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venerdì 21 novembre 2025

IL DIALOGO E L'ABUSO

 

Il dialogo antidoto all’abuso del digitale

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti.


- di Giuseppe Savagnone 

Il grido d’allarme dei pediatri

Ha trovato ben poco spazio sulle prime pagine dei nostri quotidiani l’allarme lanciato dalla Società Italiana di Pediatria (SIP), che ha presentato al Senato, il 19 novembre scorso, le nuove raccomandazioni sull’uso dei dispositivi digitali in età evolutiva, in piena sintonia con quelle dell’American Academy of Pediatrics e della Canadian Society of Pediatrics.

A conferma del fatto che si tratta di un problema attualissimo, che mette in questione, alla radice, l’identità antropologica degli uomini e delle donne del prossimo futuro, non solo in Italia, ma in tutto il mondo occidentale e che meriterebbe, perciò, una maggiore attenzione, a livello sia privato che pubblico, per trovare insieme soluzioni condivise.

Che la situazione attuale evidenzi un abuso è sotto i nostri occhi. Lo confermano le statistiche. Una recente indagine italiana, aggiornata all’aprile 2024, dimostra che circa il 70% delle famiglie con figli di età compresa tra 0 e 2 anni ammette di utilizzare dispositivi digitali durante i pasti dei propri bambini.

Che questo crei nei piccoli un’abitudine lo dimostra il fatto che, secondo i dati di Save the Children, aggiornati al dicembre 2024, in Italia il 44,6 % dei bambini tra i 6 e i 10 anni e il 78 % dei ragazzi tra gli 11 e i 13 anni usa Internet tutti i giorni. E il 41% della fascia 11/13 anni (il 47,1 % nel caso delle ragazze) frequenta i social.

Per quanto riguarda in particolare gli smartphone, 3 bambini su 10 usano il cellulare quotidianamente e la metà dei quattordicenni lo utilizza più di sei ore al giorno.

Decisiva è stata la pandemia. Rispetto ai livelli pre-pandemici il tempo medio giornaliero di esposizione agli schermi di TV, smartphone, tablet e computer risulta raddoppiato.

Di fronte a questo quadro, di cui tutti abbiamo conferma nell’esperienza di ogni giorno, le direttive dei pediatri – come si diceva, non solo italiani – suonano drastiche e ci mettono tutti in crisi.

Eccone alcune fondamentali:

a.      nessun dispositivo prima dei 2 anni; limitare a meno di un’ora al giorno tra i 2 e i 5 anni e a meno di due ore dopo i 5 anni, sempre sotto supervisione adulta;

b.     evitare accesso non supervisionato a internet prima dei 13 anni;

c.      ritardare l’uso dei social media, idealmente fino ai 18 anni;

d.     rinviare l’introduzione dello smartphone personale almeno fino ai 13 anni;

e.      evitare l’uso dei dispositivi durante i pasti e prima di dormire;

Le possibili conseguenze di un uso indiscriminato

Trasgredire queste regole non viola nessuna legge, ma significa danneggiare in modo spesso irreversibile i nostri figli. 

Ci sono già problemi fisici. Utilizzare eccessivamente il cellulare, ma anche la TV, il tablet, il pc e le console per i videogiochi, fa aumentare vertiginosamente la sedentarietà a discapito dell’attività fisica, favorendo l’obesità. La luce blu emanata dagli schermi dei dispositivi elettronici può essere la causa, a lungo termine, di seri problemi visivi, a volte irreparabili. E troppo spesso i più piccoli si lasciano distrarre dai social network o dai giochi che hanno sul cellulare fino ad ora tarda, a discapito del sonno.

Altrettanto serie sono le possibili conseguenze negative a livello psicologico. Una è l’incapacità di concentrarsi. Numerosi studi dimostrano che l’esposizione a una quantità sempre maggiore di messaggi e di stimoli rende difficile a molti giovani prestare attenzione per un lungo periodo a un discorso o a un impegno. Nei soggetti più giovani, i cui cervelli sono in via di sviluppo, ciò implica modifiche nelle aree cerebrali legate all’attenzione e alla comprensione, con conseguenti ritardi cognitivi, compreso quello dell’apprendimento.

Ma c’è anche il pericolo di una dipendenza morbosa da questi strumenti, con conseguenti fenomeni di smarrimento psicologico quando, per un qualche motivo, se ne viene privati. Se poi sono le scelte degli adulti a determinare questa privazione, non è raro che si scatenino moti incontrollati di rabbia e di disperazione.

Ma gli effetti più problematici sono quelli che riguardano la sfera relazionale dei giovani. A parte il risvolto patologico del cyberbullismo, in forte crescita, il rischio gravissimo a cui espone l’uso indiscriminato di TV, tablet, pc e smartphone è l’esonero dal rapporto con dei soggetti umani in carne ed ossa e la conseguente perdita del difficile ma necessario confronto quotidiano con quello che un filosofo contemporaneo, Emmanuel Levinas, chiama «il volto dell’Altro», indicando in esso la sorgente a cui dobbiamo sempre riferirci per capire noi stessi e il mondo.

Non è un caso che la diffusione dei media elettronici si accompagni, pur senza esserne la causa, alla crescita esponenziale del fenomeno – registrato la prima volta in Giappone negli anni Settanta e poi diffusosi nel nostro paese, come in tutti quelli più economicamente e tecnologicamente  evoluti – degli Hikikomori, quei giovani tra i 15 e i 30 anni che a un certo punto scelgono di ritirarsi dalla vita sociale, chiudendosi nella propria stanza ed evitando i rapporti con altre persone, inclusi i familiari, per limitarsi a comunicare solo virtualmente, mediante Internet e il cellulare.

Anche senza arrivare a queste forme estreme, la tendenza all’autoreferenzialità è sicuramente favorita dall’uso continuo degli strumenti elettronici. In un’epoca non lontana, se si entrava in una stanza dove dei giovani si trovavano insieme, li si trovava a parlare a scherzare, a ridere tra di loro. Oggi è frequente che, in una identica situazione, essi siano assorti ciascuno nello scorrere il proprio cellulare, alla ricerca di messaggi ricevuti e intenti a mandarne.

La perdita del senso della realtà

Ancora più alla radice, conseguenze profonde sta avendo sui giovani l’abitudine di accostarsi alla realtà attraverso lo schermo. Perché quest’ultimo è certamente un medium che consente di collegarsi al mondo intero, ma è anche – in un altro senso – una difesa, come quando si parla di “fasi schermo con le mani” alla troppa luce. Lo schermo è il luogo ove possiamo assistere in diretta a vicende liete o drammatiche che si svolgono a migliaia di chilometri da noi. Ma è grazie ad esso che noi siamo immunizzati dalle ripercussioni emotive di drammi – come quelli delle guerre a Gaza e in Ucraina – che, se li vivessimo “in presenza” ci sconvolgerebbero e che invece possiamo seguire tranquillamente seduti in poltrona o a tavola, mentre mangiamo. Lo schermo ci rende spettatori. Ci immunizza dalla realtà.

