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venerdì 22 maggio 2026

BAMBINI E DEVICE


Schettini: "Un bambino di 8 anni deve disegnare, colorare, immaginare, parlare e suonare uno strumento. 


Oggi la rete per i più piccoli 

è diventata un pericolo"

Perché l’accesso precoce a smartphone e Internet sta cambiando il cervello, l’attenzione e la crescita emotiva dei bambini secondo Schettini...

Negli ultimi anni l’infanzia è cambiata più in fretta di quanto gli adulti riescano a capire. Bambini sempre più piccoli passano ore davanti a uno schermo, spesso in silenzio, isolati, immobili. Non è solo una questione di tecnologia, ma di tempo sottratto al gioco, alla noia creativa, all’immaginazione.

L'uso smisurato di telefoni cellulari e di tablet da parte dei bambini rischia di produrre effetti deleteri proprio sulla salute dei più piccoli. Una sovraesposizione agli schermi, infatti, così come evidenziato dai pediatri, determina disturbi comportamentali e dell'apprendimento. Gli adolescenti, addirittura, a causa di un utilizzo massiccio di social network e videogiochi, finiscono con l'esserne completamente dipendenti.

Spesso sono proprio i genitori che utilizzano impropriamente tali device per distrarre i loro bambini quando sono ancora piccolissimi oppure nel caso in cui non riescano a gestire bene la loro vivacità. Ciò però può determinare problemi cognitivi: i bambini di circa un anno spesso imparano prima ad utilizzare lo smartphone e poi a parlare. Inoltre aumentano i casi di miopia infantile e sono sempre più frequenti i disturbi del sonno nei piccolissimi.

 A tal fine il Professore di Fisica, Vincenzo Schettini in uno dei suoi interventi sui social esprime il suo pensiero in merito in tal modo:

"Non è possibile che un bambino acceda alla rete ad 8 anni, non è possibile. È la putrefazione mentale. Un bambino di 8 anni deve disegnare, deve colorare, deve immaginare, deve parlare, deve suonare uno strumento, mettetegli uno strumento in mano. Vorrei un padre che vi dica: 'Le regole sono queste. Il cellulare tu fino a 16 anni non ce l'hai. Io sono tuo padre, un giorno mi ringrazierai; adesso mi odi ma un giorno mi ringrazierai e capirai quello che ho deciso per te perché io sono tuo padre".

Quando mio padre mi diceva: 'Il televisore si spegne quando noi mangiamo a tavola", io mi incazzavo, litigavo con mio padre, perché dicevo: 'Io voglio vedere la televisione', e lui diceva: 'No, io sono tuo padre e mi devi ascoltare!'. Vi prego lo dobbiamo fare per il bene dei figli. Noi vi vogliamo salvare".

Con tali significative parole Vincenzo Schettini vuole esprimere tutta la sua indignazione nel constatare che bambini di soli 8 anni accedono alla rete internet liberamente attraverso i propri telefoni cellulari.

Ecco allora l'importanza di genitori presenti che, in qualità di educatori, sappiano crescere i propri figli consapevolmente e responsabilmente, permettendo loro di giocare all'aria aperta, di disegnare, di suonare uno strumento, limitando fortemente l'utilizzo di telefoni cellulari in una fase così delicata della vita. Bisogna dialogare con i propri figli, supportandoli ed accompagnandoli lungo il cammino, permettono loro di riscoprire la bellezza delle passioni e delle ambizioni, stimolando la loro creatività ed immaginazione, senza mai trascurarli e soprattutto limitando l'uso di dispositivi digitali che possono produrre effetti deleteri nell'ambito del loro processo formativo e di crescita. Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di guardare in faccia quello che sta succedendo ai nostri figli: bambini sempre più soli, sedati dagli schermi, privati del gioco, dell’immaginazione e del tempo per crescere davvero.

E tu, lettore che ci segui, credi che oggi i bambini stiano perdendo qualcosa di importante dietro a uno schermo? Quanto conta ancora il dialogo, il gioco all’aria aperta, il tempo passato davvero insieme in famiglia?

Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza: nella tua casa esistono regole sull’uso del cellulare oppure pensi che la tecnologia faccia ormai parte inevitabilmente della crescita dei più piccoli?

  Scuola oggi

martedì 22 ottobre 2024

UN POLLICE

 


Il nostro salto evolutivo è digitale, cioè in un dito: il pollice. Il «pollice opponibile» è infatti una prerogativa quasi solo umana: seppur comune ad altri primati, solo noi lo usiamo per azioni molto complesse. La nostra, infatti, non è una zampa ma la mano con cui abbiamo potuto accendere il fuoco, costruire case e arnesi, pizzicare corde o guance, curare ferite...

Insieme alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta Intelligenza Artigianale

 

-        di Alessandro D’Avenia

 

Un filosofo greco del V sec. a.C. diceva che l’uomo pensa perché ha la mano (chi non lo fa «pensa con i piedi»), e aveva ragione, come hanno dimostrato gli studi sulla sorprendente estensione delle zone cerebrali dedicate all’arto. La mano infatti implica la parola. A differenza dei versi degli animali che esprimono emozioni noi con le parole articoliamo anche istruzioni: la trasmissione di ciò che serve per vivere.

La voce umana non è solo espressione ma anche e soprattutto istruzione: spiega e racconta. La scuola in fondo nasce dalla mano, per questo gli animali non ci vanno, hanno l’istinto, noi invece dobbiamo «imparare» a vivere. Il pollice opponibile è la chiave della scuola permanente della vita: da come lo usiamo dipende quanta vita sappiamo. Come sta il nostro pollice oggi? Spesso incollato al telefono fa scorrere immagini pilotate dall’algoritmo, più che opponibile è diventato disponibile, e così anche il nostro pensiero, che diventa più passivo e manipolabile (ancora la mano...). Che cosa comporta questa «maniera» (altra parola che viene da «mano»: è dappertutto!) di vivere?

Quando Ulisse deve partire dall’isola di Calipso dove si trova ormai da sette anni, non ha la minima idea di come raggiungere Itaca: piange di fronte al mare infinito, oltre il quale, non sa dove, c’è la sua amata terra. L’unica cosa che sa? Costruire una barca. E così l’eroe trasforma, con le mani, il dolore in azione: creare rimane la più efficace risposta ai momenti bui.

