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sabato 17 gennaio 2026

IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

martedì 26 agosto 2025

SAPER DIRE NO

 


C'era una volta

 la parola “no”

 per educare 

i nostri ragazzi




-        - di Lello Ponticelli 

 

«La violenza è fuori controllo». «I ragazzi… non sanno controllare i propri impulsi». La parola «controllo», a lungo considerata quasi una cattiva parola da una certa cultura pedagogica, sta tornando in uso. Tra i più attenti, c’è chi riconosce la necessità di recuperarla nel vocabolario pedagogico insieme ai «no» da pronunciare e ai «limiti» cui allenare. Il paradosso è che, contemporaneamente, nella quotidianità, si annidano dinamiche di ipercontrollo, per certi aspetti esagerate, manipolative, quando non patologiche e incattivite.

Tanti genitori rifiutano di dare regole esplicite e limiti motivati ai loro figli – persino in età infantile – ma esercitano il controllo attraverso le tecnologie o finiscono per intervenire all’improvviso, a gamba tesa, quando i figli son già grandi, illudendosi di recuperare ciò cui avevano abdicato. Ragazzi, giovani e adulti, soprattutto maschi, aborriscono qualunque limite alle loro scelte, ma pretendono di esercitare controllo e potere sulle loro compagne, fino alla violenza psicologica e fisica, quando esse non ne accettano più la condotta.

«Ci sono denominatori comuni, in quest’aggressività violenta, armata e assassina contro le donne? E, più in generale, nel crescendo di violenza fisica e di indifferenza morale che caratterizza molti comportamenti dei giovani? – si chiede la dottoressa A. Graziottin –. Il primo denominatore – afferma – è la carenza educativa a controllare gli impulsi. Molti studi scientifici confermano che negli ultimi decenni la progressiva latitanza educativa, dei genitori prima, e poi della scuola, ha rallentato in modo evidente la capacità di controllare l’impulsività». Ma, senza generalizzare, alcuni psicologi ridicolizzano o colpevolizzano un’educazione all’autocontrollo, o esercitano pavidamente il silenzio del politicamente corretto.

Anche nella comunità ecclesiale si riscontra il timore che l’esercizio della vigilanza e del controllo – proprio del servizio dell’autorità – venga percepito come autoritarismo o attaccamento al potere, e talvolta si rinuncia alla responsabilità di non lasciar peggiorare situazioni che avrebbero, a monte, promettenti margini di recupero. Con troppa facilità è stata stigmatizzata ogni forma di controllo, dandole solo accezione negativa, confondendola con la repressione, sviluppando quasi un’allergia all’esercizio della funzione educativa della vigilanza. Non ho la risposta alle sfide poste dalle situazioni accennate e da altre ancòra, ma non posso evitare di chiedermi se siamo onestamente disposti a fare autocritica, esplorare un rimedio senza polarizzazioni, estremismi, senza cercare capri espiatori; se siamo pronti a trasformare tutto ciò in occasione di crescita anziché regressione; ad interrogarci sul significato vero dell’educazione; a promuovere pratiche pedagogiche che accompagnino a sviluppare una matura capacità di autocontrollo e autodisciplina, sul piano personale e collettivo.

È fondamentale – già dall’infanzia – accompagnare a riconoscere, assumere, sopportare frustrazioni e limiti, ad agire secondo ragione e valori attinti da esempi costruttivi e credibili. Mi sembra alquanto ipocrita stracciarsi ogni volta le vesti di fronte a condotte improntate all’impulsività, agli esiti drammatici di un «no», di una qualsivoglia limitazione, senza verificare con onestà e attenzione le premesse culturali e pedagogiche spesso “ideologizzate”, miste, magari, a debolezza affettiva e immaturità personali.

Sacerdote, psicologo-psicoterapeuta

www.avvenire.it 

Immagine

sabato 11 novembre 2023

SIATE PRONTI


 *XXXII Domenica del Tempo ordinario - Anno A *

VANGELO - 

Commento di Ermes Ronchi

«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. (...) Nessuno dei protagonisti della parabola è esemplare: non lo sposo che esagera nel ritardo, non colui che sbarra la porta, neppure le 5 ragazze sagge ma dure. Eppure, è così bella l’immagine d’avvio: dieci piccole luci nella notte, aria di festa, gente che si mette in cammino, esce nel buio e va incontro.

Il Regno di Dio è simile a un incontro, è come attendersi un po’ d’amore dalla vita, un po’ di bellezza e un abbraccio in fondo alla notte. Suggestione di una scena notturna: dieci lampade accese, una costellazione in cammino, uno spicchio di cielo rovesciato sulla terra.

Dieci cuori “come lucciole nell’alto buio” (Turoldo), che sfidano la notte, sfidano il ritardo del sogno, armati solo di una piccola luce. “E si addormentarono tutte...

” Ed ecco lo scatto in alto, l’inatteso del racconto: una voce a mezzanotte, capace di risvegliare alla vita: ecco lo sposo! Il conforto di sapere che in ogni notte, in ogni abbandono e stanchezza, una voce verrà a svegliarci dalla vita sonnolenta. L’abbiamo sentita tutti: è stato un amico, potrei dirvi il nome; o un libro, posso dirvi il titolo; forse un salmo pieno di pathos, di stelle, di grida; un “beati voi”, in piedi, in cammino, voi miti, puri, limpidi, poveri, buoni, riaccendete il cuore. Forse una carezza, ma vera...

