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domenica 17 maggio 2026

ASCENSIONE

 Cristo 

cerca Adamo 

e lo porta

 nella gloria.

 



Ascensione, compimento della redenzione: una grande festa che si celebra quaranta giorni dopo Pasqua, nel cuore anche della tradizione bizantina.

Un contributo dell’esarca apostolico di Grottaferrata.

 

-di Manuel Nin *


Tutte le feste dell’anno liturgico, nella tradizione bizantina, hanno un chiaro contenuto teologico e diventano una vera e propria professione di fede a livello trinitario, cristologico ed ecclesiologico. Professione di fede e quindi anche mistagogia per i fedeli che pregano, che leggono e che cantano i testi liturgici. 

Inoltre, l’uso che questi testi fanno della Sacra Scrittura, dell’Antico e del Nuovo Testamento, ci mostra e ci insegna come accogliere, leggere, pregare e fare nostro il testo biblico. I tropari delle grandi feste ci fanno cantare e celebrare la nostra professione di fede con delle immagini poetiche e allo stesso tempo teologiche. E così la liturgia bizantina diventa professione di fede, celebrazione di questa fede e annuncio del mistero centrale di quello che è il nostro “credo” come Chiesa cristiana: «...per noi uomini e per la nostra salvezza... si è incarnato dallo Spirito Santo e dalla Vergine Maria e si è fatto uomo». Questo stretto legame, questo vincolo tra liturgia e professione di fede lo troviamo specialmente presente nella festa dell’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua. È una festa in cui troviamo intrecciati, come fosse un grande arazzo, tutti i grandi momenti della nostra fede. 

 Mi soffermo oggi nella tradizione bizantina i cui testi liturgici sono una vera e propria professione di fede che ripercorre, possiamo dire, i grandi momenti della storia della salvezza, dall’incarnazione del Verbo eterno di Dio, alla sua nascita, alla sua passione e morte, e quindi alla sua risurrezione ed ascensione ai cieli dove ha portato, ha fatto salire, ha glorificato la nostra natura umana redenta e salvata, e da dove ha mandato, come dono suo e di suo Padre, lo Spirito Santo. Attraverso i testi della liturgia, la Chiesa ci fa gustare direi in un bell’intreccio di teologia e di poesia, i grandi momenti della salvezza che avviene per noi in Cristo. 

 Il primo testo liturgico del vespro della festa introduce i principali aspetti che troveremo poi in tutti gli altri testi: «Il Signore è asceso ai cieli per mandare il Paraclito nel mondo. I cieli hanno preparato il suo trono, le nubi il carro su cui salire; stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro... Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima». Vediamo come l’Ascensione del Signore è collegata senza soluzione di continuità con il dono dello Spirito Santo, e tutti i tropari metteranno in evidenza questo collegamento tra Ascensione del Signore e discesa, dono dello Spirito. In questo testo troviamo anche un altro tema che appare ripetitivamente nei testi della festa, cioè la meraviglia, lo stupore degli angeli di fronte all’Ascensione del Signore. 

 In questo tropario troviamo l’espressione: «...stupiscono gli angeli vedendo un uomo al di sopra di loro...», mentre in un altro dei testi liturgici troviamo la frase: «...restarono attoniti i cherubini, vedendo venire sulle nubi te, Dio, che siedi su di loro». Lo stupore degli angeli diventa nei testi eucologici una vera e propria professione di fede nel Verbo di Dio incarnato, vero Dio e vero uomo, manifestata attraverso lo stupore degli angeli vedendo un uomo, la meraviglia dei cherubini vedendo Dio. 

 Questa stessa professione di fede la troviamo ancora bellamente cantata in un altro dei tropari: «Signore, compiuto il mistero della tua economia, hai preso con te i tuoi discepoli e sei salito sul Monte degli Ulivi: ed ecco, te ne sei andato oltre il firmamento del cielo. O tu che per me come me ti sei fatto povero, e sei asceso là, da dove mai ti eri allontanato, manda il tuo Spirito santissimo per illuminare le anime nostre». Di questo frammento sottolineo due aspetti che ritroviamo poi anche in altri testi della stessa festa. 

 In primo luogo, la presenza dei discepoli all’Ascensione del Signore, fatto che oltre ad essere un dato evangelico, è anche un dato ecclesiologico: i discepoli – e in alcuni dei testi troviamo menzionata anche la Madre di Dio – sono testimoni dell’Ascensione e quindi della piena glorificazione e redenzione della nostra natura umana assunta pienamente da Cristo e da lui glorificata; infatti, la stessa icona dell’Ascensione ci mostra la presenza della Madre di Dio, e dei Dodici apostoli con Paolo. Poi, l’immagine molto bella usata nel tropario: «...O tu che per me come me ti sei fatto povero...», per parlare dell’incarnazione. Si tratta di un tema che troviamo ancora in altri tropari, cioè il collegamento messo in parallelo tra incarnazione/discesa e glorificazione/ascesa: «Tu che, senza separarti dal seno paterno, o dolcissimo Gesù, hai vissuto sulla terra come uomo, oggi dal Monte degli Ulivi sei asceso nella gloria: e risollevando, compassionevole, la nostra natura caduta, l’hai fatta sedere con te accanto al Padre... Con gli angeli anche noi quaggiù sulla terra, glorificando la tua discesa fra noi e la tua dipartita da noi con l’Ascensione, supplici diciamo: O tu che con la tua Ascensione hai colmato di gioia infinita i discepoli e la Madre di Dio che ti ha partorito, per le loro preghiere concedi anche a noi la gioia dei tuoi eletti...». 

 Nei testi della festa troviamo un uso abbondante, con una interpretazione chiaramente cristologica e soteriologica, del Salmo 23 collegato direttamente con l’Ascensione del Signore: «Lo Spirito santo ordina a tutti i suoi angeli: Alzate, príncipi, le vostre porte. Genti tutte, battete le mani, perché Cristo è salito dove era prima... Mentre tu ascendevi, o Cristo, ... le schiere celesti che ti vedevano, si gridavano l’un l’altra: Chi è costui? E rispondevano: È il forte, il potente, il potente in battaglia; costui è veramente il Re della gloria... Sollevate le porte celesti: ecco è giunto il Cristo, Re e Signore, rivestito di corpo terrestre». Si tratta, in questa festa come in tante altre della tradizione bizantina, di un’esegesi cristologica applicata ai salmi. 

