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lunedì 21 settembre 2026

EDUCAZIONE SENTIMENTALE PER ADULTI

 


Educazione sentimentale per adulti, è urgente!


di Rosella De Leonibus



Sì, amare in modo adulto non è un’impresa facile, presuppone maturità, sicurezza, e nello stesso tempo rispetto dell’altra persona, e il bisogno di aprirsi all’esperienza più intima che ci sia, quella che ci cambierà più profondamente di ogni altra, e più radicalmente ci metterà in gioco. Forse per questo fa così paura, e forse allora non è strano, come sostengono alcuni studiosi, che in epoca di identità liquide siano liquide anche le relazioni, così liquide da vaporizzarsi facilmente, o da cambiare forma altrettanto rapidamente a seconda delle circostanze… Ma vituperare il presente per evocare i bei tempi andati, la cui bellezza resta tutta da dimostrare, resta un esercizio vano, al cui posto risulta più utile osservare, descrivere, cercare di comprendere e attivare nuove risorse.

Formule tossiche del legame: il gaslighting

È questa seconda via quella che cercherò di percorrere, descrivendo la fenomenologia di alcune evenienze tossiche che spesso si incontrano nelle relazioni affettive. Partiamo per oggi dalla più pesante e distruttiva, il cosiddetto gaslighting, quella pratica che consiste nel delegittimare e denigrare il pensiero, le scelte, le opinioni e il comportamento di un-una partner, addirittura il suo stesso corpo, i suoi gusti alimentari, le sue abitudini quotidiane. Si tratta di violenza psicologica, quella che non lascia lividi, ma disattiva il rispetto per se stesse, per se stessi, fino al punto di creare una sensazione dolorosa di confusione mentale, umiliazione, abbattimento emotivo, che distrugge, nella persona che lo subisce, la capacità di pensare con chiarezza, affrontare i problemi e salvaguardarsi. Tanto è perversa questa forma di abuso psicologico che, chi la perpetra, arriva anche a sostenere che il destinatario si sia immaginate o inventate le accuse e le vessazioni che dichiara di aver subìto. Nelle coppie in cui si osserva questo meccanismo comunicativo abusante (perché il gaslighting non resta un fatto privato, e già sarebbe gravissimo, ma viene svolto anche in presenza di terzi, in modo tale che lo show abbia spettatori che applaudano), si nota un profondo senso di insicurezza e un inconfessato sentimento di inferiorità dal lato del partner che lo agisce, e spesso trapela anche un fondo di rancore, un sentimento di vendetta che si esprime a dosi quotidiane, come a voler schiacciare la soggettività dell’altra persona. Cosa è accaduto in una coppia del genere? Nei casi più eclatanti siamo davanti ad una amarissima tappa dell’escalation della violenza di genere, e le evidenze comportamentali di cui sopra sono amplificate e legittimate dalla base culturale di tipo patriarcale che permea tutt’ora i rapporti di coppia. Nelle situazioni meno drammatiche invece, quando si indaga sulle puntate precedenti, si notano disequilibri importanti tra i due partner, dove quello dei due che aveva la posizione esistenziale o culturale o umana più debole è prevalso, nella divisione del potere all’interno della coppia, ma per poter restare in tale posizione di maggior peso deve togliere valore all’interlocutore, tagliargli le gambe, in un certo senso, per non perdere la propria posizione di dominanza. Riguardo all’altra persona, quella che inizialmente aveva una posizione di maggior peso, si registrano comportamenti di sottomissione nelle fasi iniziali della vita della coppia, i quali venivano giustificati dal tentativo di riequilibrare una relazione che partiva già sbilanciata. Quindi, dal sottomettersi e farsi più piccoli per non pesare troppo, si passa di fatto a legittimare il bisogno dell’altro di prevalere, in modo da stabilire un equilibrio sbilanciato dal lato opposto rispetto a quello degli inizi.

Risorse da attivare

Che risorse si possono attivare nelle coppie da poco formate, per non incorrere in una tale perversa gestione del problema dell’equilibrio tra i partner? Escludiamo le situazioni che concretizzano la fattispecie della violenza di genere, perché in questi casi occorre proteggersi sottraendosi alla relazione e interrompendola. Solo dopo, in situazione di sicurezza, si potrà lavorare sul ripristino dell’autostima e sulla capacità di farsi rispettare dal lato di chi ha subìto il gaslighting, mentre dal lato del partner abusante si potranno attivare percorsi seri di consapevolezza e di responsabilizzazione, fino a poter riconoscere il modo distruttivo in cui veniva gestito il potere e accettare che una supremazia ottenuta con la violenza psicologica non cancella un sentimento di inferiorità che ha bisogno di altri livelli più profondi di elaborazione. Il grosso del lavoro sul gaslighting è di tipo preventivo. Innanzitutto occorre che, chi pone in essere una relazione di coppia con un progetto di lungo termine, abbia chiaro che l’amore non è un sentimento soltanto di tipo romantico, ma si basa necessariamente, nella vita quotidiana, su un costante monitoraggio della variabile «potere», nel senso del peso che ciascuno dei due si riconosce e riconosce all’altro-a nelle decisioni comuni, nell’immagine esterna della coppia, nella gestione finanziaria, nel tempo libero, nei rapporti con le famiglie d’origine… Se una giovane coppia non ha contezza di quanto pesi l’equilibrio di queste forme di potere, di quanto sia intrinseca questa variabile rispetto alla relazione affettiva, tenderà ad immaginare che la relazione romantica possa fare a meno di doversi confrontare con tutto ciò, che l’amore automaticamente possa risolvere questi e altri problemi, e che nel caso basterà sopportare, fare un passo indietro, oppure alzare i toni, pigiare un po’ di più sulla leva del potere, per riequilibrare un rapporto che era partito già troppo sbilanciato. E bisogna che, chi si impegna in una relazione di coppia, possa accedere ad un buon livello di consapevolezza di sé, possa conoscere e riconoscere i propri punti di forza e i propri punti deboli, e consolidare una immagine di sé stabile ma non rigida, potenzialmente in evoluzione, e assumersi la responsabilità di questa evoluzione in prima persona, rinunciando a «coprire» i propri vuoti a spese del partner. Bisogna cancellare dalla mentalità di chi si ama quella dannosissima ottica sacrificale che induce a risolvere i problemi di coppia e le carenze del partner a spese della dignità umana e della integrità psichica propria o dell’altra persona. Bisogna insegnare alle ragazze e ai ragazzi che nessuna formula sana dell’amore ammette la violenza psicologica, l’umiliazione, la svalutazione del partner, né nella forma agìta, né nella forma subìta.

