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martedì 12 maggio 2026

CARTA E PENNA



«Manifesto 


per un 


digitale radicale»



 La Svezia, nella didattica, torna a carta e penna. Perché il corpo, il tatto, sono un cervello diffuso. E non solo.

 -di Alessandro D’Avenia

La Svezia, nazione europea che prima delle altre ha digitalizzato tutta la didattica, ora torna a carta e penna. Perché? Nei test PISA (indagine internazionale dell'OCSE che valuta ogni tre anni le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze: le nostre prove INVALSI inglobano questi test) i ragazzi svedesi sono peggiorati. La commissione incaricata di trovare le cause ha risposto che il digitale, in e fuori da scuola, con la sua struttura multitasking disturba l'attenzione, ostacola l'elaborazione di informazioni complesse e la memoria.

 Se libri e quaderni digitali contribuiscono a un maggiore coinvolgimento immediato dei ragazzi, ne diminuiscono la profondità e la tenuta dell'apprendimento. Ma perché leggere sulla carta e scrivere a mano facilitano invece concentrazione e memoria? Perché il corpo è un cervello diffuso, più corpo si impegna più cervello si fa. Siamo ancora guidati dal pregiudizio che il neuroscienziato Antonio Damasio ha ben spiegato in «L'errore di Cartesio»: «Di fronte all’evidenza che la mente scaturisce dall’attività dei neuroni, si discute solo di questi, come se il loro funzionamento fosse indipendente da quello del resto dell’organismo». Ogni «de-corporazione» è «de-cerebrazione», il digitale non è cattivo ma incompleto. Gli scarabocchi che facevamo sul quaderno di appunti durante le lezioni ci aiutavano a concentrarci, non a distrarci, così come camminare mentre studiavamo. «Muovevamo» più cervello. 

 Se vogliamo fare un regalo sentito scriviamo il biglietto a mano, se vogliamo dire qualcosa che rimanga scriviamo una lettera a mano, se dobbiamo convalidare un atto firmiamo a mano. Qualche giorno fa infatti i miei studenti hanno voluto festeggiare il mio compleanno con un'ottima torta fatta a mano (handmade in un mondo di prodotti in serie è sinonimo di autenticità, anche quando è solo marketing). Se fai «a mano» non doni solo qualcosa ma te stesso: tempo incarnato. Per questo la mattina a prima ora cerco di arrivare in classe quando ancora l'aula è vuota: mi aiuta a concentrarmi e mi piace che gli studenti mi trovino già lì. Ma qualche giorno fa, davanti alla porta dell'aula, c'era già un'ex alunna che voleva darmi «brevi manu» (così in latino s'indicava una consegna senza intermediari, ne resta traccia nel nostro s.p.m.) un regalo. Si trattava di tre cose veramente «digitali», da digitus, dito: fatte con le dita. Un rametto tagliato dall'albero di limoni che ha a casa, in ricordo della lettura in classe della poesia «I limoni» di Montale, che la colpì molto. Poi c'era un foglietto con i versi di «Allegro ma non troppo» della poetessa, premio Nobel, Wisława Szymborska, che inizia così: «Sei bella – dico alla vita –/ è impensabile più rigoglio,/ più rane e più usignoli,/ più formiche e più germogli». Un canto dolce-amaro alla vita copiato a mano, accuratamente, tanto da stupire i miei quattordicenni dalle grafie meno eleganti. 

E infine il suo libro preferito da bambina, quello che ti apre alla magia della lettura, «Rasmus e il vagabondo» di Astrid Lindgren (autrice di Pippi Calzelunghe), con un'altra dedica, anche questa scritta a mano, come quelle che i lettori chiedono agli scrittori, perché la grafia è presenza, connette più di ogni altro gesto corpo e psiche, come sanno i grafologi che riconoscono la personalità dal tratto. Ho aperto il libro: «A cavalcioni sul solito ramo biforcuto in cima al tiglio, Rasmus pensava alle cose che gli sarebbe piaciuto cancellare dal mondo». Mi sono sentito obbligato allo stesso esercizio di fantasia del novenne Rasmus: io a quell'età avrei cancellato i compiti (non la scuola) e certe verdure. E poi le zanzare e le meduse. Oggi salverei i compiti, fondamentali per allenare la tenuta come gli esercizi con uno strumento musicale, e le verdure che ho imparato ad apprezzare. Rimango della mia idea su zanzare e meduse, per quanto abbia imparato a riconoscere la bellezza delle seconde.

 Aggiungo le armi, ma più che cancellarle vorrei trasformarle nel denaro necessario a produrle, per impegnarlo in cure ed educazione: nel solo 2025 la spesa militare mondiale è stata, stima al ribasso, di 2.900 miliardi di dollari, secondo il rapporto del Sipri (Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma), con il record dell'Europa che, con i suoi 864 miliardi di dollari, ha aumentato la produzione del 14%. «Segui i soldi - diceva Falcone - e avrai le risposte»: la risposta è che siamo una polveriera che rischia di mandare in frantumi il mondo come lo conosciamo. Nei primi anni 2000 se n'era già accorta la scrittrice americana Terry Tempest Williams che, durante un soggiorno a Ravenna, fu tanto colpita dalla bellezza dei mosaici medievali da decidere di iscriversi, proprio lì, a un laboratorio per mosaicisti. Così nacque il libro «Finding Beauty in a Broken World» (Trovare bellezza in un mondo a pezzi), in cui racconta che il mosaico l'ha salvata dallo sconforto di un mondo, interiore ed esteriore, in frantumi. Ri-fare «a mano» le ha donato una nuova prospettiva: «Credevo che la verità si trovasse solo sotto la superficie delle cose. 

Nel sottosuolo. Ero una discepola della profondità. Ciò che era nascosto era ciò che desideravo. Ma qualcosa è cambiato. Ora mi interessa ciò che i miei occhi possono vedere, ciò che le mie dita possono toccare, ciò che la mia mano può conoscere muovendosi lentamente sulla carne, o sul pelo, o sulle piume, o sulla pietra. Mi fido di ciò che vedo. Mi fido di ciò che tocco». Il nostro è un tempo di «rotture»: relazioni, pace, sonno, psiche... vanno continuamente «in pezzi», come l'attenzione dei ragazzi svedesi (i risultati dei test in Italia sono peggiori), forse anche perché abbiamo dimenticato che: «amore e odio e angoscia, qualità come gentilezza e ferocia, la soluzione pianificata di un problema scientifico o la creazione di un nuovo artefatto si basano tutti su eventi neurali all’interno di un cervello, purché questo sia stato e sia in interazione con il corpo cui appartiene.

