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sabato 7 marzo 2026

AMA IL TUO NEMICO

 


"Educare all’odio?"

 



Massimo Recalcati 

 L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra. Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita. In uno straordinario romanzo come I duellanti di Joseph Conrad si può vedere bene quanto questa passione possa consumare un’intera esistenza. Non a caso Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio. Gli psicoanalisti sanno bene quanto l’odio possa dare senso a una vita che al suo centro è abitata da un vuoto profondo. Ho assistito più volte allo sprofondamento depressivo di persone che, per ragioni diverse, avevano perso contatto con il loro oggetto d’odio. Era la passione dell’odio a mantenerle in vita. 

Il pregiudizio

Nella dimensione collettiva della vita umana, l’educazione all’odio è il primo passo che rende possibile e motiva il pregiudizio, la discriminazione, giustificando lo scatenamento della violenza. La passione dell’odio è infatti passione dell’Uno che vorrebbe escludere il Due sino al colmo della sua distruzione. Dove c’è odio l’esperienza virtuosamente traumatica del Due viene sempre rigettata nel nome dell’Uno. Distruggere il nemico significa infatti distruggere innanzitutto l’esperienza del proprio limite che il Due costituisce. Per questa ragione, il gesto di Caino trova il suo fondamento nel mito di Narciso: amare la propria immagine, porsi come un Uno-tutto-solo, adorare il proprio Io, comporta la soppressione di tutto ciò che è altro da me. 

 I cattivi maestri

I cattivi maestri di ogni tempo incitano all’odio, armano le mani dei loro figli o dei loro allievi, soffiano sul fuoco nichilistico della distruzione del nemico. Per lo più, come accadde anche nel nostro paese negli anni Settanta, nascondendo le proprie responsabilità. 

È infatti sempre l’uso irresponsabile della parola da parte dei cattivi maestri a promuovere la violenza. L’ebbrezza del passamontagna calato sul volto che preparava lo scontro armato con le forze dell’ordine, raccontata con pathos da Toni Negri, resta nel mio ricordo di quegli anni come un invito irresponsabile all’odio che ha spinto molti giovani verso una lotta destinata a sconfinare nell’arbitrio assoluto della violenza. Ma come si può interrompere la catena dell’odio? Quando il magistero di Gesù evoca l’amore come antidoto radicale della passione dell’odio non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. La sua parola non sospinge infatti ad amare il simile, ad amare chi ci ama, ma, in modo inaudito, ad amare il nemico. È il passaggio vertiginoso del suo pensiero che nemmeno Sigmund Freud può accettare. Eppure il suo messaggio resta oggi più che mai tanto scabroso quanto essenziale: la fratellanza non è affatto un’esperienza di assimilazione, di uniformazione e, a rigore, nemmeno di condivisione. 

Con l’invito paradossale ad amare il nemico Gesù intende piuttosto sconvolgere ogni concezione ingenuamente armoniosa e pacificata dell’amore per metterne in luce il lato più indigesto. Amare il nemico significa infatti amare chi non è a nostra disposizione, chi sfugge al nostro governo, chi non può mai essere assimilato al nostro Io. In questo senso la passione dell’amore è una passione di decentramento, mentre quella dell’odio è, al contrario, una passione di accentramento. Il nemico diventa un bersaglio, un’alterità da disprezzare o da annientare, di fronte alla quale ribadire la propria superiorità morale, etica, razziale o culturale. Saremo dunque responsabili davanti alle nuove generazioni di avere sostenuto una cultura della guerra e dell’odio al posto di una cultura radicale dell’amore? 

Le ideologie  e l'educazione

Non è forse questo il grande, immenso, compito dell’educazione? Non a caso guerra e Scuola sono profondamente antagoniste. La funzione prima della Scuola non è infatti quella della trasmissione del sapere, ma quella della formazione della vita alla sua dimensione costitutivamente plurale, all’esperienza del Due e non dell’Uno-tutto-solo. Per questo, tutte le ideologie totalitarie snaturano la vocazione democratica della Scuola facendone un’officina di guerra e di indottrinamento, sottomettendola così al servizio dell’odio. 

 Non sorprende che sia stata la filosofia dell’odio dell’hitlerismo a rendere possibile l’orrore della Shoa e della Seconda guerra mondiale. La passione dell’odio si nutre infatti della certezza dogmatica di possedere la Verità. Essa esclude per principio il dubbio e la contraddizione perché vive di un ideale integralista e fondamentalista di purezza. È nel nome di questa purezza che Hitler ha legittimato l’odio feroce per gli ebrei, per il bolscevismo e per le democrazie liberali. I misfatti più crudeli ed efferati nella storia sono sempre stati giustificati nel nome della Verità. Ecco perché l’odio è il nutrimento quotidiano di ogni ideologia settaria. Non a caso Freud afferma che l’odio è un’espressione diretta della pulsione di morte, della pulsione che non alimenta la vita ma la sua distruzione. 