Relazioni ben equilibrate

Bisogna sottolineare quanto nelle relazioni d’amore sia fondamentale un certo equilibrio tra le due persone, su molti piani: sul piano della maturità psicologica, sul piano della consapevolezza, sul piano della capacità di comunicare in modo rispettoso, sul piano dei valori, sul piano dei progetti, sul piano della stima, sul piano dell’impegno, sul piano della fiducia… Perché una relazione di coppia che parte già squilibrata è come un marciatore che parte con una gamba più corta dell’altra. Presto non riuscirà a camminare bene, si farà male, e dovrà fermarsi. È come un calesse con due cavalli dove uno è più debole dell’altro, e dove quello più forte, per non umiliare il suo compagno, cammina più lento e lascia che sia il più debole a «fare il passo», dando di sé un’immagine fuorviante e lasciando in mano all’altro un potere che poi quest’ultimo farà fatica a sostenere. Certo, non sarà possibile bilanciare esattamente ciascuna variabile, ma almeno che ci sia un buon bilanciamento nell’insieme è fondamentale, altrimenti la via d’uscita è il conflitto distruttivo, aperto e lacerante, o nascosto e devastante come nel gaslighting. L’ostacolo più grande per aprirsi da adulti ad una sana forma di educazione sentimentale è nella ideologia dell’amore romantico, come forza capace di superare qualunque ostacolo. Sono gli slanci iniziali che ci fanno uscire dal nostro io, ci fanno aprire il cuore verso una persona tutto sommato sconosciuta, ci fanno sognare un futuro insieme, ci gratificano con scariche benefiche di endorfine. Ma sono altri i passaggi che poi ci permettono di costruire una relazione stabile e duratura, che costituisca una base sicura e un nido caldo per noi partener in primis, e poi anche per le figlie e i figli che vorremo mettere al mondo. Sono passaggi che hanno a che vedere con la capacità di amare in modo adulto, partendo dal porsi nella coppia come soggetti autonomi che non vogliono bastare a se stessi, ma impegnarsi in un legame che possa dar valore e forza a ciascuno dei due, e produrre benessere e sicurezza, crescita e vitalità verso l’interno e verso l’esterno della relazione. Un tale cammino lo si comincia da bambini, da bambine, con l’educare l’espressione dei bisogni e delle emozioni, e con il riconoscere la dignità dell’altra persona, le sue specificità, con l’allenarsi a cooperare per un maggior bene comune anziché prevalere per affermare se stessi a spese dell’altro. Non solo per fare un bambino ci vuole un intero villaggio, come recita un famoso proverbio africano, ma per fare una coppia felice ci vuole una educazione sentimentale che inizi molto presto e duri tutta la vita.

Gaslighting

Il termine fa riferimento all’opera teatrale inglese «Gas Light» di Patrick Hamilton del 1938, dove il protagonista, per raggiungere i suoi obiettivi senza essere scoperto dalla moglie, utilizza una serie di metodi per farla dubitare di se stessa e della sua stessa percezione. Con gaslighting si intende proprio quella forma di abuso e di manipolazione psicologica che spinge la vittima a dubitare della sua percezione della realtà e dei suoi pensieri. «Si tratta di una forma di violenza psicologica insidiosa, dove le menzogne dell’abusatore vengono presentate alla vittima come verità anche davanti a evidenze. Queste ultime, invece, sono indicate spesso come frutto dell’immaginazione della vittima o di un suo errore», interviene lo psicoterapeuta. Il gaslighting può comportare effetti gravissimi sulla psiche di chi lo riceve, perché «può ledere l’autonomia e la capacità di decisione e di valutazione della vittima, gettandola in uno stato confusionale». 

https://www.skuola.net/school-love/fenomeni-online-amore-ghosting-benchingorbiting.html 

 

sabato 14 giugno 2025

EDUCAZIONE SENTIMENTALE



  A scuola riparte

 da “Io ti credo”


Un percorso di educazione all’affettivita e alla sessualità promosso nelle scuole di Palermo da Edi onlus e Fondazione Eos nell’ambito del progetto “Traiettorie Urbane”, dà parola ai ragazzi e decostruisce i loro pregiudizi. 

di Gilda Sciortino

Che oggi sia necessario e urgente un lavoro educativo e formativo sulla violenza di genere e sulla tutela da abusi e maltrattamenti ce lo dicono prima di tutto i dati. Nel solo 2023, infatti, gli adolescenti che hanno subito violenza sessuale in Italia sono stati 912, 70 dei quali proprio a scuola. Anche per le persone LGBTQ+, la scuola non è sempre un luogo sicuro: il 68% ha subito tra i suoi muri episodi di bullismo o discriminazione, mentre oltre la metà nasconde la propria identità per timore. Spesso, questi temi non vengono nemmeno affrontati nei percorsi scolastici. Ma, quando accade, allora la stessa scuola diventa uno spazio sicuro in cui il tempo in un certo senso si ferma per consentire poi di ripartire con una nuova marcia.

“La voce della scuola senza stereotipi”, iniziativa promossa da Edi Onlus insieme alla scuola media “Antonio Ugo” di Palermo, all’interno del progetto “Traiettorie Urbane“, finanziato da Fondazione EOS Edison Orizzonte Sociale e da impresa sociale Con I Bambini, si conclude un’intensa azione educativa e formativa che ha fatto convergere i temi della prevenzione alla violenza di genere e dei generi, così come quelli della tutela da abusi e maltrattamenti.

Abbiamo conquistato la fiducia di ogni singolo ragazzo giorno dopo giorno. Quando hanno capito che eravamo lì per ascoltarli e non per gudicare o impartire lezioni di morale, è stato come ritrovarsi in un grande abbraccio.

