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martedì 28 aprile 2026

BEATI I MITI

 


Vivere con mitezza significa scegliere la forza che non fa rumore. Significa capire che non dobbiamo rispondere a tutto con durezza.

La mitezza non è debolezza, è equilibrio. È la capacità di mantenere il cuore sereno anche quando il mondo intorno a noi è agitato.

Essere miti significa rispondere con calma dove ci si aspetta aggressività, agire con saggezza dove molti reagirebbero d’impulso.

La mitezza nasce dalla fiducia interiore, quando sappiamo chi siamo e non abbiamo bisogno di dimostrare nulla a nessuno.

Vivere la mitezza è permettere che la dolcezza guidi le nostre parole e i nostri atteggiamenti. È comprendere che è possibile essere forti senza perdere la dolcezza.

Nel silenzio della mitezza troviamo una delle forme più elevate di vivere: quella di rimanere sempre in pace.


(Apollonio Carvalho Nascimento)

giovedì 16 aprile 2026

LA FORZA DELLA MITEZZA


 Nella sua vita un insegnamento per vivere i momenti segnati dai conflitti in cui c’è chi esaspera i toni dello scontro e chi con pazienza afferma la possibilità di un confronto tra posizioni differenti

Vittorio Bachelet (1926-1980), giurista, politico, docente, presidente dell’Ac dal 1964 al 1973; assassinato dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980 / Ansa

 

-di ROSY BINDI

Il confronto tra la lezione della storia e le contingenze in cui viviamo propone spesso spunti di riflessione drammatici. Cento anni fa, nel 1926, nasceva Vittorio Bachelet: «Un uomo mite», come molti lo hanno definito, cogliendo la cifra sintetica della sua personalità. Ma in questi giorni, a un secolo di distanza, vediamo in modo plastico come la forza pacata del Vangelo risulti ancora incomprensibile a chi pensa di poter risolvere ogni problema con la prepotenza e con la forza.

Il podcast “Era un uomo mite”, dedicato appunto a Vittorio Bache-let, realizzato da Matteo Truffelli, professore di Storia del pensiero politico all’Università di Parma e già presidente nazionale dell’Azione Cattolica Italiana per “Il Chio-stro”, il portale di informazione dell’Ac, esplora in maniera originale questa tensione sotterranea a tante pagine dell’esistenza umana. Nei momenti di crisi di sistema, di spinte al cambiamento in contrasto tra loro, emergono facilmente due tendenze. C’è chi cerca il conflitto ed esaspera i toni dello scontro, provando a ottenere vantaggi per sé e per la propria parte, fino a consacrare l’uso della forza come unico strumento di risoluzione delle controversie. E c’è invece chi, silenziosamente, ostinatamente, con pazienza e rigore, afferma la possibilità di un confronto aperto tra posizioni differenti, e si spende per realizzarlo giorno dopo giorno. Senza riserve, fino al sacrificio della propria vita. Come si capisce ascoltando la terza delle quattro puntate da cui è composto il podcast, il titolo e la chiave interpretativa attorno a cui esso ruota trovano origine in una frase semplice ma profonda pronunciata nei giorni terribili dell’assassinio di Vittorio da un suo amico fraterno, Alfredo Carlo Moro, il fratello di Aldo: «Vittorio era un uomo mite, ma non della mitezza dei deboli: della mitezza dei forti, di coloro cioè che hanno l’idea che debbano essere portatori e costruttori di pace con una ferrea tenacia». Che cosa avrebbe detto Bachelet in questi nostri giorni tumultuosi? Non possiamo saperlo, ma possiamo immaginare che avrebbe abbozzato uno dei suoi sorrisi, descritto con grande efficacia in un passaggio del podcast: «Un sorriso appena accennato, la testa leggermente inclinata. Una postura che sembra voler trasmettere a chi lo guarda e a chi lo ascolta la sensazione che, per quanto le questioni con cui ci si deve misurare siano serie e complicate, a volte persino drammatiche, si deve sempre conservare la speranza, porsi di fronte ai problemi con coraggio e con fiducia, con senso di responsabilità e di condivisione».

