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mercoledì 14 maggio 2025

DISLESSIA E CORSIVO


  «L’obbligo di corsivo a scuola

penalizza

 gli alunni dislessici»

 

L’Associazione italiana dislessia critica l’impostazione delle nuove Indicazioni nazionali per l’Infanzia e il primo ciclo, denunciando le ricadute negative sugli studenti con Dsa. 

-di PAOLO FERRARIO

 

«Nelle scuole del primo ciclo di istruzione la scrittura è fondamentale e va curata con particolare attenzione, a partire dall’apprendimento del corsivo e della calligrafia». Quando sono arrivati a questo passaggio delle nuove Indicazioni nazionali per la Scuola dell’infanzia e il primo ciclo d’istruzione, pubblicate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, gli specialisti dell’Associazione italiana dislessia (Aid) sono sobbalzati sulla sedia e hanno seriamente cominciato a preoccuparsi. La preoccupazione è diventata allarme una volta approdati alla sezione dei “Risultati attesi”. «Gli studenti – si legge a pagina 131 delle nuove Indicazioni nazionali – sapranno: riconoscere e applicare il ductus e le proporzioni del corsivo; sviluppare una scrittura fluida e leggibile con uno stile personale». Un’enfasi che, si sono chiesti, «porterà alla necessità di una certificazione diagnostica per permettere ai bambini che presentano difficoltà nell’area grafomotoria o disgrafia di non scrivere in corsivo?». 

E come staranno a scuola, questi bambini con Disturbi specifici dell’apprendimento? «Saranno tormentati e costretti ad imparare ed applicare il ductus e le proporzioni del corsivo?», si sono interrogati all’Aid. Mettendosi nei panni di alunni e genitori su cui, all’improvviso, è caduta in testa questa novità. «Usare le mani è sempre positivo, ma “corsivo per tutti” è una follia, una suggestione passatista che vuole tornare a una scuola severa e ordinata», sbotta Dario Ianes, già docente di Pedagogia e didattica dell’inclusione all’Università di Bolzano e co-fondatore del Centro Studi Erickson di Trento. Con cui ha dato alle stampe un instantbook che raccoglie i contributi di diciassette esperti chiamati a ragionare sulle nuove Indicazioni nazionali per gli alunni dai 3 ai 14 anni. Il titolo Credere, obbedire, insegnare è anch’esso una suggestione intrigante e rimanda a una scuola del “tempo, che fu” e che Ianes e il gruppo di esperti coinvolti non vorrebbero tornasse.

«Questa scelta di porre enfasi sull’utilizzo del corsivo e della bella scrittura può avere un forte impatto psicologico su tutti i bambini in generale, ma soprattutto sui bambini con Disturbi specifici dell’apprendimento», sottolinea il professor Ianes, ospite di un

webinar promosso dall’Aid proprio per indagare a fondo le ricadute delle nuove Indicazioni nazionali sulla vita scolastica del 6% di alunni con Dsa che abita la scuola italiana. « Non siamo contro il corsivo», mette le mani avanti Lucia Iacopini, pedagogista, docente, membro del Consiglio direttivo e del Comitato scientifico di Aid. «Ci preoccupa, però, come queste Indicazioni nazionali possano essere acquisite dagli insegnanti e recepite dalla scuola. Si arriverà a temi scritti al computer e ricopiati a mano? Scrivere in corsivo può anche essere divertente e rilassante, ma per un alunno disgrafico non lo è affatto», ricorda l’esperta. «Così si rischia che gran parte delle risorse cognitive del bambino siano concentrate sulla scrittura in corsivo e non sul contenuto di ciò che scrive», avverte Luciana Ventriglia, docente specializzata in pedagogia clinica e formatrice Aid. « I bambini vogliono imparare a scrivere per comunicare pensieri ed emozioni, non per scrivere in corsivo né in bella calligrafia – aggiunge Ventriglia –. Trovandosi di fronte a quest’obbligo saranno per lo meno disorientati e non capiranno il motivo di tale imposizione». E, magari, cominceranno a vedere la scuola sotto una luce diversa, meno brillante.

«Quello che si sta costruendo è un percorso formale potenzialmente costellato di errori – aggiunge Ianes –. Se un bambino, fin dalla prima elementare, è bersagliato da giudizi negativi, questo crea una barriera all’apprendimento e imparare, per lui, diventerà pauroso. A scuola bisogna essere contenti di ciò che si scrive e non avere paura di non scrivere bene in corsivo».

Questo approccio «rigido e autoritario », riflette sempre il professor Ianes, non fa bene nemmeno all’inclusività della scuola stessa. « Nelle nostre classi ci sono alunni provenienti da culture diverse e con scritture diverse, che l’obbligo di utilizzo del corsivo renderà ancora più fragili e ai margini. Purtroppo, l’apertura all’altro e alla mondialità non sono la cifra di queste Indicazioni nazionali», conclude Ianes. Lanciando una proposta al Ministero che suona anche un po’ come una sfida: assumere almeno il 5% di insegnanti con Dsa alla scuola primaria: «Nessun docente con Dsa si sognerebbe di imporre il corsivo ai propri alunni » è la categorica conclusione.

 www.avvenire.it

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lunedì 5 maggio 2025

CORSIVO o STAMPATELLO ?


      Scrittura a scuola:

 perché i bambini

 imparano prima 

lo stampatello 

e poi il corsivo?




Il dibattito che divide i lettori

Di Andrea Carlino

 Un dibattito su Threads ha riacceso la discussione sull’insegnamento della scrittura nella scuola primaria, interrogandosi sul perché i bambini imparino prima lo stampatello maiuscolo, poi il minuscolo e solo in seguito il corsivo.

Come spiega un’insegnante, “noi usiamo e insegniamo lo stampatello perché il mondo che circonda i bambini è scritto in stampatello”—dai cartelli stradali ai libri per l’infanzia. Il corsivo, invece, viene introdotto più tardi, spesso in terza elementare, quasi come un “vezzo” calligrafico.

Tuttavia, non tutte le scuole seguono lo stesso percorso. Alcuni istituti, soprattutto al Sud Italia, adottano il metodo dei 4 caratteri, presentando fin da subito stampatello maiuscolo, minuscolo e corsivo. “In Puglia – racconta un commento – il corsivo viene insegnato immediatamente, e i bambini lo apprendono senza difficoltà”. Altri docenti, invece, saltano il minuscolo stampato, passando direttamente al corsivo. Questa varietà di approcci dimostra che non esiste un metodo univoco, ma scelte didattiche che dipendono dalle linee guida delle scuole e dalle preferenze degli insegnanti.

