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domenica 26 ottobre 2025

UNA COMUNITA' IN CAMMINO


 Nella Basilica di San Pietro, Papa Leone XIV ha presieduto la Santa Messa per il Giubileo delle Équipe Sinodali e degli organi di partecipazione, celebrando la XXX Domenica del Tempo Ordinario. Nel cuore del suo ministero, il Pontefice ha proposto una riflessione profonda sul volto della Chiesa sinodale, invitando i fedeli a riscoprire la comunione come via di rinnovamento e di conversione.

«La Chiesa – ha detto – non è una semplice istituzione religiosa, né si identifica con le sue gerarchie e strutture, ma è il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità».
Richiamandosi alla parabola del fariseo e del pubblicano, Leone XIV ha messo in guardia dal rischio di un cristianesimo centrato sull’“io” invece che sul “noi”, chiedendo una Chiesa umile, capace di ascolto, dialogo e servizio.

L’omelia si inserisce nel cammino giubilare del 2025 e nel solco dell’eredità di Papa Francesco, richiamata più volte dal Santo Padre, che ha invitato i fedeli a “camminare insieme, mai come viaggiatori solitari”.

 Omelia di Papa Leone XIV

Fratelli e sorelle,

celebrando il Giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione, siamo invitati a contemplare e a riscoprire il mistero della Chiesa, che non è una semplice istituzione religiosa né si identifica con le gerarchie e con le sue strutture. La Chiesa, invece, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è il segno visibile dell’unione tra Dio e l’umanità, del suo progetto di radunarci tutti in un’unica famiglia di fratelli e sorelle e di farci diventare suo popolo: un popolo di figli amati, tutti legati nell’unico abbraccio del suo amore.

Guardando al mistero della comunione ecclesiale, generata e custodita dallo Spirito Santo, possiamo comprendere anche il significato delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione; essi esprimono quanto accade nella Chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore. Le prime – per ricordare un monito costante di Papa Francesco – sono logiche “mondane”, mentre nella Comunità cristiana il primato riguarda la vita spirituale, che ci fa scoprire di essere tutti figli di Dio, fratelli tra di noi, chiamati a servirci gli uni gli altri.

Regola suprema, nella Chiesa, è l’amore: nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme.

Insieme

Proprio la parola “insieme” esprime la chiamata alla comunione nella Chiesa. Papa Francesco ce lo ha ricordato anche nel suo ultimo Messaggio per la Quaresima: «Camminare insieme, essere sinodali, questa è la vocazione della Chiesa. I cristiani sono chiamati a fare strada insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge ad uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a chiuderci in noi stessi. Camminare insieme significa essere tessitori di unità, a partire dalla comune dignità di figli di Dio».

Camminare insieme. Apparentemente è quello che fanno i due personaggi della parabola che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Il fariseo e il pubblicano salgono tutti e due al Tempio a pregare, potremmo dire che “salgono insieme” o comunque si ritrovano insieme nel luogo sacro; eppure, essi sono divisi e tra loro non c’è nessuna comunicazione. Tutti e due fanno la stessa strada, ma il loro non è un camminare insieme; tutti e due si trovano nel Tempio, ma uno si prende il primo posto e l’altro rimane all’ultimo; tutti e due pregano il Padre, ma senza essere fratelli e senza condividere nulla.

Ciò dipende soprattutto dall’atteggiamento del fariseo. La sua preghiera, apparentemente rivolta a Dio, è soltanto uno specchio in cui egli guarda sé stesso, giustifica sé stesso, elogia sé stesso. Egli «era salito per pregare; ma non volle pregare Dio, bensì lodare sé stesso», sentendosi migliore dell’altro, giudicandolo con disprezzo e guardandolo dall’alto in basso. È ossessionato dal proprio io e, in tal modo, finisce per ruotare intorno a sé stesso senza avere una relazione né con Dio e né con gli altri.

Quando l’io prevale sul noi

Fratelli e sorelle, questo può succedere anche nella Comunità cristiana. Succede quando l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne; quando la pretesa di essere migliori degli altri, come fa il fariseo col pubblicano, crea divisione e trasforma la Comunità in un luogo giudicante ed escludente; quando si fa leva sul proprio ruolo per esercitare il potere e occupare spazi.

È al pubblicano, invece, che dobbiamo guardare. Con la sua stessa umiltà, anche nella Chiesa dobbiamo tutti riconoscerci bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, esercitandoci nell’amore vicendevole, nell’ascolto reciproco, nella gioia del camminare insieme, sapendo che «il Cristo appartiene a coloro che sentono umilmente, non a coloro che si innalzano al di sopra del gregge».

Le équipe sinodali e gli organi di partecipazione sono immagine di questa Chiesa che vive nella comunione. E oggi vorrei esortarvi: nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresìa, aiutateci a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme alla ricerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutateci ad allargare lo spazio ecclesiale perché esso diventi collegiale e accogliente.

Dialogo

Questo ci aiuterà ad abitare con fiducia e con spirito nuovo le tensioni che attraversano la vita della Chiesa – tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione –, lasciando che lo Spirito le trasformi, perché non diventino contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose. Non si tratta di risolverle riducendo l’una all’altra, ma di lasciarle fecondare dallo Spirito, perché siano armonizzate e orientate verso un discernimento comune. Come équipe sinodali e membri degli organismi di partecipazione sapete infatti che il discernimento ecclesiale richiede «libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alle novità e abbandono alla volontà di Dio. Non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di pareri individuali». Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandosi guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore.

Umiltà

Carissimi, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non sta dritta in piedi come il fariseo, trionfante e gonfia di sé stessa, ma si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo col pubblicano, ma si fa luogo ospitale per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma resta in ascolto di Dio per poter allo stesso modo ascoltare tutti. Impegniamoci a costruire una Chiesa tutta sinodale, tutta ministeriale, tutta attratta da Cristo e perciò protesa al servizio del mondo.

