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sabato 11 novembre 2023

SE FOSSI UN PROFUGO


 «Se fossi un profugo 

e finissi in Albania», 

con l’Italia anziana 

e sempre più spopolata

 

-         -di ANGELO MORETTI

 Se io fossi profugo e qualcuno dovesse portarmi a forza in Albania, penserei che davvero il mondo non sia meno folle di me che sono partito.

 Ho sognato l’Europa partendo da Accra, da Benin City, da Aleppo, da Teheran, dal Corno d’Africa o fuggendo dal Tigrai sempre conteso. Ho attraversato un deserto invivibile, in condizioni che nessun essere umano razionale vorrebbe affrontare, ho superato i soprusi, i furti, la morte anonima, e dopo tremila chilometri sono arrivato finalmente in Libia.

 Lì degli uomini mi hanno fatto intravedere una barca, una speranza, ma prima mi hanno torturato, hanno preteso altri soldi da mia mamma, mi hanno appeso ad una corda, legato a testa in giù, mi hanno bruciato con scariche elettriche, ho visto i carcerieri violentare donne che potevano essere mie sorelle. Ma in testa avevo sempre lei, l’Europa, nel cuore sempre lui, il futuro. Un giorno è arrivato finalmente il tempo della partenza. Ci hanno caricato a centinaia su un barcone. Io non so nuotare, ero convinto di affogare, ho visto il mare agitarsi tanto che sembrava poter ingoiarci tutti. Ho visto donne urlare e uomini menarsi. Ho sperato che qualcuno ci salvasse, ma non veniva nessuno. Abbiamo pregato, cantato, imprecato ma l’Europa era troppo lontana, nessuna riva all’orizzonte, solo mare, niente terra.

 Ad un certo punto la barca si è fermata lì, sul pelo dell’acqua, le onde ci dondolavano, il tempo passava nella paura. Prendiamo la radio e gridiamo tutta la nostra disperazione, ma nessuno ci dice qualcosa di certo. Poi vediamo arrivare una nave, viene verso di noi. Si avvicina, le persone a bordo sono gentili, hanno degli interpreti e ci spiegano che sono un’associazione, che sono lì per salvarci. Saliamo tutti, ci riscaldano, ci offrono bevande, finalmente si riparte. L’Europa è vicina. Il capitano ci avvisa: non tutti potremmo scendere in Italia, solo donne, bambini e invalidi. Ci guardiamo gli uni verso gli altri, in tanti ci riconosciamo subito per coloro che non rientrano  in nessuna delle categorie. Chiediamo quale sia il nostro destino. Ci spiegano a difficoltà che le autorità italiane ci porteranno in Albania. 

«Albania?», non ci posso credere, continuo a rimuginare... «Albania”».. Ma non era un Paese povero? Perché l’Italia del calcio, dell’arte, dell’alta moda, delle belle città, ha bisogno dell’Albania per accogliere noi poveri disperati? La volontaria mi spiega che è “una deterrenza”, ci portano in Albania perché così tanti altri nostri fratelli decideranno di non partire per l’Europa. “Deterrenza” ... Mastico più volte questa parola. Perché mio fratello non dovrebbe partire per l’Albania se vuole raggiungere l’Europa?

 Alla fine, se ha superato il deserto, i soprusi, i furti, le torture, il mare, che cosa mai ci potrebbe esserci in Albania per spaventare così tanto mio fratello? «Andiamo a vedere questa Albania», penso tra me e me, che mattacchioni questi italiani, concludo. Nel frattempo, a Laghi, Vicenza, ci sono cento abitanti, in passato erano mille, nessuno riesce più a terrazzare il bosco che ci entra fin dentro casa; a Celle di San Vito, Foggia, la piazza ristrutturata con i fondi del Pnrr è ancora desolata e senza giovani, ci sono solo cinque adolescenti; e nella patria ideale dell’Europa, a Ventotene, sul tetto della scuola giacciono i pannelli fotovoltaici, ma la scuola è chiusa, non ci sono più i bambini di una volta sull’isola.