La descrizione della costruzione della barca è dettagliata proprio perché in una cultura orale come quella omerica, le istruzioni erano conservate nei poemi per essere ricordate e trasmesse, una vera e propria enciclopedia sociale. Ulisse è l’eroe dell’ingegno multiforme perché «pensa con le mani» e «maneggia con il pensiero». Sa cucire una vela e manovrarla nei venti, sa indirizzare il timone seguendo le stelle. Tutto ciò è meticolosamente descritto nei versi sulla sua partenza dal luogo che lo trattiene «nell’ombelico dell’oceano» da sette anni, un’isola (e un isolamento) in cui non è necessario costruire nulla, perché tutto è dato spontaneamente dalla natura, senza bisogno di tecnica e lavoro.

Su quell’isola Ulisse è inumano (mi torna utile che in italiano «mano» sia casualmente dentro «umano»): non usa le mani e, mangiando il cibo degli dei, è immortale. Utopia che sempre ci accarezza: poter vivere senza bisogno del lavoro e della tecnica per sopperire all’assenza di mezzi specializzati come pinne, zanne, corna, corazze... 

La mano infatti non è specializzata ma si specializza, grazie al pollice opponibile. Quel pollice oggi sembra non voler «opporsi» al flusso, naviga a caso sulla superficie liscia dello schermo, dimentica la resistenza del mondo, e così anche il pensiero e la parola diventano disponibili, cioè dipendenti. La rete non è infatti solo la nostra enciclopedia sociale come lo erano i poemi antichi, ma il mare in cui ci abbandoniamo a ondate di dopamina, scariche di gioia per un cervello, individuale e collettivo, sempre gratificato. E l’intelligenza, senza resistenza, diventa meno multiforme, l’ingegno meno attivo: l’uso dei tablet in classe al posto della scrittura a mano si è già rivelato «perdente» per lo sviluppo cerebrale.

 Insieme alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta Intelligenza Artigianale: allenare la manualità per bilanciare l’eccesso di superfici lisce e senza resistenza degli schermi, sui quali, come sull’isola di Calipso, tutto è dato senza sforzo.

Il pensiero non sa man-tenere la realtà, gli sfugge tutto, ha le mani bucate. Ciò anche a causa della «perdita della noia»: oggi un bambino/adolescente con un cellulare in mano può non sentirne più il morso. «Girarsi i pollici» obbligava a tornare al mondo, perché la noia è un promemoria: «non stai vivendo abbastanza, hai dimenticato le mani». Il bambino esplora e scopre, diventa intelligente, proprio a partire da: «Che noia! Non c’è niente da fare...». È quel «da fare» che lo costringe a usare il pollice secondo la sua millenaria evoluzione: invenzioni, collezioni, lavoretti, modellini, esperimenti, libri, guai...

Montessori diceva che «i bambini non giocano, lavorano», infatti una manualità che si confronta con il mondo sviluppa l’intelligenza (memoria più immaginazione) che viene dall’esperienza, con molti benefici collaterali: capacità di concentrazione e gestione delle emozioni, efficacia creativa e quindi autostima/autonomia, eliminazione dello stress, arricchimento del linguaggio attraverso il racconto dell’esperienza fatta... L’evoluzione del sapiens si ripete in ogni vita: scrivere a mano, costruire qualcosa, curare una pianta, dare una carezza sono gesti che restituiscono una «maniera» di vivere più ricca perché meno passiva.

Un pollice che non gira a vuoto sullo schermo, da disponibile torna opponibile, rende l’intelligenza esplorativa, creativa, tecnica, e il pensiero critico, autonomo, indipendente. Il digitale non è solo nel bit ma nel pollice. Il pollice della gioia e del rischio, non il numero di pollici dello schermo, ma il pollice che permette a Ulisse di navigare verso casa facendo diventare poesia persino il suo «da fare»: «Tagliava i tronchi e lavorava veloce. Li sgrossò con la scure, abilmente li levigò livellandoli dritti col filo. Fece buchi e li congiunse gli uni agli altri. Rinsaldò la barca con chiodi di legno e ramponi. E come un falegname esperto così fece Ulisse per la sua zattera.

Alzò poi il cassero, con molti travicelli fra loro connessi, lo completò con assi lunghissime. E fece l’albero e, attaccato ad esso, il pennone, e aggiunse il timone, per poterla guidare. Intorno la cinse con stuoie di vimini, a riparo dalle onde del mare, coprì il fondo di frasche. Allora la divina Calipso portò dei drappi per fare le vele: ed egli fabbricò anche quelle. Legò infine le sartie le drizze e le scotte e, con rulli di legno, trasse la barca sul mare lucente. Era il quarto giorno, e tutto era finito. Al quinto partì dall’isola». Ulisse naviga in mare verso casa, noi in rete verso dove? Difendiamo il pollice dei bambini, passando del tempo insieme a costruire, riparare e curare qualcosa, allenare la sua «opponibilità» li renderà più intelligenti e felici. Umani.

 

Alzogliocchiversoilcielo

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martedì 24 settembre 2024

L'ARTE DELLO SCRIVERE IN CORSIVO


 

Crepet, occorre rieducare alla scrittura perché espressione di noi stessi, della nostra anima e permette lo sviluppo di capacità cognitive...

 

-         Di Redazione

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Scrivere in corsivo, infatti, richiede una serie di “competenze” che si apprendono col tempo e non riguardano solo aspetti meramente formali ma anche e soprattutto sostanziali, cognitivi...

Soffermarsi sul concetto di scuola, formazione, crescita, presuppone sempre riflessioni articolate, mai scontate, dove ogni piccola sfumatura permette di cogliere un aspetto differente. Non è semplice il ruolo svolto da genitori ed insegnanti nell’ambito di un percorso educativo che presuppone scelte consapevoli, scelte spesso molto difficili e capaci di determinare danni o benefici nei confronti dei giovanissimi.

A tal fine è interessante il pensiero del sociologo e psichiatra Paolo Crepet, nel suo libro “Mordere il cielo”, che tende a sottolineare e a discernere un aspetto importante: molti insegnanti, sia delle scuole materne che delle scuole elementari, hanno riscontrato una difficoltà da parte dei loro allievi a scrivere in corsivo. Si preferisce lo stampatello, alle volte addirittura una tastiera.