 In uno dei tropari del mattutino della festa ci riassume in quattro versetti lo smarrimento di Adamo dopo il peccato, e l’incarnazione di Cristo con l’immagine del rivestirsi proprio della natura di Adamo, presentata quasi fosse l’icona del buon pastore che si carica sulle spalle, che assume la pecora smarrita e la fa sedere con lui nella gloria: «Dopo aver cercato Adamo che si era smarrito per l’inganno del serpente, o Cristo, di lui rivestito sei asceso al cielo e ti sei assiso alla destra del Padre, partecipe del suo trono, mentre a te inneggiavano gli angeli». 

 L’Ascensione del Signore porta a compimento l’opera della nostra redenzione, perché lui, benché asceso in cielo, rimane sempre con noi ed accanto a noi. Romano il Melodo (+555) lo canta in uno dei tropari della festa: «Compiuta l’economia a nostro favore, e congiunte a quelle celesti le realtà terrestri, sei asceso nella gloria, o Cristo Dio nostro, senza tuttavia separarti in alcun modo da quelli che ti amano; ma rimanendo inseparabile da loro, dichiari: Io sono con voi, e nessuno è contro di voi». 

 *Esarca apostolico
dell’abbazia territoriale
di Santa Maria di Grottaferrata 

 

Alzogliocchiversoilcielo


domenica 10 maggio 2026

SE MI AMATE

 


Evento pasquale 



comunione

 agapica

 

Riflessione di don Massimo Naro  

sulla liturgia della Parola

 nella VI domenica di Pasqua (anno A)

 

At 8,5-8.14-17; Sal 65/66; 1Pt 3,15-18; Gv 14,15-21

 L’odierna pagina evangelica è affollata di voci verbali, che hanno il merito di evidenziare l’indole dinamica dell’evento pasquale, prospettato dal Maestro di Nazareth ai suoi discepoli durante quella che comunemente viene considerata l’ultima sua cena con loro. L’abbondanza di voci verbali dice appunto che la Pasqua ha a che fare più con la vita, col suo inopinato trionfo, che con la morte, col suo urto tremendo. La morte è certamente inscritta nella Pasqua, ma come fatto transitorio, non come ultimo approdo, non come tappa ultimativa. 

È sì un fattore costitutivo della Pasqua, l’elemento che la fa essere un “passaggio”. Ma resta comunque penultima rispetto alla vita, quella nuova, che – tramite la morte e nonostante essa – comincia finalmente e perdura infinitamente.

Nella Pasqua la morte si trasfigura in vita vera.

Viene così fasciata e curata l’antica ferita che Adamo, peccando, si era autoinferto. Egli non aveva preso sul serio l’avvertimento premuroso del Creatore, fraintendendolo piuttosto come una egoistica minaccia o come un subdolo deterrente: «Nel giorno in cui mangerete dell’albero della conoscenza del bene e del male, certamente ne morirete» (Gen 2,17). La traduzione greca fatta dai Settanta d’Alessandria, nel terzo secolo a.C., rende fedelmente l’espressione ebraica che sta per «certamente ne morirete» con questa formula: thanátōi apothaneîsthe, letteralmente «di morte morirete», o «morendo morirete». I Padri della Chiesa, tenendo conto che secondo il racconto biblico Adamo visse fino a 930 anni (altri 900 anni dopo aver peccato, essendo stato creato già circa trentenne, a immagine del Figlio come si sarebbe poi incarnato nel Cristo, suggeriva Tertulliano), hanno interpretato questa «morte certa» come la morte spirituale, ossia come l’interruzione del rapporto col Dio Vivente. La loro era un’intuizione pertinente: peccare vuol dire morire veramente, morire radicalmente, alla radice, sebbene il fusto dell’albero potrà dare l’impressione di sopravvivere per tanti anni ancora.

Accogliendo il parere di pensatori cristiani contemporanei come Pierre Teilhard de Chardin, secondo i quali la morte fisica non è conseguenza del peccato delle origini, potremmo concludere che quella prima disobbedienza (quel primo fraintendimento di Dio da parte dell’essere umano) irrompe nell’esistenza di Adamo e nella storia dell’umanità come la vera morte, come la morte che fa davvero morire, che tronca il cordone ombelicale tra l’essere umano e il Dio Vivente, trasformando la morte in quanto tale da accadimento sperimentato come un fatto buono, positivo, sereno, naturale, transitorio (cioè “pasquale”, funzionale al passaggio verso una partecipazione più piena alla vita divina), intrinseco al vivere umano, in accadimento sperimentato come un fatto cattivo, negativo, angosciante, contronatura, terminale, opposto al vivere.

Dopo quel fatidico «giorno» (hēméra nel greco dei Settanta) della morte – di cui si parla in Gen 2,17 –, Gesù annuncia, in termini molto impliciti, tanto da non essere immediatamente compreso, il «giorno» (hēméra anche in questo brano giovanneo) in cui l’umanità, rappresentata dai suoi discepoli, potrà sapere come stanno veramente le cose, conoscendo una buona volta non l’intenzione punitiva di Dio ma la sua paterna volontà di abbracciare tutti nell’orizzonte eterno della sua stessa vita. Entrando nell’ora pasquale, Gesù chiarisce ai suoi amici che egli vive veramente, unito alla radice della vita eterna, al Dio Vivente che lo genera paternamente alla vita e con lui condivide la sua vita. E aggiunge che anche loro – i discepoli – vivranno per davvero, partecipando di quella vita radicale, attingendola a loro volta dalla radice della vita, dal Dio Vivente: «Io vivo e voi vivrete» (il verbo è záō e riecheggia il sostantivo zōḗ, che nel linguaggio giovanneo è proprio la vita di qualità “divina”, distinta dalla vita di durata “naturale”, bíos).

La condivisione di questa vita radicale, che mette al riparo dalla morte radicale, incardina anche i discepoli, quelli di allora e quelli di oggi, nell’Essere di Dio: permette di “sperimentare” (così possiamo intendere il verbo “conoscere-sapere” che ricorre più volte in questa pagina evangelica) il circolare innesto del Figlio nel Padre suo e dei discepoli nel Figlio e, in definitiva, nel Padre stesso: «In quel giorno saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». Così l’Essere di Dio traspare nel suo Esserci, di cui i discepoli – in virtù della loro comunione col Cristo – diventano i rappresentanti e i testimoni.

