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martedì 7 luglio 2026

LEGGERE PER PIACERE

 

Molti studenti considerano la lettura 

un adempimento scolastico. 

Tuttavia, gli esiti delle principali indagini

 internazionali suggeriscono una visione

 diversa. 

Il piacere della lettura e la scelta spontanea di leggere 

hanno un ruolo determinante nello sviluppo dei processi 

attraverso cui gli studenti acquisiscono, elaborano e organizzano

 le informazioni, con effetti diretti sul successo scolastico.

Parlare di benessere a Scuola non significa eliminare del tutto ansia o fatica, ma evitare che diventino un ostacolo. Significa piuttosto trasformarle in curiosità e interesse. In questo processo, il rapporto con la lettura può fare la differenza.

Il circuito virtuoso tra lettura e successo scolastico

Le grandi indagini internazionali – come OCSE PISA (che valuta i quindicenni), IEA PIRLS (focalizzata sulla Scuola primaria) e TIMSS – monitorano da anni le competenze degli studenti a livello globale.

I risultati convergono su un punto: per comprendere a fondo un testo non basta dedicare tempo allo studio o memorizzare regole grammaticali. Il fattore che fa davvero la differenza è il piacere della lettura (enjoyment of reading), cioè la scelta spontanea di leggere nel tempo libero.

Gli studenti che leggono per interesse personale ottengono risultati significativamente più alti rispetto a chi lo fa solo per obbligo, anche a parità di condizioni di partenza. Un dato particolarmente rilevante è che il piacere della lettura risulta un predittore del successo scolastico più forte del contesto socio-economico e culturale di origine.

Chi legge per piacere allena la mente in modo continuo e spesso inconsapevole; si crea così un circuito virtuoso tra motivazione e competenze, in cui la lettura diventa via via più gratificante, mentre lo sforzo percepito diminuisce.

Al contrario, quando la lettura è vissuta come un obbligo può innescarsi un circolo vizioso che allontana progressivamente dai libri.

Quando le storie ci catturano

Le neuroscienze aiutano a comprendere questo fenomeno: quando leggiamo qualcosa che ci coinvolge il cervello rilascia dopamina, una sostanza legata al piacere, che favorisce la memoria e aumenta la concentrazione.

Gli psicologi definiscono questo stato immersione narrativa o flusso. Durante la lettura, infatti, non ci limitiamo a decodificare parole, ma immaginiamo pensieri, emozioni e azioni dei personaggi.

Questa attività mentale produce effetti che vanno oltre il rendimento scolastico, contribuendo a:

  • Arricchire il vocabolario, perché le parole nuove vengono apprese in modo naturale grazie al contesto
  • Sviluppare empatia, sollecitando a vedere il mondo dal punto di vista degli altri
  • Stimolare il pensiero critico, seguendo le trame e costruendo collegamenti e previsioni.

Quando la lettura nasce da una vera passione, gli studenti sviluppano spontaneamente abilità complesse, come collegare le idee e cogliere significati impliciti, capacità difficili da attivare attraverso i compiti e i test tradizionali.

Schermi e stereotipi: le sfide di oggi

Oggi i libri si confrontano con la diffusione di smartphone e piattaforme digitali. Molti adolescenti sono esposti a contenuti brevi, veloci e visivi: video, messaggi, post da consumare in pochi secondi. Questo tipo di fruizione favorisce una lettura frammentata, che rende più difficile mantenere l’attenzione su testi lunghi e complessi.

Il cambiamento, però, non riguarda tutti allo stesso modo e contribuisce ad ampliare differenze già esistenti. Le indagini internazionali, come PISA e PIRLS, insieme alle Rilevazioni nazionali INVALSI, mostrano da tempo che le ragazze ottengono risultati migliori nella comprensione del testo. Una delle spiegazioni principali riguarda le abitudini: le studentesse leggono più frequentemente per piacere e dedicano più tempo alla lettura continuativa.

I ragazzi, invece, tendono a preferire forme di lettura più brevi e funzionali — come notizie o testi legati a interessi specifici — oppure esperienze digitali come i videogiochi. A questo si aggiungono fattori culturali: persistono stereotipi che rappresentano la lettura come un’attività passiva e solitaria, poco coerente con modelli maschili più orientati all’azione.

Affrontare queste sfide significa ripensare il modo in cui la lettura viene proposta: non più solo come compito scolastico, ma come esperienza significativa e coinvolgente, capace di dialogare con i linguaggi digitali contemporanei.

Tre idee per portare in classe il piacere di leggere

Se il piacere della lettura è così rilevante, la Scuola può diventare il luogo in cui questo interesse prende forma. Imporre la lettura come obbligo rischia spesso di produrre l’effetto opposto. Le esperienze più efficaci mostrano l’importanza della libertà e del coinvolgimento:

  • La libertà di scegliere. Per sviluppare autonomia, gli studenti devono poter scegliere cosa leggere. Fumetti, graphic novel e testi di divulgazione possono essere alleati preziosi, se incontrano gli interessi individuali
  • Il tempo per la lettura libera. Proposte come il laboratorio di scrittura e lettura – Writing and Reading Workshop (WRW) – prevedono momenti dedicati alla lettura autonoma in classe. In questa cornice anche l’insegnante legge, offrendo un modello positivo
  • La classe come comunità di lettori. Condividere la lettura — discutere personaggi, scambiarsi consigli, commentare le storie — trasforma un’attività individuale in un’esperienza sociale e motivante.

Conclusioni

Per migliorare le competenze di lettura non basta intervenire sui contenuti o aumentare il tempo di studio, ma è necessario agire anche sulla motivazione. Le evidenze delle indagini internazionali mostrano con chiarezza che il piacere della lettura è uno dei fattori più solidi associati ai risultati degli studenti.

Questo implica un cambio di prospettiva per la scuola. La lettura non può essere proposta solo come esercizio da valutare, ma come pratica da coltivare nel tempo, attraverso spazi di scelta, momenti dedicati e occasioni di condivisione, come indicano le esperienze didattiche più efficaci.

Promuovere il piacere di leggere non significa rinunciare agli obiettivi disciplinari, ma rafforzarli: uno studente che legge per interesse personale sviluppa in modo più profondo le competenze linguistiche e cognitive misurate anche dalle prove standardizzate.

