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sabato 10 gennaio 2026

BATTESIMO DI GESU'

 


La giustizia di Dio

 si manifesta 

come grazia


 

Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nel Battesimo del Signore (anno A)

Is 42,1-4.6-7; Sal 28/29; At 10,34-38; Mt 3,13-17

 di Massimo Naro 

Il ciclo liturgico natalizio si conclude con la festa del battesimo di Gesù. Si tratta di un’ulteriore teofania, vale a dire di un’altra manifestazione che Dio fa di sé nel Cristo inviato per la conversione e la redenzione del mondo. Un vero e proprio evento di rivelazione, dunque, che si aggiunge alla nascita del Bimbo a Betlemme, adorato dapprima dai pastori di quelle contrade nella notte stessa della Natività e poi, nell’Epifania, adorato anche dai Magi venuti da lontano.

La teofania del battesimo, però, ci fa fare un balzo in avanti nella biografia di Gesù. Egli è ormai adulto, pronto a iniziare la missione messianica affidatagli da Dio. Non è un avanzamento semplicemente anagrafico. È anche un approfondimento teologico della verità personale di Gesù e di Dio stesso, in virtù della singolare relazione tra di loro che all’improvviso viene alla luce, svelandosi in pubblico. Stavolta, infatti, in Gesù che esce dalle acque del Giordano, Dio si rivela additando il Figlio suo, l’amato. Così si fa conoscere come Padre che ha un Figlio capace di corrispondergli allo stesso suo livello, cioè nell’orizzonte – intimo e trascendente al contempo – di un amore reciproco e, perciò, davvero paterno e davvero filiale. È l’orizzonte dell’agápē, che segna una statura altissima dell’amore, rispetto alla quale persino gli amici più stretti di Gesù si sentono sempre inadeguati, ancorché essi siano chiamati dal loro Maestro a parteciparne senza riserve e senza parzialità. Si pensi a pagine importanti del quarto vangelo, come Gv 13,34-35 in cui leggiamo il comandamento nuovo dell’amore vicendevole; o come Gv 14,21-23 dove risuona la promessa secondo cui nel segno dell’amore reciproco Gesù e il Padre suo dimoreranno nei discepoli capaci di sperimentare a loro volta un tale amore; o come Gv 21,15-17 in cui troviamo il drammatico dialogo del Risorto con Pietro sul di più dell’amore.

I termini usati dall’evangelista Matteo nell’originale greco del suo racconto, ambientato lungo le rive del fiume Giordano, sono significativi a tal proposito. La voce che si fa sentire dal cielo indica in Gesù «il Figlio» (ho hyiós), espressione in cui l’articolo determinativo ha la funzione di attestarne l’unicità. Quel Figlio è «l’amato» (ho agapētós): di nuovo, l’unico capace di ricambiare veramente l’amore del Padre. Nei racconti dell’infanzia, Gesù è paîs, un bambino. Qui è ho hyiós, il Figlio. Comincia a emergere la verità personale di Gesù il Cristo. È la verità del Verbo divino custodita dentro la carne umana del Bimbo nato a Betlemme. Ed è la verità del Rabbi galileo disposto a farsi carico del servizio messianico, in obbedienza a Dio che lo ha consacrato quale suo Cristo.

Il battesimo di Gesù inaugura, appunto, l’inizio del suo ministero messianico, allorché egli esce dal nascondimento di Nazareth e si mette ad annunciare l’avvento del Regno di Dio. Lo Spirito di Dio che Gesù vede calare su di sé in forma di colomba, come annota Matteo, lo unge Messia. E questa sua consacrazione messianica sarà via via riconosciuta dai suoi discepoli. Pietro ne darà testimonianza a Gerusalemme, dopo la Pentecoste, rievocando non a caso proprio il battesimo al Giordano, come è riferito nel brano degli Atti degli Apostoli che funge da seconda lettura: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni: cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazareth».