La comunione con Dio in Cristo Gesù, tuttavia, non è soltanto una condizione ontologica che occorre capire concettualmente. È anche una condizione esistenziale, effettivamente vissuta intrattenendo e maturando un rapporto personale col Signore. Si tratta di una relazione intima, resa possibile dallo Spirito Santo, il Paraclito promesso e donato ai discepoli, «affinché rimanga con voi per sempre (in eterno: eis tòn aiôna)», dice Gesù. Attraversare la morte senza restarvi imprigionati, vivere per davvero, di nuovo e per sempre, partecipando della medesima vita del Dio Vivente, significa respirare con Dio, cospirare con lui, vivere del suo stesso respiro, che è lo Spirito Santo. Divo Barsotti lo ha spiegato in un suggestivo passaggio del suo libro Il Signore è uno: «La nostra vita indubbiamente si distingue dalla vita di Dio, ma non se ne separa: è una partecipazione reale. L’assunzione della natura umana da parte del Verbo implica veramente una partecipazione di questa natura alla spirazione dello Spirito Santo. E poiché siamo tutti una cosa sola nel Cristo, anche noi partecipiamo a questa spirazione divina».

L’amore agapico

Questo è l’esito straordinario dell’amore agapico, dell’amore vicendevole. Vale a dire di un amore che esige d’essere “atto d’amore”, senza alcun ristagno, senza mai fermarsi, senza entrare in cortocircuito. L’amore reciproco è movimento vivace e vitale, aperto a ulteriori sviluppi. Anch’esso, infatti, si esprime in una voce verbale: agapáō: «Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui». Anzi: «in lui». È l’amore agapico, è l’amare agapicamente, cioè l’amare di amore reciproco, che abilita i discepoli a esserne il riflesso, a diventarne testimoni: il Cristo si manifesta in chi ricambia l’amore, in chi ama a sua volta, in chi si lascia coinvolgere responsabilmente nella comunione agapica. Egli “risplenderà in” (emphaínō si legge nel testo greco: mostrarsi-in, en-phaínō): in chi accetta d’essere avviluppato in quella matassa di relazioni d’amore che è l’Agape divina.

L’evento pasquale, pertanto, è – e sarà ancora, quale perenne Parusia – la suprema teofania. 

Dio si rende presente, ci fa visita, si lascia intravedere nella luce del Crocifisso-Risorto. Nella luce pasquale noi entriamo in contatto con lui: è la qualità mistica dell’esistenza credente. La vita cristiana ha una valenza principalmente mistica. Ciò non toglie che abbia pure delle importanti implicazioni etiche, derivanti proprio dalla dimensione mistica, giacché germogliano dalla comunione spirituale (in senso forte: pneumatica) con Dio in Cristo Gesù: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti», leggiamo nel brano evangelico. Perché la vita di Dio nei discepoli è – e non può non essere – anche la loro vita buona, moralmente retta, solidale, giusta.

 www.tuttavia.eu

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domenica 12 aprile 2026

E' SEMPRE PASQUA

 Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella II domenica di Pasqua (anno A)



At 2,42-47; Sal 117/118; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31

La cosiddetta “ottava di Pasqua” – che oggi celebriamo – non è semplicemente l’ottavo giorno dopo la Pasqua di risurrezione, bensì la Pasqua stessa, intesa e celebrata come ottavo giorno. Non mi sto esercitando in uno scioglilingua. Sto affermando che l’ottava di Pasqua significa la compiutezza e – anzi – la sovreccedenza della Pasqua. La quale si afferma, nel vissuto credente dei battezzati, come il regime feriale della loro esistenza: ormai ogni giorno, a partire dal battesimo, è per i discepoli del Crocifisso-Risorto il giorno della Pasqua.

La Pasqua di risurrezione, infatti, seppur sia accaduta – storicamente – in un ben preciso giorno della nostra storia comune di esseri umani, circa duemila anni fa, non resta confinata dentro i limiti cronologici di un accadimento. Come tale essa è accaduta, certamente. Ma non è per ciò stesso “caduta”, non è ritagliata e incollata in un puntino del tempo storico, cronologicamente lontano da noi. La Pasqua del Crocifisso-Risorto è – più esattamente – un evento, cioè un fatto che continua ad avvenire, a venire dentro il nostro tempo, a sopraggiungere e a raggiungerci, coinvolgendoci in essa.

Il kairòs e il chrònos

L’evangelista Giovanni ce lo fa intuire efficacemente, raccontandoci le manifestazioni del Crocifisso-Risorto agli apostoli rintanati da qualche parte a Gerusalemme dopo il dramma del Golgota, nella «sera di quel giorno, il primo della settimana» (nell’originale greco: «quello dopo il sabato»), ossia in quella che per noi è la domenica stessa della risurrezione. E poi, di nuovo, «otto giorni dopo», nella successiva domenica. In realtà, secondo l’interpretazione del quarto evangelista, l’ora pasquale scocca già nel grido di Gesù morente in croce: «È compiuto». La Pasqua del Crocifisso-Risorto – passaggio alla vita nuova attraverso la morte – avviene quando egli è «innalzato da terra» (Gv 8,28 e 12,32), cioè al contempo inchiodato sul palo del supplizio e risuscitato dal Padre. Però poi, come tutti gli altri evangelisti, Giovanni narra lo svolgimento del kairós pasquale dentro il chrónos storico, che ospita il kairós e lo assimila ai suoi ritmi, dalla crocifissione all’ascensione.

A partire da quell’ora suprema – qualitativamente “altra” rispetto a ogni altra ora temporale, tesa a tracimare i limiti di ogni ora temporale – la Pasqua rimane un tempo kairologico che s’intreccia permanentemente con il progressivo e transeunte tempo cronologico: l’ora pasquale tocca ogni ora temporale e s’innesta in ogni momento della storia. Per questo motivo, il giorno stesso della Pasqua, che è pure l’ottavo giorno – cioè il giorno che oltrepassa la settimana, esprimendo una sovrabbondanza salvifica che non si lascia schematizzare dentro la sequenza dei sette giorni –, diventa «ogni giorno», come si legge nel brano degli Atti degli apostoli che è proclamato quale prima lettura: «Ogni giorno [tutti i credenti] erano perseveranti insieme nel tempio, spezzando il pane nelle case […] lodando Dio, mentre il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati». Peraltro vivendo, in tal modo, il tempo pasquale come un tempo condiviso, comunionale, comunitario, «stando insieme e avendo ogni cosa in comune».

