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giovedì 2 aprile 2026

SANTA PASQUA - AUGURI

 


E' RISORTO! 

ALLELUJA


Porgo a tutti voi il mio augurio di una lieta e santa Pasqua, accompagnato – ve l’assicuro – dalla mia preghiera.

Con la Pasqua siamo chiamati, noi insegnanti cattolici, ad annunciare e a testimoniare in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni circostanza la Risurrezione di Gesù Crocifisso.

Cristo Risorto viaggia con noi nella traversata della vita, ci esorta a non temere in mezzo alla tempesta, ad avere fede in Lui, unico pane di vita, a ringraziarlo, perché ci ha portato la salvezza. Egli è la nostra pace e ci abbandoniamo a Lui che è sempre con noi anche in mezzo alle difficoltà personali, alla cattiveria, agli errori delle persone, al dramma della guerra.

La consapevolezza di Gesù nel dare la vita per noi

Riflettiamo brevemente con quali sentimenti Gesù ha affrontato la sua passione e morte, perché noi potessimo risorgere con Lui a nuova vita.

Prima di tutto con la sua autocoscienza di essere il Figlio di Dio e l’Inviato del Padre, di essere Dio egli stesso: ma senza rinunciare ad essa ha svuotato per così dire la sua divinità e si è immolato per tutti gli uomini. Con la sua morte e con la sua risurrezione Gesù è consapevole di dare inizio alla sua Chiesa, da lui preparata nella vita terrena con la chiamata degli apostoli e dei primi discepoli; essa inizia il suo cammino raccogliendosi intorno a Maria. Morendo sulla croce e risorgendo Gesù sa di manifestare il suo amore per tutti per salvarli dal peccato, donando la vita eterna. Ognuno di noi può dire: “Il figlio di Dio mi ha amato e dato se stesso per me” (Gal.2,20)

Rinnoviamo l’amore per Dio

La Pasqua è l’occasione per rinnovare il nostro amore per Gesù Cristo nelle vicende della vita e della storia. Lo dico con le parole del nostro poeta Dante, che ci indica quattro doni gratuiti di Dio per cui il cristiano è stimolato ad amarlo con tutto il suo cuore.

In primo luogo l’essere del mondo: esso esiste perché Dio lo ha voluto e lo ha creato per noi; la contemplazione dell’universo in cui viviamo ci deve spingere alla riconoscenza.

Poi l’essere mio, ossia il mio stupore davanti al dono meraviglioso della mia vita, al mistero della mia esistenza, come persona dotata di intelligenza, di volontà, di sentimenti, di sensibilità fisica.

In terzo luogo proprio la morte di Gesù sulla Croce, perché risorgendo ha donato a noi a noi la sua vita immortale.

Infine la speranza della nostra risurrezione finale, della comunione attuale ed eterna con Dio e della risurrezione della nostra persona; la nostra vita presente è valorizzata, già proiettata nella gloria futura.

Il poeta Dante aggiunge poi un altro motivo personale: ha riflettuto a lungo ed è giunto a questa “conoscenza viva” che solo Dio è il vero e sommo bene che può riempire il cuore umano; si è liberato dagli idoli creati dalla passione umana (il mar de l’amor torto) e si è incamminato sulla strada del vero amore.

«Tutti quei morsi (stimoli)
che posson far lo cor volgere a Dio,
a la mia caritate son concorsi:

ché l’essere del mondo e l’esser mio,
la morte ch’el (Gesù) sostenne perch’ io viva,
e quel che spera ogne fedel com’ io,

con la predetta conoscenza viva,
tratto m’hanno del mar de l’amor torto,
e del diritto m’han posto a la riva.

(Par. XXVI, 55-63)

           Ecco pertanto il mio augurio!

           La Santa Pasqua ci riempia di gioia e di stupore per i doni gratuiti di Dio e ci stimoli ad amarlo con tutto il cuore: l’essere del mondo, l’essere mio, la morte di Gesù perché io viva, la speranza della nostra risurrezione e della beatitudine eterna, e la riflessione viva e personale che Dio è il sommo bene che ci crea, ci redime e ci santifica ci facciano uscire dal mare dell’amore distorto e ci pongano sulla riva del diritto e giusto amore!