Praticamente una tavola intergenerazionale sull’educazione affettiva e sessuale olistica che ha messo al centro il bisogno di educare al rispetto e alla libertà di essere. Un’alleanza educativa tra studenti, insegnanti e istituzioni per dire basta a tabù e silenzi su affettività, identità e consenso. 

I protagonisti? Naturalmente – anche se spesso non è per nulla scontato – gli adolescenti, che hanno colto subito e con grande consenso il senso di questo percorso, dimostrando di avere le idee molto chiare su tanti temi, ma soprattutto di essere decisi a pretendere dagli adulti una voce senza stereotipi che li aiutasse a capire molti meccanismi.

Non a caso VITA ha dedicato agli adolescenti un numero, sentendo l’urgenza di fare un sforzo per andare oltre un racconto che parla di loro e non fa mai parlare loro.

Parte dal bullismo omolesbobitransfobico il racconto che gli studenti della 2P del Liceo “Danilo Dolci” di Palermo fanno attraverso il video dal titolo “Identità”, che porta sullo schermo il vissuto di chi subisce discriminazioni per il suo orientamento sessuale, espressione o identità di genere. Promuove una scuola sicura, inclusiva e accogliente per tutte le identità perché “essere se stessi non è una scelta: è un diritto umano fondamentale”.

«Abbiamo voluto parlare di violenza contro i generi », spiega Rebecca, per gli amici Rebbi, 16 anni ad agosto, studentessa della 2P dell’indirizzo Scienze Umane del “Danilo Dolci”, «in particolare quella contro la categoria LGBTQ+, dimostrando come anche dei piccoli gesti solidali possono fare la differenza. Abbiamo anche riflettuto su cosa sono gli stereotipi e cosa i pregiudizi, sfatando  quelli legati per esempio al lavoro. Questo perché ancora si presume che le donne non possono fare alcuni lavori che sono “da uomo”».

Un percorso che – come la cronaca dimostra – non ha potuto esimersi dall’affrontare anche il tema del consenso.

“Io ti credo” non è solo una frase, è un’azione da compiere

Ecco, dunque, che l’altro video realizzato dagli studenti della 2Q del “Danilo Dolci”, affronta il tema della violenza sessuale e il ruolo della scuola nella prevenzione e nel supporto alle vittime. Un’occasione per sensibilizzare sull’importanza di ascoltare e credere a chi trova il coraggio di denunciare. “Io ti credo” sottolinea che la scuola deve essere un luogo sicuro, accogliente e che protegge. Combatte lo stigma e i pregiudizi che silenziano le vittime. Promuove una cultura di solidarietà, ascolto e responsabilità condivisa.

«Questo percorso ha lasciato molti valori a tutti, non solo a me», commenta Miriam, 16 anni,  studentessa della 2Q dell’indirizzo Linguistico del “Danilo Dolci”. «Parlo di valori che non useremo solo in ambito scolastico, ma in generale nella vita, per approcciarci alle persone, in una comunità dove possiamo vivere serenamente. Abbiamo asfaltato anche noi molti pregiudizi, tra cui il consenso, poiché il video racconta di una ragazza che veniva stuprata e non avevo il coraggio di parlarne. Lei aveva detto esplicitamente no, ma non è stata ascoltata. Non rimarrà, però, sola perchè, alla fine del video tutti i personaggi le dicono che le credono e che le sarebbero state accanto. Purtroppo, in molti casi di stupro c’è un pregiudizio nei confronti delle vittime che si ritrovano a dovere mentire su quello che è accaduto loro».

Dai social la spinta ad alzare i toni

«Purtroppo i social hanno una grande influenza. Intanto passa l’idea che il ragazzo geloso, che ti tratta male, è un bravo ragazzo», tengono a precisare Manuela e Alessia, 16 anni entrambe e anche loro studentesse della 2Q, «ma ovviamente non è così. Si pensa, poi, che, se tu stai con un bravo ragazzo, stai con una persona noiosa, quindi non ti diverti. Meglio vivere il brivido, l’emozione di chi ha modi bruschi e spesso anche violenti. A scuola dovremmo lavorare di più sulla gelosia, la possessività, la proprietà, spiegando che non sono cose buone per noi e per chi ci sta accanto».

Spesso si riproducono modelli negativi vissuti in famiglia

«Tutto dipende da persona a persona», secondo Manuela, «ma conta sempre l’educazione che hai ricevuto. Se un ragazzo ha vissuto in una famiglia dove il padre e la madre sono separati, dove magari c’è un contesto tossico perché manca la serenità e i toni sono sempre accesi, riprodurrà l’unico modello che conosce avendo difficoltà ad accettarne uno diverso. Spesso il modello maschile porta tanti pregiudizi e stereotipi. E poi ci sono i social come Tik Tok dove, soprattutto dopo la pandemia, è cresciuto il livello di aggressività. Prima era soltanto un luogo in cui la persona si poteva esprimere ballando, cantando, divertendo e divertendosi, ora è diventato tutto più tossico. C’è tanto bullismo e cyberbullismo».

 Un presente pieno di dubbi, un futuro evanescente

«Crediamo di non avere molto futuro, anche perché con tutto quello che viviamo, sono in tanti a pensare di non servire a nulla. Io ne sono un esempio», si sfoga Alessia, «perchè, sino alle medie, ero convinta che faceva figo non studiare, pensando di potere essere più popolare. Invece, da quando sono alle superiori, ho capito che è importante, perché è il mio futuro. Rispetto, poi, all’educazione sentimentale e sessuale, ritengo che dovrebbe essere materia ufficiale a scuola. Eviterebbe di fare arrivare molte ragazze a un punto di non ritorno».

Un progetto che ha insegnato tanto, ma soprattutto ha mostrato che gli “spazi sicuri” a scuola non si improvvisano. Per questo, Edi Onlus ha scelto di sviluppare dei percorsi dedicati a docenti, educatori ed educatrici, formatori e formatrici, con l’obiettivo di costruire ambienti educativi capaci di decostruire stereotipi e contrastare ogni forma di violenza. Soprattutto quella agita nei confronti degli adolescenti. Nel 2023 si è lavorato sul tema delle emozioni nella relazione educativa, la tutela e il benessere a scuola; nel 2024-25, il percorso ha offerto strumenti teorici e pratici per affrontare temi come relazioni affettive, identità, salute e benessere, diritti, rispetto del corpo, consenso, e prevenzione delle discriminazioni e della violenza di genere.