Ho ascoltato con molto interesse, e con commozione, questo lavoro. Vittorio Bachelet ha avuto una vita piena: marito e padre, impegnato fin da giovane nell’associazionismo cattolico, importante studioso di diritto e docente universitario, presidente dell’Azione Cattolica nella stagione straordinaria del Concilio e della “scelta religiosa”, consigliere comunale a Roma e, infine, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, ruolo in cui divenne obiettivo delle Brigate Rosse. Il suo contributo alla vita della Chiesa e della società italiana è stato enorme. Eppure, tanti italiani, soprattutto ma non solo tra i giovani, non lo conoscono. Non sanno nulla della sua testimonianza, della sua lezione, del suo sacrificio per il Paese. Trovo quindi particolarmente appropriata la scelta di realizzare un podcast, uno strumento informativo sempre più in uso in particolare tra le nuove generazioni, per raccontare la sua storia.

I quattro episodi, che contengono materiali audio ricercati con accuratezza, consentono almeno tre livelli di approfondimento, sempre intrecciati tra loro. Il primo riguarda l’Italia e le enormi trasformazioni che essa ha attraversato tra il secondo dopoguerra e l’inizio degli anni Ottanta: un tempo di fermento e di grande crescita, ma anche di divisioni, di violenza e di paura per il sangue versato dal terrorismo di destra e di sinistra. Nei racconti di “Era un uomo mite” si rivive l’atmosfera di quegli anni, che il podcast restituisce in tutta la loro complessità. Senza, però, appesantire il racconto, anzi, incuriosendo l’ascoltatore attraverso aneddoti originali e suggestivi. Un secondo livello coinvolge la storia della Chiesa italiana, che Bachelet conobbe a fondo e che contribuì a cambiare. Davvero la svolta del Concilio fu una rivoluzione gentile, che spinse la Chiesa ad aprirsi al mondo, per prendersene cura anche attraverso la passione educativa e civile di tanti uomini e tante donne credenti e appassionati, come Vittorio. Un impegno che fece arrivare la sua fama fino in Argentina, tanto da essere conosciuta anche da un certo Jorge Bergoglio.

Infine, il terzo livello di approfondimento è lo sguardo delicato sulla vita personale, familiare, intellettuale e civile di Bachelet. Senza concessioni alla curiosità sterile, “Era un uomo mite” attinge a testimonianze e documenti del tempo per proporne un ritratto umano sincero, non idealizzato e profondo. L’augurio è che riscoprire la mitezza di quest’uomo possa essere d’aiuto a tutte e tutti per affrontare con sguardo profetico anche il tempo presente.

www.avvenire.it

 

venerdì 16 gennaio 2026

IL MONDO HA BISOGNO DI MITEZZA

 


“Quando la nostra ultima

 parola è l’amore, 

le nostre azioni

 mostrano la mitezza 

e da esse siamo riconosciuti”

 (Apolonio Carvalho Nascimento)


-         di Nino Carta


È innegabile che il mondo abbia bisogno di tenerezza, di bontà e di mitezza, perché sono le persone miti che rendono la terra e il mondo più abitabile.

La violenza infatti non si arrende alla violenza, anzi diventa fonte di continue guerre; invece si arrende alla mitezza che si concretizza nella non-violenza e nella mansuetudine, le uniche virtù dell’uomo, le quali proprio perché semplici e piccole, sono capaci di superare i conflitti più difficili.

Noi uomini non siamo naturalmente miti ma la mitezza non è affatto codardia, anzi comporta una lotta costante contro noi stessi, un continuo dominio di noi e un grandissimo coraggio.

Infatti, se la viviamo e quasi ci abituiamo ad essa, diventiamo non solo “padroni” di noi stessi, ma beneficiamo e avvolgiamo come per osmosi non solo gli altri intorno a noi ma anche tutto l’ambiente.