Le ragioni pedagogiche: semplicità, decodifica e metodo sillabico

Le motivazioni alla base dell’apprendimento graduale sono principalmente pedagogiche. Lo stampatello maiuscolo è considerato più semplice perché:

  • Le lettere sono staccate, facilitando il riconoscimento dei grafemi;
  • Il gesto grafico è meno complesso, con tratti rettilinei e pochi giri di penna;
  • Favorisce la decodifica nella fase iniziale della lettura.

“Si impara prima lo stampato perché è più semplice sia nella decodifica che nel movimento”, spiega un’insegnante. Solo quando la letto-scrittura è consolidata, si introduce il corsivo, che richiede una maggiore coordinazione motoria e una sintesi grafica (le lettere sono legate tra loro).

Un altro elemento chiave è il metodo sillabico, ritenuto da molti il più efficace per l’alfabetizzazione. “Dovrebbe essere adottato il metodo sillabico perché è quello più valido scientificamente”, afferma un commento. Questo approccio, basato sull’associazione tra suoni e sillabe, sarebbe più funzionale rispetto a metodi globali o misti, soprattutto per bambini con difficoltà di apprendimento.

Il corsivo è in declino? La posizione del Ministro Valditara

Nonostante le ragioni didattiche a favore di un approccio graduale, il corsivo sembra essere sempre meno utilizzato, anche tra gli adulti. Il Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha espresso preoccupazione per questo fenomeno, raccontando di aver visto candidati all’esame di avvocato scrivere in stampatello. “Sono rimasto colpito dal fatto che molti studenti scrivessero in stampatello”, ha dichiarato, sottolineando come in alcune scuole questa pratica sia ormai abbandonata.

Valditara ha ribadito l’importanza del corsivo e del libro cartaceo nello sviluppo cognitivo:

  • Migliora la concentrazione e la memoria;
  • Stimola la fantasia e il pensiero critico;
  • Rafforza le capacità motorie fini, essenziali per la scrittura a mano.

La sua posizione ha riaperto il dibattito: è giusto insistere sul corsivo in un’epoca dominata dalla digitazione? Oppure, come sostengono alcuni insegnanti, lo stampatello è più funzionale in un mondo dove la scrittura manuale è sempre meno utilizzata?

Un dibattito ancora aperto

La questione rimane irrisolta, con scuole che adottano metodi diversi e pedagogisti divisi tra tradizione e modernità. Da un lato, c’è chi difende il corsivo come strumento fondamentale per lo sviluppo cognitivo; dall’altro, chi ritiene che lo stampatello sia più accessibile e adatto alla società contemporanea. Una possibile soluzione potrebbe essere un approccio bilanciato: insegnare entrambi i caratteri, ma con tempistiche flessibili, adattandosi alle esigenze degli alunni. Intanto, il dibattito continua, dimostrando che la scrittura a mano resta un tema centrale nel mondo della scuola.

Orizzonte Scuola

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lunedì 4 marzo 2024

SCRITTURA A MANO, GINNASTICA DELLA CIVILTA'

In Nord America si torna a insegnare il corsivo a scuola.

 Pratica necessaria 

al tempo del pc, 

che ha mutato 

alla radice l’approccio. 

A livello fisico e cognitivo.

 

 

-         di RAFFAELE SIMONE

 

In diversi Paesi occidentali (Canada e alcuni degli Stati Uniti) si registra da qualche anno un ritorno all’insegnamento della scrittura corsiva a mano nella scuola primaria. Dagli anni Ottanta in poi, sulla spinta di dottrine pedagogiche più o meno salde, la scrittura corsiva fu abbandonata e sostituita con la pratica del maiuscoletto (detto familiarmente stampatello), un “glifo” preso in prestito dalla tipografia. Al maiuscoletto si attribuivano diversi vantaggi: una maggiore facilità di apprendimento, perché permette di saltare la lunga serie di passi grafici (le aste, i tondi ecc.) necessari per imparare la scrittura corsiva, e una maggiore velocità di esecuzione. Inizialmente l’obiettivo era di usarlo nei primi anni dell’apprendimento, con l’intento di passare più tardi al corsivo. Nondimeno, come mi ha fatto notare Franco Lorenzoni, maestro elementare di grande esperienza e autore di libri di culto nell’ambiente della scuola primaria (come Educare controvento, Sellerio), «un discreto numero di maestre e maestri hanno rimandato di anni e in alcuni casi rinunciato a insegnare lo scrivere in corsivo», lasciando che il maiuscoletto rimanesse il solo praticato, come mi è capitato di riscontrare presso i miei studenti universitari sin dalla fine degli anni Ottanta.

 Più di recente, l’universale diffusione di strumenti di scrittura a tastiera (computer, tablet, smartphone) ha scompigliato le carte, spingendo ad accantonare anche il maiuscoletto: i bambini imparano spesso a scrivere direttamente digitando su una tastiera. Se poi devono proprio scrivere a mano qualcosa, lo fanno in maiuscoletto, ma la frequenza dell’uso di tastiere rende gradualmente marginale (oltre che ingrato) anche questo compito. Non è più la mano intera che lavora, ma solo le dita, e solo con la punta.

 In un’epoca come la nostra, tra guerre e disordini geopolitici catastrofici, occuparsi delle prime fasi della scrittura può sembrare un intrattenimento superfluo. Ma non è così. Tutto ciò che riguarda la scrittura va guardato con estremo rispetto. La scrittura, pur essendo relativamente recente (i suoi inizi non risalgono a molto più di 5.000 anni fa) è infatti una delle nostre invenzioni più insigni e potenti, perché ha permesso una quantità di acquisizioni di cui la specie umana si è enormemente avvantaggiata: dalla trasmissione e conservazione di informazioni alla letteratura, dalla registrazione di proprietà e oggetti alla messa per iscritto della matematica e di altri codici simbolici. Col tempo la scrittura ha preso tale importanza che, nella modernità, l’alfabetismo (che l’inglese chiama più espressivamente literacy “capacità di scrivere le lettere”) è uno degli indicatori primari del grado di sviluppo culturale e civile sia del singolo che di un intero paese.

