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lunedì 21 settembre 2026

INTELLIGENZA ARTIGIANALE AFFETTIVA

 


<-di Alessandro D’Avenia


Non c’è ricreazione senza cibo.

 Da bambino scartavo con trepidazione il panino che trovavo in  cartella: salame, formaggio, cioccolata?

 Invidiavo le più seducenti merendine dei compagni che poi, però,  affamati, elemosinavano un pezzo della mia merenda in cambio di un morso del loro magro spuntino. E così non solo mi saziavo, ma avevo un dolce sempre diverso. 

La ricreazione era una festa! Me lo ha ricordato una classe di quindicenni che festeggiano a ricreazione tutti i compleanni con dolci fatti in casa da loro.  

 Un gesto rivoluzionario. 

Primo, perché in un’epoca di ego voraci, per i quali l’altro è o un ostacolo o un mezzo, all’altro loro dedicano tempo e attenzione celebrandone l’origine e quindi l’originalità, prescindendo da meriti e convenienze; secondo, perché cucinare, nell’attuale datificazione della vita e smaterializzazione del corpo, è Intelligenza Artigianale Affettiva, che la macchina non può imitare, perché non conosce la gratuità e le mani. 

Lievito batte silicio in gioia di vivere, perché l’appartenere è per l’anima ciò che l’abbraccio è per il corpo. Per conoscere la salute di una comunità (famiglia, gruppo, città, nazione...) osservate che cosa celebra e come: la festa è la «fede» (sistema di valori) su cui si fondano quei legami. 

 Quella di compleanno a ricreazione professa questo credo: è bello che tu ci sia, ci unisce! 

Forse il ragazzo che ha accoltellato in diretta social la sua professoressa, sarebbe uscito dalla sua prigione online se avesse provato una ri-creazione così.



Corriere della Sera

Alzogliocchiversoicielo


 

domenica 28 giugno 2026

RECIPROCITA'

 

«Per ricreare
 legami e comunità 
la parola-chiave 
è reciprocità»




Il sociologo Luigi Manconi sostiene che contro l’individualismo la solidarietà non basti più: «Servono attenzione verso gli invisibili, impegno civile e relazioni tra persone che si possano sostenere a vicenda»

-         di DIEGO MOTTA

Nell’ideale di comunità di Luigi Manconi, la parola-chiave un po’ a sorpresa non è solidarietà: è reciprocità. «Perché la solidarietà sembra implicare una relazione diseguale, dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa del proprio superfluo a chi non ha nulla. La reciprocità invece presuppone un circolo virtuoso: ti aiuto adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me». Se c’è qualcosa che, nel confronto pubblico andato in scena nei giorni scorsi a Stazione Radio di Milano, il professor Manconi indica come stella polare, è la figura dell’altro: l’altro ci costringe ad andare oltre il nostro egoismo, ad avere un atteggiamento di prossimità, a pensare in chiave comunitaria. «Quando su tutto prevale l’individualismo – spiega -, le uniche solidarietà che sembrano sopravvivere sono le solidarietà corte: quella familiare e quella amicale e parentale».

Così però viene meno lo spirito di comunità, già messo a rischio dal progressivo isolamento delle persone e dalla mancanza di una visione condivisa.

È vero, pare sempre più avverarsi la previsione di Margareth Thatcher, secondo cui la società non esiste. Oggi lo spirito di comunità è in fase di precipitoso, drammatico deperimento. L’unica via di scampo è valorizzare tutto ciò che va in controtendenza e tende a creare aggregazione, a consentire che gli individui si incontrino, producano relazioni sociali intense, vadano oltre la solidarietà di prossimità. Ci sono segnali di controtendenza, che purtroppo sono largamente ignorati dal sistema dei media e quindi faticano ad affermarsi. Dobbiamo lavorare affinché lo spirito di comunità, la solidarietà lunga, la vita sociale possa riprendere con maggiore vitalità.

Come si possono ricreare legami sociali?

Spesso i meccanismi di relazione tra le persone rinascono grazie a qualcosa di imprevisto, a volte frutto di una grande sofferenza o un lutto. Nove volte su dieci accade per merito di una donna, in genere da parte di chi ha saputo fare del proprio dolore privato una questione di interesse pubblico. Voglio fare un esempio. Quattro anni fa, a Milano, nella notte tra l’11 e il 12 giugno 2022, moriva un giovane uomo di 33 anni. Si chiamava Igor Squeo. Morì durante un fermo di polizia nel suo appartamento, vittima di quello che io chiamo il “metodo Floyd”, l’uomo ucciso soffocato sei anni fa a Minneapolis. Due settimane fa sono stati inviati avvisi di garanzia nei confronti di sei poliziotti e di un medico, perché a ribellarsi era stata la madre, Franca Pisano. Non solo lei non poteva accettare quella ingiustizia, ma ha deciso che per suo figlio andava cercata la verità. In questa battaglia è stata da sola per molto tempo, per anni, fino a che, grazie al sostegno che ha ricevuto da alcune associazioni e a una bravissima avvocata, la Procura generale ha avocato a sé quel fascicolo che stava per essere archiviato e le indagini hanno iniziato a procedere con rapidità.

Ecco, questo è ciò che intendo io per attivazione di nuovi legami sociali: mi faccio carico del tuo dolore, lo condivido.

Sta dicendo che le storie di tanti invisibili ignorati dalle cronache possono diventare segni di speranza?

Intorno a questo processo si è creato interesse, mobilitazione, un’interlocuzione di natura politica. Si chiama cioè in causa la relazione tra il cittadino e lo Stato, tra l’individuo e gli apparati della forza e della repressione, tra il singolo e le istituzioni. Dall’intimo del male più profondo può nascere una rete di nuove relazioni. Ora è chiaro che la distanza tra questa rete di nuove relazioni e le istituzioni centrali, la politica generale, rimane enorme. Per colmare questi vuoti, per aiutare a guardare con occhi nuovi ciò che neppure vediamo, ci vuole molto altro.