Prima di tutto la mitezza è un profondo silenzio interiore che trasforma tutto: gli interessi, i desideri e i giudizi, educando il cuore alla clemenza e all’umiltà, assimilando le Parole e lo stile di Gesù che è quello dell’amore e del cielo, che sradica dai cuori il veleno della rabbia e della violenza e fa fiorire al loro posto la pace e la fraternità.

Per questo “essere miti” è anche saper sorridere nelle difficoltà e trovare serenità anche nei momenti di dolore, perché è l’espressione più interiore e più delicata dell’amore, diventando una continua risposta d’amore al voler esplodere dell’io e aiutandoci invece a saper perdere proprio per amore.

“Essere miti” è saper rispettare e gioire con l’altro come lui è; non solo ma, come cristiani, essere pronti a dare la vita per lui.

Per questo, secondo i maestri dello Spirito, la mitezza, con la sua presenza umile e dolce, è quella che tra i quattro elementi che formano l’universo, sceglie di vestirsi con la semplicità dell’acqua:

– come l’acqua se incontra un ostacolo, si ferma, ma, se l’ostacolo si rompe, corre via serena.

– come l’acqua diventa rotonda o quadrata secondo il recipiente in cui viene messa e sa smussare tutto quello che è affilato e che può ferire.

Ancora, l’essere miti applicato ai rapporti e alle relazioni tra noi uomini, è un continuo invito a non pretendere niente dagli altri, anzi ad essere sempre pronto a fare loro casa, ad accoglierli, a sentirli fratelli, vero toccasana per far vivere tutti in un mondo di serenità e di pace.

Sentite Papa Francesco: “Essere poveri di cuore, reagire con umile mitezza, saper piangere con gli altri, cercare la giustizia con fame e sete d’amore, guardare e agire con misericordia; ecco questa si, è santità.”

E San Paolo scriveva a Tito: “Ti ricordo di non parlare male di nessuno, di evitare liti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini”.

Attenzione però, essere miti non vuol dire essere deboli e senza nerbo, ma scoprire, trovare e inventare forze insperate “altrove”, nella presenza di un amore che non viene da noi ma che ci è donato; come diceva ancora San Paolo: “Quando sono debole, è allora che sono forte”.

Chiaramente non di una forza nostra, ma della forza della comunione che fiorisce naturalmente come fiore di campo intorno alle persone miti e che praticamente le rende invincibili.

 “Essere miti”, è veramente l’azione più intelligente della vita.   

Benabe

Immagine

martedì 19 novembre 2024

BEATI I MITI

 


LA MITEZZA

 PER 

ANTICIPARE

 UN MONDO 

MIGLIORE


«La mitezza consiste nel lasciar essere l'altro quello che è».

È il contrario della protervia e della prepotenza.

Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere. Ma la mitezza non è remissività: mentre il remissivo rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione, il mite invece rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella vanagloria che spinge gli uomini nella guerra di tutti contro tutti.

Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio verso chicchessia. Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità. Ecco quel "potere su di sé" di cui abbiamo già sentito.

Il mite può essere configurato come l'anticipatore di un mondo migliore.

Egli non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata.

Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale».

 #NorbertoBobbio, Elogio della mitezza, 1994

venerdì 12 gennaio 2024

ELOGIO DELLA MITEZZA


 "La mitezza consiste "nel rispettare l’altro così com’è".

È il contrario della protervia e della prepotenza.

Il mite non entra nel rapporto con gli altri con il proposito di gareggiare, di confliggere, e alla fine di vincere.

Ma la mitezza non è remissività: mentre il remissivo rinuncia alla lotta per debolezza, per paura, per rassegnazione, il mite invece rifiuta la distruttiva gara della vita per un profondo distacco dai beni che accendono la cupidigia dei più, per mancanza di quella vanagloria che spinge gli uomini nella guerra di tutti contro tutti.

Il mite non serba rancore, non è vendicativo, non ha astio verso chicchessia.

Attraversa il fuoco senza bruciarsi, le tempeste dei sentimenti senza alterarsi, mantenendo la propria misura, la propria compostezza, la propria disponibilità.

Ecco quel "potere su di sé" di cui abbiamo già sentito. Il mite può essere configurato come l'anticipatore di un mondo migliore.