Secondo colpo di scena: cinque ragazze hanno finito l’olio. Cosa sia quest’olio misterioso il vangelo non lo spiega. Ci può aiutare la poesia: “la fede è ciò che arde” (Ch Bobin), “la vita xe fiama” (Biagio Marin), “una multanime fiamma” (Clemente Rebora).

Le ragazze ce l’avevano l’olio a casa, ma non l’hanno preso con sé: una risorsa sprecata, energia inutilizzata... Così accade quando non offriamo energie alte alla nostra vita: siamo fatti per incontrare, per una festa, uno sposo, un amore, una pienezza, una bellezza. E allora dà fondo alle risorse che hai, versa un rabbocco nei tuoi piccoli o grandi vasi...

Ai giovani, ai vergini della vita, a tutti, la parabola suggerisce: preparati bene, preparati a cose grandi: a diventare padre, madre, amico, sposo, luce ai passi di qualcuno, piccolo samaritano buono. Riempi con intelligenza i piccoli vasi della tua esistenza, vivi con attenzione il tuo capitale di relazioni, così da saper vedere il bello quando arriva e abbracciarlo. Ciò che ti attende è grande: molta vita, molta gente, molta bellezza e creatività, occhi come stelle, dare una mano a Dio che continua a creare.

Non lasciar spegnere la fiamma delle cose. Colui che tarda verrà, voce che risveglia, porta che si apre, vaso riempito fino all’orlo, lo splendore di un abbraccio in fondo alla notte... 

E tu non temere, alla fine sarà Lui, lo Sposo, a varcare la notte.

 (Letture: Sapienza 6,12-16; Salmo 62; Prima Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13)

Alzogliocchiversoilcielo

giovedì 15 dicembre 2022

VIGILARE PER NON SBAGLIARE

Vigiliamo sempre 

sul nostro cuore

 perché il male

 sa travestirsi da angelo

 All'udienza generale Francesco approfondisce il tema del discernimento parlando dell'aspetto della vigilanza: non bisogna lasciarsi prendere da eccessiva sicurezza ma custodire con costanza l'interiorità, perché il demonio sa bussare con cortesia alla porta dell'anima per poi prenderne possesso. "E la mondanità spirituale va sempre in questa direzione"

- di Tiziana Campisi – Città del Vaticano

 

È un atteggiamento essenziale la vigilanza, perché “tutto il lavoro fatto per discernere il meglio e prendere la buona decisione non vada perduto”. Francesco lo sottolinea nel consueto appuntamento del mercoledì con i fedeli, all’udienza generale, nell’Aula Paolo VI. Per la sua dodicesima catechesi sul discernimento il Papa sceglie il tema della vigilanza, affrontandolo dopo aver parlato nelle scorse settimane dell’esempio di Sant’Ignazio di Loyola, degli “elementi del discernimento – cioè la preghiera, conoscere sé stessi, il desiderio e il ‘libro della vita’” – e ancora della desolazione e della consolazione.

Il buon discepolo è vigilante

“Giunti alla conferma della scelta fatta”, c’è il rischio che “il Maligno, possa rovinare tutto, facendoci tornare al punto di partenza, anzi, in una condizione ancora peggiore”, spiega Francesco, e allora “è indispensabile essere vigilanti” affinché “il processo di discernimento vada a buon fine e rimanga”.

Nella sua predicazione Gesù insiste molto sul fatto che il buon discepolo è vigilante, non si addormenta, non si lascia prendere da eccessiva sicurezza quando le cose vanno bene, ma rimane attento e pronto a fare il proprio dovere.

Il Papa evidenzia che è questo “l’atteggiamento ordinario da tenere nella condotta di vita, in modo che le nostre buone scelte, compiute a volte dopo un impegnativo discernimento, possano proseguire in maniera perseverante e coerente e portare frutto”. "Vigilare per custodire il nostro cuore e capire cosa succede dentro".

L’insidia dello spirito cattivo

Se manca la vigilanza, c’è un pericolo di ordine spirituale di cui tener conto: è l’“insidia dello spirito cattivo”, che aspetta il momento in cui “siamo troppo sicuri di noi stessi": "Sono sicuro di me stesso, ho vinto, adesso sto bene". E invece è quel momento che lo spirito maligno aspetta, avverte Francesco. Capita che ci si distrae, non si è desti o si perde “l’umiltà di custodire il proprio cuore” e allora “lo spirito cattivo può approfittarne” vanificando le buone decisioni scaturite dal discernimento.

Dobbiamo custodire sempre la nostra casa, il nostro cuore e non essere distratti e andare… perché qui è il problema ...

La presunzione di essere a posto

Quella condizione interiore paragonabile ad una casa bella, elegante, ordinata e pulita, "la casa del cuore", dopo un buon discernimento, può essere danneggiata se non la si custodisce, se per paura di rovinarla si finisce col non accogliere più nessuno, non invitare “i poveri, i senza tetto, quelli che disturbano”.