Non c’è distinzione, né tanto meno distanza, tra Gesù e il Cristo. Come non c’è distanza tra il Messia e il Figlio di Dio. Gesuologia e cristologia s’intrecciano inestricabilmente: la vicenda di Gesù di Nazareth e l’indole teologica di tale vicenda, in cui si compie il dirsi-darsi di Dio Padre suo, si compenetrano senza soluzione di continuità. Colui che viene indicato come il Figlio (ho hyiós) è proprio il paîs, il bimbo povero di Betlemme e il ragazzo di Nazareth, destinato a diventare il servo di tutti in quanto servitore fedele di Dio, l’‘ebed Adonai (espressione ebraica che nella Bibbia greca dei Settanta è tradotta con paîs Theoû), di cui sentiamo profetizzare da Isaia nella prima lettura.

La missione del Messia-Servitore ha a che fare con la giustizia, termine che ricorre insistentemente nei tre brani biblici dell’odierna liturgia della Parola. La giustizia è, in ogni caso, quella di Dio. Essa consiste nei mishpatim del Signore, nel suo «diritto», o anche nel suo «discernimento», stando al termine greco (krísis) con cui i Settanta traducono l’ebraico del profeta Isaia. È in gioco il modo con cui Dio distingue tra il bene e il male, secondo criteri che non si riconducono (e non si riducono) alla logica del più forte, o del tornaconto, o della vendetta. Dio, con la missione affidata al suo Cristo, si riserva il diritto non di castigare, ma di perdonare. La sua giustizia è la misericordia. Il suo giudizio sancisce un indulto: fa «uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».

La giustizia, qui proclamata, è la grazia. Non è la giustizia che si esige dall’uomo e dalla donna, bensì la giustizia elargita all’uomo e alla donna. Non è solo un’imposizione legale o un’esigenza etica ma pure un dono di salvezza. Non è soltanto l’equità vissuta eroicamente dal basso, ma anche la dignità inalienabile in quanto conferita dall’alto. Soprattutto, tale giustizia non è solamente la più importante delle virtù umane, ma anche il modo concreto in cui nella Bibbia si traduce la santità: il Dio santo è il Dio giusto. E, tra gli esseri umani, il santo è il giusto che si lascia conquistare dalla giustizia di Dio e si mette al suo servizio: è questo il destino del Servo sofferente impersonato da Gesù, nella cui vicenda la giustizia di Dio e la giustizia degli esseri umani non sono più disgiungibili. Gesù, a partire dal battesimo presso il Giordano, visse questo servizio fino a essere il primo martire per la giustizia, facendosi strumento del giudizio di Dio a favore dei più bisognosi di essa.

 www.tuttavia.eu

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sabato 7 dicembre 2024

AVE, PIENA DI GRAZIA


 Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria


8 dicembre - (II dom Avvento C)

Vangelo: Lc 1, 26-38

 

Commento del Patriarca di Gerusalemme, Card. Pierbattista Pizzaballa

 L’evangelista Luca incornicia l’episodio dell’annunciazione con alcuni elementi che offrono chiavi di lettura preziosi e capaci di gettare una luce su tutta la scena.

Il primo elemento su cui ci soffermiamo è dato dal richiamo alla gravidanza della cugina Elisabetta, e a tutto quanto era stato raccontato immediatamente prima dell’annuncio a Maria.

Il nostro brano, infatti, inizia con una precisazione temporale: siamo al sesto mese (Lc 1,26), ed è il sesto mese proprio dal concepimento di Giovanni battista. Il discorso dell’angelo Gabriele a Maria, poi, si conclude con il richiamo esplicito ad Elisabetta e alla sua gravidanza (Lc 1,36-37); ed è proprio in seguito a queste parole che Maria acconsente alla proposta del Signore, per cui l’angelo può partire da lei (Lc 1,38).

L’evento miracoloso della gravidanza di Elisabetta, dunque, apre e chiude l’episodio dell’annunciazione e si rivela importante per la risposta di Maria.

Perché? Cosa vuole dire?