 Come tutte le invenzioni simboliche, però, la scrittura è fragile. Per questo, non sorprende che, a dispetto dell’importanza che ha assunto nella storia, sia stata colpita in pieno dall’avvento del digitale (quel che io chiamo di solito “mediasfera”), considerato che a quel mondo si accede quasi solo scrivendo su una tastiera. Le pratiche di scrittura ne sono state rimodellate alla radice. Tutti oggi scrivono sin dall’infanzia su qualche device (smartphone, pc, tablet ecc.), al punto da dar luogo a uno dei paradossi più singolari della nostra epoca: sebbene nella storia non si sia mai scritto tanto, il dominio della scrittura (in tutti i suoi sensi) non si è affatto consolidato. È solo per una sorta di inerzia lessicale che continuiamo a chiamare “scrittura” un comportamento che non somiglia in nulla a ciò che, nel tempo, si è indicato con questo termine. Per questo, se si torna a discutere di scrittura a mano e in qualche paese si torna ad adottarla come forma primaria di apprendimento, è importante capire che cosa questo significhi. È utile ricordare che le invenzioni culturali come la scrittura (e la lettura) si basano su meccanismi cerebrali che si erano evoluti per tutt’altri scopi, ma che, avendo un certo margine di plasticità, si sono riconvertiti alle nuove funzioni. Lo stesso adattamento ha avuto luogo per il linguaggio: l’organismo umano non aveva nessun circuito neuronale o apparato dedicato per parlare, eppure Homo sapiens parla. Stanislas Dehaene (del Collège de France), uno dei più brillanti neuroscienziati europei, ha chiamato questo fenomeno “riciclaggio neuronale”. Il riciclaggio non ha funzionato però solo per i neuroni, ma anche per la dimensione motoria: neppure la mano era originariamente fatta per muovere uno stilo su un supporto piano, ma per prendere, manovrare, tirare, avvitare, stringere ecc., oltre che per percepire attraverso il tatto. Adattandosi alla nuova funzione, tutte le sue ventisette ossa lavorano per eseguire la scrittura, ma senza rinunciare alle loro funzioni evolutivamente primarie.

 Insomma, la scrittura a mano non comporta solo l’attività e l’allenamento di particolari strutture neuronali, ma anche uno speciale lavoro delle diverse parti della mano. Ciò vale in particolare per la scrittura corsiva, che nella tradizione italiana (e di altri Paesi) si presenta nella forma del corsivo inglese: lettere con curve, anelli, spigoli, riccioli, che possono sporgere sul rigo verso l’alto e verso il basso e che, soprattutto, si legano tra di loro mediante tratti appositi (le legature). La mano deve scorrere fluidamente, seguendo il rigo e attenendosi ai bordi, controllando la pressione, interagendo con la vista, imparando così gradualmente movimenti dedicati sempre più fini. Queste operazioni sono ovviamente complesse e, come ho accennato, richiedono un lungo processo preparatorio. Ma questo sforzo paga: in questo modo il piccolo umano acquista capacità anche in altri ambiti.

 La scrittura manuale è infatti collegata con altre pratiche fini, che il bambino ha bisogno di acquisire sin dai primi anni. Comporta per esempio la capacità di maneggiare gli attrezzi connessi con lo scrivere: penne, gesso, gomme da cancellare, colla e forbici. Franco Lorenzoni mi ha ricordato che con la scomparsa della scrittura corsiva «bambine e bambini hanno disimparato ad allacciarsi le scarpe, ma in questo caso l’industria ha provveduto fornendo a loro e ai loro genitori scarpe che si chiudono a strappo».

 A un livello più alto, alcune tradizioni di scrittura mostrano il continuum tra la scrittura a mano e il disegno. Così nella tradizione araba, l’alfabeto permette legature e fitti intrecci di caratteri, anche di grandi dimensioni, tanto da poter essere adoperate come decorazioni di monumenti. Nella tradizione giapponese, legata a una lingua non alfabetica, l’arte della scrittura (lo shod “via, metodo della scrittura”) può essere praticata da esperti calligrafi anche in piedi, muovendo verticalmente un lungo pennello sul foglio poggiato in terra.

 I collegamenti sono quindi fitti e ramificati e riguardano tanto i livelli pratici del vivere quanto le funzioni superiori. Gli studi di Hetty Roessingh e collaboratori (University di Calgary, Canada) hanno messo in evidenza che la scrittura corsiva a mano interagisce in modo significativo con diverse attività cognitive: per esempio favorisce nell’infanzia testi scritti di migliore qualità e realizzati con maggior fluidità. Benché lenta, di faticosa acquisizione e implicante controllo costante, la scrittura corsiva a mano porta troppi vantaggi per lasciarla scomparire. Sarà bene pensarci anche in Italia.

www.avvenire.it

 

lunedì 19 febbraio 2024

CORSIVO O TASTIERA ?

 


Sempre più tastiera, sempre meno penna e corsivo. 

L’importanza dello scrivere e lo sviluppo del cervello. 

Ne abbiamo parlato su Isoradio RAI.

 

-di Antonio Fundarò

 Nel mondo moderno di oggi, poche persone scrivono ancora con carta e penna, per non parlare del corsivo. Tuttavia,  ricercatori, in ogni area del globo,  ritengono  che la scrittura corsiva sia importante per lo sviluppo cognitivo e la regione sensomotoria del cervello. C’è una sostanziale differenza di apprendimento, infatti, tra scrivere a mano delle lettere e in corsivo e digitare o tracciare quelle stesse lettere sul PC, sul tablet, sullo smartphone.

 Con l’abbondanza di smartphone, laptop e tablet per leggere e scrivere testi, la scrittura in corsivo è diventata non solo ancora più importante ma anche necessaria e indispensabile, altro che, come afferma qualcuno, uno strumento di apprendimento obsoleto. Ne abbiamo parlato, anche come Orizzontescuola.it, presente io, nella trasmissione “Ben…detto” di RAI Isoradio.

 Una trasmissione di attualità, curiosità, politica ed economia condotta da Benedetto Marcucci. Ospiti esperti del settore, politici, giornalisti, imprenditori e personaggi dello spettacolo con l’interazione dei radioascoltatori ed il punto su dati e notizie con Incoronata Boccia. Ben…detto! Ideato e condotto da Benedetto Marcucci. Autori della trasmissione Valentina Lo Russo e Lucia Pioppi. Regia di Gianni Grimaldi.

 Tema della trasmissione “La scomparsa del corsivo tra i giovani”: ne abbiamo parlato, sulla RAI, anche come Orizzontescuola.it, con la mia presenza, anche su Isoradio con Giulia Maffioli, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti (l’A.Na.P.P. è nata nel 2000 ed è composta da professionisti e formatori con consolidata esperienza in ambito clinico, organizzativo, sanitario, scolastico-educativo ed universitario) e Lidia Pantaleo referente nazionale del gruppo “Lingua” del  Movimento di Cooperazione Educativa.

