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giovedì 7 dicembre 2023

IL PARADOSSO DEL CONTROLLO


Tra felicità e solitudine

La paura e il desiderio di evitare imprevisti portano a una cultura di controllo estremo. Ma, nel tentativo di controllare le emozioni, la società moderna rischia di allontanarsi dalla vera felicità, perdendo di vista connessioni sincere e scelte autentiche.

 

-         di Silvia Lorenzi

 In una giornata di fine novembre, mi sono chiesta cosa fossero le emozioni e come fossero correlate alla felicità.

Così, per documentarmi, mi sono ritrovata a leggere diversi articoli su internet, da saggi filosofici ai cosiddetti “self-empowering books“, fino a quando mi sono imbattuta nel video del 2016 di Zygmunt Bauman “Società e felicità”. In 60 minuti, Bauman non solo descrive il paradosso tra felicità e società̀ di consumo, ma si sofferma anche su elementi più̀ delicati, come la solitudine e la paura di essere inadeguati. È una società̀ pre-Covid, quando ancora i rapporti umani non erano influenzati dalla pandemia.

Quello che Bauman non indaga e che, secondo me, è particolarmente presente nella società̀ moderna è: come il mito del controllo influisce sulle nostre emozioni, creando l’illusione che l’emotività̀ equivalga all’instabilità̀? Ovvero, avere il controllo sulla propria vita e sulle proprie emozioni ci rende veramente persone felici?

Il paradosso del controllo

Ricercando tra i vari siti, mi imbatto nel concetto del locus of control – la teoria di Julian B. Rotter del 1954. Il locus of control si divide in interno ed esterno, ovvero, chi crede di avere pieno controllo della propria vita attraverso le proprie azioni ha un locus of control interno. Al contrario, chi attribuisce il proprio successo o fallimento a cause esterne ha un locus of control esterno. È una teoria che affonda le radici in Aristotele, che parla di un “controllo delle emozioni” che ci accomunano a bestie, per favorire un “animale razionale e sociale”, e che arriva fino a Daniel Goleman, psicologo americano contemporaneo che parla della capacità di regolare le emozioni proprie e altrui, sia positive che negative, gestendole in modo tale da raggiungere obiettivi prefissati, la cosiddetta “intelligenza emotiva”. È un concetto che mi ricorda la base di diversi principi del New Age che si sono diffusi dopo il Covid, fornendo tecniche ed esercizi basati sul controllo delle emozioni, le quali costituiscono un elemento di imprevedibilità̀ nel comportamento sociale.

Gli ultimi anni ci hanno mostrato quanto siamo ancora impreparati ad affrontare l’impensabile, la malattia, il crollo finanziario, fattori che ci hanno trascinato in un massivo imprevisto sociale basato sul semplice principio della paura della morte. Non della morte stessa, ma della responsabilità̀ delle nostre azioni sulla morte dei nostri cari. Una paura enorme che ci ha spinto nella direzione di applicare un controllo estremo sulle nostre vite e sulle nostre azioni per non affrontare il senso di colpa determinato dall’idea di essere responsabili nella disgrazia del prossimo. Questa estrema responsabilità̀ ci ha mosso ancora di più a credere che applicare un controllo sui nostri stili di vita, le nostre amicizie e i nostri affetti ci avrebbe portato verso la vita e non verso la morte. Quando l’emergenza Covid si è ridotta, abbiamo mantenuto un forte picco di stress che, per combatterlo, ci siamo ancora rivolti all’idea di sopprimere le nostre emozioni per evitare di ricadere in un baratro di insicurezza e, soprattutto, paura.

