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martedì 30 luglio 2024

OVERPARENTING, UN ERRORE DA EVITARE


 Educare. 

Che errore l'overparenting, 

il genitore elicottero che controlla tutto

- di Luciano Moia

Siete genitori “interventisti”? Pretendete di pilotare in ogni istante la vita dei vostri figli? Non rinunciate a verificare con la massima cura possibile frequentazioni, amicizie, contatti abituali e occasionali? Talvolta però, dopo aver esercitato questa occhiuta vigilanza “a fin di bene”, vi interrogate sull’opportunità di continuare in questo controllo sistematico e asfissiante? Ai genitori che si pongono questi interrogativi, diciamo subito che i dubbi sono più legittimi e che sarebbe necessario resettare le abitudini.

 Negli Stati Uniti gli psicologi hanno definito questa prassi di vicinanza un po’ asfissiante, overparenting. Una genitorialità sovrabbondante in senso negativo, quasi tossica perché pretende, per esempio, di incolpare sempre e comunque gli altri bambini se il figlio, mentre gioca al parco, cade e si sbuccia il ginocchio. Oppure di puntare il dito contro l’insegnante, facendo magari la voce grossa o anche peggio, se arriva un brutto voto ma anche se il malcapitato docente si permette di rimproverare il pargolo. Una delle espressioni più deteriore di oveparenting consiste nel controllare i figli minori in tutti i loro spostamenti, geolocalizzarli mentre escono da scuola, vanno in palestra, si fermano a parlare con gli amici, avviene sempre più spesso con il loro consenso.

 I genitori, convinti di aver trovato con questa “sorveglianza informata e condivisa” una modalità per tacitare la loro coscienza, sostengono che anche i ragazzi vivono meglio. Sanno, questi malcapitati figli, che un “genitore elicottero” veglia in qualsiasi momento su di loro e – sempre secondo l’opinione di questi madri e padri – si sentono più tranquilli. “Quando ha la tentazione di “deviare” si ferma in tempo perché – mi raccontava qualche giorno fa un amico che sul suo iPhone segue passo dopo passo i movimenti del figlio 14enne – sa che verrò a sapere qualsiasi cosa in tempo reale. Una sicurezza per noi e una garanzia per lui. Prima, ogni volta che usciva, si scatenava l’ansia. Cosa farà? Chi avrà incontrato? Avrà bisogno di aiuto? Ora non abbiamo più motivi di essere preoccupati”.

 Ma è davvero così? Basta il controllo elettronico per assicurare davvero a un ragazzo una crescita più serena? O non sarà vero il contrario? E cioè che questo persistente affiancamento da remoto finisce per produrre tutta una serie di effetti negativi tali da azzerare la presunta tranquillità indotta dall’occhio elettronico.

 Due domande, tra le tante che potremmo porci: quale senso di responsabilità riuscirà a sviluppare un ragazzo consapevole – e apparentemente d’accordo – del fatto di essere controllato in ogni suo spostamento? Non rischierà di subire una preoccupante stagnazione per quanto riguarda lo sviluppo dell’autonomia? E, allo stesso modo, non risulteranno paralizzate tutte le dinamiche relative alla conquista dell’autonomia che si fondano in modo prevalente proprio sulla possibilità di verificare, tentare, sperimentare? Anche sbagliare, naturalmente, come momento normale e prevedibile di un percorso di crescita che va certamente promosso e accompagnato, ma non video-controllato né teleguidato passo dopo passo.

 Bisognerebbe anche riflettere sull’autenticità del consenso espresso dai figli. Quali sono gli adolescenti davvero contenti di essere controllati elettronicamente dai genitori? Può essere che in alcuni casi, di fronte ad atteggiamenti tanto ansiosi di mamme e papà da sfiorare la patologia, i ragazzi accettino la “spia digitale” per non causare ulteriori motivi di stress e di conflittualità familiare. Ma può anche darsi che, mentre noi ci affanniamo a trovare nuove modalità di controllo elettronico, loro abbiano già capito il sistema per aggirare il “nemico digitale”, illudendoci di poter dormire sonni mentre loro si godono a nostra insaputa la riconquistata e legittima libertà.