Quanto successo ad Elisabetta rivela qualcosa di fondamentale, su Dio e sulla nostra relazione con Lui. Dice, cioè, che “nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37).

L’esperienza che spesso il popolo della salvezza si è trovato a fare è quella di trovarsi davanti a qualcosa di impossibile: è impossibile che Dio salvi, che apra il mare, è impossibile che Dio perdoni, è impossibile che Dio ritorni. È impossibile che Dio nutra nel deserto, è impossibile che Dio continui ad amarci.

La storia della relazione tra Dio e l’uomo è fatta di tanti impossibili, una litania di situazioni senza speranza, che però, ad un certo punto, diventati di nuovo possibili.

E questo fino a scoprire ogni volta che ciò che rende “impossibile” il cammino dell’uomo verso Dio non è tanto la sua lontananza, quanto la nostra paura, come abbiamo visto domenica scorsa: una paura che blocca la vita, la paura che non sia più possibile accogliere il dono di Dio, che non sia più possibile cominciare una cosa nuova.

Questa è la grande paura che ci abita, che la nostra vita sterile, proprio come quella di Elisabetta.

Lo dice anche l’angelo Gabriele, con chiarezza: “Tutti dicevano sterile Elisabetta”: l’uomo, da solo, non può se non constatare la propria sterilità, ma la gravidanza di Elisabetta dice il contrario, dice che nulla è impossibile a Dio.

È questo il messaggio che ritorna dall’inizio alla fine del brano, è questo il motivo per cui Maria può non avere più paura (Lc 1,30).

Il secondo elemento riguarda il messaggero che Dio ha mandato a portare l’annuncio, ovvero l’angelo Gabriele. Nel Libro di Daniele e nella tradizione biblica, la presenza di questo angelo ha sempre un legame con gli ultimi tempi, con i tempi della fine.

Anche in questo caso lo è: un tempo si conclude, e ne inizia un altro. Si conclude il tempo della preparazione e dell’attesa, e si apre il tempo del compimento, si apre il tempo della pienezza.

Infine, ci soffermiamo sul luogo dove la scena si svolge: Nazaret (Lc 1,26).

Nazaret è un luogo piccolo, sconosciuto, marginale, da dove è difficile aspettarsi qualcosa di buono (cfr Gv 1,46). Ebbene, proprio da lì hanno inizio i tempi ultimi, quelli dove si compie ciò che è impossibile agli uomini.

Dio sceglie un luogo insignificante, perché questo è il suo stile, lo stile del suo Regno, che non viene nella potenza, non attira l’attenzione, ma si cala dentro la quotidianità ordinaria di una giovane donna di un paesino sconosciuto.

Maria, in tutto questo, entra in scena con una domanda: come (Lc 1,34)?

Come può accadere che l’impossibile diventi possibile e che inizi una nuova fase nella storia della relazione tra Dio e l’uomo?

Tutto questo è possibile semplicemente perché il Signore è con lei (Lc 1,29), perché Lui trova sempre nuovi modi per compiere quell’alleanza che da sempre ha desiderato stabilire con le sue creature.

E anche quando queste hanno cercato di rendere impossibile questa relazione, Lui ha ricominciato, sempre in modo nuovo, sempre da capo.

Una cosa ha sempre cercato: la collaborazione con l’uomo, la sinergia con le creature.

Perché la salvezza è impossibile all’uomo da solo, ma neanche Dio può realizzarla senza la nostra collaborazione, ovvero senza la nostra fede, senza che qualcuno apra lo spazio del corpo e del cuore per accogliere la presenza di Dio che prende dimora nella storia degli uomini.

 

+ Pierbattista

Patriarcato Latino di Gerusalemme

 

 

sabato 22 gennaio 2022

OGGI SI E' COMPIUTO !

-  III Domenica - Tempo ordinario - Anno C


(...) In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me(...) Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».


Commento di  p. Ermes Ronchi

Tutti gli occhi erano fissi su di lui. Erano appena risuonata la voce di Isaia: parole così antiche e così amate, così pregate e così desiderate, così vicine e così lontane.