Senza dire del pericolo che i più giovani si imbattano in aspetti fondamentali di quest’ultima – come la sfera sessuale – attraverso un rappresentazione distorta e morbosa, ricevendo una iniziazione perversa che può segnarli per tutta la vita.

In particolare, il pericolo delle immagini virtuali riguarda i videogiochi, molto spesso imperniati sulla eliminazione violenta di nemici in battaglie immaginarie. Col pericolo di non distinguere più chiaramente la violenza che si impara ad usare per gioco, su uno schermo, da quella che, esercitata nella vita reale, può trasformare il gioco in tragedia.

Dai divieti alla ricoperta del dialogo tra le generazioni

Il problema è che non bastano i divieti a sventare questi pericoli. Le regole già oggi sembrano destinate ad essere sistematicamente travolte dalla realtà. E, per quanto mossi da validissime ragioni, i genitori che vogliono applicarle inflessibilmente nell’educazione dei loro figli rischiano di trovarsi davanti ad effetti peggiori del male. 

Perché, in una società dove la socializzazione passa anche e soprattutto attraverso questi dispositivi, i bambini che non partecipano alle conversazioni digitali tra pari rischiano di sentirsi isolati o esclusi.

Il nodo della questione è, piuttosto, la capacità degli adulti di riscoprire e  di esercitare, anche sotto questo profilo, la loro funzione educativa. In primo luogo con la testimonianza. Un padre, una madre, che a tavola, invece di parlare tra loro e con i loro figli delle esperienze della giornata, usano o controllano continuamente il cellulare, non possono certo pretendere dai più giovani che non facciano lo stesso. E, se si tratta di bambini, posteggiarli davanti a un tablet per farli stare tranquilli, invece di parlare e giocare con loro, è una strategia che prepara gli eccessi futuri.

Più in generale, è un costante dialogo tra i genitori e dei genitori con i figli il migliore antidoto all’uso sbagliato dei dispositivi elettronici.  È questo stile  comunicativo che oggi difetta nelle nostre famiglie. E ciò dipende da un modo sbagliato, da parte degli adulti, di voler bene ai più piccoli.

Lo notava Matteo Lancini, docente universitario di psicologia nelle università milanesi di Bicocca e Cattolica e presidente della Fondazione Minotauro: «In verità a mancare è l’ascolto dei figli. I giovani sono molto soli davanti agli adulti. Oggi vanno su internet per ridurre la sensazione di solitudine che sperimentano ogni giorno con gli adulti, che invece di chiedersi perché accade tutto ciò si limitano a impedire l’utilizzo dei social», senza rendersi conto che non bastano le regole restrittive a colmare il vuoto di cui loro stessi sono la causa.

Si provvede a soddisfare tutti i bisogni consumistici dei figli, li si colma di regali,  ma non si trova il tempo di fermarsi per “stare” con loro e lasciarsi coinvolgere nel loro mondo, divenendone partecipi. In realtà, solo così sarà possibile da un lato accompagnarli con rispetto nelle loro esperienze, dall’altro iniziarli, anche attraverso il gioco creativo, ad attività all’aperto, sport, lettura, che, fin da piccoli, possono insegnare a ridimensionare il tempo passato davanti allo schermo e a cercare relazioni reali, piuttosto che solo virtuali, anche con i coetanei.

Sulla base di questo rapporto dialogico tra le generazioni non suonerà come una forzatura e tanto meno come una imposizione anche quella supervisione che, soprattutto nel caso dei più giovani, gli adulti devono  con discrezione esercitare sull’uso di Intenet e dei cellulari, educando ad un uso corretto sia nei tempi e nelle modalità, sia nella selezione dei contenuti. Perché , anche in questo, come in tanti altri casi, non si tratta di difendersi dalla tecnica, ma di valorizzarne le enormi potenzialità positive neutralizzando, con un opportuno discernimento,  quelle negative.

A questo sforzo educativo può molto contribuire la scuola. Le recenti polemiche sulla decisione del ministro Valditara di escludere i cellulari dalle aule hanno il limite di restare all’alternativa secca tra l’ammissione e l’esclusione di questi dispositivi, senza cerare insieme quali modalità possano garantire una educazione al loro corretto uso, sia a scuola che fuori. Anche qui la sola via praticabile può essere quella di un rapporto autentico tra gli insegnanti e gli alunni, che vada oltre la logica  angusta dei divieti  e dei permessi, in vista di un impegno comune.

La sfida del digitale coinvolge in primo luogo il destino dei giovani, ma deve essere affrontata dagli adulti. Al di là delle regole, si tratta di educare a uno stile comunicativo che, a sua volta, implica una profonda revisione dei modelli di vita oggi vigenti.

È un impegno arduo. Ma i nostri figli non ci perdonerebbero mai se cercassimo di eluderlo.

 www.tuttavia.eu 





domenica 6 aprile 2025

ABILITA' MANUALE PER APPRENDERE BENE


La scuola del futuro 

non può essere solo virtuale, 

bisogna iniziare

 a “usare le mani”



Di Bruno Lorenzo Castrovinci

 Nuove indicazioni nazionali per il primo ciclo, riforma degli istituti tecnici e professionali, linee guida per le STEM: la scuola italiana tenta oggi un profondo rinnovamento, cercando di rispondere alle sfide di un’epoca sempre più dominata dal digitale, dall’immaterialità e dall’intelligenza artificiale. In questo panorama in rapida trasformazione, emerge con forza la necessità di riscoprire una dimensione concreta, tangibile e umana dell’apprendere. La scuola del futuro non può essere solo virtuale: ha bisogno di mani, di oggetti, di progetti concreti, di errori che lasciano tracce e successi che si toccano.

In un mondo in cui la produzione materiale è ormai delegata a macchine sempre più autonome, dove esistono fabbriche al buio, completamente automatizzate e illuminate solo da sensori, torna urgente domandarsi quale ruolo possa e debba avere la manualità nella formazione delle nuove generazioni. La risposta non è nostalgica, ma profondamente innovativa: l’educazione al “fare” diventa oggi un presidio di umanità, un campo di esperienza dove la creatività, la tecnica, il corpo e la mente si fondono per costruire conoscenza viva, duratura, trasformativa.

Se lo studio del latino rappresenta un nobile ritorno al passato e alle radici culturali, l’educazione alla manualità — e con essa una didattica orientata allo sviluppo mielocinetico — costituisce un ritorno al gesto originario, all’intelligenza del fare, che ha permesso agli esseri umani di plasmare il mondo. Dalla precisione della microchirurgia alla finezza dell’arte orafa, fino all’ingegneria meccanica dell’orologeria, è attraverso le mani che l’ingegno si è reso azione, trasformazione, bellezza.