 Precursore essenziale per un ulteriore successo scolastico

 La scrittura corsiva – come è emerso nel corso della trasmissione, puntualmente condotta dal giornalista RAI Benedetto Marcucci – è un’abilità culturale complessa e centrale, che coinvolge molti sistemi cerebrali e l’integrazione di abilità motorie e percettive. “L’abilità della scrittura corsiva è spesso utilizzata come strumento di apprendimento, considerando la profondità di elaborazione che la presa di appunti a mano fornisce, anche in assenza di una revisione degli appunti. Pertanto, la scrittura in corsivo è stata considerata un precursore essenziale per un ulteriore successo scolastico e l’abilità viene tipicamente acquisita durante l’infanzia nelle società con una forte tradizione di alfabetizzazione. I bambini devono imparare a coordinare accuratamente i movimenti delle mani e a produrre la forma di ogni lettera, e potrebbero volerci diversi anni per padroneggiare questa precisa abilità” come si legge in una recente ricerca.

 Si utilizza la tastiera sempre più spesso e a farlo sono anche gli adulti

 Oggi, la maggior parte degli adulti scrive utilizzando una tastiera e un computer, e in alcuni paesi, grazie ai programmi di istruzione, il digitare sui dispositivi digitali ha già sostituito la tradizionale scrittura a mano. Pertanto, la quantità di tempo trascorso a scrivere a mano è stata ridotta poiché le attività di apprendimento si affidano sempre più a dispositivi digitali. Questi dispositivi (ad esempio, tablet e telefoni cellulari) possono migliorare la capacità di uno studente di prendere appunti, ma possono anche ostacolare l’apprendimento in modi diversi e sconosciuti. La maggior parte dei docenti, di ogni ordine e grado, riconosce che prendere appunti è un fattore importante dell’apprendimento in classe e l’attività con la tastiera è ora spesso raccomandata come sostituto della scrittura precoce poiché questo tipo di attività è meno impegnativa e frustrante per i bambini.

 I sostenitori dell’uso dei computer in classe sottolineano i benefici derivanti dalla capacità dei bambini di produrre testi

 I numerosi (purtroppo) sostenitori dell’uso dei computer in classe, in sostituzione totale dei quaderni e della penna (dunque, della scrittura) sottolineano i benefici derivanti dalla capacità dei bambini di generare testi di grandi, con minore difficoltà e con maggiore speditezza, e di ricevere, in tale modalità, un feedback immediato sui testi prodotti e sulle loro molteplici osservazioni anche in merito al testo o alle lezioni. Dall’altro lato, invece, si è sottolineato nel programma radiofonico su RAI Isoradio, ci sono i critici dei computer in classe (nel senso della sostituzione del PC a tutte le altre tipologie di metodologie operative, dunque, anche alla scrittura) che evidenziano, anche col supporto di numerosi studi e indagini statistiche come quella di Eduscopio, a base del programma radiofonico, come l’utilizzo del computer ha un impatto negativo sulle valutazioni ma anche sul rendimento scolastico, oltre a rappresentare un distrattore per i numerosi studenti abitualmente individuati come multitasking.

 L’addestramento alla scrittura

 L’addestramento alla scrittura a mano non solo è capace di migliorare l’accuratezza dell’ortografia e migliorare, inevitabilmente, la memoria e il ricordo, ma anche è capace di contribuire al miglioramento del riconoscimento delle lettere. Perché anche questo, per i giovanissimi e i giovani, è un problema, oggi. Tali vantaggi, enucleati precedentemente, non sono stati riscontrati solo nella scrittura di tipo tradizionale, cioè quella che si determina utilizzando una penna ad inchiostro o la classica e piacevole matita, ma anche nella scrittura che si determina utilizzando una tecnologica penna digitale. Che fosse questo una via di mezzo? Una modalità di sintesi tra la necessità dell’approccio tecnologico e la scrittura tradizionale? Tutti i risultati suggeriscono – come per altro ha più volte sottolineato il prof. Piero Crispiani – che il coinvolgimento degli intrecciati movimenti della mano, più che altro del polso, e la modellazione di ciascuna delle lettere utilizzate per scrivere possono avvenire in svariate modalità. Se è davvero questa la modalità, modificare la condizione motoria mentre i bambini stanno imparando può danneggiare le loro funzioni consecutive.

 La scrittura corsiva e la digitalizzazione sono due modi distinti di scrivere

 Se leggiamo la questione dal punto di vista sensomotorio, possiamo affermare che la scrittura corsiva e la digitalizzazione sono modi diversi, ma anche modi distinti di scrivere e coinvolgono, inevitabilmente, processi distinti nel nostro cervello. La scrittura corsiva presume una ben definita coordinazione dei movimenti della mano finalizzata alla produzione della forma, anche graficamente piacevole, di ciascuna delle lettere, mentre la digitalizzazione, cosa alla quale ci si sta abituando sempre più frequentemente, richiede inferiori informazioni cinestetiche. Numerosi studi hanno dimostrato che aree legate ai processi di scrittura vengono attivate solo in alcune circostanze e nello specifico quando si percepiscono unicamente lettere visive. Di fatto, tali studi, suggeriscono che la scrittura e la lettura sono da considerare come processi interrelati che comprendono una importante (se non determinante)  componente sensomotoria.

 Domande che è necessario porsi

 Quali sono i vantaggi della scrittura in corsivo quando è possibile utilizzare un computer per lo stesso compito? La scienza afferma che i benefici cognitivi e visivi per i bambini che imparano usando il corsivo sono molteplici.

 Scrittura corsiva e cervello

 Disegnare lettere con la mano libera, articolando il polso che, ormai è provato, si sta atrofizzando, utilizzando una penna o una matita è, inutile ribadirlo ancora, cognitivamente diverso dalla modalità utilizzata dai nostri giovanissimi di premere un tasto fisico su una tastiera. Durante questa, non vecchia ma necessaria, l’apprendimento, la formazione delle lettere manualmente crea una connessione con il movimento della mano e l’importante risposta visiva di vedere quella lettera vivere sulla pagina. In tale maniera coesistono più processi nello stesso tempo: il movimento vero e proprio della mano, il pensiero che il nostro alunno, nostro figlio, ha della lettera e il segnale visivo della lettera che vive e si concretizza sul foglio, sulla lavagna. Si tratta, in questa maniera, di leggere e scrivere contemporaneamente. Cosa che rappresenta, indubbiamente, un’abilità necessaria e utilissima, proprio oggi in cui abbondano telefonini e tablet nella vita dei nostri giovani e anche nostra.

 Il processo che devono affrontare i nostri bambini

 I bambini devono affrontare questo processo per comprendere appieno la lingua italiana e collegare in siffatta maniera le parole alla memoria motoria. Imparare la scrittura in corsivo è, dunque, visibilmente importante per consolidare le abilità di ortografia, in quanto permette ai bambini di riconoscere le parole quando le leggono successivamente. La digitazione sulla tastiera, infatti, non ha lo stesso effetto sul nostro cervello, in quanto non richiede le stesse capacità motorie e le stesse attività eseguite simultaneamente.