 L’anima respira attraverso il corpo, e la sofferenza, che muova dalla pelle o da un’immagine mentale, avviene nella carne» (A. Damasio, L'errore di Cartesio). L'educazione affettiva non riguarda primariamente i contenuti, ma una rinnovata capacità di sentire la vita, cioè unità di corpo e mente, di mente e cuore. Quando i ragazzi sembrano «distaccati», è perché non sentono la realtà, la contattano senza corpo! Così il mosaico diventa simbolo perché, come diceva Luciana, la maestra del laboratorio di Terry, è «un modo di pensare al mondo», accurato e comunitario (era un'arte collettiva operata da autori ignoti: le «maestranze»). Mosaico, dal latino «opus musaicum», è opera delle Muse, dee della bellezza e figlie di Memoria, perché la bellezza è a volte anche solo riparare ciò che sembra rotto e che avevamo dimenticato. I pezzi irregolari, smussati con martello e scalpello, diventano «tessere» (parola che viene dal numero «quattro» in greco, i lati dell'incastro, antesignani del puzzle, passatempo quasi estinto che serviva a recuperare pace e relazioni, proprio grazie alla concentrazione, e che infatti regaliamo ancora ai bambini piccoli). Mani pazienti e accorte diventano menti pazienti e accorte. Cioè amanti. 

Oggi urge un'educazione al «tatto», come ha detto mia nipote mentre dipingeva: «Dobbiamo ringraziare Dio per le mani, perché con le mani possiamo fare cose meravigliose». Mentre si dibatte sull'opportunità di leggere Manzoni a 15 anni, sommessamente propongo di agire prima, perché si possa arrivare a 15 anni capaci di cose così impegnative e bellissime: ripristiniamo il diario, sin da piccoli. Non quello dei compiti (sarebbe già qualcosa) ucciso dal registro elettronico, ma il diario intimo. Scrivere a mano almeno una pagina al giorno, al mattino (potrebbe essere la prima attività scolastica) o di sera (l'ultima attività, magari condivisa in famiglia, ma in silenzio), riattiva la creatività, perché richiede presenza autentica, handmade, attenzione non disponibile ad altro, corpo e anima, il monotasking lo chiamano con comica torsione cerebrale, quando la saggezza popolare riassumeva già nel detto: «chi insegue due lepri non ne prende nessuna». Senza carta e penna non si perde solo in matematica e lettura, ma in anima. Per riprendersela bisogna riprendersi il corpo, mettersi ogni tanto in modalità manuale: orto, diario, mosaico, strumento, bricolage, calligrafia, modellismo, libro... Chi lo farà saprà, a tempo debito, destreggiarsi bene nel digitale. 

Digitale viene infatti da digitus, dito, perché un tempo si contava con le dita e, dato che i processori trasformano l'informazione fisica (il solco del vinile, la luce sulla pellicola) in numerica (mp3 e pixel sono sequenze di numeri), si è passati a indicare la seconda con «digitale», ma le dita non ci sono più. Siamo più radicali: torniamo a usarle!".

 Alessandro D’Avenia

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martedì 7 ottobre 2025

CON PAROLE PRECISE


BREVIARIO

DI 

SCRITTURA CIVILE 

Occuparsi del linguaggio pubblico e della sua qualità non è un lusso da intellettuali o una questione accademica. È un dovere cruciale dell’etica civile.

Non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza.

Sono parole del filosofo John Searle, teorico del rapporto fra linguaggio e realtà istituzionali. Le società vengono costruite e si reggono essenzialmente su una premessa linguistica: sul fatto, cioè, che dire qualcosa comporti un impegno di verità e di correttezza nei confronti dei destinatari. Non osservare questo impegno mette in pericolo il primario contratto sociale di una comunità, cioè la fiducia in un linguaggio condiviso.

L’antidoto è la scrittura civile, cioè quella limpida e democratica, rispettosa delle parole e delle idee.

Scrivere bene, parlare bene, in ogni campo, ha un’attinenza diretta con la qualità del ragionamento e del pensiero.

 Implica chiarezza di idee da parte di chi scrive e produce in chi legge una percezione di onestà.

Con parole precise

Breviario di scrittura civile

Gianrico Carofiglio

Edizione: 2025
Pagine: Array
Collana: i Robinson / Letture
ISBN carta: 9788858122020
ISBN digitale: 9788858127001
Argomenti: Attualità culturale e di costume

sabato 5 aprile 2025

SCRIVERE UNA LETTERA


 “Aiuta a migliorare la grammatica e il vocabolario”


Una scuola insegna a comporle e inviarle 

 

Siamo da anni presi da social e da tecnologie digitali tanto da, quasi, non avere mai occasione di scrivere a mano, con carta e penna. I più giovani, in effetti, non hanno mai scritto, ad esempio, una lettera a mano. Una scuola di Napoli ha organizzato dei corsi per insegnare a farlo.

Come riporta Ansa, il progetto ha coinvolto gli alunni di due classi – la IV A e IV U della primaria – che con il sostegno dei loro docenti hanno riscoperto il piacere di scrivere a mano su un foglio bianco “e di esprimere i propri pensieri ed emozioni in modo più profondo e riflessivo rispetto ai messaggi digitali”.

Gli alunni della scuola hanno risposto in maniera entusiastica. E così un team di docenti si è messo all’opera per accompagnare i ragazzi in ogni fase del progetto, dalla scrittura alla spedizione delle lettere (trovare i francobolli e la buca più vicina alla scuola) e poi alla successiva analisi dei testi. A ricevere le lettere sono gli stessi ragazzi.

Gli obiettivi

Anche il tempo dell’attesa della consegna della missiva è stato un elemento valorizzato perché “inviare e ricevere lettere crea un legame speciale tra le persone, rafforzando le relazioni e coltivando l’empatia. Scrivere una lettera richiede di organizzare le idee, scegliere le parole giuste e dare forma a un racconto personale”, spiegano le docenti che hanno accompagnato i ragazzi.