In questo nostro tempo in cui l’educazione sembra rincorrere esclusivamente il digitale, il ritorno alla manualità rappresenta un’esigenza tanto pedagogica quanto esistenziale. Le mani, strumenti primordiali di conoscenza e trasformazione del mondo, rischiano di diventare sempre più passive davanti a schermi e tastiere, perdendo quella centralità educativa che per secoli le ha rese protagoniste dell’apprendimento umano. Le neuroscienze ci ricordano che l’apprendimento è tanto più efficace quanto più coinvolge corpo, mente ed emozione: il cervello apprende meglio quando è stimolato da esperienze multisensoriali, e ancor di più quando queste coinvolgono l’azione fisica e la costruzione concreta.

L’apprendimento pratico, dunque, non è solo una strategia didattica efficace, ma un potente strumento per lo sviluppo integrale dell’individuo. Esso favorisce l’interconnessione tra emisfero destro e sinistro del cervello, migliora la memoria procedurale e supporta lo sviluppo dell’intelligenza spaziale, visiva e cinestetica. Attraverso il “fare”, l’alunno non solo acquisisce conoscenze, ma le internalizza, le rielabora, e le restituisce in forma trasformata. In questo contesto, il lavoro manuale assume un valore non accessorio ma fondante, poiché attiva competenze trasversali fondamentali per la vita, tra cui la capacità di pianificare, di gestire l’errore, di collaborare, e di portare a termine un progetto complesso. In un’epoca in cui si parla di educazione personalizzata, il lavoro con le mani rappresenta una delle forme più potenti di apprendimento autentico e inclusivo.

Il valore pedagogico della manualità

L’educazione manuale favorisce il pensiero divergente, la creatività, la capacità di problem solving e la perseveranza, tutte competenze chiave nella formazione dell’individuo. Attraverso il lavoro pratico, lo studente è stimolato a sperimentare soluzioni nuove, ad affrontare incertezze, a tollerare l’errore come parte integrante del processo creativo. Ogni errore, in un’attività concreta, diventa occasione di apprendimento e non motivo di frustrazione: correggere un taglio impreciso, ricucire una cucitura sbagliata, ripensare una struttura non stabile sono tutti esempi di apprendimento attivo e riflessivo.

Inoltre, la manualità rafforza il senso di autoefficacia: vedere il frutto tangibile del proprio lavoro incrementa l’autostima, stimola la motivazione intrinseca e alimenta la consapevolezza delle proprie risorse. Secondo Maria Montessori “Le mani sono gli strumenti dell’intelligenza”: non possiamo dunque privare le nuove generazioni di questa forma di intelligenza incarnata, che connette il pensiero all’azione, l’intenzione al risultato, la teoria alla prassi.

Numerosi studi in ambito psicopedagogico confermano che le attività manuali sviluppano anche la concentrazione prolungata, la pazienza, la capacità di organizzazione spaziale e la memoria procedurale. Attraverso pratiche come il cucito, la lavorazione del legno, il modellismo, l’artigianato in pelle o i lavori di falegnameria, si costruiscono percorsi di apprendimento non lineari ma profondi, capaci di coinvolgere lo studente nella totalità della sua persona: mente, mani, emozioni e valori. In un’epoca che richiede sempre più flessibilità, capacità di adattamento e spirito progettuale, educare alla manualità significa coltivare radici solide per affrontare le sfide del futuro.

Infanzia e scuola primaria, apprendere con il corpo

Nella scuola dell’infanzia e nella primaria, attività come la manipolazione della creta, la costruzione con materiali naturali, la realizzazione di semplici origami, gli orti didattici e i primi approcci all’artigianato rappresentano occasioni privilegiate per apprendere concetti scientifici, tecnici, ambientali e matematici in modo esperienziale. L’uso delle mani nella costruzione di oggetti concreti consente al bambino di consolidare nozioni astratte attraverso la corporeità e la sperimentazione.

Gli orti didattici, ad esempio, permettono ai bambini di comprendere il ciclo della vita, la stagionalità, la cura e la pazienza, ma anche di introdurre nozioni di biologia, ecologia e alimentazione sana in un contesto concreto e motivante. Attività come il papercraft, la tessitura con telai rudimentali, il ricamo semplice o la realizzazione di collage tridimensionali sviluppano la coordinazione motoria fine, la precisione, il senso estetico e l’organizzazione spaziale. Si possono anche realizzare, piccoli laboratori di lavorazione del cuoio e della carta, segnalibri, portachiavi o quaderni artigianali, stimolando non solo la manualità ma anche la creatività progettuale.

L’approccio montessoriano, diffuso in molte scuole dell’infanzia e primarie, valorizza fortemente il “fare con le mani” come forma primaria di apprendimento: l’utilizzo di oggetti reali, strumenti veri ma adattati all’età, consente al bambino di sentirsi competente, parte attiva del proprio percorso di crescita. Queste attività non sono semplici esercizi ricreativi, ma costituiscono momenti strutturati e intenzionali di formazione integrale dell’individuo.

Scuola secondaria di primo grado, tra tecnica e creatività

Nella scuola media, i laboratori di falegnameria, i lavori al traforo, le attività di modellismo, il cucito creativo o i lavori in pelle e cuoio, i laboratori di cucina, le coltivazioni idroponiche, offrono agli studenti la possibilità di dare forma alle proprie idee attraverso l’azione e la sperimentazione. Queste esperienze non solo rendono concreta la teoria appresa in aula, ma stimolano anche una serie di competenze cognitive, relazionali ed emotive. Costruire un ponte in scala, ad esempio, permette di esplorare concetti di fisica e geometria, come la distribuzione del peso, la forza dei materiali, la simmetria e la proporzione. Progettare e realizzare un astuccio in tessuto o in cuoio richiede la conoscenza delle misure, la logica nella pianificazione dei passaggi e la precisione manuale.

Attività come la lavorazione del legno o della pelle insegnano il valore della cura, della ripetizione paziente, dell’adattamento alle difficoltà tecniche. Inoltre, il lavoro artigianale può essere integrato con elementi tecnologici, come il coding e l’utilizzo di piattaforme come Arduino, che permettono di progettare e costruire piccoli impianti elettrici, robot artigianali o modelli meccanici. Questo connubio tra analogico e digitale consente agli studenti di vivere il sapere scientifico e tecnico come qualcosa di vivo, tangibile e utile. Interessanti anche l’attivazione di laboratori interdisciplinari in cui i ragazzi progettano oggetti funzionali o artistici, dalla lampada da scrivania al diario rilegato a mano, coniugando estetica, utilità, sostenibilità e creatività. Tutto ciò sviluppa una mente progettuale, abituata a pensare in termini di processi e risultati, e rafforza la capacità di collaborare in gruppo, condividere idee, prendere decisioni comuni e risolvere problemi reali.