 L’intelligenza e la scrittura in corsivo

 Secondo il professore William Klemm, meglio conosciuto come il “medico della memoria”, il corsivo contribuisce a rendere i nostri alunni, i nostri figli, i nostri bambini e i nostri ragazzi più intelligenti . Esercitarsi nella scrittura a mano, di fatto, possiamo dire, aiuta ad allenare il cervello, a tenerlo in vitalità; aiuta a integrare numerose forme di informazioni simultaneamente, inclusi input visivi e tattili, applicando al contempo le capacità motorie. Klemm ricorda, infatti, che il corsivo può fornire benefici al cervello; benefici simili a quelli che si ottengono imparando a suonare uno strumento musicale, specie se in giovanissima e giovane età.

 Insegna capacità organizzative e aiuta i bambini a comporre i propri pensieri e idee anche nei casi di DSA

 Anche se nel mondo di oggi tutti hanno certamente necessità di imparare a digitare sulla tastiera, la scrittura in corsivo ha i suoi numerosi e indiscussi vantaggi. Evidentemente tale esercizio può essere impegnativo ma permette di insegnare le capacità organizzative, sempre più difficilmente individuabili nei nostri alunni, e aiuta i bambini a comporre, a dare forma, a dare colore e struttura ai propri pensieri e alle proprie idee. Per coloro che devono affrontare le difficoltà della dislessia e della disgrafia, il corsivo, inteso, come afferma il professore Filippo Nobile come fluidificatore del pensiero, può far parte, specialmente a scuola primaria, di un piano di trattamento  per aiutare la coordinazione oculomanuale, la memoria e le altre funzioni cognitive. Invece di lasciare morire la scrittura a mano nelle scuole, leggere il corsivo ed esercitarsi a scrivere in corsivo è una parte importante di un curriculum che migliora le capacità cognitive e visive dei bambini.

 La scrittura in corsivo potenzia le competenze (neuro-psico-motorie)

 Per il professore Piero Crispiani, ad esempio, «La scrittura in corsivo potenzia le competenze (neuro-psico-motorie) ed esprime le competenze, costituisce una “edicola” della persona e della personalità. Non discuto degli aspetti psicologici, di cui la originaria grafologia (Moretti, Torbidoni), discuto invece il tema focale per gli insegnanti, gli Educatori ed i Pedagogisti, ovvero:

 Perché bisogna far scrivere in corsivo.

Come si costruisce la scrittura in corsivo.

Come la scrittura interfaccia il pensiero.

Quanto è perché la scrittura in corsivo è difficoltata».

L’esperienza della scrittura in corsivo porta al reclutamento di regioni di elaborazione neurale specifiche della lettera

 I risultati delle ricerche scientifiche sugli adulti e sui bambini sono gli stessi. Insieme, forniscono la prova che l’esperienza della scrittura in corsivo, a mano libera, potremmo dire, porta al reclutamento di regioni di elaborazione neurale specifiche della lettera e possono essere importanti per impostare il sistema neurale che sarà responsabile dell’elaborazione delle lettere una volta che un individuo diventa alfabetizzato. Solo la pratica della scrittura a mano libera (e non del tracciamento o della digitazione) risulta utile nella specializzazione neurale.

 L’esecutività manuale

 Afferma Crispiani che « fuori dalla condizione di chi reca disordini funzionali specifici come la disgrafia, il deficit di controllo grafomotorio o patologie neuromotorie, per i quali il Trattamento Abilitativo si configura in relazione al tipo di disturbo (organico-funzionale, quantitativo-qualitativo, di apprendimento o esecutivo, ecc.).  Riferiamoci piuttosto al bambino normodotato che, in prima classe, costruisce la lingua scritta. Si impegna, ovvero, in una complessa funzione che coinvolge la mente quanto l’esecutività manuale e può farlo secondo il primo e più sostanziale principio che regola l’apprendimento: l’imitazione di modelli».

 L’apprendimento e la conoscenza

 L’apprendimento e la conoscenza, processi prossimi ma dissimili, come scrive il professore Crispiani, hanno origine dai modelli (esperienze, ricordi, pregresse idee, antefatti) e proseguono come loro elaborazione, adattamento, sviluppo, che opportunamente diciamo processazione, costruzione Ma da lì si parte, quindi imitare parole e grafemi in corsivo, imitare il disegno, il parlare con tutte le sue varianti semantiche e pragmatiche, imitare il pensiero, le espressioni del viso, l’empatia… Dalla imitazione in equilibrio con il ristrutturare, proviene lo sviluppo (Piaget). Siamo cauti: l’imitazione non è atto rinunciatario o approssimativo, è la prima e naturale forma di attivazione del pensiero, poi diventa “imitazione differita”, poi simbolica. La conquista del codice verbale scritto, così come il parlare, il camminare, il dare lo sguardo, ecc. nasce dal raffronto con quanto percepiamo …  poi la mente fa il resto. Quindi, auspico una scuola in cui: si scriva in corsivo, si parli bene, ci si comporti con educazione e rispetto, si diano occasioni e si coltivino i processi comunicativi (sociali, culturali, civili) più importanti: scrivere, parlare, contare tra persone, in presenza, vis a vis, frontali, congiunti dalle parole.

 Il disagio psicologico che si riscontra a causa dell’utilizzo degli smartphone

 Per Giulia Maffioli, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti, ha sottolineato che i dati di numerose indagini e ricerche scientifiche mostrano che c’è una esposizione a questi device sin dalla primissima infanzia (tra gli 11 e i 15 mesi), ancor prima che i bambini camminino. È molto interessante, ha sottolineato la Maffioli, verificare quali sono le conseguenze e perché accadono queste scelte. La stessa OMS ha espresso la necessità di non sottoporre i minori a questa esposizione. Però, evidentemente, anche a livello culturale c’è una tendenza dei genitori ad affidare i propri figli ai device.

 

Orizzonte scuola

 

giovedì 1 febbraio 2024

RITORNO AL CORSIVO E ALLA BUONA CALLIGRAFIA


 Questa è la tendenza che si sta

 registrando negli

 Stati Uniti, in cui tra i primi

 a varare una legge che

 impone la scrittura a mano 

nelle scuole troviamo

 la California.

 

-di  Vanna Lavagna

 Le nuove generazioni di oggi sono nate in un mondo in cui schermi di pc e smartphone la fanno da padroni. E se anche nelle scuole negli ultimi anni si è assistito ad una corsa alla digitalizzazione, ora sembra invece registrarsi un’inversione di tendenza. È quanto sta accadendo negli Stati Uniti, a partire dalla California. Come apprendiamo infatti dal Reuters a partire da quest’anno i bambini delle scuole elementari sono tenuti a imparare il corsivo, dopo che l’abilità era passata di moda nell’era dei computer.

