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sabato 29 novembre 2025

VEGLIATE !

  


PRIMA DOMENICA DI AVVENTO


Is 2,1-5; Sal 121; Rm 13,11-14a; Mt 24,37-44

 

Commento di M. Augé B.

 In questa domenica I di Avvento, ricordiamo che noi tutti siamo in cammino verso la Gerusalemme celeste e ne esprimiamo la gioia quando diciamo col salmista: “Quale gioia, quando mi dissero: «andremo alla casa del Signore»” (salmo responsoriale). All’inizio dell’Anno liturgico siamo invitati a riprendere con rinnovato coraggio il nostro cammino verso la patria del cielo, in un gioioso contesto di comunione e di pace, ma anche in attesa vigilante del Signore che viene.

L’Avvento ricorda le due venute del Signore e le mette in intimo rapporto, la prima nel mistero della incarnazione e la seconda alla fine dei tempi: “Al suo primo avvento nell’umiltà della condizione umana egli portò a compimento la promessa antica, e ci aprì la via dell’eterna salvezza. Quando verrà di nuovo nello splendore della gloria, ci chiamerà a possedere il regno promesso che ora osiamo sperare vigilanti nell’attesa” (prefazio dell’Avvento I). Questa Ia domenica è tutta quanta incentrata sulla venuta del Signore alla fine dei tempi, alla quale siamo invitati a prepararci. Quando facciamo delle scelte nella vita di ogni giorno, le facciamo avendo davanti l’immagine di un futuro che intendiamo raggiungere: economico, sociale, culturale, ecc. Oggi siamo invitati a farle guardando anche al futuro di Dio, di un Dio che è venuto, viene e verrà per noi.

Il brano evangelico raccoglie alcune parole di Gesù in cui egli afferma che l’incontro con lui alla fine del nostro pellegrinaggio terreno sarà improvviso e inatteso. Il testo evangelico è tutto focalizzato sull’incertezza del quando, che viene ripetuta tre volte: “vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà…”. Siamo invitati quindi a risvegliare in noi uno spirito vigilante. 

La vigilanza è la capacità di essere presenti a ciò che si vive. Non si tratta di una vigilanza passiva e inoperosa, ma attiva e dinamica; dobbiamo andare incontro al Cristo che viene e dobbiamo farlo “con le buone opere” (colletta). Tutta la vita deve essere una preparazione prolungata e fedele ad accogliere Cristo che viene. Un messaggio simile lo troviamo nella prima lettura, in cui il profeta ci esorta a percorrere il nostro cammino “nella luce del Signore”. 

Nella lettura apostolica, san Paolo, riprendendo il simbolismo della luce e, dopo aver ricordato che siamo nella notte in attesa dell’alba luminosa dell’avvento di Cristo, ci invita a svegliarci perché il giorno della salvezza è vicino. In questo contesto, l’Apostolo aggiunge che dobbiamo gettare via le “opere delle tenebre” e comportarci “come in pieno giorno”. Il futuro verso cui camminiamo deve innestare nel presente la tensione per l’impegno nei valori che, vissuti nel presente, conducono al possesso di quelli futuri e definitivi. Ogni attimo della nostra vita è impastato di eternità. Perdere la memoria del futuro equivale ad appiattire il presente. 

Il cristiano essendo una persona di memoria, è una persona di attesa. La nostra esistenza di credenti è destinata a svolgersi, come è naturale, in seno alla storia concreta degli uomini e delle donne ma allo stesso tempo è chiamata a far lievitare la storia con la novità della speranza, cioè con la fede nel progetto salvifico di Dio.

La partecipazione all’eucaristia è “pegno della redenzione eterna” (orazione sulle offerte), ci sostiene nel nostro cammino e ci guida ai beni eterni (cf. orazione dopo la comunione).

 Liturgia e dintorni

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sabato 30 novembre 2024

ATTESA e SPERANZA


Risollevatevi  
e alzate il capo»


Prima domenica di Avvento

Ger 33,14-16; Sal 24 (25); 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

 Commento di Ester Abbattista*

 Con questa domenica inizia il tempo di Avvento e anche un nuovo anno liturgico, l’anno C, in cui sarà il Vangelo di Luca ad accompagnarci nelle riflessioni domenicali.

Come per domenica scorsa, anche il testo di questa domenica non è tra i più semplici, proprio per il suo stile apocalittico a cui non siamo più così abituati. Lo erano di più i primi lettori del testo evangelico, che coglievano in quelle parole un messaggio di speranza e l’annuncio di un imminente ritorno del Signore: l’arrivo glorioso di un re universale, circondato dalle sue schiere angeliche, che, venuto dal cielo, ristabilisce la giustizia e la pace.

L’attesa di questa venuta, inoltre, proprio secondo il testo di Luca, non è qualcosa di passivo, ma implica una partecipazione attiva: «Risollevatevi e alzate il capo». In questo modo ciò che sembra essere catastrofico in realtà si rivela vitale: la speranza può rinascere perché quello che si sta avvicinando non ha più nulla di spaventoso: «Perché la vostra liberazione si avvicina».