Egli non pretende alcuna reciprocità: la mitezza è una disposizione verso gli altri che non ha bisogno di essere corrisposta per rivelarsi in tutta la sua portata.

Amo le persone miti, perché sono quelle che rendono più abitabile questa “aiuola”, tanto da farmi pensare che la città ideale non sia quella fantastica e descritta sin nei più minuti particolari dagli utopisti, dove regna una giustizia tanto rigida e severa da diventare insopportabile, ma quella in cui la gentilezza dei costumi sia diventata una pratica universale."      

        da Elogio della Mitezza Norberto Bobbio

martedì 30 maggio 2023

LA MITEZZA COME ESPERIENZA

Un libro dello psichiatra studia la disposizione umana del mite così importante e dimenticata nella vita di ogni giorno «La più radicalmente lontana» da aggressività, superbia e indifferenza tipiche della nostra società

 - di ROBERTO MUSSAPI

 «Avete capito: identifico il mite con il non violento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odi di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica». Chi definisce la mitezza antitetica alla politica è un filosofo del Novecento la cui riflessione riguarda anche profondamente la realtà politica, Norberto Bobbio. In questa sorprendente affermazione Bobbio distingue la politica come arte e mestiere da quella intesa invece come senso di appartenenza alla polis, alla nostra città, comunità. Questa citazione di un pensatore ufficialmente laico, compare all’inizio di un libro toccante, accanto a parole e pensieri di Carlo Maria Martini, sul tema della mitezza: l’autore, Eugenio Borgna, psichiatra e studioso dell’anima, è un maestro. Il suo nuovo libro appena uscito affronta una delle condizioni base di ogni amicizia, e va oltre, fino al senso della vita stessa: Mitezza, (Einaudi, pagine 112, euro 12), che l’autore distingue dalla realtà, pur affine, di mansuetudine: sono due dimensioni buone, necessarie, e appunto affini, ma mitezza forse è più forte, più attiva, scrive Borgna, quando mansuetudine è manifestazione di una bontà meno radicale e profonda.

 Ma sono sfumature: Eugenio Borgna si lancia in un saggio su una dimensione fondamentale: « La mitezza, esperienza umana così importante, e così dimenticata, nella vita personale e sociale, è la più radicalmente lontana dalla aggressività e dalla angoscia, dalla impazienza e dalla fretta, dall’orgoglio e dalla superbia, dalla indolenza e dalla indifferenza, dalla distrazione e dalla sicurezza di sé». Aggressività, angoscia... ognuna di queste parole è scritta preceduta dall’articolo senza apostrofo: a rendere ognuna di esse scandita, assoluta, non scivolante euritmicamente nell’eloquio. Dal libro del Cardinale Martini Beati voi!

 La promessa della felicità, che lo entusiasma, alle belle pagine “sugli uomini miti” del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer (figlio di un famoso psichiatra tedesco) che morì trentanovenne martire nelle carceri dei nazisti, («testimone anche in carcere di una inenarrabile mitezza»), ad Aristotele, Platone ai versi dei poeti, Leopardi, Corazzini, ai suoi amatissimi Rilke e Emily Dickinson... Un saggio felice e benefico: « In queste pagine vorrei svolgere le mie riflessioni su quelle che sono le possibili articolazioni tematiche della mitezza, che la mia vita in psichiatria mi ha fatto conoscere».

 Come sempre, nei suoi scritti, Borgna fa riferimento alle conoscenze acquisite e all’esperienza professionale. Fa bene a sottolinearlo, faremmo bene noi a comprendere come lavorando sull’anima dei suoi tanti pazienti, ha saputo creare una conoscenza che gli consente di parlare, da sempre, anche alla nostra anima, quella di ognuno di noi che lo leggiamo, affratellata. E mostra, con umiltà e sapienza come in origine Psiche e Anima erano parole che indicavano la stessa sostanza.