 Un vecchietto di Scillato, Palermo, che ha tutti i nipoti lontani, pensa come sarebbe bello se il suo paese fosse di nuovo in festa, pieno di ragazzini e di famiglie e pensa come è folle questo mondo che allontana per legge un carico di umanità nella emergente Albania, mentre il suo Paese si spegne piano piano. 

«Che matti questi giovani politici – pensa – i miei figli sono andati via ed i figli degli altri li hanno portati via per disposizione del nuovo governo. Chi li capisce».

 

www.avvenire.it

 


venerdì 6 ottobre 2023

PROFUGHI E MAGISTRATURA

 UNA SENTENZA 

CHE FA DISCUTERE

-         - di Giuseppe Savagnone

 Primo atto

Non accenna a placarsi la tempesta mediatica che vede coinvolta la giudice del tribunale di Catania, Iolanda Apostolico, dopo la sentenza con cui non ha convalidato il fermo di quattro profughi minorenni ospitati presso il Centro di Pozzallo, definendo incostituzionale il decreto del governo nella parte in cui obbliga un richiedente asilo a pagare una «garanzia sanitaria» di 5mila euro per evitare di essere trattenuto nel Centro.

 «Sono rimasta basita di fronte alla sentenza del giudice di Catania», ha commentato la premier Giorgia Meloni. Secondo la presidente del Consiglio, questa decisione «con motivazioni incredibili rimette in libertà un immigrato illegale, già destinatario di un provvedimento di espulsione, dichiarando unilateralmente la Tunisia Paese non sicuro (compito che non spetta alla magistratura) e scagliandosi contro i provvedimenti di un governo democraticamente eletto».

Fin dal primo momento, da parte sua, il vicepremier Matteo Salvini ha insistito, più che sul testo della sentenza, sulla persona del magistrato: «Le notizie sull’orientamento politico del giudice che non ha convalidato il fermo degli immigrati sono gravi, ma purtroppo non sorprendenti».

 Già in questa prima fase della polemica il leader della Lega ha promesso battaglia: «La Lega chiederà conto del comportamento del giudice siciliano in Parlamento, perché i tribunali sono sacri e non possono essere trasformati in sedi della sinistra».

 Da parte sua, la segretaria del PD Elly Schlein, in risposta alle esternazioni della premier, le ha replicato: «La smetta di alimentare lo scontro istituzionale che danneggia il paese. La smettano di cercare un nemico al giorno per nascondere le proprie responsabilità. Se cercano responsabili del disastro sull’accoglienza si guardino allo specchio».

 E ha proseguito: «È la destra che scrive leggi palesemente incostituzionali e poi se la prende con i giudici che fanno il loro lavoro. È la destra che ha messo la firma su tutte le leggi che hanno prodotto questo caos, come la Bossi-Fini che alimenta l’irregolarità, è sempre la destra che non ha mai contrastato il regolamento di Dublino lasciando l’Italia più sola, per allearsi con Polonia e Ungheria che di solidarietà non ne vogliono sapere».

 Sulla vicenda è intervenuta l’Associazione Nazionale Magistrati di Catania: «L’ANM di Catania esprime una posizione ferma e rigorosa a tutela della collega Iolanda Apostolico, persona perbene che ha lavorato nel rispetto delle leggi, e respinge con sdegno le accuse a lei rivolte. Il rapporto tra potere esecutivo e giudiziario andrebbe improntato a ben altre modalità», si legge in una nota del presidente Alessandro Rizzo.

Da parte sua, Iolanda Apostolico non ha voluto commentare, limitandosi a dire: «Non voglio entrare nella polemica, né nel merito della vicenda. Il mio provvedimento è impugnabile con ricorso per Cassazione, non devo stare a difenderlo. Non rientra nei miei compiti. E poi non si deve trasformare una questione giuridica in una vicenda personale».

 Secondo atto

Ma la vicenda non si è conclusa qui. A distanza di pochi giorni, il leader della Lega ha postato su Internet un video che riprende una manifestazione svoltasi nel porto di Catania, in cui la folla rivolge cori contro i membri del governo, all’epoca guidato da Giuseppe Conte, accusandoli di essere «animali» e «assassini».