Gesù ha cercato con cura quel brano nel rotolo: conosce bene le Scritture, ci sono mille passi che parlano di Dio, ma lui sceglie questo, dove l'umanità è definita con quattro aggettivi: povera, prigioniera, cieca, oppressa. Allora chiude il libro e apre la vita. Ecco il suo programma: portare gioia, libertà, occhi guariti, liberazione. Un messia che non impone pesi, ma li toglie; che non porta precetti, ma orizzonti.

E sono parole di speranza per chi è stanco, è vittima, non ce la fa più. Dio riparte dagli ultimi della fila, raggiunge la verità dell'umano attraverso le sue radici ammalorate. Adamo è povero più che peccatore; è fragile prima che colpevole; siamo deboli ma non siamo cattivi, è che abbiamo le ali tarpate e ci sbagliamo facilmente. Nel Vangelo mi sorprende e mi emoziona sempre scoprire che in quelle pagine accese si parla più di poveri che di peccatori; più di sofferenze che di colpe. Non è moralista il Vangelo, è liberatore.

Dio ha sofferto vedendo Adamo diventare povero, cieco, oppresso, prigioniero, e un giorno non ha più potuto sopportarlo, ed è sceso, ha impugnato il seme di Adamo, ha intrecciato il suo respiro con il nostro respiro, i suoi sogni con i nostri. È venuto ed ha fatto risplendere la vita, ha messo canzoni nuove nel cuore, frantumi di stelle corrono nelle nostre vene. Perché Dio non ha come obiettivo se stesso, siamo noi lo scopo di Dio. Il catechismo sovversivo, stravolgente, rivoluzionario di Gesù: non è l'uomo che esiste per Dio ma è Dio che esiste per l'uomo. E considera ogni povero più importante di se stesso. Io sono quel povero. Fiero per fierezza d'amore: nessuno ha un Dio come il nostro.

E poi Gesù spalanca ancora di più il cielo, delinea uno dei tratti più belli del volto del Padre: «Sono venuto a predicare un anno di grazia del Signore», un anno di grazia, di cui Gesù soffia le note negli inferi dell'umanità (R. Virgili); un anno, un secolo, mille anni, una storia intera fatta solo di benevolenza, a mostrare che Dio non solo è buono, ma è soltanto buono.

«Sei un Dio che vivi di noi» (Turoldo). E per noi: «Non ci interessa un divino che non faccia fiorire l'umano. Un divino cui non corrisponda la fioritura dell'umano non merita che ad esso ci dedichiamo»" (D. Bonhoffer).

Forse Dio è stanco di devoti solenni e austeri, di eroi dell'etica, di eremiti pii e pensosi, forse vuole dei giullari felici, alla san Francesco, felici di vivere. Occhi come stelle. E prigionieri usciti dalle segrete che danzano nel sole. (M. Delbrêl).


(Letture: Neemìa 8,2-4a.5-6.8-10; Salmo 18; Prima Lettera ai Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)


www.avvenire.it


venerdì 28 agosto 2020

L'INSEGNAMENTO DI AGOSTINO ALL'UOMO CONTEMPORANEO

-    Da lui si apprende l’introspezione interiore e la ricerca di Dio attraverso la ragione e la fede. Ma Sant’Agostino, che la Chiesa ricorda oggi, insegna anche a leggere la storia alla luce della Provvidenza. Il nuovo priore della Provincia Agostiniana d’Italia: "Agostino parla molto all'uomo di oggi". Lettera del priore generale a tutti gli agostiniani