In questa prospettiva, formare lettori appassionati non è un obiettivo accessorio, ma una leva strategica per sostenere il successo formativo e ridurre le disuguaglianze educative nel lungo periodo.

Approfondimenti

INVALSI

martedì 6 gennaio 2026

IL POTERE DELLA GENTILEZZA

 

Seneca svela 

perché la gentilezza 

rende più forti 

ed ha il potere 

del successo

 




Essere gentili è da deboli? Seneca, in "Sui benefici" ribalta questa convinzione e mostra perché la gentilezza è la fonte vera di successo e libertà. 

Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa.

 -         di Saro Trovato

 Siamo in un mondo in cui la prepotenza sembra sia la strada per dominare gli altri e che la gentilezza sia un attributo della fragilità, un lusso che solo chi non ha ambizioni può permettersi. Eppure, un’analisi rigorosa del pensiero di Lucio Anneo Seneca rivela l’esatto contrario: la benevolenza non è un segno di cedimento, ma la suprema tecnologia del potere e della stabilità.

Nel suo trattato De Beneficiis, il filosofo stoico descrive il “beneficare” come un atto di sovranità assoluta, capace di generare un successo che non teme l’usura del tempo.

Il cuore di questa visione risiede in una definizione che sposta l’accento dall’oggetto del dono all’integrità di chi lo compie:

Che cos’è dunque un beneficio? Un’azione di benevolenza che arreca gioia e la riceve procurandola, caratterizzata da un’inclinazione e da una spontaneità naturali in quello che fa. Perciò, non ha importanza che cosa venga fatta o data, ma la disposizione d’animo con cui questa cosa viene realizzata: il beneficio infatti non consiste in quanto viene fatto o dato, bensì nel sentimento di chi ne è l’autore. (De Beneficiis, Libro I, 6.1)

La forza di chi non si lascia condizionare dai prepotenti

Proprio partendo da questa “disposizione d’animo”, Seneca scardina il pregiudizio che vede nella gentilezza una forma di sottomissione. Al contrario, essa viene presentata come l’unico vero antidoto alla prepotenza. Mentre l’aggressivo è costantemente alla ricerca di una reazione per sentirsi potente, colui che mantiene la propria benevolenza interrompe il circuito della violenza.

Questa fermezza comunica un messaggio di potere silenzioso: il prepotente non ha la forza di cambiare il carattere di chi ha di fronte. Essere gentili con chi è sgarbato non significa subire, ma dimostrare di essere gli unici padroni del proprio stato d’animo.

Non è debolezza, ma la prova di essere l’unica persona, in quel momento, a non aver bisogno di aggredire per sentirsi forte. Nella prospettiva di Seneca, il successo nasce dal diventare la fonte del valore, anziché farsi dettare le regole del gioco dai difetti altrui.

La gentilezza è fonte di successo

Per Seneca, il successo non è un trofeo isolato da difendere con i denti, ma la capacità di rendersi indispensabili all’interno di una struttura più grande. La forza del singolo, nella visione stoica, non risiede nell’indipendenza assoluta, ma nella stabilità che egli è capace di offrire agli altri.

Per spiegare questo paradosso del potere, il filosofo ricorre a una metafora architettonica folgorante:

La società umana è simile a una volta di pietre, che cadrebbe se le pietre non si sostenessero a vicenda: essa è tenuta insieme proprio da questo appoggio reciproco.
(Lettere a Lucilio, 95, 53)

In questa prospettiva, la gentilezza è la forza che impedisce al sistema, e quindi alla posizione dell’individuo al suo interno, di crollare. Chi sostiene la struttura attraverso atti di benevolenza è, di fatto, l’ultimo a poter essere abbattuto.

Il successo generato dalla gentilezza è infinitamente più solido di quello ottenuto con la forza, perché non poggia sul timore o sull’invidia, ma sulla gratitudine. Creando alleati anziché sudditi, la persona gentile costruisce una base di potere che non ha bisogno di essere difesa costantemente, poiché è la struttura stessa a proteggere chi la sostiene.

La gentilezza non prevede di essere misurata

La grandezza di questo potere risiede nel rifiuto di “mercanteggiare” i rapporti. Seneca avverte che la gentilezza svanisce non appena diventa un’operazione contabile. L’uomo forte non è un esattore di favori, ma un generatore di valore a fondo perduto.

Nessuno prende nota dei benefici sul proprio libro dei crediti né, come un avido esattore, va a riscuotere all’ora e al giorno stabiliti. […] È proprio di un esecrabile usuraio mettere in conto un beneficio dato.  (De Beneficiis, Libro I, 2.3)

La logica del beneficio si limita a dare. Questa assenza di calcolo non è ingenuità, ma suprema fierezza: ho dato perché volevo farlo, e questo mi basta. Restituire l’atto è un guadagno per chi riceve, non una necessità per chi dà.

Quest’approccio è ciò che rende l’umano virtuoso nei confronti di se stesso e rispetto agli altri. Essere gentili significa non misurare mai i benefici offerti, ciò che si fa è per fare del bene alla propria anima ed essere riconosciuti dalla comunità come persone degne e di valore.

La perseveranza che ammansisce il mondo

Seneca sottolinea che la gentilezza costante possiede il potere di trasformare anche le nature più ostili. Come i domatori ammansiscono le bestie feroci con la cura e il cibo, così la perseveranza nel bene finisce per vincere l’ingratitudine umana. Non si tratta di una fiducia ingenua, ma di una forza d’assedio che non accetta la sconfitta morale.

Qualcuno è ingrato nei confronti di un primo beneficio? Non lo sarà riguardo a un secondo; ne ha già dimenticati due? Un terzo lo porterà a ricordare anche quelli che sono usciti dalla sua memoria. (De Beneficiis, Libro I, 2.5)

Non bisogna dunque stancarsi di essere virtuosi. Sia attraverso un aiuto materiale, offrendo il proprio credito, o mettendo a disposizione la propria saggezza, la perseveranza nel beneficare è l’unica forza capace di trasformare un nemico in un alleato.