Una cosa è certa: qui c’è di mezzo il cattivo orgoglio, la presunzione di essere giusti, di essere bravi, di essere a posto. Tante volte sentiamo uno: “Sì, io ero cattivo prima, mi sono convertito e adesso, ora la casa è in ordine grazie a Dio, e stai tranquillo per questo…”. Quando confidiamo troppo in noi stessi e non nella grazia di Dio, allora il Maligno trova la porta aperta. Allora organizza la spedizione e prende possesso di quella casa.

I "demoni educati"

Ci sono "i demoni educati", precisa il Pontefice, quelli che entrano nel cuore senza che il padrone se ne accorga.  

Entrano senza che tu te ne accorga, bussano alla porta, sono cortesi. “No va bene, vai, vai, entra…” e poi alla fine comandano loro nella tua anima. State attenti a questi diavoletti, a questi demoni… il diavolo è educato, quando fa finta di essere un gran signore, no? Perché entra con la nostra per uscirne con la sua. Custodire la casa da questo inganno, dei demoni educati. E la mondanità spirituale va per questa strada, sempre.

La mancanza di vigilanza porta ad essere vinti nelle battaglie, precisa Francesco, "tante volte, forse, il Signore ha dato tante grazie", ma "non siamo capaci di perseverare in questa grazia e perdiamo tutto, perché ci manca la vigilanza".

Non abbiamo custodito le porte. E poi siamo stati ingannati da qualcuno che viene, educato, e si mette dentro e ciao…il diavolo ha queste cose.

Il demonio sa travestirsi da angelo

L’invito del Papa è a ripensare ciascuno alla propria storia personale, perchè "non basta fare un buon discernimento e compiere una buona scelta", "bisogna rimanere vigilanti, custodire questa grazia che Dio ci ha dato, ma vigilare".

Perché tu puoi dirmi: “Ma quando io vedo qualche disordine, me ne accorgo subito che è il diavolo, che è una tentazione…” sì, ma questa volta viene travestita da angelo: il demonio sa travestirsi da angelo, entra con parole cortesi, e ti convince e alla fine è la cosa peggiore dall’inizio… Bisogna rimanere vigilanti, vigilare il cuore. Se io domandassi oggi ad ognuno di noi e anche a me stesso: “Cosa sta succedendo nel tuo cuore?”. Forse non sapremo dire tutto: diremo una o due cose, ma non tutto.

La vigilanza segno di umiltà

A conclusione della sua catechesi, Francesco esorta ancora a vigliare il cuore, "perché la vigilanza è segno di saggezza, è segno soprattutto di umiltà", "che è la via maestra della vita cristiana".

 Vatican News

 

 


venerdì 9 dicembre 2022

VIGILARE L'ISTANTE


* L’attesa della venuta del Signore Gesù *

- di p. Giuseppe Oddone *

Tutto il periodo iniziale dell’anno liturgico con le celebrazioni dell’Avvento e del Natale è caratterizzato dall’attesa e dalla gioia dell’incontro con il Signore Gesù.

Se le prime parola della Bibbia sono “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen.1, 1), le ultime parole, prima del saluto conclusivo, sono “Sì, verrò presto! Amen. Vieni Signore Gesù!” (Ap. 22,20).  Per la nostra fede tra l’inizio della creazione ed il ritorno di Gesù Crocifisso e Risorto è racchiusa la storia dell’universo, dell’umanità, della Chiesa, di ogni persona credente o non credente.

Siamo davvero cristiani se attendiamo Qualcuno, aspettiamo un incontro e viviamo nell’attesa per cogliere il Suo passaggio e la Sua presenza nelle vicende della vita quotidiana. La vigilanza è la virtù tipica di chi vive di fede, di chi ha il presentimento e la certezza che il Signore davvero incrocia le strade della vita; essa si fonde con l’attesa, con la leggerezza e la giusta valutazione delle cose, con l’audacia ed il coraggio, con la preghiera ed una positiva tensione interiore.

Nell’Avvento riviviamo in particolare l’attesa della venuta storica di Gesù. Modello di questa attesa è sopra tutti la Vergine Maria: in Lei rivive tutta la storia di Israele che aspetta il suo Salvatore, rivivono la speranza di Abramo e dei Patriarchi, il cammino di Mosè che guida il popolo alla terra promessa, l’ardore e la certezza dei profeti, la pietà dei poveri fiduciosi nel Signore. E’ Lei il fiore più bello di Israele, il giglio delle nostre vallate, l’aurora che annuncia il giorno di Dio, la stella del mare che indica una meta ed un porto a quanti sono smarriti nella tempesta.

Oltre alla venuta storica di Cristo, nato a Betlemme nell’umiltà della nostra carne, morto e risorto a Gerusalemme quando era governatore della Giudea Ponzio Pilato, vi è una venuta intermedia del Signore nella ordinarietà della vita quotidiana: “Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap. 3, 20).  Cristo viene a noi nell’oggi della salvezza attraverso i sacramenti, in particolare l’Eucaristia, preludio del banchetto messianico della fine dei tempi, viene a noi nella Sacra Scrittura e nell’ascolto della sua Parola, ci raggiunge e ci scuote anche negli imprevisti delle nostre vicende terrene. Ogni giorno attendiamo il Signore, come si attende il ritorno di un figlio o il passaggio ospitale di una persona amica.

