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giovedì 23 aprile 2026

GENITORI E FIGLI



Un viaggio 

nelle parole 

delle nuove

 generazioni, 

per capire

 cosa ci rivelano 

del nostro mondo


Se il genitore vuole essere un amico 

deve saper rispettare alcuni confini

La famiglia d’origine e la famiglia del cuore ricoprono ruoli complementari

Crescere significa attraversare relazioni diverse, e cercare la propria strada nel mondo

Con questa serie di articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.

-         di LUIGI BALLERINI*

Quanta importanza assume l’amico nella giovinezza, nient’affatto presenza accessoria, ma primo vero punto di appoggio dopo mamma e papà. Entra nella vita per caso – un banco condiviso, lo spogliatoio della stessa piscina, una chat che si allunga perché c’è sempre qualcosa da dirsi – e nel giro di poco diventa qualcuno che sembra esserci sempre stato. Con l’amico si può stare meno in difesa perché c’è un margine di fiducia che si costruisce rapidamente, in modo quasi impercettibile. A lui ci si può presentare anche nei lati meno presentabili, nelle goffaggini, in quelle insicurezze che altrove si tengono coperte.

E questa accoglienza, per chi cresce, è un’esperienza potentissima. L’ amico sa convincere a uscire quando si preferirebbe restare in casa, sa tenere dentro una partita quando si vorrebbe mollare, sa restituire un’immagine migliore di quella che si ha in testa. L’amico è presente nei momenti luminosi, quelli delle risate che non si riescono a trattenere, delle vittorie condivise che diventano più grandi proprio perché conquistate insieme, dei pomeriggi in cui la vita scorre a chiacchierare e giocare e mangiare e raccontarsi senza accorgersi che la sera è già qui. L’amico resta anche quando qualcosa si incrina. Quando a scuola va male, quando ci si sente fuori posto senza sapere bene perché, quando tutto intorno sembra essersi alzata solo una nebbia gelida. A volte lui ha le parole giuste, ma sa anche ascoltare, senza il bisogno di riempire i silenzi, già densi della sua presenza. E in questa alternanza tra leggerezza e fatica, tra spinta e accoglienza, si costruisce qualcosa che somiglia molto a un legame familiare. Quando i ragazzi parlano di amicizia come di “famiglia del cuore” non stanno usando un’espressione poetica, stanno descrivendo un’esperienza concreta di legame, di là dai legami di sangue, in certo modo “comandati”. 

Ci si sceglie per affinità, per risonanza, a volte anche per bisogno. Ed è lì che si fanno le prime prove di lealtà fuori dal perimetro protetto della famiglia di origine, è lì che si scopre che qualcuno può essere vicino solo per scelta. M a come tutte le famiglie, anche questa conosce tensioni, distanze, fraintendimenti, allontanamenti improvvisi. Dentro queste relazioni entrano anche i primi tradimenti: una confidenza riportata ad altri, una preferenza che si sposta, un’assenza proprio nel momento in cui serviva esserci. Episodi che, visti dall’esterno, possono sembrare marginali, ma che per chi li vive segnano una linea netta, tra prima e dopo. L’amicizia così cessa di essere solo un luogo di riconoscimento per diventare anche un luogo di esposizione: si scopre che fidarsi comporta sempre un rischio, che l’altro ha un suo volere, che non può essere controllato o manovrato, che non lo si può avere sempre come lo si desidera. Finora abbiamo parlato della “famiglia del cuore” che si costruisce fra ragazze e ragazzi, ma a questo punto si apre per noi adulti una questione meno scontata di quanto sembri: possiamo essere amici dei nostri figli, alunni, nipoti? Possiamo spendere compiutamente la parola amico nei loro confronti? La risposta sta in una distinzione.

N on vada il nostro pensiero all’idea di genitore o docente- amico in voga alcuni decenni fa, e che vedo ritornare con una certa frequenza nel discorso odierno, quella in cui l’adulto sparisce, si annulla e smette di fare da guida, rendendosi talora complice e troppo indulgente. Non è questo che loro cercano. La complicità che evita il conflitto e rincorre il consenso non costituisce un legame solido, anzi alla lunga lo rende più fragile. C’è invece un modo in cui la parola amicizia può entrare nel rapporto giovane-adulto senza confondere i piani. È quando ci diciamo amici del loro pensiero, per usare un’espressione coniata dallo psicoanalista Giacomo B. Contri. 

L’amicizia per il pensiero di un giovane corrisponde alla stima per la sua abilità nel cercare soluzioni alle proprie questioni individuali, nel comporre una legge di moto del suo corpo efficace nella realtà che gli permetta di ricevere e offrire soddisfazione dentro i rapporti e che lo faccia prendere iniziativa e muoversi per trarre beneficio dagli altri in una felice reciprocità. È grazie a questa stima per il suo pensiero che si potranno valorizzare, nel senso di riconoscerne il valore già esistente, tutti i tentativi ben fatti per stare al mondo, e allo stesso modo correggere le maldestrie e le sviste che esitano in atti sconvenienti. 