In questa prospettiva, chi sceglie di non dare per timore di essere sfruttato o ignorato rivela la sua natura di vero debole. La sua rigidità non è fermezza, ma paura; la sua chiusura non è prudenza, ma l’incapacità di sostenere il peso di un gesto gratuito.

Il prepotente o l’egoista sono figure fragili, poiché la loro identità crolla se non ricevono un tornaconto immediato. Al contrario, l’individuo forte di Seneca continua a donare perché la sua stabilità non dipende dal riconoscimento altrui, ma dalla propria incrollabile integrità.

Egli è il domatore che, con la propria costanza, finisce per conquistare anche l’animo più indurito, dimostrando che il vero potere appartiene a chi ha così tanto da non aver paura di perdere nulla.

Essere gentili richiede coraggio

In ultima analisi, la lezione di Seneca è un richiamo alla forma più alta di coraggio. Essere gentili in un mondo aggressivo non è la via più facile, è la più ardua e, per questo, la più gloriosa. È un atto di ribellione contro la forza di gravità dell’egoismo.

Il successo autentico non risiede nell’arrivare primi in una corsa solitaria, ma nell’avere la forza di non lasciare indietro nessuno, sapendo che la propria posizione è sicura solo se l’intera “volta” sociale rimane integra.

La gentilezza richiede il coraggio dei forti perché espone al rischio dell’ingratitudine, ma è proprio questo rischio a nobilitare l’azione. Non si è gentili perché il mondo è buono, ma perché si è deciso di essere tali.

In questa decisione di dare senza misurare risiede l’unica forma di successo che il tempo non può scalfire, ovvero l’aver vissuto da individui liberi, da pietre angolari di una società che, senza il sostegno reciproco, sarebbe già polvere.

La gentilezza, dunque, non è un’opzione morale per i fragili, ma l’armatura più resistente dei forti. È l’essenza della civiltà, dove il vero potere e il successo sono una conseguenza delle virtù e non della forza e della cattiveria.

Essere gentili è il più grande investimento che si possa fare per costruire una società capace di reggersi nel tempo, e una vita vissuta con serenità, gioia e libertà interiore.

Per questo, non resta che ringraziare Seneca per questa lezione e iniziare, senza più alibi, ad agire seguendo i suoi suggerimenti.

Liberiamo

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sabato 9 agosto 2025

IL MITO FRAGILE DEL MERITO

 

Disuguaglianze

 ed 

eclissi del Welfare

 

 

-di VITTORIO PELLIGRA

 C’è un racconto che amiamo sentirci ripetere. Un racconto che accarezza il nostro orgoglio e ci solleva dal peso della sorte. È il mito del merito: l’idea che il successo sia il riflesso limpido del talento e della fatica, la giusta ricompensa per chi ha saputo impegnarsi, l’esito naturale di un gioco equo dove le regole valgono per tutti allo stesso modo. Questo racconto è radicato a fondo nelle società occidentali, ma con differenze significative. Negli Stati Uniti, per esempio, il mito fiorisce come un vero e proprio dogma laico: chi ha, ha meritato; chi non ha, non ha fatto abbastanza. Nell’Europa nordica, invece, il merito convive con un senso più ampio di giustizia: anche chi è caduto merita cura, e chi ha corso più veloce, spesso, lo può fare perché c’è qualcun altro che gli ha spianato la strada.

La questione centrale è che l’adesione al mito non ha una valenza puramente individuale. Come hanno mostrato Alberto Alesina e George-Marios Angeletos, in un celebre studio, infatti, la fede più o meno convinta nella meritocrazia modella le scelte politiche: quanto più crediamo che il mercato premi il merito, tanto meno siamo disposti a tassare chi ha di più per sostenere chi ha di meno.

Le nostre credenze non fotografano il mondo in maniera obiettiva: lo costruiscono e lo plasmano. Se penso che il sistema sia giusto, accetterò le sue disuguaglianze. Se le accetto, non vorrò cambiarlo. Così, il mito del merito diventa una profezia che si autoavvera – e lo Stato sociale, lentamente, svanisce.

Come è stato possibile smontare così facilmente il Reddito di cittadinanza, o bloccare un’iniziativa legislativa sul salario minimo, ignorare il fatto che i lavoratori poveri sono raddoppiati negli ultimi dieci anni e far uscire del tutto il tema delle povertà dal dibattito politico? Eppure, anche i miti, a volte, si incrinano. Quando la disuguaglianza cresce troppo, e i più ricchi sembrano vivere in un altro mondo, il racconto vacilla. Uno studio recente di Sánchez Rodríguez e colleghi (2023) ha mostrato che l’aumento eccessivo delle diseguaglianze può ridurre la fede nella meritocrazia. Quando il divario si fa troppo ampio e diventa impossibile giustificarlo con l’impegno e il talento, le persone aprono gli occhi e iniziano a dubitare. Che il merito sia un’illusione ben confezionata?

Gli esseri umani non sono né perfettamente egualitari né fanatici del merito. Cercano un equilibrio.

Desiderano che le opportunità siano distribuite con equità, ma accettano che i risultati differiscano – a patto che le regole del gioco siano chiare e il campo non sia truccato. È un equilibrio sottile, fragile. Basta un’ombra – la corruzione, il nepotismo, il razzismo sistemico – e tutto si incrina.

Il messaggio che ci consegnano questi studi e questi autori è semplice ma profondo: le credenze meritocratiche non sono neutrali. Non sono solo una lente attraverso cui guardiamo il mondo: sono il telaio su cui costruiamo le nostre politiche, i nostri giudizi morali, il nostro consenso allo Stato. Ma sono anche vulnerabili. E quando si spezzano, ci lasciano nudi di fronte alla diseguaglianza, senza più le parole per giustificarla, né la forza per combatterla.