 Se sono nate favole, prima ancora della civiltà greca, in cui eros e psiche, amore e anima si cercano, confliggono, a volte si fondono, ciò significa che lo studio della psiche ha fonti antichissime, spesso in forma poetica. Borgna stesso attinge sempre, copiosamente ai versi di poeti, per lui necessari e anzi indispensabili nutrimenti dell’anima. La poesia lo ispira, ne sente e dichiara la necessità per la nostra vita sul pianeta. E lo fa da sempre, mitemente. Sì, Mitezza è un suo splendido saggio, ma anche, si può leggere, come un’involontaria, inconsapevole, francescana autobiografia.

www.avvenire.it



martedì 24 maggio 2022

LE VIE DELLA FELICITA'

 
LA FELICITA' ? 

  QUESTIONE 

DI STILE !


Enzo Bianchi nel suo scritto “Le vie della felicità” evidenzia che noi tutti, come cristiani ma ancor prima come donne e uomini, dobbiamo avere come obiettivo di tendere alla felicità, desiderare di vivere una vita felice nonostante tutto, avere la forza ma anche la costanza di praticare quella che Bianchi definisce come la ricerca del senso.

Nella prefazione del saggio di Bianchi si legge: “solo quando gli uomini conoscono una ragione per cui vale la pena perdere la vita, cioè morire, essi trovano anche una ragione per spendere quotidianamente la vita e, di conseguenza, sono felici. Ebbene, le beatitudini aiutano a scoprire questa ragione e così consentono di dare un senso alla vita, anzi conducono al senso del senso”.

Le beatitudini

L’intera esperienza umana di Gesù non è altro che la testimonianza di come è possibile agire nella logica espressa nel Vangelo delle beatitudini.

Gesù mostra all’uomo uno stile di vita, dove la parola “stile” tanto cara a molti, sempre più distante dal linguaggio e dalla comprensione di tanti nostri ragazzi (ed anche adulti), consiste nell’orientare la propria vita ai valori che esaltano la dignità umana e si concretizza in comportamenti ed atteggiamenti coerenti con questa scelta.

In questo tempo particolare, caratterizzato da eventi tragici e difficilmente comprensibili, trovo provocatoria la terza beatitudine citata nel Vangelo di Matteo: Beati i miti perché erediteranno la terra.

La mitezza

La mitezza è lo stile con il quale Gesù dialoga con l’altro, soprattutto nei momenti difficili.

Grazie all’agire con mitezza è possibile gestire la relazione ed il confronto mantenendosi in un contesto di pace … laddove la pace non è un concetto contrapposto alla guerra, ma uno stile del quotidiano che dice il mio modo di relazionarmi con l’altro.

Saper gestire in modo pacifico le relazioni, essere creatori di pace.

Il mite non è una persona remissiva o rassegnata, la più silenziosa delle altre perché non ha niente da dire, non è l’elemento passivo, debole di carattere o “sfigato”, ma è colui che incarna la virtù dei forti che frère Roger Schutz definiva la “violenza dei pacifici”.

Da maestro dei novizi mi sono interrogato spesso rispetto allo stile del relazionarsi con l’altro osservando le novizie ed i novizi che mi sono stati affidati.

In questo periodo, caratterizzato da pandemia e ultimamente da eventi bellici, ancor di più.

Mi sono chiesto come si pongono nelle relazioni tra di loro, nelle relazioni amicali, in quelle famigliari …. con quale obiettivo, con quale disponibilità all’accoglienza e all’ascolto, con quale stile.

Mi sono anche chiesto come si pongono nelle relazioni che caratterizzano il grande mondo dei social …. con quale autenticità, con quanta responsabilità, ponendosi o meno in modo coerente.

Spazi di felicità

Mi sono chiesto quanto nelle nostre realtà associative si vivano situazioni di serenità e di felicità e quanto ci si adoperi perché ogni realtà ed ogni evento sia spazio vero di impegno e di felicità.

Credo nella forza della comunità capace di incarnare esperienze di pace; credo nella fatica del cammino che insegna la pazienza dell’attendere … attendere di arrivare con fatica da qualche parte, ma anche attendere che la verità si riveli.