 La scuola

In ogni regime totalitario, la missione democratica della Scuola viene avvelenata e distorta dal virus dell’ideologia. I totalitarismi del Novecento sono stati esempi storici sconvolgenti di come l’indottrinamento possa prende il posto dell’educazione alla legge plurale della parola, alla legge del Due. Il nostro tempo ripropone traumaticamente la stessa sfida sull’orlo di una guerra che rischia di divenire mondiale: sarà la passione dell’odio a trionfare o sapremo trovare nella fratellanza – nell’amore per il Due – un’alternativa etica a questa passione mostruosamente umana?

La Repubblica

Alzogliocchiversoilcielo

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lunedì 12 febbraio 2024

A CINQUANT'ANNI DAI DECRETI DELEGATI

Gli episodi di aggressività a scuola  sono l'esatto opposto della "partecipazione" voluta dai decreti delegati (1974).


- di  Alessandro Artini

Gli episodi di aggressività verso docenti e presidi, perpetrati rispettivamente da alunni e genitori, sono purtroppo ricorrenti e le cronache dei giornali ne danno ampia testimonianza. È evidente che dietro di essi si cela un profondo malessere, che dà luogo a forme di violenza imprevedibili e pericolose. Ma ciò che colpisce maggiormente, dal mio punto di vista, sono gli episodi di aggressione degli insegnanti da parte dei genitori, perché in qualche misura rappresentano un elemento di novità su cui riflettere. Mentre l’ostilità degli alunni verso gli insegnanti ha una sua “tradizione”, se così mi posso esprimere, ancorché oggi tocchi vertici di abbrutimento e talvolta comporti rischi per l’incolumità dei secondi, l’aggressività degli adulti genitori verso gli adulti insegnanti è del tutto inedita. Pertanto vale la pena di rifletterci su.

Tali episodi, ovviamente, hanno radici profonde e non sono riconducibili a cause singole, eliminando le quali tutto tornerebbe al “buon tempo antico”, che restituirebbe a tutti serenità, come suggerisce la pubblicità di alcune rosticcerie che propongono ricette e cibi di una volta. Il malessere che quegli episodi testimoniano e che non giustifica alcuna aggressività (diciamolo subito, a scanso di equivoci) è piuttosto pervasivo e riguarda la scuola come la restante società.

Forse per avere un’idea di ciò basterebbe scorrere le pagine di quel capitolo dell’ultimo rapporto Censis “Sulla situazione sociale del Paese”, relativo al 2023, dal titolo Fermenti e inquietudini sociali. Potremmo registrare, soprattutto mentalmente, i dati relativi alle nuove solitudini degli anziani, alla diaspora degli italiani all’estero (poiché siamo terra d’immigrazione per gli africani, ma contestualmente di emigrazione per i nostri giovani concittadini) e all’incomunicabilità generazionale, che riguarda non solo la scuola, ma l’intera società. Ci viene descritta una realtà di cui gli italiani non sono del tutto consapevoli (non lo è neppure quella parte che costituisce la classe dirigente) e che ci espone ai rischi del sonnambulismo, quando persone dormienti camminano nel buio notturno, inconsapevoli dei pericoli.

 Tuttavia, poiché non è opportuno trattare la questione in termini di sociologia generale, è il caso di puntare l’attenzione su qualche elemento specifico.

 In questa prospettiva, vale la pena di approfondire, a cinquant’anni dalla loro emanazione, la questione dei decreti delegati del 1974 dei quali non è rimasto molto (per esempio della parte relativa alla questione dello stato giuridico dei docenti, fortemente rinovellata, oppure di quella degli organi territoriali distrettuali, in pratica aboliti), salvo gli organi collegiali, che, invece, mantengono una sostanziale continuità fino a oggi.

 Grazie ad essi, mezzo secolo fa, si registrava per la prima volta l’ingresso dei genitori nella scuola, in veste di rappresentanti nei consigli di classe e in quello di istituto. In sostanza i decreti, prendendo atto dell’esistenza di un patto educativo, implicito ma concreto, tra genitori e docenti, puntavano ad animare quel patto stesso con una prassi di governo delle scuole del tutto coerente. Era importante quel patto? Certamente sì, perché, senza di esso, l’educazione non può funzionare, se demandata ai soli docenti: esso creava il cemento educativo su cui fondare l’agire sinergico degli adulti, genitori e insegnanti.

 Ebbene, quel patto oggi non sussiste più, anzitutto per lo sfaldamento molecolare della società, come osservava il Censis qualche tempo fa, ma anche per il malfunzionamento degli organi collegiali istituiti dai decreti delegati, al cui interno i soggetti adulti quel patto hanno rescisso. Gli organi collegiali non funzionano, questo è quanto suggerisce la mia esperienza unitamente a quella di tantissimi altri presidi. I genitori che vanno a votare per scegliere i loro rappresentanti sono una sparuta minoranza e una parte consistente degli eletti diserta poi le riunioni.

 Perché accade questo? Forse perché i genitori (ma anche gli studenti eletti nelle scuole superiori) avvertono di contare poco. Le decisioni delle scuole sono demandate in gran parte al collegio dei docenti, perché nelle scuole anche le attività minime hanno una valenza educativa e al collegio spetta dirimere tutte le questioni. Ovviamente i genitori non debbono entrare nel merito della didattica, ma il loro ruolo dovrebbe assumere una reale efficacia almeno negli ambiti amministrativi e organizzativi di loro competenza. La qual cosa generalmente non accade.