Con i divari che crescono e il Welfare che arretra, la sfida oggi non è solo redistribuire risorse. È riformare il nostro immaginario. Ricostruire una narrazione della giustizia che tenga insieme la valorizzazione del talento e il riconoscimento dei limiti, il premio all’impegno e la cura per chi è rimasto indietro. Perché nessuno prospera da solo e nessuno si salva da solo. Una società giusta non è quella in cui ognuno riceve in base a ciò che ha dato, ma quella in cui ognuno può dare ciò che ha, senza che la sorte o il privilegio decidano in partenza chi può contribuire e chi no.

 www.avvenire.it

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mercoledì 18 giugno 2025

LA "'SCONFITTA" DI SINNER

 


IL VALORE SI MOSTRA

 NEL LIMITE



Alessandro D’Avenia

 

David Foster Wallace ha scritto che veder giocare Roger Federer era un'esperienza religiosa, cioè l'esperienza del sacro, che è quando la vita dà e dice se stessa, una densità di realtà capace di farci esistere di più. Il sacro infatti dà fondamento, senso e valore al vivere, perché noi non ci diamo la vita da soli. Essere religiosi non è primariamente aderire alle credenze storiche che strutturano il sacro in miti, riti e regole, ma essere umani, cioè, aver bisogno di una vita significativa e autentica, che resiste alla morte e alla noia. 

Nessuno può vivere senza il sacro, e tutti traduciamo in miti, riti e regole, ciò che riteniamo dia vita: senso, valore e stabilità all'esistenza. Domandare in chi o cosa credi è chiedere chi e cosa ti rende reale. 

Come facevano gli antichi con divinità come Giustizia o Vendetta, ciascuno di noi attribuisce la maiuscola agli dèi per cui è disposto a far «sacrifici»: Lavoro, Bellezza, Potere, Salute, Famiglia, Denaro, Popolo, Successo, Conoscenza... e naturalmente Sport (essere esclusi dai Mondiali è un «sacrilegio» che ha richiesto il «sacrificio» di un uomo). 

Wallace lo sa e intitola Roger Federer come esperienza religiosa le pagine da inviato del New York Times a Wimbledon 2006: il tennis dell'atleta svizzero manifestava un altro mondo. 

Dopo la recente finale del Roland Garros, vinta in quasi sei ore da Alcaraz, vado oltre: «Jannik Sinner come esperienza di salvezza». Perché? Proprio perché è il numero uno ad aver perso. 

La perfezione

Wallace identificava l'estasi religiosa nella perfezione del gesto tennistico di Federer al culmine della sua carriera. Un'eredità greca: il divino si mostra in Terra come armonia che vince il tempo, canone di perfezione che non conosce tramonto, come il Discobolo o il Partenone. 

Ma nella sconfitta di Sinner, che ai punti resta il numero uno, c'è qualcosa di diverso. Sconfitto significa etimologicamente «incompiuto» non «perdente». Di cosa è allora esperienza la sconfitta? Del limite e quindi di ciò che è veramente reale: de-finire è porre i «fines», i confini, quelli che traccereste se vi chiedessi di disegnare l'Italia e che citavamo alle elementari per definirla (confina a nord con...). 

Dove finisci è chi sei e con chi sei. L'umano è come le funzioni in matematica: il valore si mostra nel limite. Ettore sa che morirà, ma affronta lo stesso Achille: è lui l'eroe dell'Iliade perché è uomo, l'altro, non fosse per il segreto del tallone, sarebbe un dio. Nella nostra cultura la perfezione è diventata una regola sacra con miti e riti: è reale solo chi è perfetto, chi raggiunge certi standard, chi non fallisce, chi nasconde il tallone d'Achille... 

Una religione severa basata sul successo, in cui solo il «divo» (divino) esiste veramente, la sua vita ha valore, e stargli vicino, in foto o in community, rende reale anche me, che altrimenti sono solo apparenza. Per questa religione la sconfitta è irreale (scandalosa, da nascondere) e il «loser» una categoria bandita. 

Ma se la perfezione è estasi, l'imperfezione è salvezza. Guardate i corpi. La vittoria fa levare le mani al cielo, in applausi, in abbracci. La sconfitta mostra corpi contratti, isolati, disfatti. Eppure, ha un potere di verità maggiore, perché ha bisogno dell'altro. Ciò che è perfetto è completo, non manca di niente, si può solo ammirare, per questo gli dèi stanno in alto, distanti, invece se sei finito in un buco o stai annegando soltanto la mano altrui può salvarti. 

Fateci caso. Dopo un fallimento restano le amicizie vere e l'amore autentico, chi rimane non lo fa perché gli siamo utili ma perché ci vuole al mondo a prescindere dalla classifica, ama il nostro essere «finiti», limitati. Solo dopo la sconfitta ci liberiamo dell'illusione di essere padroni della vita, e cominciamo a essere grati, e la riconoscenza è la misura della felicità. 

Solo la sconfitta fa scoprire il potere del silenzio e la libertà dal consenso, impossibile per chi deve essere virale. Solo la sconfitta regala la verità, perché essere umani è mettersi alla prova con la vita e quindi sbagliare di continuo, solo chi ne fa esperienza comprende sé e gli altri, i perfetti invece sono rigidi e implacabili con gli errori. Solo dalla sconfitta nasce la creatività e nuove soluzioni, perché è come la potatura che concentra la linfa e quindi i frutti proprio sulla ferita. 

La sconfitta educa il coraggio

Solo la sconfitta educa il coraggio, perché ci porta a chiedere aiuto, superando la vergogna di non essere all'altezza. Solo nella sconfitta scopro che non mi basto, che il fondamento del mio vivere è altrove. 

Solo la sconfitta insegna il buon umore, perché la smettiamo di prenderci troppo sul serio: comunque ci aspetta una lapide. Tutto questo è vietato dal primo comandamento dei perfetti che massacra i giovani o li fa impazzire: «non avrai altro dio all'infuori di te», sii il numero uno, il solo. E solo. Aristotele, riferendosi alla vita in società, diceva infatti che chi è del tutto autosufficiente o è un dio o una bestia. 

Invece l'umano è limitato, quindi in relazione: quando il re Priamo va a chiedere il corpo straziato del figlio Ettore, Achille intuisce da quel padre prostrato che l'amore più del trionfo rende eroi. Tutte le religioni donano salvezza. La perfezione «salva» perché rende inarrivabili, il limite invece perché lega ad altro. 