Se prima del Covid serpeggiava l’idea di una vita felice connessa alla concezione “se lo vuoi lo puoi ottenere, è tutto basato sul controllo che hai su te stesso”, dopo il Covid questo leitmotiv si è sedimentato ancora di più, alimentato dalla paura delle conseguenze delle nostre azioni e cercando di limitare il più possibile gli imprevisti. Il paradosso del controllo avviene quando, nel tentativo di controllare stati emotivi confusi e negativi come la paura o la rabbia, si finisce per controllare tutte le emozioni, creando un’idea di calma che si nasconde dietro una sorta di apatia emotiva. Limitando o cercando di dominare la paura, la rabbia, l’insicurezza e il dolore, finiamo per allontanare anche quella parte emotiva che in realtà ci rende felici. Nel tentativo di indirizzarci verso la felicità, ci allontaniamo da essa, emarginando allo stesso tempo coloro che sono più fragili e più emotivi per natura.

Le emozioni e la funzionalità̀

Bauman fa un interessante paragone tra la cultura italiana, basata sulla comunione e la condivisione, e quella svedese, basata sul progresso ma che purtroppo non si sofferma sull’importanza delle emozioni. A me piacerebbe dividerle in “società emotiva” e “società̀ funzionale“. Una “società̀ emotiva” è un sistema sociale che, fin dalla nascita, incoraggia l’espressione delle proprie emozioni, considerandole non solo valide, ma anche importanti. In Italia, per esempio, cresciamo con l’idea che essere persone di carattere, capaci di esprimere rabbia, disappunto, fragilità̀, ma anche amore e commozione, sia una qualità̀ individuale che caratterizza una certa libertà. Tuttavia, questa liberazione emotiva ha conseguenze sul funzionamento sociale, poiché́ le emozioni, essendo labili e mutevoli per natura, rendono la costruzione sociale fragile e influenzata dall’umore. D’altro canto, una “società funzionale” è quella a cui si aspira ultimamente, basata sul progresso, sul benessere e sulla razionalità̀, come per esempio possono essere le società̀ nordiche o americane. Nella sua lezione, Bauman cita il marchese Alexis de Tocqueville, che all’inizio del XIX secolo viaggiò in America per studiare il fenomeno della democrazia. Nel suo libro “Democrazia in America”, Tocqueville afferma che “la felicità è una qualità che si ritira sempre davanti alle persone, scomparendo dalla vista e voltando loro le spalle. Loro pensano che la afferreranno in ogni istante, ma ogni volta scivola loro via dalle dita”. Così, nel tentativo di perseguire questa idea di felicità basata sulla funzionalità sociale, sul successo personale e sull’autodeterminazione, finiamo per sopprimere il piano emotivo che teoricamente potrebbe contrastare la nostra realizzazione. Come Bauman introduce, ciò che Tocqueville menziona è un parallelo con il supplizio di Tantalo, torturato dalla sete e dalla fame, appeso a un albero da frutto i cui rami si allungano su un lago di acqua dolce. Ogni volta che tendeva la mano verso i frutti dell’albero, questi venivano spostati dal vento; quando avvicinava le labbra all’acqua, il lago si prosciugava.

La solitudine, il germe moderno

La solitudine è sempre stata il male peggiore che un individuo dovesse affrontare. Per solitudine, non intendo la scelta dell’eremitismo, ma piuttosto una condizione emotiva umana che può̀ sorgere dall’essere circondati da persone o presentarsi quando si è fisicamente soli. È una solitudine con la quale siamo stati costretti a confrontarci durante l’isolamento e che abbiamo cercato di dominare controllando le nostre abitudini. È una paura inconscia che nasce dalla nostra natura di esseri sociali e che in molti casi non si verifica come scelta, ma come imposizione. La solitudine delle persone anziane è la più comune, ma sono davvero le persone anziane a sentirsi le più sole? O forse è una paura che si affaccia già̀ nei nostri anni migliori, quando ci costringiamo ad avere figli che non desideriamo veramente e compagni che non sopportiamo, cercando di controllare la nostra vita sentimentale e cercando il partner più̀ adatto, tentando di limitare le nostre paure e facendo una lista delle qualità̀ del prossimo che proviamo ad adattare alle nostre vite anche quando non funziona, come preludio alla futura paura di rimanere soli? Un’idea di nucleo familiare, non basata sull’amore e sulla comprensione, ma su uno sforzo immenso, figlio del pensiero del controllo, ci porta a una forma di fuga dalla solitudine che si intreccia con la paura del fallimento. L’uomo non nasce solo, ma può morire solo, questa condizione è quasi terrificante nel mondo moderno e così la concezione sociale del nucleo familiare, che non sempre funziona, è ancora vista come uno dei massimi obiettivi da raggiungere.

“Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita”, Dino Buzzati

 La società ci promuove concetti di individualismo e lotta personale, ma allo stesso tempo ci suggerisce di avere figli e famiglie, di non separarci per il bene dei nostri figli. Ma siamo davvero felici? Vogliamo veramente avere figli, sposarci e stare con il nostro compagno/a per tutta la vita, o sempre più spesso ci costringiamo in questa dicotomia per paura di dover affrontare un fallimento (o un imprevisto), la cui conseguenza potrebbe essere la solitudine? Bauman sintetizza che “la solitudine causa depressione” e, secondo me, anche “la necessità di sforzarci in legami che non generano una connessione sincera per sfuggire alla solitudine, genera depressione”. Nel tentativo di controllare le nostre emozioni per essere più funzionali e orientati verso un futuro che ci rende individualisti e di successo, ci dimentichiamo e sopprimiamo una parte più nascosta e intima del nostro essere, quella che ci fa scegliere le connessioni vere, basate sul piacere di stare insieme e sull’affetto, e le scambiamo con costrutti sociali che vengono imposti come rimedi fittizi. Le emozioni guidano la nostra capacità di scegliere chi avere accanto, di decidere se avere figli per il piacere di crescerli. Ci danno la conoscenza necessaria per decidere se continuare una relazione o interromperla e sono il nostro metro di misura e le nostre reazioni ai fattori esterni che ci consentono di destreggiarci lungo un percorso tortuoso, fornendoci l’elemento che mancava a Tantalo per sopravvivere alla punizione degli Dei: la speranza.

“Le emozioni ci consentono di destreggiarci lungo il tortuoso percorso della vita, fornendoci l’elemento che mancava a Tantalo per sopravvivere alla punizione degli Dei: la speranza”.

 Ili Editore

giovedì 18 maggio 2023

LA SOCIETA' LIQUIDA CI CAMBIA LA VITA

 Da quando Zygmunt Bauman ha coniato la metafora della “liquidità” tutto il mondo ha cominciato a parlarne: ma cosa significa davvero che la società è diventata liquida? E perché è successo? 

Questa trasformazione ha rivoluzionato le nostre vite e la nostra psiche molto più di quanto immaginiamo: vocaboli di cui credevamo di conoscere il significato con certezza, hanno cominciato a portarsi dentro significati nuovi, mai esplorati prima, ne sono esempi i temi della libertà, del lavoro e dell’amore. 

Questo libro tenta di cogliere la forma del mondo liquido in movimento, fornendo la cornice storica, culturale e filosofica in cui è nata la metafora della liquidità, ma cercando al contempo di rendere questo cambiamento uno strumento per interpretare la grande incertezza della nostra epoca. 

Leoncini delinea così un nuovo modo di interpretare ciò che siamo, consapevoli che l’essere umano spesso assomiglia più alla società in cui vive rispetto a quanto assomigli ai propri genitori e ai propri nonni.

 La società liquida. Che cos’è e perché ci cambia la vita –2023

di Thomas Leoncini (Autore)

 

giovedì 5 agosto 2021

CONSUMA CHE TI .... CONSUMO

« Un consumatore soddisfatto sarebbe una catastrofe per la società dei consumi, per la quale invece i bisogni devono essere sempre risorgenti, non devono avere mai fine.