Scuola secondaria di secondo grado, professionalità e passione

​Nel secondo ciclo di istruzione, le attività manuali si articolano in percorsi più complessi e professionalizzanti, configurandosi come autentiche palestre di mestiere e creatività. Istituti professionali e tecnici, come quelli per la moda, l’enogastronomia, l’elettronica, la meccanica, l’agricoltura o il design industriale, propongono laboratori altamente specializzati: cucito, sartoria e modellistica per la creazione di abiti; lavorazione della pelle e realizzazione di accessori in cuoio, borse, cinture e oggettistica; laboratori di cucina, panificazione, pasticceria e enologia; progettazione, installazione e manutenzione di impianti elettrici ed elettronici.​

Queste esperienze rappresentano un’autentica palestra per le competenze tecniche, ma anche per lo sviluppo di capacità trasversali come il lavoro di squadra, la gestione dei tempi e delle risorse, la capacità di risolvere problemi reali. Nei licei, pur con una vocazione più teorica, è possibile integrare atelier di ceramica, incisione, falegnameria artistica, laboratori teatrali con costruzione di scenografie, corsi di legatoria, o progettazione e modellazione 3D con software e stampanti avanzate. Si possono anche realizzare workshop di pelletteria, oreficeria, tessitura al telaio, intarsio, restauro del legno e produzione audiovisiva.​

Un esempio virtuoso si ritrova nei percorsi PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento), che offrono agli studenti l’opportunità di entrare in contatto con botteghe artigiane, aziende manifatturiere e start-up innovative. Questa sinergia tra scuola e mondo del lavoro permette di sviluppare una progettualità reale, promuovendo l’autonomia, l’iniziativa e il senso di responsabilità. In molte scuole, le esperienze laboratoriali culminano in mostre, eventi aperti al pubblico o vendite solidali, attraverso cui gli studenti vedono riconosciuto e valorizzato il proprio impegno.​

Un ulteriore esempio di integrazione tra formazione scolastica e mondo del lavoro è rappresentato dal programma “Impresa in Azione” di Junior Achievement Italia. Questo progetto coinvolge gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella creazione e gestione di mini-imprese a scopo formativo, guidandoli attraverso tutte le fasi, dall’ideazione e brevettazione di un prodotto o servizio fino al suo lancio sul mercato. Partecipando a “Impresa in Azione”, gli studenti sviluppano competenze imprenditoriali, tecniche e trasversali, fondamentali per il loro futuro professionale. Il programma è riconosciuto come valido ai fini dei PCTO e offre l’opportunità di confrontarsi con professionisti d’azienda, imprenditori e docenti universitari, arricchendo ulteriormente l’esperienza formativa.

Tutto ciò sviluppa non solo competenze tecniche, ma anche un’intelligenza emotiva e relazionale, fondamentale per il mondo del lavoro contemporaneo, in cui la manualità è sempre più riconosciuta come valore aggiunto, fonte di creatività, innovazione e sostenibilità.

Buone pratiche nel mondo, ispirazioni globali

In Finlandia, l’insegnamento delle abilità manuali è parte integrante del curricolo: tutti gli studenti, indipendentemente dall’indirizzo, imparano a cucire, costruire, riparare oggetti e utilizzare strumenti artigianali, pratica che in educazione tecnica, una volta si faceva anche da noi.

Le scuole finlandesi dispongono spesso di veri e propri laboratori multidisciplinari, dove gli studenti realizzano progetti pratici legati anche all’ambiente, alla tecnologia e al design, con un’attenzione particolare alla sostenibilità.

In Giappone, le attività di cura della scuola e del giardino sono quotidiane e rientrano nella pedagogia del rispetto: ogni alunno partecipa alla pulizia delle aule e degli spazi comuni, al mantenimento degli orti didattici, alla preparazione del pranzo o alla cura degli spazi verdi. Questo approccio sviluppa un forte senso civico, la coscienza del bene comune e la responsabilità individuale.

In Italia, alcune scuole hanno realizzato laboratori di Making e Tinkering, che uniscono sapere scientifico, creatività progettuale e manualità. In esse si realizzano prototipi, strumenti musicali, robot artigianali, strutture in legno, arredi scolastici e si promuove il recupero di materiali di scarto con una forte impronta ecologica.

In Francia, alcuni licei artistici e professionali propongono laboratori artigianali di pelletteria, ebanisteria, restauro, oreficeria e arti applicate, in collaborazione con maestri artigiani locali. Queste esperienze pongono lo studente a contatto diretto con le tradizioni e i mestieri del territorio, favorendo la trasmissione di saperi intergenerazionali e il riconoscimento della manualità come forma di cultura. Alcuni programmi sono sostenuti da fondazioni pubbliche e private, che promuovono l’artigianato come motore di occupazione giovanile e rigenerazione culturale dei territori.

Neuroscienze e apprendimento attivo

Le ricerche neuroscientifiche confermano che le attività manuali attivano ampie aree del cervello, in particolare quelle legate all’apprendimento profondo, alla memoria di lungo termine e alla gratificazione. La manipolazione concreta stimola la corteccia motoria e somatosensoriale, ma coinvolge anche le aree frontali deputate alla pianificazione, al controllo esecutivo e all’elaborazione simbolica. Questa attivazione diffusa sostiene una forma di apprendimento integrato, corporeo, emotivo e cognitivo.

In particolare, l’attività manuale sollecita la mielocinetica, ovvero la capacità del sistema nervoso di integrare la percezione tattile con la risposta motoria fine, favorendo il rafforzamento delle connessioni sinaptiche e la plasticità neuronale. La mielinizzazione delle fibre nervose, processo che si potenzia con l’esercizio motorio ripetuto e intenzionale, contribuisce alla velocizzazione e all’efficacia delle risposte cognitive, migliorando la concentrazione, la coordinazione e l’efficienza mentale.

L’apprendimento attivo, sostenuto dalla pratica manuale, genera una memoria incarnata e durevole, rafforza l’autoregolazione emotiva e contribuisce a ridurre lo stress e l’ansia scolastica. In un tempo in cui l’attenzione è costantemente dispersa da stimoli digitali frammentari, lavorare con le mani diventa un atto di centratura, di radicamento e di resistenza cognitiva. È attraverso il gesto consapevole, lento e finalizzato che si ristabilisce un equilibrio tra pensiero, emozione e azione, favorendo un apprendimento realmente significativo.

Conclusione: il futuro ha radici antiche

Riportare le mani al centro delle attività scolastiche non significa ripiegarsi su un passato idealizzato, ma intraprendere una direzione coraggiosa e lungimirante. In un’epoca dominata dall’immateriale, dalla virtualità e dall’automazione, il lavoro manuale rischia di essere percepito come obsoleto, quando invece rappresenta una risorsa preziosa per un’educazione completa e profondamente umana. Ribaltare questa visione significa riconoscere che l’intelligenza non risiede solo nell’astrazione o nel calcolo, ma anche nel gesto, nella pratica, nella trasformazione della materia attraverso la mente e il corpo.

Le scuole di ogni ordine e grado possono diventare fucine di creatività e consapevolezza, in cui l’apprendimento passa anche attraverso la costruzione, la riparazione, l’invenzione concreta. L’arte del fare, intrecciata con la riflessione critica, forma cittadini non solo competenti, ma consapevoli del proprio potere trasformativo sul mondo. Educare con la testa, il cuore e le mani significa coltivare un’intelligenza tridimensionale, capace di progettare, sentire e realizzare. Solo così potremo formare generazioni che non si limitano a immaginare il futuro, ma sanno letteralmente costruirlo con le proprie mani, con etica, bellezza e responsabilità.

