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domenica 21 giugno 2026

CANTATE INNI

 


XII domenica 
del tempo ordinario

   Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15;             Mt 10,26-



Commento di Ester Abbattista

La prima lettura di questa domenica presenta un brano tratto dal Libro del profeta Geremia. Si tratta di un testo che, nelle classificazioni degli studiosi, viene collocato all’interno di quei brani definiti le «confessioni di Geremia».

Questo testo, infatti, presenta delle caratteristiche particolari che si differenziano dall’insieme di tutta la letteratura profetica. È un brano di stile autobiografico, in cui il profeta parla in prima persona e il cui contenuto non è un messaggio rivolto a un determinato destinatario – il re, il popolo o le nazioni straniere ecc. –, ma uno sfogo, un lamento personale che si conclude con una preghiera al Signore.

Quanto queste parole siano state davvero pronunciate dal profeta o siano frutto di una rielaborazione successiva – a partire comunque da un’esperienza personale di Geremia – è difficile dirlo; certo la conclusione in preghiera e alcune espressioni che si possono riscontrare anche nei Salmi fanno pensare che il testo sia stato accolto e fatto proprio da una collettività orante che si è riconosciuta in quelle parole.

La prima parte del brano è dunque uno sfogo/denuncia: le parole del profeta non trovano un’audience favorevole, non accumulano dei «like», anzi suscitano scalpore, fastidio e, di conseguenza, il desiderio di «eliminare» questa voce fuori dal coro che disturba la pace dei «benpensanti»: «Sentivo la calunnia di molti: “Terrore all’intorno! Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Tutti i miei amici aspettavano la mia caduta: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci prenderemo la nostra vendetta”».

Il profeta è consapevole di tale ostilità, ma confida nella presenza, accanto a lui, del Signore: «Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo».

Dallo sfogo consapevole delle minacce ricevute si passa quindi a un’invocazione a Dio perché sia lui a far giustizia, a vendicare il profeta; e tale richiesta è senza mezzi termini, anzi esprime tutta la rabbia e il dolore per quanto subito: «Sarà una vergogna eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!». Il finale del discorso, poi, è di nuovo sorprendente, dato che dalla rabbia e dal desiderio di vendetta si passa alla lode e all’annuncio di salvezza: «Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori».

Siamo di fronte a uno dei meravigliosi esempi in cui la Scrittura ci aiuta non solo a essere coerenti con noi stessi, ma anche a esprimere i nostri sentimenti, il nostro dolore, la nostra rabbia, soprattutto quando tutto ciò è causato proprio dall’aver scelto di essere una «voce fuori dal coro».

Dire, esprimere, prendere posizione diversa rispetto a una massa di persone è anche oggi un rischio che comporta insulti, critiche pesanti, condanne, e frequentemente anche in questo tempo assistiamo a esempi del genere. Non voglio fare nomi, ma questa stessa dinamica si abbatte su chiunque osa esprimere un parere diverso da quello che in quel momento sembra essere il più popolare e, forse, il più sostenuto e voluto da chi ha, in realtà, altre ragioni recondite per farlo. Quindi non importa se a parlare «fuori dal coro» sia un personaggio fino a qualche giorno prima applaudito e acclamato per il suo pensiero, i suoi scritti, la sua vita; basta solo che pronunci una frase «scomoda», che affermi qualcosa che mette in dubbio la «cieca e indotta» convinzione di molti che subito viene attaccato, insultato, cancellato dall’albo dei suoi fan.

La libertà di pensiero spesso costa cara, e l’ostilità e aggressività altrui fa male, genera dolore, sconforto e in alcuni casi anche rabbia. Anche qui la Scrittura, con le parole di Geremia, ci aiuta a gestire tutto questo, invitandoci in primo luogo a non reprimere i sentimenti che affiorano, anche se sono desideri di vendetta, e, una volta che questi siano stati espressi, a guardare ciò che più conta, a rimanere fedeli e coerenti a quella giustizia che abbiamo scelto di seguire, a cui vogliamo appartenere.