“La scrittura di lettere aiuta a migliorare la grammatica, il vocabolario e la capacità di strutturare un testo in modo coerente”, aggiungono, ritenendo che “le lettere sono tesori tangibili che possono essere conservati per anni, diventando preziosi ricordi del passato”. L’obiettivo è chiaro: incoraggiare i bambini a scrivere lettere, sia a coetanei che a familiari perché “è un modo per arricchire la loro vita e preservare un’arte preziosa”.

Il corso per imparare a scrivere a macchina

Qualche settimana fa abbiamo parlato di un’altra iniziativa che ha obiettivi simili: in una scuola della provincia di Latina è stato organizzato un corso in cui si insegna ai ragazzi a scrivere a macchina.

Come riporta Il Corriere della Sera, per gli studenti dell’istituto comprensivo in questione si tratta di uno strumento praticamente sconosciuto. “Per i giovani la macchina per scrivere è come un tapis roulant della mente. Stiamo verificando sul campo che si può arrivare a un corretto equilibrio fra contenuti analogici e digitali, di cui fruiscono i ragazzi in fase di sviluppo, attraverso un’attività che sul piano formativo si sta rivelando efficace e anche molto divertente”, ha spiegato Enrico Sbandi, giornalista e collezionista che ha ideato e promosso le lezioni.

“A consuntivo del corso si valuteranno i risultati raggiunti con l’intento di ripetere ed estendere l’iniziativa anche ad altri istituti”, ha aggiunto. Gli iscritti al corso sono quattordici studenti della scuola secondaria di primo grado, coordinati dalla docente di Lettere.

L’obiettivo del corso (iniziato il 12 febbraio e che si concluderà ad aprile, articolato in venti ore) è quello di stimolare la creatività e potenziare il livello di apprendimento, ma anche prevenire gli abusi di smartphone e dispositivi digitali. Premere sui tasti della macchina da scrivere produce effetti positivi sul processo di formazione delle sinapsi neuronali, dal momento che vengono sollecitate le aree del cervello deputate alla lettura profonda.

Come dimostrato da diversi studi sviluppati negli Usa e in Giappone, la dattilografia fissa infatti nella memoria i contenuti digitati e aumenta il livello di concentrazione, dal momento che non consentendo il classico copia-incolla del pc, implica la necessità di non commettere errori. Inoltre, a differenza della tastiere dei computer, molto maneggevoli e facili da usare, impone l’impiego della forza fisica delle dita.

Dai primi risultati del progetto è emerso che gli studenti hanno acquisito una maggiore indipendenza nella scrittura, hanno spesso superato la timidezza, si sentono più motivati nello svolgere i compiti e acquisiscono una maggiore consapevolezza delle loro espressioni. Hanno migliorato poi l’utilizzo dei vocaboli, la capacità di comprensione nella lettura e anche l’ortografia.

 

Tecnica della scuola

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martedì 21 gennaio 2025

LEGGERE E SCRIVERE

L'UMANO 

NON E' 

NE' DI DESTRA

 NE' DI SINISTRA 

La riforma della scuola

Aggiungiamo alla riforma la cura della scrittura manuale e ore di lettura ad alta voce per tutto il percorso scolastico.

 

-di Alessandro D’Avenia

 

La riforma dei programmi nella scuola elementare e media di cui si è parlato la scorsa settimana è stata subito cannibalizzata dalla semplificazione binaria: che cosa è di destra o di sinistra? 

La Bibbia, la storia dell'Occidente, la musica, l'epica, il latino? Quando saremo meno ostaggi di questo moralismo ideologico che impedisce di capire che cosa serve in un luogo, la scuola, il cui scopo è mettere i nuovi arrivati in condizione di coltivare autonomamente la vita e cercare la verità, invece di renderli preda del pensiero non pensato e dominante, che il filosofo Bacone chiamava già secoli fa idoli della conoscenza, illusioni ideologiche? Lo scopo della cultura non è fare campagna elettorale, ma diminuire lo spazio della paura e dell'ignoranza per conquistarlo alla libertà e al coraggio della verità. La domanda non è se il latino sia proprio di una formazione conservatrice o progressista, ma se serva a liberarsi da falsi automatismi del pensiero, dalla incapacità di leggere se stessi e la realtà, dalla difficoltà di attingere alla sorgente inesauribile di vita e di bene comune che è la propria unicità, perché «ciò che è vivo non ha copie. Due persone, due arbusti di rosa canina, non possono essere uguali... E dove la violenza cerca di cancellare varietà e differenze, la vita si spegne» (V. Grossman, Vita e Destino). L'umano nell'uomo non è a destra né a sinistra. È oltre. Dove? 