Si chiama Assembly Bill 446 la legge che statuisce il ritorno al corsivo nelle scuole californiane, sponsorizzato dall’ex insegnante di scuola elementare Sharon Quirk-Silva e convertito in legge in ottobre. Il provvedimento richiede l’insegnamento della scrittura a mano per i 2,6 milioni di californiani che frequentano le classi dalla prima alla sesta, all’incirca dai 6 ai 12 anni, e lezioni di corsivo per i livelli scolastici “appropriati”, generalmente considerati dalla terza elementare in su.

 PERCHÈ TORNARE AD USARE IL CORSIVO

L’introduzione di una legge che impone il ritorno al corsivo si è fondata su dati preoccupanti dei bambini del giorno d’oggi, secondo cui 1 su 5 non saprebbe scrivere in corsivo. Nel corso degli ultimi 10/15 anni la scrittura a mano è stata sempre più messa da parte a favore di tablet e pc, giudicati più rapidi ed efficaci. Nel 2010 sono stati pubblicati gli standard educativi nazionali Common Core per aiutare a preparare gli studenti per l’università. E anche in quel caso il corsivo è stato tralasciato.

 Di recente invece gli esperti hanno affermato che l’apprendimento del corsivo migliora lo sviluppo cognitivo, la comprensione della lettura e le capacità motorie, tra gli altri vantaggi. In particolare Leslie Zoroya, direttore del progetto per la lettura delle arti linguistiche presso l’Ufficio dell’Istruzione della Contea di Los Angeles, ha affermato che la ricerca ha dimostrato che l’apprendimento del corsivo promuove diverse abilità che si collegano tra loro e migliorano lo sviluppo dell’infanzia. Insomma, il corsivo sta tornando in auge. La California, nello specifico, è diventata il 22° stato a richiedere la scrittura corsiva e il 14° a promulgare una legge sull’istruzione corsiva dal 2014, secondo Lauren Gendill della National Conference of State Legislatures. Cinque stati hanno introdotto le leggi in corsivo finora nel 2024.

 DIBATTITO APERTO ANCHE IN ITALIA SUL CORSIVO

La notizia del ritorno al corsivo negli Stati Uniti ha fatto il giro del mondo arrivando anche in Italia, tanto che a dicembre Il Mattino ne aveva dedicato un articolo. Anche nel nostro Paese si è quindi aperto un dibattito al riguardo, confermando l’importanza della scrittura a mano. Molte insegnanti oggi non chiedono più ai bambini di compilare pagine intere con la singola lettera dell’alfabeto, come si faceva una volta, per imparare a scriverla correttamente. Un esercizio che, una volta, occupava le prime settimane della prima elementare e che, di fatto, oggi è sparito. O almeno non gli viene più dato tutto quello spazio.

 Anche per gli esperti di casa nostra imparare a scrivere con una bella calligrafia porta diversi vantaggi: “Saper tenere in mano una matita con una punta ben curata o una penna – aveva spiegato Pietro Lucisano, presidente della Sird, la Società italiana di ricerca didattica, e professore di pedagogia sperimentale dell’università La Sapienza di Roma – significa essere capaci di portare avanti un esercizio di alta concentrazione. È fondamentale perché impariamo anche dai nostri movimenti: alcune attività, che comportano l’acquisizione di uno stile, hanno un impatto diretto sul cervello. Il corsivo obbliga ad usare il cervello. Così come saper dipingere usando con consapevolezza il pennello. Scrivere in corsivo rappresenta una seria complessità per un bambino di terza elementare ma gli insegna a maneggiare la penna con la giusta delicatezza. Se togliamo la gestualità togliamo anche il controllo e l’attenzione nei movimenti sottili e questo impatta sulla capacità di apprendere. È importante tornare ad insegnare a scrivere in corsivo, anche per educare i bambini al bello che, di fatto, è alla base del made in Italy che ci distingue nel mondo”.

 
Il Sussidiario


venerdì 12 maggio 2023

LA SCRITTURA A MANO, UNA PREZIOSA RISORSA

 “Scrivere a mano accende il nostro cervello, 
ma non dite ai bambini di scrivere 
come vogliono. 

Ecco perché”. 


A confronto con la grafologa dell’età evolutiva, Giorgia Filiossi

 

- di Vincenzo Brancatisano

 “Una cosa che riscontro molto e che mi inquieta è che nella scuola primaria molti insegnanti dicono ai bambini: scrivete come volete. Il fatto è che questo crea una gran confusione nei bambini, che non sono in grado di valutare ciò che è importante fare e scelgono quello che sembra più semplice. Se vengono date delle indicazioni fin dall’inizio possiamo avere invece una scrittura funzionale”. 

La netta presa di posizione della grafologa Giorgia Filossi prende le mosse dalla nostra intervista al professor Piero Crispiani, professore onorario all’Università di Macerata e professore straordinario Link Campus University di Roma, da anni uno dei più convinti assertori dell’indispensabilità del corsivo per la formazione completa dell’individuo. Crispiani nell’affermare l’importanza dello scrivere in corsivo aveva aggiunto, in coda all’intervista, che “basta dare fogli e penne e far scrivere senza curare – all’inizio – la grafia, ma il senso, la destinazione, ovvero la base della umanità stessa e della cultura”, dando in parte l’idea che sia sufficiente far scrivere liberamente in corsivo, abbracciando una posizione spontaneistica, insomma lasciando ai bambini la libertà di scrivere come vogliono. “E’ una posizione che io non condivido”, ci spiega Giorgia Filossi: “Imparare a scrivere – precisa – è un apprendimento complesso che necessita di precise indicazioni”.

 Giorgia Filiossi vive a Modena. E’ grafologa dell’età evolutiva e giudiziaria, educatrice del gesto grafico e rieducatrice della scrittura. Lavora come libera professionista, ha uno studio nella città geminiana, collabora con “Progetto Crescere” di Reggio Emilia, e in generale con scuole e associazioni culturali ed educative. Si occupa di bambini e ragazzi con difficoltà grafomotorie o disgrafie accompagnandoli in percorsi individuali di educazione e rieducazione del gesto grafico e della scrittura. Organizza e conduce corsi di formazione per insegnanti delle scuole d’infanzia, primarie e secondarie e laboratori per gli studenti. E’ docente di Educazione del gesto grafico alla scuola di grafologia “Arigraf Milano”. E’ consulente peritale di studi legali e promuove attività di orientamento per studenti e insegnanti delle scuole secondarie. E’ pure referente regionale per l’Emilia Romagna del Cesiog che ha tra i suoi obiettivi primari la costituzione di un albo per i grafologi e il riconoscimento del rieducatore della scrittura come professione sanitaria.