 La salvezza attesa

L’idea è che la salvezza attesa, che la prossima venuta realizzerà in pieno, è una liberazione personale e sociale, il rinnovamento del corpo e dell’anima, la fine di ogni iniquità e oppressione, l’instaurazione della giustizia e della pace e, non in ultimo, il capovolgimento di ogni realtà di male e di morte. E a tutto questo bisogna prepararsi fin da ora: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso».

Se tutto questo poteva essere percepito come un futuro immediato subito dopo la morte e risurrezione di Gesù e nei primi anni di vita del suo movimento – che fin dagli inizi aveva assunto un carattere missionario espandendosi in tutto il Mediterraneo –, con il passare dei decenni, dei secoli, finisce con l’essere percepito molto poco o forse per nulla.

Il cosiddetto ritardo della parusia, cioè del ritorno del Messia glorioso e dell’instaurazione definitiva del regno di Dio, ha avuto un effetto di «declino» sulla dimensione dell’attesa/speranza da parte dei credenti, il cui orizzonte non è più proteso verso il compimento, la definitiva venuta, la pienezza, ma verso il prossimo presente, spesso e volentieri appesantito da uno sguardo rivolto verso il basso, incapace di guardare un «oltre» al di là del proprio confine; che si tratti di un confine relativo alla propria persona o alle proprie categorie di giudizio o, addirittura, alle proprie «verità di fede».

Persino l’Avvento, questo tempo liturgico che dovrebbe ricordare al credente la definitiva venuta del Signore e risvegliare così la dimensione dell’attesa e della vigilanza, si è ormai ridotto, nella convinzione di tanti, a un semplice preludio alla festa del Natale. Un Natale visto non più come il segno storico della prima venuta, di cui far memoria proprio perché fondante l’attesa del compimento e della definitiva venuta, ma come un evento in sé, concluso e, purtroppo, ormai sradicato dal suo contesto storico-religioso, ridotto a mero strumento ideologico o ad appuntamento consumistico.

Alzare lo sguardo

In realtà anche oggi, come in ogni momento della storia, abbiamo bisogno di alzare lo sguardo e di recuperare questa dimensione della vigilanza, proprio perché è questo il respiro vitale che può alimentare la nostra fede e allargare i confini dei nostri orizzonti, dei nostri giudizi e delle nostre scelte, ricevendo e accogliendo quel coraggio di cui abbiamo tanto bisogno.

L’Avvento, dunque, come tempo di speranza e di attesa, è un tempo santo, che ci ricorda l’«oltre» di Dio, che spalanca davanti a noi l’ultimo e definitivo orizzonte non solo della nostra vita e della nostra realtà, ma di tutte le vite e della storia dell’umanità, tutta intera.

Come postilla, una riflessione su queste due parole: attesa e speranza. In ebraico attendere e sperare sono uniti insieme da un’unica radice verbale, proprio perché non si può sperare in qualcosa se allo stesso tempo non la si attende, e non si può attende qualcosa se non si spera che avvenga.

 L’Avvento, allora, ci ricorda proprio questo: la fede è uno sperare/attendere che si basa su una certezza: il Messia, il Salvatore del mondo, è venuto e verrà in pienezza.

 *Biblista, Facoltà Teologica del Triveneto

 Il Regno

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venerdì 1 dicembre 2023

VEGLIAMO, CON GIOIA

 

- Prima domenica di Avvento, 
anno di Marco

- Is 63,16-17.19/ 1Cor 1,3-9/ Mc 13,33-37

 - Commento di Paolo Curtaz

 Di notte

Il mondo non sta precipitando nel baratro, ma nell’abbraccio di un padre/madre di infinita tenerezza.

E non stiamo assistendo alla fine del mondo ma ci stiamo interrogando sul fine del mondo, sul senso che appare travagliato e oscuro dell’agire distruttivo degli uomini.

Uomini persi che non ammettono di essere persi, che vanno dell’arroganza e della violenza il proprio metro di giudizio.

Così, con felice ostinazione, benedetta costanza, inizia questo anno nuovo in compagnia di Marco. Un piccolo cammino di quattro settimane per prepararsi al Natale. All’ennesimo. Che per molti sarà una felice bolla di buoni sentimenti a acquisti per dimenticare l’insostenibile realtà, per addolcire la saturazione di male notizie e di drammi che logora e svilisce.

Ma noi, ma tu, ma io, non siamo della notte.

Vegliamo con le lampade accese, attendiamo lo Sposo e, qui e ora, lo annunciamo costruendo il Regno che è luogo in cui Dio regna, amando.

 Non siamo qui a far finta che poi Gesù nasce.

È venuto nella storia, tornerà nella gloria. Questo ci hanno detto gli apostoli e chi, dopo di loro, hanno costruito speranza. E ora, quest’anno, ancora, qui, viene nel cuore di ciascuno di noi, se lo vogliamo.

Perché la fede non è evento definitivo, acquisito per sempre, ma è costante allenaza, patto da rinnovare, amicizia da coltivare. Troppo forte.

