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sabato 2 maggio 2026

SORRIDI ALLA VITA

 


Ringrazia il buon Dio.

Dona felicità a coloro che incontri sul tuo cammino.

Non cercare te stesso.

Cerca l'incontro con gli altri


Apprezza le luci, accogli le ombre, accetta i limiti, tuoi e altrui.

Supera ogni paura e ogni diffidenza.

Vinci le illusioni dell'apparire e scegli l'essere.

Testimonia valori e non pregiudizi.

«Se i simboli della felicità sono quelli del successo e della perfezione, nell’età in cui cominci a concepire il tuo progetto di felicità ti senti subito schiacciato.

Invece io voglio riscoprire quello stile veramente occidentale di educazione che ci ha insegnato Socrate: conoscerci con le nostre luci e ombre.

Ma oggi sembra che debbano esserci solo le luci: quelle irreali del Photoshop.

La nostra unicità invece passa per i nostri limiti». 

A. D'Avenia

giovedì 9 aprile 2026

LE DIECI PAROLE TRADITE

 


Ci sono parole alla base della nostra civiltà. 
Lo specchio di noi stessi.

 Il vice direttore del «Corriere della Sera» Venanzio Postiglione parte dalla nascita: l’etimologia, i miti più belli, il valore originario. 

Racconta la storia: come sono cresciute e cambiate, gli autori che le hanno scoperte e riscoperte con entusiasmo. Fino a oggi. Tradite, stravolte, irriconoscibili. 

La democrazia che diventa illiberale, la misura perduta, il pianeta offeso e dimenticato, il talento chiuso a chiave, la verità sommersa dalle falsità. 

Così come la felicità che non è più un bene pubblico, la fraternità sparita anche dai sogni, la libertà travolta dall’odio social, la parità uomo-donna prigioniera degli stereotipi, la pace stracciata e umiliata. 

L’età delle potenze spazza via l’età delle regole. La politica dell’istante brucia la politica delle idee. 

La società dell’ansia sommerge la società del dialogo. Un’epoca senza moderazione e senza moderatori.

Eppure queste parole smarrite sono la nostra vita, la nostra coscienza.

È da loro che dobbiamo partire e ripartiremo: dieci capitoli, dieci storie affascinanti. Che ci riguardano.

sabato 14 marzo 2026

ADOLESCENTI, IL RITIRO SOCIALE

 


“Il silenzio degli adolescenti: 

in 200mila a rischio ritiro sociale”



I dati della nuova ricerca Iprs svelano una geografia del disagio inaspettata: le grandi città sono più a rischio delle aree interne e le ragazze risultano le più colpite. L'epicentro di questa sofferenza, a sorpresa, è il rendimento tra i banchi: l'ansia per lo status intellettivo supera persino le paure legate all'aspetto fisico e all'approvazione sociale.

Il presidente Raffaele Bracalenti avverte: «È un allarme, ma la maggioranza dei giovani sogna un mondo fatto di corpi e non virtuali».

«Nessuno pensava che anche qui da noi si potesse ricalcare l’esperienza giapponese degli hikikomori in questo modo, invece il ritiro sociale degli adolescenti si sta presentando con un’intensità crescente».

Non ha paura di usare la parola «allarme» Raffaele Bracalenti, psicoanalista e presidente dell’Istituto psicoanalitico per le ricerche sociali – Iprs, commentando la ricerca nazionale “Dialoghi adolescenziali aree interne”, presentata oggi alla Camera e da cui emerge un quadro preoccupante.

La ricerca ha coinvolto un campione di oltre 900 adolescenti tra i 12 e i 18 anni in cinque regioni (Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Sicilia), con un confronto tra i residenti nelle aree metropolitane e quelli nelle aree interne.

Rispetto al campione normativo – un’indagine del 2023 della Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza – la percentuale di ragazzi in condizione di ritiro sociale grave è quasi raddoppiata, passando dal 3,2% al 5,7%.

Proiettando questi dati sulla popolazione nazionale 13-18 anni, si stimano circa 200mila ragazzi in ritiro sociale grave, i cui sintomi comprendono isolamento quasi totale, fatica ad andare a scuola, inversione del ritmo sonno-veglia, pensieri depressivi e autolesivi, uso di internet come sostitutivo della vita reale, forte ansia sociale e fobie legate all’uscire di casa o al contatto con gli altri.

Chi, invece, presenta una sintomatologia meno grave ma comunque di rilievo clinico rispetto ad ansia, panico e disagio è passata dal 13,5 al 15,9%.

In questo insieme, emerge un’importante differenza legata al genere.

Le femmine, infatti, sono più esposte al rischio di ritiro sociale: quasi una su dieci (9,1%) presenta un quadro clinico grave contro l’appena 2,8% dei coetanei maschi.

Tra le adolescenti della fascia 13-15 anni, il dato schizza addirittura al 13,3%.

Il divario si amplia, tra l’altro, incrociando il genere con il background socioeconomico.

Considerando il livello di istruzione dei genitori come indicatore plausibile delle risorse materiali e culturali della famiglia, nelle famiglie con un titolo di studio basso l’incidenza del rischio di ritiro sociale grave arriva al 10,6%, più del doppio rispetto a chi ha i genitori laureati (4,2%). Per le ragazze che crescono in contesti di disagio, il dato balza al 16%.

«È uno dei dati che ci ha colpito di più e su cui lavoreremo in futuro, ma per ora non sappiamo spiegarcelo», dice a VITA Bracalenti.

