi), ma soggetto “di” determinazione (subiectum determinationis). Infatti, Dio è atto “creativo” di essere. 

 Dio è actus essendi, in quanto eccede ogni determinazione, e soggetto che determina. In questo preciso senso, quindi, si deve dire che Dio è per essenza persona (ὑπόστασις), ma non come soggetto psichico (ego) ma come colui che personalizza la realtà, in quanto tutto sussiste in Dio. 

 Per evitare l’ambiguità di identificare la persona di Dio con il soggetto personale (psichico), è preferibile dire che Dio è “trans-personale”. 

 Il teismo classico e il trans-teismo hanno ragione, se sanno visitare con maggiore attenzione le proprie convinzioni e le inevitabili implicazioni. 

 ApertaMente