Nella notte

Sarà un avvento diverso, perché io non sono più quello dello scorso anno. E ferite e gioie hanno segnato questo tempo. E guerre e paure ancora mi scuotono.

Sarà, per chi lo vorrà, occasione per prendere ancora in mano il timone della barca della propria vita, prendendo il largo. Sarà l’occasione per attendere. Per far nascere la speranza nei cuori, per innamorarsi della vita che ha avuto l’onore di vedere Dio diventare uno di noi.

Oggi, qui, in questo momento in cui tutto viene rimescolato, messo in discussione, amplificato.

Nel mondo straziato e nella Chiesa che sfida le onde.

Bella storia. Bella Storia. Una Storia che è salvezza.  Sarà un avvento di attesa.

Di senso, di salvezza, di bene, di pace, di abbracci sinceri, di rispetto. Di Dio.

Ma ad una condizione: quella di restare svegli.

Servi e portinai

La parabola di oggi è di immediata comprensione: il padrone di casa, il Signore Gesù, è assente ma tornerà nella gloria. In questo tempo di mezzo, fra la storia e la gloria, affida a noi, suoi servi, il compito di vigilare, di costruire brandelli di Regno, di annunciare la sua venuta.

Una venuta che, come meglio bisognerebbe tradurre, non avviene alla fine della notte, ma continuamente.

Lo aspettiamo nella gloria, il Cristo, ma anche nella vita di ciascuno di noi, qui, ora, oggi.

Ai servi è affidato ogni potere. Sciocco di un Cristo. Ingenuo! Come se davvero fossimo in grado di gestire il potere d’amore che ha inaugurato! Eppure, accade proprio così: a queste fragili e sudicie mani il Signore affida il suo Vangelo. Come un tesoro custodito in vasi creta. A noi, servi inutili.

E ai portinai, a coloro, cioè, che hanno maggiori responsabilità, quella di aprire la casa, la Chiesa, la comunità, a chi cerca il Signore, chiede di vigilare ancora di più, con maggiore convinzione e sforzo. Quanto è terribile vedere portinai ignavi, impigriti, imborghesiti, sedersi al posto del padrone! Quanto è bello, pur con fatica, vedere una Chiesa che si interroga su come rimanere fedele a Cristo! Quanto scandalo suscitiamo quando dimentichiamo chi siamo veramente! Servi inutili.

Nella notte

Viene nella notte, il Signore, lo Sposo.

Noi, come le ragazze coraggiose delle scorse domeniche, sfidiamo ogni notte con una piccola fiammella in mano. Sfidiamo questa notte fatta di incertezza e di paura, di venti di guerra e di autocrazie, di comunità azzoppate e sbandate, proprio come fanno quelle ragazze. Ragazze coraggiose.

Non proprio come facciamo noi.

Che accampiamo mille scuse alla realizzazione della nostra felicità. Se fossi, se avessi, se potessi…

Non abbiamo tempo o opportunità o cultura sufficiente per essere felici. Meglio maledire il buio, meglio rannicchiarsi in un angolo tappandosi le orecchie.

Sì, certo, è buio fitto. Basta guardarsi intorno per capirlo. Per vedere il tasso di violenza, nelle parole, nei pensieri, che attanaglia le persone, tutte rabbiose con tutti, tutti convinti di essere vittime di qualcuno. Non è così, smettiamola di nasconderci dietro ad un dito.

C’è chi maledice la notte. C’è chi accende una luce. Chi attende un aiuto. Come i deportati in Babilonia.

Se tu squarciassi il cielo e scendessi!

Il lamento straziante sale dalla bocca di uno degli autori del libro del profeta Isaia, in esilio dopo la durissima sconfitta contro Nabucodonosor. Nessuna speranza all’orizzonte, nessuna possibilità di riscatto, solo l’amarezza dell’esilio e della schiavitù.

Per la prima volta nella Bibbia, il Dio dei patriarchi viene invocato col titolo padre.

Titolo che non veniva usato perché comune nell’invocazione pagana alle proprie divinità.

Ma ora non c’è più remora, né timore di essere ambigui. Non c’è più il tempio, né la città santa, né il re. Tutto è perduto. Solo sale quell’invocazione fatta quasi sottovoce, una immensa ricerca di salvezza, un grido silente. Se tu squarciassi il cielo e scendessi!

Un grido che ancora sale da questa terra d’esilio in cui siamo. Un grido di avvento mentre ci prepariamo a celebrare la nascita di Cristo in ciascuno di noi, nell’attesa del suo ritorno definitivo.

Pregare

Come restare desti? Come nutrire la nostra anima? Come riempire d’olio le lampade che si consumano?

Nell’orto degli ulivi, ai discepoli oppressi dal sonno e dalla tristezza, Gesù chiede di pregare.

Una preghiera che è intimo dialogo col Padre, che è relazione fiduciosa ed appassionata con lui, che è nutrimento dell’anima nel silenzio della lettura orante della Parola di Dio.

Ciò che cercheremo di fare in questo ennesimo avvento, in questo breve tempo in cui cercheremo di sostenerci a vicenda, incoraggiandoci, restando svegli.