I consumatori devono essere insaziabili, alla perenne ricerca di nuovi prodotti, avidi di nuove soddisfazioni in un mercato che sforna continuamente prodotti nuovi e inediti. 

Consumiamo ogni giorno senza pensare, senza accorgerci che il consumo sta consumando noi e la sostanza del nostro desiderio. 

È una guerra silenziosa e la stiamo perdendo. »

Zygmunt Bauman



venerdì 7 aprile 2017

NATI LIQUIDI - Bauman dialoga con un giovane



L'ultima opera del più grande pensatore contemporaneo, il testo a cui stava lavorando prima della morte. Un dialogo con un giovane e sui giovani che appartengono a una società in continuo mutamento.


Questa è l'ultima opera di un'icona della cultura che ha goduto di un'immensa popolarità, grazie alla sua capacità di parlare a tutti con un linguaggio comprensibile e al tempo stesso mai riduttivo.

 Lo studioso che ha spiegato la postmodernità attraverso l'illuminante immagine di una «società liquida» che ha abbandonato la comunità per l'individualismo, convinta che il cambiamento è l'unica cosa permanente e che l'incertezza è l'unica certezza. 

Queste sono le pagine a cui al momento della morte Zygmunt Bauman stava lavorando. 

Un dialogo con un giovane che ha esattamente sessant'anni meno di lui...

Ed. Sperling & Kupfer  - 108 p., rilegato
Prezzo di copertina: 14,00 €

martedì 10 gennaio 2017

BAUMAN, uno dei più grandi pensatori del nostro tempo, è morto.

Addio a Zygmunt Bauman, teorico della “società liquida”

Il 9 gennaio é morto a Leeds, a 91 anni, Zygmunt Bauman, sociologo polacco di origini ebraiche. Acuto studioso della società postmoderna, le sue teorie sulla “società liquida” circa il modo di vivere dell’uomo moderno e la sua percezione della realtà  lo avevano reso celebre tra gli intellettuali del panorama internazionale.
Nato a Poznan, in Polonia, il 19 novembre 1925 da una famiglia di origini ebree, Bauman, a seguito all’invasione del suo Paese da parte delle truppe naziste all’inizio della Seconda Guerra mondiale, fu costretto da adolescente a fuggire con i genitori in Unione Sovietica e arruolarsi a in un corpo di volontari per combattere contro i nazisti. Finita la guerra, tornò nel suo Paese e iniziò a studiare sociologia all’Università di Varsavia. La laurea avviene in pochi anni.
Nel 1968, fu costretto nuovamente ad emigrare in seguito a un’epurazione antisemita messa in atto dal governo polacco; si rifugiò prima in Israele, dove insegnò all’Università di Tel Aviv, poi in Gran Bretagna dove, dal 1971 al 1990, fu professore di sociologia all’Università di Leeds, di cui era emerito finora insieme a quella di Varsavia.
Autore di moltissimi libri, famosi anche in Italia, Bauman ha sempre concentrato le sue riflessioni su temi rilevanti per la società e la cultura contemporanea: dall’analisi della modernità e postmodernità, al ruolo degli intellettuali, fino ai più recenti studi sulle trasformazioni della sfera politica e sociale indotti dalla globalizzazione.