Il Signore appare

Si potrebbe obiettare che nell’odierna pagina giovannea sono le apparizioni del Crocifisso-Risorto a garantire qualità kairologica al tempo pasquale, tra la risurrezione e l’ascensione di Gesù. Ora, tuttavia, le apparizioni sono cessate: i mistici e le mistiche possono sì sperimentare la grazia delle visioni, ma le apparizioni del Signore – strettamente intese – sono tutte “accadute” in quel tempo pasquale “contenuto” in quel lontano tempo storico. Sarebbe un’osservazione corretta, se non fosse che nel quarto vangelo non si parla di apparizioni del Crocifisso-Risorto. Si annunciano, piuttosto, il suo Avvento e la sua Presenza: «La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli […] venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!” […]. Otto giorni dopo […] venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”». Così, appunto, si rivela la sovreccedenza del kairós pasquale, che si prolunga in una Parusía sempre in corso, vale a dire in una ripresenzializzazione continua della Pasqua. Il tempo ha una valenza pasquale (kairologica) se registra la venuta e la presenza del Signore. E questa grazia pasquale non è esclusiva prerogativa dei primi discepoli, vissuti al “tempo” del Crocifisso-Risorto, ma resta alla portata di tutti i discepoli e le discepole che si lasciano raggiungere dal Signore Gesù, cantando (col cuore più che con le labbra) il Maranathà: canto liturgico che nell’aramaico dei primi discepoli significava «è venuto il Signore, viene ancora e verrà di nuovo».

Forse gli scienziati che si occupano di meccanica quantistica e di relatività generale, in particolare quelli che ragionano sulla “teoria delle stringhe”, potrebbero capire meglio di tutti quel che vuol dire l’incastro tra kairós e chrónos. E l’attualità della Pasqua che ne consegue. Del resto, nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi narrativi che aiutano a comprenderlo, anche se non si è fisici come Albert Einstein o Edward Witten. Un indizio emblematico spicca su tutti e dice il modo straordinario in cui avviene-la-Presenza del Crocifisso-Risorto, capace di scavalcare i condizionamenti insiti nella condizione fisica spazio-temporale: «a porte chiuse».

Pace a Voi

Ma gli altri indizi non sono meno importanti. Anzi, dal punto di vista teologico, lo sono ancor più. Per esempio, il reiterato saluto del Signore ai suoi discepoli: «Pace a voi!». Non è soltanto un augurio. È un dono, un lascito. E un appello, che i discepoli devono riecheggiare a loro volta, facendolo risuonare sempre nel mondo, in ogni stagione della storia, per avvertire ogni uomo e ogni donna sulla terra che la guerra – con tutto ciò che essa comporta e produce: la paura, la sofferenza, la distruzione, la morte – perdura a oltranza se non prendiamo in consegna il lascito di Gesù, se non trattiamo il suo dono come un nostro impellente e ineludibile compito. E i cristiani hanno, a tal riguardo, una responsabilità maggiore: perché per loro il dono della pace coincide con la grazia dello Spirito Santo («Ricevete lo Spirito Santo»), finalizzata a portare il perdono, a far trionfare la misericordia, pena la smentita dell’evento pasquale. La pace, il perdono dei peccati (degli errori: hamartíai), la custodia e la trasmissione dello Spirito Santo, sono la missione pasquale dei cristiani nella storia, in favore del mondo. Da qui deriva, per loro, l’esito, o l’effetto, della Pasqua stessa: la trasfigurazione del timore in gioia. Dico “trasfigurazione” perché il timore resta, nell’esperienza credente, una dimensione costitutiva che dev’essere costantemente tradotta in gioia: il timore di fare la stessa fine dolorosa del Maestro e la gioia di sapere che facendo quella fine si ricomincia con lui e come lui la vita vera. Non si spiegherebbe altrimenti l’inciso dell’autore degli Atti degli apostoli, nella prima lettura: «Un senso di timore – phóbos, come nella pagina evangelica – era in tutti»).

Vedere il Signore

Per gli apostoli la gioia scaturisce dal «vedere – horáō – il Signore». Si tratta di vedere in virtù di uno sguardo contemplativo, che riesce a decifrare l’assenza come una semplice apparenza e di discernere in essa l’invisibile Presenza. Ecco perché in gioco c’è qualcosa che pesa molto di più di quelle che noi siamo abituati a ricordare come le apparizioni del Risorto: nell’apparenza dell’assenza, egli nondimeno si rende presente e si fa vedere. È questa la straordinaria esperienza che gli apostoli fanno, passando – Pietro e gli altri, e Tommaso dopo di loro – dal vedere al credere. Ma ancor più straordinaria è l’esperienza che fanno – da allora in avanti – tutti gli altri discepoli del Risorto, allorché riescono a sperimentare l’atto di fede come un autentico vedere. Il tempo pasquale è il tempo dell’esperienza credente, il kairós in cui credere è vedere davvero, vedere il vero. In tal modo dobbiamo interpretare la promessa di Gesù: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto». E non meno grande dev’essere la nostra gioia, se vale per noi ciò che ascoltiamo nella seconda lettura: «Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».

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lunedì 6 aprile 2026

DIO VUOLE LA PACE


 La forza "non violenta" della Pasqua negli appelli di pace di Papa Leone XIV

Dalle mani che “grondano sangue” della Domenica delle Palme, a quelle che depongono le armi, invocate nel messaggio per l’Urbi et Orbi. I richiami alla pace del Pontefice invitano a non lasciarsi sopraffare da indifferenza e assuefazione, ma a credere con fermezza nel “Dio che rifiuta la guerra”.

-di Edoardo Giribaldi – Città del Vaticano

Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: ‘Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue’.

Le mani cosparse di quella linfa vitale ormai versata, invocate dal Papa nella Domenica delle Palme. Le stesse mani del Pontefice, strette intorno alla Croce nel Venerdì santo. Un "segno importante", per sua stessa ammissione, come "leader spirituale oggi nel mondo", che abbraccia idealmente "madri", "parenti" e "amici dei condannati", costretti “a umiliarsi davanti all'autorità per vedersi restituire i resti martoriati” di una persona loro cara. E infine quelle stesse mani chiamate a deporre le armi e a risplendere della stessa luce celebrata la mattina di Pasqua dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro.