Non si tratta di un semplice dibattito su ciò che è giusto o su ciò che è sbagliato, su ciò che si preferisce o su ciò che risulta a noi meno gradevole, ma piuttosto di un aspetto che è stato oggetto di studi e di ricerche da parte di diverse Università, come in California o in Norvegia.

Scrivere in corsivo, infatti, richiede una serie di “competenze” che si apprendono col tempo e non riguardano solo aspetti meramente formali ma anche e soprattutto sostanziali, cognitivi.

Scrivere con una buona calligrafia una serie di parole presuppone che il bambino consideri diversi fattori: dovrà innanzitutto acuire i sensi e comprendere bene il concetto di spazio, cioè utilizzare un carattere tale da permettere alle singole parole di rientrare lungo le righe che compongono il foglio da scrivere.

“Si tratta di un’abilità specifica che ne comporta altre: attenzione, controllo, memoria, precisione, metodo, abilità visivo-spaziali”, così sottolinea Crepet senza esitazione.

Scrivere in stampatello, invece, è sicuramente più semplice, non necessita la stessa premura, attenzione ed è ciò che i bambini prediligono, spesso appoggiati da non pochi genitori ed insegnanti.

Se ci soffermassimo solo un attimo ad osservare l’encefalo di un bambino o di una bambina che sta scrivendo a mano libera rispetto ad un altro/altra che invece utilizza la tastiera di un computer, ci si accorgerebbe subito di un aspetto importantissimo: nel primo caso tutte le aree sono pienamente attive, mentre nel secondo caso appare attenuata l’attività della corteccia cerebrale.

 Più nello specifico: nel primo caso le competenze cognitive, insieme a quelle relazionali ed emotive, si svilupperanno intensamente mentre nel secondo caso ci sarà uno sviluppo molto limitato.

In realtà la scrittura è espressione della nostra personalità ed ognuno scrive in maniera differente, con una calligrafia più o meno comprensibile, a seconda dell’età, dello stato d’animo, del luogo in cui ci si trova: diversi fattori possono determinare una loro specifica influenza.

Riuscire ad esprimersi per iscritto, a mano libera, senza l’ausilio di tastiere, presuppone anche lo sviluppo di un’altra abilità: facciamo riferimento alla capacità di cancellare, di correggere i propri errori quando si scrive.

“La scrittura a mano comporta la giusta fatica di esprimersi”, spiega lo psichiatra.

Si pensi, ad esempio, alle scuole di un tempo, con i vecchi banchi di legno, nelle quali si utilizzava ancora il pennino con l’inchiostro ed ognuno doveva essere abile a scrivere senza sporcarsi, mostrando le sue abilità nella calligrafia, sperimentando anche il disegno.

 Scuola oggi

 

IL CORSIVO PER SVILUPPARE IL PENSIERO

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-         di Vivian Parra.

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Ti sei mai chiesto perché ai bambini non viene più insegnato a scrivere in corsivo?

E no, non è un caso che tendano a usarlo sempre meno.

Scrivere in corsivo significa tradurre i pensieri in parole; ti obbliga a non staccare la mano dal foglio. Uno sforzo stimolante, che ti permette di associare idee, collegarle e metterle in relazione. Non a caso la parola "corsivo" deriva dal latino currere, che corre, che fluisce, perché il pensiero è alato, corre, vola.

Certo, il corsivo non ha più posto nel mondo di oggi, un mondo che fa di tutto per rallentare lo sviluppo del pensiero, per riempirlo.

Penso che il corsivo sia nato in Italia e poi si sia diffuso in tutto il mondo.

Perché?

Perché era una scrittura compatta, elegante, chiara.

Ma la nostra è una società che non ha più tempo per l'eleganza, per la bellezza, per la complessità; abbiamo la sintesi ma non la chiarezza, la velocità ma non l'efficienza, l'informazione ma non la conoscenza!

In generale, sappiamo troppo e troppo poco perché non siamo più (in generale) capaci di mettere in relazione le cose. La maggior parte delle persone non riesce più a pensare.




lunedì 19 febbraio 2024

CORSIVO O TASTIERA ?

 


Sempre più tastiera, sempre meno penna e corsivo. 

L’importanza dello scrivere e lo sviluppo del cervello. 

Ne abbiamo parlato su Isoradio RAI.

 

-di Antonio Fundarò

 Nel mondo moderno di oggi, poche persone scrivono ancora con carta e penna, per non parlare del corsivo. Tuttavia,  ricercatori, in ogni area del globo,  ritengono  che la scrittura corsiva sia importante per lo sviluppo cognitivo e la regione sensomotoria del cervello. C’è una sostanziale differenza di apprendimento, infatti, tra scrivere a mano delle lettere e in corsivo e digitare o tracciare quelle stesse lettere sul PC, sul tablet, sullo smartphone.

 Con l’abbondanza di smartphone, laptop e tablet per leggere e scrivere testi, la scrittura in corsivo è diventata non solo ancora più importante ma anche necessaria e indispensabile, altro che, come afferma qualcuno, uno strumento di apprendimento obsoleto. Ne abbiamo parlato, anche come Orizzontescuola.it, presente io, nella trasmissione “Ben…detto” di RAI Isoradio.

 Una trasmissione di attualità, curiosità, politica ed economia condotta da Benedetto Marcucci. Ospiti esperti del settore, politici, giornalisti, imprenditori e personaggi dello spettacolo con l’interazione dei radioascoltatori ed il punto su dati e notizie con Incoronata Boccia. Ben…detto! Ideato e condotto da Benedetto Marcucci. Autori della trasmissione Valentina Lo Russo e Lucia Pioppi. Regia di Gianni Grimaldi.

 Tema della trasmissione “La scomparsa del corsivo tra i giovani”: ne abbiamo parlato, sulla RAI, anche come Orizzontescuola.it, con la mia presenza, anche su Isoradio con Giulia Maffioli, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti (l’A.Na.P.P. è nata nel 2000 ed è composta da professionisti e formatori con consolidata esperienza in ambito clinico, organizzativo, sanitario, scolastico-educativo ed universitario) e Lidia Pantaleo referente nazionale del gruppo “Lingua” del  Movimento di Cooperazione Educativa.