La seconda via è più vera perché la vita non ce la diamo da soli, accade in noi come trama, puzzle: sono i limiti a permettere l'incastro e la tenuta (la stretta di mano, l'abbraccio, la carezza...), mentre il perfetto non ha irregolarità, non lega e non si lega, non tocca e non è toccato, è «di un altro pianeta». Non è la morale dei vinti, né l'elogio del partecipare per digerire la disfatta, ma amore per la vita com'è: un intreccio di legami orizzontali e verticali che regge perché ciascuno sostiene ed è sostenuto. 

Federer, Maradona, Jordan ci ricordano che gli dèi possono fugacemente manifestarsi sulla Terra, e li chiamiamo «miti». La loro presenza ci stupisce, ci rallegra, ci dà energia, ci ispira, ma non ci basta. A noi serve sapere se si può perdere senza perdersi, fallire senza morire, non essere all'altezza senza sprofondare, perché è nel limite che troviamo «altro», l'altro: i legami che salvano. 

Forse per questo Sinner ha detto che sarebbe tornato nel suo paesino: «per staccare». O per riagganciarsi? La vittoria ci rende regali, la sconfitta reali.

 

Alzogliocchiversoilcielo

mercoledì 17 aprile 2024

PINOCCHIO e IL CONIND


IL SEGRETO 

PER

 RIUSCIRE


-       -   di Alessandro D’Avenia

 

Sulle fatiche degli attuali adolescenti descritte in un recente Ultimo Banco un lettore mi scrive: “Ho 73 anni, la mia generazione non ha avuto questi problemi. Io studiavo, una parte di tempo libero l'impiegavo per i divertimenti, l'altra parte ad aiutare mio padre nei nostri vigneti e cantina annessa. Potevo anche esimermi ma lo facevo volentieri, come facevano i miei coetanei con i genitori agricoltori, artigiani o commercianti. E io e i miei amici siamo cresciuti senza problemi esistenziali. Ora mi chiedo e Le chiedo: è possibile che questi problemi dei giovani siano dovuti all'aver trascorso l'adolescenza nella bambagia, troppo coccolati e sempre esauditi dai genitori? Quando qualche padre mi racconta di problemi esistenziali del figlio rispondo: “Fai lavorare tuo figlio”. Come fece un mio amico, titolare di una vetreria con una quarantina di dipendenti, con il figlio che immaginava di dirigere subito l’azienda; invece, il padre lo mise alla catena di lavorazione vetri dicendogli: “Se vuoi comandare devi conoscere il mestiere di vetraio”. È moralismo generazionale, boomer contro generazione Z, con autoassoluzione ottenuta dando la colpa ai genitori (gen X o Y che però sono figlie dei boomer) o c'è altro? Avere 18 anni nel 1969 è lo stesso di averli nel 2024? “

 I problemi esistenziali di cui si parla nella lettera, in misura e modi diversi, sono toccati a tutti nella storia umana. Perché? Esistenziale è l'aggettivo derivante da esistenza (latino ex-sisto: porsi fuori), quindi esistere è: uscire, venire al mondo. Infatti, le storie, dall'Odissea a Pinocchio narrano di qualcuno che affronta il faticoso viaggio verso il compimento: vivere è (ri-)uscire. Se esistere, che è nascere del tutto, diventa un regredire, allora qualcosa manca alla (ri-)uscita, cioè al rapporto tra evoluzione (natura) e iniziazione (cultura). Che vuol dire?

La natura in millenni ha fatto sì che la maturazione abbia un ritmo preciso: la plasticità del cervello, che è in tutto il corpo, è esplosiva nei primi anni di vita e poi nella pre- e adolescenza, con un rallentamento in mezzo (le elementari) utile a consolidare, di quanto acquisito nei primi sei anni, solo ciò che è necessario a sopravvivere. Ma che differenza c'è tra l'esplorazione infantile (la mano nella presa) e quella adolescenziale (la mano sulle chiavi di casa)?

Lo scopo. Il bambino deve scoprire il necessario a stare al mondo (essere amato, camminare, lavarsi, parlare, giocare...), i limiti entro cui la vita fiorisce e oltre i quali si distrugge. Il pre- e adolescente invece può generare vita in proprio, il corpo-cervello, impregnato in ogni cellula dall'eros, ha la spinta per uscire di casa e farne una propria. Questa nuova curiosità esplorativa serve a far esperienza di sé senza il copione dettato dai genitori, per scoprire a che cosa si è chiamati, lasciare il nido per costruirne uno nuovo. Se l'infanzia è fatta per imparare a uscire dal grembo, l'adolescenza per imparare a uscire da casa. Nella prima lo scopo è «stare al mondo che c'è», nella seconda è «fare un mondo nuovo». Attorno ai 20 anni il cervello-corpo rallenta di nuovo (fino alla fine dei giorni) e si concentra per portare a compimento la propria originalità (dare origine a).

L'educazione del bambino-adolescente incanala l'energia evolutiva attraverso una iniziazione. Tutte le culture, antiche e moderne, con le loro agenzie educative strutturano infatti pratiche formative in base al modello di uomo/donna a cui mirano e che culminano in un rito di passaggio: l'ingresso nell'età adulta attraverso una «morte» rituale. Porto due esempi illustri della nostra tradizione, anche se ce ne sono per ogni parte del mondo. Ulisse per entrare nel mondo adulto deve affrontare la caccia al cinghiale in cui, rischiando la vita, si procura l'indelebile cicatrice grazie alla quale la sua nutrice, 20 anni dopo, lo riconoscerà. Cristo a 12 anni, in visita a Gerusalemme con i genitori, si allontana da loro ai quali, quando lo ritrovano, angosciati, dopo tre giorni, risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo compiere le cose del Padre mio?». Un'altra appartenenza, un'altra casa da fare. L'iniziazione oggi è caotica e inefficace: il bambino viene adultizzato e l'adolescente infantilizzato.

Inoltre, i riti di passaggio sono esangui: esame di maturità e forse la patente... quel che resta di un passaggio «esistenziale» ridotto al fare lavorativo (nessuna pratica di cura di sé, degli altri, della comunità) e trasformato in faraoniche feste di 18 anni. Ma fare una casa nuova e che stia in piedi è molto di più, casa è infatti una vita fondata su: a) conoscenza di se stessi (capacità e limiti), b) ruolo creativo per la comunità attraverso un lavoro il più possibile rispondente alle proprie attitudini (vocazione), c) relazioni buone (coppia, amicizia e cittadinanza).