Gesù, il figlio di Dio verrà anche alla fine dei tempi: prima di tutto alla fine del nostro tempo terreno, chiamati ad un incontro con Lui, quando valuteremo alla luce della Sua misericordia e del Suo perdono tutta la nostra personale vicenda terrena; verrà poi con la sua Parusia, con il suo avvento glorioso alla fine di questo mondo terreno, per instaurare definitivamente il Suo regno, perché è Lui l’alfa e l’omega, il principio, il centro e la fine di tutta la storia.

Vorrei illustrare questa attesa di Gesù che è venuto nella storia, che viene con la sua grazia nella vita quotidiana per prepararci alla sua definitiva venuta alla fine del nostro tempo, con una vibrante poesia di Clemente Rebora (1885-1957), posta al termine della sua raccolta poetica “Canti anonimi”, pubblicata nel 1922, anni prima della sua conversione per così dire ufficiale alla fede cristiana nel 1929, e del suo ingresso nella congregazione fondata da Antonio Rosmini (1930) e della sua ordinazione sacerdotale (1936).

La poesia è ritenuta uno dei più alti canti religiosi della letteratura del Novecento. L’autore è chiuso in una stanza pressoché buia, ma tutto il suo corpo è in tensione interiore (teso è un aggettivo particolarmente caro a Rebora) per un evento, per l’arrivo misterioso di Qualcuno. Egli pertanto, come le vergini sagge del Vangelo che attendono lo sposo, “vigila l’istante”. Nel buio della stanza, simbolo della sua inquietudine interiore, balena una luce (“nell’ombra accesa”); gli pare che il campanello della porta emetta un suono impercettibile, ma profumato e fecondo come il polline, creatore di vita (“un polline di suono”); lo spazio della sua stanza si dilata con stupore come un deserto senza confini. Eppure – e lo ripete tre volte – non aspetta nessuno di questo mondo, ma ha il presentimento che Qualcuno verrà davvero nella sua vita.

L’Ospite verrà (lo ripete sei volte nella seconda parte della poesia), se egli sarà capace di resistere nell’attesa e sboccerà come un fiore nella sua anima: era dunque Lui che spandeva un polline di suono. Sarà un incontro misterioso ed improvviso, che porterà il perdono e la vittoria sul peccato e sulla morte, il tesoro della grazia e dello Spirito, il ristoro umanamente impensabile della sua sofferenza e di quella di Cristo stesso crocifisso.

Verrà dunque, ma forse è già lì con il suo “bisbiglio”, con il suo invito a captare la sua leggerissima voce con il raccoglimento ed il silenzio interiore.

Dall’immagine tesa

vigilo l’istante

con imminenza di attesa –

e non aspetto nessuno:

nell’ombra accesa

spio il campanello

che impercettibile spande

un polline di suono –

e non aspetto nessuno:

fra quattro mura

stupefatte di spazio

più che un deserto

non aspetto nessuno.

Ma deve venire,

verrà, se resisto

a sbocciare non visto,

verrà d’improvviso,

quando meno l’avverto.

Verrà quasi perdono

di quanto fa morire,

verrà a farmi certo

del suo e mio tesoro,

verrà come ristoro

delle mie e sue pene,

verrà, forse già viene

il suo bisbiglio.

E’ davvero una bella poesia che stimola a “vigilare l’istante”, ossia ad una intensa vita interiore, perché il Signore viene realmente.

Ma senza questo atteggiamento spirituale la venuta storica di Gesù nel Natale, la sua venuta nella Grazia e nell’imprevisto lieto o triste della vita quotidiana, la sua venuta gloriosa alla fine del nostro tempo e della storia non vengono avvertite e rimangono solo un avvenimento esterno che non commuove e non interessa. Non avvenga per noi che la porta del nostro cuore rimanga chiusa per l’Ospite che tocca il campanello della nostra anima e spande un “polline di suono” invitandoci ad accoglierLo!


*Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC



 

 




sabato 26 novembre 2022

SEMPRE PRONTI


 – Dal Vangelo secondo Matteo 
- Mt 24,37-44

 -In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

 - Commento al Vangelo di domenica 27 Novembre 2022 - di p. Ermes Ronchi

Nel grembo del mondo lievita una vita nuova

Come nei giorni che precedettero il diluvio, mangiavano e bevevano e non si accorsero di nulla… i giorni di Noè sono i giorni ininterrotti delle nostre disattenzioni, il grande peccato: «questo soprattutto perdonate: la mia disattenzione» (Mariangela Gualtieri).

Al vertice opposto, come suo contrario, sull’altro piatto della bilancia ci soccorre l’attenzione «che è la preghiera spontanea dell’anima» (M. Gualtieri).

Avvento: tempo per essere vigili, come madri in attesa, attenti alla vita che danza nei grembi, quelli di Maria e di Elisabetta, le prime profetesse, e nei grembi di «tutti gli atomi di Maria sparsi nel mondo e che hanno nome donna» (Giovanni Vannucci).