In una intervista concessa ad ottobre a Stefania Falasca per Avvenire, l’ultima della sua vita, Bauman commentava pure l’esplosione di nazionalismi, identitarismi religiosi che segnano il momento attuale: “Il nostro mondo contemporaneo – diceva – non vive una guerra organica ma frammentata. Guerre d’interessi, per denaro, per le risorse, per governare sulle nazioni. Non la chiamo guerra di religione, sono altri che vogliono sia una guerra di religione. Non appartengo a chi vuole far credere che sia una guerra tra religioni. Non la chiamo neppure così. Bisogna stare attenti a non seguire la mentalità corrente. In particolare la mentalità introdotta dal politologo di turno, dai media, da coloro che vogliono raccogliere il consenso, dicendo ciò che loro volevano ascoltare”.
            “In un mondo permeato dalla paura, questa penetra la società”, affermava il sociologo al quotidiano della CEI. “La paura ha le sue radici nelle ansietà delle persone e anche se abbiamo delle situazioni di grande benessere, viviamo in una grande paura. La paura di perdere posizioni. Le persone hanno paura di avere paura, anche senza darsi una spiegazione del motivo. E questa paura così mobile, inespressa, che non spiega la sua sorgente, è un ottimo capitale per tutti coloro che la vogliono utilizzare per motivi politici o commerciali. Parlare così di guerre e di guerre di religioni è solo una delle offerte del mercato”.
              Tra i suoi libri pubblicati da Laterza si ricordano: «Vita liquida», «Consumo dunque sono» e «L’arte della vita», «Il demone della paura», «Modernità liquida», «Amore liquido», «Capitalismo parassitario», «L’etica in un mondo di consumatori», «Dentro la globalizzazione. Le conseguenze sulle persone», «Danni collaterali. Diseguaglianze sociali nell’età globale», «Paura liquida», «La società sotto assedio», «Sesto potere», «Stranieri alle porte».

sabato 8 ottobre 2016

A PROPOSITO DI DIALOGO


Zygmunt Bauman: “Il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”
Il sociologo e filosofo polacco denuncia che le reti sociali non sono una comunità, ma solo un sostituto

Zygmunt Bauman, nato a Poznań (Polonia) nel 1925, dovette emigrare con la sua famiglia in quella che all’epoca era l’Unione Sovietica quando era appena un bambino per sfuggire alla persecuzione nazista. Nel 1968 dovette nuovamente fuggire per evitare la purga antisemita seguita al conflitto arabo-israeliano. Si stabilì temporaneamente a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Inghilterra, dove fece carriera all’Università di Leeds.
In un’intervista rilasciata a gennaio di quest’anno a Ricardo De Querol per Babelia, su El País, ha spiegato come le reti sociali, pur avendo cambiato in buona misura le forme tradizionali dell’attivismo sociale, non siano se non un sostituto della formazione di comunità autentiche.
Nell’intervista, De Querol ha citato lo stesso Bauman, per il quale l’attivismo online è un “attivismo da sofà” e Internet la maggior parte delle volte non fa che “addormentare con intrattenimento a basso costo”. Il giornalista gli ha quindi chiesto se le reti sociali, parafrasando Marx, non siano il nuovo “oppio dei popoli”. Bauman non ha esitato a rispondere che l’identità, come le comunità, non è qualcosa che si debba creare, ma qualcosa che “si ha o non si ha”.
            “Quello che le reti sociali possono creare”, ha segnalato il sociologo, “è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che tu appartieni alla comunità ma la rete appartiene a te. Puoi aggiungere amici e puoi cancellarli, controlli la gente con cui ti relazioni. La gente si sente un po’ meglio perché la solitudine è la grande minaccia in quest’epoca di individualizzazione. Ma nelle reti aggiungere amici o cancellarli è così facile che non c’è bisogno di capacità sociali”.
Queste ultime, ha segnalato Bauman nell’intervista, si sviluppano nel contatto quotidiano umano diretto, in spazi condivisi, sia pubblici che privati: per strada o nell’ambiente di lavoro, in cui è necessaria un’interazione “ragionevole” con la gente; insomma, in interazioni che esigono dialogo, negoziato e apertura.
A questo proposito, Bauman non esita a ricordare che papa Francesco ha concesso la sua prima intervista dopo essere stato eletto Sommo Pontefice a un giornalista apertamente e ateo, Eugenio Scalfari.
“È stato un segno”, ha indicato Bauman: “il vero dialogo non è parlare con gente che la pensa come te”.
Il dialogo, ha specificato il sociologo in un’intervista rilasciata di recente ad Avvenire, è “insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore”.
“Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori”.
“È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine”.
“E questo”, ha concluso Bauman, “è il pensiero di papa Francesco. Il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen”.
[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

DANIEL R. ESPARZA/ALETEIA


giovedì 6 ottobre 2016

AIUTO! STRANIERO ALLA PORTA!!!!