Su di voi, su noi tutti, sulla Chiesa sparsa nel mondo, invoco l’intercessione della Vergine Maria con le parole del Servo di Dio don Tonino Bello: «Santa Maria, donna conviviale, alimenta nelle nostre Chiese lo spasimo di comunione. […] Aiutale a superare le divisioni interne. Intervieni quando nel loro grembo serpeggia il demone della discordia. Spegni i focolai delle fazioni. Ricomponi le reciproche contese. Stempera le loro rivalità. Fermale quando decidono di mettersi in proprio, trascurando la convergenza su progetti comuni».

 Amore

Ci conceda il Signore questa grazia: essere radicati nell’amore di Dio per vivere in comunione tra di noi. Ed essere, come Chiesa, testimoni di unità e di amore.

 

KatoliKey

venerdì 11 aprile 2025

UNA SPERANZA UNIVERSALE E iNCLUSIVA



*In Aula Paolo VI, la quarta e ultima meditazione verso la Pasqua tenuta dal predicatore della Casa Pontificia e aperta a tutti. Centrale la riflessione sull’Ascensione e sull’insegnamento di Cristo a congedarsi per donare alla storia la libertà e una nuova vita. Il saluto a Papa Francesco, sempre “partecipe della vita della sua Chiesa”*


-Isabella Piro – Città del Vaticano

“Rivolgiamo un caro saluto al Santo Padre che, ormai ne siamo certi, tra un po’ sarà con noi, partecipe della vita della sua Chiesa”. Così il cappuccino Roberto Pasolini ha iniziato stamane, venerdì 11 aprile, in Aula Paolo VI, l’ultima delle quattro prediche di Quaresima, aperte a tutti, sul tema “Ancorati in Cristo. Radicati e fondati nella speranza della Vita nuova”.

LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLA MEDITAZIONE DI PADRE PASOLINI

Dopo la prime tre riflessioni del 21 e 28 marzo e del 4 aprile - incentrate rispettivamente su Imparare a ricevere - La logica del BattesimoAndare altrove - La libertà nello Spirito e Sapersi rialzare – La gioia della Risurrezione -, oggi il sacerdote si è soffermato sul tema Dilatare la speranza – La responsabilità dell’Ascensione. E in proposito ha evidenziato tre aspetti: la conversione, il sottosopra e la sinergia, ribadendo che sapersi congedare, quando tutto il necessario è stato compiuto, allargando i confini della speranza è l’insegnamento che Gesù ha offerto all’umanità proprio con l’Ascensione. 

Non cedere alla sindrome dell’abbandono

In primo luogo, analizzando il passo del Vangelo di Giovanni in cui si narra l’incontro tra Gesù e la Maddalena dopo la risurrezione, padre Pasolini ha sottolineato l’importanza di non cedere alla sindrome dell’abbandono. Come quella vissuta dalla discepola, chiusa nel suo dolore e desiderosa di imbalsamare, insieme alle spoglie di Gesù, anche la memoria del suo Amore. Questa tendenza a imbalsamare l’assenza - ha evidenziato il padre cappuccino - può far ammalare il cuore dell’umanità in modo grave, impedendogli di riaprirsi a nuova vita. 

La Risurrezione non torna indietro, ma apre a nuova speranza

Invece, non appena il Signore Risorto la chiama per nome, Maria Maddalena si sente chiamata a una nuova speranza di vita ed è questa – rimarca il predicatore – la conversione definitiva a cui la Risurrezione ci vuole condurre: quella che consente al cuore dell’umanità di liberarsi dalla tristezza e di fare un incontro personale con Cristo e con la novità che Egli inaugura. Perché dopo la Risurrezione non si può tornare indietro, ma si cammina in avanti, verso il Padre, trasformate in creature nuove. Con la Risurrezione, quindi, prosegue padre Pasolini, viene superata la tentazione di confinare Dio in un tempo o in un luogo, come vorrebbe fare la Maddalena, portando le spoglie di Gesù nella casa materna.

La Pasqua non è idolatria religiosa

Al contrario, il Signore invita la discepola ad annunciare agli altri la sua Risurrezione e a scorgere il suo volto nell’umanità. Evitando il rischio di trasformare la Pasqua in mera idolatria religiosa, dunque, Cristo è asceso al cielo per far emergere nella storia un suo segno meraviglioso: le relazioni che sappiamo intrecciare e custodire nel suo nome.

Il “sottosopra” dell’Ascensione: Cristo lascia spazio all’uomo

In questo senso, spiega ancora padre Pasolini, l’Ascensione genera un “sottosopra”, ossia un rovesciamento definitivo sul piano esistenziale, perché Cristo esce dal palcoscenico della storia per lasciare spazio all’umanità affinché diventiamo presenza viva di Dio nel tempo e nello spazio. In sostanza, Gesù si allontana per condurre i discepoli oltre sé stessi, al di là delle illusioni e delle delusioni, fino al punto in cui possono diventare pienamente umani, in solidarietà con i fratelli. In tal modo, l’Ascensione non richiama a una vita ideale e astratta, bensì consente di trovare la presenza del Signore in ogni luogo e in qualsiasi circostanza, ribaltando l’odine delle cose: lo Spirito è nelle realtà visibili, il corpo entra nelle realtà invisibili. Perché il ritorno di Cristo al cielo si compie insieme all’avanzare verso il cielo del suo corpo, ovvero l’umanità che, ogni giorno, rende testimonianza dell’Amore più grande.