L’ adulto amico è quello che sostiene, incoraggia, difende e corregge. Sostiene, ossia prende sul serio le fatiche e le iniziative, le regge senza sostituirsi, offre appoggio senza togliere responsabilità. Incoraggia, nel senso che riconosce i passi fatti, anche piccoli, e rilancia quando l’altro si ferma, aiuta a non ritirarsi di fronte alle difficoltà. Difende, cioè protegge quando serve, con discrezione interviene e fa da argine rispetto a contesti che rischiano di schiacciare e far male. Corregge senza umiliare, indicando l’errore per quello che è, aiutando a leggerlo e a trovare soluzioni alternative, mantenendo ferma la relazione anche quando è necessario dire e sostenere un no. E d è forse qui che le due dimensioni si incontrano. 

Da una parte l’amicizia fra pari, quella in cui si impara a fidarsi, a esporsi, a scegliere e a farsi scegliere. Dall’altra quella dell’adulto, che non invade quella scena, ma la facilita e, nel rapporto educativo, offre strumenti di pensiero, mezzi e occasioni per giudicarne in proprio la bontà e la costruttività. Crescere non significa infatti sostituire una famiglia con l’altra, quella di sangue con quella di cuore, come la definiscono loro, ma attraversare relazioni diverse che nella loro complementarietà aiutano il soggetto a costruire la sua strada nel mondo, a prendere forma compiuta nella propria autonomia e responsabilità. 

Essere amici dei ragazzi sta anche in questo: aiutarli a individuare e mantenere amici veri, quelli con cui scegliere di diventare grandi.

*Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

www.avveenire.it

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venerdì 27 marzo 2026

SIGNORI O FIGLI ?

 


 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti )

- di Alessandro D’Avenia

In un tema dato ai miei studenti, ispirato al racconto di Platone secondo cui le anime scelgono il proprio destino prima di dimenticare tutto e incarnarsi, ho chiesto loro di immaginare di entrare in un negozio misterioso, dall'insegna “Vite possibili”, ingombro di oggetti di tutti i tipi, a ciascuno dei quali corrisponde una vita: pazza, imprevedibile, tranquilla, appassionata, rischiosa...

 Avrebbero potuto scegliere un oggetto e provare per qualche minuto quella vita. Mi sono divertito a leggere i loro sogni di futuro incastonati in un simbolo. Uno di loro racconta di aver scelto una riproduzione di Guernica di Picasso ed essersi prima ritrovato a vedere e sentire il dolore che la guerra provoca agli innocenti, e poi di aver incontrato una donna con un bambino in braccio, ignara di che cosa significhi la parola guerra, perché in quella “vita possibile” la guerra non esiste. È solo l'utopia di un quattordicenne bombardato dalla cronaca di un mondo in fiamme a causa dei suoi leader, e di fronte al quale si sente impotente come molti di noi? Mi è allora venuto in mente il libro che darò loro a breve nel percorso di letture alla scoperta dell'adolescenza: “Il Signore delle Mosche” (1954) del premio Nobel inglese William Golding (trasposto di recente in una bella quanto angosciante serie dallo stesso autore della miniserie Adolescence), che narra l'origine di ogni guerra, micro e macro. 

 «Prima della Seconda guerra mondiale credevo nella perfettibilità dell’uomo in società; che una corretta struttura sociale avrebbe prodotto buone intenzioni; e che quindi una sua riorganizzazione avrebbe potuto eliminare tutti i mali della società. Forse oggi credo di nuovo in qualcosa di simile, ma dopo la guerra non ci riuscivo più. Avevo scoperto ciò che un uomo può fare a un altro uomo... azioni compiute, con grande abilità e freddezza, non da cacciatori di teste o da una tribù primitiva, ma da uomini istruiti, dottori, avvocati, da persone con una tradizione di civiltà alle spalle, a esseri umani come loro... Chiunque sia vissuto in quegli anni senza capire che l’uomo produce il male come l’ape produce il miele è cieco o pazzo... Allora credevo che l’uomo fosse malato, non parlo dell’anomalia, dell’eccezione, bensì dell’uomo comune. Ritenevo che l’umanità fosse affetta da una malattia morale, e che il meglio che potessi fare fosse identificare il collegamento tra la sua natura malata e il caos internazionale in cui si era cacciata», parole adatte alla situazione attuale e che Golding scriveva negli anni '60 in un saggio divenuto la postfazione al romanzo, riferendosi agli orrori della guerra vissuta in prima persona, per spiegare le circostanze del capolavoro il cui titolo gli fu suggerito dal poeta T.S.Eliot, perché “Signore delle Mosche” (Baal Zebub, da cui Belzebù) è il nome biblico di Satana.  