 La rescissione di quel patto, dunque, avrebbe provocato gli scazzottamenti subiti da docenti e presidi? Certamente non vi è un nesso di causalità diretto, perché le persone incivili hanno sempre responsabilità personali. Né gli atti di quelle persone possono essere giustificati da cause sociali o dal malfunzionamento degli organi collegiali. Ma il declino di questi ultimi certamente non favorisce il dialogo tra gli adulti, genitori e insegnanti, che vivono la scuola e ne abitano le dinamiche. Se viene a mancare, le attività educative inevitabilmente ne risentono e la scuola perde il valore simbolico di spazio significativo e autorevole per gli apprendimenti.

 Tutto ciò, ovviamente, incide anche nello sperdimento delle anime di quei giovani che aggrediscono i docenti (e anche in questo caso non vogliamo assolvere nessuno). Un’insufficienza o una bocciatura non hanno più il significato simbolico di una tappa all’interno di un percorso di crescita, che può e deve essere riattivato anche a seguito di quelle negatività, ma esprime solamente la malevolenza del docente.

 Per questo sono contrario al partito di chi vorrebbe tutti i genitori fuori dalla scuola e ripropongo invece il tema delle alleanze educative tra adulti. I genitori non debbono essere estromessi, perché la questione educativa non appartiene ai soli docenti. Nella scuola molti ne sono consapevoli, ma non traggono le necessarie conseguenze rispetto alla governance delle scuole stesse, cioè ai decreti delegati, che devono essere riformati.

 Di tutto ciò si dibatterà nel convegno che avrà luogo a Firenze, nei giorni 16 e 17 febbraio 2024, nel Salone dei Cinquecento a Firenze, dal titolo Ancora oggi dopo mezzo secolo… La riforma im/possibile dei decreti delegati del 1974, un convegno che, almeno dal punto di vista delle iscrizioni, sta riscuotendo un eccezionale successo.

Il Susssidiario

lunedì 26 giugno 2023

DECIFRARE L'ADOLESCENZA

 Processo ai genitori: ansiosi, inadeguati, iperprotettivi.  

Incapaci di decifrare l’adolescenza


Sono stressati. Incapaci di trasmettere ai ragazzi

 il valore dell’impegno. 

E pronti a giustificarli sempre. 

Dietro teenager aggressivi a scuola o chiusi nelle loro bolle

 virtuali ci sono spesso adulti 

che non riescono ad aiutarli a crescere

 

- di Lisa Ginzburg

   L’età “protratta”, quella che tanto si fatica a lasciare ma di cui poco, o non abbastanza, si parla. L’adolescenza, questa sconosciuta: di volta in volta vessillo o ricettacolo di definizioni stigmatizzanti e che è facile scivolino in una genericità che sfiora il banale. Durante la pandemia si è trattato di adolescenze vissute al chiuso della propria camera e della famiglia, ciascuno immerso in una sua bolla virtuale spesso, nella lunga durata, opprimente come una prigione. Ora, finita l’emergenza, come quella adulta anche la socialità degli adolescenti riprende. Ricomincia, trasformata come trasformati siamo
tutti, sincopata, per quanto meno solitaria e meno ostaggio di solipsismo da “sindrome hikikomori” di quanto qui e là venga teorizzato.

 Riguardo ai rapporti famigliari, forse la lunga incubazione data dalla vita domestica coatta ha mutato gli scambi tra gli adolescenti e i loro genitori adulti, rendendo quei rapporti più stretti o invece più difficili e afasici di quanto non fosse già? Che questa protratta “endogamia obbligata” abbia ridotto lo iato anagrafico, livellato distanze generazionali rendendoci in qualche maniera tutti in casa più simili, sin troppo vicini?

 «Sarebbe miope non riconoscere che la pandemia abbia segnato un periodo molto particolare, ma è stato d’altra parte evento che ha estremizzato e reso più evidenti dinamiche che esistevano già, tutte, all’interno dei nuclei famigliari» dice Maurizio Andolfi, per molti anni Direttore dell’Accademia di Psicoterapia di Roma e da tempo residente in Australia dove il Governo gli ha conferito l’onorificenza di Distinguished Talent. Senza enfasi, ma categorico, guarda con scandalo all’eccessivo, apprensivo proteggere i figli adolescenti da parte dei genitori italiani.

 «Il guaio è incominciato con l’invenzione diabolica del “genitore amico” e prosegue con un’abnegazione fuori misura nei confronti dei figli. A forza di fare tutto per loro, si finisce per bloccarli». Come sempre avviene con i troppi sacrifici, forme di rinuncia ricattatorie che nella lunga durata inibiscono e tarpano le ali, le abnegazioni sono facciate compensatorie di altri vuoti. Forte della lucidità di chi l’Italia ha scelto di seguirla da lontano, con alle spalle una consolidata esperienza di terapia famigliare e dell’adolescenza, Andolfi vede il problema, più che in un livellamento tra le generazioni, in un modello adulto fallace in partenza perché labile dal punto di vista della stabilità emotiva.