Riconoscere la bellezza e la bontà di ogni creatura

L’avventura del Vangelo – evidenzia il predicatore della Casa Pontificia – continua sulla terra, tra polvere e cielo, in sinergia. Gli apostoli, infatti, sono chiamati ad andare ovunque per proclamare la Buona Novella a tutte le creature. Su questo termine – “creature” – padre Pasolini si sofferma ulteriormente, ricordando che, al momento della creazione, Dio vide che ogni cosa era bella ed era buona. Di qui, la sfida di guardare agli altri non come esseri umani, quindi soggetti a giudizi e a pretese, bensì come creature delle quali riconoscere la bellezza e la bontà.

La mitezza di Gesù

Evangelizzare dunque – sottolinea il padre cappuccino – significa soprattutto scorgere nel prossimo una creatura, anche fragile e sconclusionata, anche con luci e ombre. Ma comunque riconoscerla e accettarla con benevolenza per quello che è. Questa è la mitezza di Gesù, che considera primario non fare il bene dell’altro, quanto innanzitutto dichiarare che l’altro è un bene. E in questo tempo storico – continua il predicatore – ciò rappresenta un’occasione nuova per la Chiesa: quella di guadare con umiltà e rispetto la storia di ogni persona, riconoscendo il cammino del singolo senza includere, immediatamente o frettolosamente, una valutazione morale.

Ascolto, accoglienza e discernimento

In fondo, aggiunge padre Pasolini, portare il Vangelo fino ai confini della terra non significa solo raggiungere luoghi lontani nello spazio e nel tempo, ma anche inoltrarsi con attenzione e rispetto nel cuore di ogni uomo, accogliendone la complessità, abitando con sapienza evangelica e carità pastorale l’unicità di ciascuno e lasciando spazio all’azione silenziosa di Dio. Ascolto, accoglienza e discernimento, dunque, sono atteggiamenti fondamentali per restare fedeli al Vangelo – ricorda il predicatore - e per mettere al centro la storia e la dignità di ogni persona che attende, anche senza saperlo, di incontrare il volto di Dio.

Sapersi allontanare restando in profonda comunione

Con l’Ascensione del Signore – continua il predicatore della Casa Pontificia – i discepoli hanno compreso la possibilità di vivere e agire insieme a Lui, mediante la forza dello Spirito. E questo interrompe per sempre l’incubo della solitudine perché, attraverso la Risurrezione e l’Ascensione, la vita umana si è trasformata in una sorta di danza, di passo a due tra cielo e terra. Dunque, rimarca padre Pasolini, in un tempo in cui facciamo fatica a “uscire di scena”, Gesù ci mostra quanto sia prezioso sapersi allontanare per restare in una comunione più profonda e più autentica.

 Pasolini: la risurrezione esperienza d'amore che insegna a superare le difficoltà

Nella terza predica di Quaresima sul tema “Sapersi rialzare. La gioia della Risurrezione”, il predicatore della Casa Pontificia ha evidenziato che Gesù, appena risorto, “non sente ...

Un sussulto di speranza universale

La vita è eterna, non si lascia imprigionare, afferma il padre cappuccino: l’apparente assenza di Dio dal palcoscenico della storia è in realtà un invito all’umanità, chiamata a incarnare e a testimoniare la verità del Vangelo senza cedere a protagonismi e monopoli, ma manifestando al mondo la pienezza dei tempi. E questa – conclude padre Pasolini – è l’auspicio più grande da coltivare durante il Giubileo: che il mondo possa riconoscere, nella fede e nella tradizione della Chiesa, qualcosa di bello e di nuovo, capace di suscitare un sussulto di speranza universale.

 Vatican News

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sabato 11 giugno 2022

PERICORESI. LA DANZA DI DIO


+ Dal Vangelo secondo Giovanni - 
Gv 16,12-15

- In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:

«Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso.

Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.

Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». - 

 Commento di p. Paolo Curtaz

L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori attraverso lo Spirito che abbiamo ricevuto, scrive san Paolo. È grazie allo Spirito se ci siamo scoperti (ci stiamo scoprendo) agapetoi, amati dal Signore. E quando ci si scopre amati cresce la speranza, che è fiducia nel futuro, che è chiave di lettura e di svolta del presente. Siamo qui, tenaci discepoli dell’impossibile, stupiti testimoni dello stupore. Custodi del mistero nascosto nei secoli, chiamati a raccontarlo, a dirlo.

Noi sappiamo che Dio c’è, ed è bellissimo.

Non lo sappiamo perché siamo dei geni (figurarsi) ma perché lui, il Signore, si è raccontato. Come accade in una caccia al tesoro, di indizio in indizio, spinti dalla gioia. Perché il cristianesimo ha a che fare con Dio. E con la gioia.

E anche noi, come gli apostoli storditi dalle tante emozioni, masticati e fioriti, sappiamo che lo Spirito ci accompagna alla verità tutta intera. Perché non riusciamo a portare il peso di tutta la bellezza, di tutto l’amore che Dio vuole riversare su di noi. Lo facciamo a puntate, a pezzi, passo passo. Ed è grazie allo Spirito, dono del risorto, che i discepoli del Signore hanno scoperto una verità che ci lascia allibiti. Dio c’è, ed è una relazione d’amore.

Quale Dio

Ed è simpatico che questa banda di simpatici topoloni che è la Chiesa, non quella gossipara dei media e nemmeno quella descritta allo sbando e morente che si legge sui siti dei cattolici puri e duri, ma quel popolo di Dio santo e in conversione cui il risorto affida la costruzione del Regno (tenero), grazie allo Spirito Santo, si chieda ogni in quale Dio stiamo credendo. 

E anche se stiamo lentamente lasciando che la logica del mondo ci contagi (quanto mi irrita questa cosa!), che la politica (quella brutta, sinceramente) tratti la fede come oggetto contundente, che paranoie, fobie, approssimazioni si sostituiscano alla vita spirituale, il messaggio che ci viene consegnato rimane.