 Orizzonte Scuola


martedì 29 ottobre 2024

LE DUE TRANSIZIONI


 Digitale e green,

 è gemella

 la transizione

 che ci porta nel futuro


Ne ha parlato Antonio Corda, legal affairs, external affairs & corporate communication director, Vodafone Italia, alla presentazione "Digitale e transizione ecologica: l'opinione degli italiani”, ricerca di Vodafone, curata da Youtrend. Secondo lo studio per oltre il 70% degli italiani è importante puntare sulla twin transition

di Alessio Nisi

La digitalizzazione è generalmente considerata un processo importante nella vita quotidiana: sette italiani su dieci affermano che l’introduzione di tecnologie digitali è molto o abbastanza importante per la loro vita di tutti i giorni. Una percezione questa particolarmente forte tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni (80%) e che diminuisce progressivamente nelle fasce anagrafiche successive, pur rimanendo significativa: il 75% tra i 35-49 anni, 76% tra i 50-64 anni e 59% tra chi ha 65 anni o più.

La gran parte degli italiani ha presente quanto siano importanti la transizione ecologica e quella digitale. Pochi però pensano che queste due transizioni possano, anzi debbano, andare assieme. Sono transizioni convergenti, non esiste una senza l’altra

La transizione gemella

Se da parte c’è una consapevolezza consolidata sui temi della transizione ecologica e della digitalizzazione (per il 61% del campione è completamente o abbastanza chiaro cosa significhi “transizione ecologica” e per il 70% cosa sia la digitalizzazione), è però ancora scarsa la conoscenza su cosa sia la transizione gemella (solo per il 17% è completamente o abbastanza chiara la definizione).

Però, una volta spiegato il suo significato, il 76% del campione afferma di considerarla un elemento importante. Un dato in linea con quanto rilevato per la transizione ecologica, ritenuta importante dal 74% degli italiani, e per la digitalizzazione, considerata rilevante dal 76%.

Lo studio

Sono alcuni dei risultati dell’indagine Vodafone – YoutrendDigitale e transizione ecologica: l’opinione degli italiani.

Lo studio ha analizzato la sensibilità degli italiani su questi temi e su quali fronti e settori è importante agire per raggiungere un’autentica transizione digitale ed ecologica. Il suo obiettivo? Indagare in profondità la conoscenza, la consapevolezza e il parere degli italiani sulla transizione gemella, definizione coniata dall’Unione europea per descrivere la strategia che integra la transizione ecologica e quella digitale per affrontare le sfide del contemporaneo.

 Chi deve coprire i costi?

Lo studio indaga anche che cosa pensano gli italiani su come realizzare la transizione ecologica dell’economia. Ebbene, il 40% degli italiani vorrebbe leggi più severe contro l’inquinamento, il 25% invece ritiene necessario piantare più alberi, mentre per il 13% la digitalizzazione delle imprese e dei processi industriali è la soluzione migliore.

Sempre per quanto riguarda le azioni per la transizione ecologica, il 62% afferma che sono le istituzioni (governi e Unione Europea) a dover coprire i costi della transizione gemella.

Antonio Corda, legal affairs, external affairs & corporate communication director, Vodafone Italia

Una sfida che coinvolge tutti

Per Antonio Corda, legal affairs, external affairs & corporate communication director, Vodafone Italia, «la transizione digitale e quella ecologica, se affrontate con successo, renderanno più competitivo il nostro Paese, garantendoci un futuro sostenibile e inclusivo. È una sfida che coinvolge tutti, cittadini, aziende e istituzioni».

Un momento della presentazione dell’indagine Vodafone-YouTrend “Digitale e transizione ecologica: l’opinione degli italiani”

I cittadini. In particolare, aggiunge, «anche i cittadini giocano un ruolo centrale, sia come consumatori che come promotori del cambiamento, grazie a comportamenti e scelte di acquisto sempre più consapevoli e sostenibili».

Non si può pensare di raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile lavorando in modo individuale, ma solo agendo in una logica di sistema


Le istituzioni. Fondamentale, sostiene Corda, «il dialogo con le istituzioni: abbiamo bisogno di politiche che sostengano e favoriscano investimenti in innovazione tecnologica sostenibile. Solo attraverso un’azione collettiva e integrata possiamo garantire progresso tecnologico e tutela dell’ambiente».

Il Terzo settore, in questo quadro, può avere un ruolo importante nell’educare, formare e far conoscere. Penso però anche a progetti in cui si coniuga l’impegno nella transizione ecologica e sociale

Digitale, elemento abilitante

Spesso, sottolinea sempre Corda, «si sente parlare di transizione ecologica e digitale come realtà separate. Sono invece convergenti. Non si può avere una reale transizione ecologica senza il digitale, come elemento abilitante. Il digitale deve essere sostenibile».

Importante, ma poco conosciuto

La ricerca, mette in evidenza Lorenzo Pregliascofounding partner di Youtrend, «che la scarsa conoscenza di un tema o di un processo non si traduce necessariamente in una sua bassa rilevanza per l’opinione pubblica. È il caso della transizione gemella: un termine chiaro solo per il 17% degli italiani, ma considerato importante dal 76% una volta spiegato».

La dualità della transizione

Questa ricerca, aggiunge, «fa emergere aspetti interessanti sulla dualità di questa transizione. Abbiamo analizzato l’impatto relativo delle componenti della transizione digitale e di quella ecologica nei diversi settori economici, evidenziando come la percezione della loro importanza vari significativamente. Ad esempio, la transizione digitale domina nelle telecomunicazioni, mentre quella ecologica è più sentita in altri settori. È comunque indubbio che gli italiani riconoscano l’importanza di entrambe le transizioni: il 74% ritiene importante agire sulla transizione ecologica, e il 76% dà la stessa rilevanza a quella digitale».

Vita

 

martedì 22 ottobre 2024

UN POLLICE

 


Il nostro salto evolutivo è digitale, cioè in un dito: il pollice. Il «pollice opponibile» è infatti una prerogativa quasi solo umana: seppur comune ad altri primati, solo noi lo usiamo per azioni molto complesse. La nostra, infatti, non è una zampa ma la mano con cui abbiamo potuto accendere il fuoco, costruire case e arnesi, pizzicare corde o guance, curare ferite...

Insieme alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta Intelligenza Artigianale

 

-        di Alessandro D’Avenia

 

Un filosofo greco del V sec. a.C. diceva che l’uomo pensa perché ha la mano (chi non lo fa «pensa con i piedi»), e aveva ragione, come hanno dimostrato gli studi sulla sorprendente estensione delle zone cerebrali dedicate all’arto. La mano infatti implica la parola. A differenza dei versi degli animali che esprimono emozioni noi con le parole articoliamo anche istruzioni: la trasmissione di ciò che serve per vivere.