E allora anche la rabbia si trasforma in un inno di lode, una lode fondata sulla certezza che Dio «libera la vita del povero», e che ciò che viene falsamente e ipocritamente camuffato come una «giusta» presa di posizione di massa, prima o poi si manifesterà nella sua inconsistenza e falsità.

Di coloro che accusavano Geremia proprio perché osava parlare «diversamente» della situazione politica-sociale del suo tempo non si ha memoria, ma di questo profeta «maledetto» sì; ancora oggi il suo coraggio, la sua lucidità e la sua libertà di pensiero e di parola sono una «luce» e un esempio per chi pensa che non si debba avere paura dei «social», dei «non-like», degli insulti di coloro che magari, fino a qualche tempo prima, mostravano di essere grandi sostenitori.

Per non concludere, ma aprire a una riflessione: alla fine la storia ci dice che i contemporanei di Geremia, che sostenevano l’Egitto come l’unica vera possibilità di salvezza per il Regno di Giuda, un regno che non sarebbe mai stato distrutto, avevano torto e Geremia, che non vedeva altra alternativa che arrendersi ai Babilonesi, aveva ragione. Gli uni vedevano nei Babilonesi la minaccia da combattere, Geremia invece vedeva il loro arrivo come una conseguenza inevitabile di una situazione di corruzione, infedeltà già presente intorno a lui e che si manifestava in incapacità di discernimento, di visione e, soprattutto, in rinnegamento, perdita di conoscenza, di quell’unico Dio che solo è Verità.

IL REGNO

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sabato 4 ottobre 2025

UN ANIMO RETTO


La rettitudine è un modus vivendi che richiede una costante vigilanza e consapevolezza interiore di quanto si dice, si fa e si pensa




 XXVII domenica del tempo ordinario 

Ab 1,2-3; 2,2-4; Sal 94 (95); 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10

 Commento di Ester Abbattista

 La prima lettura di questa domenica, tratta dal profeta Abacuc, è di un’attualità impressionante. L’incipit è un grido di dolore quasi disperato: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese».

Scrivo «quasi disperato», perché il fatto stesso che tale grido venga rivolto a Dio è segno che ancora una speranza c’è, che la possibilità che «qualcuno» intervenga» è ancora viva. Dall’altra parte, però, in tale grido vi è anche un’accusa: «Perché resti spettatore dell’oppressione?».

C’è dunque una situazione di violenza, ci sono oppressi e oppressori, e a volte è davvero difficile fare un distinguo tra di essi; perché se è tipico della violenza opprimere, è anche vero che l’oppresso può a sua volta rispondere con la violenza, scatenando così lo straziante dilemma di dove inizia e dove finisce la sottile linea tra legittima difesa e aggressione: anche l’oppresso può rischiare di divenire oppressore. In questo intreccio così complesso, che spesso le situazioni di violenza portano con sé, si alza il grido verso Dio: «Perché non intervieni?».

E, come sempre, la risposta di Dio è spiazzante, proprio perché invita a guardare la realtà da un punto di vista «altro», si potrebbe dire dall’alto e, in questo caso, ancor meglio, dalla «fine»: «Il Signore rispose e mi disse: “Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”».

Ci sono due elementi importanti in questa risposta di Dio: «l’animo retto» e il fatto che «il giusto vivrà per la sua fede». Ora, riguardo al primo elemento, chi è colui/colei che ha un animo retto? Tutti sono brave persone; tutti, chi più chi meno, cercano di essere retti, ma di fatto più si è retti e più ci si accorge di non esserlo del tutto. Faccio un esempio per chiarire: più polvere c’è su di un tavolo e più non è possibile accorgersi di altra polvere che sopraggiunge, ma se il tavolo è ben spolverato ecco che il granello di polvere che vi si deposita è subito visibile.