Noi non crediamo in Dio. Crediamo nel Dio di Gesù Cristo. È proprio un’altra questione, sinceramente. Un altro approccio. Io non ci sarei mai arrivato a Dio, se non mi fosse venuto incontro lui.

Il Dio mostruoso

Lo scrivo e lo dico spesso: mi sono convinto che tutti portiamo nel cuore un’immagine di Dio, anche chi crede di non credere. Non sempre bella, sinceramente: un’idea spontanea, inconscia, culturale, legata alla nostra educazione e nutrita da qualche distratto ascolto di predica o di catechismo. Dio c’è, certo, ma è incomprensibile, lunatico, inaccessibile.

Ti ama, si dice, ma poi se non lo ami, lui che ti vuole tanto bene, ti manda una bella disgrazia. È onnipotente, ma non difende il bambino venduto per prostituirsi. Né schianta il prete pedofilo che ne abusa. C’è, opera, ovvio. Ma non fa quasi mai il mio bene.  Meglio blandirlo Dio, non si sa mai. Meglio trattarlo bene, sperando che non ti capiti una disgrazia. E, a dirla tutta, forse io sarei capace di operare meglio di lui e di risolvere qualche bel problemino mondiale. Che so, infartando i dittatori ad esempio.

L’idea di Dio che portiamo nel cuore, siamo onesti, è mediamente orribile.     Finché è arrivato Gesù e ha sconvolto le nostre piccole idee di Dio. E ne ha parlato come nessuno ne aveva parlato e ha inviato lo Spirito perché, infine, capissimo.

Il Dio di Gesù

Gesù ci svela che Dio è Trinità, cioè comunione. Ci dice che se noi vediamo “da fuori” che Dio è unico, in realtà questa unità è frutto della comunione di un Padre/Madre che ama un Figlio e questo amore è talmente intenso da diventare una persona: lo Spirito Santo. Talmente uniti da essere uno, talmente orientati l’uno verso l’altro da essere totalmente uniti. Dio non è solitudine, immutabile e asettica perfezione, sommo egoista bastante a se stesso, ma è comunione, festa, famiglia, amore, tensione dell’uno verso l’altro.

Solo Gesù poteva farci accedere alla stanza interiore di Dio, solo Gesù poteva svelarci l’intima gioia, l’intimo tormento di Dio: la comunione, la sponsalità. Una comunione piena, un dialogo talmente armonico, un dono di sé talmente realizzato, che noi, da fuori, vediamo un Dio unico.

Dio è Trinità, relazione, danza, festa, armonia, passione, dono, cuore.

Allora finalmente capisco l’inutile lezione di catechismo di quando, bambino, vedevo il parroco tracciare sulla lavagna l’addizione: 1+1+1=1 e disegnava un triangolo equilatero. Tenero. Con l’amore medio che un bambino ha per la geometria si era infilato in un bel pasticcio! Oggi ho capito. Sbagliava operazione. In Dio 1x1x1=1.

Proprio perché il Padre ama il Figlio che ama il Padre e questo amore è lo Spirito Santo, che noi, da fuori, vediamo un’unità assoluta.

E a me?

Se Dio è comunione, in lui siamo battezzati e a sua immagine siamo stati creati; questa comunione ci abita e a immagine di questa immagine siamo stati creati. La bella parabola della Genesi ci ricorda di come Dio si sia guardato allo specchio, sorridendo, per progettare l’uomo. Ma, se questo è vero, le conseguenze sono enormi.

La solitudine ci è insopportabile perché inconcepibile in una logica di comunione, perché siamo creati a immagine della danza. Se giochiamo la nostra vita da solitari egoisti non riusciremo mai a trovare la luce interiore perché ci allontaniamo dal progetto.

Sartre diceva: “L’enfer c’est les autres”, Gesù ci ribadisce: “Siate perfetti nell’unità”. E se anche fare comunione è difficile, ci è indispensabile, vitale, e più puntiamo alla comunione e più realizziamo la nostra storia, più ci mettiamo alla scuola di comunione di Dio, più ci realizzeremo.

La Chiesa, va costruita a immagine della Trinità. La nostra comunità prende ispirazione da Dio-Trinità, guardiamo a lui per intessere rapporti, per rispettare le diversità, per superare le difficoltà. Guardando al nostro modo di essere, di relazionarci, di rispettarci, di essere autentici, chi ci sta intorno capirà chi è Dio e per noi l’idea di un Dio che è Trinità diventerà luce. Questo è il Dio che Gesù è venuto a raccontare. Quello di cui scommetto l’esistenza.

Quello che lo Spirito ci permette di conoscere e sperimentare, scoprendoci amati, entrando nella danza.

 Paolo Curtaz



 

LA TRINITA' : RELAZIONE INFINITA

IN DIO 

OGNI PERSONA VIVE 

L'UNA PER L'ALTRA

- Ven. Tonino Bello 

Carissimi fratelli,

l’espressione me l’ha suggerita don Vincenzo, un prete mio amico che lavora tra gli zingari, e mi è parsa tutt’altro che banale.

Venne a trovarmi una sera nel mio studio e mi chiese che cosa stessi scrivendo. Gli dissi che ero in difficoltà perché volevo spiegare alla gente (ma in modo semplice, così che tutti capissero) un particolare del mistero della Santissima Trinità: e cioè che le tre Persone divine sono, come dicono i teologi con una frase difficile, tre relazioni sussistenti.

Don Vincenzo sorrise, come per compatire la mia pretesa e comunque, per dirmi che mi cacciavo in una foresta inestricabile di problemi teologici. Io, però, aggiunsi che mi sembrava molto importante far capire queste cose ai poveri, perché, se il Signore ci insegnato che, stringi stringi, il nucleo di ogni Persona divina consiste in una relazione, qualcosa ci deve essere sotto.