Attraverso i laboratori di advocacy partecipata in diverse scuole di Palermo, ragazzi e ragazze, riflettando sul concetto di “spazio sicuro”, hanno approfondito temi come l’amore romantico, l’identità sessuale, il body shaming,  la violenza di genere e le diverse forme di discriminazione.

L’importanza di sapere cosa fare

«Dentro questo progetto c’è un’attività che si chiama “Child Safeguarding”, ossia la tutela dei minori da abusi e maltrattamenti», spiega Alessia Maso, coordinatrice di “Traiettorie Urbane” e vicepresidente di Edi. «Rispetto a questo tema ci siamo resi conto che le associazioni stesse non sono preparate, nel senso che noi tutti spesso non sappiamo cosa fare nel momento in cui riceviamo una confidenza. Quello che abbiamo fatto è stato costruire una policy, quindi un codice di condotta e tutta una serie di procedure, per sapere come agireal fine di tutelare al massimo la persona minorenne. In alcuni casi, il migliore supporto che possiamo dare è quello di individuare un’unica persona, che è poi il nostro referente responsabile per il Child Safeguarding, che sa bene a quali servizi indirizzare la richiesta, ma soprattutto come comportarsi».

Formarsi per prevenire situazioni di abuso e maltrattamento

«Oggi ci sono 96 operatori e operatrici sparsi su tutta l’area del capoluogo siciliano che, grazie alle associazioni che costituiscono la rete di Traiettorie, lavorano a stretto contatto con gli insegnanti del territorio. Abbiamo fatto una prima formazione incentrata sull’educare con le emozioni», conclude Maso, «perché l’idea di fondo è che, se abbiamo uno spazio sicuro in cui i ragazzi e ragazze si fidano a portare le proprie esperienze, possiamo fare emergere le fragilità e rispondere con percorsi di benessere. Abbiamo, poi, ritenuto fondamentale puntare a una formazione più specifica sulla violenza di genere e oggi, grazie a Fondazione Eos che ci ha dato un ulteriore finanziamento, siamo seguendo un percorso di educazione contro gli stereotipi che ha coinvolto insegnanti, educatori ed educatrici, quindi i team andati nelle classi con cui abbiamo lavorato a due piccoli mini-video di sensibilizzazione: uno sul bullismo omofobico, mentre l’altro sulla violenza contro le donne, in realtà sullo stupro. Lo abbiamo realizzato dopo l’omicidio di Sara Campanella, del quale la classe sentì subito l’esigenza di parlare. Hanno capito che di noi si potevano fidare e oggi abbiamo davanti a noi un futuro pieno di grandi aspettative. Da entrambe le parti».


Vita

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sabato 16 dicembre 2023

UN FALSO BERSAGLIO


Il falso bersaglio 

del progetto 

sull’educazione sentimentale



-         di Giuseppe Savagnone

Un progetto educativo ambizioso

È il caso di fermarsi a riflettere sulla portata e il significato del progetto presentato dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, col titolo “Educare alle relazioni”, – sulla stampa lo si è chiamato anche «educazione sentimentale» -, che dovrebbe essere avviato nelle nostre scuole superiori già dal prossimo gennaio o febbraio.

     Se non altro, perché esso pretende di essere una significativa innovazione nel nostro sistema d’istruzione e mira ad incidere sulla formazione delle nuove generazioni.

 Frutto, una volta tanto, di una istanza condivisa da governo e opposizione, sull’onda dell’indignazione e dell’orrore che la brutale uccisione di Giulia Cecchettin ha suscitato nell’opinione pubblica, l’iniziativa ha sicuramente il merito di prendere in considerazione – oltre alle misure di ordine pubblico per prevenire la violenza sulle donne – la questione di fondo, che è quella educativa. 

 Da qui l’idea di proporre per la nostra scuola «un piano necessario e innovativo» – come lo definisce Paola Frassinetti, sottosegretario all’Istruzione e al Merito – attraverso cui «i docenti dovranno soprattutto far capire ai bambini e ai ragazzi che nessuno può togliere la libertà ad altri e che amare significa rispettare».

 Illustrandone in concreto le modalità, Valditara ha spiegato che «il progetto parte in via sperimentale dalle scuole superiori, si articola con dei gruppi di discussione e il coinvolgimento degli studenti, invitati a prendere consapevolezza dei propri atteggiamenti e rappresentazioni e della possibilità di modificarli».

 Senza trascurare l’aspetto giuridico: «Gli studenti saranno anche edotti delle conseguenze penali che comportamenti impropri possono generale». 

 Per quanto riguarda i tempi il ministro ha precisato: «Iniziamo subito con 30 ore che saranno svolte a livello extracurricolare».  In pratica, un’ora a settimana, il pomeriggio, per tre mesi all’anno e un totale di dodici sessioni di due ore e mezzo l’una. La partecipazione dei ragazzi e delle ragazze sarà facoltativa. «Se l’esperimento funzionerà» – ha aggiunto, «dal prossimo anno scolastico lo renderemo obbligatorio», estendendolo anche agli altri ordini di studi.

 Altri particolari organizzativi: ogni gruppo sarà moderato da un insegnante, che per questo verrà retribuito; ogni scuola nominerà un docente referente, per garantire una gestione coordinata ed efficace. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito, in collaborazione con enti scientifici e professionali, predisporrà un programma di formazione per assicurare che ogni moderatore sia adeguatamente preparato a guidare i dibattiti e le discussioni.

 La proposta prevede inoltre che possano intervenire degli psicologi, ma anche influencer, cantanti e attori, per facilitare il dialogo con i giovani.

 Le critiche e le polemiche

In realtà fin dalla sua presentazione ufficiale, l’iniziativa è andata incontro a un’ondata di critiche, sia di esperti che di rappresentati del mondo della cultura, concordi nel giudicarla inadeguata.