L’invisibilità è sinonimo di inesistenza: non ti vedo, dunque non esisti. Come ridestare solidarietà se non si conosce il dolore delle persone?

Io fatico a usare la parola solidarietà, anche se il mio primo libro accademico nel 1990 è stato dedicato proprio a questo tema. La solidarietà sembra implicare inevitabilmente una relazione diseguale, dove chi più ha e chi più sta in alto elargisce qualcosa del proprio superfluo a chi nulla ha. Da questo punto di vista, io preferisco la parola reciprocità. La reciprocità presuppone un circolo virtuoso: ti aiuto adesso perché un domani tu potrai fare lo stesso con me.

A proposito di linguaggio, nelle scorse settimane il Papa alla Sapienza ha detto che bisogna iniziare a chiamare le cose col loro nome. Da dove si può partire con una nuova ecologia?

Non c’è un punto da cui partire, bisogna partire da mille punti. Uno di questi è indubitabilmente il magistero di Leone XIV. Io ho apprezzato davvero l’enciclica di papa Prevost, a partire dal suo titolo, davvero magnifico. Non è solo una questione di linguaggio, però. Nei suoi discorsi in Spagna, il Papa ha posto le fondamenta di quella che considero una sorta di “teologia della migrazione”. Ha fatto intendere, cioè, che la questione dei migranti non è semplicemente una questione di politica, di destra o di sinistra. Quello che mi è sembrato importantissimo nei suoi discorsi è stato il fatto che il migrante non viene più considerato altro da noi. La sua sorte riguarda in profondità la stessa identità umana, perché egli è l’espressione di una qualità fondamentale dell’essere umano: la sua dignità. Il messaggio di Papa Leone, in questa prospettiva, sta segnando uno spartiacque.

www.avvenire.it

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mercoledì 19 novembre 2025

FAMIGLIE E CONTEMPORANEITA'

 


IL FRAGILE DOMANI

 Le famiglie alla prova

 della contemporaneità

CISF Family Report 2025 



 SINTESI DELLA RICERCA

Il tema del CISF Family Report 2025 ha come focus il benessere psicologico e relazionale delle persone e nasce dall’esigenza di chiarire come questo possa essere salvaguardato e protetto nella dialettica tra famiglie e società.

 L’ipotesi di fondo che viene verificata in questa ricerca è che il benessere generale (salute) e psicorelazionale (equilibrio, serenità) di ogni individuo dipende dall’interazione dello stesso (con i suoi punti di forza e debolezze personali) con il contesto familiare e con quello sociale. Il benessere psicologico, insomma, per dirla con le parole dello psichiatra Giovanni Migliarese, che firma il capitolo 4 del Report, deriva strettamente “da un ecosistema, da una rete estremamente interconnessa che integra ambiti differenti, appartenenti a dimensioni quali soggettività, socialità/relazionalità, ambiente di vita (politiche, servizi a supporto, ubiquitarietà della tecnologia e del digitale), bisogni (economici, abitativi, di protezione, di senso). È evidente che in questa rete di connessione la famiglia è un ambito centrale da considerare: rappresenta uno dei principali determinanti sociali della salute mentale, potendosi porre alternativamente sia come fattore favorente il benessere che come fattore di rischio”.  •

Il campione

 Questa ricerca – svolta per conto del Cisf dalla società Eumetra - si è avvalsa di un campione di 1.600 soggetti: 43% con figli conviventi, di cui 11% monogenitori;  32,1% famiglie composte da un solo componente;  20,6% coppie senza figli 4,3% altri nuclei (famiglie estese, multigenerazionali, con membri aggiunti…)  *Nell’11,5% delle famiglie qui considerate è inoltre presente una persona con disabilità (più di una famiglia su dieci, un dato decisamente rilevante se si pensa alle funzioni di caregiving delle famiglie).

*È stata poi interpellata, all’interno di queste tipologie familiari, una percentuale pari all’11,3%, di “giovani adulti nella famiglia di origine”: si tratta di rispondenti maggiorenni ancora conviventi coi genitori perché non ancora in una vita indipendente oppure rientrati a vivere coi genitori. • Status socio-economico ed “economie della rinuncia” Rispetto allo status socio-economico, la maggior parte delle famiglie si trova nelle categorie intermedie (medio-basso,45,6% o medio-alto 40,8%), mentre i picchi estremi sono più marginali (8,7% per un alto status; 4,8% con basso status socio-economico). Da notare che il 74,1% dei giovani adulti ancora residenti nella famiglia d’origine si trovano in una condizione di basso o medio-basso status socioeconomico.

È allora interessante notare il tipo di spese che gli intervistati non sono riusciti a sostenere a fronte delle difficoltà economiche riscontrate, che corrisponde in parte anche a una “valutazione di priorità” sulla maggiore o minore essenzialità del prodotto per cui spendere. Spese a cui gli intervistati hanno dovuto rinunciare nell’ultimo anno  Percentuali di colonna - possibili più risposte (le righe non vanno sommate) Spese per il benessere personale e il tempo libero (sport, parrucchiere, cinema, etc.) (N: 1.600) 32,5 Spese per la casa (ristrutturazione, acquisto mobili, riparazioni, etc.) Spese sanitarie 32,4 Vacanze già programmate 18,5 Spese per la gestione dei veicoli (automobile, moto, etc.) 16,9 Acquisto di beni essenziali (cibo, vestiti) 16,6 Internet/ Smartphone/Abbonamenti TV/ digitali 10,9 Attività educative o ricreative per i figli 10,2 Affitto/ mutuo 4,1 2,9 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.1 “Parliamo di cose “normali”: sport, gite, cinema, corsi”, scrive la sociologa Sara Nanetti, che firma il capitolo 2 del Report.