 Precursore essenziale per un ulteriore successo scolastico

 La scrittura corsiva – come è emerso nel corso della trasmissione, puntualmente condotta dal giornalista RAI Benedetto Marcucci – è un’abilità culturale complessa e centrale, che coinvolge molti sistemi cerebrali e l’integrazione di abilità motorie e percettive. “L’abilità della scrittura corsiva è spesso utilizzata come strumento di apprendimento, considerando la profondità di elaborazione che la presa di appunti a mano fornisce, anche in assenza di una revisione degli appunti. Pertanto, la scrittura in corsivo è stata considerata un precursore essenziale per un ulteriore successo scolastico e l’abilità viene tipicamente acquisita durante l’infanzia nelle società con una forte tradizione di alfabetizzazione. I bambini devono imparare a coordinare accuratamente i movimenti delle mani e a produrre la forma di ogni lettera, e potrebbero volerci diversi anni per padroneggiare questa precisa abilità” come si legge in una recente ricerca.

 Si utilizza la tastiera sempre più spesso e a farlo sono anche gli adulti

 Oggi, la maggior parte degli adulti scrive utilizzando una tastiera e un computer, e in alcuni paesi, grazie ai programmi di istruzione, il digitare sui dispositivi digitali ha già sostituito la tradizionale scrittura a mano. Pertanto, la quantità di tempo trascorso a scrivere a mano è stata ridotta poiché le attività di apprendimento si affidano sempre più a dispositivi digitali. Questi dispositivi (ad esempio, tablet e telefoni cellulari) possono migliorare la capacità di uno studente di prendere appunti, ma possono anche ostacolare l’apprendimento in modi diversi e sconosciuti. La maggior parte dei docenti, di ogni ordine e grado, riconosce che prendere appunti è un fattore importante dell’apprendimento in classe e l’attività con la tastiera è ora spesso raccomandata come sostituto della scrittura precoce poiché questo tipo di attività è meno impegnativa e frustrante per i bambini.

 I sostenitori dell’uso dei computer in classe sottolineano i benefici derivanti dalla capacità dei bambini di produrre testi

 I numerosi (purtroppo) sostenitori dell’uso dei computer in classe, in sostituzione totale dei quaderni e della penna (dunque, della scrittura) sottolineano i benefici derivanti dalla capacità dei bambini di generare testi di grandi, con minore difficoltà e con maggiore speditezza, e di ricevere, in tale modalità, un feedback immediato sui testi prodotti e sulle loro molteplici osservazioni anche in merito al testo o alle lezioni. Dall’altro lato, invece, si è sottolineato nel programma radiofonico su RAI Isoradio, ci sono i critici dei computer in classe (nel senso della sostituzione del PC a tutte le altre tipologie di metodologie operative, dunque, anche alla scrittura) che evidenziano, anche col supporto di numerosi studi e indagini statistiche come quella di Eduscopio, a base del programma radiofonico, come l’utilizzo del computer ha un impatto negativo sulle valutazioni ma anche sul rendimento scolastico, oltre a rappresentare un distrattore per i numerosi studenti abitualmente individuati come multitasking.

 L’addestramento alla scrittura

 L’addestramento alla scrittura a mano non solo è capace di migliorare l’accuratezza dell’ortografia e migliorare, inevitabilmente, la memoria e il ricordo, ma anche è capace di contribuire al miglioramento del riconoscimento delle lettere. Perché anche questo, per i giovanissimi e i giovani, è un problema, oggi. Tali vantaggi, enucleati precedentemente, non sono stati riscontrati solo nella scrittura di tipo tradizionale, cioè quella che si determina utilizzando una penna ad inchiostro o la classica e piacevole matita, ma anche nella scrittura che si determina utilizzando una tecnologica penna digitale. Che fosse questo una via di mezzo? Una modalità di sintesi tra la necessità dell’approccio tecnologico e la scrittura tradizionale? Tutti i risultati suggeriscono – come per altro ha più volte sottolineato il prof. Piero Crispiani – che il coinvolgimento degli intrecciati movimenti della mano, più che altro del polso, e la modellazione di ciascuna delle lettere utilizzate per scrivere possono avvenire in svariate modalità. Se è davvero questa la modalità, modificare la condizione motoria mentre i bambini stanno imparando può danneggiare le loro funzioni consecutive.

 La scrittura corsiva e la digitalizzazione sono due modi distinti di scrivere

 Se leggiamo la questione dal punto di vista sensomotorio, possiamo affermare che la scrittura corsiva e la digitalizzazione sono modi diversi, ma anche modi distinti di scrivere e coinvolgono, inevitabilmente, processi distinti nel nostro cervello. La scrittura corsiva presume una ben definita coordinazione dei movimenti della mano finalizzata alla produzione della forma, anche graficamente piacevole, di ciascuna delle lettere, mentre la digitalizzazione, cosa alla quale ci si sta abituando sempre più frequentemente, richiede inferiori informazioni cinestetiche. Numerosi studi hanno dimostrato che aree legate ai processi di scrittura vengono attivate solo in alcune circostanze e nello specifico quando si percepiscono unicamente lettere visive. Di fatto, tali studi, suggeriscono che la scrittura e la lettura sono da considerare come processi interrelati che comprendono una importante (se non determinante)  componente sensomotoria.

 Domande che è necessario porsi

 Quali sono i vantaggi della scrittura in corsivo quando è possibile utilizzare un computer per lo stesso compito? La scienza afferma che i benefici cognitivi e visivi per i bambini che imparano usando il corsivo sono molteplici.

 Scrittura corsiva e cervello

 Disegnare lettere con la mano libera, articolando il polso che, ormai è provato, si sta atrofizzando, utilizzando una penna o una matita è, inutile ribadirlo ancora, cognitivamente diverso dalla modalità utilizzata dai nostri giovanissimi di premere un tasto fisico su una tastiera. Durante questa, non vecchia ma necessaria, l’apprendimento, la formazione delle lettere manualmente crea una connessione con il movimento della mano e l’importante risposta visiva di vedere quella lettera vivere sulla pagina. In tale maniera coesistono più processi nello stesso tempo: il movimento vero e proprio della mano, il pensiero che il nostro alunno, nostro figlio, ha della lettera e il segnale visivo della lettera che vive e si concretizza sul foglio, sulla lavagna. Si tratta, in questa maniera, di leggere e scrivere contemporaneamente. Cosa che rappresenta, indubbiamente, un’abilità necessaria e utilissima, proprio oggi in cui abbondano telefonini e tablet nella vita dei nostri giovani e anche nostra.