“Rimetti la tua spada al suo posto”

La concretezza dei gesti, la tenerezza dei sentimenti. C’era tutto questo negli appelli che, durante la Settimana Santa, Papa Leone XIV ha dedicato alla pace e al cessare dei conflitti che imperversano nel mondo. Il primo fotogramma è quello della Domenica delle Palme in Piazza San Pietro, davanti a 40mila fedeli e 120mila ramoscelli d’ulivo innalzati per simboleggiare quella pace mite di cui Gesù, ha ricordato il Pontefice, è sia "re" che "carezza", mentre "altri impugnano spade e bastoni". A loro il Pontefice si è rivolto con le stesse parole pronunciate da Cristo quando uno dei suoi discepoli, secondo il racconto evangelico, aveva estratto un'arma per difenderlo.

Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno.

Il rosso del sangue che gronda, contrastato da quello stesso colore che spiccava nei paramenti liturgici, celebrazione di quel Dio che "non si è armato, non si è difeso, non ha combattuto nessuna guerra", ha affermato il Pontefice.

Invece di salvare sé stesso si è lasciato inchiodare alla croce, per abbracciare tutte le croci piantate in ogni tempo e luogo nella storia dell'umanità.

“Il bene non può venire dalla prevaricazione”

La pace invocata dal Papa, specialmente in quest'"ora oscura" per un mondo "conteso tra potenze che lo devastano", ha toccato tutto lo scibile dell'esistenza umana. Nella Messa crismale del Giovedì santo, presieduta nella Basilica di San Pietro, Leone XIV ha ricordato come "il bene non può venire dalla prevaricazione" in qualsiasi ambito, non solo pastorale ma anche sociale e politico.

L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova.

“Cristo ci dà un esempio di dedizione, di servizio e di amore”

La terza immagine immortala le mani, ancora quelle del Pontefice, che, nella Messa in Coena Domini nella Basilica di San Giovanni in Laterano, hanno lavato i piedi ai giovani preti da lui stesso consacrati. Un gesto che, nelle parole di Leone XIV, ha richiamato il potere purificatore di Dio. Egli lava non solo il sangue grondante dei conflitti, ma anche l'immagine distorta che essi restituiscono: le "idolatrie" e le "bestemmie" che lo sporcano. E con esse il Signore ripulisce anche l’uomo stesso.

Che si ritiene potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene grande quando viene temuto. Vero Dio e vero uomo, Cristo ci dà invece un esempio di dedizione, di servizio e di amore.

Sulle “orme” di Gesù

Gli appelli del Papa sulla pace rimandano alla continua dicotomia tra male e amore. Allo stesso modo, le meditazioni scritte da padre Francesco Patton, già custode di Terra Santa, per la Via Crucis presieduta dallo stesso Pontefice, hanno individuato una simile ambivalenza, ripercorrendo quella stessa strada percorsa da Gesù tra persone che ne condividevano “la fede” e “altri che deridono e insultano”. "Così è la vita di tutti i giorni", ha scritto il frate minore: così è il cammino tracciato seguendo "le orme" di Gesù, come affermato dal Pontefice recitando la Preghiera Omnipotens composta da san Francesco d'Assisi, insieme ai circa 30mila fedeli presenti al Colosseo nella notte del Venerdì santo.

“Dio non vuole la nostra morte”

È ancora il buio, questa volta preludio al mattino pasquale, che ha accompagnato la veglia nella Basilica di San Pietro gremita di 6mila persone. Dio "non vuole la nostra morte": questo è stato l'appello del Papa, impellente di fronte alla narrazione dei conflitti che riduce le vittime a freddi numeri.

L’uomo può uccidere il corpo, ma la vita del Dio dell’amore è vita eterna, che va oltre la morte e che nessun sepolcro può imprigionare.

Leone XIV ha esortato a dare vita a un "mondo nuovo, di pace, di unità", partendo dai fallimenti dell’umanità, con un riferimento al mare attraverso cui Dio ha liberato gli israeliti dalla schiavitù dell'Egitto. Un elemento che il Pontefice ha definito "porta d'ingresso" per l'inizio di una vita "libera", ma anche "luogo di morte", proprio mentre la cronaca restituiva l'ennesima tragedia del Mediterraneo: il naufragio di un barcone partito dalla Libia, che ha causato oltre 70 dispersi, e i racconti dei superstiti, sotto choc, a Lampedusa. Il luogo dove Leone XIV si recherà il prossimo 4 luglio.

Urbi et Orbi, il Papa: "Chi ha le armi, le deponga. L'11 aprile veglia di pace a San Pietro"

Leone XIV dalla Loggia centrale della Basilica vaticana, pronuncia il tradizionale messaggio di Pasqua alla Città e al mondo, in cui implora Dio “che doni la sua pace al mondo ...

“Il Signore è vivo e rimane con noi”

La notte, l'alba e poi la Messa nel giorno di Pasqua. Il cielo limpido di Piazza San Pietro, 60mila fedeli presenti. Certo, il male non si cancella in un giorno: la guerra "uccide e distrugge" e la minaccia è sempre in agguato:

La vediamo presente nelle ingiustizie, negli egoismi di parte, nell’oppressione dei poveri, nella scarsa attenzione verso i più fragili. La vediamo nella violenza, nelle ferite del mondo, nel grido di dolore che si leva da ogni parte per i soprusi che schiacciano i più deboli, per l’idolatria del profitto che saccheggia le risorse della terra, per la violenza della guerra che uccide e distrugge.

Ma si può e si deve raccogliere l'invito pasquale ad "alzare lo sguardo", scorgendo lo "spazio per una nuova vita che sorge", oltre i sepolcri e il dolore.

Il Signore è vivo e rimane con noi. Attraverso fessure di risurrezione che si fanno spazio nelle oscurità, Egli consegna il nostro cuore alla speranza che ci sostiene: il potere della morte non è il destino ultimo della nostra vita.

“La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta”

È l'invito finale del Pontefice, che riecheggia anche nel tradizionale messaggio per l’Urbi et Orbi.

Ci stiamo abituando alla violenza, ci rassegniamo ad essa e diventiamo indifferenti. Indifferenti alla morte di migliaia di persone. Indifferenti alle ricadute di odio e divisione che i conflitti seminano. Indifferenti alle conseguenze economiche e sociali che essi producono e che pure tutti avvertiamo.

Perché se nel mondo ci sono battaglie, l’esempio per vincerle scaturisce dalla Pasqua: mani che abbracciano, e che non imbracciano armi.

La forza con cui Cristo è risorto è totalmente non violenta.