E questo qualcosa è che anche ognuno di noi, in quanto persona, stringi stringi, deve essere essenzialmente una relazione. Un io che si rapporta con un tu. Un incontro con l’altro. Al punto che, se dovesse venir meno questa apertura verso l’altro, non ci sarebbe neppure la persona. Un volto, cioè, che non sia rivolto verso qualcuno non è disegnabile…

Colsi l’occasione per leggere al mio amico la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra.

E sai come concludo? Dicendo che questo è una specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho lacerato i miei appunti.

Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti. Per esempio: che l’uomo è icona della Trinità (“facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”) e che pertanto, per quel che riguarda l’amore, è chiamato a riprodurre la sorgività pura del Padre, l’accoglienza radicale del Figlio, la libertà diffusiva dello Spirito.

Ero ricorso anche a ingegnose immagini, come quella del pozzo di campagna la cui acqua sorgiva viene accolta in una grande vasca di pietra e di qui, in mille rigagnoli, va a irrigare le zolle.

Ma forse don Vincenzo aveva ragione: avrei dovuto spiegare molte cose. Sicché ho preferito trattenere questa sola idea: che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per, un rapporto o, se è più chiaro, una realtà dialogica. Più che interessante, cioè, deve essere inter-essente.

 Cari fratelli, lo so che la Trinità è molto più che una formula esemplare per noi, e che non è lecito comprimerne la ricchezza alla semplice funzione di analogia. Ma se oggi c’è un insegnamento che dobbiamo apprendere con urgenza da questo mistero, è proprio quello della revisione dei nostri rapporti interpersonali.

Altro che “relazioni”. L’acidità ci inquina. Stiamo diventando corazze. Più che luoghi d’incontro, siamo spesso piccoli centri di scomunica reciproca. Tendiamo a chiuderci. La trincea ci affascina più del crocicchio. L’isola sperduta, più dell’arcipelago. Il ripiegamento nel guscio, più della esposizione al sole della comunione e al vento della solidarietà. Sperimentiamo la persona più come solitario auto-possesso, che come momento di apertura al prossimo. E l’altro, lo vediamo più come limite del nostro essere, che come soglia dove cominciamo a esistere veramente.

Coraggio.

venerdì 28 agosto 2020

L'INSEGNAMENTO DI AGOSTINO ALL'UOMO CONTEMPORANEO

-    Da lui si apprende l’introspezione interiore e la ricerca di Dio attraverso la ragione e la fede. Ma Sant’Agostino, che la Chiesa ricorda oggi, insegna anche a leggere la storia alla luce della Provvidenza. Il nuovo priore della Provincia Agostiniana d’Italia: "Agostino parla molto all'uomo di oggi". Lettera del priore generale a tutti gli agostiniani