 Tutti hanno evidenziato che i docenti delle discipline curricolari – per quanto possano giovarsi di appositi corsi di formazione – non hanno le competenze specialistiche necessarie per condurre adeguatamente il confronto nei gruppi. Le avrebbero, invece, psicologi, psicoterapeuti e sessuologi, la cui presenza, però, è prevista solo come eventuale.

 Certo, si è osservato, parlare dei problemi può aiutare, ma dipende da come se ne parla. Ce n’è uno, che caratterizza gli scambi sui social o le conversazioni  al bar, assolutamente inutile ai fini di un reale approfondimento e di un coinvolgimento personale da parte dei  partecipanti.  Ed è quello che, in mancanza di sistematici apporti qualificati, purtroppo rischia di prevalere nei gruppi di discussione previsti dal progetto.

 Per contro, è stato notato che l’apporto dei giuristi rischia di essere superfluo. I femminicidi non avvengono perché qualcuno non è al corrente dell’entità delle pene a cui va incontro!

 In ogni caso, si è sottolineato, 30 ore non bastano per non dire che, essendo la partecipazione facoltativa, molti dei destinatari non parteciperanno. Anche se quest’ultimo rilievo, come quello che riguarda la limitazione dell’esperimento alle scuole superiori, sembrerebbe superata dalla promessa che, in caso di successo, il progetto verrà reso obbligatorio ed esteso a tutte le classi.

 A queste critiche “tecniche” si sono aggiunte quelle – bipartisan – della politica, scatenate, o almeno alimentate, dalla scelta del ministro di nominare fra le “garanti” del progetto Paola Concia, nota attivista lesbica e femminista, con quelle di una religiosa e di una ex candidata per il Popolo della famiglia.

 Un’ipotesi che ha fatto insorgere la destra e che non ha entusiasmato affatto la sinistra (la Concia è un’oppositrice della maternità surrogata). Il ministro ha dovuto prendere atto di questa generale levata di scudi generale e rinunziare – se non al progetto, che andrà avanti – alla figura delle garanti. 

 Una battaglia di retroguardia

Di fronte a questo quadro, una prima considerazione riguarda, più che il progetto, il clima in cui è maturato, che è quello della lotta contro la cultura del patriarcato, in base alla premessa, data per certa da tutti, che essa sia la causa delle violenze contro il genere femminile.

 Ora, che ci siano gli strascichi di una cultura maschilista del passato che   ancora penalizza, talvolta pesantemente, le donne, è evidente. Ma che sia essa a spiegare i femminicidi sembrerebbe già smentito dal fatto che, secondo le statistiche, questo triste fenomeno è assai più diffuso che in Italia in società che difficilmente possono essere definite patriarcali, come la Germania, l’Olanda e la Francia, e ha una diffusione di poco inferiore che da noi in Svezia.

 Se poi si va a un’analisi dei fatti di cronaca, si deve constatare che nella grande maggioranza dei casi gli uomini che uccidono le donne lo fanno perché se ne sentono abbandonati e/o superati, come del resto è stato nel caso di Filippo Turetta.

 La violenza nasce dunque, se mai, da una dissoluzione della cultura del patriarcato, dalla frustrazione di chi ne sperimenta il tramonto dopo il grande processo di emancipazione che sta fortunatamente coinvolgendo, almeno nei paesi occidentali, le nuove generazioni di  donne.

 Il femminicidio, allora, è un prodotto non della eccessiva forza del maschio, ma del suo smarrimento di fronte a un mondo nuovo, che lo vede in crescente difficoltà di fronte a figure femminili sempre più autonome  e protagoniste.

 Il vero problema che si pone oggi non è dunque quel residuo del passato che è il patriarcato, ma una cultura che,  dopo essersi fortunatamente lasciata indietro il soffocante peso del familismo e del padre-padrone,  per una comprensibile ma non meno problematica reazione esalta in modo unilaterale l’individuo e la sua autonomia, inducendolo a considerare i rapporti con gli altri in funzione di se stesso e della propria auto-realizzazione. 

 Esemplare il caso della famiglia, che da sistema (quello sì patriarcale) di relazioni che soffocavano il singolo si è dissolta fino a vedere ormai la prevalenza di single che stabiliscono rapporti escludendo ogni forma di legame vincolante («Stiamo insieme finché stiamo bene insieme»).

 È in questa logica che anche il sesso è ormai praticato sganciandolo da una reciproca donazione personale – quello che un tempo si chiamava “amore” – e viene ormai considerato da molti come un appagamento delle pulsioni soggettive, da praticare senza problemi anche al di fuori di ogni impegno verso l’altro, spogliato della sua soggettività e ridotto a semplice oggetto di piacere.

 Al contrario che nel patriarcato, dominato da una logica perversa di responsabilità che  uccideva la libertà, oggi vediamo diffondersi una cultura della libertà che prescinde dalla responsabilità.

 Una cultura che peraltro non riguarda solo i rapporti tra uomini e donne, ma pervade tutta la società neocapitalista. E forse proprio questo spiega perché ci sia così difficile riconoscerla e così facile prendercela, come è avvenuto in queste settimane, con un residuo del passato ormai al tramonto, evitando così di guardare in faccia un problema che in realtà portiamo dentro di noi. 

 Un falso obiettivo educativo

A questo punto, però, il problema dell’educazione dei giovani non è quello di insegnare ai giovani maschi a rispettare la libertà delle ragazze e alle ragazze a far rispettare la  propria libertà (ammesso che questo si possa fare in 30 ore all’anno…), come il progetto del Ministero prevede, ma di ripensare  alla radice che cosa si intende con questo termine.

 Smascherando quello che uno studio ha chiamato l’«individualismo possessivo», dominante nella nostra società a tutti i livelli (economico, sociale, politico. . . ), ristabilendo il legame tra libertà e responsabilità e rivalutando anche il concetto di amore come donazione di sé all’altro, piuttosto che come fruizione emotiva e sessuale della sua persona. 

 Ma per questo non sono neppure adeguati gli apporti degli psicologi e dei sessuologi di cui si lamenta la mancanza.

 Anzi, la pretesa di risolvere la questione dell’educazione affettiva e sessuale separandola da un più ampio contesto valoriale, che le dia senso e fornisca dei criteri per le scelte,  è frutto di una cultura  centrata sul problema dei mezzi, ma incapace di affrontare quello dei fini.