di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Padri della Chiesa sono giustamente chiamati quei santi che, con la forza di fede, la profondità e la ricchezza dei loro insegnamenti, nel corso dei primi secoli l’hanno rigenerata e grandemente incrementata”.Così scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Patres Ecclesiae. E tra i Padri della Chiesa è annoverato Sant’Agostino, vescovo di Ippona, che con il suo ministero pastorale e le sue opere ha contribuito enormemente allo sviluppo della dottrina cristiana.
Sant’Agostino pastore
Se con la sua esperienza di vita il presule africano insegna a percorrere la via dell’interiorità per trovare Dio e a comprendere la sua Parola con fede e ragione, attraverso svariati scritti risponde anche alle grandi domande dell’uomo sull’esistenza, sul bene e sul male, sulla storia. E sono tantissime le omelie in cui Agostino affronta temi di attualità, redarguisce i suoi fedeli sui costumi pagani, li aiuta a leggere la realtà alla luce del Vangelo. Come pastore, per 35 anni, guida la sua diocesi nell’ortodossia cristiana e, spettandogli la episcopalis audientiae, deve dirimere quelle controversie civili che i cittadini di Ippona gli sottopongono come arbitro di liti, cosa che lo avvicina ancora di più alla sua gente; gli si rivolgono per avere il suo lodo arbitrale folle di litiganti, pagani e cristiani. Tutto questo lo porta a trattare problemi concreti e ad affrontare via via eresie e questioni teologiche, mentre le sue prediche ammaliavano l’uditorio tanto da riuscire a trattenerlo pure per ore.
La Provvidenza nella storia
In età matura, fra il 413 e il 426, Agostino scrive La città di Dio, offrendo una lettura della storia attraverso la lente della fede cattolica. Nei 22 libri che la compongono il mondo viene descritto come frutto della “città terrena”, segnata dal peccato dell’uomo e dall’amor di sé, e della “città celeste”, luogo della Grazia e dell’amor di Dio. Ma, per il vescovo di Ippona, in tutte le civiltà ci sono uomini che appartengono all’una o all’altra. Inoltre, scorgendo la Provvidenza a guida dell’intera storia, ogni avvenimento e ogni singola vicenda personale s’illuminano di significato.
A ricordare il pensiero di Sant’Agostino è il tweet di oggi del Papa, che invita proprio ad intravedere la mano di Dio nella storia degli uomini. “Fidatevi del Signore e sforzatevi di entrare nei suoi disegni, accettando che la sua salvezza possa giungere a noi per vie diverse da quelle che ci aspetteremmo”: scrive Francesco esortando ad accogliere la volontà di Dio, pur se divergente dalle nostre aspettative, perché dono di salvezza. E propio questo si può comprendere con la lettura de La città di Dio, nelle cui pagine Agostino sviluppa una riflessione filosofica, teologica e politica. Padre Giustino Casciano, priore provinciale della Provincia Agostiniana d’Italia, spiega cosa recuperare oggi di quest’opera:
Ascolta l'intervista a padre Giustino Casciano
R. -“La città di Dio” è stata scritta da Agostino nel momento in cui Roma è caduta nelle mani dei Goti. Questo evento veramente epocale ha scosso molto le persone, le coscienze di allora, e ha fatto sorgere l’accusa contro i cristiani di essere loro la causa della rovina della città di Roma, della città eterna. E Agostino vuole, scrivendo “La città di Dio”, proprio rispondere a queste accuse. E lui dice che non è a causa del cristianesimo che Roma è diventata debole ed è caduta nelle mani dei barbari, ma è a causa della corruzione morale, della corruzione dei costumi, che Roma ha perso il suo splendore e la sua grandezza. É diventata debole a causa dell’uomo, che ha seguito più le passioni che la propria intelligenza, il proprio destino eterno. Credo che sia interessante riflettere sulla situazione attuale del mondo, sul fatto che viviamo questa crisi della epidemia globale che ha colpito tutti i popoli. La riflessione di Agostino può essere molto interessante per avere una visione della storia del mondo, dove il cristianesimo può dare tanta luce, dove la fede cristiana può offrire tante vie di uscita.
Come si rivolgerebbe Agostino al mondo di oggi?
R.- Devo dire che Agostino parla molto all’uomo di oggi. L’uomo contemporaneo lo sente molto vicino; è lontano più di 1600 anni ma il suo linguaggio, la sua maniera di essere e di porsi, lo rende veramente molto, molto attuale. Credo che Agostino parlerebbe, soprattutto, a livello antropologico, parlerebbe al cuore delle persone, al loro bisogno di felicità, di sicurezza. Credo che sarebbe veramente interessante sentirlo parlare o scrivere nella società di oggi. Ed è compito di noi agostiniani renderlo vivo, attuale, nella nostra società.
Lei è stato appena eletto priore della Provincia Agostiniana d’Italia, quali sono le priorità delle comunità agostiniane italiane?