“In definitiva, i dati mostrano come le famiglie, pur colpite, continuino a esercitare un ruolo di filtro e protezione, spesso a  costo della propria salute e del proprio benessere, ma tale condizione di affaticamento collettivo rischia di passare inosservata, perché è trasversale rispetto alle configurazioni familiari, non fa scandalo e si distribuisce in modo capillare. Eppure, laddove ogni famiglia rinuncia in silenzio, la società smette di interrogarsi, ed è qui che lo sguardo sociologico è chiamato non tanto a contare i poveri, ma a decostruire il mito della resilienza come virtù obbligatoria, perché chi si adatta sempre, alla fine si piega, e la vera povertà familiare non è riducibile alla mancanza di denaro ma comprende la progressiva erosione delle possibilità di scelta”.

• La mappa della salute

Un primo dato rilevante per il benessere delle persone è certamente lo stato di salute. Lo scenario appare abbastanza problematico per una quota non marginale di popolazione: da un lato, poco più di un quarto degli intervistati si sente “in buona salute fisica” (27,7%), e più di un terzo “non ha particolari problemi fisici” (37,1%). Oltre un terzo della popolazione, d’altro lato (35,2%), segnala almeno un problema, con differenti gravità, da condizioni meno rilevanti (assunzione di farmaci, 19,9%), fino a patologie croniche (14,3%) o invalidità certificate (4,5%). Il tema della cura della salute appare quindi molto diffuso. Come prevedibile, la quota di persone con problemi di salute cresce all’aumentare dell’età dei soggetti: sotto i 24 anni la percentuale di chi ha problemi è “solo” il 17,9% (si tratta comunque di un soggetto su cinque), per arrivare a quasi la metà (47,9%) sopra i 65 anni. • Ansia, stress e richieste di aiuto

Una persona su quattro dichiara di aver sperimentato “spesso” ansia e stress nell’ultimo anno (24,9%), e oltre un terzo della popolazione li ha sperimentati con una certa frequenza (“a volte”, 37,3%). Solo l’8% dichiara di non averli sperimentati mai, sempre nell’ultimo anno. I motivi che hanno causato ansia e stress sono eterogenei, e spesso compresenti: dalla salute (il più presente: 45,2%) fino alla solitudine (22,4%) e alle difficoltà relazionali. In qualche caso si riscontrano rilevanti differenze di genere (le donne più preoccupate per salute, soldi e relazioni con i figli, gli uomini per quello che capita al lavoro), in altri non ci sono particolari distanze (gestione del tempo, solitudine/isolamento, relazione di coppia).

Fattori di ansia/stress significativi nell’ultimo anno secondo il sesso dell’intervistato Percentuali di colonna - possibili più risposte (le righe non vanno sommate) Maschio Femmina TOTALE Problemi di salute (personali o di un familiare) 42,2 Problemi economici 48,0 45,2 32,4 36,9 Il bisogno di migliorare il benessere psichico è decisamente sentito: nella globalità del campione, più di 4 persone su 10 hanno ricercato supporto o avrebbero voluto farlo.  Globalmente, il bisogno di supporto per un generico miglioramento del benessere psichico interessa quasi il 45% della popolazione (il 55,7% dichiara di non averne mai avuto bisogno). Di coloro che hanno cercato aiuto, pari al 23,7% del totale, circa i due terzi hanno trovato utile l’intervento specialistico, evidenziando quindi una percentuale non irrilevante di bisogni insoddisfatti. “Per quale motivo si è rivolto a un professionista?” Ansia Depressione 38,6 46,9 Stress 36,8 Problemi relazionali o familiari 30,8 Lutti o eventi traumatici 21,6 Problemi legati alla gestione dei figli 9,9 Dipendenze (alcol, gioco, sostanze) 5,4 Altro 7,4 .V.A. 1.600

Welfare pubblico

Dalla ricerca CISF emergono infine non solo i bisogni della popolazione ma anche le risposte ricevute dal sistema del welfare pubblico. Il numero di persone che si sono rivolte a specialisti deputati alla gestione delle patologie e della sofferenza psichica appare importante: più di una persona su 10 infatti si è rivolta a centri per la salute mentale e circa 5 su 100 ai servizi per le dipendenze. Vi è una tendenza maggiore a rivolgersi ai servizi nelle fasce più giovani della popolazione, mentre persone di età superiore ai 55 anni tendono a non utilizzarli. “Il dato che emerge dalle risposte al questionario descrive una realtà italiana in cui le famiglie si sono trovate, nel corso dell’ultimo anno, a fronteggiare frequentemente una condizione di difficoltà emotiva, caratterizzata prevalentemente da stress e ansia”, sottolinea Giovanni Migliarese nel suo capitolo. “La difficoltà emotiva appare favorita da fattori concreti e cogenti quali difficoltà economiche, problemi lavorativi, problemi di salute personali o dei familiari, il peso di dover gestire un familiare non autosufficiente, la solitudine, difficoltà nella relazione coi figli o con il partner. È un quadro che pertanto conferma lo stretto legame tra aspetti socio-economici e le difficoltà psichiche, e che sottolinea la necessità di una stretta integrazione tra i servizi sanitari e del welfare sociale, in una visione di tutela del benessere psichico che deve essere unitaria”.

• Come vedi il futuro? La lente rovesciata famiglia/mondo Strettamente connesse al tema precedente sono le aspettative/ previsioni per il futuro, che possono facilmente pacificare o destabilizzare la condizione di equilibrio e di benessere delle persone, e che possono cambiare anche in funzione dell’ambito a cui ci si riferisce (la propria vita personale, la propria famiglia, il contesto sociale, il futuro globale del mondo…).  Oltre la metà degli intervistati esprime un orientamento decisamente pessimista per il futuro (peggiorerà sia a livello mondiale che per l’Italia, entrambe attorno al 57% delle risposte). Tuttavia, le previsioni per la propria famiglia si presentano molto meno sbilanciate: solo il 19,1% prevede che il futuro per la propria famiglia sarà peggiore, mentre il 56,7% dei casi lo prevede stabile. “Complessivamente pensi che nel futuro la situazione”: Percentuali di colonna (∑=100) a livello mondiale Migliorerà 5,9 in Italia per la tua famiglia rimarrà stabile 7,2 10,9 18,3 23,2 56,7 peggiorerà 57,0 57,2 non so/non ho elementi per fare una previsione/non credo sia possibile fare una previsione 19,1 18,8 12,4 13,3 V.A.