 «Quelli che più mi appaiono vittime di un forte disagio psicologico sono gli adulti. In preda a un disorientamento generale e a un’ansia galoppante, non sono capaci di trasmettere ai più giovani il valore dell’impegno, inteso come sforzo, certe volte rinuncia, certe altre, attesa fatta di vuoti», mi dice via zoom. «La nozione di vuoto manca ormai del tutto, e questo anche evidenzia su scala globale una condizione di salute mentale compromessa. Le esistenze sono velocizzate, convulse, per causa della troppa attività virtuale certamente, e perché a mancare sono fatica e noia. Due elementi fondanti, e che vanno insieme. Fatica come sforzo, impegno, sacrificio positivo (in vista di un fine), noia come vuoto, inattività, vacuum dove manchi la costante connessione Internet a far credere di essere occupati. Si aggiunge la caduta verticale della lettura, un’attività in totale dissintonia con il presente per come, oltre a rallentare il ritmo del tempo, vuole uno sforzo della fantasia così da immaginare, figurarsi storie e persone, all’opposto di quest’epoca in cui tutto si vede e si vuole visibile, a portata di clic».

 Abnegati e sin troppo assidui nel seguire le vite dei figli, a loro volta in una condizione di totale dipendenza da Internet e dalla “visibilità”, i genitori poco hanno da offrire in termini di riferimenti morali. Sono sponde friabili, la cui autorevolezza frana di fronte allo tsunami della metamorfosi dei tempi. «Senza dubbio esiste una difficoltà, dei genitori per primi» ribadisce Antonello D’Elia, psichiatra, «nel gestire e far coesistere insieme norma e soavità. Il registro della tenerezza ha sostituito il conflitto, a cominciare dalle figure dei “mammi” e continuando con quelle dei “genitori amici”. Una sostituzione che certo si riverbera sugli adolescenti: rendendoli sì capaci di soprusi e violenze verso i loro coetanei, come il fenomeno del bullismo dimostra, ma anche timorosi del conflitto inteso come aggressività reale».

 Conflitto in casa, conflitto fuori. «Se il confronto con gli altri», nota ancora D’Elia, «trova come principale veicolo l’autorappresentazione (virtuale) di sé, allora viene ad alterarsi quella tensione, fondamentale nell’adolescenza, tra vedere sé stessi (e capirsi) ed essere visti (capiti) dagli altri». La dinamica di scontro con i genitori, faticosa quanto decisiva nell’auto-individuazione durante l’adolescenza, trova nella virtualità una cristallizzazione inibitoria. Per non dire di quanto genitori iperconnessi offrano un modello di costante distrazione che neppure stimola un confronto che sia davvero animato, dinamico, se pure nelle sue distruttività, costruttivo.

 Alice Urciolo, con il regista Ludovico Bessegato co-autrice di “Prisma”, fortunata serie televisiva ispirata all’opera di Giovanna Cristina Vivinetto (alla raccolta “Dolore minimo, autobiografia in versi di una transizione sessuale”, Premio Viareggio Opera Prima 2019) ribadisce la stessa inadeguatezza degli adulti di fronte alle tematiche più urgenti per i loro figli. Quello della transizione sessuale è argomento chiave dato il tema di una fedeltà e appartenenza a sé stessi che implicitamente contiene. Una volta di più, tuttavia, tema che va a scontrarsi con le letture deformanti operate dagli adulti, refrattari a considerare l’adolescenza per quel che è. Adulti inadeguati nel decifrare questa età ibrida, in cui ibridi sono anche gli eventuali percorsi per trovare sé stessi e “dirsi” al mondo.

 In “Prisma” il tema della transizione sessuale viene accostato a quello della disabilità fisica (uno dei personaggi protagonisti ha una protesi alla gamba), una dimensione “defettuale” che tanto è piaciuta agli spettatori adolescenti perché offre loro una possibile rivendicazione identitaria in risposta a eccessi di adultizzazione o infantilizzazione della loro età. Considerati o troppo maturi o troppo bambini, ragazze e ragazzi mai, o quasi mai, si sentono considerati e visti per quello che sono. Rivendicare un’identità è sancire un’appartenenza, e di appartenenza gli adolescenti molto sentono la mancanza, dice Andolfi. Appartenenza che vuol dire bagaglio di vedute, valori, etica, risorse interiori spesso tramandate dai nonni meglio che dai genitori (a proposito di nonni, D’Elia indica tra le ragioni di un buon radicamento durante l’adolescenza il grado di rapporto che i genitori a loro volta intrattengono con le loro proprie radici). Appartenenza che lascia partire e andar via, lontano dalla “cuccia” della famiglia; appartenenza che rende cittadini del mondo, sicuri di sé altrove, anche molto distante da casa. Un’appropriazione di sé che è l’opposto della separazione ma anche della dipendenza, perché rende liberi. Mentre tante, troppe volte gli adolescenti restano invece impigliati in dinamiche famigliari interne: “braccio armato” delle famiglie (ancora Andolfi), ovvero paladini di un genitore o l’altro in separazioni violente o caotiche, quasi sempre disfunzionali. Figlie e figli di adulti stressati e infelici.