 Tra i partecipanti c’è anche la giudice Apostolico, anche se per la verità non sembra partecipare attivamente alle proteste. Salvini commenta: «25 agosto 2018, Catania, io ero Vicepremier e Ministro dell’Interno. L’estrema sinistra manifesta per chiedere lo sbarco degli immigrati dalla nave Diciotti: la folla urla “assassini” e “animali” in faccia alla Polizia. Mi sembra di vedere alcuni volti familiari….».

 Su questi ultimi sviluppi è intervenuto il consigliere togato indipendente del Consiglio superiore della magistratura, Roberto Fontana: «L’iniziativa del ministro Salvini di inviare un video relativo alla manifestazione del 2018 a Catania vuole confondere i piani.

 La giurisdizione si esprime attraverso i provvedimenti, che ovviamente possono essere criticati e impugnati sulla base di ragioni tecnico-giuridiche. Spostare l’attenzione sulla vita del magistrato e le sue eventuali attività esterne a quella giudiziaria, è un modo per eludere il confronto sul merito del provvedimento e un tentativo di delegittimare l’attività giurisdizionale».

 Di parere opposto il consigliere laico del Csm Enrico Aimi, di Forza Italia, presidente della Prima Commissione del CSM – quella che si dovrà pronunciare sulla pratica a tutela della magistrata di Catania, chiesta da 13 consiglieri togati (la maggioranza del Consiglio) – il quale, a proposito delle «eloquenti immagini del giudice Iolanda Apostolico», riconoscibili nel filmato, scrive: «Il ruolo del magistrato richiede che l’autonomia e l’indipendenza non si limitino esclusivamente allo svolgimento delle funzioni giurisdizionali, ma deve riguardare anche la sua proiezione esterna». E aggiunge: «E’ opportuno non dimenticare mai che la Giustizia è – mutatis mutandis – come la moglie di Cesare: non deve essere solo terza e imparziale, ma deve anche apparire tale».

 Su questa linea, il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha chiesto in una nota che il ministro Nordio disponga un’ispezione a Catania. Più drastico il vicesegretario della Lega, Andrea Crippa, secondo cui  la giudice andrebbe «radiata immediatamente».

 A questo punto è intervenuto il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Santalucia: «A cinque anni di distanza si riprende – non so bene come – un video, quando questo magistrato non convalida il trattenimento dei migranti. Non so bene come spunti il video, se era già online o se appartiene alle forze di polizia come sembrerebbe dal modo in cui sono state effettuate le riprese, alle spalle delle forze dell’ordine che contengono il corteo. Questo mi sembra più grave».

 E ha aggiunto: «Inviterei a valutare la terzietà dei giudici sulla base dei provvedimenti che vengono assunti e delle motivazioni poste alla base, e a non fare invece lo screening al passato, alla vita privata di un magistrato».

 La replica del Carroccio non si è fatta attendere: «Non è un preoccupante screening, siamo di fronte a una manifestazione pubblica al porto di Catania e a post pubblici di insulti contro il ministro Salvini».

 In tutto questo, una domanda che affiora su tutti i giornali, e già presente nell’intervento del presidente dell’ANM, riguarda la provenienza del video postato da Salvini. I senatori del PD Anna Rossomando e Walter Verini hanno annunciato un’interrogazione sul tema al ministro Piantedosi.

 «La caccia scatenata da Matteo Salvini alla persona della giudice Iolanda Apostolico», hanno detto, «è davvero incredibilmente grave e la vicenda merita risposte, che il ministro Piantedosi deve dare. Come è uscito e da dove quel filmato? Chi lo ha confezionato? Esistono forse archivi dedicati? Il fatto solleva interrogativi inquietanti».

 Due considerazioni

Il dibattito è aperto e abbiamo preferito dare la parola ai protagonisti, lasciando al lettore di farsi la sua idea. Due sole considerazioni.

 La prima è che, come già notavo in un precedente “chiaroscuro”, a proposito del libro pubblicato dal generale Vannacci, «il richiamo indiscriminato alla libertà di pensiero e di espressione prevista dalla Costituzione nasconde un evidente equivoco. Essa non esclude, infatti, delle precise limitazioni legate al ruolo e alla funzione che il singolo è chiamato a svolgere».