 Il processo che devono affrontare i nostri bambini

 I bambini devono affrontare questo processo per comprendere appieno la lingua italiana e collegare in siffatta maniera le parole alla memoria motoria. Imparare la scrittura in corsivo è, dunque, visibilmente importante per consolidare le abilità di ortografia, in quanto permette ai bambini di riconoscere le parole quando le leggono successivamente. La digitazione sulla tastiera, infatti, non ha lo stesso effetto sul nostro cervello, in quanto non richiede le stesse capacità motorie e le stesse attività eseguite simultaneamente.

 L’intelligenza e la scrittura in corsivo

 Secondo il professore William Klemm, meglio conosciuto come il “medico della memoria”, il corsivo contribuisce a rendere i nostri alunni, i nostri figli, i nostri bambini e i nostri ragazzi più intelligenti . Esercitarsi nella scrittura a mano, di fatto, possiamo dire, aiuta ad allenare il cervello, a tenerlo in vitalità; aiuta a integrare numerose forme di informazioni simultaneamente, inclusi input visivi e tattili, applicando al contempo le capacità motorie. Klemm ricorda, infatti, che il corsivo può fornire benefici al cervello; benefici simili a quelli che si ottengono imparando a suonare uno strumento musicale, specie se in giovanissima e giovane età.

 Insegna capacità organizzative e aiuta i bambini a comporre i propri pensieri e idee anche nei casi di DSA

 Anche se nel mondo di oggi tutti hanno certamente necessità di imparare a digitare sulla tastiera, la scrittura in corsivo ha i suoi numerosi e indiscussi vantaggi. Evidentemente tale esercizio può essere impegnativo ma permette di insegnare le capacità organizzative, sempre più difficilmente individuabili nei nostri alunni, e aiuta i bambini a comporre, a dare forma, a dare colore e struttura ai propri pensieri e alle proprie idee. Per coloro che devono affrontare le difficoltà della dislessia e della disgrafia, il corsivo, inteso, come afferma il professore Filippo Nobile come fluidificatore del pensiero, può far parte, specialmente a scuola primaria, di un piano di trattamento  per aiutare la coordinazione oculomanuale, la memoria e le altre funzioni cognitive. Invece di lasciare morire la scrittura a mano nelle scuole, leggere il corsivo ed esercitarsi a scrivere in corsivo è una parte importante di un curriculum che migliora le capacità cognitive e visive dei bambini.

 La scrittura in corsivo potenzia le competenze (neuro-psico-motorie)

 Per il professore Piero Crispiani, ad esempio, «La scrittura in corsivo potenzia le competenze (neuro-psico-motorie) ed esprime le competenze, costituisce una “edicola” della persona e della personalità. Non discuto degli aspetti psicologici, di cui la originaria grafologia (Moretti, Torbidoni), discuto invece il tema focale per gli insegnanti, gli Educatori ed i Pedagogisti, ovvero:

 Perché bisogna far scrivere in corsivo.

Come si costruisce la scrittura in corsivo.

Come la scrittura interfaccia il pensiero.

Quanto è perché la scrittura in corsivo è difficoltata».

L’esperienza della scrittura in corsivo porta al reclutamento di regioni di elaborazione neurale specifiche della lettera

 I risultati delle ricerche scientifiche sugli adulti e sui bambini sono gli stessi. Insieme, forniscono la prova che l’esperienza della scrittura in corsivo, a mano libera, potremmo dire, porta al reclutamento di regioni di elaborazione neurale specifiche della lettera e possono essere importanti per impostare il sistema neurale che sarà responsabile dell’elaborazione delle lettere una volta che un individuo diventa alfabetizzato. Solo la pratica della scrittura a mano libera (e non del tracciamento o della digitazione) risulta utile nella specializzazione neurale.

 L’esecutività manuale

 Afferma Crispiani che « fuori dalla condizione di chi reca disordini funzionali specifici come la disgrafia, il deficit di controllo grafomotorio o patologie neuromotorie, per i quali il Trattamento Abilitativo si configura in relazione al tipo di disturbo (organico-funzionale, quantitativo-qualitativo, di apprendimento o esecutivo, ecc.).  Riferiamoci piuttosto al bambino normodotato che, in prima classe, costruisce la lingua scritta. Si impegna, ovvero, in una complessa funzione che coinvolge la mente quanto l’esecutività manuale e può farlo secondo il primo e più sostanziale principio che regola l’apprendimento: l’imitazione di modelli».

 L’apprendimento e la conoscenza

 L’apprendimento e la conoscenza, processi prossimi ma dissimili, come scrive il professore Crispiani, hanno origine dai modelli (esperienze, ricordi, pregresse idee, antefatti) e proseguono come loro elaborazione, adattamento, sviluppo, che opportunamente diciamo processazione, costruzione Ma da lì si parte, quindi imitare parole e grafemi in corsivo, imitare il disegno, il parlare con tutte le sue varianti semantiche e pragmatiche, imitare il pensiero, le espressioni del viso, l’empatia… Dalla imitazione in equilibrio con il ristrutturare, proviene lo sviluppo (Piaget). Siamo cauti: l’imitazione non è atto rinunciatario o approssimativo, è la prima e naturale forma di attivazione del pensiero, poi diventa “imitazione differita”, poi simbolica. La conquista del codice verbale scritto, così come il parlare, il camminare, il dare lo sguardo, ecc. nasce dal raffronto con quanto percepiamo …  poi la mente fa il resto. Quindi, auspico una scuola in cui: si scriva in corsivo, si parli bene, ci si comporti con educazione e rispetto, si diano occasioni e si coltivino i processi comunicativi (sociali, culturali, civili) più importanti: scrivere, parlare, contare tra persone, in presenza, vis a vis, frontali, congiunti dalle parole.