L'iniziazione deve quindi essere: a) personale b) vocazionale c) relazionale. Non basta lamentarsi se i genitori oggi sono più o meno permissivi, perché è un'intera cultura a non fornire un'educazione capace di trasformare l'energia vitale in promessa di futuro, forse perché quel futuro, con i suoi comportamenti, se lo è mangiato, in Italia proprio a partire dall'ultimo quarto del XX secolo, come dimostra Luca Ricolfi in La società signorile di massa. Non riusciamo a (r-)innovare i processi educativi perché continuiamo a improvvisarli o a ispirarli a modelli inadeguati. Un esempio: la nostra scuola è la stessa di cento anni fa, con banchi fissi e studenti seduti 5-6 ore al giorno. Poteva andar bene per chi doveva essere alfabetizzato e messo dietro una scrivania, oggi non più.

Al tempo dell'autore della lettera le pratiche descritte (studio, passioni, relazioni, lavoro) offrivano un'esperienza di mondo sufficiente a (ri-)uscire, tutte le possibilità erano aperte. Oggi? Le tappe dell'età evolutiva non sono cambiate, il cervello-corpo continua a dare la spinta «esistenziale», ma l'iniziazione è inefficace e/o desincronizzata. Gli adolescenti sono smarriti: il corpo-cervello li spinge a uscire, ma loro non sanno verso dove.

Il CONIND e Pinocchio. C'è un virus culturale che corrode l'iniziazione e che chiamo CONIND: il COnsumismo che scambia la vita felice con la vita piena, il NIchilismo che azzera qualsiasi scopo o risposta ai perché, l'INDividualismo che appiattisce la socialità all'usarsi. Questo virus ai ragazzi lo abbiamo regalato noi. Nel finale del Pinocchio di Collodi non è il legno a diventare carne come nella semplificazione disneyana, infatti il Pinocchio di carne chiede: «“E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?”. “Eccolo là”, rispose Geppetto; e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato su una parte». Per (ri-)uscire nella vita bisogna far morire l'io legnoso e asservito ad aspettative e a modelli fallimentari, per far nascere il sé libero e autentico. L'educazione serve a trovare il coraggio per liberarsi dai fili: diventare sempre più liberi è il compito di una buona iniziazione, cioè capaci di ricevere il mondo, custodirlo e moltiplicarlo, liberi in latino erano i figli capaci di ereditare.

Ma quale mondo diamo in eredità? «“Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso?” gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci. “Questo improvviso cambiamento è tutto merito tuo”». E il lettore sa quanto è costato il cambiamento, che ogni nuova generazione, come Pinocchio, deve fare. Educare è mettere in condizione, negli anni fatti per questo, di scegliere se essere figli o burattini. Lo facciamo? Se l'iniziazione non conduce sulla soglia di questa scelta, che poi si ripresenterà periodicamente nel corso della vita e si potrà affrontare sempre alla luce della prima (ri-)uscita, è perché vogliamo «servi» non «liberi». L'energia evolutiva va sprecata e i ragazzi consegnati al sentimento del nostro tempo: la paura. Chiuso in casa, quando era fatto per uscire. Ma forse proprio il «problema esistenziale» che gli abbiamo creato, lo costringerà a (ri-)uscire.

 

Alzogliocchiversoilcielo


 

lunedì 19 febbraio 2024

CORSIVO O TASTIERA ?

 


Sempre più tastiera, sempre meno penna e corsivo. 

L’importanza dello scrivere e lo sviluppo del cervello. 

Ne abbiamo parlato su Isoradio RAI.

 

-di Antonio Fundarò

 Nel mondo moderno di oggi, poche persone scrivono ancora con carta e penna, per non parlare del corsivo. Tuttavia,  ricercatori, in ogni area del globo,  ritengono  che la scrittura corsiva sia importante per lo sviluppo cognitivo e la regione sensomotoria del cervello. C’è una sostanziale differenza di apprendimento, infatti, tra scrivere a mano delle lettere e in corsivo e digitare o tracciare quelle stesse lettere sul PC, sul tablet, sullo smartphone.

 Con l’abbondanza di smartphone, laptop e tablet per leggere e scrivere testi, la scrittura in corsivo è diventata non solo ancora più importante ma anche necessaria e indispensabile, altro che, come afferma qualcuno, uno strumento di apprendimento obsoleto. Ne abbiamo parlato, anche come Orizzontescuola.it, presente io, nella trasmissione “Ben…detto” di RAI Isoradio.

 Una trasmissione di attualità, curiosità, politica ed economia condotta da Benedetto Marcucci. Ospiti esperti del settore, politici, giornalisti, imprenditori e personaggi dello spettacolo con l’interazione dei radioascoltatori ed il punto su dati e notizie con Incoronata Boccia. Ben…detto! Ideato e condotto da Benedetto Marcucci. Autori della trasmissione Valentina Lo Russo e Lucia Pioppi. Regia di Gianni Grimaldi.

 Tema della trasmissione “La scomparsa del corsivo tra i giovani”: ne abbiamo parlato, sulla RAI, anche come Orizzontescuola.it, con la mia presenza, anche su Isoradio con Giulia Maffioli, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti (l’A.Na.P.P. è nata nel 2000 ed è composta da professionisti e formatori con consolidata esperienza in ambito clinico, organizzativo, sanitario, scolastico-educativo ed universitario) e Lidia Pantaleo referente nazionale del gruppo “Lingua” del  Movimento di Cooperazione Educativa.

 Precursore essenziale per un ulteriore successo scolastico

 La scrittura corsiva – come è emerso nel corso della trasmissione, puntualmente condotta dal giornalista RAI Benedetto Marcucci – è un’abilità culturale complessa e centrale, che coinvolge molti sistemi cerebrali e l’integrazione di abilità motorie e percettive. “L’abilità della scrittura corsiva è spesso utilizzata come strumento di apprendimento, considerando la profondità di elaborazione che la presa di appunti a mano fornisce, anche in assenza di una revisione degli appunti. Pertanto, la scrittura in corsivo è stata considerata un precursore essenziale per un ulteriore successo scolastico e l’abilità viene tipicamente acquisita durante l’infanzia nelle società con una forte tradizione di alfabetizzazione. I bambini devono imparare a coordinare accuratamente i movimenti delle mani e a produrre la forma di ogni lettera, e potrebbero volerci diversi anni per padroneggiare questa precisa abilità” come si legge in una recente ricerca.