Perché, purtroppo, anche lo stravolgimento di senso che abbiamo operato nei confronti del Natale rischia di essere un anestetico. Mortale.

E nella preghiera, come un mantra, ripetiamo quanto abbiamo udito dalla Parola:

 Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui.

Vegliamo allora, noi, che aspettiamo la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. 

Ci siamo scoperti amati, e l’amato attende l’amante. Ogni giorno.

Vegliamo! Con gioia.

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venerdì 9 dicembre 2022

VIGILARE L'ISTANTE


* L’attesa della venuta del Signore Gesù *

- di p. Giuseppe Oddone *

Tutto il periodo iniziale dell’anno liturgico con le celebrazioni dell’Avvento e del Natale è caratterizzato dall’attesa e dalla gioia dell’incontro con il Signore Gesù.

Se le prime parola della Bibbia sono “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen.1, 1), le ultime parole, prima del saluto conclusivo, sono “Sì, verrò presto! Amen. Vieni Signore Gesù!” (Ap. 22,20).  Per la nostra fede tra l’inizio della creazione ed il ritorno di Gesù Crocifisso e Risorto è racchiusa la storia dell’universo, dell’umanità, della Chiesa, di ogni persona credente o non credente.

Siamo davvero cristiani se attendiamo Qualcuno, aspettiamo un incontro e viviamo nell’attesa per cogliere il Suo passaggio e la Sua presenza nelle vicende della vita quotidiana. La vigilanza è la virtù tipica di chi vive di fede, di chi ha il presentimento e la certezza che il Signore davvero incrocia le strade della vita; essa si fonde con l’attesa, con la leggerezza e la giusta valutazione delle cose, con l’audacia ed il coraggio, con la preghiera ed una positiva tensione interiore.

Nell’Avvento riviviamo in particolare l’attesa della venuta storica di Gesù. Modello di questa attesa è sopra tutti la Vergine Maria: in Lei rivive tutta la storia di Israele che aspetta il suo Salvatore, rivivono la speranza di Abramo e dei Patriarchi, il cammino di Mosè che guida il popolo alla terra promessa, l’ardore e la certezza dei profeti, la pietà dei poveri fiduciosi nel Signore. E’ Lei il fiore più bello di Israele, il giglio delle nostre vallate, l’aurora che annuncia il giorno di Dio, la stella del mare che indica una meta ed un porto a quanti sono smarriti nella tempesta.

Oltre alla venuta storica di Cristo, nato a Betlemme nell’umiltà della nostra carne, morto e risorto a Gerusalemme quando era governatore della Giudea Ponzio Pilato, vi è una venuta intermedia del Signore nella ordinarietà della vita quotidiana: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap. 3, 20).  Cristo viene a noi nell’oggi della salvezza attraverso i sacramenti, in particolare l’Eucaristia, preludio del banchetto messianico della fine dei tempi, viene a noi nella Sacra Scrittura e nell’ascolto della sua Parola, ci raggiunge e ci scuote anche negli imprevisti delle nostre vicende terrene. Ogni giorno attendiamo il Signore, come si attende il ritorno di un figlio o il passaggio ospitale di una persona amica.

Gesù, il figlio di Dio verrà anche alla fine dei tempi: prima di tutto alla fine del nostro tempo terreno, chiamati ad un incontro con Lui, quando valuteremo alla luce della Sua misericordia e del Suo perdono tutta la nostra personale vicenda terrena; verrà poi con la sua Parusia, con il suo avvento glorioso alla fine di questo mondo terreno, per instaurare definitivamente il Suo regno, perché è Lui l’alfa e l’omega, il principio, il centro e la fine di tutta la storia.

Vorrei illustrare questa attesa di Gesù che è venuto nella storia, che viene con la sua grazia nella vita quotidiana per prepararci alla sua definitiva venuta alla fine del nostro tempo, con una vibrante poesia di Clemente Rebora (1885-1957), posta al termine della sua raccolta poetica “Canti anonimi”, pubblicata nel 1922, anni prima della sua conversione per così dire ufficiale alla fede cristiana nel 1929, e del suo ingresso nella congregazione fondata da Antonio Rosmini (1930) e della sua ordinazione sacerdotale (1936).

La poesia è ritenuta uno dei più alti canti religiosi della letteratura del Novecento. L’autore è chiuso in una stanza pressoché buia, ma tutto il suo corpo è in tensione interiore (teso è un aggettivo particolarmente caro a Rebora) per un evento, per l’arrivo misterioso di Qualcuno. Egli pertanto, come le vergini sagge del Vangelo che attendono lo sposo, “vigila l’istante”. Nel buio della stanza, simbolo della sua inquietudine interiore, balena una luce (“nell’ombra accesa”); gli pare che il campanello della porta emetta un suono impercettibile, ma profumato e fecondo come il polline, creatore di vita (“un polline di suono”); lo spazio della sua stanza si dilata con stupore come un deserto senza confini. Eppure – e lo ripete tre volte – non aspetta nessuno di questo mondo, ma ha il presentimento che Qualcuno verrà davvero nella sua vita.