 Tra i regali che mia nipote settenne ha chiesto a Natale è apparsa una scacchiera. Mi sono stupito, io alla sua età non l'avrei mai chiesta, ma poi ho scoperto che nella sua scuola dedicano tempo curricolare agli scacchi, come allenamento alla riflessione e al pensiero logico e strategico. Un gioco antico come gli scacchi non è di sicuro di destra o di sinistra, è gioia di stare al mondo e una bambina lo sente. Quella scacchiera è «scuola»: un'intercapedine tra io e pressione mondana (tutti fan così), un luogo in cui l'anima respira tanto da avvertire subito se in quello che tutti fanno manca l'aria che serve alla propria unicità. La scacchiera mi ha ricordato che all'inizio di 1984 di Orwell, la ribellione del protagonista, Winston, al controllo psico-politico del Grande Fratello comincia da un quaderno comprato di nascosto: «un quaderno di rara bellezza, con la carta liscia e vellutata, di un tipo che non si produceva da almeno quarant'anni. Era entrato di soppiatto nella bottega e lo aveva comprato. Non sapeva neanche per quale motivo particolare lo desiderasse tanto. Se l'era portato a casa con un certo senso di colpa: anche se non vi era scritto niente, era un oggetto compromettente. Ciò che ora stava per fare era iniziare un diario, un atto che, se lo avessero scoperto, avrebbero punito con la morte o, nella migliore delle ipotesi, con venticinque anni di lavori forzati». Winston non sa più scrivere a mano e ricominciare lo risveglia: «Intinse la penna nell'inchiostro, poi ebbe un attimo di esitazione. Tremava fin nelle viscere. Segnare quella carta era un atto definitivo, cruciale». Quel diario scritto a mano è l'inizio della sua liberazione, e comincia a ricordare, capire, vedere, agire, anche a costo di perdere la vita. Per affrancarsi dal controllo odierno, in cui la psico-politica è l'algoritmo di profilazione (il capitalismo della sorveglianza operato da aziende che, in cambio di servizi apparentemente gratuiti, ci schedano per vendere dati che servono a orientare i nostri consumi), bisogna tornare al diario scritto a mano. Per questo, ispirato non da romanticherie ma dall'osservatorio di 25 anni di insegnamento, propongo di aggiungere alla riforma la cura della scrittura manuale per tutto il percorso scolastico, istituendo un'ora di «calligrafia», in cui il bello (calli-) riguarda forma e contenuto come un tutt'uno. Il motivo (che la cultura orientale mostra da secoli) è scientificamente accertato: scrivere a mano, per un essere corporeo, è un gesto più efficace della digitazione o del solo input visivo (quanti schermi sono entrati nelle classi in questi anni a scapito delle penne). Un recente studio, di cui ha dato conto il Corriere, ha confrontato i risultati di due gruppi di undicenni: alcuni dovevano imparare delle parole scrivendole a mano, altri tramite lettura visiva, per poi riconoscerle e spiegarle. Il primo gruppo ha avuto risultati nettamente migliori: accuratezza, risposte corrette e rapide. La scrittura manuale infatti, coinvolgendo il corpo in modo più completo e lento (che poi lento non è), consente di prestare attenzione ai dettagli, cioè la memoria a lungo termine che definisce chi siamo. Che un'attenzione multisensoriale lenta renda più attenti è l'acqua calda, ma noi crediamo che l'acqua calda siano rapidità e schermi. Eppure, la difficoltà dei ragazzi delle superiori nello scrivere a mano (grafie illeggibili, corsivo zoppicante, spazi non rispettati) va di pari passo con la debolezza di attenzione, ragionamento e presa sulla realtà, tanto che con quelli del primo anno è necessario un lavoro dedicato proprio alla (calli-)grafia. Mi piacerebbe un Maestro di Calligrafia che, per l'intero percorso scolastico, alleni l'intelligenza attraverso il gesto accurato applicandolo alla scrittura diaristica che si evolverà di anno in anno in modi diversi: 13 anni di diario ben (forma e contenuto sono tutt'uno) scritto sono un allenamento formidabile alla ricerca della verità e una difesa dalle menzogne dell'informazione, basti pensare ai Diari passati alla storia e che ancora leggiamo per la verità che hanno conservato in un mondo che pensava e faceva tutt'altro. Quello di Winston mi porta a un altro gesto liberatorio dal controllo delle masse, in un altro romanzo profetico pubblicato nel 1953, quattro anni dopo quello di Orwell. In Fahrenheit 451 di Ray Bradbury infatti i libri vengono bruciati perché la gente si abbandoni totalmente all'intrattenimento di massa (nelle case non ci sono scaffali ma schermi giganti e media interattivi). La decadenza della libertà non è cominciata col bruciare i libri, ma con il disinteresse per la lettura. Altro che distopia: in tema di lettura in Italia è più distopico l'ultimo rapporto Censis. Montag, il protagonista del romanzo, troverà un gruppo di cittadini che hanno inventato un modo di resistere, imparare i libri a memoria tanto da identificarsi con essi: «Voglio presentarti Jonathan Swift, autore di quel malvagio libro politico, I Viaggi di Gulliver! E quest'altro è Charles Darwin, e questo è Schopenhauer, e questo è Einstein. Qui ci siamo tutti, Montag: Aristofane, Gandhi, Buddha, Confucio. Siamo anche Matteo, Marco, Luca e Giovanni... Trasmetteremo i libri ai nostri figli, oralmente, e lasceremo loro il compito di fare altrettanto coi loro discendenti. Naturalmente molte cose andranno perdute con questo sistema. Ma non puoi obbligare la gente ad ascoltare, se non vuole. Dovrà tuttavia venire a noi a suo tempo, chiedendosi che cosa esattamente sia accaduto e perché il mondo sia scoppiato in aria sotto il suo governo». 

Che cosa fa scoppiare il mondo e che cosa invece lo salva? È una idea, anche questa frutto di questi anni di esperienza, per la lettura a scuola: non fare i libri «a brani» ma incarnarli. E allora ben vengano i libri-mondo, impegnativi e necessari, come la Bibbia, l'Odissea, l'Eneide... e non per ragioni identitarie ma perché offrono le parole per dire tutto, per definire noi stessi e quindi raccontarci agli altri. Senza parole precise siamo in balia di Babele: il potere e la guerra. 

Per questo propongo ore di lettura per tutto il percorso scolastico, con persone capaci di interpretare i libri ad alta voce, Maestri di Lettura con qualifica drammaturgica. Due ore a settimana, ad alta voce, per 13 anni di scuola (750 ore di lettura per 30 pagine l'ora) regalerebbero ai nostri studenti quasi 25.000 pagine (50 libri da 500 pagine, 3 libri essenziali all'anno), senza interrogazioni, solo ascolto, qualche brano da imparare a memoria e domande dei ragazzi, perché i testi non siano pre-testi, ma messa a fuoco delle parole meglio dette sul mondo. 

Grazie a questa «scuola di lettura e di scrittura» forse avremmo più studenti che, come una bambina con la scacchiera, preferirebbero la libertà alle dipendenze, la verità alla sottomissione. E questo non è di destra, né di sinistra. È oltre: è umano. 

 

 Alzogliocchiversoilcielo



martedì 24 settembre 2024

L'ARTE DELLO SCRIVERE IN CORSIVO


 

Crepet, occorre rieducare alla scrittura perché espressione di noi stessi, della nostra anima e permette lo sviluppo di capacità cognitive...

 

-         Di Redazione

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Scrivere in corsivo, infatti, richiede una serie di “competenze” che si apprendono col tempo e non riguardano solo aspetti meramente formali ma anche e soprattutto sostanziali, cognitivi...

