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lunedì 21 settembre 2026

INTELLIGENZA ARTIGIANALE AFFETTIVA

 


<-di Alessandro D’Avenia


Non c’è ricreazione senza cibo.

 Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in  cartella: salame, formaggio, cioccolata?

 Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però,  affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. 

La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.  

 Un gesto rivoluzionario. 

Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. 

Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione...) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. 

 Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! 

Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa, sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.



Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo


 

venerdì 27 febbraio 2026

L'INTELLIGENZA DEI PIEDI

 


“La sapienza 

ama giocare”

Un itinerario di significati 

fra sapienza, 

intelligenza, saggezza 

e incoscienza 

Le stringhe di parole sono affascinanti, 

soprattutto per una persona che, 

per motivi diversi ma alla fine convergenti, 

ha avuto tanto a che fare con parole migranti, 

cioè con esigenze di continue traduzioni. 

di Cristina Simonelli *

Non posso tuttavia ignorare gli avvertimenti, meno speculari di quanto potrebbe sembrare, di Gianrico Carofiglio (La manomissione delle parole, Rizzoli, Milano): con più facilità mi colloco nell’asse in cui chiede manomissione, cioè di liberare i significati delle parole. Ma non posso ignorare il secondo asse, quello in cui suggerisce di non essere astrusi e fumosi perché, come diceva Galileo, «parlare oscuro ognun lo sa fare, chiaro pochissimi». Cercherò di tenere come guida a lato strada questi due suggerimenti, mentre provo a tracciare il percorso che mi è stato proposto, formato da “sapienza, intelligenza, saggezza e incoscienza”. Spero di non essere fumosa, mentre provo a seguirlo come una spirale: non una pista circolare in cui si torna sempre al punto di partenza, e neppure una via che si slancia solo in avanti, da partenza a meta, ma una di quelle strade che si inerpicano fra tornanti, che fanno vedere cose simili ma da altri punti di vista e permettono di immettersi da punti diversi, magari apparentemente secondari. 

Entrando dunque da uno dei tornanti – primo forse per i lettori delle pagine bibliche, ma non certo per tutti - ci viene incontro una figura femminile di aspetto pluriforme. Sì, perché Donna Sapienza è una signora, che invita a banchetto (Pr 9) e si rispecchia nella donna forte e intraprendente (Pr 31) troppo spesso resa con metafore di buona casalinga per funerali e matrimoni, magari sottomessa. Ma è anche una che balla e ama giocare – e così la immagino ragazza, come quelle che danzano in Ger 31,13 o nelle liriche greche quando giocano nel caldo del meriggio o nella poesia di Neruda Bimba bruna e flessuosa. Così infatti ci viene incontro in un passo che è stato tanto letto anche nelle discussioni teologiche, Pr 8,22: la Figlia di Dio che proprio giocando e scherzando muove gli elementi della creazione, sapienza/sorella della Parola (Gen 1). Che però in greco si dice Logos e che in questo modo, maschile oltre il buon senso, ha subito una transizione da donna a uomo ed è entrato, magari anche un po’ razionalmente algido, nella teologia dell’incarnazione del Figlio (per l’anniversario del Concilio di Nicea 325/2025 se ne è molto parlato). 

Ponderata come la maturità, dunque, ma anche lieve come la giovinezza, movenza umana capace di restituire un’immagine divina, Sapienza ha anche un’altra coppia di rappresentazioni: è saggia ma anche folle, riflessiva e appassionata, perseverante e impulsiva. Ma no, si potrebbe obiettare: l’altra è la stolta, l’incosciente, donna follia. Non ne sarei così sicura: vero sì, che il libro dei Proverbi ama procedere per quadri contrapposti e sdoppia spesso le figure in forma didattica. Però ci sono anche punti in comune: vanno per strada e stanno sulle porte, chiamano e seducono, frequentano luoghi non di troppa rispettabilità, anche i crocicchi delle strade, da sempre luoghi “non autorizzati” (cfr Pr 8,1ss). Certo, quando le figure si mescolano, la chiarezza che si cerca è quella manomessa, liberata nelle sue potenzialità: ma forse anche perché la spartizione dei temi era solo apparentemente chiara, in realtà non corrispondente. 

L’intelligenza dei piedi 

Sappiamo bene – anche questa è una sapienza – che entriamo in relazione con i passi biblici a partire da dove ci “troviamo” e in qualche modo camminiamo sulle pagine, ne riveliamo anfratti e ne liberiamo potenzialità. La lettura appena fatta deve tanto all’esegesi delle teologhe, si capisce. Ma deve molto anche a tante altre vite, a tante tradizioni spirituali, fra cui quella detta mendicante – parola che piace solo in ristretti ambiti storiografici, ma al di fuori sa di insulto, ad esempio rivolto ai Rom o a persone povere. Il vangelo, come il regno, patisce “violenza” (cfr Mt 11,12), che si potrebbe tradurre anche come “viene aperto dalle vite” e sprigiona significati altrimenti inediti. Recupero perciò, sentendola vicina all’anniversario francescano, una frase che ha accompagnato la Chiesa italiana “presso i Rom” [Cristina Simonelli, «L’estensione e lo spessore. La pastorale rom a Verona come recezione del Concilio», in “Esperienza e teologia” 28 (2012) 119-130]: il vangelo si vive con i piedi. Significa che è utile spostare i piedi, fisicamente, abitare crocicchi e piazze, luoghi altrimenti non di buona fama – condizione necessaria, anche se forse non sufficiente, perché dopo i piedi ci siano cuore e mente – per vedere diversamente. Forse è troppo audace il confronto, ma penso spesso a quei due metri scarsi che hanno spostato Francesco (di Assisi) dal centro della via al bordo dei lebbrosi, dove non è stato benefattore “ricco signore che dà obolo”, ma persona che ha trovato normale – dolcezza, dice – la nuova compagnia. Perché anche di questo si tratta: di un’altra normalità, che dunque rifugge la pubblicità e i titoli eroici, fino quasi a rendere saggiamente taciturni, per non parlare al posto di altri. Come ci siamo spesso detti, rischiamo altrimenti di fare della vita uno spot, delle situazioni vissute il piedistallo su cui si stagliano le statue di re e generali (in questo caso, di buoni esibiti su poveri “letteralmente” sotto-posti). 