R.- Sentire insieme alla Chiesa e camminare insieme alla Chiesa cattolica. Agostino è stato, dopo la conversione, un grande pastore molto attento a tutte le problematiche della società e della Chiesa di allora. E lui, nella regola, nei suoi scritti, dona a noi proprio questo insegnamento: mettere al primo posto le necessità della comunità cristiana e lasciare da parte anche un legittimo bisogno di ricerca, di contemplazione, di studio, purché al primo posto ci siano le necessità della carità. Quindi noi vogliamo, come agostiniani, avere questa priorità: aiutare il Papa, aiutare i vescovi, camminare insieme alla Chiesa cattolica nella missione di evangelizzare il mondo in cui viviamo.
La Provincia Agostiniana d'Italia come  affronta questo momento particolare della storia?
R. - Con l’annuncio del Vangelo, sia con la parola che con la vita. Però non un annuncio del Vangelo fatto da soli, ma fatto insieme alla comunità religiosa. Il nostro carisma è soprattutto questo della comunione: i religiosi vivono insieme, si aiutano, cercano di camminare uniti nella fede, nella preghiera, nel servizio, per poter annunciare il Vangelo con un cuore solo e un’anima sola. É un ideale difficile, perché la vita comune è una palestra, è un continuo allenamento, un continuo combattimento, per superare le differenze e trasformare le individualità in una ricchezza, superare le difficoltà a volte che sono di carattere, di culture, di provenienze diverse, facendo diventare queste differenze una ricchezza. E questo è possibile con il dono della carità. La carità al di sopra di tutto. Noi abbiamo in Italia grandi santuari, come il santuario di Santa Rita a Cascia, abbiamo grandi parrocchie, come a Milano o a Roma o in altre città; noi non ci distinguiamo per un apostolato particolare; molti di noi, sono professori, abbiamo un grande centro di cultura nell’Augustinianum di Roma, abbiamo un centro medico di eccellenza in provincia di Bari. Quello che ci distingue è soprattutto questo evangelizzare insieme, come comunità.
Come vede il futuro delle comunità agostiniane in Italia?
R. - È un futuro sicuramente con molte difficoltà, dovute soprattutto alla carenza delle vocazioni, per cui l’urgenza più importante è avvicinare i giovani, camminare insieme ai giovani, annunciare Gesù alle nuove generazioni e chiedere con la preghiera incessante il dono di avere nuove e sante vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato. Noi non vorremmo chiudere dei conventi, noi vorremmo, con l’aiuto di Dio, aprire nuove realtà; però questo, è chiaro, si può fare solo attraverso le nuove vocazioni, senza dimenticarci che camminiamo insieme alle famiglie, insieme ai laici. Noi siamo un tutt’uno con i laici e le famiglie agostiniane che vivono nei nostri contesti. Le difficoltà della Chiesa sono le nostre difficoltà.
C'è una frase, un pensiero, di Agostino che, secondo lei, può essere un po' il motto della Provincia Agostiniana Italiana per i prossimi anni?
R.- Mi vengono in mente, naturalmente, diverse frasi. Una riguarda la ragione e la fede: “Credi per poter comprendere e comprendi per poter credere”. Credo che sia importante per noi unire sempre di più tutte le capacità della scienza, della tecnica, dell’intelligenza umana, però alla fede. Solo se siamo capaci di avere queste due ali, l’ingegno umano e la fede in Dio, noi possiamo veramente volare. Se manca una di queste due ali c’è rischio che rimaniamo per terra e non riusciamo a sollevarci. E mi piace molto anche la frase che riguarda la Grazia di Dio. Mettere insieme la libertà umana e la Grazia di Dio, quindi fare tutto quello che puoi con le tue forze, ma soprattutto affidarti alla Grazia di Dio con la preghiera. Credo che Agostino sia proprio capace di unire sempre queste realtà fra di loro; è il dottore della Grazia ma è anche il dottore della libertà.
La lettera del priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino
Il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, padre Alejandro Moral, in occasione della solennità che tutti gli agostiniani celebrano oggi, ha scritto una lettera per invitare i religiosi a vivere con un cuor solo e un’anima sola protesi verso Dio. “Restiamo (…) fortemente uniti. Diamo testimonianza della comunione tra noi e il Capo, che è Cristo – si legge nella missiva –. Egli ci aiuterà a leggere e interpretare la realtà e le esigenze dei nostri fratelli. Uniti e in comunione con Cristo, possiamo confidare nella sicurezza di superare le situazioni difficili che dovremo vivere”.
Uniti e orientati verso il bene comune di fronte alla pandemia
Ricordando, poi, l’emergenza coronavirus che tutti i continenti stanno vivendo, padre Moral aggiunge: “Anche la celebrazione della solennità del nostro Padre Sant’Agostino è coinvolta nei problemi di attenzione sanitaria che dobbiamo mantenere. Per questo motivo le S. Messe e le celebrazioni di altro tipo vedranno una partecipazione ridotta nella maggior parte dei luoghi, o addirittura in altri non si potranno neanche celebrare pubblicamente”. Infine il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino esorta ad orientare mente e cuore all'essenziale del carisma agostiniano. “Cerchiamo il bene comune, la comunione con i nostri fratelli – conclude – lavorando sulla nostra interiorità e relazione con Dio, offrendo una testimonianza di fraternità e di solidarietà con gli uomini colpiti dai problemi causati dalla pandemia”.