E citavo il caso dei magistrati e degli alti gradi dell’esercito. «Un giudice, a cui la comunità conferisce lo straordinario potere di decidere della libertà fisica di altre persone, non può dire, al di fuori delle rigide regole processuali, tutto ciò che sa e che pensa personalmente di un imputato, perché verrebbe immediatamente ricusato.  E un alto ufficiale, a cui è affidato il monopolio dell’uso delle armi, non può permettersi di esprimere opinioni che possano gettare una qualsiasi ombra sulla assoluta imparzialità del suo operato».

 Naturalmente i due casi non sono del tutto simmetrici, però non si può negare che ci siano delle analogie. Ed è strano vedere Salvini, che ha difeso a spada tratta il diritto di Vannacci di esprimere pubblicamente il proprio pensiero, malgrado la delicatezza del suo ruolo, negarlo adesso con la stessa veemenza a Iolanda Apostolico. Come stupisce vedere, viceversa, la sinistra, che ha contestato al generale questo diritto, rivendicarlo adesso per la giudice di Catania.

 Certo, il cittadino non può e non deve rinunziare ai suoi diritti costituzionali. E tra questi c’è sicuramente quello di manifestare ciò che pensa. Ma una certa prudenza, in considerazione delle proprie particolari funzioni pubbliche, sarebbe più che opportuna. La libertà è anche responsabilità.

 La seconda considerazione è che – quale che sia stata l’inopportunità della sua partecipazione, nel 2018, alla manifestazione contro il governo – è sconcertante il linciaggio morale a cui Iolanda Apostolico è stata sottoposta in questi giorni, solo  per essersi permessa di esercitare la propria doverosa valutazione di un provvedimento governativo.

 Una sentenza, secondo il nostro ordinamento, può essere impugnata e cambiata – e questa è la differenza rispetto all’eventuale comportamento sbagliato di un generale – , ma a partire da quello che dice, non cercando di infangare chi, facendo il suo dovere e in nome delle proprie competenze, l’ha elaborata.

 A monte, però, c’è un equivoco ancora più grave di questa persecuzione, ed è quello – risalente già al “padre” di questa destra, Silvio Berlusconi – secondo cui ogni limite posto al governo è un attacco allo Stato e va denunciato come un tradimento. In quest’ottica, la magistratura ha sempre rappresentato, ieri per il “cavaliere”, oggi per Meloni e Salvini, un nemico da combattere e delegittimare.

 In realtà, il governo non è lo Stato, ma è al suo servizio, come lo sono i giudici, a cui spetta vigilare sull’operato dei governanti per assicurare il rispetto della Costituzione e delle leggi.  Ma noi restiamo ancora in attesa di una destra che riesca a comprendere questa semplice verità. 

 *Scrittore ed editoralista. Pastorale della Cultura della Diocesi di Palermo

www.tuttavia.eu


venerdì 1 aprile 2022

PROFUGHI "VERI" e "PROFUGHI "FALSI"


 Un ammirevole slancio di solidarietà

 -         di Giuseppe Savagnone*

        

- Mentre l’invasione voluta da Putin prosegue, a dispetto dei negoziati per una sospensione almeno temporanea delle ostilità, è impossibile non porsi alcune domande inquietanti suscitate dai suoi effetti collaterali. Me ne viene in mente, immediatamente, almeno una, che nasce dalla bella risposta dell’Europa alla vicenda dei profughi.

Sono quasi quattro milioni di persone sradicate dalla loro terra, che hanno perduto tutto, e che ora si tratta di accogliere, nei limiti del possibile, di integrare nei Paesi europei. È ammirevole lo slancio di generosità che ha corrisposto a questa tragedia. Da ogni parte del nostro continente si sono mobilitate risorse umane e materiali perché questi sventurati non venissero abbandonati al loro destino ma trovassero, per quanto possibile, sostegno e ospitalità.

Due pesi e due misure

Di fronte a questo scenario, sicuramente confortante, non si può evitare, però, di provare un senso di stupore. Perché quella stessa Europa che accoglie a braccia aperte e con una incondizionata solidarietà gli ucraini in fuga dalla loro terra devastata, ha fino a poche settimane fa chiuso ostinatamente le sue frontiere ai profughi provenienti da territori non meno tormentati e da disastri umani non meno drammatici. In alcuni casi si sono presi accordi con governi extra-europei, come la Turchia e la Libia, perché, con le buone o le cattive (gli osservatori dicono che per lo più si verifica il secondo caso) li trattengano prima che partano.