“I soggetti con alta istruzione, prestigio professionale e status familiare elevato esprimono le preoccupazioni più marcate su quasi tutte le dimensioni: crisi economica (7,73), guerre (7,54), solitudine (6,72)”, scrive Sara Nanetti nel suo capitolo. “I dati mostrano come le preoccupazioni più intense non si collocano ai margini della società, ma tra coloro che sono maggiormente integrati, più responsabilizzati e consapevoli, tra le famiglie con figli e le persone con reti relazionali solide e con maggiore istruzione. Sono questi soggetti a percepire con più forza la crisi dei legami, l’inadeguatezza dei servizi, la fragilità delle istituzioni. Le paure, in questo senso, non sono espressione di debolezza individuale, ma indicatori indiretti di una coscienza critica e relazionale del rischio, che merita attenzione. Questo dato sollecita una riflessione ulteriore sulla natura della vulnerabilità contemporanea, che non si configura più (solo) come mancanza, ma anche come una sovraesposizione nei termini di responsabilità e consapevolezza”. • Senza reti: la solitudine come male universale

La solitudine è stata identificata come uno dei principali fattori di sofferenza che vede accrescere la sua portata soprattutto tra i giovani adulti che non hanno nessuno su cui contare. Vivere soli, mangiare soli, sentirsi soli: ogni atto quotidiano si trasforma in vettore di vulnerabilità emotiva, amplificata dall’erosione delle reti sociali primarie. I dati raccolti confermano in modo inequivocabile che la solitudine non è un’esperienza soggettiva marginale, ma un dispositivo strutturale di vulnerabilità che condiziona profondamente il benessere personale. L’indice di isolamento e solitudine, infatti, si correla negativamente con tutte le dimensioni del benessere esaminate. Tra coloro che si collocano nella fascia alta dell’indice, solo il 38,7% si è sentito spesso o sempre allegro, solo il 38,4% ha vissuto esperienze ricorrenti di calma, e solo il 36,8% si è percepito attivo ed energico. Inoltre, la deprivazione relazionale impatta anche sul corpo: meno di un terzo degli isolati si sveglia sentendosi fresco e riposato (31,8%). Benessere soggettivo secondo l’indice di solitudine/isolamento sociale  Percentuali di colonna sul totale di riferimento – le righe non vanno sommate (chi si sente “spesso” o “sempre” nella condizione di benessere soggettivo indicata in riga)   Basso isolamento Medio isolamento Alto  Isolamento Allegro/a e di buon umore 71,9 64,0 TOTALE Calmo/a e rilassato/a 38,7 66,8 63,3 61,7 Attivo/a ed energico/a 38,4 66,5 61,2 59,4 Vita piena di cose interessanti 36,8 68,9 57,4 58,1 Fresco/a e riposato/a al risveglio 36,2 56,5 50,6 57,5 V.A.  31,8 647 48,9 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.2 607 

• Il caregiving e il sentirsi sopraffatti 346 1.600 L’innalzamento dell’età in cui si genera il primo figlio comporta necessariamente anche un innalzamento dell’età dei futuri nonni, i quali non riescono più a essere la generazione in grado di aiutare i figli che diventano genitori, ma richiedono, a loro volta, attenzioni di cura.  A fronte di questo, la “generazione sandwich” è fortemente esposta a criticità e rischi. Nel campione dell’indagine CISF 2025 quasi una famiglia con figli su due (il 42,6%) è interessata anche da compiti di caregiving nei confronti di familiari non autosufficienti. Rispetto, invece, all’intero campione, parliamo comunque di una persona su cinque (il 21,7%) che si trova a sperimentare questa impegnativa situazione. Confrontando la condizione di fatica tra caregiving dei fragili e compiti genitoriali, emerge che il primo impegno è decisamente più faticoso, dato che più della metà di queste persone (53,3%) dichiara di sentirsi sopraffatta con più frequenza dalle responsabilità di caregiving, mentre non supera il 40% chi sostiene di essere sopraffatto dalle responsabilità genitoriali.  Livello di stress/sentirsi sopraffatto dai compiti di cura Percentuali di riga Mai Raramente A volte Spesso V.A. Se ti curi di genitori anziani fragili (o altri familiari non autosufficienti), quanto spesso ti senti sopraffatto dalle responsabilità di cura?  24,2 22,4 Quanto spesso ti senti sopraffatto dalle responsabilità genitoriali? 31,4 30,2 23,1 675 28,9 Fonte: CISF Family Report

 • Le fratrie scompaiono, nelle famiglie entrano i pet

 Il figlio unico sta lentamente diventando prevalente nella struttura familiare, anche monogenitoriale: su un totale di 517 famiglie con figli conviventi (rispetto al totale di 1.600 del campione), il 58,7% ha un solo figlio, mentre solo il 41,3% ne ha almeno due; prevale il figlio unico nel Nord-Est, mentre sono presenti più figli nel Sud-Isole.  Numero di figli secondo l’area geografica Percentuali di colonna (∑=100) Nord Ovest Nord Est Famiglie con figlio unico 59,6 Centro 67,1 59,4 Sud e Isole TOTALE Famiglie con fratelli 53,3 40,4 32,9 40,6 58,7 V.A. 46,7 140 89 41,3 110 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.3 178 517 “Questa trasformazione quantitativa porta con sé una serie di implicazioni qualitative, relazionali ed educative”, scrive la psicologa Anna Bertoni, che firma il capitolo 3 del Report.