L’altro aspetto che più colpisce sono le ragioni che si nascondono dietro a queste difficoltà.

La felicità

«Siamo portati a pensare che le aree di maggiore sofferenza psicologica siano la felicità. l’approvazione sociale, l’aspetto fisico. Invece, la questione che più di tutte è indicata come causa di sofferenza riguarda lo status intellettivo e scolastico».

Così, da luogo dove le differenze dovrebbero appianarsi, la scuola diventa un contesto dove si concentrano sentimenti di inadeguatezza, fallimento ed esclusione.

Rispetto agli anni Novanta, sottolinea Bracalenti, il tasso di abbandono scolastico è diminuito in maniera consistente, eppure non sempre questo può essere considerato un risultato positivo.

La scuola

«I ragazzi rimangono di più a scuola, ma dobbiamo capire come lo fanno, con quale sensazione», dice. «Se rimangono in un contesto che per loro risulta traumatizzante, standoci magari più tempo del dovuto, si fa fatica poi ad aiutarli a trovare altre modalità per migliorare la propria percezione di sé». In più, aggiunge il presidente dell’Iprs, si parla sempre di più di scuola del merito, ma ci si dimentica che nella scuola dell’obbligo ci deve poter stare anche chi ha una “performance” meno profittevoli. Spingendo sul fatto del merito, invece, si va in direzione opposta all’idea di scuola universale, aumentando così difficoltà e sensazioni di inadeguatezza dei ragazzi.

Il ritiro sociale

Dalla ricerca emerge anche una “geografia del ritiro sociale” precisa: nelle città c’è più rischio. Chi vive nelle aree interne è meno esposto al rischio di ritiro sociale grave rispetto a chi invece abita nelle aree metropolitane (4,4% contro 7%).

«Probabilmente», riflette Bracalenti, «è proprio perché nelle aree interne c’è la consapevolezza di uno svantaggio di partenza che spinge i genitori, che sanno che i figli difficilmente resteranno lì, a coagularsi attorno ai loro progetti di vita».

Questa “funzione protettiva” dà una maggiore stabilità ai ragazzi che vivono nelle aree interne, ma anche loro, come i propri coetanei, immaginano e desiderano la vita in città.

«Quello che mi colpisce è che questi giovani sognano un mondo molto antropizzato.

C’è un lungo parlare riguardo alla virtualità che starebbe prendendo il sopravvento sulla concretezza dei corpi, ma dalla nostra ricerca emerge una grande esigenza di fisicità. Il virtuale non soddisfa, i ragazzi sognano di uscire a mangiare il sushi, non di ordinarlo a casa», sottolinea lo psicoanalista.

Rimane aperta, però, la questione su come intercettare un disagio silenzioso in una fase della vita in cui, solitamente, questo disagio esplode nella conflittualità.

«Prima di essere pervasivo, il ritiro sociale ha delle forme più larvate che si manifestano soprattutto in difficoltà relazionali e scolastiche.

E proprio la scuola dovrebbe riuscire a riconoscere le fatiche dei ragazzi e cercare di intervenire con una funzione di ascolto», spiega Bracalenti.

I genitori

Ma non basta: serve più consapevolezza da parte dei genitori.

«Oggi si fa tanta ironia rispetto alle nuove generazioni a cui si dà sempre ragione e, di contro, sta tornando la narrativa del dare una pedata e dire “vai a studiare”.

A noi, tutto questo sembra sciocco, perché la fatica di questi ragazzi non si risolve così.

Per fortuna», conclude il presidente dell’Iprs, «da una trentina d’anni i miei colleghi ripetono ai genitori che fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo e che serve farsi aiutare dagli specialisti invece che sottostimare la sofferenza provocata dalle fatiche che sostengono i ragazzi.

Su questo, ormai si è diffusa la tendenza a ricorre all’intervento specialistico per capire da dove proviene il disagio.

Poi certo, la diagnosi specialistica deve essere usata bene: deve essere un’opportunità di intervento migliorativo, non un motivo di ulteriore discriminazione e marginalizzazione».

Vita

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mercoledì 18 febbraio 2026

VIVERE A MISURA D'UOMO

 


"La vera ricchezza

 per essere felici

 non sono i soldi,

 ma l’amore 

e il tempo

 condiviso. 



È vivere 

a misura d’uomo 

che dà valore alla vita"

 

La Redazione

Gabriella Tupini spiega perché amore, tempo condiviso e relazioni autentiche valgono più di ogni successo materiale...

Spesso ci troviamo ancora a confondere la ricchezza con la felicità. Siamo convinti che avere di più, fare di più, ottenere di più vada anche a compensare le nostre mancanze emotive, ma nessuna ricchezza potrà mai sostituirsi ad un cuore infelice; al contrario un cuore sereno, che sorride riesce ad attribuire valore e prestigio alle piccole cose che lo circondano.

Proprio per questo la psicologa Gabriella Tupini, ci conduce verso una riflessione profonda alla quale tutti siamo chiamati a rispondere. Inizia il suo intervento domandando: “Ma voi pensate che l'umanità vivrebbe così se sapesse di morire? Che passerebbe tutto il tempo a lavorare se sapesse di morire? Non cercherebbe di fare una vita più lieta possibile o meno amara possibile? Non passerebbe il tempo a passeggiare, a chiacchierare, a fare l'amore, a mangiare?”. L’esperta in questo caso giudica un modo di vivere che va contro i tempi dell’uomo. Secondo Tupini la nostra vita deve essere plasmata sulla base di quello che davvero ci permette di vivere, tutto il resto è un “di più”, un superfluo, che ci spinge fuori dalla nostra naturalezza.

