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domenica 28 maggio 2023

MANZONI, CANTORE DEGLI ULTIMI


Il Papa: Manzoni “cantore di vittime e ultimi”, protetti dalla Provvidenza di Dio

Francesco, dopo la recita del Regina Caeli, dedica le sue prime parole all’autore de “I promessi sposi”, nel 150.mo anniversario della morte, definendolo “una delle figure più alte della letteratura”, che nel suo capolavoro descrive poveri e sofferenti come “sostenuti anche dalla vicinanza dei pastori fedeli della Chiesa”

- di Alessandro Di Bussolo – Città di Vaticano

“Cantore delle vittime e degli ultimi”: così Papa Francesco definisce lo scrittore Alessandro Manzoni, del quale lo scorso 22 maggio si è commemorato il 150° anniversario della morte, nelle prime parole dopo la recita del Regina Caeli di questa domenica. E lo qualifica “una delle figure più alte della letteratura”. Nelle opere del grande romanziere lombardo, autore de I promessi sposi, spiega il Papa le vittime e gli ultimi “sono sempre sotto la mano protettrice della Provvidenza divina, che ‘atterra e suscita, affanna e consola’”. E inoltre “sono sostenuti anche dalla vicinanza dei pastori fedeli della Chiesa, presenti nelle pagine del capolavoro manzoniano”.

"Ho letto sposi tre volte, mi ha dato tanto"I promessi

Francesco, il 19 agosto 2013, qualche mese dopo la sua elezione, nell’intervista rilasciata ad Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, affermava: “Ho letto il libro I promessi sposi tre volte e ce l’ho adesso sul tavolo per rileggerlo. Manzoni mi ha dato tanto. Mia nonna, quand’ero bambino, mi ha insegnato a memoria l’inizio di questo libro: ‘Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti’”.

Francesco e le citazioni del Manzoni

Il 14 gennaio 2014, ricevendo in udienza il vescovo Anthony Palmer, responsabile ecclesiastico internazionale delle Chiese Evangeliche Episcopali, il Papa ha registrato un piccolo videomessaggio in cui riferendosi all’unità dei cristiani affermava: “Dice uno scrittore italiano famoso, il Manzoni, in un romanzo, un uomo semplice del popolo dice questa frase: ‘Non ho trovato mai che il Signore abbia incominciato un miracolo senza finirlo bene’”. E nell’udienza generale del 27 maggio 2015 dedicata ai fidanzati, evocando I promessi sposi, raccomandava: “Voi italiani, nella vostra letteratura avete un capolavoro sul fidanzamento. È necessario che i ragazzi lo conoscano, che lo leggano”.

Vatican News

MATTARELLA: MANZONI PARLA ALL'UOMO DI OGGI





venerdì 14 maggio 2021

IL MIRACOLO E IL DISINCANTO


" Di solito si scrive un libro per narrare un’esperienza. in questo caso è il contrario. Avevo da poco mandato alle Dehoniane la mia riflessione sulla Provvidenza, resa più che mai attuale dalla pandemia, quando, ai primi marzo, sono stato colpito dal Covid 19, e in forma grave. Credo di aver visto confermato in ciò che ho vissuto il messaggio che volevo comunicare con il libro: il bene è sempre più grande del male e la potenza di Dio si manifesta nella sua e nella nostra debolezza".  G. Savagnone


Questo libro non pretende di dare risposte esaurienti alle domande che le donne e gli uomini di oggi - credenti e non credenti - si pongono su quanto sta accadendo nel mondo. 

Ai credenti queste pagine propongono una rilettura meno abitudinaria e meno distratta di un caposaldo della loro fede, la provvidenza, non per eliminare dubbi, ma per renderli fecondi stimoli alla riflessione personale. 

Ai non credenti esse si rivolgono nella convinzione che in ogni non credente si nasconde un non credente, e che, allo stesso modo, in ogni non credente si cela spesso un'inquietudine interiore che lo porta a non accontentarsi dei soli fatti e lo spinge a cercarne il senso. 

La visione cristiana della provvidenza non è certamente il punto di partenza di tale ricerca, ma potrebbe esserne il punto d'arrivo.