 Si utilizza la tastiera sempre più spesso e a farlo sono anche gli adulti

 Oggi, la maggior parte degli adulti scrive utilizzando una tastiera e un computer, e in alcuni paesi, grazie ai programmi di istruzione, il digitare sui dispositivi digitali ha già sostituito la tradizionale scrittura a mano. Pertanto, la quantità di tempo trascorso a scrivere a mano è stata ridotta poiché le attività di apprendimento si affidano sempre più a dispositivi digitali. Questi dispositivi (ad esempio, tablet e telefoni cellulari) possono migliorare la capacità di uno studente di prendere appunti, ma possono anche ostacolare l’apprendimento in modi diversi e sconosciuti. La maggior parte dei docenti, di ogni ordine e grado, riconosce che prendere appunti è un fattore importante dell’apprendimento in classe e l’attività con la tastiera è ora spesso raccomandata come sostituto della scrittura precoce poiché questo tipo di attività è meno impegnativa e frustrante per i bambini.

 I sostenitori dell’uso dei computer in classe sottolineano i benefici derivanti dalla capacità dei bambini di produrre testi

 I numerosi (purtroppo) sostenitori dell’uso dei computer in classe, in sostituzione totale dei quaderni e della penna (dunque, della scrittura) sottolineano i benefici derivanti dalla capacità dei bambini di generare testi di grandi, con minore difficoltà e con maggiore speditezza, e di ricevere, in tale modalità, un feedback immediato sui testi prodotti e sulle loro molteplici osservazioni anche in merito al testo o alle lezioni. Dall’altro lato, invece, si è sottolineato nel programma radiofonico su RAI Isoradio, ci sono i critici dei computer in classe (nel senso della sostituzione del PC a tutte le altre tipologie di metodologie operative, dunque, anche alla scrittura) che evidenziano, anche col supporto di numerosi studi e indagini statistiche come quella di Eduscopio, a base del programma radiofonico, come l’utilizzo del computer ha un impatto negativo sulle valutazioni ma anche sul rendimento scolastico, oltre a rappresentare un distrattore per i numerosi studenti abitualmente individuati come multitasking.

 L’addestramento alla scrittura

 L’addestramento alla scrittura a mano non solo è capace di migliorare l’accuratezza dell’ortografia e migliorare, inevitabilmente, la memoria e il ricordo, ma anche è capace di contribuire al miglioramento del riconoscimento delle lettere. Perché anche questo, per i giovanissimi e i giovani, è un problema, oggi. Tali vantaggi, enucleati precedentemente, non sono stati riscontrati solo nella scrittura di tipo tradizionale, cioè quella che si determina utilizzando una penna ad inchiostro o la classica e piacevole matita, ma anche nella scrittura che si determina utilizzando una tecnologica penna digitale. Che fosse questo una via di mezzo? Una modalità di sintesi tra la necessità dell’approccio tecnologico e la scrittura tradizionale? Tutti i risultati suggeriscono – come per altro ha più volte sottolineato il prof. Piero Crispiani – che il coinvolgimento degli intrecciati movimenti della mano, più che altro del polso, e la modellazione di ciascuna delle lettere utilizzate per scrivere possono avvenire in svariate modalità. Se è davvero questa la modalità, modificare la condizione motoria mentre i bambini stanno imparando può danneggiare le loro funzioni consecutive.

 La scrittura corsiva e la digitalizzazione sono due modi distinti di scrivere

 Se leggiamo la questione dal punto di vista sensomotorio, possiamo affermare che la scrittura corsiva e la digitalizzazione sono modi diversi, ma anche modi distinti di scrivere e coinvolgono, inevitabilmente, processi distinti nel nostro cervello. La scrittura corsiva presume una ben definita coordinazione dei movimenti della mano finalizzata alla produzione della forma, anche graficamente piacevole, di ciascuna delle lettere, mentre la digitalizzazione, cosa alla quale ci si sta abituando sempre più frequentemente, richiede inferiori informazioni cinestetiche. Numerosi studi hanno dimostrato che aree legate ai processi di scrittura vengono attivate solo in alcune circostanze e nello specifico quando si percepiscono unicamente lettere visive. Di fatto, tali studi, suggeriscono che la scrittura e la lettura sono da considerare come processi interrelati che comprendono una importante (se non determinante)  componente sensomotoria.

 Domande che è necessario porsi

 Quali sono i vantaggi della scrittura in corsivo quando è possibile utilizzare un computer per lo stesso compito? La scienza afferma che i benefici cognitivi e visivi per i bambini che imparano usando il corsivo sono molteplici.

 Scrittura corsiva e cervello

 Disegnare lettere con la mano libera, articolando il polso che, ormai è provato, si sta atrofizzando, utilizzando una penna o una matita è, inutile ribadirlo ancora, cognitivamente diverso dalla modalità utilizzata dai nostri giovanissimi di premere un tasto fisico su una tastiera. Durante questa, non vecchia ma necessaria, l’apprendimento, la formazione delle lettere manualmente crea una connessione con il movimento della mano e l’importante risposta visiva di vedere quella lettera vivere sulla pagina. In tale maniera coesistono più processi nello stesso tempo: il movimento vero e proprio della mano, il pensiero che il nostro alunno, nostro figlio, ha della lettera e il segnale visivo della lettera che vive e si concretizza sul foglio, sulla lavagna. Si tratta, in questa maniera, di leggere e scrivere contemporaneamente. Cosa che rappresenta, indubbiamente, un’abilità necessaria e utilissima, proprio oggi in cui abbondano telefonini e tablet nella vita dei nostri giovani e anche nostra.

 Il processo che devono affrontare i nostri bambini

 I bambini devono affrontare questo processo per comprendere appieno la lingua italiana e collegare in siffatta maniera le parole alla memoria motoria. Imparare la scrittura in corsivo è, dunque, visibilmente importante per consolidare le abilità di ortografia, in quanto permette ai bambini di riconoscere le parole quando le leggono successivamente. La digitazione sulla tastiera, infatti, non ha lo stesso effetto sul nostro cervello, in quanto non richiede le stesse capacità motorie e le stesse attività eseguite simultaneamente.