In altri, li si ferma al varco, bloccandone l’ingresso sulla soglia. Per questo nel 2015, con fondi della UE, è stato allestito il campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, distrutto nel settembre 2020 da un incendio e sostituito da quello di Kara Tepe. Un campo nato per essere provvisorio, ma che in realtà è diventato un limbo – c’è chi dice un inferno – da cui non è stato più possibile proseguire verso il “paradiso” dell’Europa.

Il Commissario europeo per gli Affari interni, Ylva Johansson, ha dichiarato: «Le condizioni a Moria, sia prima che dopo l’incendio, erano inaccettabili… Non basta dire mai più, abbiamo bisogno di agire e tutti gli Stati membri devono fare la loro parte». Il termine “inaccettabili” è in realtà un eufemismo. Nel nuovo campo – come nel vecchio – manca l’acqua corrente, le famiglie con figli piccoli sono costrette in tende di fortuna o in container, alloggi del tutto inadeguati a sopportare il freddo invernale e il caldo estivo.

Non ci sono servizi igienici o docce, non c’è sistema fognario, assistenza sanitaria, né sono previste norme di prevenzione del contagio da Coronavirus. Il cibo spesso viene distribuito solo una volta al giorno. Inoltre, mancando quasi totalmente l’illuminazione, donne e bambini di notte sono ancora più esposti di prima al rischio di subire abusi e violenze. In questo campo profughi – il più grande d’Europa – i minori sono il 45% della popolazione, ma solo pochissimi ragazzini vanno alla scuola vera e propria, al massimo una minoranza intercetta qualche corso delle ONG.

Esseri umani

Perché degli esseri umani dovrebbero accettare di vivere in queste condizioni? La risposta è semplice: perché ci sono costretti. Il campo è di fatto una prigione. Circondato da recinzioni di filo spinato e sorvegliato a vista da poliziotti che ne controllano il perimetro e gli accessi, vietando l’ingresso ai giornalisti. A parte tre ore, due volte la settimana, ai migranti è proibito uscire se non per emergenze sanitarie o altri motivi medici. «Le politiche di contenimento mettono a rischio la salute delle persone costringendole a vivere in una condizione paragonabile a una prigionia, con conseguenze devastanti», spiegava Augusto Cezar Meneguim, responsabile medico di Medici senza frontiere a Lesbo. Quando, a dicembre, papa Francesco è andato a Lesbo, ha denunciato che l’impegno economico dell’Europa «si riduce a costruire muri e fili spinati». «Vi prego, questo naufragio di civiltà!» ha implorato.

Una svolta di 180 gradi

Le ragioni dei governi responsabili di questa situazione – ampiamente supportati, peraltro, dall’opinione pubblica dei loro rispettivi Paesi – sono note: non si possono accogliere tutti (ma l’ideale sarebbe di non accogliere nessuno), per non rischiare di dover dividere con loro risorse e posti di lavoro che è giusto riservare ai propri giovani. Il risultato è che di fatto, malgrado alcune vaghe dichiarazioni rassicuranti, chi, come l’Italia, si trova più esposto al flusso migratorio, viene lasciato solo nel fronteggiarlo.

Per questo anche da noi si è spesso paragonato questo flusso a una invasione da cui bisogna difendersi con qualunque mezzo. Non dimentichiamo che, durante il primo governo Conte, il leader della Lega Salvini, nel suo ruolo di ministro degli interni, aveva costruito sulle sue spettacolari prese di posizione in questo senso un’impressionante crescita dei consensi.

Che differenza da ciò che sta accadendo in questi giorni, più che giustamente, nei confronti dei profughi ucraini! Anche Salvini non parla più di “invasione”, anzi in un recente discorso si diceva «felice di sapere che entro sera altri 50 fra bimbi e famiglie scappati dall’Ucraina partiranno in pullman per venire in Italia». Forse si è dimenticato che anche altri giovanissimi hanno cercato di trovare un futuro nel nostro Paese, senza riuscirci, come l’adolescente annegato nel Mediterraneo con la pagella, piena di bei voti, cucita in tasca, nella speranza che lo aiutasse a farsi accettare.