 Il disagio psicologico che si riscontra a causa dell’utilizzo degli smartphone

 Per Giulia Maffioli, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti, ha sottolineato che i dati di numerose indagini e ricerche scientifiche mostrano che c’è una esposizione a questi device sin dalla primissima infanzia (tra gli 11 e i 15 mesi), ancor prima che i bambini camminino. È molto interessante, ha sottolineato la Maffioli, verificare quali sono le conseguenze e perché accadono queste scelte. La stessa OMS ha espresso la necessità di non sottoporre i minori a questa esposizione. Però, evidentemente, anche a livello culturale c’è una tendenza dei genitori ad affidare i propri figli ai device.

 

Orizzonte scuola

 

giovedì 11 maggio 2023

LA PASSIONE PER IL LAVORO

 
Occorre riscoprire la bellezza del lavoro. 

Per i giovani è diventato un fardello perché hanno smarrito il senso premiante della fatica

- di Alfredo Tradigo


Un tempo chi lavorava cantava. Sulle impalcature e nei campi. Cantava perché aveva un lavoro, un compito da svolgere e compagni con cui lavorare. Cantava perché si sentiva qualcuno e portava a casa da vivere ai suoi. Con orgoglio. Il lavoro arricchisce chi lavora, qualsiasi lavoro. Oggi invece chi fa lavori umili molto spesso te lo fa pesare e ha il muso scuro, come chi sopporti un peso. Così, per esempio, ti puoi sentire in imbarazzo ad avvicinarti al portinaio, arrabbiato perché deve scaricare i sacchi dell’immondizia, e ti domandi: che cosa è successo del lavoro?

Anni di giuste rivendicazioni e diritti hanno fatto sì che il lavoro, in molti casi, nella mentalità corrente, sia diventato un obbligo e un fardello insopportabile. O forse un optional. Scrive il poeta libanese Khalil Gibran nel suo intramontabile “Il profeta”, libro cult della cultura pop degli anni 60: “Sempre vi è stato detto che il lavoro è una maledizione e la fatica una sventura. Ma io vi dico che quando voi lavorate, voi portate a compimento una parte del sogno remoto della terra, assegnato a voi quando quel sogno fu generato, e nel mantenere voi stessi con fatica voi in verità state amando la vita, e amare la vita attraverso la fatica significa essere in intimità con il segreto più intimo della vita”.

È così. Il lavoro, la passione per il lavoro ci portano dritti al cuore della vita. Certo, ci vuole passione, perché il pane che non è impastato con amore non profuma di pane. Questa passione ha fatto bello il nostro Paese, il Bel Paese dall’arte al cibo, dall’artigianato ai campi coltivati come una ordinata tavolozza di colori.

Questa passione ha reso possibile nel dopoguerra la rinascita e il boom economico. Negli anni 60 gli operai cantavano sulle impalcature o per strada, andando al lavoro. Un altro mondo, più sereno. Non da rimpiangere, ma a cui guardare per ripartire, ricominciando da quella passione per il lavoro, qualsiasi tipo di lavoro sia, che i nostri padri avevano nel sangue, nel loro stesso Dna. Ripartire per imparare – o re-imparare – che cosa sia il lavoro.

SCUOLA/ "Tutto facilitato: così i falsi adulti mandano i giovani alla deriva"

Tutti vogliono studiare, ma lo studio, per chi abbia da sempre fatto il manovale, non è un diritto scontato. Ha il sapore di una conquista, di un privilegio. Solo chi conosce la fatica del lavoro studia con passione, perché sa che anche lo studio è un lavoro, ma più comodo e più bello. Tutti vorrebbero fare l’università, ma ricordiamo che il Politecnico di Milano nacque nel 1838 come “Società incoraggiamento arti e mestieri”, cioè nacque dal basso, stile “don Bosco”: formava giovani artigiani che sarebbero poi diventati la classe dirigente del nostro Paese.

 Il messaggio era chiaro: senza aver tirato la lima non si diventa professore universitario o capitano d’industria. Perché nella lima che brucia tra le dita, nelle mani che con fatica impastano il pane, c’è il segreto del mondo, e chi non hai mai messo le “mani in pasta” non può capire. Se un giovane provasse per qualche anno a raccogliere la frutta e la verdura nei campi conoscerebbe la gioia che si prova – alla fine di una giornata – ad essere stato “parte di un Tutto”, chiamatelo Dio, chiamatela Natura, chiamatela come volete, ma è così. Essere “parte di un Tutto” significa non essere più soli, significa essere pieni di gratitudine, alla fine di una giornata di lavoro, davanti allo spettacolo del tramonto che accarezza i campi ben arati.

Come scriveva Erich Fromm nel suo L’arte di amare (altro libro culto degli anni 60) anche l’artigiano si unisce in qualche modo alla materia e sperimenta con essa una comunione che gli riempie la vita e non lo fa sentire solo.

Per capire tutto questo basta osservare, alla base del Duomo di Milano, gli archetti pensili scolpiti nel marmo che corrono lungo tutto il perimetro. Ogni archetto è sostenuto da piccoli capitelli scolpiti, uno diverso dall’altro (una foglia, un animale, un volto o un fiore), e che sono la firma di umili, anonimi scalpellini che hanno voluto lasciare il ricordo del loro lavoro. Una fatica in più? O l’orgoglio di essere stati attori, col proprio lavoro, di un disegno più grande e nobile – il Duomo di Milano – che ha sfidato i secoli? Perché, chi l’ha detto che essere muratori, scalpellini o falegnami sia un lavoro umile e da ignoranti? Per essere falegnami, per esempio, occorre frequentare una scuola d’arte dove si studiano molte materie, si impara a disegnare dal vero e in prospettiva e a intagliare il legno senza spaccare la vena. Roba che un professore universitario nemmeno si sogna.

 Allora è l’amore, la passione per la materia che occorre suscitare o ri-suscitare nei giovani. Da parte della politica, dire che al lavoro dei campi, sulle impalcature dei cantieri o nelle botteghe artigiane ci pensino gli immigrati significa davvero essere razzisti: perché “loro” dovrebbero fare quello che “noi” non vogliamo fare? 300mila posti di lavoro agricolo o alberghiero sono una preziosa palestra per i nostri giovani. Dovremmo privarli di questa opportunità, di questa esperienza elementare – “sul campo” – che li farà diventare grandi?