 L’intelligenza e la scrittura in corsivo

 Secondo il professore William Klemm, meglio conosciuto come il “medico della memoria”, il corsivo contribuisce a rendere i nostri alunni, i nostri figli, i nostri bambini e i nostri ragazzi più intelligenti . Esercitarsi nella scrittura a mano, di fatto, possiamo dire, aiuta ad allenare il cervello, a tenerlo in vitalità; aiuta a integrare numerose forme di informazioni simultaneamente, inclusi input visivi e tattili, applicando al contempo le capacità motorie. Klemm ricorda, infatti, che il corsivo può fornire benefici al cervello; benefici simili a quelli che si ottengono imparando a suonare uno strumento musicale, specie se in giovanissima e giovane età.

 Insegna capacità organizzative e aiuta i bambini a comporre i propri pensieri e idee anche nei casi di DSA

 Anche se nel mondo di oggi tutti hanno certamente necessità di imparare a digitare sulla tastiera, la scrittura in corsivo ha i suoi numerosi e indiscussi vantaggi. Evidentemente tale esercizio può essere impegnativo ma permette di insegnare le capacità organizzative, sempre più difficilmente individuabili nei nostri alunni, e aiuta i bambini a comporre, a dare forma, a dare colore e struttura ai propri pensieri e alle proprie idee. Per coloro che devono affrontare le difficoltà della dislessia e della disgrafia, il corsivo, inteso, come afferma il professore Filippo Nobile come fluidificatore del pensiero, può far parte, specialmente a scuola primaria, di un piano di trattamento  per aiutare la coordinazione oculomanuale, la memoria e le altre funzioni cognitive. Invece di lasciare morire la scrittura a mano nelle scuole, leggere il corsivo ed esercitarsi a scrivere in corsivo è una parte importante di un curriculum che migliora le capacità cognitive e visive dei bambini.

 La scrittura in corsivo potenzia le competenze (neuro-psico-motorie)

 Per il professore Piero Crispiani, ad esempio, «La scrittura in corsivo potenzia le competenze (neuro-psico-motorie) ed esprime le competenze, costituisce una “edicola” della persona e della personalità. Non discuto degli aspetti psicologici, di cui la originaria grafologia (Moretti, Torbidoni), discuto invece il tema focale per gli insegnanti, gli Educatori ed i Pedagogisti, ovvero:

 Perché bisogna far scrivere in corsivo.

Come si costruisce la scrittura in corsivo.

Come la scrittura interfaccia il pensiero.

Quanto è perché la scrittura in corsivo è difficoltata».

L’esperienza della scrittura in corsivo porta al reclutamento di regioni di elaborazione neurale specifiche della lettera

 I risultati delle ricerche scientifiche sugli adulti e sui bambini sono gli stessi. Insieme, forniscono la prova che l’esperienza della scrittura in corsivo, a mano libera, potremmo dire, porta al reclutamento di regioni di elaborazione neurale specifiche della lettera e possono essere importanti per impostare il sistema neurale che sarà responsabile dell’elaborazione delle lettere una volta che un individuo diventa alfabetizzato. Solo la pratica della scrittura a mano libera (e non del tracciamento o della digitazione) risulta utile nella specializzazione neurale.

 L’esecutività manuale

 Afferma Crispiani che « fuori dalla condizione di chi reca disordini funzionali specifici come la disgrafia, il deficit di controllo grafomotorio o patologie neuromotorie, per i quali il Trattamento Abilitativo si configura in relazione al tipo di disturbo (organico-funzionale, quantitativo-qualitativo, di apprendimento o esecutivo, ecc.).  Riferiamoci piuttosto al bambino normodotato che, in prima classe, costruisce la lingua scritta. Si impegna, ovvero, in una complessa funzione che coinvolge la mente quanto l’esecutività manuale e può farlo secondo il primo e più sostanziale principio che regola l’apprendimento: l’imitazione di modelli».

 L’apprendimento e la conoscenza

 L’apprendimento e la conoscenza, processi prossimi ma dissimili, come scrive il professore Crispiani, hanno origine dai modelli (esperienze, ricordi, pregresse idee, antefatti) e proseguono come loro elaborazione, adattamento, sviluppo, che opportunamente diciamo processazione, costruzione Ma da lì si parte, quindi imitare parole e grafemi in corsivo, imitare il disegno, il parlare con tutte le sue varianti semantiche e pragmatiche, imitare il pensiero, le espressioni del viso, l’empatia… Dalla imitazione in equilibrio con il ristrutturare, proviene lo sviluppo (Piaget). Siamo cauti: l’imitazione non è atto rinunciatario o approssimativo, è la prima e naturale forma di attivazione del pensiero, poi diventa “imitazione differita”, poi simbolica. La conquista del codice verbale scritto, così come il parlare, il camminare, il dare lo sguardo, ecc. nasce dal raffronto con quanto percepiamo …  poi la mente fa il resto. Quindi, auspico una scuola in cui: si scriva in corsivo, si parli bene, ci si comporti con educazione e rispetto, si diano occasioni e si coltivino i processi comunicativi (sociali, culturali, civili) più importanti: scrivere, parlare, contare tra persone, in presenza, vis a vis, frontali, congiunti dalle parole.

 Il disagio psicologico che si riscontra a causa dell’utilizzo degli smartphone

 Per Giulia Maffioli, psicologa e psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Nazionale Psicologi Psicoterapeuti, ha sottolineato che i dati di numerose indagini e ricerche scientifiche mostrano che c’è una esposizione a questi device sin dalla primissima infanzia (tra gli 11 e i 15 mesi), ancor prima che i bambini camminino. È molto interessante, ha sottolineato la Maffioli, verificare quali sono le conseguenze e perché accadono queste scelte. La stessa OMS ha espresso la necessità di non sottoporre i minori a questa esposizione. Però, evidentemente, anche a livello culturale c’è una tendenza dei genitori ad affidare i propri figli ai device.

 

Orizzonte scuola