“In una famiglia a figlio unico, le dinamiche della socializzazione primaria si condensano in una diade intensa, spesso asimmetrica, dove il figlio concentra su di sé aspettative, risorse, paure e investimenti affettivi da parte dei genitori e non solo. La fratria – quando presente – agisce invece come spazio di negoziazione orizzontale, luogo simbolico di alterità interna alla famiglia, prima palestra del conflitto, dell’alleanza e della mediazione”.

Nel nostro campione, inoltre, il 59,8% delle famiglie dichiara di avere almeno un animale domestico, con percentuali ancora più alte tra le coppie con figli (71%) e nuclei monogenitoriali (74,9%). La tendenza crescente all’assimilazione degli animali domestici, percepiti come membri della famiglia e spesso paragonati ai bambini, ci parla di una “domanda di legame” che non è semplicemente scelta di consumo o di compagnia, ma un vero e proprio bisogno relazionale. Bisogno che può trovare una deriva nel fenomeno del “dog parenting”, che quasi sta ridefinendo il paradigma di famiglia. Con questa espressione si intendono tutti quei comportamenti in cui il padrone attribuisce al cane un ruolo di “figlio”, non solo sul piano affettivo, ma anche simbolico e sociale:  “I pets vengono così antropomorfizzati e trattati quasi come figli”, sottolinea Anna Bertoni, “ma, a differenza dei figli, non pongono il tema dell’educazione e dell’etica, non contestano i genitori e quindi consentono all’adulto di rimanere in un ruolo molto comodo, ma scambiato, in modo miope, con quello genitoriale. I dog parents verranno amati per sempre dal loro animale, che non li metterà mai in discussione, come può fare un figlio nel processo di crescita”.

 • I legami che contano

Nel complesso, emergono almeno tre attività che rivestono un ruolo centrale nella vita affettiva e simbolica delle famiglie: dialoghi sinceri e discorsi seri (votazioni con una media dell’8,09), condivisione dei pasti (media 7,59) e vacanze condivise (media 7,37). Queste pratiche si configurano come rituali relazionali, in cui si intrecciano narrazione identitaria, scambio intergenerazionale e progettualità condivisa. “Quanto sono significative per te le seguenti attività per trascorrere tempo di qualità insieme ai tuoi familiari?” (punteggi medi; min: 0; max: 10 – N: 930) Videogiochi/ console Lavori domestici/ cura della casa Shopping insieme Aiuto nello studio/ Lettura insieme Guardare film o serie TV insieme Attività ricreative (es. giochi, hobby, musica) 3,50 6,27 Vacanze insieme Condivisione di pasti Dialogo/ conversazioni sincere/ discorsi seri 6,28 5,79 6,35 6,78 7,37 7,59 8,09 0,00 1,00 2,00 3,00 4,00 5,00 6,00 7,00 8,00 9,00 Fonte: CISF Family Report 2025, cap.2 Ma quali sono specificatamente gli ambiti della vita dei figli che generano maggiori timori nei genitori? Come si evince dai risultati del Report, oltre alla gestione dei soldi (29,3%) e all’uso delle tecnologie (21,7%), tra le maggiori difficoltà i rispondenti hanno identificato le relazioni conflittuali con i figli (25,9%), le compagnie/amicizie degli stessi (18,1%) e l’isolamento sociale dei figli (14,9%).

Queste preoccupazioni interessano prevalentemente le coppie con figli conviventi, e investono le madri più dei padri. Elementi di maggiore difficoltà nelle responsabilità genitoriali (valori percentuali – possibili più risposte - N: 888) Problemi sull’identità di genere (alcol, gioco d’azzardo, sostanze stupefacenti) Dipendenza/ abuso di sostanze Episodi di autolesionismo Comportamenti trasgressivi Situazioni di bullismo/ cyberbullismo Altro Isolamento sociale dei figli Rendimento scolastico dei figli (il figlio/ i figli) Compagnie/ amicizie dei figli (internet, social network, videogiochi) 2,5 2,8 3,2 6 7,7 11,3 Modalità di uso delle tecnologie Relazioni conflittuali con i figli Gestione dei soldi Fonte: CISF Family Report 2025, cap.6 0 5 10 15 14,9 15,6 18,1 20 21,7 25 25,9 29,3 30 35

La genitorialità

 “I dati del Report delineano con chiarezza un modello di genitorialità fragile, frammentata, e carica di solitudine, soprattutto nelle fasi iniziali della vita del bambino e nelle famiglie più escluse socialmente”, scrive la pedagogista Valeria Rossini nel capitolo 6 del Report. “L’impressione è che il peso della cura e della responsabilità educativa venga spesso vissuto in una condizione di ritiro, senza reti stabili di sostegno, né orizzonti chiari di condivisione con le istituzioni scolastiche o sociali. D’altra parte, questa solitudine educativa dovrebbe essere letta non tanto come un segno di disaffezione dei genitori, quanto come un indicatore della debolezza del tessuto comunitario: dove manca un sistema relazionale a supporto della genitorialità, il carico soggettivo cresce e, con esso, le difficolta economiche, le tensioni relazionali e l’insicurezza pedagogica”.

• Smartphone e sfide educative per le famiglie 

Nelle famiglie italiane emergono conflitti relativi all’uso del cellulare: si tratta di un fenomeno presente nel 27,1% dei casi. Se poi restringiamo il campione dei rispondenti a chi ha almeno un figlio minorenne, il conflitto diventa una condizione presente, con diverse sfumature di frequenza, nella maggioranza delle famiglie: il 55,4%. Occorre però problematizzare la sola lettura generazionale al conflitto per il dispositivo: i dati CISF 2025 rilevano che il problema non riguarda soltanto i bambini e i giovani, ma piuttosto anche gli adulti, come il coniuge/compagno nel 30,5%, il rispondente stesso nel 19,5%, il genitore nel 13,8%, il fratello/sorella nell’11,6% e un altro membro della famiglia nel 2%. Di fronte ai ripetuti allarmi lanciati dal mondo adulto rispetto allo smartphone, ci si è dunque chiesti se si sono messe in campo delle forme di contrattazione pedagogica rispetto all’uso del dispositivo.