La voce umana non è solo espressione ma anche e soprattutto istruzione: spiega e racconta. La scuola in fondo nasce dalla mano, per questo gli animali non ci vanno, hanno l’istinto, noi invece dobbiamo «imparare» a vivere. Il pollice opponibile è la chiave della scuola permanente della vita: da come lo usiamo dipende quanta vita sappiamo. Come sta il nostro pollice oggi? Spesso incollato al telefono fa scorrere immagini pilotate dall’algoritmo, più che opponibile è diventato disponibile, e così anche il nostro pensiero, che diventa più passivo e manipolabile (ancora la mano...). Che cosa comporta questa «maniera» (altra parola che viene da «mano»: è dappertutto!) di vivere?

Quando Ulisse deve partire dall’isola di Calipso dove si trova ormai da sette anni, non ha la minima idea di come raggiungere Itaca: piange di fronte al mare infinito, oltre il quale, non sa dove, c’è la sua amata terra. L’unica cosa che sa? Costruire una barca. E così l’eroe trasforma, con le mani, il dolore in azione: creare rimane la più efficace risposta ai momenti bui.

La descrizione della costruzione della barca è dettagliata proprio perché in una cultura orale come quella omerica, le istruzioni erano conservate nei poemi per essere ricordate e trasmesse, una vera e propria enciclopedia sociale. Ulisse è l’eroe dell’ingegno multiforme perché «pensa con le mani» e «maneggia con il pensiero». Sa cucire una vela e manovrarla nei venti, sa indirizzare il timone seguendo le stelle. Tutto ciò è meticolosamente descritto nei versi sulla sua partenza dal luogo che lo trattiene «nell’ombelico dell’oceano» da sette anni, un’isola (e un isolamento) in cui non è necessario costruire nulla, perché tutto è dato spontaneamente dalla natura, senza bisogno di tecnica e lavoro.

Su quell’isola Ulisse è inumano (mi torna utile che in italiano «mano» sia casualmente dentro «umano»): non usa le mani e, mangiando il cibo degli dei, è immortale. Utopia che sempre ci accarezza: poter vivere senza bisogno del lavoro e della tecnica per sopperire all’assenza di mezzi specializzati come pinne, zanne, corna, corazze... 

La mano infatti non è specializzata ma si specializza, grazie al pollice opponibile. Quel pollice oggi sembra non voler «opporsi» al flusso, naviga a caso sulla superficie liscia dello schermo, dimentica la resistenza del mondo, e così anche il pensiero e la parola diventano disponibili, cioè dipendenti. La rete non è infatti solo la nostra enciclopedia sociale come lo erano i poemi antichi, ma il mare in cui ci abbandoniamo a ondate di dopamina, scariche di gioia per un cervello, individuale e collettivo, sempre gratificato. E l’intelligenza, senza resistenza, diventa meno multiforme, l’ingegno meno attivo: l’uso dei tablet in classe al posto della scrittura a mano si è già rivelato «perdente» per lo sviluppo cerebrale.

 Insieme alla cosiddetta Intelligenza Artificiale, a scuola, oggi servirebbe altrettanta Intelligenza Artigianale: allenare la manualità per bilanciare l’eccesso di superfici lisce e senza resistenza degli schermi, sui quali, come sull’isola di Calipso, tutto è dato senza sforzo.

Il pensiero non sa man-tenere la realtà, gli sfugge tutto, ha le mani bucate. Ciò anche a causa della «perdita della noia»: oggi un bambino/adolescente con un cellulare in mano può non sentirne più il morso. «Girarsi i pollici» obbligava a tornare al mondo, perché la noia è un promemoria: «non stai vivendo abbastanza, hai dimenticato le mani». Il bambino esplora e scopre, diventa intelligente, proprio a partire da: «Che noia! Non c’è niente da fare...». È quel «da fare» che lo costringe a usare il pollice secondo la sua millenaria evoluzione: invenzioni, collezioni, lavoretti, modellini, esperimenti, libri, guai...

Montessori diceva che «i bambini non giocano, lavorano», infatti una manualità che si confronta con il mondo sviluppa l’intelligenza (memoria più immaginazione) che viene dall’esperienza, con molti benefici collaterali: capacità di concentrazione e gestione delle emozioni, efficacia creativa e quindi autostima/autonomia, eliminazione dello stress, arricchimento del linguaggio attraverso il racconto dell’esperienza fatta... L’evoluzione del sapiens si ripete in ogni vita: scrivere a mano, costruire qualcosa, curare una pianta, dare una carezza sono gesti che restituiscono una «maniera» di vivere più ricca perché meno passiva.

Un pollice che non gira a vuoto sullo schermo, da disponibile torna opponibile, rende l’intelligenza esplorativa, creativa, tecnica, e il pensiero critico, autonomo, indipendente. Il digitale non è solo nel bit ma nel pollice. Il pollice della gioia e del rischio, non il numero di pollici dello schermo, ma il pollice che permette a Ulisse di navigare verso casa facendo diventare poesia persino il suo «da fare»: «Tagliava i tronchi e lavorava veloce. Li sgrossò con la scure, abilmente li levigò livellandoli dritti col filo. Fece buchi e li congiunse gli uni agli altri. Rinsaldò la barca con chiodi di legno e ramponi. E come un falegname esperto così fece Ulisse per la sua zattera.

Alzò poi il cassero, con molti travicelli fra loro connessi, lo completò con assi lunghissime. E fece l’albero e, attaccato ad esso, il pennone, e aggiunse il timone, per poterla guidare. Intorno la cinse con stuoie di vimini, a riparo dalle onde del mare, coprì il fondo di frasche. Allora la divina Calipso portò dei drappi per fare le vele: ed egli fabbricò anche quelle. Legò infine le sartie le drizze e le scotte e, con rulli di legno, trasse la barca sul mare lucente. Era il quarto giorno, e tutto era finito. Al quinto partì dall’isola». Ulisse naviga in mare verso casa, noi in rete verso dove? Difendiamo il pollice dei bambini, passando del tempo insieme a costruire, riparare e curare qualcosa, allenare la sua «opponibilità» li renderà più intelligenti e felici. Umani.

 

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giovedì 21 settembre 2023

LA SCUOLA AL TEMPO DEL DIGITALE


 Nell’era di internet e dell’onnipresenza del digitale,

 la scuola è rimasta al tempo della carta, 

delle lezioni frontali,

 della divisione dei saperi. 

Come superare l’impasse 

e costruire la scuola del futuro?

-  di GIULIA CANANZI

 

Il 2022, a cavallo di due anni scolastici, per il liceo scientifico Pier Paolo Pasolini di Potenza è stato un tempo speciale. Si celebravano i 100 anni dalla nascita del poliedrico e controverso intellettuale, di cui il liceo porta il nome. Un’occasione difficile ma unica per immergersi nella realtà degli anni in cui Pasolini aveva vissuto e per entrare in alcune delle sfaccettature di quell’uomo complesso, che aveva intravisto con grande lucidità alcuni tratti della società contemporanea. E poi c’era la coda della pandemia da covid, durante la quale la scuola era comunque andata avanti utilizzando la didattica a distanza (DAD), come nel resto d’Italia. Ma per gli studenti del liceo Pasolini quel biennio scolastico così atipico è diventato una palestra di sperimentazione, grazie alla lungimiranza della dirigente del liceo, la professoressa Tiziana Brindisi: «Le tecnologie sono parte integrante della vita degli studenti e la scuola non può più prescindere da esse, non può più tornare indietro».