Il libro narra la storia di un gruppo di preadolescenti di una scuola maschile inglese che, precipitati su un'isola paradisiaca del Pacifico dopo un incidente aereo al quale non scampa nessun adulto, devono organizzarsi per sopravvivere. Gli esiti sono sconvolgenti. Golding, maestro elementare, si era ispirato a un episodio scolastico: aveva diviso la classe in due gruppi per farli dibattere su un argomento ed era uscito dall'aula. In sua assenza i ragazzini invece di dibattere avevano cominciato a combattere... “Il Signore delle Mosche” uscì nel 1954, lo stesso anno in cui in Inghilterra fu dato alle stampe un titolo simile: “Il Signore degli Anelli” di J.R.R.Tolkien. Elaboravano entrambi il dramma della guerra e la stessa domanda: da dove viene la guerra? Dal potere. E il potere? Per i due scrittori, con accenti molto diversi, il male viene dalla condizione umana: gli animali non fanno la guerra. Perché noi sì? Non ci siamo dati la vita da soli ma l'abbiamo ricevuta, e quindi radicale in noi non è la malvagità né la bontà, ma la precarietà. Il sapere di non essere all'origine della vita ci rende affamati di pienezza: non lottiamo per la sopravvivenza della specie (logica vorrebbe infatti non fare guerre potenzialmente fatali per la specie), ma per sentirci potenti: Signori. Una condizione che, credenti o no, la Genesi narra nel racconto di Adamo ed Eva, che rappresentano l'Umanità e l'Umano di fronte alla vita. Mangiare dell'Albero della conoscenza del bene e del male (il desiderio di pienezza totale, autonoma e definitiva) è diventare Dio, essere l'origine della propria vita: il divieto di mangiarne non è una puerile negazione della marmellata nascosta in alto ma segna, in un'immagine, la distinzione creatore-creatura, valicabile solo a gran prezzo: ritrovarsi “nudi” di fronte alla verità. La teologia cristiana definisce questo tentativo “peccato originale” (il serpente dice “Se mangerete dell'albero diventerete come Dio”), che è in realtà una “impotenza originaria”, cioè la condizione di ogni uomo, che deve scegliere se accettarsi creatura o farsi creatore.  

 Nessuno di noi ha creato la vita che ha, e questo comporta due modi di starci dentro: la paura di essere fondati sul nulla e quindi la volontà di impadronirsene (e tre sono le “P” che danno l'illusione di questo infinito: piacere, possesso, potere), oppure la gratitudine di averla ricevuta e quindi la volontà di restituire il dono (i talenti di cui narravo la scorsa settimana). “In Adamo ed Eva c'eravamo anche noi” mi sentivo dire al catechismo, ma non mi convinceva perché io non c'ero, poi capii che significava “sei come loro”, partecipi al dramma umano: impadronirsi della vita o trasmetterla? Qui è il discrimine, a ogni livello, tra male e bene: il primo è l'esito della paura, “non hai la vita, prenditela” (il frutto dell'albero); il secondo viene dalla riconoscenza, “ringrazia di averla ricevuta, passala” (gli alberi del racconto sono due, l'altro è l'Albero della Vita, a cui l'uomo ha invece libero accesso: la vita è gratuita).  

 In questi giorni pre-pasquali viene ripetuto che Cristo “libera l'uomo dal peccato”. Che vuol dire? Non che lo rende impeccabile, ma che gli rende visibile (egli si dice “il Figlio”) e amabile (“Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”) la condizione umana: sei figlio, creatura che ha ricevuto la vita, allora vivi e lotta perché gli altri vivano. “Togliere il peccato” significa quindi prima spezzare l'illusione di poter uscire dalla condizione creaturale eliminando la precarietà radicale che ci terrorizza (a questo erano già arrivati i Greci con la hybris, l'eccesso di chi nega la propria condizione mortale), e poi restituire le energie creative sprecate a impadronirsi della vita (il transumanesimo tecnologico, gli abusi sui bambini, le spropositate ricchezze economiche di pochi e a scapito del creato sono la versione attuale delle tre “P” e di questa pretesa), e impegnarle per crescere, creare, fiorire, a beneficio di tutti.  

Nei libri di Golding e Tolkien fa il male chi dimentica o nega la sua mancanza radicale, non si riconosce dato alla vita, “figlio”, e vuole darsi la vita da solo, essere “signore”, ma, non avendo l'energia di un creatore, per sentirsi tale sottrae la vita agli altri e al mondo. Per questo abbiamo inventato il diritto, limite agli eccessi di potere e custodia della libertà personale. Quelli che sembrano libri di avventura per ragazzi sono scomode descrizioni dell'uomo bellico: non verrà il mondo in cui il male e quindi la guerra saranno eliminati del tutto, perché non ci affrancheremo mai dalla nostra condizione di creature, condizione che comporta il dramma della scelta tra la via della paura e quella della riconoscenza, tra male e bene, tra il potere (sostantivo) sulla vita e il potere (verbo) dare la vita.  

Signori o figli? Quello che possiamo fare è educare a riconoscere e amare la nostra condizione fragile, cosa che porta alla cura del mondo e degli altri, e conviene alla specie e al singolo. 

E poi unirsi per non permettere ai Signori delle mosche o degli anelli di intimorirci e sottometterci.

Alzogliocchiversoilcielo

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sabato 27 dicembre 2025

CRESCERE I FIGLI

 


LE RELAZIONI

 DI AFFETTO

Galimberti: “Per crescere figli felici c’è un’unica soluzione: le relazioni d’affetto. Dove c’è amore si cresce bene, bisogna gratificare i figli quando fanno un passo avanti”

Riflettendo sul rapporto tra genitori e figli, Umberto Galimberti spiega perché le relazioni affettive, la comunicazione e il riconoscimento dei piccoli progressi sono decisivi nella crescita emotiva dei più giovani

Il rapporto tra genitori e figli si costruisce giorno dopo giorno attraverso gesti apparentemente piccoli, ma carichi di significato: uno sguardo che incoraggia, una parola che sostiene, una presenza che rassicura. È in questo spazio quotidiano, fatto di attenzione e riconoscimento reciproco, che si pongono le basi di una crescita emotiva equilibrata.