L’Ospite verrà (lo ripete sei volte nella seconda parte della poesia), se egli sarà capace di resistere nell’attesa e sboccerà come un fiore nella sua anima: era dunque Lui che spandeva un polline di suono. Sarà un incontro misterioso ed improvviso, che porterà il perdono e la vittoria sul peccato e sulla morte, il tesoro della grazia e dello Spirito, il ristoro umanamente impensabile della sua sofferenza e di quella di Cristo stesso crocifisso.

Verrà dunque, ma forse è già lì con il suo “bisbiglio”, con il suo invito a captare la sua leggerissima voce con il raccoglimento ed il silenzio interiore.

Dall’immagine tesa

vigilo l’istante

con imminenza di attesa –

e non aspetto nessuno:

nell’ombra accesa

spio il campanello

che impercettibile spande

un polline di suono –

e non aspetto nessuno:

fra quattro mura

stupefatte di spazio

più che un deserto

non aspetto nessuno.

Ma deve venire,

verrà, se resisto

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto.

Verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà, forse già viene

il suo bisbiglio.

E’ davvero una bella poesia che stimola a “vigilare l’istante”, ossia ad una intensa vita interiore, perché il Signore viene realmente.

Ma senza questo atteggiamento spirituale la venuta storica di Gesù nel Natale, la sua venuta nella Grazia e nell’imprevisto lieto o triste della vita quotidiana, la sua venuta gloriosa alla fine del nostro tempo e della storia non vengono avvertite e rimangono solo un avvenimento esterno che non commuove e non interessa. Non avvenga per noi che la porta del nostro cuore rimanga chiusa per l’Ospite che tocca il campanello della nostra anima e spande un “polline di suono” invitandoci ad accoglierLo!


*Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC



 

 




domenica 12 dicembre 2021

CHE COSA DOBBIAMO FARE ?

                                                                                   -  IL VANGELO DI OGGI -

-        -  Sof 3,14-18°; Is 12,2-6; Fil 4,4-7; 

Lc 3,10-18 -

 + Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

 Commento di M. Augé B.

 Il tema della gioia attraversa le letture bibliche di questa domenica, terza di Avvento. Siamo invitati alla gioia “perché il Signore è vicino” (seconda lettura), anzi è in mezzo a noi come “salvatore potente” (prima lettura). Infatti, è lui che battezza “in Spirito Santo e fuoco” (vangelo); il “fuoco” nella prospettiva di Luca è il simbolo dello Spirito Santo che Gesù comunica ai discepoli a Pentecoste. Se il messaggio della seconda domenica di Avvento era un pressante invito alla conversione per far fruttificare in noi il dono della salvezza, oggi siamo invitati alla gioia, frutto del dono della salvezza. Domenica scorsa, il personaggio centrale era Giovanni Battista che invitava a preparare le vie del Signore. Oggi il personaggio centrale è Gesù, datore dello Spirito.

 L’Avvento, proiettandoci verso il mistero della presenza salvatrice del Cristo, non può non essere caratterizzato dalla gioia. Quando però fin dal Medioevo l’Avvento aveva assunto un aspetto fortemente penitenziale, questa domenica interrompeva la penitenza e diventava una festa gioiosa, quasi anticipo del Natale ormai vicino. Il senso festivo e gioioso veniva sottolineato da alcuni segni esteriori, quali, ad esempio, il fatto di indossare per la celebrazione eucaristica i paramenti colore rosa. Ciò è ancora possibile, ma certamente molto meno significativo in quanto l’Avvento ha perso quel forte aspetto penitenziale che lo assimilava alla Quaresima. In ogni modo, la liturgia odierna è contrassegnata da un forte richiamo alla gioia, che viene vista come espressione immediata della fede che riconosce la vicinanza del Signore.

  La gioia cristiana, di cui parliamo, non è vuota, senza senso, ma è fondata sulla presenza di Dio che salva. In questo contesto, possiamo affermare che l’eucaristia è la gioia del nostro pellegrinaggio. Si tratta di una gioia anzitutto interiore, profonda, che si colloca nella sfera della salvezza, nella ricerca sincera di Dio, nella persuasione ferma di averlo come propria eredità, nella certezza incrollabile di poter contare su di lui in ogni evenienza. Questa gioia è misteriosa, perché può coesistere anche col dolore fisico e morale, con l’umiliazione, la tentazione, la solitudine. Paradosso cristiano, espresso in modo sublime da san Francesco d’Assisi quando dice: “E’ tanto il bene che m’aspetto che ogni pena m’è diletto”. L’uomo può essere ricco, pieno di salute e, nonostante tutto, sentire il cuore profondamente insoddisfatto. Se non si è ricchi dentro, ricchi di fede e di speranza, difficilmente si può avere l’esperienza della gioia cristiana. La spiritualità cristiana della gioia però non deve attenuare in noi la partecipazione cordiale ai beni di questo mondo e alla sua condivisione gioiosa con gli uomini, nostri fratelli. Anzi nella condivisione fraterna e gioiosa dei beni di questo mondo si esprimono i frutti della salvezza portata da Cristo, e trovano compimento le parole profetiche: “Lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio” (canto al vangelo – Is 61,1).