 Non possiamo permetterci di privare la nostra società dell’apporto dei giovani, delle loro forze migliori. L’aveva capito bene un santo come don Giovanni Bosco istituendo le scuole professionali. Studio e lavoro costruiscono personalità equilibrate, forti, mature. La scuola è il luogo dell’integrazione vera. Allora, italiani e migranti, si ricominci tutti dalla gavetta per sentire davvero la “musica del lavoro”.

 Ancora Gibran ce lo ricorda con la voce del profeta: “Allora un aratore disse: parlaci del lavoro. Ed egli rispose dicendo: voi lavorate affinché possiate procedere di pari passo con la terra e l’anima della terra. Poiché essere oziosi significa farsi estranei alle stagioni, e uscire dalla processione della vita che marcia con maestà e fiero ossequio verso l’infinito. Quando voi lavorate siete un flauto attraverso il cui cuore il sussurrare delle ore si converte in musica. Chi di voi vorrebbe essere una canna, muta e silente, quando tutto il resto canta insieme all’unisono?”

 


Il Sussidiario

giovedì 7 luglio 2022

PENSARE CON LE MANI


Un fenomeno che caratterizza il nostro Paese è lo “skill mismatch”, il divario esistente tra le competenze richieste dalle imprese e quelle di cui sono in possesso i lavoratori

 

-         di  Giorgio Vittadini

 

Tra i tanti profondi cambiamenti di questa epoca c’è senz’altro un diverso rapporto tra lavori manuali e lavori intellettuali. Nella società industriale del Novecento la distinzione tra i due era netta. Studio, remunerazione, potere erano associati ai secondi; fatica, subordinazione, basso salario riguardavano i primi, che ancora oggi sono considerati lavori “di serie B”, o comunque, un ripiego quando non si riesce a trovare un lavoro intellettuale di qualità.

In realtà, oggi tante mansioni considerate intellettuali sono sostituite dalla tecnologia o automatizzate, riducendo l’apporto cognitivo del lavoratore che pure ha studiato anni. E d’altra parte emerge con sempre maggior chiarezza che creatività, capacità decisionale e relazione, oltre che fantasia e conoscenza, sono necessarie a una serie crescente di lavori manuali. Pensiamo a un artigiano, a un disegnatore, a un cuoco, a un sarto, ma anche a tutte quelle mansioni che richiedono un rapporto e un feed-back costante con un cliente, un partner o un fornitore.

Un fenomeno che caratterizza il nostro Paese è lo “skill mismatch”, il divario esistente tra le competenze richieste dalle imprese e quelle di cui sono in possesso i lavoratori. Si tratta di posti di lavoro che non si riescono a riempire o che si coprono con persone inadeguate e quindi in breve tempo portano a probabili licenziamenti o comunque a bassa produttività. Il fenomeno è di tipo mondiale (1miliardo e 300 milioni di casi), ma in Italia è particolarmente rilevante, giungendo al 38,2 per cento, con 10 milioni di lavoratori che non corrispondono ai profili professionali ricercati dalle imprese. Il fatto è che tutte le professioni stanno evolvendo sulla base dell’aggiunta di “nuove” skill e maggiore rilevanza delle skill di base.

In Italia il tasso di occupazione dei giovani 15-39 anni è decisamente sotto la media Ue (nel 2019 in Italia 54,3 per cento e Ue 70,3 per cento); il tasso di occupazione femminile è nettamente più basso della media Ue per tutte le fasce di età (nel 2019 in Italia 52,2 per cento, 14 punti in meno della media Ue); il tasso di occupazione fra 15 e 74 anni oscilla intorno al 58 per cento e pone il nostro Paese al penultimo posto nell’Unione europea a 27, ben lontano dai Paesi Bassi (77,8 per cento).

Nel convegno “Pensare con le mani” svoltosi alla sala Zuccari del Senato il 21 giugno promosso da Elis, il centro di formazione professionale fondato da san Paolo VI e san Juan de Balaguer è stato presentato il manifesto del “lavorobuono”. Tale documento sviluppa una roadmap virtuosa di policy sulla promozione del lavoro manuale. I temi trattati: come cambia il lavoro manuale, qual è il lavoro che mi corrisponde, rapporto tra lavoro umano e lavoro artificiale, la svolta del lavoro sostenibile, il lavoro per l’uomo.

Si potrebbe pensare che sia almeno facile risolvere i problemi per i lavori manuali meno complessi: ma allora come giustificare che nel nostro Paese i Neet, quota di popolazione di età compresa tra i 15 e i 29 anni non occupata né inserita in un percorso di istruzione o di formazione, sono in Italia oltre 2 milioni (22,1 per cento del totale dei giovani di quell’età) a fronte di una media del 15,3 per cento dell’Unione europea (solo Bulgaria e Lettonia sono peggio di noi)?

Le ragioni sono molteplici. Innanzitutto, i lavori più umili devono essere pagati in modo decente come non avviene nel nostro Paese: come fa a lamentarsi un ristoratore di non trovare un lavapiatti se lo paga 800 euro per 40 (pesanti) ore settimanali con un contratto totalmente precario?

Inoltre, anche le professioni manuali cambiano: tra i 40 lavori a più alto indice di cambiamento ci sono il disegnatore elettrico, il capocuoco, l’elettricista navale, persino il cassiere che deve sapere usare gli strumenti di comunicazione online, i nuovi strumenti digitali per l’ufficio, intendersi di customer service, lavorare in team, adattarsi al cambiamento continuo.

Ma le ragioni del crollo dei lavori manuali non sono solo legate a bassi salari e a difficoltà di formazione: vi sono anche questioni di tipo culturale.

Il boom industriale in Italia è stato reso possibile dal fatto che il nostro Paese disponeva di istituti tecnici e professionali tra i migliori al mondo. Insegnarono a tanti giovani un “mestiere”, fatto di conoscenze e abilità manuali e permise loro di diventare anche piccoli e grandi imprenditori. Molto dipendeva da una tradizione cristiana per cui la dignità del lavoro non dipende dal tipo di mansione, ma dalla coscienza di partecipare all’azione di Dio “eterno lavoratore”.