In un tempo che evidentemente non è tempo di pace, che spesso e per molti non è nemmeno tempo di felicità, credo che il nostro agire educativo (e associativo) debba essere orientato con determinazione a ciò che è veramente “essenziale”.

Riconoscendo nel desiderio di vivere in modo felice, gioioso, il vero obiettivo della nostra vita, ed il vero orizzonte educativo verso il quale siamo chiamati a servire come educatori, ritrovo nell’atteggiamento del mite il giusto modo di porsi di fronte alle diverse occasioni che la vita e la terra ci propongono.

Educare alla mitezza significa aiutare tutti coloro coi quali percorriamo i sentieri della vita (specialmente coloro che sono a noi affidati) ad essere persone responsabili e  “forti”, orientate alla felicità durevole ed in grado, come dice il testo evangelico, di ereditare la terra che è la terra dei viventi, che detto in altro modo corrisponde alla possibilità di vivere il tempo che ci è dato come persone felici.

La vita è fatta di piccole felicità insignificanti, non solo di grandi cose.

Succedono ogni giorno, tante da non riuscire a tenerle a mente né a contarle, e tra di esse si nascondono granelli di una felicità appena percepibile che l’anima respira e grazie alla quale vive. (Banana Yoshimoto da “Un viaggio chiamato vita”).

  Da Diego Zanotti in Rs-Servire

 

 

 

domenica 1 novembre 2020

MITEZZA E SANTITA'

 È la Solennità di Tutti i Santi e il Papa all'Angelus invita a riflettere sulla loro testimonianza che per noi è fonte di speranza nella risurrezione e modello di un cammino, fondato sulle Beatitudini, che possiamo percorrere tutti in modo unico e irripetibile con la mitezza di cui il mondo oggi ha tanto bisogno.

Gabriella Ceraso - CIttà del Vaticano

 Oggi la Chiesa celebra la solenne festa di Tutti i Santi, quelli proclamati nel corso della storia ma anche i tanti che hanno vissuto nella quotidianità una vita cristiana semplice e nascosta ma piena di fede e di amore a Dio e al prossimo. I Santi che, ha detto più volte Francesco, sono “veramente felici” perché hanno scoperto il segreto della felicità autentica”, i Santi che, afferma oggi nella riflessione che precede la recita dell’Angelus, sono “i testimoni più autorevoli della speranza cristiana perché l’hanno vissuta in pienezza nella loro esistenza, tra gioie e sofferenze, attuando le Beatitudini”. “Cristo è risorto e anche noi saremo con Lui, saremo con Lui".

Beatitudini “via della santità”

Sono infatti le Beatitudini, che Gesù ha predicato e che oggi risuonano nella Liturgia (cfr Mt 5,1-12a),la “ via della santità” o, come altre volte ha detto Francesco, “la carta d’identità del cristiano”, che ne fa un seguace di Gesù. E oggi il Papa sceglie di riflettere sulla seconda e la terza di queste strade che possono farci beati, felici, cioè Santi. Entrambe, dice Francesco, “cominciano quaggiù e si compiranno in Cristo”.

 «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati»

Sembrano parole contraddittorie, perché il pianto non è segno di gioia e felicità. Motivi di pianto e di sofferenza sono la morte, la malattia, le avversità morali, il peccato e gli errori: semplicemente la vita di ogni giorno, fragile, debole e segnata da difficoltà. Una vita a volte ferita e provata da ingratitudini e incomprensioni. Eppure Gesù proclama beati proprio coloro che piangono perché, spiega il Papa, “nonostante tutto confidano nel Signore e si pongono sotto la sua ombra”: Non sono indifferenti, e nemmeno induriscono il cuore nel dolore, ma sperano con pazienza nella consolazione di Dio. E questa consolazione la sperimentano già in questa vita.