Eppure, nella società contemporanea, dominata dalla velocità, dalla tecnica e dalla prestazione, il tempo dedicato alle relazioni affettive sembra ridursi sempre di più. I genitori si trovano spesso disorientati, divisi tra il desiderio di proteggere i figli e la difficoltà di esercitare un ruolo educativo autentico, capace di coniugare amore, ascolto e autorevolezza. È proprio su questo punto che si inserisce la riflessione di Umberto Galimberti, che invita a interrogarsi sul profondo cambiamento che ha attraversato la genitorialità negli ultimi decenni: “Prima i genitori erano supportati dalla società e quindi era riconosciuta l’autorità paterna, che era sostanzialmente quella della tradizione.

Poi i padri sono diventati amici dei figli, sono caduti nel mito del giovanilismo, hanno ceduto alle loro dimensioni affettive calibrate sulla pura passione per cui quando finisce la passione ci si separa e si divorzia. In pratica la società ha insegnato il principio di piacere (perché la società è diventata opulenta) che si è riverberato anche nell’ambito della famiglia”.

Con queste parole il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti pone l’accento sulla metamorfosi che ha subito la genitorialità nel corso degli anni. “Le parole dei genitori sono efficaci da zero a 12 anni. Dopo i ragazzi devono andare incontro alla separazione dal mondo genitoriale e passare dall’amore incondizionato da cui sono stati gratificati quando erano bambini, all’amore condizionato che è quello orizzontale con i propri amici. I padri di solito non parlano con i figli: nella società della disciplina incaricavano le madri ma anche dopo hanno continuato a non farlo, perché si annoiano.

Le madri invece parlano sì, però sempre a livello fisico: non uscire con i capelli bagnati, mettiti la maglia, stai attento ai semafori. Mai una domanda psicologica, mai che si chieda al figlio: sei felice?”, in tal modo il filosofo continua la sua profonda e significativa riflessione. Dunque, Umberto Galimberti esorta i genitori a parlare con i propri figli, ad ascoltarli, perché uno sguardo attento, una carezza, un abbraccio inaspettato possono scaldare il cuore, ponendo fine alle più grandi avversità.

“Per crescere i figli in modo felice c'è un’unica soluzione: le relazioni d'affetto. Là dove vige l'amore si cresce bene, là dove vige la violenza o il gelo emotivo si cresce male": queste le parole pregne di significato pronunciate dal filosofo con grande forza e determinazione.

“Quando si entra nelle famiglie a volte si sente urlare, altre volte c’è quel silenzio, soprattutto nelle classi borghesi elevate, che è più freddo dell’ira. Quel gelo che si crea nella non comunicazione generale, e che i telefonini hanno amplificato: avete presente quelle famiglie al ristorante, ognuno con il suo cellulare in mano e ognuno nel suo mondo?”, in tal modo Umberto Galimberti sottolinea la pericolosità della “non comunicazione”.Alla luce di queste riflessioni, appare chiaro come il vero compito educativo non consista nel controllare o giudicare, ma nel riconoscere i passi avanti dei figli, nel sostenerli anche quando arretrano, nel creare un clima emotivo capace di farli sentire visti e accolti. Non esistono formule perfette né manuali infallibili per crescere figli felici. Esiste però una certezza: l’amore, quello fatto di presenza reale, comunicazione e attenzione quotidiana, è ciò che permette ai figli di crescere in modo sereno e responsabile. È questo il terreno su cui si costruiscono relazioni solide, capaci di resistere al tempo e alle difficoltà della vita.

Per te, lettore che ci segui: quanto spazio trovano oggi, nella tua vita quotidiana, l’ascolto e l’attenzione verso le persone che ami? Ti sei mai fermato a riflettere su come comunichi con i tuoi figli o con chi ti sta accanto?

A scuola oggi

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venerdì 12 dicembre 2025

UNA SOCIETA' STERILE

           Non si genera futuro


NASCITE: Sempre più giù. 

In 15 il doppio dei centenari. 

 

 di LELIO CUSIMANO

 L’evoluzione demografica del nostro Paese continua a muoversi lungo due traiettorie divergenti: da un lato una natalità sempre più esile, dall’altro una longevità che avanza con forza.

È da quest’ultimo dato che conviene partire, seguendo le parole del presidente dell’Istat, Francesco Maria Chelli, che ha sottolineato come «in quindici anni i centenari siano raddoppiati, passando da 10 mila a quasi 24 mila unità». È un segnale positivo, testimonianza dei progressi nella qualità della vita e nella medicina; sul versante opposto, però, le culle continuano a svuotarsi.

I dati provvisori relativi ai primi sette mesi dell’anno confermano un quadro ormai strutturale: le nascite rimangono sotto la soglia delle 200 mila unità, in ulteriore flessione rispetto al passato.

Un calo che non sorprende, perché ha radici profonde e lontane. Già alla fine degli anni Settanta il numero medio di figli per donna era sceso stabilmente sotto la soglia dei due necessari al ricambio generazionale. Da allora le nuove generazioni sono sempre più piccole di quelle dei loro genitori, mentre l’aumento della speranza di vita ha progressivamente gonfiato la fascia più anziana della popolazione.

Gli effetti li vediamo ogni giorno, non solo nelle statistiche: nel 2024 il numero medio di figli per donna è sceso a 1,18, ritoccando al ribasso un record negativo che resisteva dal 1995. E l’età media alla nascita del primo figlio sfiora ormai i 32 anni.