Il miracolo e il disincanto. La provvidenza alla prova

 Giuseppe Savagnone  

Editore: EDB
Collana: Fede e annuncio
Anno edizione: 2021
In commercio dal: 6 maggio 2021
Pagine: 128 p., Brossura
  • EAN: 9788810990025

venerdì 28 agosto 2020

L'INSEGNAMENTO DI AGOSTINO ALL'UOMO CONTEMPORANEO

-    Da lui si apprende l’introspezione interiore e la ricerca di Dio attraverso la ragione e la fede. Ma Sant’Agostino, che la Chiesa ricorda oggi, insegna anche a leggere la storia alla luce della Provvidenza. Il nuovo priore della Provincia Agostiniana d’Italia: "Agostino parla molto all'uomo di oggi". Lettera del priore generale a tutti gli agostiniani

di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

Padri della Chiesa sono giustamente chiamati quei santi che, con la forza di fede, la profondità e la ricchezza dei loro insegnamenti, nel corso dei primi secoli l’hanno rigenerata e grandemente incrementata”.Così scriveva Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Patres Ecclesiae. E tra i Padri della Chiesa è annoverato Sant’Agostino, vescovo di Ippona, che con il suo ministero pastorale e le sue opere ha contribuito enormemente allo sviluppo della dottrina cristiana.
Sant’Agostino pastore
Se con la sua esperienza di vita il presule africano insegna a percorrere la via dell’interiorità per trovare Dio e a comprendere la sua Parola con fede e ragione, attraverso svariati scritti risponde anche alle grandi domande dell’uomo sull’esistenza, sul bene e sul male, sulla storia. E sono tantissime le omelie in cui Agostino affronta temi di attualità, redarguisce i suoi fedeli sui costumi pagani, li aiuta a leggere la realtà alla luce del Vangelo. Come pastore, per 35 anni, guida la sua diocesi nell’ortodossia cristiana e, spettandogli la episcopalis audientiae, deve dirimere quelle controversie civili che i cittadini di Ippona gli sottopongono come arbitro di liti, cosa che lo avvicina ancora di più alla sua gente; gli si rivolgono per avere il suo lodo arbitrale folle di litiganti, pagani e cristiani. Tutto questo lo porta a trattare problemi concreti e ad affrontare via via eresie e questioni teologiche, mentre le sue prediche ammaliavano l’uditorio tanto da riuscire a trattenerlo pure per ore.
La Provvidenza nella storia
In età matura, fra il 413 e il 426, Agostino scrive La città di Dio, offrendo una lettura della storia attraverso la lente della fede cattolica. Nei 22 libri che la compongono il mondo viene descritto come frutto della “città terrena”, segnata dal peccato dell’uomo e dall’amor di sé, e della “città celeste”, luogo della Grazia e dell’amor di Dio. Ma, per il vescovo di Ippona, in tutte le civiltà ci sono uomini che appartengono all’una o all’altra. Inoltre, scorgendo la Provvidenza a guida dell’intera storia, ogni avvenimento e ogni singola vicenda personale s’illuminano di significato.
A ricordare il pensiero di Sant’Agostino è il tweet di oggi del Papa, che invita proprio ad intravedere la mano di Dio nella storia degli uomini. “Fidatevi del Signore e sforzatevi di entrare nei suoi disegni, accettando che la sua salvezza possa giungere a noi per vie diverse da quelle che ci aspetteremmo”: scrive Francesco esortando ad accogliere la volontà di Dio, pur se divergente dalle nostre aspettative, perché dono di salvezza. E propio questo si può comprendere con la lettura de La città di Dio, nelle cui pagine Agostino sviluppa una riflessione filosofica, teologica e politica. Padre Giustino Casciano, priore provinciale della Provincia Agostiniana d’Italia, spiega cosa recuperare oggi di quest’opera:
Ascolta l'intervista a padre Giustino Casciano
R. -“La città di Dio” è stata scritta da Agostino nel momento in cui Roma è caduta nelle mani dei Goti. Questo evento veramente epocale ha scosso molto le persone, le coscienze di allora, e ha fatto sorgere l’accusa contro i cristiani di essere loro la causa della rovina della città di Roma, della città eterna. E Agostino vuole, scrivendo “La città di Dio”, proprio rispondere a queste accuse. E lui dice che non è a causa del cristianesimo che Roma è diventata debole ed è caduta nelle mani dei barbari, ma è a causa della corruzione morale, della corruzione dei costumi, che Roma ha perso il suo splendore e la sua grandezza. É diventata debole a causa dell’uomo, che ha seguito più le passioni che la propria intelligenza, il proprio destino eterno. Credo che sia interessante riflettere sulla situazione attuale del mondo, sul fatto che viviamo questa crisi della epidemia globale che ha colpito tutti i popoli. La riflessione di Agostino può essere molto interessante per avere una visione della storia del mondo, dove il cristianesimo può dare tanta luce, dove la fede cristiana può offrire tante vie di uscita.
Come si rivolgerebbe Agostino al mondo di oggi?
R.- Devo dire che Agostino parla molto all’uomo di oggi. L’uomo contemporaneo lo sente molto vicino; è lontano più di 1600 anni ma il suo linguaggio, la sua maniera di essere e di porsi, lo rende veramente molto, molto attuale. Credo che Agostino parlerebbe, soprattutto, a livello antropologico, parlerebbe al cuore delle persone, al loro bisogno di felicità, di sicurezza. Credo che sarebbe veramente interessante sentirlo parlare o scrivere nella società di oggi. Ed è compito di noi agostiniani renderlo vivo, attuale, nella nostra società.
Lei è stato appena eletto priore della Provincia Agostiniana d’Italia, quali sono le priorità delle comunità agostiniane italiane?