Avvento è vita che nasce, a sussurrare che questo mondo porta un altro mondo nel grembo, con la sua danza lenta e testarda come il battito del cuore. Avvento: quando Dio è una realtà germinante, colui che presiede ad ogni nascita, che interviene nella storia non con le gesta dei potenti, ma con il miracolo umile e strepitoso della vita, con la danza di un grembo, in cui lievita il pane di un uomo nuovo. Dio è colui che invece di porre la scure alla radice dell’albero, inventa cure per ogni germoglio, per ogni hinnon (Salmo 72,17), che è anche nome di Dio.

Due uomini saranno nel campo… due donne macineranno alla mola, una rapita, una lasciata; due soldati saranno al fronte in Ucraina, uno sarà ferito, uno resta incolume…. 

UN SOGNO DI PAROLE IN ATTESA

Matteo ci introduce nell’attesa di un Dio che ha sempre da nascere, incamminato e straniero in un mondo dal cuore distratto, oggi “come ai giorni di Noè, quando non si accorsero di nulla”. E’ questo il Tempo per guardare in alto e più lontano.

Inizia il tempo d’Avvento, quando la ricerca di Dio si muta in attesa di Dio. Con Matteo, prima al soldo dell’impero, poi sedotto da Gesù, ci immergiamo in un sogno di parole chiamato Vangelo. Questo termine, all’origine, non indicava il titolo di un libretto su Gesù, ma identificava una “buona notizia”, l’annuncio di un accadimento felice che attraversava l’impero.

Matteo ci introduce nell’attesa di un Dio che ha sempre da nascere, incamminato e straniero in un mondo dal cuore distratto, oggi “come ai giorni di Noè, quando non si accorsero di nulla”.

È possibile vivere così, da utenti e non da viventi, senza sogni e senza mistero. È possibile vivere senza accorgersi dei volti, ed è questo il grande diluvio che spazza via tutto! I giorni di Noè sono i miei, quando dimentico che il segreto della vita è oltre me, e placo la fame di cielo con larghe sorsate di terra, senza più pensare in grande, senza sognare più pace e giustizia per me e per il mondo.

È possibile vivere senza neppure accorgersi di chi ti sfiora in casa e ti parla; senza spingere l’orizzonte un po’ più in là, un po’ più in alto, indifferenti ai barchini di Lampedusa, al pianeta umiliato, alla casa comune depredata e avvelenata. Si può vivere senza vedere i volti dei popoli in guerra, come sotto anestesia.

Avvento, tempo di strade

L’Avvento che inizia è invece un tempo per accorgerci, come madri in attesa, che germogli di vita crescono e si arrampicano in noi.

Tempo di strade è l’avvento, quando il nome di Dio è “Colui-che-viene”, Dio che cammina a piedi nella polvere della strada, sui passi dei poveri e dei migranti, camminatore dei secoli e dei giorni. E’ questo il Tempo per guardare in alto e più lontano, per vivere con attenzione a ciò che è dentro di me e con grandi occhi sul mondo. Ma per farlo è necessario rallentare la corsa, questa furia di vivere che ci ha preso tutti.

L’immagine conduttrice è Miriam di Nazaret nell’attesa del parto, incinta di Dio, gravida di luce. Attendere, infinito del verbo amare. Le donne, le madri, sanno nel loro corpo che cosa è l’attesa, la conoscono dall’interno.

Avvento è vita che nasce, a sussurrare che questo mondo porta un altro mondo nel grembo, con la sua danza lenta e testarda come il battito del cuore.

 «Due uomini saranno nel campo, uno sarà preso e l’altro lasciato… perciò anche voi state pronti». Sui campi della vita, ognuno di noi può vivere in modo adulto oppure infantile; uno vive nell’attesa di un mondo nuovo, uno no; uno è dentro il circuito breve della sua pelle, l’altro vive sull’orlo dell’infinito.

Antonio Rosmini morendo affidava a Manzoni le tre parole del suo testamento spirituale: tacere, adorare, godere.

Tacere, non per amore del silenzio, ma della sua Parola.

Adorare, per aprire varchi al Signore nel cielo chiuso dei giorni.

Godere, perché la bella notizia del Vangelo ci assicura che la vita è una continua ricerca di felicità, di un Dio regala gioia a chi produce amore.

Sono tre parole, colonne per il tempo d’Avvento, per ogni tempo di chiunque attenda qualcosa.

 

p. Ermes Ronchi 

 

domenica 28 novembre 2021

ALZATE IL CAPO

 SIATE VIGILANTI

Ger 33,14-16; Sal 24; 1Ts 3,12-4,2; Lc 21,25-28.34-36

Commento al Vangelo - 

 L’anno liturgico inizia con l’invito a dare uno sguardo alla storia della nostra salvezza. Il testo di Geremia ci esorta alla fede, cioè alla fiducia nel compimento delle promesse di Dio che ha avuto nella storia come momento culminante la prima venuta del Figlio di Dio “nell’umiltà della nostra natura umana” (prefazio dell’Avvento I). La seconda lettura ci invita alla carità, in cui tutti i credenti siamo invitati a crescere e sovrabbondare nel tempo che ci viene dato vivere in questo mondo. Il brano evangelico parla della meta e traguardo ultimo e definitivo della storia: il ritorno del Figlio dell’uomo, che alla fine dei tempi verrà “con grande potenza e gloria”, e ci esorta ad attenderlo con speranza vigilante, senza turbamento.