 Le famiglie si fanno più piccole, gli orizzonti più incerti.

 Perché succede? Le ragioni sono molteplici e intrecciate: l’instabilità lavorativa e abitativa che pesa sulle nuove generazioni; la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare; la percezione di un futuro fragile, poco accogliente. Ma sarebbe miope ignorare anche la dimensione culturale: la scelta di avere un figlio si colloca oggi in un contesto in cui autonomia, carriera e aspettative individuali hanno assunto un peso diverso rispetto al passato.

Frenare la denatalità non è impossibile, ma richiede un cambio di passo. Significa creare le condizioni perché chi desidera diventare genitore possa farlo davvero. Significa investire in politiche familiari stabili, rafforzare l’occupazione giovanile, ampliare i servizi per l’infanzia, sostenere la parità di genere. 

La sfida è duplice, perché riguarda anche il modello di Welfare: non bastano più asili nido efficienti, serve una rete che sostenga anche la crescente domanda di cura degli anziani, i nonni di domani.

La demografia non è un destino, ma una scelta collettiva.

E riguarda la qualità del Paese che vogliamo costruire. L’Italia potrà tornare a generare futuro solo quando smetterà di considerare la natalità un indicatore statistico e inizierà a riconoscerla come un traguardo comune.

Denatalità

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venerdì 5 dicembre 2025

GENITORI E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

 

Genitori nell’era dell’Intelligenza Artificiale

 la sfida che non possiamo delegare

 

 

 di Giovanna Abbagnara

 

Un adolescente seduto sul letto, lo schermo illuminato davanti al viso, le cuffie nelle orecchie. Parla a qualcuno che non vediamo. Sorride. Si confida. Chiede consigli ma dall’altra parte non c’è un amico, non c’è un adulto affidabile, non c’è nemmeno un coetaneo. C’è una chatbot. Un algoritmo. Un programma addestrato a essere sempre disponibile, sempre gentile, sempre d’accordo. Questa scena non appartiene più alla fantascienza malinconica di “Her”. È già entrata nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre famiglie – spesso senza che ce ne accorgessimo.

Chi sta educando davvero i nostri figli? I nuovi chatbot “affettivi”, gli AI Companion, non si limitano a rispondere alle domande: costruiscono relazioni. Assumono identità, imitano personaggi, si modellano sulle emozioni dell’utente. E soprattutto non deludono mai: non rimproverano, non dissentono, non hanno limiti.

La tentazione per un adolescente è fortissima: un “amico perfetto” sempre disponibile, che ti ascolta anche alle tre di notte, che ti consola, che ti dà ragione ma questa perfezione è artificiale, e proprio per questo pericolosa.

Le prime ricerche – e alcune inchieste giornalistiche internazionali – mostrano quanto possa diventare forte la dipendenza emotiva, fino a sostituire legami reali, amicizie vere, il dialogo con i genitori. Stiamo consegnando ai nostri figli uno strumento capace di insinuarsi dove noi facciamo fatica ad arrivare: nel buio delle loro incertezze, nelle domande più intime, nei turbamenti dell’età dello sviluppo. E spesso il chatbot risponde. Anche quando non dovrebbe.

Google ha da poco annunciato che il suo chatbot Gemini sarà disponibile anche per i bambini sotto i 13 anni tramite Family Link. Nella stessa comunicazione invita i genitori alla prudenza e avverte che potrebbero comunque comparire contenuti inadatti. Una contraddizione che non possiamo ignorare. Il mercato dell’AI sta correndo verso gli utenti più piccoli: più sono giovani, più cresceranno fedeli alle piattaforme. Noi genitori sappiamo bene, o almeno dovremmo sapere, che non tutto ciò che è innovativo è automaticamente buono.

Vent’anni fa ci siamo detti la stessa cosa dei social: “Porteranno connessione, amicizia, creatività”. Oggi contiamo i danni di quell’entusiasmo cieco: dipendenze, ansia, disturbi del sonno, isolamento, polarizzazione. Vogliamo davvero ripetere l’errore?

 La legge esiste, ma da sola non basta. La normativa italiana ha fissato il limite dei 14 anni per l’uso autonomo delle piattaforme e dell’AI generativa. AGCOM ha imposto filtri sulle SIM dei minorenni. Sono passi importanti ma ogni educatore lo sa: nessuna legge può sostituire il legame educativo. Nessun divieto può tenere se un ragazzo è lasciato solo davanti a uno schermo che gli promette comprensione infinita. Il vero lavoro si gioca altrove: nel rapporto quotidiano, nella testimonianza degli adulti, nella capacità della comunità di assumersi la responsabilità dei più giovani.

Serve un patto educativo. Non per frenare l’innovazione, ma per salvaguardare l’umano. In molte scuole, oratori, associazioni, famiglie si sta diffondendo l’idea di un patto digitale di comunità: decidere insieme quando consegnare lo smartphone, stabilire regole comuni, sostenersi a vicenda di fronte alla pressione sociale che ci vuole tutti sempre connessi. 

Qui si trovano informazioni importanti: Patti digitali.it. 