Questa modalità di lettura con i piedi si chiama a volte anche “posizionamento”. Mi piace vederci una figura sintetica di intelligenza, quella che non è irrazionale, ma pratica ed emotiva (che è di più, non di meno), che consente di intus /legere, vedere, almeno un po’, dentro le cose e le situazioni. Questa intelligenza è anch’essa migrante nelle traduzioni, anche nelle pagine bibliche: per i greci si chiama anche phronêsis, per i latini prudentia e la troviamo niente meno che applicata al serpente. Quello di Genesi 3, che poi si è preso un sacco di colpe, ma anche quello che Gesù propone ai discepoli: siate semplici come colombe, ma, ancora prima, “intelligenti/soppesanti/astuti” come i serpenti (cfr Mt 10,16). Non “prudenti” nel senso di conformisti immobili, come don Abbondio, che, ci suggerisce il Manzoni, stava sempre dalla parte del più forte; ma quella di fra Cristoforo, l’intelligenza rischiosa e soppesante che sa dove posare i piedi, oltre le mode e le convenienze 

Dal proprio tesoro cose folli e cose sagge 

Si potrebbe dunque entrare, un po’ furtivi in effetti, in un altro ben noto detto evangelico, quello che elogia, dopo una serie di brevi e intense parabole, certi scribi fatti discepoli del regno (Mt 13,52), che sono simili a padrone di casa – non ci sarebbe neppure bisogno del fatto che nel testo c’è anthropos, essere umano, e non anêr, maschio, per permetterci una resa al femminile come quella della nostra Donna Sapienza – che sanno cercare e tirare fuori dal tesoro “cose nuove e antiche”. 

In questo caso si potrebbe dire che con sapienza sanno unire cose che potrebbero sembrare opposte, ma possono far sprigionare significati importanti, se escono dalle sacrestie per dimorare nei crocicchi delle vie. Con l’intelligenza dei piedi ben posizionati, che rovescia – ma solo apparentemente se meglio guardiamo – ciò che pare scandalo e follia ed è sapienza (cfr 1Cor 1, 22-25) e soprattutto praticano la prudenza evangelica, che spesso sembra addirittura incoscienza. Certo, vegliando, mentre spesso dormiamo (Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite dalla Palestina, Rizzoli, Milano 2025), e come scribi convertiti, accogliendo la profezia che spesso ci raggiunge da fuori. Perché è saggio conoscere il proprio limite e abitarlo con autoironia, oltre che con responsabilità.

Fonte: Messaggero cappuccino

* docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale

 

venerdì 23 gennaio 2026

QUALE INTELLIGENZA ?

 


 “La scuola sviluppa solo 

un tipo di intelligenza,

 quella logico-matematica. 


Ma ne esistono molte altre”


Di Giuseppina Bonadies

Galimberti critica una scuola che privilegia l’intelligenza logico-matematica funzionale a una società maschile, trascurando le doti artistiche ed emotive che richiedono tempi diversi di apprendimento. Il filosofo sottolinea la superiorità cognitiva della donna, dotata anche di intuito e sentimento, qualità che l’uomo spesso etichetta come follia ma che potrebbe apprendere dialogando con la propria femminilità.

Umberto Galimberti interviene in un video sul tema dei modelli educativi e delle diverse tipologie cognitive presenti nelle aule scolastiche. Secondo il filosofo, l’istituzione scolastica attuale si focalizza su un unico binario formativo. “La scuola sviluppa un solo tipo di intelligenza, che è l’intelligenza logico-matematica”. Questo processo di indirizzamento inizia precocemente, “a partire dalla prima elementare, dove si impara a leggere, a scrivere e a far di conto”.

La pluralità delle intelligenze e i tempi di apprendimento

L’analisi evidenzia come esistano molteplici forme di talento spesso trascurate dai percorsi curricolari standard. Galimberti ricorda che “ce ne sono tante altre di intelligenza” , citando specificamente “l’intelligenza musicale, artistica, psicologica, linguistica” e persino “l’intelligenza somatica”.

L’ingresso nel mondo scolastico non avviene per tutti con le stesse dotazioni cognitive. “Quando uno viene a scuola, non è che vengono a scuola tutti con l’intelligenza logico-matematica”. Gli studenti che possiedono doti differenti, come quella artistica, devono compiere un percorso di adattamento verso il pensiero logico. In questo passaggio è necessario “dargli tempo” poiché l’alunno “non è un ritardato”. Si tratta piuttosto di “uno che sta facendo una strada dalla sua intelligenza naturale a quella che deve acquisire”. Riguardo alla preminenza della logica matematica, Galimberti precisa: “Che non è la più sublime di tutte, è la più utile”.