Soffermarsi sul concetto di scuola, formazione, crescita, presuppone sempre riflessioni articolate, mai scontate, dove ogni piccola sfumatura permette di cogliere un aspetto differente. Non è semplice il ruolo svolto da genitori ed insegnanti nell’ambito di un percorso educativo che presuppone scelte consapevoli, scelte spesso molto difficili e capaci di determinare danni o benefici nei confronti dei giovanissimi.

A tal fine è interessante il pensiero del sociologo e psichiatra Paolo Crepet, nel suo libro “Mordere il cielo”, che tende a sottolineare e a discernere un aspetto importante: molti insegnanti, sia delle scuole materne che delle scuole elementari, hanno riscontrato una difficoltà da parte dei loro allievi a scrivere in corsivo. Si preferisce lo stampatello, alle volte addirittura una tastiera.

Non si tratta di un semplice dibattito su ciò che è giusto o su ciò che è sbagliato, su ciò che si preferisce o su ciò che risulta a noi meno gradevole, ma piuttosto di un aspetto che è stato oggetto di studi e di ricerche da parte di diverse Università, come in California o in Norvegia.

Scrivere in corsivo, infatti, richiede una serie di “competenze” che si apprendono col tempo e non riguardano solo aspetti meramente formali ma anche e soprattutto sostanziali, cognitivi.

Scrivere con una buona calligrafia una serie di parole presuppone che il bambino consideri diversi fattori: dovrà innanzitutto acuire i sensi e comprendere bene il concetto di spazio, cioè utilizzare un carattere tale da permettere alle singole parole di rientrare lungo le righe che compongono il foglio da scrivere.

“Si tratta di un’abilità specifica che ne comporta altre: attenzione, controllo, memoria, precisione, metodo, abilità visivo-spaziali”, così sottolinea Crepet senza esitazione.

Scrivere in stampatello, invece, è sicuramente più semplice, non necessita la stessa premura, attenzione ed è ciò che i bambini prediligono, spesso appoggiati da non pochi genitori ed insegnanti.

Se ci soffermassimo solo un attimo ad osservare l’encefalo di un bambino o di una bambina che sta scrivendo a mano libera rispetto ad un altro/altra che invece utilizza la tastiera di un computer, ci si accorgerebbe subito di un aspetto importantissimo: nel primo caso tutte le aree sono pienamente attive, mentre nel secondo caso appare attenuata l’attività della corteccia cerebrale.

 Più nello specifico: nel primo caso le competenze cognitive, insieme a quelle relazionali ed emotive, si svilupperanno intensamente mentre nel secondo caso ci sarà uno sviluppo molto limitato.

In realtà la scrittura è espressione della nostra personalità ed ognuno scrive in maniera differente, con una calligrafia più o meno comprensibile, a seconda dell’età, dello stato d’animo, del luogo in cui ci si trova: diversi fattori possono determinare una loro specifica influenza.

Riuscire ad esprimersi per iscritto, a mano libera, senza l’ausilio di tastiere, presuppone anche lo sviluppo di un’altra abilità: facciamo riferimento alla capacità di cancellare, di correggere i propri errori quando si scrive.

“La scrittura a mano comporta la giusta fatica di esprimersi”, spiega lo psichiatra.

Si pensi, ad esempio, alle scuole di un tempo, con i vecchi banchi di legno, nelle quali si utilizzava ancora il pennino con l’inchiostro ed ognuno doveva essere abile a scrivere senza sporcarsi, mostrando le sue abilità nella calligrafia, sperimentando anche il disegno.

 Scuola oggi

 

IL CORSIVO PER SVILUPPARE IL PENSIERO

-          

-         di Vivian Parra.

-          

Ti sei mai chiesto perché ai bambini non viene più insegnato a scrivere in corsivo?

E no, non è un caso che tendano a usarlo sempre meno.

Scrivere in corsivo significa tradurre i pensieri in parole; ti obbliga a non staccare la mano dal foglio. Uno sforzo stimolante, che ti permette di associare idee, collegarle e metterle in relazione. Non a caso la parola "corsivo" deriva dal latino currere, che corre, che fluisce, perché il pensiero è alato, corre, vola.

Certo, il corsivo non ha più posto nel mondo di oggi, un mondo che fa di tutto per rallentare lo sviluppo del pensiero, per riempirlo.

Penso che il corsivo sia nato in Italia e poi si sia diffuso in tutto il mondo.

Perché?

Perché era una scrittura compatta, elegante, chiara.

Ma la nostra è una società che non ha più tempo per l'eleganza, per la bellezza, per la complessità; abbiamo la sintesi ma non la chiarezza, la velocità ma non l'efficienza, l'informazione ma non la conoscenza!

In generale, sappiamo troppo e troppo poco perché non siamo più (in generale) capaci di mettere in relazione le cose. La maggior parte delle persone non riesce più a pensare.




sabato 16 settembre 2023

TABLET E LETTURA

 La lezione svedese: 

via i tablet da scuola, 

si disimpara a leggere

L’utilizzo della penna invece della tastiera fino almeno ai 14 anni non solo è auspicabile ma rimane un criterio inderogabile per la qualità dei processi di crescita.

-         di Daniele Novara*

La goccia che ha portato a questa inversione di marcia arriva dallo studio internazionale PIRLS del 2021 che ha mostrato come la capacità di lettura degli studenti svedesi si fosse abbassata, in 5 anni, di 11 punti. E di come un fattore chiave di questo peggioramento fosse l’eccessivo utilizzo di dispositivi digitali. Questa decisione del Paese scandinavo getta un sasso nell’acqua stagnante legata alla convinzione che il miglioramento della scuola passi necessariamente dall’aumento della digitalizzazione. L’iniziativa svedese apre una possibilità di dibattito su una questione che equivocamente viene data per scontata, che più tecnologia significhi una scuola migliore.

Un equivoco che lascia sottintendere la possibilità della tecnologia di sopperire alle carenze professionali e pedagogiche degli insegnanti. Come affermano tutte le ricerche internazionali, la verità è che il fattore umano nella scuola resta l’elemento prevalente e non esiste un piano B che permetta di evitare una formazione continua, permanente e sistematica dei professionisti scolastici. Se guardiamo la situazione italiana, va ricordato che l’unica area scolastica che ha giovato di finanziamenti sostanziali negli ultimi dieci anni è proprio quella della digitalizzazione dimenticandosi quasi totalmente della necessità di formazione più strettamente pedagogica.