 La percezione del conflitto rispetto al cellulare, incrociata con l’attivazione di regole in famiglia, ha permesso di costruire quattro tipologie di stile genitoriale rispetto alla “governance dello smartphone”: • Domatori (36,7%): genitori che provano a tenere sotto controllo il consumo mediale, ma in una situazione spesso di tensione. • Disarmati (24,4%): genitori che rilevano il conflitto, ma non provano a intervenire attraverso la contrattazione o le regole. • Accompagnatori (15,7%): sono le situazioni in cui non si registra una percezione di conflitto, mentre ci sono regole d’uso; • Liberi battitori (23,2%): i genitori che non rilevano problemi e non ritengono di porre regole d’uso. “Il forte controllo non si traduce in intervento educativo se rimane una strategia di delega con cui il genitore che si riconosce incapace di educare prova a fare in modo che un filtro o delle regole lo facciano al suo posto”, scrive il pedagogista Stefano Pasta nel capitolo 5 del Report. “È il rischio che corrono alcuni – non tutti – “domatori”. Idealmente, quando la famiglia è fortemente educativa, non ha bisogno di controllare ma piuttosto di “accompagnare”, un atteggiamento educativo che indica la strada, fornisce dei suggerimenti, ma non si sostituisce al figlio, e sa assumersi il rischio di lasciare che poi questo si sperimenti. Non è il permissivismo di chi lascia che il figlio faccia qualsiasi esperienza, ma piuttosto orienta e, prima di lasciare provare, fornisce dei criteri e agisce mediazione attiva”. Mentre il Report CISF registra una sorta di “normalizzazione” dell’uso del digitale, la percezione dell’IA (elaborata attraverso l’AI Homing Index) rimane più confinata e non sempre ordinaria. Tra gli indicatori, l’eccezione è data dall’uso di ChatGPT, che cresce sensibilmente (+15,3%), fino a riguardare quasi i due terzi delle famiglie (58,4%) con almeno un minore. Si presuppone che questo consumo riguardi la quotidianità informativa delle vite dei ragazzi, ma anche l’utilizzo con implicazioni scolastiche.

CONCLUSIONI

“Il fragile domani” non è solo questione personale o individuale, ma riguarda la qualità di vita, la coesione sociale e il benessere dell’intera collettività. Proponiamo qui in sede conclusiva, senza pretese di sistematicità, una prima lista di possibili risposte alla generica domanda “Che fare?”.

Dal punto di vista dell’individuo, “l’indagine conferma che in questa contemporaneità non mancano certo elementi di complessità e criticità, di fronte ai quali i progetti di vita, i desideri e i bisogni delle persone non sono affatto scontati né lineari. Ciò peraltro costringe ciascuno a fare i conti con la responsabilità di rimodulare le proprie scelte e i propri progetti di vita in termini propositivi, mettendo in gioco i propri talenti, ma anche andando alla ricerca di risorse esterne senza farsi bloccare da un eventuale inciampo. Certo, i problemi non se li augura nessuno; ma nessuna difficoltà, nemmeno la più complessa, può diventare obiezione alla reazione, o peggio alibi per la resa”, scrive Francesco Belletti, direttore CISF. Dal punto di vista delle relazioni familiari, “non si può dimenticare che le famiglie vivono oggi nel contesto culturale della società post-familiare, che sempre meno ne valorizza il ruolo sociale e istituzionale. Dalle relazioni familiari è quindi legittimo aspettarsi protezione, promozione, libertà e appartenenza (e ciò è responsabilità diretta di ciascuna famiglia), ma questo non può più essere dato per scontato, e implica un gigantesco compito sociale, sia educativo verso le famiglie che di accompagnamento e sostegno nelle diverse fasi e passaggi critici della vita familiare, senza dimenticare la disponibilità di un supporto professionale vero e proprio”, prosegue Belletti.

Dal punto di vista della società, “le reti comunitarie sono certamente fattori protettivi e promozionali del benessere, ma questo esige un doppio movimento, da parte delle persone e da parte del contesto esterno, di riconoscimento reciproco e di assunzione di responsabilità. Per questo sarà interessante verificare se i Centri per la famiglia previsti su tutto il territorio nazionale dall’ultimo Piano nazionale per la famiglia saranno in grado di promuovere nuove relazioni di cittadinanza attiva, più che offrire nuovi servizi professionali”. Dal punto di vista del contesto e delle policies, avverte il direttore del CISF, “nelle società occidentali ci si aspetta che il benessere delle persone non sia solo un bene privato, a carico delle singole persone, ma sia “anche” parte del bene comune.  Tra i diversi “compiti operativi” per l’intervento pubblico, oggi necessari, si possono citare ad esempio lo sviluppo dei servizi consultoriali, il rafforzamento dei servizi psichiatrici, la promozione di spazi relazionali per famiglie e giovani. Serve però anche una condivisione complessiva di valori e stili operativi, per far sì che l’intervento pubblico generi in modo virtuoso il bene obiettivo. Nella società contemporanea nemmeno l’intervento pubblico più consolidato può illudersi di “risolvere” da solo, ma deve agire – con il massimo possibile di qualità e di risorse – all’interno di un più ampio processo societario, in cui tutti gli attori generino un “valore aggiunto” di benessere per ogni persona e di bene comune per tutti”.


martedì 4 luglio 2023

QUESTIONE DI FEELING


PARLA SOLO 

SE HAI 

QUALCOSA

 DA DIRE

* Cura, tempo, vicinanza, per una comunicazione che crea legami *

 

- di Mattia Civico

“Comunicare” è una di quelle parole-contenitore, in cui viaggiano molti significati e molte esperienze. Certamente è un’attività, o forse più propriamente un “legame”, che inizia prima della nostra nascita e prosegue anche oltre l’estremo confine: comunica il bimbo che scalcia nella pancia della mamma e comunica anche la memoria di chi non c’è più. In mezzo la vita, ricca di incontri, parole, silenzi, esperienze.