 Per quanto importante sia la consulenza di esperti sui problemi psichici, nessuno può pensare di affidare a uno psicoterapeuta  l’educazione al senso della propria vita, da cui dipende quello che si dà al rapporto con gli altri.

 In realtà, più che un nuovo insegnamento con cui caricare la nostra scuola,  già troppo affollata, servirebbe una sua riqualificazione in senso educativo. Da troppo tempo essa si limita a fornire (quando ci riesce) competenze. L’educazione è un’altra cosa.

 Solo che lo sforzo di riscoprirla nel nostro sistema d’istruzione  richiederebbe un impegno collettivo – non solo della scuola, ma di tutta la società – per tentare di recuperare un orizzonte valoriale condiviso perduto da tempo e indispensabile per educare. 

 È da questa crisi dei fini e del senso, in realtà, che nasce la violenza, e non solo quella verso le donne.   Ma di questo vuoto, che ci portiamo dentro e che comunichiamo ai nostri giovani, nessuno vuole parlare. È più facile fare i gruppi di discussione proposti dal ministro per continuare la lotta, tutti d’accordo, contro la cultura del patriarcato. 

 *Scrittore ed editorialista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo.

www.tuttavia.eu

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martedì 28 novembre 2023

EDUCAZIONE SENTIMENTALE ?


FACCIA A FACCIA

 

-         di Alessandro D’Avenia

 

Per vivere abbiamo bisogno del mondo: ci apriamo a ciò che è fuori di noi per necessità. Andiamo incontro a cose e persone perché ci sono utili: il nostro strato animale è fatto di bisogni. Noi umani però non ci apriamo per sola necessità: gli animali non apparecchiano la tavola, non guardano i tramonti, non scrivono lettere d’amore...

 Ciò di cui l’animale ha bisogno se lo prende dal più debole, con la forza, l’uomo invece lo regola attraverso le relazioni commerciali, d’amore e di amicizia. Ma se le relazioni sono fragili prevale la legge di natura, dove domina chi è più forte, e la forza diventa violenza quando l’altro è percepito come proprietà o minaccia. Se il 25 novembre si deve ancora celebrare una giornata contro la violenza sulle donne è perché questa violenza tocca soprattutto la relazione primaria. Ma anche qui la natura dà indicazioni chiare: mentre gli animali si ri-producono (producono l’uguale, la specie), gli umani «fanno» l’amore, cioè la relazione. I primi si accoppiano solo quando è necessario, i secondi quando vogliono e, a differenza degli animali, guardandosi in viso: se l’evoluzione ci ha portato a questo gioco libero e «faccia a faccia» è perché la sopravvivenza umana non riguarda la specie ma la persona: si diventa se stessi solo facendo la relazione con l’altro. E il volto è il luogo di questo gioco. Perché?

 L’animale ha il muso, non il volto, non si racconta, l’uomo sì. Noi facciamo l’amore per dare nascita l’uno all’altro, e questo ci dà gioia. Ma se questo non accade l’uomo regredisce a predatore, rinuncia alla sua evoluzione e si sente vivo alla maniera del bruto (animale in latino), possedendo e sottomettendo: dice «mio», come il bambino che strappa il gioco a un altro, per dire «io».

 La violenza è infatti paradossalmente proporzionale alla debolezza del sé, il bisogno non matura in relazione, resta egocentrismo infantile. Negli ambienti malavitosi, culmine di questo infantilismo del potere, si dice «meglio comandare che fottere»: i due fenomeni sono percepiti come gradazioni di potere, si esiste nella misura in cui si domina e sfrutta l’altro.

 Nella prima parte della narrazione simbolica della creazione biblica, Adamo non è il maschio ma l’Umano (l’umanità intera: adam significa semplicemente fatto di adamah, la terra), e ha la sua essenza nella dimensione relazionale, infatti la donna è tratta «dal fianco» per indicare simbolicamente che è della stessa materia (corpo sociale), l’Umano è uni-duale, cioè la sua essenza è la relazione: l’altro gli è, appunto, «a fianco». L’umano non è in-dividuale (letteralmente l’in-divisibile), ma duale (il con-divisibile), e se nel racconto il principio maschile sottolinea il fare (lavorare il giardino di Eden), quello femminile l’essere (Eva significa semplicemente la Vivente), è perché le due dimensioni sono proprie, prima, dell’Umano, e poi, della dualità corporea uomo-donna: tutti siamo chiamati singolarmente e socialmente a dar vita attraverso la capacità creativa (e il primo lavoro umano è proprio la relazione, un lavoro che non si improvvisa).

 L’individualismo ci fa invece credere che l’uomo è uno e deve auto-costruirsi tecnicamente, e quindi la dimensione relazionale da essenziale diventa puramente funzionale. Nel racconto quando l’umano vede per la prima volta l’altra, pieno di stupore dice: «è come me», soggetto non oggetto. Scopre di essere relazione, prima in se stesso: è capace di dialogo interiore. E poi fuori di sé: con l’altro, che è parte di lui senza essere sua proprietà. Il male comincia quando agiscono soli, individualisticamente. Se la donna non è «come me», e quindi «altro da me», ma «mia», e quindi «altro per me», smette di essere soggetto e diventa oggetto, mezzo.

 Una cultura individualista non riconosce e non educa alla dualità, alla relazione come essenza dell’Umano: il mondo e gli altri sono il self-service del self-made man. L’altro in quanto «mezzo» è riserva di «pezzi» di ricambio: lo si fa a pezzi nella mente e nel cuore prima che nelle mani.

 Una frase di Cristo, uomo scandaloso per come trattava le donne (persino quelle ritenute «intoccabili») va alla radice: «Fu detto: “Non commettere adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per dominarla, ha già commesso adulterio con lei nel cuore» (Mt 5). La traduzione «ha già commesso adulterio con lei» nell’originale suona «ne ha distrutto l’integrità», cioè «l’ha cor-rotta»: l’ha rotta, fatta a pezzi.