venerdì 29 dicembre 2017

LA NOSTRA VITA SIA UN CANTO DI GIOIA E DI SPERANZA

“Il cristiano è un uomo e una donna di gioia.
Questo ci insegna Gesù, ci insegna la Chiesa, in questo tempo in maniera speciale. Che cosa è, questa gioia? E’ l’allegria? No: non è lo stesso. L’allegria è buona, eh?, rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa. E’ una cosa che non viene dai motivi congiunturali, dai motivi del momento: è una cosa più profonda. E’ un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria … no. La gioia è un’altra cosa.  
La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. E’ come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre”.L’uomo gioioso, ha proseguito, è un uomo sicuro. Sicuro che “Gesù è con noi, che Gesù è con il Padre”. Ma questa gioia, si chiede il Papa, possiamo “imbottigliarla un po’, per averla sempre con noi?”:“No, perché se noi vogliamo avere questa gioia soltanto per noi alla fine si ammala e il nostro cuore diviene un po’ stropicciato, e la nostra faccia non trasmette quella gioia grande ma quella nostalgia, quella malinconia che non è sana. Alcune volte questi cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncini all’aceto che proprio di gioiosi che hanno una vita bella. La gioia non può diventare ferma: deve andare.
La gioia è una virtù pellegrina. E’ un dono che cammina, che cammina sulla strada della vita, cammina con Gesù: predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada. E’ proprio una virtù dei grandi, di quei grandi che sono al di sopra delle pochezze, che sono al di sopra di queste piccolezze umane, che non si lasciano coinvolgere in quelle piccole cose interne della comunità, della Chiesa: guardano sempre all’orizzonte”.
Il cristiano canta con la gioia, e cammina, e porta questa gioia.
E’ una virtù del cammino, anzi più che una virtù è un dono: “E’ il dono che ci porta alla virtù della magnanimità. Il cristiano è magnanimo, non può essere pusillanime: è magnanimo. E proprio la magnanimità è la virtù del respiro, è la virtù di andare sempre avanti, ma con quello spirito pieno dello Spirito Santo.
E’ una grazia che dobbiamo chiedere al Signore, la gioia. In questi giorni in modo speciale, perché la Chiesa si invita, la Chiesa ci invita a chiedere la gioia e anche il desiderio: quello che porta avanti la vita del cristiano è il desiderio. Quanto più grande è il tuo desiderio, tanto più grande verrà la gioia. Il cristiano è un uomo, è una donna di desiderio: sempre desiderare di più nella strada della vita.
Chiediamo al Signore questa grazia, questo dono dello Spirito: la gioia cristiana. Lontana dalla tristezza, lontana dall’allegria semplice … è un’altra cosa. E’ una grazia da chiedere.