 Munus. Liturgia e dintorni



sabato 4 dicembre 2021

FARE SPAZIO A DIO

 


La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere.


Dal Vangelo secondo Luca (Lc 3,1-6)
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

IL COMMENTO

di don Gianluca Coppola

Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento si apre con una lunga e accurata descrizione del quadro storico in cui è inserito il racconto: l’evangelista, infatti, ci fornisce una serie di indicazioni sui personaggi politici e storici del tempo, sui luoghi e sulle regioni in cui questi esercitavano il loro immenso potere. Tale descrizione culmina poi nella seguente affermazione: «la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto». Comprendiamo bene come, oltre alla necessità di dare preziose informazioni riguardo al contesto, in realtà il testo è costruito volutamente nel modo in cui ci viene presentato: sembra quasi una sorta di slalom, che abilmente la Parola di Dio compie per evitare personaggi e luoghi potenti, per poi manifestarsi a Giovanni nel deserto. È come se la Parola di Dio ci stesse dicendo che non ha alcun bisogno di blasoni, di ricchezze e di potenze umane: ha soltanto bisogno che qualcuno la accolga.

La Parola di Dio, infatti, richiede un’unica cosa, ovvero accoglienza. O meglio, essa richiede un cuore che sia libero e dunque in grado di accoglierla. La verità è che quando non abbiamo un cuore libero, non sappiamo accogliere; quando il nostro cuore è immerso in questioni che monopolizzano l’attenzione, sia anche il nostro dolore, non siamo capaci di accogliere. Ciò è ancora più vero, ovviamente, se la nostra vita è piena di successi, di ambizione, di potere, proprio come nel caso dei nomi citati nei primi versetti del Vangelo. Il tema dell’accoglienza è molto in voga, in modo particolare negli ultimi tempi, purtroppo soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione. Evito di addentrarmi in discorsi politici, ma vorrei soltanto sottolineare come, ogni qualvolta l’infinito discutere ideologico e politico si allontana dall’interiorità dell’uomo e non la pone al centro del suo dibattito, esso si rivela inutile e, addirittura, controproducente.

Un cuore, allora, può diventare accogliente soltanto se libero. Ma libero da cosa? L’esempio ci viene fornito proprio da Giovanni: egli è «voce di uno che grida nel deserto». Innanzitutto, si trova nel deserto non per annunciare ad altri la Parola di Dio, perché è ovvio che nel deserto non incontrerà qualcuno a cui annunciarla; si trova nel deserto per ritrovare e recuperare la sua relazione con Dio.

Ecco, dunque, un primo tassello per costruire la nostra libertà: fare spazio fuori e dentro di noi per poter entrare in relazione con Dio, proprio come fa Giovanni nel deserto. È lì che la Parola lo raggiunge e lui, essendo un uomo libero, può renderla un suo strumento. Ma non solo: la prima parola che Giovanni pronuncia, riportando alcuni versi del profeta Isaia è “preparate”. Egli, infatti, dice: «Preparate la via del Signore». Questa affermazione racchiude in sé il senso profondo del tempo che stiamo vivendo, l’Avvento. Anche noi ci stiamo preparando per accogliere Gesù che viene, ma in realtà, è chiaro, non celebriamo la prima venuta di Gesù. Ci prepariamo, infatti, ad accogliere la cosiddetta “venuta intermedia”, ovvero quella che ogni giorno dovremmo vivere, incontrando il Signore nel quotidiano. Quel “preparate”, pronunciato da Giovanni Battista, ci esorta a sgomberare il cuore da tutto ciò che non lascia spazio alla venuta del Signore.

È chiaro: in un recipiente già pieno, è impossibile mettere altro; è necessario creare dello spazio nuovo. Allo stesso modo, per poter diventare persone capaci di accogliere in primis Gesù e poi tutti coloro che hanno bisogno della nostra accoglienza, dobbiamo essere in grado di fare spazio. In che modo? Il Battista ci dà delle indicazioni preziose a riguardo. Egli, infatti, ci dice: «Raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate». Proviamo ad analizzare queste espressioni nel dettaglio. “Raddrizzate i sentieri” potrebbe essere interpretato come la richiesta a Dio di farci il dono di un pensiero semplice, lineare. Dalla Scrittura, infatti, apprendiamo che «i ragionamenti distorti separano da Dio». Dobbiamo dunque chiedere a Dio la grazia di un pensiero umile, di un modo lineare di guardare le cose, perché dopotutto Dio è semplicità. Al contrario di quello che spesso possiamo pensare, allontanandoci dalla fede e cadendo in una pericolosa forma di fideismo, ciò che riguarda Dio è molto semplice, molto logico. Non segue sentieri tortuosi, non traccia voli pindarici e non si presenta a noi come qualcosa che ci toglie la pace.