 L’invocata educazione alle relazioni che vogliamo affidare alla scuola non basterà a mutare un modo di essere che si struttura nell’infanzia e nell’adolescenza sulla base dei vissuti relazionali, né sarà sufficiente qualche lezione teorica a trasformare lo sguardo individualista in relazionale. Serve un modo nuovo di vivere e intendere il rapporto con gli altri, per accedere a un’energia dell’essere differenti che ci è divenuta inaccessibile: l’individualismo combinato al consumismo è infatti la negazione delle relazioni umanizzate e la resa ai bisogni.

 Una cultura che elimina il corpo con l’uso continuo degli schermi dati ai bambini, che avalla la pornografia, la pubblicità, le trasmissioni e le piattaforme social in cui la donna è ora Venere sacra (la sua presenza, divinizzata e idealizzata, serve a erotizzare oggetti o magnificare situazioni) ora Venere profana (è lei stessa l’oggetto da vendere e usare), è una cultura ipocrita perché prima allena lo sguardo che «fa a pezzi» la donna e poi si scandalizza per la mancanza di rispetto. In una cultura individualistica e consumistica l’educazione sentimentale diventa così ben presto retorica.

Solo un’educazione dello sguardo, e quindi del cuore e della mente, «all’integrità» (il contrario di dis-integrare: «fare a pezzi») dà agli umani un volto. Questo sguardo si struttura sin da piccoli interiorizzando il modo in cui, a casa, a scuola, per strada, in tv, gli adulti si rapportano prima con se stessi e poi tra loro: oggetti o soggetti? La violenza è in tutti, uomini e donne, di tutte le età e strati sociali: è nella persona. E solo un’educazione relazionale può arginarla, perché allena a sentire l’altro come me stesso: se lo ferisco ferisco me, se lo abbraccio, abbraccio me. E tutto comincia dal faccia a faccia della relazione.

 Provate a tenere oggi la mano sul volto di qualcuno per almeno un minuto, in silenzio. Quella stessa mano che potrebbe far violenza sentirà piano piano che il confine del corpo non è l’io ma il noi, un pronome che in una poesia Mariangela Gualtieri definisce largo quanto tutti i viventi. Noi diamo vita all’Umano solo insieme, l’eros ci spinge a unirci e accogliere il peso e il bello della differenza, in una energia e novità d’essere che brilla in quella luce duale che chiamiamo amore.

 Fonte: Corriere della Sera

giovedì 3 agosto 2023

BEADCRUMBING

 EDUCAZIONE SENTIMENTALE

PER

 ADULTI


-         di Rosella De Leonibus

 

…Non mi lasciare, / non piangerò più / non parlerò più, / mi nasconderò lì / a guardarti / danzare e sorridere / e ad ascoltarti / cantare e poi ridere, / lasciami diventare / l'ombra della tua ombra, / l'ombra della tua mano, / l'ombra del tuo cane, / ma / non mi lasciare… 

(da “Ne me quitte pas”, di Jacques Brel).

È con parole simili a quelle di questa indimenticabile canzone che si esprimerebbe una persona che non fosse ancora consapevole di essere incastrata in una relazione connotata dal breadcrumbing.

Cos'è il breadcrumbing? Alla lettera è "spargere briciole", come si fa per attrarre gli uccellini su un davanzale?  E’ Una formula di rapporto interpersonale, dove da un lato vengono trasmessi pochi segnali vaghi e forse contradditori, che restano profondamente ambigui, e dall’altro lato c’è la speranza che queste poche briciole diventino un nutrimento vero, diventino un incontro pieno; speranza che diventa attesa vana, attesa che diventa e attenzione ipervigile ai segnali stessi,  attenzione spasmodica a immaginare come reale quello che manca; mancanza che diventa negazione del dolore e della  frustrazione e delle ferite che questo tipo di relazione produce.

Chi propone una formula del tipo del breadcrumbing non va oltre il flirt, non procede oltre una frequentazione occasionale, non intende sbilanciarsi su progetti futuri, ma utilizza opportunamente microsegnali di contatto affinché l’altra persona continui a sentirsi legata, continui a sperare, a restare in attesa, per essere immediatamente disponibile ad aprire il becco e mangiare avidamente la piccola briciola che intanto sarà stata lanciata.

Sono ascrivibili alla formula del breadcrumbing le relazioni che non iniziano mai, quelle che rimangono sospese, quelle che sembrano improvvisamente poter evolvere, ma non sfociano mai in un impegno condiviso. Lo descrive efficacemente bene il dizionario inglese MacMillan: "qualcuno invia messaggi o lancia segnali che suggeriscono interessamento, mentre in realtà è sottintesa la reale intenzione di non iniziare una vera relazione".

MANIPOLARE PER AVERE CONTROLLO

C’è manipolazione emotiva, in questa formula di rapporto? Certo che sì, lo sbilanciamento forte del potere nella relazione lo chiarisce subito. Io ti cerco, ma se mi cerchi tu, mi nego. Io mi assento e scompaio appena dopo averti agganciato, ma se sei tu che ti assenti, allora io ti cerco, neanche troppo vistosamente, mando solo piccoli segnali, ma so che tu li coglierai perché hai fame delle briciole che ti ho dato in pasto e ne vuoi delle altre, sembrano così buone...

Semino briciole, come i pescatori che “pasturano” le anse dei fiumi, sapendo che l’indomani i pesci torneranno per avere cibo di nuovo, e so che allora ti prenderò facilmente all’amo. Abboccherai di certo alla mia proposta di un incontro intimo, alla mia richiesta di un qualche altro tipo di favore, magari anche denaro o un regalo costoso, oppure ti prometto la cosa che hai sempre sognato, ma certamente non definirò né come né quando, lascerò spazio ai tuoi sogni perché facciano apparire reale nella tua mente quello che per me è solo un’esca per pregustare quanto potere ho su di te.

Questa ambivalenza è la mia arma segreta, come una specie di apparizione magica, eccomi che arrivo, anche non direttamente, perché magari mi presento con un messaggio, con uno stato di whatsapp, con un mio post ambiguo sui social, con un commento o un like sul tuo profilo Instagram. Ti tengo a bagno maria, perché così intanto ti avrò agganciato e, quando vorrò, tirerò la lenza ed eccoti all’amo.