Un modello funzionale alla società maschile

Il filosofo spiega le ragioni dietro la scelta di questo metro di valutazione unico. “Sapete perché misuriamo solo quella? Perché l’intelligenza logico-matematica è quella che serve di più per intenderci in una società a sfondo maschile, perché è l’intelligenza dei maschi”. Secondo la sua visione, “i maschi tendenzialmente hanno solo quella”.

Diverso è il quadro delineato per l’universo femminile. “La donna, oltre all’intelligenza logico-matematica, ha anche un’intelligenza intuitiva” e possiede inoltre “un’intelligenza sentimentale”.

Il contrasto tra razionalità e intuizione

La complessità cognitiva femminile può generare incomprensioni nelle relazioni dominate dalla prospettiva maschile. “Quando una donna usa l’intelligenza intuitiva e quella sentimentale, cosa si sente a dire dall’uomo? Ma tu sei pazza!”. Questa etichetta viene attribuita perché la donna esce “dalla logica razionale a sfondo maschile”.

In conclusione, Galimberti indica una possibilità di evoluzione anche per gli uomini. “I maschi possono avere quella intuitiva e quella sentimentale”. Tale acquisizione diverrebbe possibile “se avessero una relazione con la loro controparte sessuale, ovvero con la loro femminilità”.


Orizzonte Scuola

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giovedì 17 aprile 2025

SAPER COMUNICARE



Galimberti: la grande virtù di un insegnante, tra capacità comunicativa e approccio pedagogico del sapere. 

Solo la giusta modulazione permette agli allievi di comprenderlo pienamente

·        


L Redazione

·        

La capacità comunicativa è la vera forza dell’insegnante, che deve rendere il sapere accessibile, chiaro e adatto alla mente degli studenti...

 Galimberti ci offre diversi esempi concreti di questa capacità. Gli insegnanti davvero efficaci non sfoggiano tutto il loro sapere, ma lo adattano alla comprensione della classe. Come ci fa ben capire lo stesso filosofo, la grande virtù di un insegnante è la sua capacità comunicativa senza sfoggiare tutto il proprio sapere, ma modulandolo in modo tale che gli allievi possano comprenderlo pienamente.

 Nel contesto delle relazioni umane, le capacità comunicative e il carisma personale favoriscono l’ascolto e la comprensione reciproca. Ma anche la nostra intelligenza e abilità dialettica svolgono un ruolo fondamentale: aiutano a trasmettere in modo chiaro il nostro pensiero. Tuttavia, come spiega il filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, la vera intelligenza non consiste nell’esibirsi, ma nel sapersi adattare a chi abbiamo davanti, nel modulare la propria espressione in base all’altro.

“Se siamo tutti intelligenti, ognuno a suo modo, sarà tendenza di ciascuno mostrare, ogni volta che se ne presenta l’occasione, la specificità della propria intelligenza. Il risultato di solito è: o la mortificazione di quanti sono costretti ad assistere all’esibizione dell’altrui abilità mentale, o l’invidia che, opportunamente mascherata, trova sfogo nella maldicenza... o infine il disinteresse per ciò che la persona intelligente va dicendo...” In altri termini, anche il pensiero più brillante può risultare sterile se non tiene conto dell’interlocutore. Ecco perché, secondo Galimberti, “più intelligente sarà chi è capace di mimetizzare la propria intelligenza”.

Il termine “mimetizzazione” viene dal mondo animale: indica la capacità di alcuni esseri viventi di confondersi con l’ambiente per sfuggire ai predatori. Applicato all’intelligenza, il concetto cambia contesto ma conserva il senso profondo: saper dosare il proprio sapere in base a chi ci ascolta.

“Mimetizzare la propria intelligenza significa saperne modulare l’espressione a seconda del contesto in cui ci si trova, percependo in anticipo il livello di comprensione di coloro che ci ascoltano e le possibili reazioni che l’intervento può produrre.”

Questa capacità anticipatoria è propria delle intelligenze non narcisistiche, capaci di mettersi nei panni dell’altro. A differenza dei “sapienti”, convinti di possedere la verità, i filosofi sanno che non basta dire il vero: occorre farsi comprendere. Per questo, a partire da Socrate, hanno fondato scuole e metodi educativi che mettono la comprensione al centro.

A ostacolare la comprensione non sono solo i fattori culturali, ma soprattutto quelli emotivi. Se uno studente si sente accolto dal proprio insegnante, apprenderà più facilmente. Se un messaggio arriva da una persona apprezzata, sarà più ascoltato.

“Un’intelligenza che si accompagna a una competenza emotiva sa che cosa, di quanto esprime, può essere recepito o rifiutato... In una parola, mimetizza la sua intelligenza a misura della recettività di chi ascolta, per favorire l’acquisizione delle informazioni.”

Modulare il proprio discorso significa non dire tutto quello che si sa, ma solo ciò che l’altro può davvero comprendere. È un atto di altruismo e consapevolezza, che distingue le persone veramente intelligenti da quelle che, invece, cercano solo di mettersi in mostra.

Galimberti ci porta diversi esempi concreti. Gli insegnanti davvero efficaci non sfoggiano tutto il loro sapere, ma lo adattano alla comprensione della classe. Gli psicoanalisti non rivelano subito le cause del disagio, ma attendono che il paziente le scopra da sé. I genitori non impongono sogni e ambizioni ai figli, ma li accompagnano, aspettando che essi trovino la propria strada.