R.- Sentire insieme alla Chiesa e camminare insieme alla Chiesa cattolica. Agostino è stato, dopo la conversione, un grande pastore molto attento a tutte le problematiche della società e della Chiesa di allora. E lui, nella regola, nei suoi scritti, dona a noi proprio questo insegnamento: mettere al primo posto le necessità della comunità cristiana e lasciare da parte anche un legittimo bisogno di ricerca, di contemplazione, di studio, purché al primo posto ci siano le necessità della carità. Quindi noi vogliamo, come agostiniani, avere questa priorità: aiutare il Papa, aiutare i vescovi, camminare insieme alla Chiesa cattolica nella missione di evangelizzare il mondo in cui viviamo.
La Provincia Agostiniana d'Italia come  affronta questo momento particolare della storia?
R. - Con l’annuncio del Vangelo, sia con la parola che con la vita. Però non un annuncio del Vangelo fatto da soli, ma fatto insieme alla comunità religiosa. Il nostro carisma è soprattutto questo della comunione: i religiosi vivono insieme, si aiutano, cercano di camminare uniti nella fede, nella preghiera, nel servizio, per poter annunciare il Vangelo con un cuore solo e un’anima sola. É un ideale difficile, perché la vita comune è una palestra, è un continuo allenamento, un continuo combattimento, per superare le differenze e trasformare le individualità in una ricchezza, superare le difficoltà a volte che sono di carattere, di culture, di provenienze diverse, facendo diventare queste differenze una ricchezza. E questo è possibile con il dono della carità. La carità al di sopra di tutto. Noi abbiamo in Italia grandi santuari, come il santuario di Santa Rita a Cascia, abbiamo grandi parrocchie, come a Milano o a Roma o in altre città; noi non ci distinguiamo per un apostolato particolare; molti di noi, sono professori, abbiamo un grande centro di cultura nell’Augustinianum di Roma, abbiamo un centro medico di eccellenza in provincia di Bari. Quello che ci distingue è soprattutto questo evangelizzare insieme, come comunità.
Come vede il futuro delle comunità agostiniane in Italia?
R. - È un futuro sicuramente con molte difficoltà, dovute soprattutto alla carenza delle vocazioni, per cui l’urgenza più importante è avvicinare i giovani, camminare insieme ai giovani, annunciare Gesù alle nuove generazioni e chiedere con la preghiera incessante il dono di avere nuove e sante vocazioni alla vita consacrata e al ministero ordinato. Noi non vorremmo chiudere dei conventi, noi vorremmo, con l’aiuto di Dio, aprire nuove realtà; però questo, è chiaro, si può fare solo attraverso le nuove vocazioni, senza dimenticarci che camminiamo insieme alle famiglie, insieme ai laici. Noi siamo un tutt’uno con i laici e le famiglie agostiniane che vivono nei nostri contesti. Le difficoltà della Chiesa sono le nostre difficoltà.
C'è una frase, un pensiero, di Agostino che, secondo lei, può essere un po' il motto della Provincia Agostiniana Italiana per i prossimi anni?
R.- Mi vengono in mente, naturalmente, diverse frasi. Una riguarda la ragione e la fede: “Credi per poter comprendere e comprendi per poter credere”. Credo che sia importante per noi unire sempre di più tutte le capacità della scienza, della tecnica, dell’intelligenza umana, però alla fede. Solo se siamo capaci di avere queste due ali, l’ingegno umano e la fede in Dio, noi possiamo veramente volare. Se manca una di queste due ali c’è rischio che rimaniamo per terra e non riusciamo a sollevarci. E mi piace molto anche la frase che riguarda la Grazia di Dio. Mettere insieme la libertà umana e la Grazia di Dio, quindi fare tutto quello che puoi con le tue forze, ma soprattutto affidarti alla Grazia di Dio con la preghiera. Credo che Agostino sia proprio capace di unire sempre queste realtà fra di loro; è il dottore della Grazia ma è anche il dottore della libertà.
La lettera del priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino
Il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino, padre Alejandro Moral, in occasione della solennità che tutti gli agostiniani celebrano oggi, ha scritto una lettera per invitare i religiosi a vivere con un cuor solo e un’anima sola protesi verso Dio. “Restiamo (…) fortemente uniti. Diamo testimonianza della comunione tra noi e il Capo, che è Cristo – si legge nella missiva –. Egli ci aiuterà a leggere e interpretare la realtà e le esigenze dei nostri fratelli. Uniti e in comunione con Cristo, possiamo confidare nella sicurezza di superare le situazioni difficili che dovremo vivere”.
Uniti e orientati verso il bene comune di fronte alla pandemia
Ricordando, poi, l’emergenza coronavirus che tutti i continenti stanno vivendo, padre Moral aggiunge: “Anche la celebrazione della solennità del nostro Padre Sant’Agostino è coinvolta nei problemi di attenzione sanitaria che dobbiamo mantenere. Per questo motivo le S. Messe e le celebrazioni di altro tipo vedranno una partecipazione ridotta nella maggior parte dei luoghi, o addirittura in altri non si potranno neanche celebrare pubblicamente”. Infine il priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino esorta ad orientare mente e cuore all'essenziale del carisma agostiniano. “Cerchiamo il bene comune, la comunione con i nostri fratelli – conclude – lavorando sulla nostra interiorità e relazione con Dio, offrendo una testimonianza di fraternità e di solidarietà con gli uomini colpiti dai problemi causati dalla pandemia”.