 Ma è chiaro che questi sistemi di controllo elettronico, facilmente utilizzabili e forse facilmente aggirabili, se possono essere utili in qualche circostanza estrema – un concerto ad alto rischio di sballo e di droga – non sono da considerare strumenti ordinari di accompagnamento educativo. Pensiamo a tutto l’ambito scolastico, al mondo delle relazioni, alla pratica sportiva. Che senso avrebbe verificare momento dopo momento la vita e gli incontri di un figlio o di una figlia se non quello di azzerarne la spontaneità, spegnare il loro sano e giusto vitalismo adolescenziale, convincerli di non essere in grado di far un passo da soli senza l’occhiuta vigilanza elettronica dei genitori.

 Attrezzare un ragazzo o una ragazza alla vita significa, al contrario, mostrare con i fatti che ci fidiamo di loro, che siamo convinti – anche se quasi sempre non è così – del loro equilibrio, della loro capacità di giudizio, della possibilità di fare bene da soli. Qualche volta ce la faranno a stare in piedi, qualche volta cadranno, in alcune occasioni torneranno con le ginocchia e il cuore escoriati. Ma la sfida dell’educazione è proprio questa. Coltivare con tutto l’impegno e la passione possibile un albero capace di germogliare. E poi attendere con pazienza e fiducia i frutti. Standosene, per quanto possibile, un po’ in disparte.

 Chi pretende di esserci sempre, di intervenire, di stabilire modi e tempi della maturazione ottiene solo l’effetto contrario. I frutti si guasteranno prima del tempo e non si otterrà altro che una immaturità perenne e irreversibile. Non credo che qualche genitore desideri questo per i propri figli.

 E allora? Mettiamo da parte l’overparenting e accettiamo il rischio di vederli crescere anche senza sapere in diretta ogni particolare della loro vita, di scoprire ogni sillaba delle loro conversazioni, di anticipare ogni loro possibile sbaglio. La bontà di un approccio educativo non si misura dal tanto percepito grazie alla geolocalizzazione, ma dal poco che loro ci verranno spontaneamente a raccontare perché si fidano di noi.

www.avvenire.it

 

giovedì 7 dicembre 2023

IL PARADOSSO DEL CONTROLLO


Tra felicità e solitudine

La paura e il desiderio di evitare imprevisti portano a una cultura di controllo estremo. Ma, nel tentativo di controllare le emozioni, la società moderna rischia di allontanarsi dalla vera felicità, perdendo di vista connessioni sincere e scelte autentiche.

 

-         di Silvia Lorenzi

 In una giornata di fine novembre, mi sono chiesta cosa fossero le emozioni e come fossero correlate alla felicità.

Così, per documentarmi, mi sono ritrovata a leggere diversi articoli su internet, da saggi filosofici ai cosiddetti “self-empowering books“, fino a quando mi sono imbattuta nel video del 2016 di Zygmunt Bauman “Società e felicità”. In 60 minuti, Bauman non solo descrive il paradosso tra felicità e società̀ di consumo, ma si sofferma anche su elementi più̀ delicati, come la solitudine e la paura di essere inadeguati. È una società̀ pre-Covid, quando ancora i rapporti umani non erano influenzati dalla pandemia.

Quello che Bauman non indaga e che, secondo me, è particolarmente presente nella società̀ moderna è: come il mito del controllo influisce sulle nostre emozioni, creando l’illusione che l’emotività̀ equivalga all’instabilità̀? Ovvero, avere il controllo sulla propria vita e sulle proprie emozioni ci rende veramente persone felici?

Il paradosso del controllo

Ricercando tra i vari siti, mi imbatto nel concetto del locus of control – la teoria di Julian B. Rotter del 1954. Il locus of control si divide in interno ed esterno, ovvero, chi crede di avere pieno controllo della propria vita attraverso le proprie azioni ha un locus of control interno. Al contrario, chi attribuisce il proprio successo o fallimento a cause esterne ha un locus of control esterno. È una teoria che affonda le radici in Aristotele, che parla di un “controllo delle emozioni” che ci accomunano a bestie, per favorire un “animale razionale e sociale”, e che arriva fino a Daniel Goleman, psicologo americano contemporaneo che parla della capacità di regolare le emozioni proprie e altrui, sia positive che negative, gestendole in modo tale da raggiungere obiettivi prefissati, la cosiddetta “intelligenza emotiva”. È un concetto che mi ricorda la base di diversi principi del New Age che si sono diffusi dopo il Covid, fornendo tecniche ed esercizi basati sul controllo delle emozioni, le quali costituiscono un elemento di imprevedibilità̀ nel comportamento sociale.