È una strada concreta, realistica. Perché il problema non è lo smartphone, né l’intelligenza artificiale in sé. Il problema è la solitudine dei nostri figli, e la tentazione degli adulti di delegare troppo. L’AI può essere un aiuto straordinario – anche educativo. Ma non può prendere il posto di una madre che ascolta, di un padre che accompagna, di una comunità che protegge. Non ha un cuore, non ha una storia, non ha amore da donare. Ha solo dati. E agli adolescenti questo non basta. Anche se, nell’immediato, sembra rassicurante.

Alla fine, la questione è una sola, ed è urgente: vogliamo che i nostri figli imparino a vivere da un algoritmo, o da noi? La risposta non la daranno le aziende, né le istituzioni, né la tecnologia. La daremo noi genitori, scegliendo se restare vigili, presenti, coraggiosi – oppure lasciare che siano le chatbots a educare i nostri ragazzi nel momento più fragile della loro crescita. Siamo ancora in tempo. Ma il tempo sta correndo veloce. Come sempre, più della tecnologia corre il cuore dei nostri figli, che cercano qualcuno che li guardi negli occhi e dica loro: “Ci sono. Possiamo parlarne”. E questo, nessuna chatbot potrà mai farlo al posto nostro.

 Leggi anche: L’uomo nell’era delle macchine

Punto Famiglia



venerdì 9 agosto 2024

L'ASSENZA DEI PADRI

Il padre assente emotivamente impedisce lo sviluppo emotivo e cognitivo dei  figli (soprattutto in tempo di Covid) - Progetto Radici

COSA RESTA 

DEL PADRE?

 

Intervista 

di Marialena Spyropoulou 

a Massimo Recalcati

 Massimo Recalcati, filosofo, psicoanalista e scrittore italiano, ha visitato la Grecia lo scorso autunno per tenere una conferenza nel centro di Atene in occasione dell'uscita del nuovo libro dal titolo "Cosa resta del padre? {La paternità nell'era ipermoderna}", Casa Editrice Keleuthos , trd. Christos Poniros. In questo intervento ho avuto l'onore di essere invitata dalla casa editrice a presentarlo e ad accompagnarlo in una discussione-conoscenza con il pubblico greco.

Inoltre, fin dal primo momento della loro pubblicazione in Grecia, i suoi libri mi hanno affascinato e mi hanno aperto nuovi orizzonti, nuovi modi di pensare. E non sono l'unica persona. In quel difficile sabato pomeriggio nell'impraticabile centro di Atene sotto una pioggerellina – bloccato da una gara ciclistica – la hall dell'Hotel Caravel era piena di gente che l'aveva letto e voleva ascoltarlo dal vivo. Ha dimostrato che anche come oratore è influente, contagioso dalla passione della vita e dei sentieri psicoanalitici che ha ormai percorso e scavato. Così, subito dopo il nostro caloroso incontro, è nata l'idea di iniziare una breve conversazione via e-mail dopo la sua partenza, al fine di colmare alcune idee che non erano state dette o di trattenerlo ancora un po’ ad Atene. Questa discussione non avrebbe avuto luogo senza il traduttore e suo amico Christos Poniros, che ha funzionato non solo come intermediario fra il greco e l'italiano, ma anche come profondo conoscitore di Recalcati e della sua opera. Ringrazio entrambi pubblicamente.

 1-Ηa recentemente visitato Atene e ha fatto un discorso che ha avuto molto successo ad un pubblico molto appassionato. Quale e' stata la sua impressione in merito? Ho avuto l' impressione che non fosse consapevole di quanto siano apprezzati i suoi libri in Grecia?

 Sapevo da Christos Poniros, mio amico e traduttore greco, che i miei libri erano letti e amati nel vostro paese. Ma non mi aspettavo comunque di incontrare l’entusiasmo che ho incontrato. In fondo ho avuto la conferma che esiste un filo diretto tra i nostri due paesi, una sensibilità e un modo di pensare prossimi. Quando venne pubblicato il mio primo libretto titolato La forza del desiderio non avevo idea che avrebbe potuto germinare un campo così ampio. Ho trovato, dopo quarant’anni dal mio primo viaggio in Grecia, la stessa luce che vidi da ragazzo…

 2-"Parla di una luce che vide da bambino. È riferito a un suo viaggio in Grecia? Oppure ad una luce collegata alle sue letture? Quale luce cercava da bambino nei suoi libri e negli uomini? Il suo primo contatto, se non mi sbaglio, è stato con la politica ma anche con la filosofia. Cosa hanno in comune questi due paesi [L' Italia e la Grecia] nella sua psiche?"

 Del mio primo viaggio in Grecia rimasi colpito dalla luce. Suono delle cicale, azzurro del mare e luce. Allora ero immerso nello studio di Heidegger e non si può comprendere Heidegger senza tenere conto del del suo profondo rapporto con la verità, con l’aletheia della filosofia greca che egli non a caso ha anche tradotto con la parola Lichtung che significa aperto, radura, ma che rinvia anche alla luce. La Magna Grecia è una delle grandi matrici dell’Europa. E allora le nostre terre erano una unica terra. Io sono cresciuto in pianura, al Nord, ma la stessa sensazione di aperto, di luce e di mare l’ho provata visitando la Sicilia, la costiera amalfitana e il Sud dell’Italia. Il Mediterraneo è stata una straordinaria figura dell’aperto e della luce per secoli. Ho studiato con passione la filosofia greca ma anche la grande tragedia greca. Difficile comprendere Freud se non si considera questa radice profonda della psicoanalisi: Sofocle, Empedocle, Eraclito, Platone…

 3-Si è immerso nella filosofia e fu iniziato alla luce, all' apertura che si era spalancata davanti ai suoi occhi ma forse anche nella sua psiche. Quando si è reso conto di essere interessato all' essere umano? Quando si è reso conto che i suoi studi non erano destinati a rimanere nell’ambito della filosofia ma che si sarebbero orientati verso la clinica, la terapia, la psicoanalisi?