Continuare a pensare che lavoro dignitoso sia solo quello intellettuale, e trattare gli istituti tecnici e professionali come una scelta di “serie B”, significa anche non avere rispetto della diversità dei ragazzi, del fatto che tanti crescono e imparano meglio attraverso attività pratiche. E così si contribuisce al degrado e alla marginalizzazione degli istituti tecnici e professionali e al mostruoso conseguente aumento di abbandoni scolastici (13,1 per cento degli studenti, vale a dire 543.000 all’anno!).

Ma c’è un ultimo aspetto che riguarda il tipo di formazione professionale che deve colmare questi enormi gap. Di fronte alla Chernobyl dell’umano che vive nel cuore di molti giovani, come ebbe a dire Luigi Giussani, non bastano investimenti e progetti europei. Ci vogliono realtà come Elis che hanno il coraggio di tener presente la ferita dei ragazzi facendo la fatica di ascoltarli a uno a uno, guardando in faccia lo scetticismo e il cinismo che li dominano, ridando voglia di studiare a chi pensava di essere perduto.

Per tanti di fronte alla proposta dell’avventura di un mestiere (fare il parrucchiere, l’idraulico, l’elettricista, il perito nautico) a un certo punto è riscattata, come una scintilla, il desiderio di essere se stessi, la riscoperta del desiderio di costruire, generare, darsi un futuro. Deve avvenire molto di più: è l’auspicio che lancia questo importante manifesto.

 

Il Sussidiario

sabato 3 luglio 2021

ELOGIO DELLA PENNA

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

-         di Daniele Novara*

      

Fra la penna elettronica e quella su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è per nulla la stessa cosa, ricorda Daniele Novara. Di certo, l’uso della penna facilita l’apprendimento soprattutto per i suoi tempi dilatati che costringono a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio. Già, forse è proprio questa resistenza al dominio della velocità che non piace ai venditori di prodotti elettronici e agli ossessionati della Dad

Mentre la scuola si accinge alla digitalizzazione della didattica, penso sia importante mettere qualche paletto per evitare che la moda prevalga a prescindere da ogni consapevolezza scientifica, pedagogica e psicoevolutiva. Il punto più importante della questione è che ogni cosa ha il suo tempo e quello che vale per un ragazzo di quindici anni non può valere per un bambino né di un anno, né di tre, né di cinque, né di sei, né di sette, né di otto. 

L’infanzia è una fase della vita molto particolare dove la sensorialità, l’esperienzialità, la motricità, il movimento e la socialità devono prevalere su tutto e su tutti. Dare, viceversa, la precedenza assoluta al mondo virtuale appare una scelta estremamente incauta.

Fra la penna elettronica e la penna su carta quest’ultima ha il vantaggio di poter incidere su un vero materiale fisico sviluppando così, in modo più completo, le tante connessioni neurocerebrali in gioco. Molte ricerche mettono in luce il pericolo di voler a tutti i costi passare dalla penna alla tastiera, come a suo tempo si fece dal pennino alla penna. Non è la stessa cosa. Già nel 2007, una ricerca pubblicata da Connelly – psicologo della Oxford Brookes University – e altri sul British Journal of Educational Psychology dimostrava che i temi scritti a mano dai bambini delle Scuole Primarie erano migliori rispetto a quelli scritti con una tastiera. Addirittura, dallo stesso studio emerse che i temi scritti al computer sembravano fatti da soggetti il cui sviluppo era indietro di due anni (un bambino di terza scriveva quindi come un bambino di prima). Nel 2011, lo studio di Sandra Sulzenbruck e altri analizzò il rischio che l’utilizzo continuo della tastiera per la produzione di testi possa contribuire in modo significativo alla perdita delle capacità di scrittura a mano. I vari studi condotti dalla neuroscienziata norvegese Audrey Van de Meer, dimostrano l’importanza dell’aspetto sensomotorio della penna sulla carta.

La penna consente connessioni neurocerebrali articolate e raffinate assolutamente improponibili e imparagonabili col puro e semplice battito del dito su una tastiera. Il movimento della mano che traccia lettere e parole, implica, nel bambino che sta incominciando a leggere e a scrivere, il riconoscimento di linee, curve, spazi, creando, dal punto di vista cognitivo, una connessione visivo-motoria. 

La scrittura manuale “costringe” in qualche modo a direzionare il movimento della mano a seconda della lettera che si deve scrivere.

 Il testo va orientato nello spazio e contenuto all’interno delle dimensioni di un foglio (per fare un esempio). Tutte queste azioni attivano la corteccia parietale preposta alla capacità di calcolo, linguaggio, orientamento spaziale e memoria. 

Più avanti, lo scrivere in corsivo richiederà necessariamente di saper collegare le lettere tra loro. La tastiera non richiede un simile sforzo: basta picchiare su tasti tutti uguali e le parole vengono da sé. L’uso della penna, inoltre, facilita l’apprendimento anche per i suoi tempi “dilatati” che costringono il cervello a selezionare i concetti più importanti e, di conseguenza, assimilarli meglio.

I rischi della scrittura su tastiera sono chiari: soprattutto nei bambini piccoli, viene impedito il corretto sviluppo di alcuni meccanismi cognitivi fondamentali. 

Sono noti i ritardi che l’uso della televisione, dei videoschermi, dei videogiochi e della tastiera provocano nei processi di lettoscrittura. Occorre ricordarli per evitare, fra anni, di ritrovarci con un aumento drammatico di disgrafie, disortografie se non, addirittura, ritardi nella vera e propria capacità di leggere e scrivere. 

Genitori e insegnanti non possono permettere che siano date informazioni non solo sbagliate, ma decisamente in malafede. A volte sono gli stessi venditori di questi prodotti che finiscono per promuovere convegni specifici sul passaggio dalla penna alla tastiera.

Le ricerche scientifiche lasciano poco spazio ai dubbi e quindi i bambini vanno, ancora una volta, tutelati nel loro mondo e nel loro pensiero che è pratico, operativo, concreto e sensoriale. Solo in questo modo potranno crescere e raggiungere le altre fasi della vita.


*Daniele Novara, pedagogista e direttore CPP

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