 Adolescenza, questa sconosciuta. Un’età che ci accompagna, “protratta”. Tanto si parla di “bambino interiore”, ma sarebbe il caso di cominciare a dire qualcosa anche dell’“adolescente interiore”. Guardandolo, dialogando con lui: chissà che facendolo i genitori riescano a trovare misura e andatura un po’ più adulte.

 

ESPRESSO

martedì 30 maggio 2023

LA MITEZZA COME ESPERIENZA

Un libro dello psichiatra studia la disposizione umana del mite così importante e dimenticata nella vita di ogni giorno «La più radicalmente lontana» da aggressività, superbia e indifferenza tipiche della nostra società

 - di ROBERTO MUSSAPI

 «Avete capito: identifico il mite con il non violento, la mitezza con il rifiuto di esercitare la violenza contro chicchessia. Virtù non politica, dunque, la mitezza. O addirittura, nel mondo insanguinato dagli odi di grandi (e piccoli) potenti, l’antitesi della politica». Chi definisce la mitezza antitetica alla politica è un filosofo del Novecento la cui riflessione riguarda anche profondamente la realtà politica, Norberto Bobbio. In questa sorprendente affermazione Bobbio distingue la politica come arte e mestiere da quella intesa invece come senso di appartenenza alla polis, alla nostra città, comunità. Questa citazione di un pensatore ufficialmente laico, compare all’inizio di un libro toccante, accanto a parole e pensieri di Carlo Maria Martini, sul tema della mitezza: l’autore, Eugenio Borgna, psichiatra e studioso dell’anima, è un maestro. Il suo nuovo libro appena uscito affronta una delle condizioni base di ogni amicizia, e va oltre, fino al senso della vita stessa: Mitezza, (Einaudi, pagine 112, euro 12), che l’autore distingue dalla realtà, pur affine, di mansuetudine: sono due dimensioni buone, necessarie, e appunto affini, ma mitezza forse è più forte, più attiva, scrive Borgna, quando mansuetudine è manifestazione di una bontà meno radicale e profonda.

 Ma sono sfumature: Eugenio Borgna si lancia in un saggio su una dimensione fondamentale: « La mitezza, esperienza umana così importante, e così dimenticata, nella vita personale e sociale, è la più radicalmente lontana dalla aggressività e dalla angoscia, dalla impazienza e dalla fretta, dall’orgoglio e dalla superbia, dalla indolenza e dalla indifferenza, dalla distrazione e dalla sicurezza di sé». Aggressività, angoscia... ognuna di queste parole è scritta preceduta dall’articolo senza apostrofo: a rendere ognuna di esse scandita, assoluta, non scivolante euritmicamente nell’eloquio. Dal libro del Cardinale Martini Beati voi!

 La promessa della felicità, che lo entusiasma, alle belle pagine “sugli uomini miti” del teologo protestante Dietrich Bonhoeffer (figlio di un famoso psichiatra tedesco) che morì trentanovenne martire nelle carceri dei nazisti, («testimone anche in carcere di una inenarrabile mitezza»), ad Aristotele, Platone ai versi dei poeti, Leopardi, Corazzini, ai suoi amatissimi Rilke e Emily Dickinson... Un saggio felice e benefico: « In queste pagine vorrei svolgere le mie riflessioni su quelle che sono le possibili articolazioni tematiche della mitezza, che la mia vita in psichiatria mi ha fatto conoscere».

 Come sempre, nei suoi scritti, Borgna fa riferimento alle conoscenze acquisite e all’esperienza professionale. Fa bene a sottolinearlo, faremmo bene noi a comprendere come lavorando sull’anima dei suoi tanti pazienti, ha saputo creare una conoscenza che gli consente di parlare, da sempre, anche alla nostra anima, quella di ognuno di noi che lo leggiamo, affratellata. E mostra, con umiltà e sapienza come in origine Psiche e Anima erano parole che indicavano la stessa sostanza.

 Se sono nate favole, prima ancora della civiltà greca, in cui eros e psiche, amore e anima si cercano, confliggono, a volte si fondono, ciò significa che lo studio della psiche ha fonti antichissime, spesso in forma poetica. Borgna stesso attinge sempre, copiosamente ai versi di poeti, per lui necessari e anzi indispensabili nutrimenti dell’anima. La poesia lo ispira, ne sente e dichiara la necessità per la nostra vita sul pianeta. E lo fa da sempre, mitemente. Sì, Mitezza è un suo splendido saggio, ma anche, si può leggere, come un’involontaria, inconsapevole, francescana autobiografia.

www.avvenire.it



domenica 17 luglio 2022

PER UN'INTELLIGENZA ARTIGIANA


 - di Mauro Magatti e Chiara Giaccardi.

 

Per sfuggire alla rabbia e all'aggressività crescenti c'è bisogno di più 'persona' e più collaborazione.  Più intelligenza artigiana, insomma.

La serie ormai nutrita di shock globali – siamo al quarto in ventuno anni (Torri gemelle, Lehman Brothers, coronavirus, Ucraina-Russia) – dovrebbe convincerci che la stagione della globalizzazione – cioè la fase della espansione lineare verso una maggiore integrazione planetaria – inaugurata dalla caduta del muro di Berlino, è definitivamente tramontata.