Il Battista prosegue il suo discorso affermando che «ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato». Come potremmo interpretare questo passaggio? Nelle nostre vite, spesso oscilliamo tra due eccessi, ovvero tra la depressione e l’esaltazione. Ecco allora che “riempire i burroni” e “abbassare i colli” diventano consigli preziosi per evitare questi due atteggiamenti dannosi nella vita spirituale, che diventano poi due grandi impedimenti all’accoglienza di Gesù nelle nostre esistenze. Molte volte, per uscire dalla depressione tendiamo a esaltarci, senza renderci conto che, in realtà, l’unica vera via di uscita sarebbe semplicemente essere noi stessi. “Riempire i burroni”, allora, significherà non deprimersi, non crogiolarsi nei propri dolori; al contrario “abbassare i colli” vorrà dire non esaltarsi, non mentire sulla verità di noi stessi.

Pertanto, il modo più opportuno per accogliere il Signore e per prepararsi all’Avvento è, fondamentalmente, essere sé stessi. Ed essere appieno sé stessi significherà stare attenti a non lasciarsi trascinare nei burroni della tristezza, non sottovalutarsi in ogni situazione, non pensare di essere sempre e in ogni momento al di sotto delle esigenze; di contro, significherà anche non esaltarsi, non montare eccessivamente in superbia. Dobbiamo imparare ad essere proprio come Giovanni Battista, che nel deserto lascia a Dio la possibilità di rivelargli chi è fino in fondo. I fioretti e le novene che riempiono il nostro Avvento sono cosa buona e giusta, ma dovremmo ricordare che il modo migliore per stabilire una relazione con Gesù è essere noi stessi; e l’unico modo per capire chi siamo davvero è stare faccia a faccia con Dio e con la sua Parola. Solo così, «ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

 Punto Famiglia

 

venerdì 3 dicembre 2021

ORGANIZZARE LA SPERANZA!


*  LA SPERANZA, 

UNA RISORSA INDISPENSABILE

 PER ANDARE 

VERSO IL FUTURO *


-         Giovanni Perrone

 Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate!(Inf. III, 9) è il lugubre avvertimento impresso sulla porta dell’inferno dantesco. È un evidente invito ad “affidarsi” totalmente ed eternamente ad un perverso destino.

Lo scoraggiamento è frequente nella vita delle persone. Lo testimonia l’antico detto “Chi di speranza campa, disperato muore”.

La visione pessimistica del mondo e del futuro è presente anche in molti scrittori e poeti. Ad esempio, Lorenzo de’ Medici così scrive in una sua lirica dedicata proprio alla speranza: “Quanto sia vana ogni speranza nostra, / quanto fallace ciaschedun disegno, / quanto sia il mondo d’ignoranza / pregno, / la maestra del tutto, Morte, il mostra”.

L’Alighieri, però, nonostante le traversie ch’egli ha dovuto affrontare, non si chiude nel pessimismo. Infatti, il cammino raccontato nella sua Commedia conduce dalle tenebre degli inferi alla purificazione nel Purgatorio e all’incontro con l’Immenso: “l’Amor che move il sole e le altre stelle”.

Nell’inferno stesso, luogo dell’estrema disperazione, Dante indica le tracce per un cammino di speranza basato sulla presa di coscienza della grandezza della dignità umana: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtute e canoscenza” (vv. 112-120).

La speranza è una virtù cristiana, strettamente connessa alle altre due virtù teologali, fede e carità. La fede è espressione di fiducia e la carità rende concreto ogni percorso di fiducia e di speranza.

La speranza è seme vivo, le cui radici sono alimentate dalla fiducia. Non è un comodo divano ove cullarsi, chattando con gli amici, magari piangendosi addosso, attendendo passivamente un improbabile futuro. Essa dona vigore e vita a frondosi rami ricchi di buoni frutti; è alimentata da un ragionevole ottimismo e coraggioso impegno. Perciò va promossa, organizzata e coltivata.

La speranza non è una sterile illusione: è un cammino per raggiungere una meta; cammino talora reso difficile dalle tempeste della vita e soffocato dalla calura estiva o dalle gelate invernali. Perciò speranza, coraggio, competenza e ideali vanno a braccetto, sostenendosi l’un l’altro. La capacità di orientarsi e riorientarsi è necessaria, evitando "campi magnetici" che possono disorientare il procedere verso la meta prefissata.

Oggi è possibile avere speranza? I tempi che stiamo vivendo, la situazione sanitaria ed economica, la carenza di lavoro, la nebulosa situazione giovanile, le talora complicate ed instabili situazioni familiari, le imprevedibili condizioni climatiche, il disorientamento talora provocato dai mass media.…. favoriscono la speranza?

La pandemia ha fatto emergere le fragilità delle nuove generazioni. Infatti, dagli ultimi dati rappresentati, si assiste a un abbandono o posticipo di progetti esistenziali.

L’Occidente, dicono gli esperti, vive una pericolosa crisi di speranza e di infertilità, nello spirito e nel corpo. La crescente denatalità ne è concreta testimonianza. Il fenomeno migratorio mette in luce la voglia di dare concretezza alle proprie speranze. In particolare, ci interrogano le migliaia di “disperati”, in gran parte giovani, che ogni giorno lasciano le loro case e la loro terra, partono per viaggi rischiosi ed imprevedibili, sopportano fame, miseria, soprusi e violenze spinti dalla speranza di un futuro migliore. Ne partono mille per arrivare in dieci o meno! Pur tra tante diffidenze, sofferenze e fatiche essi sono semi di speranza per il futuro che viene.