La rettitudine è un modus vivendi che richiede una costante vigilanza e consapevolezza interiore di quanto si dice, si fa e si pensa: più tale «vigilanza» è attiva e più si percepisce ciò che non è retto, si percepiscono i propri limiti, la necessità di un cammino continuo che non porterà mai definitivamente alla meta di «un animo retto». Tutto questo per dire che se la speranza di salvarsi si basa sul livello di rettitudine, è una speranza assai vana. Ma c’è l’altro elemento che controbilancia e mantiene, invece, viva questa speranza: la fede. Quella fede che, direbbe Paolo, ci rende giusti (Rm 5,1) e, come dice il profeta Abacuc, ci farà vivere.

«Fino a quando, Signore?». La fede, a stento visibile come un granello di senape, ma allo stesso tempo potente come la forza evangelica capace di sradicare, spostare e piantare un albero in un luogo così inadatto come il mare, ci insegna che tutto ha un termine, che il male per quanto orribile e terribile ha già un termine, è di per sé finito, limitato. Anche se produce morte e distruzione, non è eterno e soprattutto non ha l’ultima parola; l’orizzonte è un altro e solo la fede può aprirci il varco per contemplarlo già ora, già qui.

Bisogna allora passivamente attendere questa fine? Magari diventando giorno dopo giorno insensibili al male, alla violenza, all’oppressione? No, ma tutto questo ci dovrebbe stimolare a volgere lo sguardo in alto per guardarci veramente dentro, per diventare sempre più sensibili di fronte a quel granello di polvere che ci portiamo dentro, imparando così a entrare nella complessità della nostra realtà, che non è mai del tutto bianca o del tutto nera, in cui l’oppresso e l’oppressore non sono sempre delle parti così distinte e nette, e imparando ad accogliere quella giustizia che produce vita proprio perché promuove la vita; allora «Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo» (Sal 85,12).

 Il Regno

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sabato 13 settembre 2025

SALVI NELLA CROCE

 

Esaltazione della santa croce

Nm 21,4b-9; Sal 77 (78); Fil 2,6-11; Gv 3,13-17


Commento di Ester Abbattista

Il Vangelo di questa domenica ci mette di fronte alla realtà della vita. Come per gli Israeliti nel libro dei Numeri, l’esperienza del vivere non è semplice e nemmeno «leggera». E questo vale per tutti; certo ci sono situazioni estreme, persone che sperimentano sulla propria pelle il dolore, la sofferenza di guerre, carestie e catastrofi naturali come terremoti o inondazioni. Ma anche per chi è «risparmiato» da tali sciagure «la fatica» del vivere si presenta in tutta la sua complessità.

Per quanto possiamo sentirci sicuri economicamente, sappiamo che il denaro non è tutto, e soprattutto non garantisce serenità e benessere profondo; alla fine tutti ci ritroviamo a dover fare i conti con la nostra morte, con la fine della nostra esistenza, e il fatto di avere o meno denaro si riduce all’unica differenza che rimane possibile: una bella e lussuosa bara o un sacco di plastica se non la semplice nuda terra.

Mi viene sempre in mente una persona che ho incontrato diversi anni fa: era una persona economicamente benestante, aveva realizzato un’impresa solida e di successo ma, mi aveva confidato, aveva paura di morire. Era questo il suo dramma interiore che non gli dava pace: la paura della morte. Per sopravvivere a tale paura cercava qualsiasi cosa che gli avrebbe potuto prolungare la vita, era andato persino diverse volte in Cina per acquistare un certo tipo di bacche che avrebbero avuto la caratteristica di procurare longevità. Non so se questa persona sia oggi ancora in vita o meno, ma mi è rimasto dentro il suo disperato desiderio di essere salvato dalla morte, il desiderio di una salvezza che il suo denaro non poteva comprare.