Siamo oltre la modernità liquida: è arrivato il momento di fare i conti con gli effetti entropici del modello di sviluppo che ha dominato il passaggio di secolo.

Il cambiamento è accelerato: la questione della transizione ecologica – percepita finalmente come rilevante da larga parte dell’opinione pubblica – si incrocia con una digitalizzazione sempre più avanzata, mentre è ormai dentro un processo di riorganizzazione l’intero quadro geopolitico planetario.

Così oggi si deve far quadrare il cerchio: governare gli esiti di una pandemia che fatichiamo a debellare e allo stesso tempo ripensare il senso dello sviluppo, nel quadro del paradigma tecnico digitale e del delicato processo di costruzione di un nuovo ordine mondiale.

Un attraversamento per nulla sicuro: aperto nella direzione, incerto nei risultati, difficile nei passaggi.  Con opportunità straordinarie e rischi altrettanto ingenti.

Di fronte ai nuovi ardui problemi da risolvere, l’organizzazione sociale – ormai inestricabilmente vincolata alla dimensione planetaria – é chiamata a rispondere con un aumento di complessità.

Supersocietà

Stiamo entrando nella “supersocietà”, un inedito intreccio tra processi già in corso da tempo, che si caratterizza per la convergenza di tre dimensioni: la stringente interdipendenza tecno-economica su scala globale; il nesso sempre più stringente tra azione umana e biosfera; la trasformazione progressiva del soggetto umano in un oggetto della stessa autoproduzione sociale.

A differenza della globalizzazione (e delle sue narrazioni), la supersocietà non origina un processo uniforme, bensì una integrazione non lineare che, mentre spinge verso una maggiore verticalizzazione, aumenta le disuguaglianze e apre nuovi conflitti.

Non un assetto univoco né rigido, ma una nuova cornice per interpretare le dinamiche del tempo che stiamo cominciando a vivere.

Superata la fase dell’espansione planetaria, ci troviamo davanti a una biforcazione.

I due principali vettori del cambiamento, sostenibilità e digitalizzazione, ruotano infatti attorno a un’ambivalenza di fondo.

In che direzione ci muoviamo?

Verso un mondo distopico, centralizzato e burocratizzato, verso una “stupidità di massa” dove la libertà personale è confinata al puro spazio del divertimento?

Oppure verso una società più desiderabile, dove la libertà sarà ancora l’elemento cardine per tenere insieme sviluppo economico e democrazia?

Una domanda che diventa ancora più pressante se si allarga lo sguardo alla situazione mondiale, dove gli equilibri tra democrazia e autocrazia, che dopo l’’89 tendevano decisamente verso il primo polo, oggi sembrano subire l’attrazione fatale dei modelli che non amano la libertà.

Il destino della supersocietà è dunque apertissimo: occasione per un passo in avanti, a partire dal riconoscimento della costitutiva relazionalità della vita o per una regressione dentro una spirale di verticalizzazione, conflitto, esclusione?

Per l’Occidente, in particolare, si prospetta una vera e propria scelta di civiltà: decidere, ancora una volta, che è la libertà – e con essa la democrazia e l’iniziativa personale, il pluralismo, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale, la pace – la carta vincente per affrontare le nuove sfide della fase post-pandemica. Una scelta tutt’altro che scontata e a costo zero: solo sovrainvestendo sulle persone e la qualità delle nostre relazioni personali e istituzionali possiamo pensare di farcela.

Non in astratto, ma molto concretamente, con un massiccio e consapevole investimento nell’educazione, nelle organizzazioni, nei territori. Non è affatto detto che ce la faremo.

Ma risultati arriveranno se torneremo a interrogarci su quel bene inestimabile che è la libertà.

Dopo gli anni dell’io e della concorrenza, per sfuggire alla rabbia e all’aggressività crescenti, viene il tempo del noi e della collaborazione.

O meglio di quella che Alexis de Tocqueville chiamava “l’interesse bene inteso”.

Proprio perché è una relazione, la libertà vive infatti di alleanze, legami, riconoscimenti: pubblico e privato, imprese e territorio, scuola e mondo del lavoro, innovazione e tradizione, piccolo e grande, scienza e religione, Occidente e Oriente.

Nel comune sforzo di aprire varchi nel “tutto pieno” delle procedure, dei protocolli, delle regolazioni.

Di contrastare le nuove forme di dominio e di odio violento.

Di comprendere meglio l’intreccio delle interdipendenze entro cui si da la vita sul pianeta. Di combattere le fratture sociali e le disuguaglianze.

Di prevenire, o almeno contenere, i potenti venti di guerra che soffiano in tante parti del mondo, e che oggi investono pericolosamente la stessa Europa.

Di allestire spazi contributivi non ancora saturi e capaci di ospitare azioni capaci di dialogo con la realtà che cambia in continuazione.

Per procedere in questa direzione occorre uno sguardo “farmacologico” nei confronti di quella leva straordinaria che è la tecnologia, necessaria per ogni realistico percorso di transizione.

Senza mai dimenticare, però, che la tecnologia è curativa e tossica allo stesso tempo.

Mentre potenzia, indebolisce.