Avrebbe rubato il lavoro ai nostri ragazzi? Non lo crediamo (in realtà gli stranieri trovano spazio in occupazioni ben diverse d quelle a cui aspirano i nostri giovani). In ogni caso questa preoccupazione non sembra sfiorare nessuno – per fortuna! – in questo momento, davanti ai rifugiati ucraini. E dire che qui si tratta, secondo le stime, di ben quattro milioni, a fronte delle poche migliaia condannati a marcire nel campo profughi di Lesbo o lasciati affogare nel Mediterraneo! E’ solo per questi ultimi che non c’è mai stato, e continua a non esserci, posto tra noi…

Le “ragioni” di un rifiuto

È vero, i migranti che abbiamo sempre respinto non sono europei, come gli ucraini. Ma è un motivo per rifiutarli? Appartiene alla più antica tradizione dell’Occidente l’idea che l’ospite, chiunque sia, è sacro, proprio nel suo essere “altro” da chi lo accoglie, in quanto semplicemente essere umano. A maggior ragione questa convinzione dovrebbe permeare un popolo, come il nostro e, più in generale, quello europeo, che è stato plasmato dal cristianesimo.

Proprio nelle fede cristiana qualcuno ha cercato appiglio per giustificare il respingimento di quelli che, nella visione comune, vengono sommariamente etichettati come islamici. Si tratta, è stato detto, di difendere la nostra identità cristiana. Misconoscendo – o semplicemente ignorando – che molti di questi migranti sono copti, evangelici o cattolici. Ma se anche fosse vero che seguono una religione diversa dalla nostra, sarebbe nello spirito del vangelo respingerli per questo nella loro disperata condizione?

Si potrà infine far notare che i rifugiati ucraini fuggono da una guerra devastante. E gli afghani, i siriani, i libici, i somali, da dove si crede fuggano? «Mentre spesso si parla di guerre finte, questi profughi sono veri e scappano da guerre vere», ha detto Salvini per giustificare il suo radicale cambiamento di rotta. Forse ignora che nel mondo ci sono decine di altre terribili guerre fin troppo “vere” – alcune combattute proprio a poca distanza da noi, come quella che si è svolta in Siria, o quella in Libia…

Nella migliore delle ipotesi il problema non è la guerra, ma la prospettiva di una vita miserabile, a cui questi migranti preferiscono perfino il rischio mortale del viaggio nei barconi. 

È questo che li rende meno “veri”?

Sono interrogativi che dobbiamo porci. Senza per questo rischiare di compromettere la nostra identità. A maggior ragione se riteniamo che sia quella cristiana. Proprio il vangelo ci invita a non accogliere solo chi ci è immediatamente gradito, ma anche e soprattutto chi è diverso, ma non per questo meno fratello, meno sorella degli altri. Per far sì che non accada mai più che un ragazzo che desiderava solo di essere felice venga trovato annegato, con la sua pagella cucita, nelle acque del nostro mare.

 *Pastorale Cultura Diocesi Palermo

www.tuttavia.eu

 

giovedì 6 ottobre 2016

AIUTO! STRANIERO ALLA PORTA!!!!

PROFUGHI. A MIGLIAIA BUSSANO ALLE PORTE D'EUROPA!
SCATTA IL PANICO DA MIGRAZIONE
Si chiudono frontiere e si innalzano muri
perché lo "straniero" 
non venga a turbare la nostra vita....

  E' dall'inizio della modernità che alle porte dei popoli bussano profughi in fuga dalle bestialità delle guerre e dei dispotismi o dalla ferocia di una vita la cui unica prospettiva è la fame.
   Per chi vive dietro quelle porte i profughi sono stati sempre stranieri.  Solo che negli ultimi anni si è scatenato un vero e proprio attacco di "panico morale", il timore che un qualche male minacci il benessere della società.
   Quei nomadi (non per scelta, ma per il verdetto di un destino inclemente) che - sfidando la morte- arrivano a migliaia nelle "nostre" terre, ci ricordano in modo irritante, esasperante e raccapricciante quanto vulnerabile sia la nostra posizione nella società  e fragile il nostro benessere.
   Dovremmo soffermarci e ascoltare le parole di Papa Francesco: "Cancelliamo ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c'è nel mondo, in noi, e chiediamoci: chi ha pianto? chi ha pianto oggi nel mondo?".