Mi permetto di fare un banale elenco di ciò che intendo: la gestione della classe come gruppo, la valutazione formativa, il lavoro di équipe fra docenti, la conoscenza delle fasi psico-evolutive e neuro-cognitive degli alunni età per età, la progettazione delle competenze socio-affettive, come quelle relative ai litigi e alla gestione del bullismo in un’ottica non giudiziaria. Negli ultimi anni invece la digitalizzazione ha goduto di un finanziamento di circa un miliardo di euro che, con l’ultima tranche del PNRR, potrebbe addirittura raddoppiare. Sono cifre enormi, specialmente a confronto di ciò che viene stanziato per i pochi progetti di formazione pedagogica e socio-relazionale rivolti ai docenti e agli alunni.

Utile infine sottolineare due punti. Prima di tutto, in ogni epoca la scuola ha avuto i suoi supporti tecnologici che si sono evoluti. Per esempio, io in prima elementare scrivevo con il pennino, strumento fortunatamente sostituito dalla penna. In ambito scolastico è normale avere tecnologie, il punto è farne buon uso. In secondo luogo, la tecnologia digitale, nel momento in cui diventa di carattere individuale, con tablet e account personali per ogni studente, sposta di molto il baricentro dell’apprendimento. La tecnologia in aula va gestita in maniera collettiva, una LIM per tutta la classe, un computer da utilizzare in gruppo. I dispositivi tecnologici non hanno un impatto sempre favorevole all’apprendimento.

 

Per questo motivo l’utilizzo della penna invece della tastiera fino almeno ai 14 anni non solo è auspicabile ma rimane un criterio inderogabile per la qualità dei processi di crescita. Il passaggio dal quaderno cartaceo a quello digitale è una scelta che oggi come oggi non può essere fatta con la naturalezza con cui a suo tempo si passò dal pennino alla penna a sfera perché la posta in gioco è ben più alta. La decisione della Svezia sollecita la scuola italiana a evitare di procedere nell’attuale direzione senza una necessaria e approfondita riflessione, specialmente alla luce di tutti i complessi dati scientifici.

*Pedagogista

www.avvenire.it

 

 

venerdì 12 maggio 2023

LA SCRITTURA A MANO, UNA PREZIOSA RISORSA

 “Scrivere a mano accende il nostro cervello, 
ma non dite ai bambini di scrivere 
come vogliono. 

Ecco perché”. 


A confronto con la grafologa dell’età evolutiva, Giorgia Filiossi

 

- di Vincenzo Brancatisano

 “Una cosa che riscontro molto e che mi inquieta è che nella scuola primaria molti insegnanti dicono ai bambini: scrivete come volete. Il fatto è che questo crea una gran confusione nei bambini, che non sono in grado di valutare ciò che è importante fare e scelgono quello che sembra più semplice. Se vengono date delle indicazioni fin dall’inizio possiamo avere invece una scrittura funzionale”. 

La netta presa di posizione della grafologa Giorgia Filossi prende le mosse dalla nostra intervista al professor Piero Crispiani, professore onorario all’Università di Macerata e professore straordinario Link Campus University di Roma, da anni uno dei più convinti assertori dell’indispensabilità del corsivo per la formazione completa dell’individuo. Crispiani nell’affermare l’importanza dello scrivere in corsivo aveva aggiunto, in coda all’intervista, che “basta dare fogli e penne e far scrivere senza curare – all’inizio – la grafia, ma il senso, la destinazione, ovvero la base della umanità stessa e della cultura”, dando in parte l’idea che sia sufficiente far scrivere liberamente in corsivo, abbracciando una posizione spontaneistica, insomma lasciando ai bambini la libertà di scrivere come vogliono. “E’ una posizione che io non condivido”, ci spiega Giorgia Filossi: “Imparare a scrivere – precisa – è un apprendimento complesso che necessita di precise indicazioni”.

 Giorgia Filiossi vive a Modena. E’ grafologa dell’età evolutiva e giudiziaria, educatrice del gesto grafico e rieducatrice della scrittura. Lavora come libera professionista, ha uno studio nella città geminiana, collabora con “Progetto Crescere” di Reggio Emilia, e in generale con scuole e associazioni culturali ed educative. Si occupa di bambini e ragazzi con difficoltà grafomotorie o disgrafie accompagnandoli in percorsi individuali di educazione e rieducazione del gesto grafico e della scrittura. Organizza e conduce corsi di formazione per insegnanti delle scuole d’infanzia, primarie e secondarie e laboratori per gli studenti. E’ docente di Educazione del gesto grafico alla scuola di grafologia “Arigraf Milano”. E’ consulente peritale di studi legali e promuove attività di orientamento per studenti e insegnanti delle scuole secondarie. E’ pure referente regionale per l’Emilia Romagna del Cesiog che ha tra i suoi obiettivi primari la costituzione di un albo per i grafologi e il riconoscimento del rieducatore della scrittura come professione sanitaria.

 “La scrittura manuale – spiega Giorgia Filossi – è frutto dell’interazione tra sistema nervoso, sensoriale e motorio. L’uso della mano mantiene in forma il cervello: l’esercizio quotidiano della scrittura rafforza le aree cerebrali tanto che l’attività grafica è consigliata anche per rallentare gli effetti dell’invecchiamento cognitivo”. Una bella scommessa nell’epoca dei computer e delle tastiere. “Scrivendo a mano impariamo di più e più rapidamente. Ma non ne farei una battaglia ideologica tra mano e computer”, dice. “Preferisco soffermarmi sui tanti vantaggi della scrittura. I bambini, per esempio, imparano a leggere meglio se contestualmente viene insegnato loro a scrivere. Una parola scritta viene memorizzata e riconosciuta facilmente, cosa che non avviene digitandola soltanto. Vale anche per gli adulti. Nel prendere appunti, per esempio, selezioniamo le informazioni e le trascriviamo con parole nostre elaborandole in maniera personale. Scrivere a mano ci aiuta anche a sviluppare creatività e capacità di sintesi, a migliorare l’autocontrollo e la gestione delle emozioni”.