“La mimetizzazione dell’intelligenza è la virtù degli insegnanti... degli psicoanalisti... dei genitori... dei politici... ma direi anche la virtù delle veline, alcune delle quali hanno senz’altro significative capacità intellettuali, che però, dato il contesto, non è il caso di esibire in un concorso di bellezza…” Il contesto è tutto. Saper leggere la situazione e comportarsi di conseguenza è una forma di intelligenza relazionale profonda. Chi non lo fa, rischia di cadere nel narcisismo: mostrare se stessi più che cercare il dialogo.

Galimberti conclude con una riflessione potente:

“La mimetizzazione dell’intelligenza è la virtù delle persone veramente intelligenti, che sanno coniugare la verità con la comprensione della verità, per la quale sono disposti a rinunciare all’esibizione di sé per la cura dell’altro…”

Chi possiede questa intelligenza sa che ogni interlocutore ha un suo tempo e un suo modo di capire. Non si impone, non si irrigidisce nel proprio sapere, ma resta aperto, dialogico, disponibile all’ascolto.

Al contrario, le intelligenze narcisistiche, incapaci di cogliere le reazioni dell’altro, si chiudono su se stesse, diventando dogmatiche, aride, e alla lunga, incapaci di apprendere qualcosa di nuovo.

Le persone realmente intelligenti non hanno bisogno di ostentare la propria bravura. Sanno ascoltare, sanno aspettare, sanno parlare in modo che l’altro possa davvero capire. E soprattutto, sanno che comprendere è più importante che dimostrare.




 

domenica 26 gennaio 2025

L'INTELLIGENZA, UN MISTERO










DENTRO


IL MISTERO


 DELL'INTELLIGENZA



La vera intelligenza non è algoritmica 

ma è la capacità di comprendere, 

cioè di intus-legere, di capire in profondità, 

di essere aperti all’inatteso

 e di trovare connessioni tra scibili diversi. 

Nell’era dell’IA, una riflessione tra persona,

 responsabilità ed educazione.

- di Elena Beccalli

Per entrare nel mistero dell’intelligenza, vorrei partire dalla definizione che si trova nel dizionario Treccani: «Quel complesso di facoltà psichiche e mentali che consentono all’uomo di pensare, comprendere o spiegare i fatti o le azioni, elaborare modelli astratti della realtà, intendere e farsi intendere dagli altri, giudicare, e lo rendono insieme capace di adattarsi a situazioni nuove e di modificare la situazione stessa quando questa presenta ostacoli all’adattamento». Questa definizione di intelligenza è indubbiamente riferita a quella umana. Tuttavia, negli ultimi decenni ci troviamo a fare i conti con un altro tipo di cosiddetta “intelligenza”, quella artificiale. Coniato nel 1955 da John McCarthy, il termine indica «la teoria e lo sviluppo di sistemi informatici in grado di eseguire compiti che normalmente richiedono intelligenza umana» (English Oxford Living Dictionary), come ad esempio language processing, machine learning e machine vision.

Ma che cosa è l’intelligenza dell’intelligenza artificiale (IA)? Per spiegarlo riprendo Ciro De Florio («Vita e Pensiero», 2023, 2), che richiama due tra i numerosi approcci a questo tema. Il primo è caratterizzare l’intelligenza facendo leva sulla capacità di elaborazione dell’informazione per un adattamento massivo all’ambiente circostante. Una seconda strada è quella dell’intuizione controfattuale: l’IA permette di costruire macchine che eseguono compiti tali che, se fossero effettuati da esseri umani, richiederebbero intelligenza. In questa diffusa definizione, l’assunzione filosofica è profonda: in sostanza, facciamo esperienza di un solo tipo di intelligenza, cioè quella umana.

Ora siamo nella fase di un ulteriore sviluppo dell’intelligenza artificiale, quella generativa, come ChatGpt. Un’evoluzione che sembra avvicinarci al sogno di Alan Turing, quello, cioè, di costruire una macchina in grado di ingannare gli esseri umani circa la sua natura. Ma cosa manca all’intelligenza artificiale rispetto a quella umana? Per rispondere a questa domanda può essere d’aiuto immediato l’aforisma che Fritz Lang aveva posto già nel 1927 nel film Metropolis a proposito del rapporto uomo-macchina: «Il mediatore fra testa e mani dev’essere il cuore!». La distanza dell’intelligenza artificiale da quella umana, dunque, risulta siderale e a fare la differenza è quell’assenza della “sapienza del cuore”, di cui parla papa Francesco nell’ultima lettera enciclica Dilexit nos.

L’inventore del microprocessore Federico Faggin mette ben a fuoco questa distanza siderale tra intelligenza umana e quella artificiale, quando afferma che la creatività, l’etica, il libero arbitrio possono venire solo dalla coscienza e non dalla macchina (Irriducibile, Mondadori, 2022). Secondo Faggin, i computer sono macchine deterministiche classiche, in contrasto con gli organismi viventi, che sono sia quantistici sia classici. Questi ultimi sono quindi più complessi dei microchip perché possono ospitare la coscienza e il libero arbitrio.

La vera intelligenza non è algoritmica ma è la capacità di comprendere, cioè di intus-legere, ossia di leggere dentro, di capire in profondità, di essere aperti all’inatteso e di trovare connessioni insospettate tra scibili diversi. E capire non è riconducibile a un algoritmo, come spiega Lorenzo Magnani in un suo saggio in cui ha esplorato la relazione tra macchine computazionali e creatività umana («Polyedrum», 2024). Pertanto, per fronteggiare le domande che ci pone la macchina dobbiamo partire dalla comprensione profonda della natura umana.