 Le immagini e le parole misteriose con cui Gesù descrive il suo ritorno glorioso alla fine della storia sono da interpretare in modo adeguato. Dietro questa descrizione del futuro, che può apparire a prima vista fosca e terrorizzante, bisogna leggere l’attesa di eventi storici che segneranno per sempre la sconfitta definitiva del male e il trionfo ultimo del bene. In questa luce, il ritorno glorioso del Cristo alla fine dei tempi, è da considerarsi un evento non tanto temuto quanto piuttosto atteso, anzi addirittura invocato con speranza dagli oppressi, vittime della malvagità degli uomini, e dall'intero popolo di Dio peregrinante sulla terra. Caratteristico del racconto di san Luca è appunto la speranza nel compimento della salvezza: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Speranza di cui parla anche l’antifona d’ingresso della messa facendo proprie le parole del Sal 24, adoperato inoltre come salmo responsoriale: “A te, Signore, elevo l’anima mia, Dio mio, in te confido…” La nostra speranza poggia sulla fedeltà di Dio, che ha fatto “promesse di bene” (prima lettura).

 Per noi cristiani il tempo è un continuo “avvento”, un ininterrotto venire di Dio. Il Signore viene in continuazione, in ogni uomo e in ogni tempo. Perciò siamo invitati a vegliare e pregare. La vigilanza orante ci rende capaci di discernere i segni e i modi della presenza del Signore. La storia umana non è da concepirsi come un succedersi più o meno caotico di fatti senza significato, ma come il compiersi graduale del “progetto” di salvezza che Dio ha sull’uomo. In questo progetto Dio ha voluto impegnare anche la nostra libertà e quindi la nostra cooperazione. La nostra vita non sfocia nel nulla, nella delusione, ma può avere, se lo vogliamo, una conclusione positiva. Nel brano della seconda lettura, per preparare questo futuro positivo, san Paolo ci stimola a crescere e sovrabbondare nell’amore fra noi e verso tutti per rendere saldi e irreprensibili i nostri cuori e irreprensibili nella santità, “davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi.”  

In questo impegno quotidiano ci è di aiuto l’eucaristia, “che a noi pellegrini sulla terra rivela il senso cristiano della vita”, ed è sostegno nel nostro cammino e guida ai beni eterni (orazione dopo la comunione), nonché “pane del nostro pellegrinaggio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1392). “L’eucaristia è tensione verso la meta, pregustazione della gioia piena promessa da Cristo; in certo senso, essa è anticipazione del paradiso, pegno della gloria futura. Tutto, nell’eucaristia, esprime l’attesa fiduciosa, che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesù Cristo” (Ecclesia de Eucharistia, n. 18).


sabato 13 novembre 2021

DIO E' VICINO. E' ALLE PORTE


-  Dal Vangelo secondo Marco

  Mc 13,24-32

 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

 DIO È ALLA PORTA. VIENE CON UN ABBRACCIO

 Commento di p. Hermes Ronchi

In quei giorni, il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo... L'universo è fragile nella sua grande bellezza, ma “quei giorni” sono questi giorni, questo mondo si oscura con le sue 35 guerre in corso, la terra si spegne avvelenata, sterminate carovane umane migrano attraverso mari e deserti... Ti sembra un mondo che affonda, che va alla deriva? Guarda meglio, guarda più a fondo: è un mondo che va alla rinascita.
Gesù ama la speranza, non la paura: dalla pianta di fico imparate: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l'estate è vicina. Gesù ci porta alla scuola delle piante, perché le leggi dello spirito e le leggi profonde della realtà coincidono.

Ogni germoglio assicura che la vita vince sulla morte.

Imparate dalla sapienza degli alberi: quando il ramo si fa tenero... l'intenerirsi del ramo neppure lo immagini in inverno; il suo ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i piccoli canali è una sorpresa, e uno stupore antico. Le cose più belle non vanno cercate, vanno attese. Come la primavera. E spuntano le foglie, e tu non puoi farci nulla; forse però sì: contemplare e custodire.

Allora voi capite che l'estate è vicina. In realtà le gemme indicano la primavera, che però in Palestina è brevissima, pochi giorni ed è subito estate. Così anche voi sappiate che egli è vicino, alle porte. Dio è vicino, è qui; bello, vitale e nuovo come la primavera del cosmo.

Da una gemma imparate il futuro di Dio: che sta alla porta, e bussa; viene non come un dito puntato, ma come un abbraccio, un germogliare umile di vita. «Il mondo tutto è una realtà germinante» (R. Guardini).
Allora mi sento come una nave, che non è più in ansia per la rotta da seguire, perché sopra di essa soffia un Vento di cielo, e la lampada della Parola è accesa sulla prua della nave.

Passano il sole e la luna, che sono l'orologio dell'universo, si sbriciola la terra, ma le mie parole no, sono un sole che non tramonterà mai dagli orizzonti della storia, dal cuore dell'uomo.