 La dirigente Brindisi proprio dal Sud, in genere rappresentato come il fanalino di coda del Paese, ha colto la sfida di cambiare la didattica nel segno della tecnologia, mettendo al centro gli studenti e valorizzando il ruolo di guida dei loro insegnanti. «Non ha più senso che lo studente impari una serie infinita di nozioni – spiega la dirigente –. I saperi, come le tecnologie, si espandono velocemente e continuamente, la scuola non riuscirebbe mai a coprirli. In quest’epoca, la scuola deve invece fare un altro lavoro: accompagnare il processo di apprendimento; lo studente deve innanzitutto “imparare a imparare”, deve saper raggiungere, selezionare, rielaborare i contenuti che davvero contano nel caos della Rete, allenando alcune competenze, ma soprattutto lo spirito critico, indispensabile per diventare cittadine e cittadini di questo tempo».

 Il digitale dove lo metto?

C’è bisogno di una scuola nuova, dunque, che faccia i conti con le tecnologie digitali: ma, in concreto, che cosa significa? È sufficiente inserire la materia delle tecnologie digitali tra i programmi? Il digitale dev’essere trasversale a tutti i saperi? Oppure bisogna rivoluzionare il modo di fare scuola? Insomma, in che cosa consiste l’educazione digitale?

«Comincerei col dire che l’educazione digitale non esiste – afferma provocatoriamente Pier Cesare Rivoltella, professore di didattica e tecnologie dell’istruzione all’Università cattolica di Milano –. Preferisco parlare di educazione al tempo del digitale». Per capire che cosa ciò significhi, è importante delineare il contesto in cui si trova la scuola oggi. La tecnologia non è mai neutra, cambia il modo di vivere, di comunicare e quindi anche di insegnare e di imparare. Luciano Floridi, filosofo e grande esperto di digitale, ha spiegato che la storia dell’umanità è segnata da tre grandi fasi nel modo di trasmettere il sapere. La prima fase è quella della «preistoria», caratterizzata dalla trasmissione orale, dove il sapere era per pochi, nelle mani del maestro e del suo discepolo; la seconda fase, quella della «storia», inizia con l’avvento della scrittura e culmina con l’invenzione della stampa che ha reso più accessibile il sapere a tutti, e ha fissato un modello di trasmissione della conoscenza che ha al centro i libri, i banchi, la lezione frontale, l’autorità del maestro, la divisione dei saperi, i voti. Un modello secolare, divenuto ormai automatico, che è arrivato fino ai giorni nostri.

 Tuttavia c’è una terza fase, che Floridi chiama «iperstoria» ed è quella che stiamo vivendo, caratterizzata dall’avvento di internet, dove gli esseri umani sono sempre più inseriti in una rete di informazioni, di dati, di stimoli che rendono difficile distinguere la vita fuori (offline) da quella dentro la Rete (online); anzi, di più, siamo ormai costantemente collegati, tanto che la nostra vita è «on life», una vita, cioè, indistinguibile dalla sfera digitale – basti pensare all’uso invasivo che facciamo dei nostri cellulari –. Ciò cambia totalmente la visione del mondo, i mezzi con cui entriamo in relazione e, soprattutto, il modo di apprendere. Può la scuola che aveva al centro la carta essere oggi la scuola che ha al centro internet? Questa è la grande questione della scuola di oggi. Tuttavia, colmare questa sfasatura nella storia dell’apprendimento non è immediato né facile. Le resistenze sono fortissime e nessuno ha una ricetta pronta.

 In presenza ma contemporanea

Sono i ragazzi stessi a suggerire la direzione, come rivela l’ultima ricerca sugli adolescenti dell’Istituto IARD e del Laboratorio adolescenza: mentre la scuola ha cercato di seppellire in fretta la DAD, vivendola solo come un ripiego per continuare le lezioni tradizionali, l’80,7 per cento dei ragazzi ritiene che la scuola debba essere in presenza, ma utilizzando il meglio degli strumenti e delle esperienze digitali fatte durante la pandemia. Ovvero vogliono guide, maestri, adulti significativi che stiano accanto a loro, ma al contempo vogliono anche una scuola all’altezza dei tempi, che non abbia paura di cambiare.

 Per quanto contraddittorio possa sembrare a prima vista, per Rivoltella la scuola al tempo del digitale ha un nucleo antico e delle modalità tutte da reinventare. «La vera scuola è ancora quella di don Milani – chiarisce –, il quale si chiedeva che cosa potesse essere utile e buono da insegnare ai suoi ragazzi, per farli diventare membri attivi della società e persone consapevoli e realizzate. Lo scopo della scuola sarà sempre questo. Ma lo farà in modo ogni volta diverso, seguendo i tempi, mettendo al centro il bene dei ragazzi e della società». Secondo Rivoltella, la scuola ha il dovere di essere contemporanea: «Deve avere la capacità di fornire agli studenti le chiavi di accesso al loro mondo, non al nostro. E ciò possiamo farlo solo se ci sforziamo di conoscere questo mondo e i suoi linguaggi. Il che non significa rinunciare alla cultura o alla tradizione, ma rideclinarle nei nuovi linguaggi».

 I nuovi alfabeti

La reazione più diffusa della scuola di fronte a questa richiesta di nuovo è chiudersi a riccio nella tradizione, cosa che rassicura. Ma ci sono anche tante scuole che stanno sperimentando, seguendo come possono le linee guida internazionali, secondo le quali l’educazione al tempo del digitale deve fare i conti con tre tipi di literacy, ovvero di alfabetizzazione. Innanzitutto, con l’information literacy, ovvero con i modi di approvvigionarsi dell’informazione, di raggiungerla attraverso internet, di riconoscerla attendibile e renderla ricercabile e condivisibile. Deve fare i conti con i dati che noi lasciamo nelle piattaforme ogni volta che ci colleghiamo, sapendo chi li possiede e come vengono utilizzati (data literacy). Infine, la scuola di oggi deve fare i conti con l’intelligenza artificiale, con i vantaggi e i rischi che essa comporta (artificial intelligence literacy).

 «In sintesi – afferma Rivoltella – la nuova educazione deve far conoscere i linguaggi, sviluppare il pensiero critico, aiutare a gestire le responsabilità collegate alle nuove tecnologie». Per esempio, non a tutti è chiaro che pubblicare un contenuto o una foto sui social è una responsabilità, esattamente come lo sarebbe per un giornalista che scrive in un giornale. La Rete conserva tutto, per cui pubblicare un contenuto falso o razzista o una foto compromettente può danneggiare le persone, procurare guai giudiziari o addirittura pregiudicare la possibilità di entrare in un posto di lavoro, magari dieci anni dopo. Ciò che è digitale diventa reale e ciò che è reale diventa digitale. È una realtà che la scuola non può più ignorare.