La ricchezza è una “bella sirena che chiama Ulisse”,  ci porta ad avere sempre più sete entrando in un vortice di rivalità, competizione, sfida l’uno con l’altro, andando così a ledere i valori che ci rendono umani. Infatti continua la psicologa: “Invece di costruire poteri, domini, di fare palazzi futuristici, perché dovete fare a gara “a chi ce l'ha più alto”? “Fate i soldi o non fate i soldi” che vi cambia? L'importante è che avete i soldi per mangiare, per bere, per dormire, per curarvi. Il resto a cosa serve?”.

Dobbiamo vivere una vita a misura d’uomo, senza andare alla ricerca di false illusioni. La felicità vive in quello che già possediamo, sta a noi vederla con gli occhi giusti. Infatti, secondo Tupini una frase che pronunciamo spesso è: “Ma così non mi diverto”, a tal proposito arriva il suo parere: “Non è vero che ci divertiamo a seconda di quello che facciamo fuori. Noi stiamo bene a seconda di come stiamo dentro, fuori possiamo fare quello che vogliamo. Ma chi ve lo racconta che essere ricchi faccia stare bene? State bene o male a seconda di come state dentro, a seconda di come avete superato i vostri traumi o dolori infantili”. 

Le manie di grandiosità, al contrario di ciò che pensiamo, rivelano personalità fragili. Persone che non hanno chiuso bene i conti con il loro passato, che hanno conflitti interiori da placare, che cercano di compensare le carezze, l’affetto, il conforto non ricevuti con il potere. Ma la vera ricchezza si ottiene quando possiamo osservare il nostro passato con consapevolezza, quando riusciamo a trovare un equilibrio, quando sappiamo di avere tempo da dedicare a noi e ai nostri cari, quando sappiamo di avere salute abbastanza da poter vivere la vita che desideriamo, quando sappiamo godere di ciò che ogni giorno osserviamo. Questa è la ricchezza che spalanca le porte alla vera felicità. 

Ascuolaoggi

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venerdì 2 gennaio 2026

SAPER RISCHIARE

 

 

"Senza rischi

 non si cresce, 

la paura di sbagliare 

sta spegnendo sogni,

 ambizioni e unicità"

 


La Redazione

 

Crepet riflette su rischio, ambizione e libertà in una società che educa alla prudenza e finisce per spegnere sogni e unicità.

Viviamo in una società frenetica, dove tutto scorre rapidamente davanti ai nostri occhi. Gli istanti si susseguono senza lasciare traccia e spesso perdiamo la capacità di cogliere il senso profondo di ciò che viviamo. Così anche le esperienze più importanti rischiano di trasformarsi in momenti passeggeri, privi di radici e di significato.

Questa difficoltà è aggravata da una crescente confusione attorno al concetto di libertà, sempre più spesso separato dalle idee di rischio e ambizione. Oggi esporsi, osare, mettersi in gioco viene percepito come qualcosa da evitare, piuttosto che come una possibilità di crescita. Su tali aspetti si sofferma, con particolare attenzione, il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il quale esprime il suo pensiero in tal modo: "La tendenza diffusa a identificare «rischio» con «pericolo», «limite», mette in secondo piano «il rischio di non rischiare», non meno inquietante.

Anzi. In questo senso, vedo un parallelismo tra «rischio» e «felicità». Paradossalmente, ma non troppo, molti sono stati educati a pensare che nella vita non valga la pena di rischiare nemmeno per cercare la felicità”.  

Si diffonde così un messaggio implicito che invita a non osare, a restare nel gruppo, a non coltivare fino in fondo le proprie capacità. L’ambizione viene guardata con sospetto, come se rappresentasse un pericolo anziché una risorsa per la crescita personale. Si tratta di una vera e propria esortazione “a non osare, a rimanere nel mucchio, a non mostrare le proprie attitudini e capacità, a smussare perfino il proprio talento, a temere qualsiasi cosa richiami il concetto di ambizione”.

I genitori, in tale ambito, giocano un ruolo fondamentale e, in particolare, sono responsabili di aver trasmesso ai giovani un messaggio fortemente diseducativo e limitativo della crescita. Infatti, gli adolescenti sono ormai convinti che l'ambizione rappresenti una malattia mentale. Invero, "insegnare a un figlio adolescente che l'essere ambizioso significa essere mentalmente disturbato non è solo un atto di cattiveria, ma una dimostrazione di straordinario egoismo e cecità". Tuttavia, alcuni educatori, senza neppure accorgersene, incorrono in tali errori, dimenticando, secondo Crepet, che "l'esistenza stessa è un'ambizione. Occorrerebbe spiegare ai bambini che è nel coltivare desideri e aspirazioni che si costruisce la ricerca della felicità. Essi devono poter crescere pensando che la libertà conduce all'unica speranza che vale la pena di vivere: quella di contribuire a costruire un futuro migliore, per se stessi e non solo".

Insomma, è compito delle istituzioni scolastiche, e delle famiglie stesse, esortare i più giovani ad assumersi il rischio di vivere, e non farsi bastare la sopravvivenza, comprendendo che l'ambizione può esserne molla, motore, carburante e non limite.

“L’esistenza non è contenibile all’interno di un recinto, ma nasce costretta per diventare libera: dall’utero all’universo. Quindi è nel salto, nel gettarsi nel nuovo che è racchiuso il senso di ogni vita consapevole della propria unicità”, così come ci spiega molto accuratamente lo psichiatra.