Innanzitutto, un legame, quindi: comunicare è un’attività che collega persone, esperienze, informazioni, costruisce comunità, come suggerisce la radice stessa della parola. Il contrario della comunicazione è l’isolamento e la solitudine.

La comunicazione ha quindi a che fare con la vita intera ed è parte di ogni espressione umana. È una attività profondamente relazionale, che richiede tempo e dedizione, cura e vicinanza. Ha bisogno quindi di un tempo disteso, e paziente. Richiede lentezza e competenza. È ancora così? Riusciamo a fare in modo che sia ancora così?

È innegabile che il contesto sia profondamente mutato perché è avvenuta negli ultimi due decenni una vera rivoluzione: la comunicazione si è trasferita apparentemente in gran parte su canali e piattaforme che sono alla portata di tutti e che permettono di raggiungere in breve tempo un uditorio potenzialmente molto vasto; il piano del virtuale ha sostituito lentamente il piano relazionale; cresce il totem della legittimità di avere opinioni su ogni aspetto delle vita e anche oltre, a prescindere spesso dalla competenza e dalla presenza concreta nella relazione.

La comunicazione si è fatta via via sempre più veloce e sempre più orientata a creare vincoli al posto di legami: l’obiettivo sembra spesso persuadere più che accompagnare. Come educatori ne dobbiamo tenere conto, perché in questo contesto si possono affermare vissuti, emozioni, informazioni che non sempre aderiscono alla realtà o che non tengono nel dovuto conto il peso dell’esperienza e della relazione. Si rischia di agire una comunicazione anaffettiva, che non costruisce legami e quindi rende più fragile l’individuo e la comunità.

Questo scenario pone l’educazione di fronte a una sfida bellissima e avvincente. Possiamo scegliere quale piano abitare, dove collocare le nostre relazioni e quindi su quale terreno coltivare i percorsi di crescita.

Quella che apparentemente è una povertà e una fragilità del nostro tempo, può diventare la nostra forza, se saremo in grado di rispondere con fedeltà alle domande che incontriamo. Alla fame di relazioni, alla solitudine della connessione virtuale, alla contraddizione dei rapporti immateriali, possiamo rispondere con la concretezza dei nostri corpi, degli organi di senso concretamente messi nella relazione vitale, generativa e affettiva. Si è aperta una prateria davanti a noi e possiamo fare quello che sappiamo fare meglio: stare accanto, ascoltare, giocare, accompagnare alla lettura critica della complessità in cui viviamo, collegando parole a valori, esperienze e persone.

Abbandoniamo gli altri piani e gli altri strumenti? Ma certo che no! Scegliamo di stare nei diversi ambienti della comunicazione con consapevolezza, facendo attenzione a come e cosa comunichiamo.

Ricordo il monito del saggio: “Parla solo se hai qualcosa da dire!” Il messaggio era chiaro: comunicazione e competenza sono strettamente legate ed è bene esporsi a partire dai contenuti, che devono avere una qualche solidità. Il resto è “aria fritta”. Oggi potremmo dirci “visto che hai qualcosa da dire, parla!”. La sfida non è tacere, ma dare sempre più voce a valori e legami, esperienze e contesti di comunità, in cui possiamo riconoscerci reciprocamente e agire l’educazione, che vive e prende forma solo nella concretezza della relazione.

PROPOSTA EDUCATIVA

martedì 5 gennaio 2021

QUEI LEGAMI CHE CI FANNO VIVERE

 Abbiamo bisogno degli altri: mai come in questo periodo ce ne siamo resi conto

«Essere consapevoli di tutte le forme di interdipendenza nella nostra vita quotidiana, osservarle, assecondarle, è un esercizio importante e semplice: un esercizio che ci consente di sentirci pienamente umani, di sentirci felici e sostenuti. Ed è una buona cosa. Perché quando ci sentiamo felici e uniti riusciamo a raggiungere grandi obiettivi. Insieme, naturalmente…»
Nella società contemporanea, la nostra relazione con gli altri, che in passato era condizione necessaria alla nostra sopravvivenza, è stata sostituita dall’autonomia e dall’individualismo con il contributo delle nuove tecnologie. Ma il risultato non sembra essere in alcun modo soddisfacente e gli studi più recenti dimostrano in modo inequivocabile l’importanza dell’interdipendenza per il benessere e il senso di sicurezza delle persone. 

I due autori esplorano i molteplici significati dell’interdipendenza e mostrano come le relazioni sociali e la vicinanza agli altri ci modellano e ci fanno stare bene in quanto individui e in quanto membri della società. 

Dall’amicizia ai rapporti sentimentali che sono alla base della famiglia, questo libro esplora ciò che ci rende più profondamente umani.

 

Quei legami che ci fanno vivere. Elogio dell'interdipendenza 

di Christophe André (Autore), Rébecca Shankland (Autore), M. Togliani Fessart (Traduttore)

Edizioni Corbaccio, 2019

 

giovedì 9 aprile 2020

PANDEMIA, FORZA E QUALITA' DELLE RELAZIONI, I RISCHI DI UNA DERIVA SELETTIVA

La pandemia di Covid–19 ci ha mostrato in maniera drammatica l’importanza delle relazioni sociali.