INDURRE INSICUREZZA

Pian piano, a forza di briciole, entrerò nel tuo hard disk mentale, imparerai a ragionare come fa comodo a me, anche in mia assenza. Se io mi allontano, ti domanderai mille volte cosa hai sbagliato. Penserai di avermi deluso, di non essere abbastanza… non abbastanza interessante, non abbastanza capace di fare a meno di me, non abbastanza veloce ad afferrare la briciola, a cogliere l’attimo in cui arriva, a dirmi di sì appena appaio all’orizzonte… Allora ti verrà in mente che la strategia migliore per avermi è non protestare mai, non chiedere nulla, e restare semplicemente in attesa che le mie briciole cadano su di te come manna dal cielo che dovrai mangiare subito, con gratitudine e fame, perché sennò scompariranno. E in cuor tuo arriverai a coltivare la speranza che, mantenendoti paziente e in fiduciosa passiva attesa, un giorno avrai l’intero pane, non più solo questi frammenti. 

La tua ansia e il tuo dolore silenziosi, quelli che intanto stanno mangiando brano a brano la tua autostima, sono preziosi per me, perché così tu diventi più debole, hai più fame, e ti mangerai anche le croste ammuffite. Nel controllare te, nell’averti sul mio schermo mentale come attraverso una telecamera di sorveglianza (perché anche se non mi manifesto, ti controllo sempre, lateralmente, per poterti buttare una nuova briciola quando stai per capire il gioco), mi sento forte e potente. I tuoi sentimenti feriti? Le tue speranze deluse? Le tue accuse e le recriminazioni con cui, al momento dell’esasperazione, mi confronti, per me sono una profonda soddisfazione, il segno visibile della mia efficacia. Dovrò solo decidere se tacitarti con una nuova briciola o farti sentire in colpa, in errore per la tua assurda pretesa e la tua ingratitudine davanti alla mia magnificenza.

Chi si trova incastrato in questa formula tossica di rapporto (ma dovremmo dire, più spesso, al femminile, incastrata, perché per la disparità di potere che c’è ancora tra i sessi e la sensazione di dover dipendere dalle scelte dell’altra persona è comunemente declinata al femminile), fa molta fatica a rendersi consapevole dei meccanismi manipolatori a cui soggiace. Si scivola pian piano nella sensazione di aver sbagliato qualche mossa nel gioco della relazione, si immagina di poter fare qualcosa, o doversi astenere da certe azioni, per poter rovesciare le sorti del rapporto e aver diritto a qualche briciola in più.

La trappola è la seguente: attribuisco a me stessa, sulla scorta del suggerimento implicito o esplicito del breadcrumber, la causa di questa avarizia affettiva del partner, e mi illudo di poterne cambiare prima o poi il comportamento nei miei confronti. Se poi succede di accettare briciole per anni e anni, si arriva facilmente alla conclusione che questo è ciò che meritiamo, che non possiamo accedere a nulla di migliore, che tanto è così che vanno le cose, che soffrire fa parte dell’amore, e vai con autolesionismi emotivi di questo tipo.

CONTROLLARE IL CONTROLLANTE

L’attenzione di chi subisce si sposta pericolosamente sul comportamento dell’altro, a decifrarne le regole implicite, come in un gioco di scacchi, dove devo evitare di trovarmi bloccata all’angolo della scacchiera. Controllare il controllante sembra allora la strategia migliore: se non faccio o non dico questo, se mi pongo così o cosà, posso far cambiare il gioco. Mi dimentico che l’altro è un professionista, e che al suo cospetto io maneggio solo da dilettante il perverso strumento della manipolazione emotiva. Al contrario, l’unica via per liberarsi da tale relazione tossica è tornare a centrarsi su di sé, e prendere sul serio le proprie sensazioni di malessere, non minimizzarle più, non immaginarle temporanee o frutto di un proprio errore, perché è proprio così che entriamo nella trappola e ci chiudiamo il lucchetto da sole.

Tornare alle proprie sensazioni, prenderle sul serio, seguire come evolvono in relazione alle azioni del breadcrumber. Accorgersi che all’inizio c’è attesa e speranza, c’è un attimo breve di entusiasmo e gratificazione, ma poi seguono lunghi giorni amari e confusi, affannosi tentativi di cercare un senso, ansiose attese di un nuovo segnale, e piccole speranze che si riaccendono, mentre nel tempo ci sentiamo più deboli e il nostro orizzonte si chiude pericolosamente su questa vicenda. Domandarci con onestà se è questo che vogliamo da una relazione, se crediamo davvero che possiamo farci bastare le briciole, se crediamo davvero che questa persona, proprio questa, non quella idealizzata che abbiamo costruito nella nostra mente, potrà darci l’amore che gli stiamo offrendo, quello che a noi sta costando tanta sofferenza muta.

USCIRE DALLA TRAPPOLA

Accorgerci di quanto fa male è solo il primo passo. Il secondo è destrutturare l’idealizzazione di chi ci fa del male, guardare questa persona nell’insieme, in un quadro unitario, e non a spot, come avviene con la luce stroboscopica, dove si vedono solo immagini staccate, tra le quali la nostra mente, per non entrare in dissonanza cognitiva, selezionerà quelle migliori e allontanerà dalla percezione quelle indesiderate, ingannandosi sulla loro marginalità.

Spesso è necessario uno sguardo esterno per accorgersi dalla trappola, e l’amico, l‘amica, il familiare che ci somministra la doccia gelata della consapevolezza non sarà certo un “ambasciator che non porta pena” … Ci ribelleremo come un gatto arrabbiato al tentativo degli altri di farci aprire gli occhi, ci preoccuperemo di difendere l’immagine del breadcrumber oltre ogni evidenza. È difficile mettere in discussione se stesse e le proprie scelte quando siamo sottilmente consapevoli che entrambe sono state ampiamente manipolate. Bisognerebbe ammettere di essersi lasciate trasportare in un gioco che gratifica solo l’altro; tuttavia, qualcosa comincerà a scalfire il muro di omertà che abbiamo costruito intorno a questa relazione, e da lì può cominciare il cammino di autoliberazione.

E' opportuno uscrire dalla trappola ed evitare di ricaderci.

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