Il noto sociologo Crepet sostiene, inoltre, che un bambino viene al mondo accanto ai propri genitori ma, successivamente, durante la crescita, si imbatte in una continua evoluzione, mettendosi a confronto con se stesso e con una serie di regole familiari, che lo condurranno all'età adulta, proprio attraverso il raggiungimento dei suoi obiettivi, da intendere quale "capacità di superare i limiti iniziali", non solo in senso fisico, ma come consapevolezza che attraverso il rischio e l'ambizione si possano realizzare i propri sogni ed i relativi progetti.

Dunque “oltrepassare i recinti di infanzia e adolescenza è l’atto magnifico che dovremmo augurare a chiunque stia per entrare nell’età adulta, anche quando non si può pretendere di sapere che cosa ci aspetti oltre le staccionate”.

Non si può non sottolineare, a tal proposito, come la maggior parte della popolazione ritenga che la ricerca della felicità sia molto onerosa, comportando fatica, sudore ed impegno quotidiano, laddove invece i moderni stereotipi si fondano su un assetto culturale del tutto opposto, secondo cui tutto dev'essere confortevole ed alla portata di mano, facilmente ottenibile.

Ciò determina, secondo Crepet, che la moderna popolazione sia per la maggior parte affetta da cherofobia poiché "convinta che, se si raggiunge un qualche grado di felicità, ci si espone a fragilità e a declino moraleOppure c'è chi pensa che la gioia debba essere gustata a misuratissimi sorsi, nell'illusione di farla durare più a lungo, senza sapere che così non si fa altro che allontanare...l'impulso istintivo". 

È necessario, dunque, attraverso l'azione sinergica della scuola e dei genitori, che i bambini, sin dall'infanzia vengano istruiti a non accettare pedissequamente ciò che la realtà propone, formando un proprio pensiero critico, personale, sempre attraverso il confronto ed il dialogo, senza timore dei limiti e dei sacrifici che ne derivano, ma nella consapevolezza che l'ambizione rappresenta una marcia in più, un motore di continua ricerca e scoperta della vera essenza della felicità.

Infatti, parte dell'umanità vive in una condizione di infelicità poiché "non ha imparato a essere libera, in quanto la libertà è una conquista ancora troppo recente e precaria".

“Alla fine, quel poco o quel tanto che si può avere nella vita bisogna comunque desiderarlo, imparare ad approntarlo dentro di sé come potenzialità, auspicio di una primavera speciale. C’è della fatica in tutto questo, forse anche una forma legittima di ansia, come quella del poeta davanti al foglio bianco di cui parla Borges, ma è lo sforzo che predispone alla luce della felicità”, attraverso tali parole conclude la sua significativa disamina Paolo Crepet.

 Ascuolaoggi


lunedì 29 dicembre 2025

IL SEGRETO DELLA FELICITA'

  



ALLA VIGILIA DEL NUOVO ANNO AUGURIAMO A TUTTI (E A NOI STESSI)  FELICITA'

Uno studio di Harvard, durato 85 anni, rivela il segreto della felicità: non è né il denaro né la fama

Nel corso degli anni, molti hanno associato la felicità al successo materiale e al riconoscimento sociale.

 

La scoperta di Harvard sulla vera felicità

Tuttavia, uno studio impressionante condotto dalla Harvard University, iniziato nel 1938 e durato ben 85 anni, ha svelato che i pilastri della vera felicità umana sono molto più vicini a noi di quanto pensassimo.

I ricercatori hanno seguito la vita di 724 individui, espandendo poi il focus ai loro discendenti, analizzando dettagliatamente la qualità delle loro relazioni sociali. I risultati sono cristallini: coloro che godono di legami sociali profondi e positivi tendono a vivere più a lungo e ad essere significativamente più felici.

 Qualità della vita legata alle relazioni

Il segreto risiede nella qualità delle nostre interazioni quotidiane. Secondo lo studio, avere persone care che sono supportative e premurose può aumentare significativamente la nostra felicità. Questi legami influenzano positivamente la nostra capacità di affrontare lo stress e le sfide della vita, migliorando sia la nostra salute mentale che quella fisica.

Non si tratta solo di sentirsi amati, ma anche di percepire un senso più ampio e profondo della propria esistenza. La ricchezza emotiva derivante da relazioni solide e genuine si traduce in una migliore qualità della vita e persino in una maggiore longevità.

Consigli pratici per relazioni migliori

Ma come possiamo migliorare le nostre relazioni per raggiungere questa felicità duratura? Secondo i suggerimenti del World Economic Forum, la chiave è dedicare tempo di qualità alle persone che amiamo. Questo include condividere esperienze, ascoltare attivamente e mostrare empatia e sostegno.

Altrettanto importante è il perdono. Superare i conflitti e concentrarsi sulle qualità positive degli altri può rafforzare i legami e aumentare la reciproca comprensione e rispetto. Infine, essere disponibili ad aiutare e supportare gli altri non solo migliora le nostre relazioni, ma arricchisce la nostra esperienza di vita.

  • Trascorri tempo faccia a faccia con le persone care.
  • Ascolta attivamente e con empatia.
  • Perdona le incomprensioni ed eventuali errori
  • Offri aiuto e supporto regolarmente.
  • Sorridi a coloro che incontri
  • Le relazioni negative inquinano la tua e l'altrui vita
  • in ogni persona che hai incontrato (o incontro) lungo il cammino della tua vita ci sono aspetti positivi e aspetti negativi, Soffermati sugli aspetti positivi e manifesta la tua gratitudine.
  • Il rancore è un brutto tarlo che corrode anzitutto la tua vita.