di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Padri della Chiesa sono giustamente chiamati quei santi che, con la forza di fede, la profondità e la ricchezza dei loro insegnamenti, nel corso dei primi secoli l’hanno rigenerata e grandemente incrementata”.Così scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Patres Ecclesiae. E tra i Padri della Chiesa è annoverato Sant’Agostino, vescovo di Ippona, che con il suo ministero pastorale e le sue opere ha contribuito enormemente allo sviluppo della dottrina cristiana.
Sant’Agostino pastore
Se con la sua esperienza di vita il presule africano insegna a percorrere la via dell’interiorità per trovare Dio e a comprendere la sua Parola con fede e ragione, attraverso svariati scritti risponde anche alle grandi domande dell’uomo sull’esistenza, sul bene e sul male, sulla storia. E sono tantissime le omelie in cui Agostino affronta temi di attualità, redarguisce i suoi fedeli sui costumi pagani, li aiuta a leggere la realtà alla luce del Vangelo. Come pastore, per 35 anni, guida la sua diocesi nell’ortodossia cristiana e, spettandogli la episcopalis audientiae, deve dirimere quelle controversie civili che i cittadini di Ippona gli sottopongono come arbitro di liti, cosa che lo avvicina ancora di più alla sua gente; gli si rivolgono per avere il suo lodo arbitrale folle di litiganti, pagani e cristiani. Tutto questo lo porta a trattare problemi concreti e ad affrontare via via eresie e questioni teologiche, mentre le sue prediche ammaliavano l’uditorio tanto da riuscire a trattenerlo pure per ore.
La Provvidenza nella storia
In età matura, fra il 413 e il 426, Agostino scrive La città di Dio, offrendo una lettura della storia attraverso la lente della fede cattolica. Nei 22 libri che la compongono il mondo viene descritto come frutto della “città terrena”, segnata dal peccato dell’uomo e dall’amor di sé, e della “città celeste”, luogo della Grazia e dell’amor di Dio. Ma, per il vescovo di Ippona, in tutte le civiltà ci sono uomini che appartengono all’una o all’altra. Inoltre, scorgendo la Provvidenza a guida dell’intera storia, ogni avvenimento e ogni singola vicenda personale s’illuminano di significato.
A ricordare il pensiero di Sant’Agostino è il tweet di oggi del Papa, che invita proprio ad intravedere la mano di Dio nella storia degli uomini. “Fidatevi del Signore e sforzatevi di entrare nei suoi disegni, accettando che la sua salvezza possa giungere a noi per vie diverse da quelle che ci aspetteremmo”: scrive Francesco esortando ad accogliere la volontà di Dio, pur se divergente dalle nostre aspettative, perché dono di salvezza. E propio questo si può comprendere con la lettura de La città di Dio, nelle cui pagine Agostino sviluppa una riflessione filosofica, teologica e politica. Padre Giustino Casciano, priore provinciale della Provincia Agostiniana d’Italia, spiega cosa recuperare oggi di quest’opera:
Ascolta l'intervista a padre Giustino Casciano
R. -“La città di Dio” è stata scritta da Agostino nel momento in cui Roma è caduta nelle mani dei Goti. Questo evento veramente epocale ha scosso molto le persone, le coscienze di allora, e ha fatto sorgere l’accusa contro i cristiani di essere loro la causa della rovina della città di Roma, della città eterna. E Agostino vuole, scrivendo “La città di Dio”, proprio rispondere a queste accuse. E lui dice che non è a causa del cristianesimo che Roma è diventata debole ed è caduta nelle mani dei barbari, ma è a causa della corruzione morale, della corruzione dei costumi, che Roma ha perso il suo splendore e la sua grandezza. É diventata debole a causa dell’uomo, che ha seguito più le passioni che la propria intelligenza, il proprio destino eterno. Credo che sia interessante riflettere sulla situazione attuale del mondo, sul fatto che viviamo questa crisi della epidemia globale che ha colpito tutti i popoli. La riflessione di Agostino può essere molto interessante per avere una visione della storia del mondo, dove il cristianesimo può dare tanta luce, dove la fede cristiana può offrire tante vie di uscita.
Come si rivolgerebbe Agostino al mondo di oggi?
R.- Devo dire che Agostino parla molto all’uomo di oggi. L’uomo contemporaneo lo sente molto vicino; è lontano più di 1600 anni ma il suo linguaggio, la sua maniera di essere e di porsi, lo rende veramente molto, molto attuale. Credo che Agostino parlerebbe, soprattutto, a livello antropologico, parlerebbe al cuore delle persone, al loro bisogno di felicità, di sicurezza. Credo che sarebbe veramente interessante sentirlo parlare o scrivere nella società di oggi. Ed è compito di noi agostiniani renderlo vivo, attuale, nella nostra società.
Lei è stato appena eletto priore della Provincia Agostiniana d’Italia, quali sono le priorità delle comunità agostiniane italiane?
R.- Sentire insieme alla Chiesa e camminare insieme alla Chiesa cattolica. Agostino è stato, dopo la conversione, un grande pastore molto attento a tutte le problematiche della società e della Chiesa di allora. E lui, nella regola, nei suoi scritti, dona a noi proprio questo insegnamento: mettere al primo posto le necessità della comunità cristiana e lasciare da parte anche un legittimo bisogno di ricerca, di contemplazione, di studio, purché al primo posto ci siano le necessità della carità. Quindi noi vogliamo, come agostiniani, avere questa priorità: aiutare il Papa, aiutare i vescovi, camminare insieme alla Chiesa cattolica nella missione di evangelizzare il mondo in cui viviamo.
La Provincia Agostiniana d'Italia come  affronta questo momento particolare della storia?
R. - Con l’annuncio del Vangelo, sia con la parola che con la vita. Però non un annuncio del Vangelo fatto da soli, ma fatto insieme alla comunità religiosa. Il nostro carisma è soprattutto questo della comunione: i religiosi vivono insieme, si aiutano, cercano di camminare uniti nella fede, nella preghiera, nel servizio, per poter annunciare il Vangelo con un cuore solo e un’anima sola. É un ideale difficile, perché la vita comune è una palestra, è un continuo allenamento, un continuo combattimento, per superare le differenze e trasformare le individualità in una ricchezza, superare le difficoltà a volte che sono di carattere, di culture, di provenienze diverse, facendo diventare queste differenze una ricchezza. E questo è possibile con il dono della carità. La carità al di sopra di tutto. Noi abbiamo in Italia grandi santuari, come il santuario di Santa Rita a Cascia, abbiamo grandi parrocchie, come a Milano o a Roma o in altre città; noi non ci distinguiamo per un apostolato particolare; molti di noi, sono professori, abbiamo un grande centro di cultura nell’Augustinianum di Roma, abbiamo un centro medico di eccellenza in provincia di Bari. Quello che ci distingue è soprattutto questo evangelizzare insieme, come comunità.
Come vede il futuro delle comunità agostiniane in Italia?
R. - È un futuro sicuramente con molte difficoltà, dovute soprattutto alla carenza delle vocazioni, per cui l’urgenza più importante è avvicinare i giovani, camminare insieme ai giovani, annunciare Gesù alle nuove generazioni e chiedere con la preghiera incessante il dono di avere nuove e sante vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato. Noi non vorremmo chiudere dei conventi, noi vorremmo, con l’aiuto di Dio, aprire nuove realtà; però questo, è chiaro, si può fare solo attraverso le nuove vocazioni, senza dimenticarci che camminiamo insieme alle famiglie, insieme ai laici. Noi siamo un tutt’uno con i laici e le famiglie agostiniane che vivono nei nostri contesti. Le difficoltà della Chiesa sono le nostre difficoltà.
C'è una frase, un pensiero, di Agostino che, secondo lei, può essere un po' il motto della Provincia Agostiniana Italiana per i prossimi anni?
R.- Mi vengono in mente, naturalmente, diverse frasi. Una riguarda la ragione e la fede: “Credi per poter comprendere e comprendi per poter credere”. Credo che sia importante per noi unire sempre di più tutte le capacità della scienza, della tecnica, dell’intelligenza umana, però alla fede. Solo se siamo capaci di avere queste due ali, l’ingegno umano e la fede in Dio, noi possiamo veramente volare. Se manca una di queste due ali c’è rischio che rimaniamo per terra e non riusciamo a sollevarci. E mi piace molto anche la frase che riguarda la Grazia di Dio. Mettere insieme la libertà umana e la Grazia di Dio, quindi fare tutto quello che puoi con le tue forze, ma soprattutto affidarti alla Grazia di Dio con la preghiera. Credo che Agostino sia proprio capace di unire sempre queste realtà fra di loro; è il dottore della Grazia ma è anche il dottore della libertà.
La lettera del priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino
Il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, padre Alejandro Moral, in occasione della solennità che tutti gli agostiniani celebrano oggi, ha scritto una lettera per invitare i religiosi a vivere con un cuor solo e un’anima sola protesi verso Dio. “Restiamo (…) fortemente uniti. Diamo testimonianza della comunione tra noi e il Capo, che è Cristo – si legge nella missiva –. Egli ci aiuterà a leggere e interpretare la realtà e le esigenze dei nostri fratelli. Uniti e in comunione con Cristo, possiamo confidare nella sicurezza di superare le situazioni difficili che dovremo vivere”.
Uniti e orientati verso il bene comune di fronte alla pandemia
Ricordando, poi, l’emergenza coronavirus che tutti i continenti stanno vivendo, padre Moral aggiunge: “Anche la celebrazione della solennità del nostro Padre Sant’Agostino è coinvolta nei problemi di attenzione sanitaria che dobbiamo mantenere. Per questo motivo le S. Messe e le celebrazioni di altro tipo vedranno una partecipazione ridotta nella maggior parte dei luoghi, o addirittura in altri non si potranno neanche celebrare pubblicamente”. Infine il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino esorta ad orientare mente e cuore all'essenziale del carisma agostiniano. “Cerchiamo il bene comune, la comunione con i nostri fratelli – conclude – lavorando sulla nostra interiorità e relazione con Dio, offrendo una testimonianza di fraternità e di solidarietà con gli uomini colpiti dai problemi causati dalla pandemia”.