Per quanto essenziale, la tecnologia da sola non ci salverà. Quanto mai necessaria, essa non è però sufficiente per realizzare i cambiamenti che ci servono.

E tantomeno per costituire un orizzonte di senso condiviso che li renda possibili.

Per scongiurare le spinte distopiche che la attraversano, la supersocietà ha dunque bisogno di più “persona”.

Accanto ai superpoteri dell’intelligenza artificiale serve potenziare il sapere concreto dell’intelligenza umana diffusa: fatta di errori e fallimenti, ma anche di comprensione dei problemi, di condivisione delle prospettive, di concretezza delle soluzioni. Di sapere concreto, locale e universale insieme.

Un’intelligenza vivente, non sclerotica, dialogante, non ingabbiata dalle procedure e invece capace di orientarle e sottoporle a critica.

Una intelligenza libera, concreta, creativa.

E perciò in relazione con tutto ciò che sta attorno, con la tradizione da cui viene e con il futuro verso cui tende. Una intelligenza artigiana.


 Mauro Magatti e Chiara Giaccardi, “Supersocietà e intelligenza artigiana”, ed. Il Mulino, 2022

 

 

 

 

 

domenica 28 marzo 2021

EDUCARSI ALL'INTERIORITA' PER SPEGNERE L'ODIO


Parla Milena Santerini, autrice di un saggio su aggressività, violenza e pregiudizi: «Prima di manifestarsi l’intolleranza cresce nel silenzio, per questo occorre sempre puntare sul dialogo»

 

-         di ALESSANDRO ZACCURI

        

Non ci sono alternative: con gli odiatori bisogna parlare. Pacatamente, ostinatamente, anche nelle circostanze più delicate. Compresa la più insidiosa di tutte, quella nella quale la voce del pregiudizio sembra provenire da dentro di noi. Dalle nostre paure, forse, o forse soltanto dalla nostra pigrizia. Della necessità del dialogo, inteso anzitutto come impegno educativo, è convinta Milena Santerini, che per Cortina ha appena pubblicato La mente ostile (pagine 242, euro 19,00), un viaggio attraverso le «forme dell’odio contemporaneo » che prende le mosse proprio dal conflitto interiore tra emozione e ragione. Docente di Pedagogia generale e interculturale all’Università Cattolica di Milano, Santerini ricopre tra l’altro l’incarico di coordinatrice nazionale della lotta contro l’antisemitismo. «Che è un caso esemplare di odio – sottolinea – ma purtroppo non l’unico».

L’impressione è risentimento e aggressività dilaghino: ma la nostra non si presenta come una società più tollerante?

Le società non sono tutte uguali, tanto per cominciare, e all’interno di una stessa società convivono persone e gruppi largamente differenziati tra loro dal punto di vista culturale e generazionale. Al di là di questo, l’evoluzione sociale non va necessariamente di pari passo con quella della mente umana, che è ancora contraddistinta dai meccanismi di reazione ancestrali nei confronti di quanto viene percepito come minaccia. È l’assetto del cosiddetto cervello primitivo, a suo modo necessario per sopravvivere, ma non sufficiente per vivere bene. Per questo, nel corso del tempo, abbiamo interiorizzato processi di cooperazione che ci permettono di muoverci al di fuori dello schematismo attacco/difesa. Il problema, però, è che in tempi di crisi il richiamo dei comportamenti primitivi torna a farsi sentire in modo molto insistente.

Si riferisce alla sensazione di insicurezza suscitata dalla pandemia?

Diciamo che, in una fase come l’attuale, la tentazione di dividere il mondo tra amici e nemici diventa particolarmente forte. L’abbiamo visto fin dal principio, quando si discuteva di contagio, e torniamo a vederlo in questi giorni, con le tensioni attorno ai piani vaccinali. Il vero rischio non sta nella singola fiammata polemica, ma nell’indebolimento di una coscienza comune che, almeno in Europa, si era affermata con fatica e sofferenza dopo le tragedie delle Guerre mondiali e della Shoah. In qualche misura, il «mai più» sul quale ci eravamo accordati oggi suona meno convinto di prima, nel suo complesso la coscienza storica appare molto indebolita, i sistemi di contenimento che avevamo elaborato risultano meno robusti.

La rete ha una responsabilità specifica in questo senso?

Internet rappresenta una risorsa straordinaria, lo sappiamo, ma nello stesso tempo può essere un temibile strumento di propaganda, un mezzo che, rendendo liquidi i sentimenti di ostilità, li rifonde così da renderli di nuovo disponibili. La dinamica è molto complessa, come si può constatare a proposito delle espressioni di sessismo che in rete assumono spesso una violenza impressionante. Quando si provano a ricostruire le origini della misoginia digitale, ci si accorge che spesso a risultare intollerabile è l’immagine di una donna assertiva e competente, capace di insidiare alcuni ruoli professionali e sociali che fino a qualche tempo fa erano considerati esclusivamente maschile. Il punto è che questa stessa immagine è promossa proprio dal web, che a sua volta finisce per catalizzare delusioni, insoddisfazioni, risentimenti. Sentendosi minacciato, il maschio si rivale contro la femmina. Anzi, contro le femmine, perché l’odio è rivolto di preferenza al gruppo più che al singolo.