Un tempo, fin quando si era giovani la morte sembrava essere una cosa lontana, che riguardava gli altri, i «vecchi» o i pochi sfortunati che per un incidente o una malattia cadevano prima lungo il percorso. Questa però è l’esperienza di chi giovane non lo è più; non credo, infatti, che oggi per i giovani sia ancora così. Non conosco le statistiche dei suicidi giovanili, ma ci sono alcuni indizi che mi fanno pensare che anche per i nostri giovani il limite della morte stia diventando un problema da «anestetizzare», a volte proprio suicidandosi, magari on-line per sopravvivere per sempre nella rete.

Ritornando quindi alla «fatica del vivere» da cui nessuno è esente, ciò che emerge è proprio la fragilità di questa vita, dove non basta avere da mangiare, dove, come i serpenti nel deserto, tutto ci causa insicurezza, vulnerabilità, dolore. Per far fronte alle insidie del deserto Mosè, per ordine di Dio, costruisce un serpente di bronzo appeso a un palo: guardare quel serpente significa essere salvati dai morsi dei serpenti veri.

Questa immagine viene ripresa poi nel Vangelo dove il «serpente innalzato» è Gesù stesso morto in croce. E anche in questo caso l’invito è lo stesso: alzare gli occhi, guardare e credere. Non si tratta di una magia o di un qualcosa di miracoloso, ma di un cambio paradigmatico di visione non tanto esteriore quanto interiore. Non basta infatti alzare gli occhi, lo sguardo, ma ciò che fa la differenza è proprio «credere» che quel serpente di bronzo, che quel Gesù crocifisso, faccia la differenza.

Cerchiamo dunque di capire in che cosa consiste questa differenza. Prima di tutto va forse sottolineato che in entrambe le scene, sia quella nel deserto con Mosè e i serpenti che in quella del crocifisso, non viene annullato il pericolo, l’origine e la minaccia di quel male mortale. I serpenti non spariscono dalla scena, così neanche i soldati romani e chi con loro ha permesso la crocifissione di Gesù, Pilato in primis. Non viene annullata la fragilità della condizione umana, la vulnerabilità e la fatica del vivere che essa comporta, ma ancora di più non viene annullata la morte; ciò che avviene è un cambiamento di prospettiva, potremmo dire di «piano di visione», che proietta chi guarda in una dimensione diversa, una dimensione di salvezza.

La fede in definitiva è proprio questo: credere, essere capaci di aprirsi a una dimensione che, pur appartenendo a questa realtà, l’attraversa, la supera, la «squarcia» e permette di cogliere quel barlume di luce che morte non conosce. L’esperienza di quella luce trasforma gli ambiti ristretti della vita, non elimina il dolore, la fatica, la morte, ma àncora il proprio sguardo verso quell’«oltre» che questa stessa realtà racchiude.

È proprio vero che la morte è il limite invalicabile della vita, la fine del tutto? Se sì, allora è bene che il nostro sguardo sia rivolto in basso, facendo attenzione ai serpenti che attanagliano i nostri piedi nella speranza che il loro morso ci colga il più tardi possibile; se no, certo cercheremo sempre di evitare i serpenti, ma cercheremo soprattutto di tenere lo sguardo rivolto verso quella luce, lasciando che il nostro cuore si colmi di quel respiro di speranza che riempie di senso questa nostra «fatica» di vivere.

IL REGNO

Immagine: Pieter Degrebber, Mosè e il serpente di bronzo

sabato 30 novembre 2024

ATTESA e SPERANZA


Risollevatevi  
e alzate il capo»


Prima domenica di Avvento

Ger 33,14-16; Sal 24 (25); 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

 Commento di Ester Abbattista*

 Con questa domenica inizia il tempo di Avvento e anche un nuovo anno liturgico, l’anno C, in cui sarà il Vangelo di Luca ad accompagnarci nelle riflessioni domenicali.