 “La scrittura manuale – spiega Giorgia Filossi – è frutto dell’interazione tra sistema nervoso, sensoriale e motorio. L’uso della mano mantiene in forma il cervello: l’esercizio quotidiano della scrittura rafforza le aree cerebrali tanto che l’attività grafica è consigliata anche per rallentare gli effetti dell’invecchiamento cognitivo”. Una bella scommessa nell’epoca dei computer e delle tastiere. “Scrivendo a mano impariamo di più e più rapidamente. Ma non ne farei una battaglia ideologica tra mano e computer”, dice. “Preferisco soffermarmi sui tanti vantaggi della scrittura. I bambini, per esempio, imparano a leggere meglio se contestualmente viene insegnato loro a scrivere. Una parola scritta viene memorizzata e riconosciuta facilmente, cosa che non avviene digitandola soltanto. Vale anche per gli adulti. Nel prendere appunti, per esempio, selezioniamo le informazioni e le trascriviamo con parole nostre elaborandole in maniera personale. Scrivere a mano ci aiuta anche a sviluppare creatività e capacità di sintesi, a migliorare l’autocontrollo e la gestione delle emozioni”.

 Il problema, secondo la professionista emiliana, riguarda soprattutto bambini e ragazzi. Esistono dei criteri ben precisi per stabilire se una scrittura va rieducata: la scarsa leggibilità, la poca fluenza e rapidità e, in alcuni casi, anche l’insorgere di dolori e affaticamento: “Credo – aggiunge – sia non più differibile la formazione specifica del personale educativo, a partire almeno dalla scuola dell’infanzia, per dare ai bambini quel patrimonio fondamentale di abilità e competenze che costituiscono i cosiddetti pre-requisiti. Alla scuola primaria, poi, andrebbe dedicato più tempo all’apprendimento del gesto grafico ad oggi sottovalutato rispetto ai contenuti linguistici.

 Imparare a scrivere non avviene spontaneamente, ci vuole tempo, pazienza, gradualità e una didattica corretta, aspetti oggi molto trascurati. A scuola si scrive poco. Mancano direttive chiare che favoriscano approcci corretti e univoci. Dispensare un bambino dallo scrivere oltre che penalizzante per la sua crescita è spesso inutile: noi professionisti del gesto grafico siamo al servizio di famiglie e scuole per accompagnare e dare le corrette informazioni. Non possiamo delegare ad un tablet, uno smartphone o un pc tutta la nostra attività mentale. Cogliamo il senso di un calcolo aritmetico se lo facciamo a mente, cosa che non avviene utilizzando la calcolatrice.

 

Usare il correttore automatico riduce la consapevolezza dell’errore ortografico. Abusare del copia e incolla ci priva della capacità di ragionare su ciò che stiamo scrivendo. Questo vale a maggior ragione nei bambini perché influisce negativamente sul cervello in piena evoluzione, finendo per provocare difficoltà di attenzione, di memoria, di concentrazione, ansia e generale declino delle capacità di apprendimento. Scrivere a mano accende il nostro cervello molto più che digitare sulla tastiera: scrivendo su carta, gli occhi e i movimenti della mano seguono la creazione della lettera. Il corsivo è un carattere sviluppato per correre sul foglio con fluidità grazie a collegamenti che favoriscono il pensiero consequenziale.

 E’ l’unico carattere realmente personalizzabile perché si impregna di tutti i vissuti e gli stati d’animo, rappresentando in maniera unica e irripetibile gli aspetti intellettivi e caratteriali dello scrivente. Lo stampatello, invece, è lento e spersonalizzato perché i tratti grafici richiedono continui stacchi della penna dal foglio. Ci sono tanti modi per mantenere viva e attiva la nostra abilità scrittoria. L’importante è non privarci del piacere di scrivere: lettere, appunti, note, scarabocchi, disegni. Non deleghiamo tutto ad un computer, ma difendiamo la prerogativa di distinguerci anche attraverso il gesto grafico”.

 Dottoressa Giorgia Filossi, lei non condivide l’idea che il bambino debba essere lasciato libero di imparare a scrivere in corsivo in maniera spontanea, senza regole. E’ così?

 “Non condivido quando si afferma che sia sufficiente far scrivere in corsivo abbracciando una posizione spontaneistica, perché imparare a scrivere è un apprendimento complesso che necessita di precise indicazioni. Il professor Crispiani, che conosco, avendo seguito vari seminari, ribadisce questo concetto, ma nella parte finale dell’intervista fa capire che è importante che i ragazzi scrivano indipendentemente dal fatto che debbano seguire una metodologia. Io mi trovo in contrasto con questa tesi. Per il percorso duale che ho fatto, sia di studio, sia di rieducazione della scrittura, io vedo che la didattica è fondamentale, perché la scrittura si può personalizzare”.

 Ci faccia capire meglio

 “La scrittura attraversa tre fasi fondamentali. La prima è la pre-calligrafica, che è dedicata all’apprendimento, segue il modello presentato a scuola e dura i primi due anni. Poi c’è la fase calligrafica in cui il bambino sperimenta il modello, si rafforza e diventa sempre più abile, tanto che in virtù di questo passa alla fase post-calligrafica. Se però nelle fasi precedenti ci sono stati degli intoppi, cioè se il modello non è stato acquisito, se non sono state superate quelle difficoltà, allora non si riesce a passare alla fase della personalizzazione, perché le difficoltà non consentono l’automatizzazione della scrittura perché nel momento in cui la scrittura è automatizzata non pensiamo più a come eseguiamo i grafemi, in quel momento la nostra scrittura si impregna degli aspetti emotivi individuali della persona, segue un percorso neurologico nuovo, diventa una scrittura capace di esprimere la personalità dell’autore”.

 Un po’ come nella lettura?

 “No. Mentre la lettura è un apprendimento che può avvenire spontaneamente, qui questo non succede: qui ci vuole un insegnamento, che significa dare delle regole di esecuzione che riguardano il punto di partenza, la direzione, i collegamenti tra le lettere e dove eseguire gli stacchi. Tutto questo però va fatto secondo un criterio, altrimenti, se lasciato al caso, succede che la scrittura viene eseguita come se si trattasse di un disegno. Solo se diamo delle regole iniziali possiamo ottenere poi una scrittura funzionale. Che non significa bella. Significa scorrevole, significa avere una scrittura che non crea fatica, che non crea dolore in chi scrive, che sia leggibile”.

 Le scuole, secondo lei, sono consapevoli di questa necessità?

 “Una cosa che riscontro molto e che mi fa arrabbiare è che nella scuola primaria molti insegnanti dicono: scrivete come volete. Ma questo crea una gran confusione nei bambini, che non sono in grado di valutare ciò che è importante fare ma scelgono quello che sembra più semplice. Se vengono date delle indicazioni fin dall’inizio possiamo avere una scrittura funzionale”.