L’indagine di Harvard ci ricorda che la vera felicità non è un traguardo distante o un obiettivo materiale, ma qualcosa che possiamo coltivare ogni giorno attraverso relazioni significative e amorevoli. In un mondo che spesso valorizza il successo individuale e materiale, ricordiamo che la nostra felicità più profonda e duratura si trova nel calore delle nostre relazioni umane.

480gradi.it




 

venerdì 17 ottobre 2025

L'EROTICA DEL SAPERE

 


“Il vero maestro

 non comanda, 

dà luce”


Lo psicanalista Massimo Recalcati al via del Kum, festival di Pesaro da lui ideato: «La scuola dovrebbe favorire lo sviluppo “storto” dei talenti singolari, più che il principio di prestazione»

-         di Viola Ardone

La scuola è stato il primo posto in cui mi sono sentita a mio agio, da bambina. Patologicamente timida, diffidente rispetto all’idea di separarmi dai miei genitori, negli anni della materna mi isolavo dagli altri bambini e faticavo a partecipare alle attività proposte. L’ingresso in prima elementare fu una liberazione: mi sembrava per la prima volta di avere un posto nel mondo che era lì per me. La mattina la maestra faceva l’appello e pronunciava il mio nome. La scuola mi riconosceva, e io le ero riconoscente. Anche oggi, da insegnante, faccio l’appello all’inizio di ogni lezione, chiamo per nome i miei studenti perché sappiano che ognuno di loro è necessario affinché la lezione abbia inizio. Ha a che fare con quello che lo psicoanalista Massimo Recalcati chiama «erotica del sapere», ovvero quella particolare pulsione che «favorisce l’incontro dell’allievo con il proprio desiderio».

È questo il compito di un maestro, suscitare desiderio? E in questo senso ogni maestro è un maestro di felicità?

«Un maestro di felicità mi sembra un po' troppo, Freud sosteneva che per gli esseri umani il programma della felicità è escluso. Tuttavia, un maestro, accendendo il desiderio, apre la vita alla possibilità della gioia perché trasmette il desiderio di sapere, e trasforma l’allievo da zucca vuota che attende di essere riempita ad amante del sapere, come direbbe il Socrate del Simposio di Platone. Quello che racconti a proposito dell’appello mi colpisce perché un’altra virtù di un buon maestro è effettivamente quella di non confondere il nome proprio con un numero che, se vuoi, è la radice prima di ogni atto di cura. Riconoscere il nome proprio significa innanzitutto riconoscere quella stortura che rende ogni allievo singolare, con le sue inclinazioni e i suoi talenti. La Scuola dovrebbe invece favorire lo sviluppo “storto” dei talenti singolari, più che il principio di prestazione».

Nel Convivio Dante usa la metafora del banchetto per invitare a mangiare «il pane degli angeli», ovvero a nutrirsi della conoscenza. Anche tu parli di «cibo del sapere» che può essere assimilato solo in una scuola in cui «il movimento della luce e quello dell’onda» sono attivi, non anestetizzati. Forse uno dei problemi della scuola oggi è questo: si limita a spargere briciole e tiene da parte il pane.

«Mi fai venire in mente una frase di Don Milani che mi ha sempre colpito per la sua radicalità: un maestro non è colui che possiede il sapere ma colui che lo dona. Quando incontriamo un maestro facciamo esperienza della radura, dell’aperto, della luce appunto: la parola del maestro non comanda, ma illumina. Al tempo stesso l’incontro con un maestro è un impatto, un urto. Come accade al bambino che vuole imparare l’arte del nuoto. Dopo avere appreso i suoi movimenti sulla spiaggia il maestro lo costringe a incontrare l’onda, perché è solo da questo incontro che l’allievo potrà fare davvero suo quel sapere astratto. Se vuoi è quello che accade ogni volta che incontriamo un maestro: una luce allarga l’orizzonte del nostro mondo e un’onda ci costringe ad inventare un nostro stile. Se invece la Scuola è solamente routine, se la parola del maestro nasce spenta, stremata dalla noia o da incarichi burocratici, allora c’è davvero l’anestesia di cui parli».

Si discute oggi molto sul ruolo dell’insegnante. Per Camus, come tu stesso ricordi, il maestro Bernard era colui che per la prima volta aveva fatto sentire i suoi studenti «degni di scoprire il mondo». Il professor Keating, protagonista dell’«Attimo fuggente» di Peter Weir, incarna il ruolo del capitano, nell’«Amica geniale» di Elena Ferrante è la maestra Oliviero a spingere le due amiche a studiare. Oggi il docente/capitano ha perso i gradi, non è più al timone della nave ma è imbrigliato nei lacci e lacciuoli di una burocrazia che lo vuole compilatore di griglie, schede di valutazione e punti di credito.

«Esattamente. L’apprendimento non è salire la scala del sapere come già costituita secondo un criterio linearmente progressivo, dal più semplice al più complesso, ma non può prescindere dal carattere imprevedibile dell’incontro. È un processo spiraliforme, fatto di passi in avanti e all’indietro, di sbandamenti e di cambi improvvisi di direzione. In questo senso un maestro è qualcuno che porta il fuoco: non ci accompagna nel salire la scala ma accende la nostra vita, ci porta verso l’ignoto».