Come per domenica scorsa, anche il testo di questa domenica non è tra i più semplici, proprio per il suo stile apocalittico a cui non siamo più così abituati. Lo erano di più i primi lettori del testo evangelico, che coglievano in quelle parole un messaggio di speranza e l’annuncio di un imminente ritorno del Signore: l’arrivo glorioso di un re universale, circondato dalle sue schiere angeliche, che, venuto dal cielo, ristabilisce la giustizia e la pace.

L’attesa di questa venuta, inoltre, proprio secondo il testo di Luca, non è qualcosa di passivo, ma implica una partecipazione attiva: «Risollevatevi e alzate il capo». In questo modo ciò che sembra essere catastrofico in realtà si rivela vitale: la speranza può rinascere perché quello che si sta avvicinando non ha più nulla di spaventoso: «Perché la vostra liberazione si avvicina».

 La salvezza attesa

L’idea è che la salvezza attesa, che la prossima venuta realizzerà in pieno, è una liberazione personale e sociale, il rinnovamento del corpo e dell’anima, la fine di ogni iniquità e oppressione, l’instaurazione della giustizia e della pace e, non in ultimo, il capovolgimento di ogni realtà di male e di morte. E a tutto questo bisogna prepararsi fin da ora: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso».

Se tutto questo poteva essere percepito come un futuro immediato subito dopo la morte e risurrezione di Gesù e nei primi anni di vita del suo movimento – che fin dagli inizi aveva assunto un carattere missionario espandendosi in tutto il Mediterraneo –, con il passare dei decenni, dei secoli, finisce con l’essere percepito molto poco o forse per nulla.

Il cosiddetto ritardo della parusia, cioè del ritorno del Messia glorioso e dell’instaurazione definitiva del regno di Dio, ha avuto un effetto di «declino» sulla dimensione dell’attesa/speranza da parte dei credenti, il cui orizzonte non è più proteso verso il compimento, la definitiva venuta, la pienezza, ma verso il prossimo presente, spesso e volentieri appesantito da uno sguardo rivolto verso il basso, incapace di guardare un «oltre» al di là del proprio confine; che si tratti di un confine relativo alla propria persona o alle proprie categorie di giudizio o, addirittura, alle proprie «verità di fede».

Persino l’Avvento, questo tempo liturgico che dovrebbe ricordare al credente la definitiva venuta del Signore e risvegliare così la dimensione dell’attesa e della vigilanza, si è ormai ridotto, nella convinzione di tanti, a un semplice preludio alla festa del Natale. Un Natale visto non più come il segno storico della prima venuta, di cui far memoria proprio perché fondante l’attesa del compimento e della definitiva venuta, ma come un evento in sé, concluso e, purtroppo, ormai sradicato dal suo contesto storico-religioso, ridotto a mero strumento ideologico o ad appuntamento consumistico.

Alzare lo sguardo

In realtà anche oggi, come in ogni momento della storia, abbiamo bisogno di alzare lo sguardo e di recuperare questa dimensione della vigilanza, proprio perché è questo il respiro vitale che può alimentare la nostra fede e allargare i confini dei nostri orizzonti, dei nostri giudizi e delle nostre scelte, ricevendo e accogliendo quel coraggio di cui abbiamo tanto bisogno.

L’Avvento, dunque, come tempo di speranza e di attesa, è un tempo santo, che ci ricorda l’«oltre» di Dio, che spalanca davanti a noi l’ultimo e definitivo orizzonte non solo della nostra vita e della nostra realtà, ma di tutte le vite e della storia dell’umanità, tutta intera.

Come postilla, una riflessione su queste due parole: attesa e speranza. In ebraico attendere e sperare sono uniti insieme da un’unica radice verbale, proprio perché non si può sperare in qualcosa se allo stesso tempo non la si attende, e non si può attende qualcosa se non si spera che avvenga.

 L’Avvento, allora, ci ricorda proprio questo: la fede è uno sperare/attendere che si basa su una certezza: il Messia, il Salvatore del mondo, è venuto e verrà in pienezza.

 *Biblista, Facoltà Teologica del Triveneto

 Il Regno

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