martedì 27 febbraio 2018

UN DIO DALLE MANI BUCATE

Questa splendida definizione mi è stata offerta recentemente  da  una  emittente  cattolica  e, considerata  la  sua  valenza  speculativa,  mi  è sembrato opportuno condividere fraternamente la seguente  intuizione  con  eventuali  lettori interessati  ad  individuare  piste  di  riflessione  perarricchire  il  proprio  bagaglio  spirituale:  un  Dio che,  nella  persona  di  Gesù,  sceglie  di  morire  su una  croce  per  esprimere  senza  riserve  il  suo amore per ogni uomo. Un Gesù che si ritrova le mani  bucate  dai  chiodi  che  le  hanno  fissate  alla croce.
       In  questo  periodo  di  Quaresima,  nella  nostre chiese e lungo le nostre strade si cerca, con il rito della Via Crucis, di far rivivere intensamente tutti i momenti della Passione e morte di Gesù.
      All’interno  del  servizio  radiofonico,  questa  stupenda  pennellata  metteva  in  rilievo  l’estrema  e  totale offerta  dell’Uomo-Dio  che  aveva  scelto  una  croce  come  cattedra  per  manifestare quanto incommensurabile sia il suo amore per l’umanità. personalmente ho intravisto l’occasione di prendere lo spunto da queste “mani bucate” per liberare qualcheriflessione mirata non solo a far crescere la nostra riconoscenza per il dono d’amore di Gesù, ma anche a scuotere il nostro cuore per indirizzarlo a svolgere, nei confronti del nostro prossimo, azioni consequenziali.
     Gesù, partendo dalla lavanda dei piedi fino alla suamorte in croce, ci ha offerto tutte le coordinate per diventare costruttori di quel Regno di Dio la cui profezia è tutta incastonata all’interno della preghiera del Padre Nostro.
     Le “mani bucate” nell’accezione del nostro linguaggio quotidiano vanno ad indicare una persona portata a non seguire la logica del risparmio e di una accorta previdenza che ci invita a non percorrere il sentiero di uno spreco irrazionale. Le mani bucate dall’amore non trattengono, si svuotano facilmente e puntanosempre sulla certezza della Provvidenza. Quella stessa Provvidenza che non ha lasciata sulla carta nessun progetto sbocciato nel cuore dai tanti Santi che sono riusciti, rinnegando se stessi, a diventare strumenti docili a servizio della volontà di Dio.
Dio, con le sue mani bucate, entra nel personaggio di un innamorato, pazzo della sua creatura, pronto a darci la beata speranza di una vita eterna immersa in una appagante felicità.
       Un  Dio  dalle  mani  bucate,  sempre  alla  ricerca  di  discepoli  che,  scegliendo  la  sua  sequela,  possono trasformare il mondo, possono aprire le proprie mani per condividere ed essere così pronti ad interpretare il  ruolo  di  cirenei,  per  rendere  meno  difficoltoso  il  cammino  dei  nostri  compagni  di  viaggio.  Gesù  ci chiama sempre ad essere uomini di buona volontà che, con le mani bucate, riescono a dare tutto; mani di uomini felici perché convinti che l’amore di Dio è capace di sostituirsi a tutti i nostri beni.
       Questa la strada percorsa da San Francesco e da tutti gli altri Santi, persone fragili come noi, ma di  noi più furbe, perché hanno capito quali sono le cose importanti per le quali vale la pena vivere.          Persone che, soffermandosi a contemplare questo Dio dalle mani bucate, sono riuscite a trovare l’orientamento giusto, sono riuscite a vedere in quelle mani aperte e bucate tutto lo splendore della Verità portata dal messaggio cristiano.