Un'esortazione che riecheggia nell'appello rivolto martedì scorso a Castel Gandolfo da Leone XIV al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e ai leader del mondo:

Tornate al tavolo per dialogare, cerchiamo soluzioni ai problemi, cerchiamo modi per ridurre la violenza che stiamo alimentando. E che la pace, soprattutto a Pasqua, sia nei nostri cuori

Vatican News

giovedì 2 aprile 2026

SANTA PASQUA - AUGURI

 


E' RISORTO! 

ALLELUJA


Porgo a tutti voi il mio augurio di una lieta e santa Pasqua, accompagnato – ve l’assicuro – dalla mia preghiera.

Con la Pasqua siamo chiamati, noi insegnanti cattolici, ad annunciare e a testimoniare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni circostanza la Risurrezione di Gesù Crocifisso.

Cristo Risorto viaggia con noi nella traversata della vita, ci esorta a non temere in mezzo alla tempesta, ad avere fede in Lui, unico pane di vita, a ringraziarlo, perché ci ha portato la salvezza. Egli è la nostra pace e ci abbandoniamo a Lui che è sempre con noi anche in mezzo alle difficoltà personali, alla cattiveria, agli errori delle persone, al dramma della guerra.

La consapevolezza di Gesù nel dare la vita per noi

Riflettiamo brevemente con quali sentimenti Gesù ha affrontato la sua passione e morte, perché noi potessimo risorgere con Lui a nuova vita.

Prima di tutto con la sua autocoscienza di essere il Figlio di Dio e l’Inviato del Padre, di essere Dio egli stesso: ma senza rinunciare ad essa ha svuotato per così dire la sua divinità e si è immolato per tutti gli uomini. Con la sua morte e con la sua risurrezione Gesù è consapevole di dare inizio alla sua Chiesa, da lui preparata nella vita terrena con la chiamata degli apostoli e dei primi discepoli; essa inizia il suo cammino raccogliendosi intorno a Maria. Morendo sulla croce e risorgendo Gesù sa di manifestare il suo amore per tutti per salvarli dal peccato, donando la vita eterna. Ognuno di noi può dire: “Il figlio di Dio mi ha amato e dato se stesso per me” (Gal.2,20)

Rinnoviamo l’amore per Dio

La Pasqua è l’occasione per rinnovare il nostro amore per Gesù Cristo nelle vicende della vita e della storia. Lo dico con le parole del nostro poeta Dante, che ci indica quattro doni gratuiti di Dio per cui il cristiano è stimolato ad amarlo con tutto il suo cuore.

In primo luogo l’essere del mondo: esso esiste perché Dio lo ha voluto e lo ha creato per noi; la contemplazione dell’universo in cui viviamo ci deve spingere alla riconoscenza.

Poi l’essere mio, ossia il mio stupore davanti al dono meraviglioso della mia vita, al mistero della mia esistenza, come persona dotata di intelligenza, di volontà, di sentimenti, di sensibilità fisica.

In terzo luogo proprio la morte di Gesù sulla Croce, perché risorgendo ha donato a noi a noi la sua vita immortale.

Infine la speranza della nostra risurrezione finale, della comunione attuale ed eterna con Dio e della risurrezione della nostra persona; la nostra vita presente è valorizzata, già proiettata nella gloria futura.

Il poeta Dante aggiunge poi un altro motivo personale: ha riflettuto a lungo ed è giunto a questa “conoscenza viva” che solo Dio è il vero e sommo bene che può riempire il cuore umano; si è liberato dagli idoli creati dalla passione umana (il mar de l’amor torto) e si è incamminato sulla strada del vero amore.

«Tutti quei morsi (stimoli)
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:

ché l’essere del mondo e l’esser mio,
la morte ch’el (Gesù) sostenne perch’ io viva,
e quel che spera ogne fedel com’ io,

con la predetta conoscenza viva,
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
e del diritto m’han posto a la riva.

(Par. XXVI, 55-63)

           Ecco pertanto il mio augurio!

           La Santa Pasqua ci riempia di gioia e di stupore per i doni gratuiti di Dio e ci stimoli ad amarlo con tutto il cuore: l’essere del mondo, l’essere mio, la morte di Gesù perché io viva, la speranza della nostra risurrezione e della beatitudine eterna, e la riflessione viva e personale che Dio è il sommo bene che ci crea, ci redime e ci santifica ci facciano uscire dal mare dell’amore distorto e ci pongano sulla riva del diritto e giusto amore!

P. Giuseppe Oddone

Assistente nazionale AIMC

Consulente nazionale UCIIM

 


martedì 31 marzo 2026

CHIEDETE L'IMPOSSIBILE

 

PASQUA 
SIATE RAGIONEVOLI. CHIEDETE L'IMPOSSIBILE!

Riflessioni di don Giulio Cirignano

 -

L’invito esteso al vasto e variegato mondo delle associazioni,  dei credenti e dei non credenti, è stato categorico: “Puntate all’impossibile. L’impossibile come anelito, come sogno, come progetto. Utopia amabile e liberante. L’impossibile come la più concreta forma di ragionevolezza”.

La Pasqua, infatti, è di per sé un evento umanamente impossibile. Per Gesù, invece, si tratta di risorgere da morte, entrare in una vita nuova. Gesù non è rinvivito, è risorto. E’ già ‘ impossibile’ pensare ad un morto che riprende a vivere. Ancora più impossibile è pensare ad un morto che riprende la vita per non morire più.
Il mistero cristiano ha nel Signore risorto il suo punto decisivo. Inimmaginabile. Di portata cosmica: è come l’inizio di una nuova creazione.

I credenti, allora, sono i ‘ figli’ della resurrezione. I figli della vita contro la morte. I discepoli dell’impossibile divenuto realtà.

‘Figli della resurrezione’: trattasi di un ebraismo assai espressivo e adatto: l’ebraico per esprimere l’appartenenza usa la parola ‘ figlio ’.

Celebrare la Pasqua, allora, è credere nell’impossibile e volerlo. E’ fare spazio a un grande sogno che spesso non abbiamo neppure il coraggio e la forza di coltivare.
Don Giulio Cirignano, nel muovere da questo assunto e confortato da puntuali richiami biblici ed evangelici, indica i contesti dentro i quali coabitare  con la dignitosa utopia dell’essere ragionevoli, chiedendo l’impossibile:


1 ) a livello sociale

* L’impossibilità di una convivenza più ricca di umanità. Puntare all’impossibile è già metterla in essere.