 Ci sono però dei bambini che presentano evidenti difficoltà

 “E’ vero, ci sono dei bambini che hanno delle oggettive difficoltà. Ma a quel punto, quando sono stati individuati, abbiamo ripulito il quadro facendo una netta distinzione tra quelli che hanno una didattica corretta e hanno imparato e quelli che nonostante la didattica corretta hanno delle difficoltà. In questi casi è doveroso fare una valutazione di disgrafia, perché significa che il bambino ha delle caratteristiche a livello neurobiologico che rendono difficile raggiungere un livello funzionale di scrittura”.

 E a quel punto quanto si può fare per questi bambini?

 “Diciamo che oggi ci sono moltissimi bambini che hanno difficoltà. Ci sono quelli che non hanno avuto una didattica adeguata – aggiungiamoci anche i problemi causati dal Covid – e poi ci sono quelli che hanno delle difficoltà che sono superabili. Con tutti si riesce ad avere risultati, ma alcuni non riusciranno ad avere una scrittura funzionale nonostante i miglioramenti. Questi avranno bisogno di un’attenzione diversa e misure dispensative e compensative”.

 Quanto conta avere frequentato la scuola giusta, da questo punto di vista?

 “Io vedo una differenza tra bambini che hanno avuto la fortuna di fare un percorso scolastico buono – e in questo caso si vede che il bambino ha una buona gestione dello spazio del foglio, adotta delle direzioni funzionali nello scrivere – e bambini che sono completamente disorientati del tutto. Che non si sanno muovere nello spazio del foglio. Ad esempio, non rispettano le righe e i quadretti, con il risultato di avere un foglio molto confuso. Il sapersi muovere male nello spazio del foglio ha sempre come corrispettivo una difficoltà di muoversi nello spazio in cui ci si muove normalmente”.

 Che cosa vuol dire?

 “La partenza dell’apprendimento dovrebbe partire nella scuola dell’infanzia, con il muoversi nell’ambiente circostante come prerequisito per muoversi sul foglio”.

 Lo si fa?

 “Lo si fa in maniera poco consapevole. Si fanno tante attività casuali e non sempre consapevoli. Ma il lavoro che si fa all’infanzia è fondamentale per poter lavorare bene alla primaria. Prendiamo ad esempio il problema dell’impugnatura: questo è un aspetto che non viene considerato, e invece andrebbe impostato già dalla scuola dell’infanzia, ma non solo insegnando al bambino come si fa ma facendo fare attività che gli rendano naturale impugnare in maniera corretta, si apprende attraverso l’esperienza”.

Lei ritiene che occorra iniziare a scrivere nell’età della scuola dell’infanzia?

 “No, a quell’età occorre creare i prerequisiti per arrivare alla scuola primaria con un bagaglio valido, in modo che diventi più semplice. Invece oggi i bambini non sanno più usare le mani perché nel frattempo non giocano fuori, fanno giochi tecnologici e tocca poi a chi fa rieducazione farglieli fare. Occorrere praticare giochi di manipolazione che rendano le mani più abili, fare dei nodi o anche semplicemente strappare lo scotch con le dita ma non lo sanno fare. Il bambino inoltre viene spesso imboccato dalle mamme. E invece è importante imparare a impugnare correttamente una posata. Se non s’insegna a impugnare bene una posata un bambino non saprà impugnare una matita. Un po’ il genitore si sostituisce al bambino per motivi di fretta o di timore, i genitori sono apprensivi e questo fa sì che il bambino sperimenti sempre meno cose”.

 Servirebbe una cultura diffusa su questi temi

 “Come associazione professionale dei grafologi, il Cesiog, stiamo lavorando sul fronte dell’informazione ai docenti e ai genitori. E anche sul fronte del lavoro di rieducazione della scrittura. La nostra è una professione spesso sconosciuta mentre ci sarebbero le possibilità di recupero di tante difficoltà evitando tante diagnosi di disgrafia, che invece lievitano. Dopo la diagnosi di disgrafia spesso si dice: scrivete come volete, usate il pc…Tante volte sarebbe sufficiente invece fare un recupero e un potenziamento della scrittura e ci sarebbero meno costi sociali perché appena ci sono delle difficoltà vengono attivate le visite presso la Neuropsichiatria.

 Ma anche in quell’ambito la nostra figura non viene riconosciuta e allora che succede?

 “Il bambino viene visitato da uno psicologo, viene fatta la diagnosi ma la figura non solo non viene coinvolta ma nemmeno viene suggerita. La professione viene riconosciuta, certo, ma non è vista come una professione sanitaria. La nostra associazione da anni si batte perché venga istituito un albo dei grafologi, mentre in altri ambiti come quello forense la professione è riconosciuta e apprezzata”.

 Il tutto si inserisce in un’epoca che vede come protagonisti i pc, le tastiere, gli schermi, le tecnologie sempre più sofisticate…

 È ovvio che l’utilizzo del pc è per tutti fondamentale, ma questo non significa che il pc debba sostituire la scrittura. Il fatto è che dobbiamo far usare meno schede, meno penne cancellabili e dobbiamo invece fare usare strumenti più idonei. Nella scuola dell’infanzia ci vogliono meno pennarelli perché non aiutano a imparare la gestione della pressione e l’accuratezza del gesto. I bambini colorano senza stare attenti al rispetto dei bordi: con degli strumenti più idonei si sarebbe un aiuto maggiore ai bambini anche perché alla primaria non ci sono indicazioni sui quaderni da usare, nel senso che ci sono insegnanti che insegnano lo stampato sulla riga e il corsivo nel quadretto perché non ci sono delle direttive”.

 All’università queste cose vengono insegnate?

 “All’università non ci sono esami che riguardino la didattica della scrittura e questo ce lo dicono le insegnanti che sono preparate sul tema”.

 Proviamo a dare un paio di consigli utili ai genitori

“Innanzitutto, occorrerebbe dare ai bambini l’opportunità di fare le cose da soli in funzione dell’età. Un bambino deve imparare ad allacciare le scarpe con gradualità, diamo il tempo di mangiare da soli, di infilare il bottone nell’asola, ci sono tanti giochi che sviluppano anche l’intelligenza, anche il gioco della palla va bene, occorre insegnare al bambino a diventare via via più autonomo. Pelare la frutta sarebbe importante ma non so quanti bambini lo sappiano fare. Certo è che nel momento in cui un bambino si sa muovere bene a livello spaziale nel proprio ambiente, acquisisce la capacità di sapersi muovere nei testi che legge e nello studiare in maniera più efficace”.

 Orizzonte Scuola