Come mai?

Forse perché questo permette di avere a disposizione una certa abbondanza di capri espiatori, ossia di soggetti sui quali scaricare i sentimenti negativi che non riusciamo più a dominare. In questo senso, i fantasmi che abbiamo visto agitarsi da quando è iniziata la pandemia non fanno altro che confermare la necessità primordiale di individuare e, se possibile, punire il presunto colpevole. Non per niente le teorie del complotto, che pure sono sempre esistite, hanno ripreso vigore con l’avanzata della globalizzazione: più ci si sente inermi davanti a qualcosa che non si arriva a controllare, più si è inclini a fantasticare di un potere incontrollabile e occulto.

Questo significa che l’odio è sempre uguale a sé stesso?

Le manifestazioni possono essere molto simili tra loro, anche perché sono veicolate da dispositivi ricorrenti, i principali dei quali sono senza dubbio la disumanizzazione e l’esclusione dell’altro. Ma le differenze ci sono, specie per quanto concerne le motivazioni, ed è su questi elementi distintivi che occorre insistere per non rendere generico e inconcludente il discorso sull’odio. Nella fattispecie, il razzismo non equivale all’antisemitismo, il quale non può essere assimilato all’odio antimusulmano. Il razzista ha la mentalità del dominatore, retaggio del passato coloniale, laddove l’antisemita teme di essere dominato dagli ebrei, verso i quali sviluppa un’avversione che conserva una sua indubbia peculiarità, non solo in termini di continuità storica. Contro i musulmani, infine, si riversano paure nel contempo ataviche e recentissime, in un’inestricabile confusione di livelli che ostacola qualsiasi tentativo di obiettività. Le cause sono diverse, ripeto, per quanto il risultato sia sempre costituitoda un disimpegno morale che ci illude di poter fare all’altro quello che mai vorremmo fosse fatto a noi.

Ed è su questo aspetto che occorre intervenire?

Esattamente. L’odio non si vince se non si favorisce un’educazione all’interiorità che passa attraverso l’accettazione di determinate forme di ritegno per poi condurre all’assunzione di responsabilità. In generale, l’odiatore è afflitto da una sorta di cecità selettiva: dell’altro vede solo il male, perché per lui, in ultima istanza, l’altro è il male. Analogamente, di sé non vede che il bene e quindi non è disposto a mettersi in discussione. Prima ancora del giudizio di valore, è la ricerca di senso a fare difetto, quella domanda sul significato della realtà che per secoli ha rappresentato il fondamento dell’educazione cristiana. Solo ristabilendo questa premessa, si può dialogare in modo efficace. Perché il dialogo è necessario, lo ribadisco. La parola è l’unico mezzo che possa sfidare l’omertà in cui l’odio prospera. Non dimentichiamo mai che, quando c’è da prendersela con qualcuno, ci sono quelli che parlano, quelli che si aggregano e quelli che, presto o tardi, agiscono. Se non vogliamo essere complici, dobbiamo anzitutto rompere il silenzio.

 

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venerdì 27 ottobre 2017

EDUCARE AL RISPETTO. Al via un piano nazionale

Scuola, Fedeli:
 "Al via il Piano nazionale
 per l'educazione al rispetto"

Dieci azioni per contrastare disuguaglianze e discriminazioni

Un Piano nazionale per promuovere nelle scuole di ogni ordine e grado l'educazione al rispetto, per contrastare ogni forma di violenza e discriminazione e favorire il superamento di pregiudizi e disuguaglianze, secondo i principi espressi dall'articolo 3 della Costituzione italiana.


Lo ha presentato oggi a Roma la Ministra dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Valeria Fedeli, nella cornice del Teatro Eliseo, alla presenza di Elena Centemero, Presidente della Commissione Equality and Non Discrimination del Consiglio d'Europa, Gabriele Toccafondi,  Sottosegretario all'Istruzione, Luca Pancalli, Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Ernesto Caffo, Presidente di Telefono Azzurro, rappresentati di studentesse e studenti e delle famiglie. Ha condotto il dibattito la giornalista Mirta Merlino, che ha di recente lanciato una campagna dal titolo #odiolodio per sensibilizzare sul problema della violenza verbale e dell'offesa gratuita sui social network. La campagna rientrerà fra le collaborazioni lanciate oggi alla presentazione del Piano.

"Il lancio di questo Piano ci rende orgogliosi ed è particolarmente importante - ha spiegato Fedeli - perché il rispetto delle differenze è decisivo per contrastare violenze, discriminazioni e comportamenti aggressivi di ogni genere. Perché il rispetto include un modo di sentire e un modo di comportarsi e relazionarsi fondamentali per realizzare l'art. 3 della Costituzione, cui tutto il Piano si ispira. Perché la scuola deve, può e vuole essere un fattore di uguaglianza, protagonista attiva di quel compito - "rimuovere gli ostacoli" - che la Repubblica assegna a se stessa. Ascolto, dialogo, condivisione: il rispetto significa tutto questo, significa fortificare la democrazia, migliorare la qualità di ogni esperienza di vita, contribuire a far crescere condizioni di benessere per tutte e tutti" .......