* L’impossibilità di un progetto di convivenza veramente segnato dalla giustizia. E’ ragionevole volere    questa impossibile possibilità.

* L’impossibilità di resistere alla banalità elevata a norma. Alla sciatteria, al qualunquismo, al populismo    facile e aggressivo. Si può resistere.

* L’impossibilità di una politica più libera dagli interessi privati. Occorre cominciare a pensarla e a volerla.   Con iniziative concrete di formazione alla buona politica.

* Celebrare la Pasqua  è credere  all’impossibilità  di  una cultura meno arida e insignificante: ciò non può    essere lasciato al caso. Ma frutto di decisione e di responsabilità.

* Siamo   ragionevoli,   crediamo   all’impossibile. Crediamoci  con tutte le forze. Crediamoci in modo da    rendere onore alla nostra fede pasquale. Altrimenti la Pasqua sarà solo rito, l’emozione spirituale di un    momento, una fugace parentesi, inerte, senza forza creativa.

2 ) A livello ecclesiale.

In questo contesto è ancora più entusiasmante. * L’impossibilità di una Chiesa più fraterna: è questo il progetto di Gesù. Più fraterna per la comunione e la
   stima reciproca.

* L’impossibilità di una Chiesa meno incartata nella sua autosufficienza, nella continua autocelebrazione.

* L’impossibilità di una Chiesa più evangelica. Perché più povera.  

* L’impossibilità di una Chiesa amica dell’uomo, di tutti gli uomini.

 3 ) A livello personale

* Siamo ragionevoli nel credere all’impossibilità che si fa possibilità, per grazia, di essere più liberi dai nostri    egoismi. E’ necessario, però, volerla, desiderarla questa impossibilità.
* Crediamo nell’impossibilità di amare di più e meglio. E’ la cosa più ragionevole volere amare di più.
   Volere un amore più grande: per la nostra pace interiore, per il nostro lavoro, per la nostra famiglia.

* Desideriamo, come nostro futuro, l’impossibilità di volerci persone, se non felici, almeno più serene, più    contente.
* Chiediamo a noi stessi l’impossibile di volgere le spalle a ogni forma di essimismo e di sfiducia.

Siamo   discepoli dell’impossibile anche  coltivando la speranza di poter guardare, intorno a noi, con sguardo   coraggioso e mite.

* Guardando a Gesù crediamo e scegliamo l’impossibile ragionevolezza di non rimanere prigionieri del    passato e fare del futuro il verbo più congeniale alla nostra dignità.
Non c’è deviazione che non possa essere corretta. Gesù fu  un formidabile  amante di futuro in alcuni    incontri:

 a ) “ Nessuno  ti ha condannato.  Neppure io, vai in pace e  smetti di innamorarti della  tua    fragilità”,

 b ) “Zaccheo, oggi voglio fermarmi a casa tua “e cambiò tutto;

 c ) “Nicodemo, sappi che si     può nascere di nuovo, dall’alto”;

 d )  “Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro. E Pietro si ricordò . . . e,
  uscit,o pensò amaramente: ‘ Ricomincio a vivere’ “;

e ) “Oggi sarai con me in paradiso!”.

4 ) A livello associativo.

* Siamo ragionevoli: crediamo e scegliamo come impossibile, fortunato ideale, quello di entrare a far parte    di questa Chiesa che sembra prepararsi ad una insperata fioritura. Con lucida coscienza di alter natività.

* Crediamo ragionevole l’impossibile comunione di intelligenze e di volontà giovani  per  una scuola in grado   di liberare dall’ignoranza e generare alla capacità di scelta e partecipazione.

Giovani, nuove, fresche: da   andare a cercare e coinvolgere.
* Siamo ragionevoli: chiediamo a noi stessi l’impossibile fedeltà al nostro passato, alla ricca elaborazione    dei nostri oltre ottanta anni di storia.

 E ‘ragionevole amare e preservare  quanto si è  fatto, come
   premessa di futuri percorsi.

* Chiediamo l’impossibile intelligenza  di quello  che  la scuola deve e può essere come  anello  di una     cittadinanza più responsabile.  Ora, in questo momento, lungo la linea interrotta dell’innovazione e del cambiamento.

* Cosa è possibile ancora chiedere e volere a  livello associativo? 

Senza  il     continuo richiamo alle ragioni del nostro operare, senza la giocosa e continua riscoperta della nostra
cittadinanza evangelica vano è il nostro operare.

Ma, forse, è proprio in momenti come questi che    alberga, sottotraccia, la possibilità di una vera, convinta, impossibile alternatività di pensiero e di vita, a
 vantaggio della scuola, della Chiesa, della comune convivenza.
 Questo è il momento di chiedere l’impossibile e volerlo, valorizzando le energie che abbiamo energie, e  reclutandole    dove non le penseremmo mai presenti. Ma esse ci sono e aspettano.

Allora amici dell’AIMC, facciamo Pasqua con il Signore risorto, ridoniamo nuove attualità all’impossibile bellezza di vivere con gioia. Di    vivere in sintonia con la gioia del Vangelo.


venerdì 27 marzo 2026

MORTE O RESURREZIONE ?

 

Si avvicina la Pasqua

 e trasfigura

 la morte in risurrezione


Riflessione di don Massimo Naro sulla liturgia della Parola nella V domenica di Quaresima (anno A)

Ez 37,12-14; Sal 129/130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

-         di  Massimo Naro 

Il cammino quaresimale è ritmato da varie anticipazioni della Pasqua: episodi evangelici che prefigurano il passaggio alla vita nuova fra le strettoie della morte, quest’ultima simboleggiata di volta in volta dalla fame, dalla sete, dalla paura, dalla cecità o da altre malattie e fragilità. Insomma: da tutto ciò che definisce la debole e povera condizione umana. Così a partire dalle tentazioni che Gesù affronta nel deserto, passando attraverso la teofania sul Tabor, l’incontro con la samaritana e la guarigione del cieco nato, fino a giungere alla risurrezione di Lazzaro, morto e sepolto da quattro giorni, di cui narra l’odierna pagina giovannea.