Nicola Sajeva

sabato 25 febbraio 2017

LE VIE DELLA PROVVIDENZA


"Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”
Il Vangelo di domenica 26 febbraio.

Con l’orecchio al cuore di Dio e la mano al ritmo del mondo, il brano evangelico odierno, dinanzi le ansietà della vita che invadono l’animo umano, rammenta all’uomo la necessità di compiere una scelta radicale per Dio, senza riserve o ripensamenti. «Nessuno può servire due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire Dio e mammona». Dio esige un cuore indiviso, il dono totale di sé, l’adesione incondizionata alla sua volontà. Il discepolo che intende orientare la propria vita al servizio di Dio, non può nello stesso tempo attaccare il cuore alla ricchezza, ai beni terreni, al prestigio, al potere.
Così all’uomo disorientato, in preda alle preoccupazioni quotidiane, alla ricerca di un effimero appagamento dei bisogni primari, Gesù rivolge l’invito ad innalzare lo sguardo al cielo per cercare fiduciosamente il volto di quel Dio narrato da Gesù Cristo,  che come un Padre  «sa ciò  di cui abbiamo bisogno»  e che,  come si  prende  cura  degli uccelli del cielo e dei gigli del  campo, così  «fa molto di più per noi».
Con tale invito, Gesù non vuole, certo, favorire il disimpegno o l’apatia, ma piuttosto escludere l’affanno, l’eccessiva preoccupazione per le cose materiali, che impediscono la ricerca del regno e l’abbandono filiale e fiducioso nelle mani del Padre celeste. È come un invitare a vivere da dentro una relazione riuscita, quella per cui tutte le cose che cerchiamo trovano la loro destinazione di fondo.
Non cogliere questo invito significa vivere a partire dall’assillo della paura che attanaglia il cuore dell’uomo. Non è solo la paura di non avere quello che ci è necessario, ma la paura che altri prendano quello che è nostro, per cui la lotta contro la paura si risolve nella diffidenza verso tutti e nella insofferenza verso la vita. Il seguace di Gesù, invece, ha trovato nel regno il suo tesoro e sa schiudere il cuore alla gratitudine e alla condivisione.
È l’annuncio sorprendente e inaspettato del Cielo: l’Eterno si gioca nel tempo, il futuro si gioca nel presente, il domani si prepara nell’oggi: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Cercare il Regno è mettere noi, le nostre cose, la storia stessa nella prospettiva della Promessa. Il tempo presente diviene kairos, momento favorevole, per scorgere l’eternità che si radica nel quotidiano. Matteo insiste su una ricerca attiva del Regno, che diventa impegno per la giustizia.
Quella giustizia che trova il suo fondamento nell’amore per Dio e per il prossimo, e non certo nell’egoismo e nella ricerca idolatrica delle ricchezze. Solo la pratica quotidiana di questa giustizia dà spessore alla vita. E non lascia spazio alla paura per il domani, ma riposa serenamente tra le mani del Dio giusto, misericordioso e provvido.


(tratto da www.tuttavia.eu)