                                                                                                                             Papa Francesco

venerdì 15 ottobre 2010

LA QUESTIONE EDUCATIVA - ADULTI IN CRISI

“Ogni relazione educativa consiste nel promuovere un’intelligenza viva ed una volontà tenace”. E’ la sottolineatura di Augusto Sabatini, presidente del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria, nell’introduzione ad una delle cinque assemblee tematiche svoltasi al Centro Congressi Altafiumara, poco distante dal capoluogo reggino. “Si tratta di suscitare, alimentare e sostenere un cuore che sia ad un tempo consapevole della straordinaria bellezza della condizione umana”, quindi “innamorato della vita” e, dall’altro anche fattivamente “riconoscente”, ossia capace di trafficare, distribuire e in qualche misura “restituire” questo dono della vita che ha avuto, magari molto più fruttuoso di quanto lo abbia ricevuto.
 
“Per noi cristiani, v’è però qualcosa in più, da non dimenticare. E cioè che anche Dio educa, e con una pedagogia piuttosto singolare – ha sottolineato Sabatini -: ci crea, non siamo degli sconosciuti, per Dio; il dono della vita e della grazia, il puro bene gratuito, è la sua firma; ha un progetto, la santità, per la vita eterna” promette, per mantenere, “irrevocabilmente” ed è sempre “vicino” come ricorda il Salmo 138, “corregge e ripara, in molti modi e linguaggi”, ama, sempre, nella verità e nel rispetto. “E fa sul serio, come ci rammentano tre icone assai dure: l’icona della croce; l’icona di Maria ai piedi della croce; l’icona delle donne del sabato santo – ha detto Sabatini -. Queste consapevolezze potrebbero apparire una digressione, di fronte a compiti indubbiamente così gravosi come quelli di questi giorni; credo però che possano farci molto bene… perché ci ricordano, ancora una volta, quell’abc di cui abbiamo pur sempre bisogno”.

 “È l’attuale generazione adulta che è in crisi, forse più di quella dei giovani faticosamente in cerca di domani cui essa dovrebbe attendere”. È l’analisi di Augusto Sabatini, presidente del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che questo pomeriggio ha introdotto l’area tematica su “Educare per crescere” alla 46ª Settimana Sociale. Per il relatore, si tratta di “una crisi profonda: vocazionale, e non solo di abilità e linguaggi”. Nell’attuale fase storica e culturale, per Sabatini, anche le sue “strutture educative” sono “discontinue”: “Alla disponibilità, ancora consistente, di strutture per la grande accoglienza fa da contraltare disarmante il loro abbandono, il loro restare chiusi per larga parte della settimana, non solo perché molti non ci vanno più, ma anche perché troppo pochi sono rimasti quelli che ne garantiscono l’apertura ed il funzionamento”. In altre parole, “si moltiplicano le occasioni di massa, ma s’indebolisce il dialogo diretto, l’incontro personale durevole”. In questo contesto, “pure le proposte di esperienze più significativamente strutturate soffrono: molti non gradiscono un approccio che stia fin dal primo istante a dettare impegni di adesione, ossia di stabile partecipazione, ed un contesto meno formale, quantunque non privo di regole e obiettivi, é da loro indubbiamente preferito”.

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