«Beati i miti, perché avranno in eredità la terra»

La terza Beatitudine esalta invece la mitezza che è “la caratteristica di Gesù”, un modo di essere e di vivere dunque che ci avvicina a Lui e crea unità, non dominio e sopraffazione, come spiega il Papa descrivendo queste persone che il mondo non apprezza, ma alle quali Dio dono la vita eterna: Miti sono coloro che sanno dominare sé stessi, che lasciano spazio all’altro, lo ascoltano e lo rispettano nel suo modo di vivere, nei suoi bisogni e nelle sue richieste. Non intendono sopraffarlo né sminuirlo, non vogliono sovrastare e dominare su tutto, né imporre le proprie idee e i propri interessi a danno degli altri. Queste persone, che la mentalità mondana non apprezza, sono invece preziose agli occhi di Dio, il quale dà loro in eredità la terra promessa, cioè la vita eterna.

Ascoltare e non aggredire


Nella vita di oggi a livello mondiale, aggiunge il Papa parlando a braccio, "c’è tanta
aggressività e anche nella vita di ogni giorno, la prima cosa che esce da noi è l’aggressione, la difesa": 
Abbiamo bisogno di mitezza per andare avanti nel cammino della santità. Ascoltare, rispettare, non aggredire: mitezza.

Con la mitezza andremo alla santità

Cosa trarre dunque da queste Beatitudini, da questa “strada evangelica percorsa da Santi e Beati? Innanzitutto, che è “controcorrente rispetto alla mentalità di questo mondo” e poi che siamo chiamati tutti a percorrerla in modo personale: La solennità di oggi, che celebra Tutti i Santi, ci ricorda la personale e universale vocazione alla santità, e ci propone i modelli sicuri per questo cammino, che ciascuno percorre in maniera unica, in maniera irripetibile. Basta pensare all’inesauribile varietà di doni e di storie concrete che c’è tra i santi e le sante: non sono uguali, ognuno ha la propria personalità e ha sviluppato la sua vita nella santità secondo la propria personalità e ognuno di noi può farlo, andare su quella strada: mitezza, mitezza per favore e andremo alla santità. "Mitezza per favore e andremo alla santità!", ripete dunque il Papa prima di affidare tutti a Maria affinché, in quanto Madre, possa aiutarci ad “alimentare il desiderio di santità, camminando sulla via delle Beatitudini”.

 Vatican News

sabato 4 luglio 2020

IO SONO MITE E UMILE DI CUORE


- Domenica 5 luglio 2020

-        -   Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 11, 25-30

In quel tempo, Gesù disse: "Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo, infatti, è dolce e il mio carico leggero".