Mi ha colpito la differenza che tu proponi tra regole e leggi. Sono molto d’accordo sul fatto che la scuola invece di dettare regole e regolette dovrebbe insegnare le grandi leggi: la legge della convivenza, la legge dell’ascolto, la legge dell’altro, la legge della parola. Te ne viene in mente qualche altra?

«Le leggi che tu nomini e che non possono essere ridotte a regole o a regolette hanno secondo me un denominatore comune: la legge del non tutto. Affinché vi sia educazione o, se preferisci, formazione, è necessario che questa legge si scriva nel cuore del figlio, come direbbe il profeta Ezechiele. La legge del non tutto è la legge dell’impossibile: non posso avere tutto, sapere tutto, essere tutto, godere di tutto. Solo l’iscrizione del non tutto nel cuore del figlio può rendere possibile l’esperienza del desiderio. Posso desiderare di sapere proprio perché non posseggo tutto il sapere».

Come si concilia l’erotica dell’insegnamento con un mondo infiltrato dall’Intelligenza Artificiale in cui ogni sapere sembra accessibile e riproducibile?

«L’intelligenza artificiale esclude per principio la possibilità dell’incontro. Offre un sapere illimitato ma privo di ogni testimonianza. L’AI può essere uno strumento utile, ma non può sostituire la funzione del maestro. Nessuno oggetto psicotecnico può rimpiazzare la forza unica dell’incontro con il fuoco. L’illusione di una digitalizzazione cognitivista integrale della conoscenza trascura l’importanza della testimonianza del desiderio che ogni maestro è tenuto a dare. È quello che io chiamo l’erotica dell’insegnamento che nessuna AI potrà mai conoscere».

LA STAMPA

venerdì 12 settembre 2025

IN CERCA DI FELICITA'

 


"La felicità è una costruzione collettiva"

L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento, ovunque tranne gli Stati Uniti e gran parte dell'Europa.

 

-         di Mauro Magatti 

-          L’ultima ricerca Gallup evidenzia che a livello mondiale la percezione di soddisfazione e felicità è in costante aumento.

Un risultato dovuto in larga parte al miglioramento del tenore di vita nelle economie emergenti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.

Al contrario, continua la tendenza negativa dei Paesi occidentali (Australia compresa): negli ultimi vent’anni, il numero di persone soddisfatte negli USA è sceso dal 70% al 49%.

In Europa, invece, si è passati dal 55% al 42%.

Unica eccezione il Nord Europa, dove si registra un netto miglioramento, dal 50% al 65%.

Al di là dei limiti dello strumento utilizzato (viene misurata la percezione soggettiva), la ricerca segnala dunque un significativo deterioramento del benessere percepito nei Paesi avanzati.

La spiegazione non può essere ridotta alla sola dimensione economica.

Negli USA, il PIL è aumentato costantemente nel corso degli anni. Cosi in Germania e Inghilterra.

Ma questo non è bastato.

Il fatto è che, superata una certa soglia, la felicità non aumenta in modo proporzionale al PIL. Anzi, può addirittura diminuire.

Ciò è dovuto a due ragioni principali.

La prima è che, nelle società avanzate, la crescita non distribuisce i propri benefici a tutti i gruppi sociali.

Al contrario, le disuguaglianze aumentano, così come la precarietà e il lavoro fragile.

Perciò, non è affatto detto che una maggiore crescita economica significhi un maggiore benessere per tutti.

La seconda, puntualmente rilevata dai ricercatori, è che nelle società ad alto reddito la vita diventa difficile e solitaria.

E quando non si dispone di un adeguato capitale economico, culturale e relazionale, a crescere sono la solitudine, la depressione e lo stress legato alle performance richieste.

È questo il male sottile che sta colpendo le società occidentali: l’insoddisfazione diffusa alimenta la sfiducia nelle istituzioni e nelle élite, favorisce le pulsioni populiste e rende più difficile il dialogo sociale.

Altri dati raccolti da Gallup permettono di concludere che lo sviluppo di una società avanzata è un processo sofisticato che, oltre all’aspetto economico, coinvolge almeno altri tre pilastri.

In primo luogo, la qualità dei contesti relazionali, a partire da quelli familiari.

Non è sufficiente vivere in case confortevoli o avere redditi elevati: il benessere umano dipende in larga misura dalla capacità di stabilire e mantenere legami affettivi solidi.

Le famiglie e le reti di prossimità, come gli amici, i vicini e le associazioni, sono un potente antidoto alla solitudine e alla frammentazione sociale.

Le politiche che sostengono la genitorialità, la conciliazione tra lavoro e vita privata e la creazione di spazi di incontro e socialità hanno un impatto significativo sulla felicità collettiva.

In secondo luogo, la qualità dei beni collettivi.

L’eccezione del Nord Europa insegna molto da questo punto di vista: la legalita, l’ambiente, l’istruzione pubblica, i trasporti efficienti e accessibili, gli spazi verdi urbani e la sicurezza dei quartieri sono tutti fattori che contribuiscono a creare un contesto di vita più sereno e vivibile.

A differenza dei beni di consumo individuali, i beni collettivi generano benefici diffusi e duraturi, rafforzando il senso di appartenenza e la fiducia reciproca.

Trascurarli significa compromettere il tessuto sociale e, di conseguenza, la qualità della vita. Infine, ciò che fa la differenza è la possibilità di impegnarsi (in modo professionale o volontario), in luoghi e organizzazioni che perseguono uno scopo positivo e sono attenti alle nuove sensibilità sociali.

Lo sfruttamento fine a sé stesso e le logiche esclusivamente strumentali non motivano nessuno e riducono la felicita.