 Il problema, secondo la professionista emiliana, riguarda soprattutto bambini e ragazzi. Esistono dei criteri ben precisi per stabilire se una scrittura va rieducata: la scarsa leggibilità, la poca fluenza e rapidità e, in alcuni casi, anche l’insorgere di dolori e affaticamento: “Credo – aggiunge – sia non più differibile la formazione specifica del personale educativo, a partire almeno dalla scuola dell’infanzia, per dare ai bambini quel patrimonio fondamentale di abilità e competenze che costituiscono i cosiddetti pre-requisiti. Alla scuola primaria, poi, andrebbe dedicato più tempo all’apprendimento del gesto grafico ad oggi sottovalutato rispetto ai contenuti linguistici.

 Imparare a scrivere non avviene spontaneamente, ci vuole tempo, pazienza, gradualità e una didattica corretta, aspetti oggi molto trascurati. A scuola si scrive poco. Mancano direttive chiare che favoriscano approcci corretti e univoci. Dispensare un bambino dallo scrivere oltre che penalizzante per la sua crescita è spesso inutile: noi professionisti del gesto grafico siamo al servizio di famiglie e scuole per accompagnare e dare le corrette informazioni. Non possiamo delegare ad un tablet, uno smartphone o un pc tutta la nostra attività mentale. Cogliamo il senso di un calcolo aritmetico se lo facciamo a mente, cosa che non avviene utilizzando la calcolatrice.

 

Usare il correttore automatico riduce la consapevolezza dell’errore ortografico. Abusare del copia e incolla ci priva della capacità di ragionare su ciò che stiamo scrivendo. Questo vale a maggior ragione nei bambini perché influisce negativamente sul cervello in piena evoluzione, finendo per provocare difficoltà di attenzione, di memoria, di concentrazione, ansia e generale declino delle capacità di apprendimento. Scrivere a mano accende il nostro cervello molto più che digitare sulla tastiera: scrivendo su carta, gli occhi e i movimenti della mano seguono la creazione della lettera. Il corsivo è un carattere sviluppato per correre sul foglio con fluidità grazie a collegamenti che favoriscono il pensiero consequenziale.

 E’ l’unico carattere realmente personalizzabile perché si impregna di tutti i vissuti e gli stati d’animo, rappresentando in maniera unica e irripetibile gli aspetti intellettivi e caratteriali dello scrivente. Lo stampatello, invece, è lento e spersonalizzato perché i tratti grafici richiedono continui stacchi della penna dal foglio. Ci sono tanti modi per mantenere viva e attiva la nostra abilità scrittoria. L’importante è non privarci del piacere di scrivere: lettere, appunti, note, scarabocchi, disegni. Non deleghiamo tutto ad un computer, ma difendiamo la prerogativa di distinguerci anche attraverso il gesto grafico”.

 Dottoressa Giorgia Filossi, lei non condivide l’idea che il bambino debba essere lasciato libero di imparare a scrivere in corsivo in maniera spontanea, senza regole. E’ così?

 “Non condivido quando si afferma che sia sufficiente far scrivere in corsivo abbracciando una posizione spontaneistica, perché imparare a scrivere è un apprendimento complesso che necessita di precise indicazioni. Il professor Crispiani, che conosco, avendo seguito vari seminari, ribadisce questo concetto, ma nella parte finale dell’intervista fa capire che è importante che i ragazzi scrivano indipendentemente dal fatto che debbano seguire una metodologia. Io mi trovo in contrasto con questa tesi. Per il percorso duale che ho fatto, sia di studio, sia di rieducazione della scrittura, io vedo che la didattica è fondamentale, perché la scrittura si può personalizzare”.

 Ci faccia capire meglio

 “La scrittura attraversa tre fasi fondamentali. La prima è la pre-calligrafica, che è dedicata all’apprendimento, segue il modello presentato a scuola e dura i primi due anni. Poi c’è la fase calligrafica in cui il bambino sperimenta il modello, si rafforza e diventa sempre più abile, tanto che in virtù di questo passa alla fase post-calligrafica. Se però nelle fasi precedenti ci sono stati degli intoppi, cioè se il modello non è stato acquisito, se non sono state superate quelle difficoltà, allora non si riesce a passare alla fase della personalizzazione, perché le difficoltà non consentono l’automatizzazione della scrittura perché nel momento in cui la scrittura è automatizzata non pensiamo più a come eseguiamo i grafemi, in quel momento la nostra scrittura si impregna degli aspetti emotivi individuali della persona, segue un percorso neurologico nuovo, diventa una scrittura capace di esprimere la personalità dell’autore”.

 Un po’ come nella lettura?

 “No. Mentre la lettura è un apprendimento che può avvenire spontaneamente, qui questo non succede: qui ci vuole un insegnamento, che significa dare delle regole di esecuzione che riguardano il punto di partenza, la direzione, i collegamenti tra le lettere e dove eseguire gli stacchi. Tutto questo però va fatto secondo un criterio, altrimenti, se lasciato al caso, succede che la scrittura viene eseguita come se si trattasse di un disegno. Solo se diamo delle regole iniziali possiamo ottenere poi una scrittura funzionale. Che non significa bella. Significa scorrevole, significa avere una scrittura che non crea fatica, che non crea dolore in chi scrive, che sia leggibile”.

 Le scuole, secondo lei, sono consapevoli di questa necessità?

 “Una cosa che riscontro molto e che mi fa arrabbiare è che nella scuola primaria molti insegnanti dicono: scrivete come volete. Ma questo crea una gran confusione nei bambini, che non sono in grado di valutare ciò che è importante fare ma scelgono quello che sembra più semplice. Se vengono date delle indicazioni fin dall’inizio possiamo avere una scrittura funzionale”.

 Ci sono però dei bambini che presentano evidenti difficoltà

 “E’ vero, ci sono dei bambini che hanno delle oggettive difficoltà. Ma a quel punto, quando sono stati individuati, abbiamo ripulito il quadro facendo una netta distinzione tra quelli che hanno una didattica corretta e hanno imparato e quelli che nonostante la didattica corretta hanno delle difficoltà. In questi casi è doveroso fare una valutazione di disgrafia, perché significa che il bambino ha delle caratteristiche a livello neurobiologico che rendono difficile raggiungere un livello funzionale di scrittura”.