   Nella sua recente opera, Zygmunt Bauman, esplora il "problema" delle migrazioni (che non sono solo di oggi) e le paure che stanno invadendo e disgregando l'Europa.  Perché tale fenomeno? Che cosa fare?

   "Dobbiamo comprendere - afferma- che non siamo un solo pianeta, una sola umanità. Quali che siano gli ostacoli, e quale che sia la loro enormità, la conoscenza reciproca e la fusione di orizzonti rimangono la via maestra per arrivare alla convivenza pacifica e vantaggiosa per tutti, collaborativa e solidale.    Non ci sono vie praticabili!
   La crisi migratoria ci rivela l'attuale stato del mondo, il destino che abbiamo in comune".

Z. Bauman, STRANIERI ALLE PORTE - Ed. Laterza, settembre 2016, pagg. 104, €14



domenica 17 aprile 2016

LESBO: LA PREGHIERA DEL PAPA E DEI PATRIARCHI: "Liberaci dall'insensibilità . fa' che ci prendiamo cura di loro....!"

LA PREGHIERA DEL PAPA E DEI PATRIARCHI A LESBO    16 aprile 2016

S.S. Papa Francesco:
Dio di misericordia,
Ti preghiamo per tutti gli uomini, le donne e i bambini,
che sono morti dopo aver lasciato le loro terre
in cerca di una vita migliore.
Benché molte delle loro tombe non abbiano nome,
da Te ognuno è conosciuto, amato e prediletto.
Che mai siano da noi dimenticati, ma che possiamo onorare
il loro sacrificio con le opere più che con le parole.
Ti affidiamo tutti coloro che hanno compiuto questo viaggio,
sopportando paura, incertezza e umiliazione,
al fine di raggiungere un luogo di sicurezza e di speranza.
Come Tu non hai abbandonato il tuo Figlio
quando fu condotto in un luogo sicuro da Maria e Giuseppe,
così ora sii vicino a questi tuoi figli e figlie
attraverso la nostra tenerezza e protezione.
Fa’ che, prendendoci cura di loro, possiamo promuovere un mondo
dove nessuno sia costretto a lasciare la propria casa
e dove tutti possano vivere in libertà, dignità e pace.
Dio di misericordia e Padre di tutti,
destaci dal sonno dell’indifferenza,
apri i nostri occhi alle loro sofferenze
e liberaci dall’insensibilità,
frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui,
a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste
sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni
che abbiamo ricevuto dalle tue mani
e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,
siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te,
che sei la nostra vera casa,
là dove ogni lacrima sarà tersa,
dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.

S.B. Ieronymos  (Patriarca della Chiesa Ortodossa di Atene):
O Dio di ogni spirito e ogni carne, che hai calpestato la morte, distruggendo il potere del diavolo, donando la vita al cosmo, alle anime dei tuoi servi che hanno lasciato questa vita.
Tu stesso, o Signore, dona loro riposo in un luogo di luce, in un luogo di verdi pascoli, in un luogo di ristoro, da cui il dolore e la tristezza e il lutto sono scomparsi.
Tu, nostro Dio buono e amorevole, perdona ogni peccato da essi commesso in pensieri, parole od opere, poiché che non c’è alcun uomo che possa vivere senza peccare, perché Tu solo sei senza peccato: la tua giustizia, e la tua legge è verità.
Poiché Tu sei la Resurrezione, la Vita, e il Riposo dei tuoi servi, o Cristo nostro Dio; a Te rendiamo Gloria, come al tuo Padre Eterno, al tuo Spirito tutto santo, buono e creatore della Vita, ora e sempre, nei secoli dei secoli.
Amen.