 La mia carriera di filosofo è stata bruscamente interrotta dalla angoscia. Nell’estate del 1985 avrei dovuto scegliere tra Pisa e Francoforte per continuare gli studi di filosofia, ma mi sono trovato l’inconscio di traverso. Un’angoscia che non sapevo governare aveva interrotto i miei piani. Dovevo fare i conti con me stesso. Iniziai da lì a breve la mia prima analisi. Feci dapprima esperienza dell’inconscio come un intruso che esigeva di essere ascoltato. La ragione della filosofia lasciò il passo ad un altro sapere. Mi sentivo come quell’allievo immaginato da Kierkegaard che, di fronte ad una lezione magistrale di Hegel, interviene dicendo: “Sì Professore, tutto straordinariamente affascinante, ma io resto angosciato! Chi si occupa della mia angoscia?”

 4-Allora è a causa di quel sentimento pressante che si decise di trovare chi si poteva occupare della sua angoscia? La sua vita sentimentale chiedeva uno spazio per poter esprimersi. E di conseguenza fu iniziato alla psicoanalisi. Scoprì che aveva bisogno di un collegamento con qualcuno che fosse più reale di un' idea/concetto. Fu per lei una frustrazione? Un sollievo? La sua angoscia si espresse in diverse forme?

 Incontrai l’inconscio come un ostacolo imprevisto, come qualcosa che deviava una strada già determinata. Ma in ogni percorso non è forse sempre così? E’ quello che Epicuro chiamava clinamen. Una piccola deviazione che sposta la caduta a picco degli atomi e genera forme inattese e nuove. L’angoscia mi obbligava a cambiare strada. Iniziai a parlare ad un’analista del buio in cu mi trovavo. Si diventa analisti così. È accaduto anche a Freud. Ne  L’interpretazione dei sogni, la più parte dei sogni e degli incubi che interpreta sono i suoi. Si diviene psicoanalisti incontrando il proprio inconscio, diventando il proprio inconscio. Da quel buio nacque un nuovo desiderio, quello, appunto, di diventare psicoanalista. Abbandonai la carriera filosofica e iniziai la mia prima analisi a Milano con un allievo diretto di Lacan.

 5-Potrebbe parlarmi un po' di più del suo analista, del periodo in cui si è trovato in analisi?

 Ho fatto due analisi con due allievi diretti di Lacan. La prima a Milano con Carlo Viganò, la seconda a Parigi per dieci anni con Jacques-Alain Miller. L’angoscia e una certa inclinazione depressiva erano i miei sintomi. Non volevo morire. Ero, infatti, nato con la morte addosso, ricevendo i sacramenti del battesimo e della estrema unzione nello stesso tempo. Ero stato un bambino cosiddetto prematuro, nato settimino. Dunque, per le conoscenze mediche dell’epoca, destinato alla morte. Ma il lavoro analitico mi ha fatto scoprire che l’angoscia della morte non era solo il mio punto più debole, quanto la mia più grande risorsa. Si trattava di vivere il più a fondo possibile per scongiurare quell’angoscia, di spendermi senza riserve in tutto ciò che facevo. Di qui la produzione di un nuovo sintomo, quello della scrittura. Molti in Italia mi rimproverano di scrivere troppo. Ma non conoscono il mio segreto. Il carattere torrenziale, se vuoi addirittura compulsivo, della mia scrittura è il modo che ho inventato per ritardare la morte. I sintomi, come spiega la psicoanalisi, non vanno estirpati nel nome di una normalità solo illusoria, perché sono i luoghi dove la nostra singolarità più intima può trovare la sua espressione più feconda…

 6-Cosa era quello che l'ha spinta ad occuparsi dei disturbi alimentari?

 La prima paziente era una giovane bulimica. Questo mi costrinse ad occuparmi di disturbi dell’alimentazione. Poi entrai a fare parte di una delle associazioni maggiori che in Italia si occupavano di questi pazienti e nel giro di pochi anni divenni suo il direttore scientifico nazionale. Avevo meno di quarant’anni. Il libro che testimonia questo mio lavoro iniziale fu L’ultima cena che uscii nel 1997 e che sosteneva una tesi pionieristica, oggi assorbita in gran parte dalla comunità scientifico-clinica che si occupa di questi problemi. Non esiste l’anoressia al singolare, ma anoressie plurali che devono essere diagnosticate in modo differenziale. Di qui la necessità anche di differenziare i trattamenti. Non si può curare con lo stesso setting e con la stessa logica terapeutica una anoressia melanconica e un’anoressia isterica. Ma il mio lavoro nel campo dei disturbi dell’alimentazione è proseguito sino ad oggi, sia all’interno di Jonas, sia come supervisore clinico di una comunità residenziale a Bologna per casi gravi, sia come attività scientifica di ricerca e di trasmissione. Ho insegnato per quindici anni Psicopatologia dei disturbi dell’alimentazione all’Università di Pavia. Di fatto, la clinica dei disturbi dell’alimentazione è una clinica del femminile e una clinica della depressione. Due poli che hanno da sempre catturato il mio interesse. In fondo era il mistero di mia madre. Aveva uno strano rapporto col cibo; era in perenne dieta. Ne era attratta ma lo evitava. Era il suo modo per preservare la sua bellezza che ricordava molto quella della vostra Irene Papas che conobbi nella sua magistrale interpretazione della Penelope dell’Odissea in uno sceneggiato della televisione italiana della fine degli anni Sessanta…