Siamo una generazione lamentosa, che non sa più ringraziare, che ha dissipato i profeti e i poeti, gli innamorati e i buoni. E invece essi sono la parabola, il germoglio, ramo di fico o di mandorlo del mondo salvato. Lo sono qui e ora, sulla terra intera e dentro la mia stessa casa, come germogli buoni, imbevuti di cielo, intrisi di Dio. 

Chi mi vuole bene è lampada ai miei passi.

Guardali bene, una goccia di luce è impigliata in ogni ruga, un grammo di primavera e di futuro ha messo radici in ogni volto. La fede mi ripete che Dio è alle porte, è vicino, è qui, è in loro. «Ognuno un proprio momento di Dio» (D. M. Turoldo).

 

Hermes Ronchi

 

giovedì 7 ottobre 2021

PEDOFILIA. UNA CONVERSIONE RADICALE

 


-         di Giuseppe Savagnone *

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-         Un rapporto terrificante


-         Sono davvero terrificanti i dati del rapporto, pubblicato in questi giorni in Francia da una Commissione d’inchiesta indipendente, da cui risulta che, negli ultimi settant’anni (dal 1950 al 2020), almeno 216.000 minori – di cui l’80% di sesso maschile – sono stati vittime di pedofilia per mano di circa 3.200 preti o religiosi. Il numero delle persone che hanno subito abusi sale a 330.000 se vi si aggiungono coloro che li hanno ricevuti da laici operanti nelle istituzioni ecclesiastiche.

-         Alle 485 pagine del rapporto, commissionato dagli stessi vescovi francesi, hanno lavorato per due anni e mezzo 21 persone. Nel consegnarlo a mons. Eric de Moulins-Beaufort, presidente della Conferenza episcopale francese, il presidente della Commissione, Jean-Marc Sauvé (una personalità autorevole, già membro del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia Ue) ha detto: «Ora tocca alla Chiesa appropriarsene e riprendere la fiducia dei cristiani, ristabilendo anche l’alleanza compromessa con la nostra società». 

-         Da parte sua, mons. Eric de Moulins-Beaufort, ha espresso «vergogna» e «spavento» di fronte all’enormità del fenomeno; poi, rivolgendosi alle vittime, ha detto: «Il mio desiderio, oggi, è di chiedervi perdono, perdono ad ognuna ed ognuno di voi». Anche se non basta il pentimento e si pone adesso il problema di risarcire in qualche modo persone che hanno avuto la vita distrutta o gravemente compromessa da pastori della Chiesa, di cui essi e le loro famiglie si erano fidati. Infatti, come è scritto nel Rapporto e come del resto è intuibile, le conseguenze di queste squallide violenze su chi ne è stato vittima, «sono molto gravi. Circa il 60% degli uomini e delle donne che hanno subito abusi sessuali incontra grossi problemi nella loro vita sentimentale o sessuale».

-         Non sono in gioco i singoli, ma l’istituzione e il suo rapporto col Vangelo

-         Il problema però non è solo di chiedere perdono per gli errori e le colpe del passato. È in gioco il futuro. «Mi aspetto che ci confrontiamo con questo peso, per quanto oscuro possa essere, per poter poi prendere le misure necessarie», ha detto suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi.

-         La prima cosa da fare, in questa direzione, è di non ridurre il problema alla deviazione di un certo numero, per quanto grande, di singoli pervertiti. Già le dimensioni del fenomeno rendono poco plausibile la solita giustificazione secondo cui in ogni comunità ci sono delle “mele marce”, che basta individuare ed eliminare perché tutto torni a posto. Qui è il paniere nel suo insieme che è stato marcio e che deve essere profondamente rinnovato.

-         La Commissione parla di «silenzi» e di «mancanze» della Chiesa,  dinanzi agli atti di pedofilia perpetrati al suo interno, che non sono occasionali, ma presentano un carattere «sistemico». L’istituzione ecclesiastica ha mantenuto, almeno «fino all’inizio degli anni 2000, un’indifferenza profonda, ed anche crudele, nei confronti delle vittime».

-         Questa indifferenza non si può certamente ricondurre a una valutazione troppo permissiva dei peccati sessuali. Soprattutto negli anni che hanno preceduto il Concilio Vaticano II – ma, in certi ambienti, anche dopo, fino ad oggi – il sesso, nella pastorale ordinaria (anche se non nel magistero), è stato spesso guardato con ossessiva attenzione e identificato come l’espressione principale del disordine morale.

-         Una visione certamente unilaterale (basta leggere la Divina Commedia per sapere che i peccati di lussuria, nella tradizione cristiana, non sono affatto i più gravi), che nella fase post-conciliare si è giustamente cercato di ridimensionare.

-         Il punto è che la pedofilia non è tanto espressione di pura e semplice lussuria, quanto di un modo profondamente distorto di vivere la sessualità, che riduce l’altro a puro oggetto – come solo un bambino indifeso può essere – su cui esercitare il proprio dominio violento. Se c’era una espressione del “sesso” che avrebbe dovuto preoccupare i pastori era dunque proprio questa.

-         Anche perché si tratta di uno dei pochi casi in cui Gesù personalmente, secondo i vangeli, si è pronunziato, con estrema durezza: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare» (Mc 9,42).  