VITA E PENSIERO

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martedì 22 ottobre 2024

UN POLLICE

 


Il nostro salto evolutivo è digitale, cioè in un dito: il pollice. Il «pollice opponibile» è infatti una prerogativa quasi solo umana: seppur comune ad altri primati, solo noi lo usiamo per azioni molto complesse. La nostra, infatti, non è una zampa ma la mano con cui abbiamo potuto accendere il fuoco, costruire case e arnesi, pizzicare corde o guance, curare ferite...

Insieme alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta Intelligenza Artigianale

 

-        di Alessandro D’Avenia

 

Un filosofo greco del V sec. a.C. diceva che l’uomo pensa perché ha la mano (chi non lo fa «pensa con i piedi»), e aveva ragione, come hanno dimostrato gli studi sulla sorprendente estensione delle zone cerebrali dedicate all’arto. La mano infatti implica la parola. A differenza dei versi degli animali che esprimono emozioni noi con le parole articoliamo anche istruzioni: la trasmissione di ciò che serve per vivere.

La voce umana non è solo espressione ma anche e soprattutto istruzione: spiega e racconta. La scuola in fondo nasce dalla mano, per questo gli animali non ci vanno, hanno l’istinto, noi invece dobbiamo «imparare» a vivere. Il pollice opponibile è la chiave della scuola permanente della vita: da come lo usiamo dipende quanta vita sappiamo. Come sta il nostro pollice oggi? Spesso incollato al telefono fa scorrere immagini pilotate dall’algoritmo, più che opponibile è diventato disponibile, e così anche il nostro pensiero, che diventa più passivo e manipolabile (ancora la mano...). Che cosa comporta questa «maniera» (altra parola che viene da «mano»: è dappertutto!) di vivere?

Quando Ulisse deve partire dall’isola di Calipso dove si trova ormai da sette anni, non ha la minima idea di come raggiungere Itaca: piange di fronte al mare infinito, oltre il quale, non sa dove, c’è la sua amata terra. L’unica cosa che sa? Costruire una barca. E così l’eroe trasforma, con le mani, il dolore in azione: creare rimane la più efficace risposta ai momenti bui.

La descrizione della costruzione della barca è dettagliata proprio perché in una cultura orale come quella omerica, le istruzioni erano conservate nei poemi per essere ricordate e trasmesse, una vera e propria enciclopedia sociale. Ulisse è l’eroe dell’ingegno multiforme perché «pensa con le mani» e «maneggia con il pensiero». Sa cucire una vela e manovrarla nei venti, sa indirizzare il timone seguendo le stelle. Tutto ciò è meticolosamente descritto nei versi sulla sua partenza dal luogo che lo trattiene «nell’ombelico dell’oceano» da sette anni, un’isola (e un isolamento) in cui non è necessario costruire nulla, perché tutto è dato spontaneamente dalla natura, senza bisogno di tecnica e lavoro.

Su quell’isola Ulisse è inumano (mi torna utile che in italiano «mano» sia casualmente dentro «umano»): non usa le mani e, mangiando il cibo degli dei, è immortale. Utopia che sempre ci accarezza: poter vivere senza bisogno del lavoro e della tecnica per sopperire all’assenza di mezzi specializzati come pinne, zanne, corna, corazze... 

La mano infatti non è specializzata ma si specializza, grazie al pollice opponibile. Quel pollice oggi sembra non voler «opporsi» al flusso, naviga a caso sulla superficie liscia dello schermo, dimentica la resistenza del mondo, e così anche il pensiero e la parola diventano disponibili, cioè dipendenti. La rete non è infatti solo la nostra enciclopedia sociale come lo erano i poemi antichi, ma il mare in cui ci abbandoniamo a ondate di dopamina, scariche di gioia per un cervello, individuale e collettivo, sempre gratificato. E l’intelligenza, senza resistenza, diventa meno multiforme, l’ingegno meno attivo: l’uso dei tablet in classe al posto della scrittura a mano si è già rivelato «perdente» per lo sviluppo cerebrale.

 Insieme alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta Intelligenza Artigianale: allenare la manualità per bilanciare l’eccesso di superfici lisce e senza resistenza degli schermi, sui quali, come sull’isola di Calipso, tutto è dato senza sforzo.

Il pensiero non sa man-tenere la realtà, gli sfugge tutto, ha le mani bucate. Ciò anche a causa della «perdita della noia»: oggi un bambino/adolescente con un cellulare in mano può non sentirne più il morso. «Girarsi i pollici» obbligava a tornare al mondo, perché la noia è un promemoria: «non stai vivendo abbastanza, hai dimenticato le mani». Il bambino esplora e scopre, diventa intelligente, proprio a partire da: «Che noia! Non c’è niente da fare...». È quel «da fare» che lo costringe a usare il pollice secondo la sua millenaria evoluzione: invenzioni, collezioni, lavoretti, modellini, esperimenti, libri, guai...

Montessori diceva che «i bambini non giocano, lavorano», infatti una manualità che si confronta con il mondo sviluppa l’intelligenza (memoria più immaginazione) che viene dall’esperienza, con molti benefici collaterali: capacità di concentrazione e gestione delle emozioni, efficacia creativa e quindi autostima/autonomia, eliminazione dello stress, arricchimento del linguaggio attraverso il racconto dell’esperienza fatta... L’evoluzione del sapiens si ripete in ogni vita: scrivere a mano, costruire qualcosa, curare una pianta, dare una carezza sono gesti che restituiscono una «maniera» di vivere più ricca perché meno passiva.