mercoledì 12 agosto 2020

L'ALTRO NON E' UN OGGETTO !


La pandemia ha messo in risalto quanto siamo tutti vulnerabili e interconnessi. Se non ci prendiamo cura l’uno dell’altro, a partire dagli ultimi, da coloro che sono maggiormente colpiti, incluso il creato, non possiamo guarire il mondo.
È da lodare l’impegno di tante persone che in questi mesi stanno dando prova dell’amore umano e cristiano verso il prossimo, dedicandosi ai malati anche a rischio della propria salute. Sono degli eroi! Tuttavia, il coronavirus non è l’unica malattia da combattere, ma la pandemia ha portato alla luce patologie sociali più ampie. Una di queste è la visione distorta della persona, uno sguardo che ignora la sua dignità e il suo carattere relazionale. A volte guardiamo gli altri come oggetti, da usare e scartare. In realtà, questo tipo di sguardo acceca e fomenta una cultura dello scarto individualistica e aggressiva, che trasforma l’essere umano in un bene di consumo (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 53; Enc. Laudato si’ [LS], 22).
Nella luce della fede sappiamo, invece, che Dio guarda all’uomo e alla donna in un altro modo. Egli ci ha creati non come oggetti, ma come persone amate e capaci di amare; ci ha creati a sua immagine e somiglianza (cfr Gen 1,27). In questo modo ci ha donato una dignità unica, invitandoci a vivere in comunione con Lui, in comunione con le nostre sorelle e i nostri fratelli, nel rispetto di tutto il creato. In comunione, in armonia, possiamo dire. La creazione è un'armonia nella quale siamo chiamati a vivere. E in questa comunione, in questa armonia che è comunione, Dio ci dona la capacità di procreare e di custodire la vita (cfr Gen 1,28-29), di lavorare e prenderci cura della terra (cfr Gen 2,15; LS, 67). Si capisce che non si può procreare e custodire la vita senza armonia; sarà distrutta.
Di quello sguardo individualista, quello che non è armonia, abbiamo un esempio nei Vangeli, nella richiesta fatta a Gesù dalla madre dei discepoli Giacomo e Giovanni (cfr Mt 20,20-28). Lei vorrebbe che i suoi figli possano sedersi alla destra e alla sinistra del nuovo re. Ma Gesù propone un altro tipo di visione: quella del servizio e del dare la vita per gli altri, e la conferma restituendo subito dopo la vista a due ciechi e facendoli suoi discepoli (cfr Mt 20,29-34). Cercare di arrampicarsi nella vita, di essere superiori agli altri, distrugge l'armonia. È la logica del dominio, di dominare gli altri. L’armonia è un’altra cosa: è il servizio.
Chiediamo, dunque, al Signore di darci occhi attenti ai fratelli e alle sorelle, specialmente a quelli che soffrono. Come discepoli di Gesù non vogliamo essere indifferenti né individualisti, questi sono i due atteggiamenti brutti contro l’armonia. Indifferente: io guardo da un’altra parte. Individualisti: guardare soltanto il proprio interesse. L’armonia creata da Dio ci chiede di guardare gli altri, i bisogni degli altri, i problemi degli altri, essere in comunione.  Vogliamo riconoscere in ogni persona, qualunque sia la sua razza, lingua o condizione, la dignità umana. L’armonia ti porta a riconoscere la dignità umana, quell’armonia creata da Dio, con l’uomo al centro.
Il Concilio Vaticano II sottolinea che questa dignità è inalienabile, perché «è stata creata a immagine di Dio» (Cost. past. Gaudium et spes, 12). Essa sta a fondamento di tutta la vita sociale e ne determina i principi operativi. Nella cultura moderna, il riferimento più vicino al principio della dignità inalienabile della persona è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che San Giovanni Paolo II ha definito «pietra miliare posta sul lungo e difficile cammino del genere umano»,[1] e come «una delle più alte espressioni della coscienza umana».[2] I diritti non sono solo individuali, ma anche sociali; sono dei popoli, delle nazioni.[3] L’essere umano, infatti, nella sua dignità personale, è un essere sociale, creato a immagine di Dio Uno e Trino. Noi siamo esseri sociali, abbiamo bisogno di vivere in questa armonia sociale, ma quando c’è l’egoismo, il nostro sguardo non va agli altri, alla comunità, ma torna su noi stessi e questo ci fa brutti, cattivi, egoisti, distruggendo l’armonia.
Questa rinnovata consapevolezza della dignità di ogni essere umano ha serie implicazioni sociali, economiche e politiche. Guardare il fratello e tutto il creato come dono ricevuto dall’amore del Padre suscita un comportamento di attenzione, di cura e di stupore. Così il credente, contemplando il prossimo come un fratello e non come un estraneo, lo guarda con compassione ed empatia, non con disprezzo o inimicizia. E contemplando il mondo alla luce della fede, si adopera a sviluppare, con l’aiuto della grazia, la sua creatività e il suo entusiasmo per risolvere i drammi della storia. Concepisce e sviluppa le sue capacità come responsabilità che scaturiscono dalla sua fede,[4] come doni di Dio da mettere al servizio dell’umanità e del creato.
Mentre tutti noi lavoriamo per la cura da un virus che colpisce tutti in maniera indistinta, la fede ci esorta a impegnarci seriamente e attivamente per contrastare l’indifferenza davanti alle violazioni della dignità umana. Questa cultura dell’indifferenza che accompagna la cultura dello scarto: le cose che non mi toccano non mi interessano. La fede sempre esige di lasciarci guarire e convertire dal nostro individualismo, sia personale sia collettivo; un individualismo di partito, per esempio.
Possa il Signore “restituirci la vista” per riscoprire che cosa significa essere membri della famiglia umana. E possa questo sguardo tradursi in azioni concrete di compassione e rispetto per ogni persona e di cura e custodia per la nostra casa comune.