 7-Per quale motivo crede che noi donne abbiamo una relazione più stretta con i disturbi di alimentazione? Sono abituata a parlare della nostra relazione più stretta con nostra madre e Lei ha condiviso con me la relazione che ha avuto con sua madre. Anche lei si era preoccupata di qualcosa [“qualcosa "la mangiava"]. Ho scritto un libro che si chiama "Nutrimi" perché' mi sono resa conto che, quando le donne allattano i loro bambini non c’è un maschio per "nutrirle" sufficientemente in modo simbolico-sentimentale. Questo succedeva per lo più in passato... Ha mai pensato a questo? C’è del vero oppure no?

 

Il femminile tende a fare dell’amore una questione di vita o di morte. L’anoressica insegna che si può morire quando la propria domanda d’amore viene ignorata. Per questo avevo definito un tempo l’anoressia come una malattia dell’amore. Gli uomini tendono a compensare la frustrazione della domanda d’amore attraverso gli oggetti. Nelle donne spesso il segno d’amore non conosce alcuna possibile compensazione, è assoluto. Certamente anche quello materno. È qualcosa che la clinica conferma spesso: la madre ha offerto il seno senza offrire il segno d’amore, o, meglio, ha offerto il seno al posto del segno. Ecco perché l’anoressica tende a rifiutare il seno. Per avere il dono del segno d’amore. Ma questa descrizione vale per le anoressie isteriche, non per quelle psicotiche. Nella versione psicotica dell’anoressia e più in generale dei disturbi alimentari non è in gioco la domanda d’amore. Piuttosto un rifiuto della vita, un’assenza di sentimento della vita. È ciò che ha portato Lacan a definire certe forme melanconiche di anoressia come un “suicidio differito”…Quello che lei dice a proposito dell’assenza di una figura maschile rilevante si riscontra frequentemente. E’ ciò che rende il legame con la madre un legame fortemente ambivalente, fatto di amore e odio, di una spinta alla divorazione reciproca.

 8-Oltre al figlio che dà valore all’ eredità del padre, cosa rappresenta per lei Telemaco e come è nato nella sua mente questo suo pensiero? Dalla relazione che ha avuto con suo padre?

 Telemaco è un giusto erede perché interpreta l’eredità non come l’acquisizione di una rendita ma come un viaggio pericoloso. È la telemachia che apre l’Odissea. Il pensiero del Complesso di Telemaco mi è stato suscitato osservando le nuove generazioni. La loro forza e il loro smarrimento. La loro domanda di padri. Il nostro tempo è segnato dall’assenza dei padri. E’ la condizione in cui si è trovato Telemaco e in cui, in realtà, si trova ogni figlio in quanto il padre è sempre la presenza di un’assenza. Ogni figlio è tenuto a fare i conti con la presenza di questa assenza…

 9-Ritorno alla sua angoscia che forse alla fine era collegata alla depressione. Un bambino che viene al mondo["viene alla vita"] facendo esperienza in modo inconscio della possibilità della fine della vita. Forse posso capire qualcosa di quello che dice perché' lo collega alla scrittura. Io ho scelto la poesia, la letteratura. Mi chiedo se adesso -che ha vissuto una vita piena di esperienze e che si trova ad una età che Le permette di essere più maturo-, sia in qualche modo più conciliato con l' idea della morte? L' arte -che so che Lei ama- ha per Lei degli effetti terapeutici?

 Nessuna conciliazione. Amo troppo la vita. Nel suo splendore e nella sua atrocità. Vorrei che ce ne fosse ancora, che non finisse mai. Mentre il tempo scorre inesorabile. Nessuna conciliazione è possibile con l’ingiustizia della morte. La differenza con gli anni è che tendo a correre ancora più veloce. Per questo la mia scrittura ha assunto questa forma torrenziale. Non penso che esista una soluzione matura del problema della morte. Penso che non ci sia, in realtà, nessuna soluzione, che la sola cosa che si resta da fare è quella di vivere spendendosi senza riserve nella vita…Ho raccontato la mia scena primaria: spiavo mio padre fiorista scrivere con una pittura d’oro i nastri delle corone funebri…In fondo l’arte è la stessa operazione di scrittura. Mettere oro dove c’è la ferita inguaribile della morte…

 10-E per chiudere un’ ultima domanda: Pensa che l’uomo occidentale si allontanerà dall' uomo capitalista? Troverà altri valori? E quali saranno questi valori?

 Non so. Non so davvero. Nel discorso del capitalista l’uomo appare come consumatore. Mi auguro davvero che non sia questo il destino ultimo dell’uomo. La psicoanalisi difende un’altra idea dell’uomo, sostiene l’idea dell’uomo come soggetto del desiderio. E il desiderio non è qualcosa che si può consumare….

Rivista «φρέαρ»