S.S. Bartolomeo  (Patriarca di Costantinopoli):
Signore di misericordia, di compassione e di ogni consolazione, Ti preghiamo per i nostri fratelli che vivono in situazioni difficili e ci rivolgiamo alla Tua Bontà.
Nutri i neonati; istruisci i giovani; accresci le forze degli anziani; infondi coraggio ai deboli; riunisci coloro che sono divisi; naviga insieme ai naviganti; viaggia con i viaggiatori; difendi le vedove; proteggi gli orfani; libera i prigionieri; guarisci gli infermi. Ricordati, O Signore, di quanti lavorano nelle miniere, sono in esilio, hanno un lavoro duro, tutti coloro che vivono ogni genere di afflizione, di necessità, di pericolo; e di tutti coloro che implorano la tua amorevole bontà; di tutti quelli che ci amano e di quelli che ci odiano; effondi su tutti la tua infinita misericordia, rispondendo alle loro invocazioni per ottenere salvezza.
Ti preghiamo ancora, O Signore della vita e della morte, di concedere l’eterno riposo alle anime dei tuoi servi defunti, alle anime di quanti hanno perso la vita nell’esodo dalle regioni lacerate dalla guerra, o nel corso del viaggio verso luoghi di sicurezza, di pace e prosperità.
Perché tu, O Signore, sei il soccorritore degli indifesi, la speranza dei disperati, il salvatore degli afflitti, il porto del viaggiatore, e il medico dei malati. Tu sei tutto per tutti, tu che conosci ogni persona, le sue richieste, la sua casa e la sua famiglia, e le sue necessità. Libera questa isola, O Signore, e ogni città e paese, dalla fame, da ogni flagello, dal terremoto, dalle inondazioni, dagli incendi, dalla spada, dall’invasione di nemici stranieri e dalla guerra civile.
Amen.



GERMANIA: INSEGNANTI PROFUGHI FANNO SCUOLA AGLI ALTRI PROFUGHI

In Germania

 i prof profughi

 insegnano ai

 bambini
profughi
Pasquale Almirante - 15-04-2016
La grande Germania non si smentisce e ancora una volta si dimostra all'avanguardia, lanciando una proposta che ha i toni dell'accoglienza e dell'ottimismo, in una Europa che giorno dopo giorno piomba sempre di più nella paura dei profughi, nonostante Papa Francesco vada a Lesbo, proprio in queste ore, ad accogliere rifugiati e perseguitati.

"Refugee Teachers Welcome": questo il programma dell'Università di Potsdam, la capitale del Brandeburgo alle porte di Berlino, con cui da questa settimana gli insegnanti profughi fuggiti dai loro Paesi apprenderanno le nozioni del sistema scolastico tedesco, seguiranno corsi intensivi di lingua e frequenteranno seminari di addestramento pratico.
L'obiettivo è quello di ottenere gli strumenti per fornire a loro volta istruzione ai piccoli rifugiati, molti dei quali incontrano difficoltà nel seguire lezioni scolastiche con insegnanti tedeschi: problemi di lingua e di differenti sistemi pedagogici.
Il progetto dell'università di Potsdam punta a formare un corpo docenti intermedio che aiuti i piccoli rifugiati a non restare indietro nell'apprendimento e a incamminarsi con più dolcezza verso il sistema scolastico tedesco.

La richiesta è enorme: tra i rifugiati è scattato il passaparola, sul tavolo dell'università sono arrivate 700 domande. Il primo corso partito è per 25 persone. Altri due sono previsti entro l'estate. Al termine di due semestri di corsi gratuiti, gli insegnanti profughi non riceveranno l'abilitazione tedesca all'insegnamento, ma un semplice certificato, col quale però potranno supportare gli insegnanti tedeschi nelle lezioni agli studenti stranieri.

Un'idea di come il progetto potrà funzionare viene da Brema, nel nord della Germania. In una scuola superiore del quartiere di Groepelingen, insegnanti profughi sono già al lavoro per supportare l'apprendimento dei piccoli rifugiati. Usufruiscono di un progetto pilota dell'Università di Gottinga, esteso anche al Land della Bassa Sassonia, che offre sostegno agli insegnanti fuggiti dalla Siria.

L'esperimento si trasformerà a breve in un progetto sistematico dell'università, simile a quello di Potsdam. 


La Tecnica della Scuola