Bisogna avere il coraggio di sperare e saper vedere i nuovi germogli che riescono a farsi strada pur tra le rocce o in mezzo al ghiaccio; bisogna saper vedere la luce anche in fondo al tunnel. Come cristiani non possiamo disperare perché Dio è la somma speranza e la somma certezza che guida e sostiene il nostro cammino. Siamo chiamati ad aiutarci reciprocamente a costruire percorsi di speranza, ad essere visibili e credibili testimoni di speranza, a preparare le vie del Signore.

Regalare il nostro accogliente sorriso ad ogni nuovo giorno e ad ogni persona rassicura e fortifica il nostro e l'altrui peregrinare per le vie del mondo al fine di incontrare il “sommo Bene":

Spene", diss'io, "è uno attender certo

de la gloria futura, il qual produce

grazia divina e precedente merto..."

(Paradiso, XXV, 68)

A proposito, Papa Francesco ci invita a "nutrire il coraggio della speranza", ad “organizzare la speranza” : Se la nostra speranza non si traduce in scelte e gesti concreti di attenzione, giustizia, solidarietà, cura della casa comune, essa resta vana illusione, sterile e logorante attesa… Specialmente a noi cristiani, tocca organizzare la speranza, tradurla in vita concreta ogni giorno, nei rapporti umani, nell’impegno educativo, sociale e politico”.[i]

 


[i] Papa Francesco, 14 novembre 2021



domenica 28 novembre 2021

ALZATE IL CAPO

 SIATE VIGILANTI

Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

Commento al Vangelo - 

 L’anno liturgico inizia con l’invito a dare uno sguardo alla storia della nostra salvezza. Il testo di Geremia ci esorta alla fede, cioè alla fiducia nel compimento delle promesse di Dio che ha avuto nella storia come momento culminante la prima venuta del Figlio di Dio “nell’umiltà della nostra natura umana” (prefazio dell’Avvento I). La seconda lettura ci invita alla carità, in cui tutti i credenti siamo invitati a crescere e sovrabbondare nel tempo che ci viene dato vivere in questo mondo. Il brano evangelico parla della meta e traguardo ultimo e definitivo della storia: il ritorno del Figlio dell’uomo, che alla fine dei tempi verrà “con grande potenza e gloria”, e ci esorta ad attenderlo con speranza vigilante, senza turbamento.

 Le immagini e le parole misteriose con cui Gesù descrive il suo ritorno glorioso alla fine della storia sono da interpretare in modo adeguato. Dietro questa descrizione del futuro, che può apparire a prima vista fosca e terrorizzante, bisogna leggere l’attesa di eventi storici che segneranno per sempre la sconfitta definitiva del male e il trionfo ultimo del bene. In questa luce, il ritorno glorioso del Cristo alla fine dei tempi, è da considerarsi un evento non tanto temuto quanto piuttosto atteso, anzi addirittura invocato con speranza dagli oppressi, vittime della malvagità degli uomini, e dall'intero popolo di Dio peregrinante sulla terra. Caratteristico del racconto di san Luca è appunto la speranza nel compimento della salvezza: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Speranza di cui parla anche l’antifona d’ingresso della messa facendo proprie le parole del Sal 24, adoperato inoltre come salmo responsoriale: “A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido…” La nostra speranza poggia sulla fedeltà di Dio, che ha fatto “promesse di bene” (prima lettura).

 Per noi cristiani il tempo è un continuo “avvento”, un ininterrotto venire di Dio. Il Signore viene in continuazione, in ogni uomo e in ogni tempo. Perciò siamo invitati a vegliare e pregare. La vigilanza orante ci rende capaci di discernere i segni e i modi della presenza del Signore. La storia umana non è da concepirsi come un succedersi più o meno caotico di fatti senza significato, ma come il compiersi graduale del “progetto” di salvezza che Dio ha sull’uomo. In questo progetto Dio ha voluto impegnare anche la nostra libertà e quindi la nostra cooperazione. La nostra vita non sfocia nel nulla, nella delusione, ma può avere, se lo vogliamo, una conclusione positiva. Nel brano della seconda lettura, per preparare questo futuro positivo, san Paolo ci stimola a crescere e sovrabbondare nell’amore fra noi e verso tutti per rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori e irreprensibili nella santità, “davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.”  

In questo impegno quotidiano ci è di aiuto l’eucaristia, “che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita”, ed è sostegno nel nostro cammino e guida ai beni eterni (orazione dopo la comunione), nonché “pane del nostro pellegrinaggio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1392). “L’eucaristia è tensione verso la meta, pregustazione della gioia piena promessa da Cristo; in certo senso, essa è anticipazione del paradiso, pegno della gloria futura. Tutto, nell’eucaristia, esprime l’attesa fiduciosa, che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” (Ecclesia de Eucharistia, n. 18).