La lezione della ricerca Gallup è quindi duplice.

Il miglioramento materiale resta fondamentale per chi parte da condizioni di svantaggio: ridurre la povertà e garantire i diritti fondamentali è una priorità globale.

Ma nelle società che hanno già superato questa soglia, il compito è più complesso: bisogna ricostruire le condizioni sociali, culturali e istituzionali che rendono possibile una vita buona.

Le economie prospere hanno bisogno di un tessuto sociale che favorisca la risonanza e il riconoscimento reciproco e di assetti politico-istituzionali capaci di prendersi cura dei beni pubblici.

La felicità, come sottolinea il Rapporto, è una costruzione collettiva tanto quanto un’esperienza individuale. Riguarda l’io e il noi.

La felicità dipende sì dalle opportunità economiche, ma anche, e soprattutto, dalla qualità delle relazioni, dalla cura dei beni comuni e dalla possibilità di dare un senso condiviso alla propria esistenza.

Solo integrando queste dimensioni, lo sviluppo può dirsi davvero sostenibile.

Per l’economia e per le persone.

E quindi per la democrazia.

 

Corriere della Sera

mercoledì 20 agosto 2025

SPEGNI LA SCIMMIA


 ESCI DAL CIRCOLO 

DI ANSIA E PAURA 

PER TROVARE LA FELICITA'


Vi sembra di vivere respirando ansia? Prendere decisioni vi tiene svegli la notte? Vi arrovellate continuamente e vi sentite responsabili per tutto? Controllate cento volte se avete chiuso la porta? Persino il relax pare che vi stressi?

Non siete soli: sono condizioni che condividono più della metà dei nostri connazionali, tutti ostaggio della mente scimmia.

Si tratta di un concetto millenario che indica quella piccola parte del nostro cervello che reagisce istintivamente in caso di pericolo o minaccia.

La mente scimmia non ragiona, non media, non valuta: il suo scopo è salvarci la vita. Il problema è che, nelle persone ansiose, è sempre in allerta, anche in mancanza di grandi e veri pericoli. Il tizio che ci passa davanti al supermercato, il figlio che non risponde a un messaggio o la carica di un orso inferocito sono motivi ugualmente validi per far scattare l’allarme.

Come una scimmietta, è perennemente in movimento, vigile, sospettosa. E noi con lei, 24 ore su 24.

Ma, come spiega la nota psicoterapeuta Jennifer Shannon, uscire dal ciclo dell’ansia e dello stress è possibile. Con un approccio chiaro e scorrevole ed esplicative illustrazioni di supporto, questo illuminante manuale ispirato alla terapia cognitivo-comportamentale insegna innanzitutto a tenere a bada i tre cibi di cui la mente scimmia è ghiotta, che sono alla base di ogni forma di ansia: intolleranza all’incertezza, perfezionismo, iper-responsabilità.

Una volta trovato l’interruttore per spegnere la scimmia, non ci sono limiti a quanto la nostra vita possa ampliarsi e a quanta pace e felicità possano trovare spazio dentro di noi.

Spegni la scimmia. Esci dal circolo di ansia e paura per ritrovare la felicità 

di Jennifer Shannon (Autore), Francesca Sassi (Traduttore)

Libreria Pienogiorno, 2025

 

domenica 18 maggio 2025

UNA VITA BEN SPESA

  


Trovare il senso delle cose 

con Leonardo, Einstein 

e Darwin 


- di Massimo Polidoro (Autore)

 Che cosa significa davvero spendere bene la propria vita?

 In questo libro, Massimo Polidoro accompagna il lettore in un viaggio avvincente tra scienza, filosofia e curiosità, sulle orme di tre menti straordinarie: Leonardo da Vinci, Charles Darwin e Albert Einstein.

Attraverso la loro capacità di stupirsi e di indagare la realtà, scopriamo come la meraviglia e la voglia di conoscenza possano arricchire la nostra esistenza e farci guardare il mondo con occhi nuovi.

Raccontando le loro vite, Polidoro ci invita a "imitarli", ci spiega che cos'è il metodo scientifico e come usarlo per leggere la realtà in modo nuovo.

Come sviluppare per esempio la curiosità, e come allenare lo spirito di osservazione. Tutto questo può spalancare a ognuno di noi nuove prospettive, e insegnarci molto anche su noi stessi. Leggendo Una vita ben spesa scopriremo che l'eccellenza non è frutto di perfezione, ma di perseveranza, curiosità e continua ricerca.

Il racconto di queste vite ben spese - oltre a Leonardo, Darwin, Einstein, Jane Goodall e altri grandi scienziati - ci fa capire che anche noi, pur con i nostri limiti, possiamo ambire a una vita piena di curiosità e crescita continua.

Con uno stile chiaro e coinvolgente, l'autore mostra il valore della scienza nella vita di ogni giorno e offre spunti pratici per applicare queste lezioni, aiutandoci a vivere a occhi aperti, con più consapevolezza e stupore.

Riprendendo una celebre frase di Leonardo, "Una vita ben spesa" invita a sorprendersi, a riflettere e a crescere: un'opera ispiratrice per chiunque desideri guardare oltre l'ordinario e scoprire quanta ricchezza si celi in una vita animata dalla voglia di conoscere.


Polidoro, UNA VITA BEN SPESA, ed. Mondadori, aprile 2025

 

 

IMPARARE AD AMARSI

 

Galimberti: bisogna imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all'altezza

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La Redazione

 Accettarsi per quello che siamo, con le nostre imperfezioni: come abbracciare la propria autenticità può liberarci dalla ricerca della perfezione e condurci alla vera felicità...