Un pollice che non gira a vuoto sullo schermo, da disponibile torna opponibile, rende l’intelligenza esplorativa, creativa, tecnica, e il pensiero critico, autonomo, indipendente. Il digitale non è solo nel bit ma nel pollice. Il pollice della gioia e del rischio, non il numero di pollici dello schermo, ma il pollice che permette a Ulisse di navigare verso casa facendo diventare poesia persino il suo «da fare»: «Tagliava i tronchi e lavorava veloce. Li sgrossò con la scure, abilmente li levigò livellandoli dritti col filo. Fece buchi e li congiunse gli uni agli altri. Rinsaldò la barca con chiodi di legno e ramponi. E come un falegname esperto così fece Ulisse per la sua zattera.

Alzò poi il cassero, con molti travicelli fra loro connessi, lo completò con assi lunghissime. E fece l’albero e, attaccato ad esso, il pennone, e aggiunse il timone, per poterla guidare. Intorno la cinse con stuoie di vimini, a riparo dalle onde del mare, coprì il fondo di frasche. Allora la divina Calipso portò dei drappi per fare le vele: ed egli fabbricò anche quelle. Legò infine le sartie le drizze e le scotte e, con rulli di legno, trasse la barca sul mare lucente. Era il quarto giorno, e tutto era finito. Al quinto partì dall’isola». Ulisse naviga in mare verso casa, noi in rete verso dove? Difendiamo il pollice dei bambini, passando del tempo insieme a costruire, riparare e curare qualcosa, allenare la sua «opponibilità» li renderà più intelligenti e felici. Umani.

 

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domenica 29 settembre 2024

VERO o FALSO ?


 Quel ricordo falso

 che genera verità


Elizabeth Loftus, madre nobile delle neuroscienze della memoria, studia i modi in cui si formano i dejà-vu di eventi mai accaduti e le tecniche per crearne da zero.

Questi meccanismi possono anche modificare il comportamento delle persone con conseguenze reali, come è accaduto in numerosi casi giudiziari

 

-         di EUGENIO GIANNETTA

 La psicologa Elizabeth Loftus, madre nobile delle neuroscienze della memoria, esperta di “falsi ricordi”, da decenni studia i modi in cui si formano ricordi di eventi mai accaduti e le tecniche per crearne da zero. I falsi ricordi sono molto potenti e oltre a rivelarci preziose informazioni sul funzionamento della nostra memoria, possono anche modificare il comportamento delle persone con conseguenze reali, come per esempio è accaduto in numerosi casi giudiziari. In occasione della XXII edizione del festival di divulgazione scientifica Bergamo-Scienza, sabato 5 ottobre alle ore 17 Loftus terrà una lectio dal titolo L’illusione della memoria: come nascono (e che conseguenze hanno) i falsi ricordi. È a partire dal concetto della manipolazione dei ricordi che l’abbiamo intervistata: «È emerso – ci spiega – che gli scienziati della memoria si sono resi conto che questa non funziona come un dispositivo di registrazione. Non basta registrare l’evento e riprodurlo in seguito. Il processo è più complesso. In realtà, quando cerchiamo di ricordare qualcosa, stiamo costruendo o ricostruendo un’esperienza. Quindi prendiamo pezzi di esperienza da tempi e luoghi diversi e li mettiamo insieme per produrre quello che sembra un ricordo. Quindi, ci piace dire che la memoria è costruttiva o ricostruttiva, e una delle conseguenze di questo è che le cose che accadono dopo che un evento è completamente finito – le suggestioni, la disinformazione – hanno perciò anche il potenziale di contaminare la memoria, di cambiare i ricordi delle persone per le loro esperienze passate».

 Quindi, quando può essere manipolata una memoria?

 «Quando una persona ha un’esperienza; quando, per esempio, assiste a un crimine o a un incidente stradale, e in seguito viene esposta a informazioni fuorvianti. Potrebbe accadere quando parla con altri testimoni. Può accadere quando viene interrogata da un investigatore che magari ha un’ipotesi su ciò che potrebbe essere accaduto e può inavvertitamente contaminare l’interrogatorio. Può accadere quando le persone sono esposte a copertura mediatica di qualche evento che hanno vissuto personalmente. Avviene, quindi, quando il potenziale di contaminazione è reale. E nel mondo reale siamo esposti alla disinformazione regolarmente».

 C’è qualche pericolo nell’insinuare falsi ricordi?

 «Se si tratta di un piccolo dettaglio che non ha importanza no, ma a volte può avere molta importanza quando, ad esempio, si tratta di un caso giudiziario e le informazioni false fanno credere a una persona che sia accaduto qualcosa che in realtà non è successo, o che qualcuno abbia commesso un crimine quando non è così».

 Ma è possibile distinguere un falso ricordo da un ricordo vero?

 «Quando ascoltiamo qualcuno parlare della sua memoria, spesso ci crediamo. Ci crediamo perché viene espresso tutto con sicurezza, o perché vi sono dettagli, o ancora perché vengono mostrate emozioni nel racconto della storia, ma i falsi ricordi possono avere le stesse caratteristiche. Nel lavoro scientifico abbiamo scoperto che i falsi ricordi possono essere descritti con estrema sicurezza, molti dettagli e altrettante emozioni».

 E come si controlla tutto questo? Esiste una sorta di comitato etico?