PROFUGHI. A MIGLIAIA BUSSANO ALLE PORTE D'EUROPA!
SCATTA IL PANICO DA MIGRAZIONE
Si chiudono frontiere e si innalzano muri
perché lo "straniero" 
non venga a turbare la nostra vita....

  E' dall'inizio della modernità che alle porte dei popoli bussano profughi in fuga dalle bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui unica prospettiva è la fame.
   Per chi vive dietro quelle porte i profughi sono stati sempre stranieri.  Solo che negli ultimi anni si è scatenato un vero e proprio attacco di "panico morale", il timore che un qualche male minacci il benessere della società.
   Quei nomadi (non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente) che - sfidando la morte- arrivano a migliaia nelle "nostre" terre, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società  e fragile il nostro benessere.
   Dovremmo soffermarci e ascoltare le parole di Papa Francesco: "Cancelliamo ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c'è nel mondo, in noi, e chiediamoci: chi ha pianto? chi ha pianto oggi nel mondo?".

   Nella sua recente opera, Zygmunt Bauman, esplora il "problema" delle migrazioni (che non sono solo di oggi) e le paure che stanno invadendo e disgregando l'Europa.  Perché tale fenomeno? Che cosa fare?

   "Dobbiamo comprendere - afferma- che non siamo un solo pianeta, una sola umanità. Quali che siano gli ostacoli, e quale che sia la loro enormità, la conoscenza reciproca e la fusione di orizzonti rimangono la via maestra per arrivare alla convivenza pacifica e vantaggiosa per tutti, collaborativa e solidale.    Non ci sono vie praticabili!
   La crisi migratoria ci rivela l'attuale stato del mondo, il destino che abbiamo in comune".

Z. Bauman, STRANIERI ALLE PORTE - Ed. Laterza, settembre 2016, pagg. 104, €14



domenica 2 novembre 2014

BAUMAN -AL DIALOGO SERVE UN POLILOGO

Il teorico della «società liquida» all'età di 89 anni non cessa di stupire: «Urge una nuova sintesi per un vero confronto pubblico di culture diverse»


«Il mondo complesso in cui viviamo ci chiede di stabilire teste di ponte fra le varietà dei punti di vista e opinioni. Una tavola che aiuti a fissare i temi discussi. La verità abita negli incontri umani e non ha altro posto in cui manifestarsi Se manca questo terreno, come diceva Buber, l’incontro diventa sterile e privo di scopo»

«Usare la parola 'verità' al singolare in un mondo polifonico e un po’ come pretendere di applaudire con una mano sola... Con una mano sola si possono dare pugni sul muso, ma non applaudire». Teorico della società liquida, Zygmunt Bauman, sociologo di fama mondiale, è sempre stato abbastanza alieno da riflessioni di carattere teologico. Ma alla veneranda età di 89 anni sa ancora sorprendere: in questi giorni Laterza manda in libreria il suo nuovo saggio Conversazioni su Dio e l’uomo (pp. 176, euro 15), dialogo con il teologo polacco Stanislaw Obirek.
Seppur agnostico convinto, nel libro Bauman spende parole positive per alcune esperienze di fede, ad esempio quella di Solidarnosc. Riporta un suo articolo comparso sul settimanale cattolico di Cracovia, molto vicino a Giovanni Paolo II, Tygodnik Powszechny, riferito proprio al movimento sindacale di Lech Walesa. Nel rievocare quella pagina gloriosa della storia, Bauman denuncia: «La nostra società di consumatori totalmente individualizzata è una fabbrica non di solidarietà, ma di reciproche sospettosità e concorrenza ........

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