 L’indagine IARD coglie un’altra esigenza dei ragazzi al tempo della scuola digitale: l’86,6 per cento degli studenti delle scuole superiori vorrebbe un piano di studi in parte personalizzato con alcune materie scelte dal singolo studente e una scuola «meno ingessata», più vicina agli interessi dei più giovani. Questo bisogno di personalizzazione, al di là delle singole inclinazioni, è, secondo Rivoltella, innanzitutto un bisogno di senso, rispetto alla propria vita e al proprio futuro: «Non siamo più capaci come adulti e come educatori di orientare i ragazzi, di aiutarli a individuare i loro bisogni più profondi, a identificare le cose che contano, partendo dalle singole situazioni. E ciò è ancora più grave oggi, rispetto a quando eravamo ragazzi noi, perché il contesto in cui vivono gli studenti di oggi è disorientante e complesso. Ecco perché dico che la scuola al tempo del digitale si può fare anche senza il digitale. La prima sfida che pone il digitale è, infatti, quella di ritrovare i fondamenti dell’educazione; il come viene dopo».

 A misura di studente

Mettere al centro studenti e studentesse non significa far fare loro quello che vogliono, ma far emergere i talenti e le potenzialità, avendo presente il contesto di oggi, i problemi e le risorse a cui attingere, per pensare il futuro insieme a loro. Un processo in cui la figura dell’insegnante è fondamentale: «Nella complessità in cui viviamo oggi servono insegnanti carismatici, esemplari, delle vere e proprie guide di vita – chiarisce Rivoltella –. Se sei umanamente un fantoccio, i ragazzi ti scoprono in 5 minuti. Ogni insegnante deve avere alla base la passione per l’essere umano, la consapevolezza di fare il mestiere più bello e più importante del mondo».

 Mettere al centro gli studenti significa anche considerare i profondi cambiamenti sociali e culturali avvenuti negli ultimi decenni: «Siamo di fronte a una generazione che non è abituata a fare i conti con il limite – spiega Rivoltella –, ma non è colpa dei ragazzi, è frutto dell’educazione della famiglia affettiva, che tende, al contrario di quella di una volta, ad assecondare i desideri, piuttosto che a imporre regole. E questo incide anche sulla scuola». L’altro grande cambiamento, legato anche alle tecnologie, è che l’attenzione è diventata merce rara: «In una società dove tutto è veloce, l’attenzione si è ridotta drasticamente: inutile richiedere agli allievi ore di ascolto, quando dopo 7 minuti quasi nessuno riesce più a seguire, forse neppure gli adulti». Nel progettare la didattica, quindi, bisogna tenere in conto anche tutti questi aspetti, che non sono secondari.

Un esempio concreto di che cosa può significare una scuola a misura di studente nell’era digitale lo dà Tiziana Brindisi, riportando un esperimento fatto all’IIS Ettore Majorana di Genzano di Lucania, nel suo precedente incarico: «Per contemperare le diverse esigenze, abbiamo ridotto la durata della lezione a 50 minuti, recuperando così un tempo che sfruttavamo a metà mattinata. Chi aveva bisogno di un corso di recupero entrava in una classe verticale con compagni, provenienti da altre classi, mentre per gli altri organizzavamo corsi di approfondimento o di altre discipline, una lingua, uno strumento, anche questi condivisi con altre classi». Le classi, quindi, si smembravano e si ricompattavano a seconda delle esigenze e degli interessi. La flessibilità al tempo del digitale è una caratteristica imprescindibile. «La scuola – continua Brindisi – dovrebbe essere un continuo programmare e riprogrammare: lo spazio, i tempi, i contenuti».

 L’inefficacia della politica

La nuova scuola è una scuola in cammino, che rimette gli insegnanti continuamente in gioco. Ma le scuole che hanno accettato la sfida sono sufficientemente supportate a livello centrale? Hanno i mezzi, gli spazi, i tempi, l’aggiornamento professionale di cui hanno bisogno? Tiziana Brindisi punta il dito soprattutto contro l’eccessiva burocratizzazione: «Siamo pieni di adempimenti e spesso non c’è il tempo per pensare ad altro. Ciò che sogno per il nostro lavoro è avere spazi più dilatati da dedicare all’analisi delle necessità e alla programmazione, e invece siamo sempre di corsa, sempre all’ultimo minuto, a rincorrere l’ultimo adempimento, rischiando di perdere di vista i ragazzi, che dovrebbero invece essere al centro della nostra attenzione. Poi, ovviamente, c’è bisogno anche dei mezzi e della formazione. Senza investimenti non si va da nessuna parte».

Rivoltella è ancora più drastico: «La scuola non interessa a nessuno nel nostro Paese – afferma – . Basta guardare ai punti di Pil che spendiamo in istruzione. Ogni volta che la politica partorisce le cosiddette “riforme”, non tiene in alcuna considerazione quelli che di scuola se ne intendono. Ma una politica educativa che non ascolta la ricerca difficilmente è efficace. Si preferisce privilegiare altre logiche».

 Mettersi in gioco

Eppure, la scuola, soprattutto in questi tempi complessi e confusi, rimane un baluardo importante per aiutare i ragazzi a orientarsi, a capire, a scegliere consapevolmente. Ogni scuola che tenta nuove strade, pur tra mille difficoltà, contribuisce a costruire la società di domani. Intanto al Liceo Pasolini – così come in tante scuole lungo lo Stivale e le sue isole – c’è chi continua a portare avanti prove tecniche di scuola al tempo del digitale. In particolare, al liceo di Potenza, il centenario pasoliniano ha prodotto frutti inattesi. Gli insegnanti avevano proposto agli studenti vari aspetti della figura di Pasolini, a seconda dell’età dei ragazzi, lasciando a loro la scelta di contenuto e mezzi.

Il risultato è stato eccezionale: «I più piccoli hanno affrontato la figura di Pasolini come allenatore e appassionato di calcio – racconta Tiziana Brindisi –; i più grandi l’hanno inquadrato in una prospettiva interdisciplinare. Per esempio, un gruppo ha utilizzato matematica e urbanistica per fare un lavoro sulle città, comparando la pianta di Gerusalemme con quella di Matera, set del film di Pasolini Il Vangelo secondo Matteo. Un altro gruppo ha messo a confronto le poesie dialettali di Pasolini con quelle dei poeti locali». I mezzi sono stati i più svariati: video, giochi interattivi, graphic novel. «Alcuni lavori erano notevoli – commenta la dirigente –, ma la cosa più bella è stata che i ragazzi si sono sentiti coinvolti, capiti, riuniti in un progetto comune, capaci di collaborare e di creare valore. In grado, soprattutto, di esprimersi e di imparare dal passato ciò che serve per il futuro».

Messaggero di S. Antonio