 «Ci sono molte questioni etiche che sorgono. Una delle cose che abbiamo dimostrato è che si può contaminare la memoria di qualcuno e forse permettergli di vivere una vita più sana o felice. In alcuni dei nostri lavori abbiamo dimostrato, per esempio, che, se instilliamo un falso ricordo che da bambino ti sei ammalato mangiando un cibo che fa ingrassare, allora non sarai più interessato a mangiare quel cibo. Quindi, forse si potrebbero usare alcune di queste tecniche per far sì che le persone abbiano un falso ricordo e permettere loro di avere conseguenze positive. Eticamente ci chiediamo: dovremmo farlo? Sarebbe una buona idea indurre le persone con falsi ricordi a mangiare meno cibi grassi o a bere meno alcolici? Non spetta a me, in quanto scienziato della memoria, decidere, ma alla società. Dal punto di vista scientifico però crediamo sia importante conoscere la malleabilità dei ricordi per comprenderla e difendersi da essa, oppure sfruttarne il potenziale».

 C’è anche qualcosa che possiamo fare per migliorare i nostri ricordi?

 «Esistono molte tecniche che gli psicologi hanno sviluppato per consentire di ricordare meglio le cose. Se si incontra qualcuno e si vuole ricordare il suo nome, ci sono alcune cose che si possono fare per massimizzare le possibilità di ricordare il nome di quella persona. Ad esempio, ripetere il nome ad alta voce, ma non solo».

 Pensa sia possibile anche reprimere i ricordi di eventi traumatici?

 « Non c’è dubbio che possiamo dimenticare le cose e ricordarcele. Si possono persino dimenticare cose molto sconvolgenti e ricordarle. Questo è un normale dimenticare e ricordare, ma l’idea di una repressione mirata, che si possa prendere una collezione di traumi orribili, bandirla nell’inconscio, dove è murata dal resto della vita mentale, e che si debba andare lì e togliere questo velo di repressione e diventare consapevoli di queste esperienze in qualche modo nella loro forma incontaminata, per tutto questo non c’è alcun supporto scientifico credibile. Quindi, credo sia triste il fatto che talvolta siano state perseguite persone o citate in giudizio in cause sulla base di questa ipotesi scientifica non supportata».

 Il tema di BergamoScienza quest’anno è l’intelligenza. Come si interseca questo tema con quello dei falsi ricordi?

 « A volte le persone mi chiedono: “Ci sono differenze individuali nella suscettibilità di avere o meno un falso ricordo?”. Una delle variabili di differenza individuale che è stata esaminata è il punteggio standard in un test di intelligenza; si è scoperto che le persone con capacità cognitive un po’ più elevate sono un po’ più resistenti a questo tipo di manipolazioni. Ma dico un po’ perché le correlazioni possono essere statisticamente significative, ma non enormi, ed è vero che anche le persone più intelligenti, istruite ed esperte, sono suscettibili alla manipolazione dei ricordi».

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domenica 28 luglio 2024

INTELLIGENZA ?

 Si fa presto a dire intelligenza

L’intelligenza umana si è scoperta evolutivamente contigua a quella vegetale e animale ed è essa stessa plurivoca. La sfida odierna è pensare che l’intelligenza artificiale, il più impressionante prodotto di quella naturale, debba ormai servire da modello per interpretare anche la mente degli umani e dei viventi in generale

 

-      -   di COSTANTINO ESPOSITO

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Mai come oggi, essere “intelligenti” è davvero un problema. Credevamo di sapere, per esperienza diretta, che cosa significasse, ma ormai l’intelligenza deborda progressivamente in avanti rispetto a noi, con i prodotti smart generati da un algoritmo intelligente. Non solo: essa deborda anche all’indietro rispetto a noi, esseri coscienti, indotti come siamo a riconoscere una particolare intelligenza anche al polpo o al lichene, e in generale al sistema incredibilmente complesso e meravigliosamente architettato della vita fisica e biologica. Con la conseguenza che proprio il fattore che ci aveva reso per secoli il centro dell’universo, ora sembra decentrarci ogni giorno di più: una sinapsi particolare, un passaggio transeunte nella grande rete intelligente del mondo. Un capovolgimento che per portata e conseguenze si può forse paragonare alla rivoluzione copernicana in astronomia, quando si scoprì che le leggi del mondo celeste erano le stesse del mondo terrestre. Su questa situazione si parla di continuo e dappertutto, avendo come estremi da un lato coloro che lamentano la perdita del carattere specificamente umanistico e teleologico dell’intelligenza, dall’altro coloro che sono impegnati a ripensare la stessa intelligenza umana come una pura procedura di calcolo. Ma sono due posizioni astratte, che mancano entrambe l’obiettivo di capire cosa sta succedendo oggi agli esseri dotati di intelligenza e di accettare la sfida per poterci riappropriare del suo significato e delle sue funzioni. Per questo oggi è arrivato (o è tornato) il tempo di chiedersi: che significa essere intelligenti? Più oggettivamente: che cos’è e come agisce un essere dotato di intelligenza? Non possiamo infatti limitarci ad attribuire la funzione intelligente ad un essere, senza cercare di capire in che modo l’intelligenza costituisca o possa costituire la natura o l’azione propria di quell’essere.