Gli ultimi anni ci hanno mostrato quanto siamo ancora impreparati ad affrontare l’impensabile, la malattia, il crollo finanziario, fattori che ci hanno trascinato in un massivo imprevisto sociale basato sul semplice principio della paura della morte. Non della morte stessa, ma della responsabilità̀ delle nostre azioni sulla morte dei nostri cari. Una paura enorme che ci ha spinto nella direzione di applicare un controllo estremo sulle nostre vite e sulle nostre azioni per non affrontare il senso di colpa determinato dall’idea di essere responsabili nella disgrazia del prossimo. Questa estrema responsabilità̀ ci ha mosso ancora di più a credere che applicare un controllo sui nostri stili di vita, le nostre amicizie e i nostri affetti ci avrebbe portato verso la vita e non verso la morte. Quando l’emergenza Covid si è ridotta, abbiamo mantenuto un forte picco di stress che, per combatterlo, ci siamo ancora rivolti all’idea di sopprimere le nostre emozioni per evitare di ricadere in un baratro di insicurezza e, soprattutto, paura.

Se prima del Covid serpeggiava l’idea di una vita felice connessa alla concezione “se lo vuoi lo puoi ottenere, è tutto basato sul controllo che hai su te stesso”, dopo il Covid questo leitmotiv si è sedimentato ancora di più, alimentato dalla paura delle conseguenze delle nostre azioni e cercando di limitare il più possibile gli imprevisti. Il paradosso del controllo avviene quando, nel tentativo di controllare stati emotivi confusi e negativi come la paura o la rabbia, si finisce per controllare tutte le emozioni, creando un’idea di calma che si nasconde dietro una sorta di apatia emotiva. Limitando o cercando di dominare la paura, la rabbia, l’insicurezza e il dolore, finiamo per allontanare anche quella parte emotiva che in realtà ci rende felici. Nel tentativo di indirizzarci verso la felicità, ci allontaniamo da essa, emarginando allo stesso tempo coloro che sono più fragili e più emotivi per natura.

Le emozioni e la funzionalità̀

Bauman fa un interessante paragone tra la cultura italiana, basata sulla comunione e la condivisione, e quella svedese, basata sul progresso ma che purtroppo non si sofferma sull’importanza delle emozioni. A me piacerebbe dividerle in “società emotiva” e “società̀ funzionale“. Una “società̀ emotiva” è un sistema sociale che, fin dalla nascita, incoraggia l’espressione delle proprie emozioni, considerandole non solo valide, ma anche importanti. In Italia, per esempio, cresciamo con l’idea che essere persone di carattere, capaci di esprimere rabbia, disappunto, fragilità̀, ma anche amore e commozione, sia una qualità̀ individuale che caratterizza una certa libertà. Tuttavia, questa liberazione emotiva ha conseguenze sul funzionamento sociale, poiché́ le emozioni, essendo labili e mutevoli per natura, rendono la costruzione sociale fragile e influenzata dall’umore. D’altro canto, una “società funzionale” è quella a cui si aspira ultimamente, basata sul progresso, sul benessere e sulla razionalità̀, come per esempio possono essere le società̀ nordiche o americane. Nella sua lezione, Bauman cita il marchese Alexis de Tocqueville, che all’inizio del XIX secolo viaggiò in America per studiare il fenomeno della democrazia. Nel suo libro “Democrazia in America”, Tocqueville afferma che “la felicità è una qualità che si ritira sempre davanti alle persone, scomparendo dalla vista e voltando loro le spalle. Loro pensano che la afferreranno in ogni istante, ma ogni volta scivola loro via dalle dita”. Così, nel tentativo di perseguire questa idea di felicità basata sulla funzionalità sociale, sul successo personale e sull’autodeterminazione, finiamo per sopprimere il piano emotivo che teoricamente potrebbe contrastare la nostra realizzazione. Come Bauman introduce, ciò che Tocqueville menziona è un parallelo con il supplizio di Tantalo, torturato dalla sete e dalla fame, appeso a un albero da frutto i cui rami si allungano su un lago di acqua dolce. Ogni volta che tendeva la mano verso i frutti dell’albero, questi venivano spostati dal vento; quando avvicinava le labbra all’acqua, il lago si prosciugava.