 E a quel punto quanto si può fare per questi bambini?

 “Diciamo che oggi ci sono moltissimi bambini che hanno difficoltà. Ci sono quelli che non hanno avuto una didattica adeguata – aggiungiamoci anche i problemi causati dal Covid – e poi ci sono quelli che hanno delle difficoltà che sono superabili. Con tutti si riesce ad avere risultati, ma alcuni non riusciranno ad avere una scrittura funzionale nonostante i miglioramenti. Questi avranno bisogno di un’attenzione diversa e misure dispensative e compensative”.

 Quanto conta avere frequentato la scuola giusta, da questo punto di vista?

 “Io vedo una differenza tra bambini che hanno avuto la fortuna di fare un percorso scolastico buono – e in questo caso si vede che il bambino ha una buona gestione dello spazio del foglio, adotta delle direzioni funzionali nello scrivere – e bambini che sono completamente disorientati del tutto. Che non si sanno muovere nello spazio del foglio. Ad esempio, non rispettano le righe e i quadretti, con il risultato di avere un foglio molto confuso. Il sapersi muovere male nello spazio del foglio ha sempre come corrispettivo una difficoltà di muoversi nello spazio in cui ci si muove normalmente”.

 Che cosa vuol dire?

 “La partenza dell’apprendimento dovrebbe partire nella scuola dell’infanzia, con il muoversi nell’ambiente circostante come prerequisito per muoversi sul foglio”.

 Lo si fa?

 “Lo si fa in maniera poco consapevole. Si fanno tante attività casuali e non sempre consapevoli. Ma il lavoro che si fa all’infanzia è fondamentale per poter lavorare bene alla primaria. Prendiamo ad esempio il problema dell’impugnatura: questo è un aspetto che non viene considerato, e invece andrebbe impostato già dalla scuola dell’infanzia, ma non solo insegnando al bambino come si fa ma facendo fare attività che gli rendano naturale impugnare in maniera corretta, si apprende attraverso l’esperienza”.

Lei ritiene che occorra iniziare a scrivere nell’età della scuola dell’infanzia?

 “No, a quell’età occorre creare i prerequisiti per arrivare alla scuola primaria con un bagaglio valido, in modo che diventi più semplice. Invece oggi i bambini non sanno più usare le mani perché nel frattempo non giocano fuori, fanno giochi tecnologici e tocca poi a chi fa rieducazione farglieli fare. Occorrere praticare giochi di manipolazione che rendano le mani più abili, fare dei nodi o anche semplicemente strappare lo scotch con le dita ma non lo sanno fare. Il bambino inoltre viene spesso imboccato dalle mamme. E invece è importante imparare a impugnare correttamente una posata. Se non s’insegna a impugnare bene una posata un bambino non saprà impugnare una matita. Un po’ il genitore si sostituisce al bambino per motivi di fretta o di timore, i genitori sono apprensivi e questo fa sì che il bambino sperimenti sempre meno cose”.

 Servirebbe una cultura diffusa su questi temi

 “Come associazione professionale dei grafologi, il Cesiog, stiamo lavorando sul fronte dell’informazione ai docenti e ai genitori. E anche sul fronte del lavoro di rieducazione della scrittura. La nostra è una professione spesso sconosciuta mentre ci sarebbero le possibilità di recupero di tante difficoltà evitando tante diagnosi di disgrafia, che invece lievitano. Dopo la diagnosi di disgrafia spesso si dice: scrivete come volete, usate il pc…Tante volte sarebbe sufficiente invece fare un recupero e un potenziamento della scrittura e ci sarebbero meno costi sociali perché appena ci sono delle difficoltà vengono attivate le visite presso la Neuropsichiatria.

 Ma anche in quell’ambito la nostra figura non viene riconosciuta e allora che succede?

 “Il bambino viene visitato da uno psicologo, viene fatta la diagnosi ma la figura non solo non viene coinvolta ma nemmeno viene suggerita. La professione viene riconosciuta, certo, ma non è vista come una professione sanitaria. La nostra associazione da anni si batte perché venga istituito un albo dei grafologi, mentre in altri ambiti come quello forense la professione è riconosciuta e apprezzata”.

 Il tutto si inserisce in un’epoca che vede come protagonisti i pc, le tastiere, gli schermi, le tecnologie sempre più sofisticate…

 È ovvio che l’utilizzo del pc è per tutti fondamentale, ma questo non significa che il pc debba sostituire la scrittura. Il fatto è che dobbiamo far usare meno schede, meno penne cancellabili e dobbiamo invece fare usare strumenti più idonei. Nella scuola dell’infanzia ci vogliono meno pennarelli perché non aiutano a imparare la gestione della pressione e l’accuratezza del gesto. I bambini colorano senza stare attenti al rispetto dei bordi: con degli strumenti più idonei si sarebbe un aiuto maggiore ai bambini anche perché alla primaria non ci sono indicazioni sui quaderni da usare, nel senso che ci sono insegnanti che insegnano lo stampato sulla riga e il corsivo nel quadretto perché non ci sono delle direttive”.

 All’università queste cose vengono insegnate?

 “All’università non ci sono esami che riguardino la didattica della scrittura e questo ce lo dicono le insegnanti che sono preparate sul tema”.

 Proviamo a dare un paio di consigli utili ai genitori

“Innanzitutto, occorrerebbe dare ai bambini l’opportunità di fare le cose da soli in funzione dell’età. Un bambino deve imparare ad allacciare le scarpe con gradualità, diamo il tempo di mangiare da soli, di infilare il bottone nell’asola, ci sono tanti giochi che sviluppano anche l’intelligenza, anche il gioco della palla va bene, occorre insegnare al bambino a diventare via via più autonomo. Pelare la frutta sarebbe importante ma non so quanti bambini lo sappiano fare. Certo è che nel momento in cui un bambino si sa muovere bene a livello spaziale nel proprio ambiente, acquisisce la capacità di sapersi muovere nei testi che legge e nello studiare in maniera più efficace”.

 Orizzonte Scuola