Il senso di disagio e di malessere sembra ormai dilagare tra i giovani: quest’ultimi, infatti, percepiscono sempre più un profondo senso di inadeguatezza, un po’ come se non fossero mai all’altezza della situazione e non ci fosse un posto per loro in questo mondo.

A tal fine una giovane ventiduenne, rivolgendosi al filosofo, saggista e psicoanalista Umberto Galimberti, ha così espresso il suo pensiero:

“Mi trovo a scriverle senza sapere bene da dove cominciare. Ho dentro di me così tanti dubbi e conflitti, aggrovigliati e connessi tra di loro, da non essere in grado di individuarne un inizio né tantomeno una conclusione. Forse le sto scrivendo semplicemente per provare a dipanare questa massa. Quello che posso provare a raccontare è il forte senso di angoscia che frequentemente mi coglie, e che percepisco fisicamente, nel petto, a volte come un peso, altre volte come vuoto. Ho ventidue anni. Non riesco a sentirmi spensierata e in pace con me stessa. In ogni cosa mi trovo divisa tra il reale e l’ideale. Sono in bilico, ma non cado. Anzi, rimango immobile. Avverto allora un profondo disagio, la mancanza di un posto per me in questo grande mondo”, in tal modo la giovane ragazza si rivolge al filosofo in cerca di conforto, rassicurazione, e soprattutto di comprensione ed ascolto.

Allora ci si chiede cosa fare per superare questo disagio, per opporsi, così da ritornare a vivere serenamente, riassaporando la propria libertà senza vincoli o limiti di alcun genere.

“La triste realtà è che sogno quello che mi viene detto di sognare. Mi diverto come mi viene detto di divertirmi.

Sto zitta come mi viene detto di fare. Vorrei essere magra e bella. Vorrei essere sempre al massimo. Vorrei non avere debolezze. Ho idee precise, che non metto in atto. Credo nella lotta, ma non la applico. Credo nella conoscenza ma la tengo per me. Credo nell’amore, ma non amo. Credo nella forza del poter essere se stessi, ma provo vergogna. Rincorro con affanno un senso di appartenenza vero, di cui sento la mancanza, cercando allo stesso tempo di non conformarmi, ma fallendo ogni volta, ricadendo nel desiderio di essere come ‘loro’”, continua in tal senso la ventiduenne.

 Omologati e manipolati

Ecco allora che i giovanissimi si ritrovano ad essere omologati e manipolati, incapaci di mettersi in gioco, sempre in disparte, senza mai far sentire la loro voce, avendo paura di sbagliare, convinti di non poter mai essere felici, di non poter mai cambiare la situazione, vivendo la solitudine di chi chiede troppo a se stesso. Le nuove generazioni, idealizzando troppo se stesse, rischiano di vivere un’eterna insoddisfazione, un po’ come se non fossero mai abbastanza, ricercando una perfezione che non esiste, disconoscendo se stesse e trascurando la loro vera identità.

“Da questa guerra tutta interna a noi stessi che ci divora e non ci fa mai sentire soddisfatti della nostra esistenza si esce rinunciando alla perfezione che ci si è autoimposta e accettando la parte umbratile della nostra personalità, quella di cui non andiamo fieri, quella che vorremmo che nessuno scoprisse, quella che ci fa sentire ‘punti nel vivo’ quando qualcuno ce la svela”, queste le parole pregne di significato di Umberto Galimberti.

Per essere felici …

Per essere felici, dunque, occorre imparare ad amarsi senza riserve, rinunciando alla solitudine di chi chiede troppo a se stesso, alla perfezione che non ci fa mai sentire abbastanza o all’altezza e che determina spesso un profondo senso di vuoto e di tristezza.

“E se è vero che non noi, ma gli altri costruiscono la nostra identità, esponiamoci al mondo per quello che siamo, lasciandoci modificare da tutti gli incontri, evitando di cercare noi stessi in quella guerra inutile tra l’io e il suo ideale che ci isola dagli altri, e non ci fa approdare se non in quella terra desolata e solitaria dove a farci compagnia è solo la nostra insoddisfazione”, in tal modo termina la sua disamina il filosofo. E allora, che risposta possiamo dare a quella giovane ventiduenne che scrive con il cuore colmo di domande, paure e silenzi?

 L’essere e il dover essere

La risposta a quella giovane ventiduenne, e a tutti i giovani che si sentono "fuori posto", tra l’essere e il dover essere, è che la felicità non risiede nella perfezione ma nell'accettazione di sé, anche nelle proprie fragilità. Galimberti ci invita a rinunciare all'ideale irraggiungibile e ad abbracciare ciò che siamo, con tutte le nostre imperfezioni.

Quella "massa aggrovigliata" di dubbi non è qualcosa da risolvere, ma da comprendere. La spensieratezza che cerca non è l’assenza di peso, ma la leggerezza di chi smette di giudicarsi, di chi smette di inseguire modelli imposti e comincia, pian pian, a costruire un proprio modo di stare al mondo. Forse la vera forza non sta nel silenzio, ma nella voce che, anche tremante, osa dire: “questa sono io, e vado bene così”.

E così la risposta non è un manuale da seguire ma un percorso da intraprendere: fatto di errori, di relazioni vere, di cadute e risalite. 

Pertanto solo accettando di essere imperfetti possiamo finalmente sentirci liberi di esistere, di essere davvero felici.

 ascuolaoggi

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