Commento al Vangelo di p. Alberto Maggi


È un momento difficile nella vita di Gesù: ha iniziato la sua predicazione, ed immediatamente gli arriva un ultimatum, che ha tutto il sapore di una scomunica, da parte di Giovanni Battista, che è incarcerato, che gli manda a dire: sei tu quello che deve venire, o ne dobbiamo aspettare un altro? Evidentemente la predicazione di Gesù delude, e Gesù inizia a predicare nelle città, ma il risultato è fallimentare. E infatti Gesù si lamenta con queste città – sono tre principalmente: Corazin, Betsàida e Cafarnao – e Gesù si lamenta che, se lo stesso messaggio l’avesse portato nelle città pagane, si sarebbero convertite, queste no. Perché questa resistenza? Perché sono città dominate dall’insegnamento della sinagoga.
Ed è a questo punto, siamo al capitolo 11 di Matteo, versetto 25, che Gesù esclama: “In quel tempo”, quindi in collegamento con questo, “Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre”, Gesù non parla di Dio, parla di Padre, è importante per comprendere il suo insegnamento, “Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti”, Gesù non se la sta prendendo con le persone colte, sapienti e dotti sono immagini dei dottori della legge, degli scribi, che ragionano in termini di dottrina e di legge, ma, se con la legge, la dottrina, si può arrivare a discutere, a parlare di Dio, del Padre si può soltanto sperimentare la sua potenza d’amore imitando questo amore, ecco perché Gesù parla di Padre. Per i dotti, per i sapienti, quindi gli scribi, i dottori della legge, Dio si manifesta nella dottrina e non nella vita, come invece insegna Gesù.
E, dice Gesù, quindi le hai nascoste “queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”. Nonostante il fallimento della predicazione di Gesù, c’è un gruppo di persone che lo segue: sono gli emarginati, sono le nullità, sono gli invisibili, sono queste le persone che lo seguono ed ascoltano il suo messaggio.
E continua Gesù, di nuovo ripetendo la parola Padre, “Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”. E qui Gesù, con un tipico ragionamento teologico e rabbinico, afferma: “Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”, cosa vuol dire con questo ragionamento Gesù? Dio, abbiamo visto, si può conoscere dalla legge, il Padre soltanto nell’amore. Allora è nell’essere
profondamente umani, nell’essere sensibili ai bisogni ed attenti alle necessità, alle sofferenze degli altri, che si può sperimentare la presenza del Padre. Come abbiamo detto, Dio si può conoscere attraverso la legge, il Padre soltanto attraverso l’esperienza dell’amore. Con Gesù, Dio si è fatto uomo, e l’uomo, l’umanità, è l’unico valore sacro.
E poi c’è l’invito da parte di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi”, stanchi e oppressi di che cosa? Dell’osservanza della legge, dirà più avanti Gesù in questo stesso vangelo, che proprio questi dotti, questi scribi, questi dottori della legge, legano dei pesanti fardelli sulle spalle delle persone. Sono le dottrine che si accumulano, e per questo sono stanchi ed oppressi, e dice: “e io vi darò ristoro”, il termine adoperato dall’evangelista significa far riposare, cessare dalla fatica, recuperare il fiato, potremmo dire: io sarò il vostro respiro.
E poi, ecco la sfida di Gesù: “Prendete il mio giogo sopra di voi”, il gioco lo sappiamo, era quell’attrezzo che si metteva sopra i buoi per guidarli nel campo, ed era immagine della legge. La legge, la legge di Mosè, era diventata un giogo, ma un giogo pesante. Allora Gesù invita a fare una sostituzione: lasciate stare il giogo della legge, il credente non è più colui che ubbidisce a Dio osservando le sue leggi, ma colui che assomiglia al Padre praticando un amore simile al suo. “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore”, non sta parlando Gesù di imitare il suo carattere, impossibile, ma la sua scelta sociale. I “miti”, in quel tempo, il termine indica i diseredati, il termine “umile” in greco è tapino, cioè mettetevi dalla parte degli ultimi, dalla parte degli emarginati, dalla parte degli invisibili, lì c’è la mia presenza. E infatti dice: “troverete ristoro per la vostra vita”, questa è una citazione del libro della Sapienza, che ristora le persone.
E conclude Gesù: “Il mio giogo”, quindi l’accettazione dell’imitazione dell’amore del Padre, questo è il giogo, “è dolce e il mio peso leggero»”, non ci sono più pesi da portare, che schiacciano le persone come denuncerà poi San Pietro nel concilio – dice: “perché continuate a tentare Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo, ed è stato il fallimento, che né i nostri padri, né noi siamo stati in grado di portare? Quindi l’osservanza della legge non ha permesso la comunione con il Padre, l’accoglienza, l’amore, la pratica del suo amore, sì.




venerdì 2 gennaio 2015

NUOVE PAROLE PER IL NUOVO ANNO

UN NUOVO DIZIONARIO PER IL 2015

Futuro, prossimo, mitezza, fiducia: per Giacomo Poretti sono queste le quattro parole che devono guidarci nel nuovo anno. Anche a costo di buttar via ogni vecchio vocabolario...
Futuro, anche se nessuno sembra crederci più e impera il gerundio del «mi sto deprimendo» 
Prossimo, perché senza gli altri (dentista compreso) la vita sarebbe un inferno 
Mitezza, perché di aggressività ne abbiamo vista fin troppa nel 2014.
 E infine fiducia, prima di tutto in noi stessi
  
Quando un anno si è fatto anziano e sta per essere collocato nella casa di riposo della storia, ci si rivolge al giovine che avanza con preghiere, suppliche e desideri. Io ho pensato di chiedere in regalo al nuovo anno che verrà delle parole. .......

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