La solitudine, il germe moderno

La solitudine è sempre stata il male peggiore che un individuo dovesse affrontare. Per solitudine, non intendo la scelta dell’eremitismo, ma piuttosto una condizione emotiva umana che può̀ sorgere dall’essere circondati da persone o presentarsi quando si è fisicamente soli. È una solitudine con la quale siamo stati costretti a confrontarci durante l’isolamento e che abbiamo cercato di dominare controllando le nostre abitudini. È una paura inconscia che nasce dalla nostra natura di esseri sociali e che in molti casi non si verifica come scelta, ma come imposizione. La solitudine delle persone anziane è la più comune, ma sono davvero le persone anziane a sentirsi le più sole? O forse è una paura che si affaccia già̀ nei nostri anni migliori, quando ci costringiamo ad avere figli che non desideriamo veramente e compagni che non sopportiamo, cercando di controllare la nostra vita sentimentale e cercando il partner più̀ adatto, tentando di limitare le nostre paure e facendo una lista delle qualità̀ del prossimo che proviamo ad adattare alle nostre vite anche quando non funziona, come preludio alla futura paura di rimanere soli? Un’idea di nucleo familiare, non basata sull’amore e sulla comprensione, ma su uno sforzo immenso, figlio del pensiero del controllo, ci porta a una forma di fuga dalla solitudine che si intreccia con la paura del fallimento. L’uomo non nasce solo, ma può morire solo, questa condizione è quasi terrificante nel mondo moderno e così la concezione sociale del nucleo familiare, che non sempre funziona, è ancora vista come uno dei massimi obiettivi da raggiungere.

“Gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; se uno soffre, il dolore è completamente suo, nessun altro può prenderne su di sé una minima parte; se uno soffre, gli altri per questo non sentono male, anche se l’amore è grande, e questo provoca la solitudine della vita”, Dino Buzzati

 La società ci promuove concetti di individualismo e lotta personale, ma allo stesso tempo ci suggerisce di avere figli e famiglie, di non separarci per il bene dei nostri figli. Ma siamo davvero felici? Vogliamo veramente avere figli, sposarci e stare con il nostro compagno/a per tutta la vita, o sempre più spesso ci costringiamo in questa dicotomia per paura di dover affrontare un fallimento (o un imprevisto), la cui conseguenza potrebbe essere la solitudine? Bauman sintetizza che “la solitudine causa depressione” e, secondo me, anche “la necessità di sforzarci in legami che non generano una connessione sincera per sfuggire alla solitudine, genera depressione”. Nel tentativo di controllare le nostre emozioni per essere più funzionali e orientati verso un futuro che ci rende individualisti e di successo, ci dimentichiamo e sopprimiamo una parte più nascosta e intima del nostro essere, quella che ci fa scegliere le connessioni vere, basate sul piacere di stare insieme e sull’affetto, e le scambiamo con costrutti sociali che vengono imposti come rimedi fittizi. Le emozioni guidano la nostra capacità di scegliere chi avere accanto, di decidere se avere figli per il piacere di crescerli. Ci danno la conoscenza necessaria per decidere se continuare una relazione o interromperla e sono il nostro metro di misura e le nostre reazioni ai fattori esterni che ci consentono di destreggiarci lungo un percorso tortuoso, fornendoci l’elemento che mancava a Tantalo per sopravvivere alla punizione degli Dei: la speranza.

“Le emozioni ci consentono di destreggiarci lungo il tortuoso percorso della vita, fornendoci l’elemento che mancava a Tantalo per sopravvivere alla punizione degli Dei: la speranza”.

 Ili Editore