La morte di Lazzaro è presentata con il pietoso e – al contempo – crudo realismo che pertiene a ogni morte umana. La morte delude le nostre speranze, sancisce la fine della vita, ci sprofonda nella tomba, corrompe e dissolve il nostro corpo, semina il dolore nel cuore di chi sopravvive ai defunti. La morte puzza, ci ripugna, ci spaventa, ci intristisce. Anche la morte di Lazzaro, giacché non è morte apparente: è verissima e, in quanto tale, tragica. Gesù ne avverte l’urto emotivo non meno di Marta e Maria: vedendone il volto solcato dalle lacrime, si commuove a sua volta e scoppia a piangere. Egli partecipa della maniera umana di conoscere la morte, di rapportarsi con essa. E ne sperimenta gli effetti psicologici e spirituali (nel greco del quarto evangelista l’espressione che ne descrive la profonda commozione è enebrimḗsato tô pneúmati, restò scosso nello spirito). Davanti al sepolcro sigillato e di fronte alla pena di Marta e Maria, incontra la morte di Lazzaro come una premessa della morte che dovrà lui stesso subire di lì a poco.

Tuttavia Gesù conosce pure un altro profilo della morte. E intrattiene con essa un rapporto che a tutti gli altri rimane ancora precluso. Ai suoi occhi morire al modo di Lazzaro – oppure al modo della figlia di Giairo in Mc 5,39 e Mt 9,24 – equivale ad addormentarsi, come dice ai suoi discepoli senza esser da loro compreso. E di conseguenza il suo intervento nei confronti dell’amico morto – davvero deceduto, decaduto dalla vita sul serio, non per finta – sarà come risvegliarlo. Così la risurrezione di Lazzaro diventa un ulteriore “segno” – il più esplicito – della Pasqua di cui Gesù, Crocifisso-Risorto, sarà protagonista.

D’altronde, la morte descritta come sonno e la risurrezione promessa come risveglio, non sono un espediente retorico. Sonno e risveglio non sono i termini gentili di un linguaggio metaforico, teso a imbellettare il volto terribile della morte umana. Esprimono, piuttosto, l’intima e misteriosa consapevolezza di Gesù che la morte di Lazzaro differisce comunque in qualcosa rispetto alla morte con cui egli stesso dovrà confrontarsi. È differente non perché meno reale, o meno drammatica, o meno eroica. La morte di Lazzaro è proprio la morte di ogni essere umano, la stessa che travolgerà il Messia, ho erchómenos («il veniente», come Marta definisce Gesù, usando la medesima parola che ricorre in Ap 1,4 per tradurre in greco il Tetragramma ebraico di Es 3,14: Yhwh, «Colui che è, che era e che viene»). Ma la morte cui si sobbarcherà Gesù ha un’altra portata, è di più: porta al culmine la pienezza dei tempi, fa scoccare l’ora, è il compimento della storia intera («Tutto è compiuto»: Gv 19,30). È sì la morte di Lazzaro e di ogni altro essere umano. Ma è inoltre la morte accettata dal Figlio di Dio, da chi impersona l’Esserci divino, da «Colui che è qui: che è, che era e che viene».

Di conseguenza la risurrezione (il risuscitamento) di Lazzaro non è ancora la risurrezione di Gesù. È certamente un fatto straordinario. Ma non è lo stesso evento radicale in cui consiste la risurrezione del Cristo: non ne ha l’energia metafisica, l’intensità esistenziale, la gittata cosmica. Pur essendo un “segno” di salvezza, non è la salvezza.

Nella pagina evangelica sono disseminati alcuni indizi che ce lo fanno intuire. Si pensi alla constatazione addolorata con cui prima Marta e poi Maria danno l’impressione di voler rimproverare Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto». Frase controversa, questa, perché invoca il Signore – ho Kýrios, traduzione greca dall’ebraico anticotestamentario Adonai – mentre pur mette in forse che colui al quale essa è rivolta impersoni veramente “Chi c’è”, l’Esserci di Dio: la morte di Lazzaro fa da velo alla Presenza (e in questo sta la sua concretezza). E si pensi all’ironia rassegnata con cui Tommaso accoglie la decisione di Gesù di tornare in Giudea – dopo essersene andato, mettendosi al riparo dal rischio della persecuzione – per andare a Betania, a pochi chilometri da Gerusalemme: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Affermazione profeticamente ispirata, quest’altra, poiché la Pasqua di Gesù rivelerà che per risorgere a nostra volta dovremo morire con lui, della sua stessa morte. Infatti, è lui solo che supera la morte, è lui solo che risorge. E noi risorgiamo veramente soltanto partecipando della sua singolare risurrezione, come pure della sua singolare morte. Paolo, nel suo epistolario, lo spiega a più riprese, annunciando che risorgiamo allorché con Cristo Gesù con-moriamo e con lui siamo con-sepolti (Rm 6,4 e Col 2,12), a lui resi solidali in virtù del suo Santo Spirito, come si legge anche nella seconda lettura di oggi: «E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi». Si adempie così la profezia di Ezechiele che risuona nella prima lettura: «Farò entrare in voi il mio Spirito e rivivrete».

Occorre disambiguare la morte e la risurrezione, per comprenderne tutta la valenza salvifica quando esse sono riesperite a partire da Cristo Gesù e in vista di lui. Considerare debitamente lo scarto che sussiste tra il nostro punto di vista e quello del Maestro di Nazareth è un necessario esercizio ermeneutico, un fondamentale discernimento spirituale. Torna utile per capire il sensus plenior, il significato più pieno e completo, del dirsi di Dio a noi in Cristo Gesù. Vogliamo rintracciare un esempio emblematico, nella stessa pagina che racconta la risurrezione di Lazzaro? Si pensi a due frasi che vi riecheggiano: «Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», annota dapprima l’evangelista, riferendo quel che il Signore prova verso i suoi tre amici di Betania. Qualche versetto dopo, riportando l’opinione popolare, scrive: «Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”». Due versetti in cui – nella traduzione italiana – ricorre il verbo “amare”, apparentemente sempre uguale. Ma amare al modo di Gesù (agapân, voce verbale greca che compare nel primo caso) non si riduce ad amare alla maniera di un amico (phileîn, voce verbale adoperata nel secondo caso): benché includa l’amore amicale, l’amore agapico rappresenta la misura più alta – divina – dell’amare, di cui Gesù è umile testimone, disposto nondimeno a chinarsi fino ai livelli più bassi. Il dialogo tra il Risorto e Pietro attorno alla brace sulla spiaggia di Tiberiade ne è la riprova più eloquente.

La chiave di lettura per disambiguare la morte e la risurrezione è la fede: «Gesù disse [a Marta]: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». È un interrogativo rivolto anche a noi.

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