 Le intelligenze

Come dicevamo, questa qualifica è stata riconosciuta nella nostra lunga storia naturale e culturale, come la caratteristica di tutta una serie di esseri, non solo coscienti ma anche semplicemente viventi, e oggi anche di dispositivi puramente artificiali come le macchine. Dalle intelligenze angeliche che muovono i cieli alle anime razionali incarnate nei corpi sensibili; dalle anime vegetative che muovono internamente il ciclo della crescita degli enti di natura, come le piante e gli animali, fino a quello spirito (chiamiamolo ancora così) artificiale che è il codice algoritmico, quello che fa girare la rete virtuale del mondo. Di fronte a questa varietà potremmo accontentarci semplicemente di distinguere natura, funzioni e ruoli delle diverse intelligenze. Ma questo finirebbe per raddoppiare il problema, piuttosto che risolverlo. Infatti, “chi” è che dal di fuori o al di sopra di un territorio così diversificato può tentare uno sguardo d’insieme? Chi può distinguere e separare i diversi esseri intelligenti, e chi può connetterli tra loro? Quando si parla dell’intelligenza non è come parlare solo di un tema o di un “oggetto” da definire. Possiamo e dobbiamo farlo, certo. Ma resta il fatto non scontato che, parlando dell’intelligenza, noi stessi, i parlanti, al tempo stesso stiamo usando l’intelligenza. Come succede per ogni aspetto della vita degli “io” che noi siamo, il discorso può essere sempre alla terza persona ma inevitabilmente deve esserlo anche alla prima persona.

L’esperienza

Per questo è difficile parlare dell’intelligenza in generale senza tener conto dell’esperienza che noi stessi facciamo nell’essere intelligenti, e viceversa è difficile parlare dell’intelligenza umana senza confrontarla, incrociarla e verificarla con le intelligenze diverse dalla nostra. E questo non certo per ridurle tutte a quest’ultima (sarebbe una presunzione irrealistica), ma per il fatto che l’intelligenza si può e si deve comprendere insieme dall’esterno e dall’interno.

Come legare però questi due aspetti, quello dell’esperienza di un sé individuale e quello della descrizione di una funzione generale? Per diverso tempo si è creduto di poterlo fare grazie alla misurazione dell’intelligenza attraverso dei test. Dalla psicologia alla computer science, l’intelligenza coinciderebbe con una prestazione di cui è possibile esibire un “quoziente”. Pensiamo ad esempio alle seguenti misurazioni dell’intelligenza, adattabili sia agli umani che alle macchine: x è più o meno rapido nel calcolare; x ha una memoria di maggiore o minore estensione; x è sufficientemente o insufficientemente abile nel trovare soluzioni adeguate; x apprende con grande o con scarsa facilità, anche dai suoi errori ecc.

 Misurare l’intelligenza

Questo modo di affrontare il problema lascia inevasa però la questione se l’intelligenza sia qualcosa di adeguatamente misurabile o se in essa siano presenti fattori che, per la loro stessa costituzione, non ricadono in una misura. O più radicalmente se non siano l’indice di un fenomeno non misurabile o incommensurabile, proprio come il rapporto pitagorico tra il lato e la diagonale del quadrato. Sta di fatto che da quando Alfred Binet, tra il XIX e il XX secolo, ha testato il Quoziente di Intelligenza ne è passata di acqua sotto i ponti, ed è cresciuta l’insofferenza verso questa idea di misurazione, arrivando ad una proliferazione di tipi diversi di intelligenza, non misurabili secondo un canone unico. Ad esempio, i sette famosi tipi di intelligenza di cui parla Howard Gardner (1983): intelligenza linguistica, musicale, logico matematica, spaziale, corporeo-cinestetica, intra-personale e interpersonale. Oppure la distinzione proposta negli stessi anni da Robert Sternberg, tra un’intelligenza analitica, una pratica e una creativa. O la proposta di un’“intelligenza emotiva” avanzata negli anni Novanta da Daniel Goleman.

 Intelligenza plurivoca

Dunque, l’intelligenza umana, oltre a scoprirsi evolutivamente contigua a quella vegetale e animale, diventa essa stessa plurivoca. Per questo gli studiosi hanno sempre cercato anche un filo conduttore che possa assicurare un minimo di continuità nelle differenze. Prendiamo a prestito la definizione canonica di Gardner: «un’intelligenza è la capacità di risolvere problemi, o di creare prodotti, che sono apprezzati all’interno di uno o più contesti culturali». Successivamente (2007) Shane Legg e Marcus Hutter stabiliscono come significato universale di intelligenza, quello di un’abilità nel raggiungere determinati obiettivi in ambienti diversi, sulla base della capacità di apprendimento e di adattamento. In altri termini, ancora la capacità di problem solving. Una definizione, questa, che ambisce a essere universale perché lega esplicitamente in continuità l’àmbito psicologico e l’àmbito informatico. Fino a invertire la rotta: pensiamo a Stuart Russell e Peter Norwig che nel 2020 partono da un significato “artificiale” di intelligenza come paradigma per definire qualsiasi tipo di intelligenza. In sintesi, l’intelligenza sarebbe formalizzabile come la capacità di “fare la cosa giusta” nel proprio ambiente. Essa è la rational agency degli “esseri intelligenti”, e può essere sintetizzata così: sentire, capire, valutare, agire, conseguendo un buon risultato, anzi un buon punteggio, nella performance finale. Ecco la sfida odierna: pensare che l’intelligenza artificiale, il più impressionante prodotto performante dell’intelligenza naturale, debba ormai servire da modello per interpretare, a ritroso, anche l’intelligenza degli umani e dei viventi in generale (secondo il modello della macchina di Turing). Non solo la vita ma anche la coscienza sarebbe così codificabile in senso algoritmico.

Ma questa lettura retroattiva permette di rendere conto, calcolandole, di tutte le capacità dell’intelligenza naturale? Se l’intelligenza è apertura al mondo, alla natura e agli altri esseri, fin dove può arrivare – intus legere, inter legere – la sua freccia?

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