 L’eredità del coronavirus potrebbe essere una cultura tecnocratica e anti solidale in un mondo di fantasmi e cyborg Servirà un altro modello di sviluppo sociale

Contro un sistema che crea disuguaglianze occorre una “conversione” radicale, che è innanzitutto un nuovo apprezzamento spirituale dei legami

di PIERPAOLO DONATI

Senza relazioni, il virus non esiste. Il che significa che le relazioni contano, e contano più del denaro. Il Covid–19 ci ha costretti, dunque, a misurare le relazioni. La relazione non è soltanto un veicolo, un canale dentro cui passa qualcosa e che dunque “porta” il virus, così come le tubazioni portano l’acqua. In un certo senso, possiamo dire che “il virus è nella relazione”, è la stessa relazione, quando la relazione non è compresa nella sua portata. Ma nello stesso tempo, la relazione “è il suo rimedio”, se siamo capaci di capirlo.
P rendere o meno il virus dipende dalle qualità e proprietà della relazione sociale, nella sfera pubblica come nella famiglia. Dobbiamo misurare la distanza e la forza della relazione, le sue qualità e le sue proprietà causali. Saper prender le distanze giuste tra Sé e l’Altro, coinvolgerci e distaccarci, diventa fondamentale perché la distanza cambia la forza di ciò che è trasmesso, così come determina la sua bontà, neutralità o dannosità. Ma come si fa a vivere senza relazioni per non prendere il virus? Delle relazioni abbiamo assoluto bisogno, ma dobbiamo saper distinguere fra relazioni buone e non buone. D unque, la pandemia ci ha mostrato che le relazioni sono la stoffa del sociale, nel lavoro, nella vita associativa, in famiglia, in ospedale, nella comunità ecclesiale, in tutte le attività con altri. Le relazioni decidono della qualità della nostra vita, e del nostro destino. Lo fanno nel bene e nel male. Mica poco! Infatti, da un lato le relazioni sociali fra amici, colleghi, familiari, parenti, sono state il veicolo del virus e hanno prodotto una catastrofe mondiale. Dall’altro, per combattere il virus, si è dovuto ricorrere alle buone relazioni in famiglia. La soluzione additata è stata quella di isolare le persone in famiglia, rivitalizzando le relazioni di compagnia fra genitori e figli, e magari connettendosi a distanza con i nonni su internet.
Il messaggio è stato: se non fate attenzione alle relazioni, dentro e fuori della famiglia, rischiate di ammalarvi. I nonni sono stati isolati. Nello stesso tempo, l’isolamento richiesto alle singole persone e alle famiglie ha costretto le famiglie a una vita in comune mai sperimentata in precedenza, e così ha messo sotto stress le loro relazioni interpersonali. Lo stress (tensioni, disagio, ansia) ha avuto e avrà anche in seguito effetti selettivi: alcune famiglie si sentiranno più unite, altre e- sploderanno in vari modi. Questo è un tema di future ricerche.
Q ualcuno osserverà che c’è stata una grandecondivisione di informazioni, messaggi, conversazioni su internet. Ma è tutto da dimostrare che queste connessioni abbiano rafforzato la cultura delle relazioni. Sono certamente state un ulteriore passo nella alfabetizzazione delle persone e delle famiglie al mondo digitale, che nella nostra realtà era molto indietro rispetto agli altri Paesi europei. In poche settimane, smart working, didattica a distanza, servizi su internet, e così via, hanno addestrato le famiglie italiane al mondo del digitale come nessun altro avrebbe potuto fare in molti anni. Ma qualcuno potrebbe argomentare
che si tratta di un ulteriore passo verso la sorveglianza e la colonizzazione della popolazione. E allora ritorna il tema di quali relazioni sociali abbiamo bisogno per non farci colonizzare dalla grande Matrice Digitale che sta governando il mondo.
Durante la pandemia, tutti hanno dovuto aggiornarsi nell’uso delle tecnologie, soprattutto le Ict, le app, le piattaforme, e capire qualcosa di più di come funzionano gli algoritmi e le intelligenze artificiali. La pandemia è stata una spinta incredibile a entrare nella infosfera.
La tecnologia cambierà radicalmente le nostre relazioni. Ne può venire molto di buono, ma anche molto di male se le tecnologie saranno usate senza una cultura adeguata delle relazioni. Bisognerà capire come dare più potere e capacità alle persone affinché non diventino ancora di più i terminali di un sistema tecnocratico che tutti sorveglia e tutti condiziona verso scopi non detti, o comunque non decisi dalle persone e dalle famiglie. Su questo terreno, i due modelli leader nel mondo, il regime autoritario della Cina e la democrazia americana che poggia sul mercato, non promettono nulla di buono. L’Italia sarà stretta fra questi colossi che utilizzeranno le tecnologie digitali per condizionare con strumenti penetranti la vita della gente. Il coronavirus ha dato una grande mano in questa direzione. O ccorre potenziare la nostra cultura delle relazioni. Le relazioni sono ambivalenti ed enigmatiche perché possono generare il bene o il male, e dunque ri- chiedono un’osservazione competente, capace di vederle (sono una realtà diversa dai nostri sentimenti o idee) e gestirle. Di norma noi non vediamo, né tantomeno gestiamo le relazioni, le quali, invece, – sotto la forma delle connessioni virtuali sui media – vedono e gestiscono noi come persone. Le relazioni non sono comunque mai ciò che desideriamo che siano, non sono proiezioni dei nostri interessi. Incidono sulle nostre vite senza che ne siamo consapevoli.
Quando la pandemia sarà finita, il posto di questo virus sarà preso da altri agenti patogeni, quelli di una cultura darwiniana che usa consumi e tecnologie per selezionare la popolazione e creare un mondo di fantasmi e di cyborg. È qui la sfida per avviare un altro modello di sviluppo sociale, in cui la cultura delle relazioni dovrebbe essere oggetto di una cura speciale. Per evitare il rischio di una evoluzione darwiniana che privilegia il più forte e crea disuguaglianze, serve una “conversione” radicale, che è innanzitutto un nuovo apprezzamento spirituale delle relazioni umane (in latino cum–vertere significa fare sì che una cosa divenga altra da quella che è, trasmutare, trasformare).

*Sociologo, membro dell’Accademia Pontificia di Scienze Sociali