Udienza 12 agosto 2020


sabato 4 aprile 2020

FORTI NELLA TRIBOLAZIONE. - UN SUSSIDIO DI RIFLESSIONE E PREGHIERA NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Forti nella tribolazione: scarica qui il libro con preghiere e parole del Papa

Il volume digitale è disponibile gratuitamente sul sito della Libreria Editrice Vaticana (LEV) attraverso il link riportato nel nostro articolo. 
L’iniziativa editoriale vuole mantenere vivo il senso di comunità messo duramente alla prova dall’ emergenza sanitaria attuale.


di Eugenio Bonanata – Città del Vaticano

Un piccolo aiuto per saper scorgere la vicinanza e la tenerezza di Dio in questo periodo fatto di dolore, sofferenza, solitudine e paura. Si presenta così ‘Forti nella tribolazione’(scaricalo qui dal sito della LEV), il libro pensato dal Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede che a partire da oggi è disponibile gratuitamente sul sito internet della Libreria Editrice Vaticana. Basta solo qualche click per poterlo scaricare in formato digitale ricevendo così un compendio ausiliario per condividere, meditare e pregare assieme.
La speranza
Nell’introduzione viene spiegato il senso di questa iniziativa, che si inserisce in ciò che tutti i media vaticani cercano di offrire come servizio per stare vicino a chi vive in isolamento e per fare rete: “Come dice il titolo stesso il libro è un tentativo di aiutare tutti in questo momento di angoscia e di tribolazione ad essere comunque forti, che vuol dire avere una speranza”.
Le preghiere della tradizione
La prima sezione è composta da preghiere, riti e suppliche per i momenti difficili tratti dalla tradizione cristiana. Ad esempio sono riportate le invocazioni per i malati, per la liberazione dal male, per affidarsi fiduciosi all’azione dello Spirito Santo. Queste preghiere provengono da diverse Chiese nel mondo, ma anche da varie epoche storiche.
La comunione spirituale
La seconda parte, invece, si basa sulle indicazioni delle autorità ecclesiastiche per continuare a vivere i sacramenti in un tempo in cui le celebrazioni ‘senza concorso di popolo’ sono diventate una triste costante. Le meditazioni vertono sul tema della comunione spirituale spiegando come si ottiene il perdono dei peccati, nonostante l’impossibilità di confessarsi.
Le parole del Papa
Al centro della terza sezione, infine, si trovano le parole di Francesco sulla pandemia. Una raccolta che parte dal 9 marzo scorso e che rappresenta un accompagnamento per ripercorrere i pronunciamenti del Pontefice. Ci sono essenzialmente le omelie della Messe mattutine a Casa Santa Marta così come gli Angelus e i vari interventi straordinari che Francesco ha fatto e che farà su questo tema.
Uno strumento dinamico
La caratteristica del libro è il suo aggiornamento continuo alla luce dei nuovi interventi del Papa e della ‘riscoperta’ di altri tesori della tradizione ecclesiale. La revisione avverrà più volte a settimana, arricchendo di volta in volta il volume con nuovi testi. Sarà sempre possibile, anche a chi lo ha già fatto, scaricare una nuova versione aggiornata. Dunque, un contributo editoriale dinamico che sfrutta le possibilità dell’ambiente digitale per rilanciare lo sguardo cristiano sulla realtà.
La creatività della Chiesa
Un dinamismo che è proprio anche di tanti sacerdoti, religiosi e laici i quali stanno mostrando molta inventiva nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione. Con la chiusura dei luoghi sacri per il rischio contagio, gli schermi che popolano le nostre vite sono diventati i terminali di diverse iniziative di preghiera.
La vicinanza
Il Papa, sin da subito, ha scelto di diffondere in diretta la messa a Santa Marta per portare una parola di speranza alla gente. Con questo appuntamento ha voluto rendersi vicino, entrando nelle case, negli smartphone e nei computer di tutti. Colpisce che un numero crescente di persone lo attenda ogni mattina alle 7. “La fede - scrive Andrea Tornielli nell’introduzione - non annulla il dolore, non annulla la sofferenza e non toglie automaticamente l’angoscia. Però aiuta ad avere una speranza”.