-         Che proprio questo peccato sia stato guardato con estrema, colpevole indulgenza, da parte di chi doveva custodire e interpretare fedelmente il messaggio cristiano – a fronte della severità mostrata verso l’universo della sessualità –, è un segno drammatico della distanza che in certi casi si crea tra il Vangelo e la Chiesa istituzionale.

-         I fattori dell’“indulgenza” verso i preti pedofili

-         All’origine di questa “indulgenza” stanno probabilmente diversi fattori. Uno è stato sicuramente il desiderio di insabbiare i problemi, per tutelare un’immagine dell’istituzione ecclesiastica che sarebbe stata incrinata se si fosse dato corso alle denunzie. Da qui la scelta sciagurata di limitarsi a trasferire il presbitero accusato di pedofilia a un altro incarico (magari di cappellano in un collegio religioso di bambini!). Logica che è agli antipodi non solo del Vangelo, ma anche semplicemente del buon senso.

-         Un altro è stato la sottovalutazione della violenza implicita negli atti di pedofilia e la tendenza a confonderla con un eccesso di affettuosità, che si poteva prevenire, per il futuro, con una semplice raccomandazione del vescovo al suo prete di essere più sobrio. Sarebbe bastata una maggiore conoscenza di Freud e dei suoi successori per rendersi conto dell’equivoco.

-         Un altro motivo (e questo rimane fortissimo anche oggi) è stato la scarsità di preti e la necessità di garantire la quantità chiudendo un occhio (ma in certi casi tutti e due) sulla qualità. In nome del servizio da rendere al popolo di Dio, si è dimenticato – e purtroppo ancora si dimentica – che è meglio un presbitero in meno che uno in più, ma corrotto e corruttore.

-         Dietro quest’ultima motivazione sta, peraltro, una visione clericale della Chiesa, che assolutizza la figura del prete caricandola di tutte le responsabilità – da quella di celebrare e amministrare i sacramenti, a quella economico-ammnistrativa, a quella organizzativa… -–e minimizzando il ruolo dei laici, che in moltissimi ambiti potrebbero benissimo sostituirlo. Solo che questa restituzione del presbitero alla sua reale, indispensabile e insostituibile funzione pastorale, ne diminuirebbe il potere, distribuendone l’esercizio a uomini e donne della comunità che opererebbero, pur sempre, sotto la supervisione ultima del parroco, ma con una loro relativa autonomia.

-         Da qui la resistenza, a più di cinquant’anni dal Concilio, del clericalismo e, connessa ad essa, la scarsa incisività nel discriminare, fin dal seminario, chi può svolgere il ministero presbiterale e chi no.

-         Il problema della pedofilia si rivela, così, non solo un dramma morale, ma anche una cartina di tornasole per i ritardi della Chiesa nel ripensare se stessa.

-         L’urgenza di una conversione radicale

-         Nell’immaginario collettivo il punto cruciale di questo ripensamento, di fronte al dramma della pedofilia, dovrebbe essere l’abolizione del celibato dei preti. Premesso che l’ipotesi di una simile riforma non pone alcuna difficoltà di principio – nelle Chiese cattoliche di rito greco ci sono presbiteri sposati –, rimane molto dubbio che essa costituisca una soluzione per il problema specifico della pedofilia. Come dimostra la grande diffusione delle molestie sessuali nei confronti di minori anche all’interno delle famiglie, il pedofilo non cerca semplicemente una soddisfazione sessuale e affettiva (che potrebbe trovare in una moglie), ma è una persona profondamente ferita – spesso proprio per aver subito a sua volta, da piccolo delle molestie –, che scarica su altri i suoi traumi.

-         Più che il matrimonio, ai preti servirebbe una nuova ottica spirituale ed ecclesiale. Giusto chiedere perdono per i peccati del passato, ma l’espiazione di una colpa, come insegna la dottrina cattolica, richiede un sincero pentimento che, a sua volta, implica la conversione. La Chiesa – non solo quella francese – deve forse smetterla di interrogarsi su come annunciare il Vangelo agli uomini e alle donne di oggi e chiedersi come deve cambiare lei, per viverlo più coerentemente.

-         A questo potrebbe servire il Sinodo che sta per aprirsi e che, nel corso di tre anni, coinvolgerà le Chiese di tutto il mondo – il primo anno a livello nazionale, il secondo anno a livello continentale, il terzio a livello mondiale. Senza dire che, per l’Italia, parte un Sinodo della Chiesa italiana che avrà un suo proprio sviluppo, con un biennio di ascolto, un anno di lettura sapienziale dei dati raccolti, uno, infine, proteso alla profezia.

-         “Sinodo” significa cammino fatto insieme. Già sarebbe un segno della conversione di cui si parlava la capacità della Chiesa di mettersi in ascolto delle voci che vengono dal suo interno, ma anche di quelle che dall’esterno la interpellano. Delle voci che, in una logica clericale, non c’è mai il tempo e la voglia di prendere in seria considerazione, anche perché sono “scomode”. Forse da questo ascolto potrà prendere le mosse anche il superamento della ferita profonda della pedofilia dei preti.

 

*Pastorale Cultura Diocesi Palermo

 

www.tuttavia.eu

 

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