P. Giuseppe Oddone

Assistente nazionale AIMC

Consulente nazionale UCIIM

 


martedì 13 gennaio 2026

FRANCESCO D'ASSISI


San Francesco d’Assisi 

A 800 anni dalla sua morte




- di P. Giuseppe Oddone*

Il contesto storico

Nel 2026 ricorre l'ottavo centenario del "transito" di San Francesco (1226-2026): è questa un’occasione preziosa per riflettere sulla sua importanza storica, religiosa, letteraria. Egli infatti non appartiene solo al Medioevo; egli è un “uomo per tutte le stagioni”, un santo che ha saputo riparare una Chiesa e una società che stavano perdendo il senso dell'essenziale ed anche oggi continua a proporre un modello di vita individuale e sociale ispirato ai valori del Vangelo.

Francesco nasce e vive (1182-1226), come sta avvenendo anche oggi, in un cambiamento di epoca nel passaggio dalla società e dall’economia feudale a quella mercantile dei Comuni. In un mondo che cominciava a misurare tutto sul denaro e sul possesso, egli sceglie la minoritas, il farsi piccolo per servire Dio e i fratelli. Storicamente, il movimento religioso da lui suscitato rappresenta la risposta più alta alla crisi del suo tempo. Non contesta l'autorità con le armi o con l'eresia distruttiva, ma con la forza della sua testimonianza di vita.

Francesco rimane per i giovani del nostro tempo il modello del pensiero critico, inteso come capacità di abitare il proprio tempo senza farsi omologare dalle logiche di potere e consumo.

La testimonianza religiosa

Religiosamente l'importanza di Francesco risiede nella sua radicale conformità a Cristo e nell’amore a tutta la creazione. Dalla spoliazione davanti al vescovo Guido fino alle stimmate ricevute sulla Verna, la sua vita è uno specchio vivente del Vangelo. Egli ha ricordato al mondo che la santità non è astrazione, ma carne: è baciare il lebbroso, è dialogare con il Sultano in piena crociata, è farsi "piccolo" tra i piccoli, è amare l’universo e tutte le creature. Esorta tutti a vedere nella persona più povera il volto di Cristo. Il Cantico delle creature e la sua importanza letteraria. Tralasciando altri aspetti della vita di Francesco, è importante far risaltare la sua importanza anche nella storia della letteratura italiana. E’ proprio una sua poesia, il Cantico delle creature, il primo testo letterario della nostra lingua: ma esso non è solo una poesia; è una specie di manifesto teologico ed antropologico, una riflessione su Dio, sull’uomo, sulla società, su tutta la creazione. Fu scritto nella primavera del 1225, ma le ultime tre strofe furono aggiunte secondo alcune testimonianze nel 1226 poco prima della sua morte.

Il Cantico nasce in un momento di estrema sofferenza. Francesco è quasi cieco, malato, tormentato dalle piaghe e dalle tensioni interne all'Ordine e si è rifugiato in San Damiano presso Chiara e le sorelle. Eppure, proprio nel buio fisico, scaturisce la lode più luminosa. Non è comunque un testo improvvisato: è la testimonianza di una vita tutta spesa nella lode gioiosa rivolta al Signore e nello stupore di fronte alla bellezza del creato.

La creatività poetica e la speranza religiosa non nascono dall'assenza di problemi, ma da uno sguardo costantemente trasfigurato dalla grazia. Ecco il testo completo: Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione. Ad te solo, Altissimo, se konfàno et nullu homo ène dignu te mentovare. Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore, de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle, in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle. Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dài sustentamento. Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta. Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, et ello è bello et iocundo et robustoso et forte. Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba. Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengon infirmitate et tribulatione. Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati. Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali; beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male. Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate et serviateli cum grande humilitate.

San Francesco loda Dio con amore e con gratitudine per tutte le creature: notiamo i tre aggettivi iniziali.

È Lui l’Altissimo davanti al quale dobbiamo vivere in atteggiamento di umiltà e di rispetto delle sue opere; prima di tutto per le creature del cielo: il sole che di Lui Altissimo porta significazione, la luna, le stelle, il vento, il sereno, la pioggia. Poi per le creature della madre terra: l’acqua, il fuoco, le piante, le erbe, i fiori, i frutti. Dio è l’Onnipotente creatore e siamo invitati a rispettare le sue “santissime voluntadi” nella vita e nella morte, è Lui l’unico veramente Buono e tutte le creature sono viste nel loro aspetto di bontà e di bellezza: la terra è madre, sorelle la luna, le stelle, l’acqua, la morte corporale; fratelli il vento, il tempo atmosferico, il fuoco, tutti elementi accompagnati da aggettivi che ne esaltano la bellezza e persino il valore morale: l’acqua è umile e casta, il fuoco giocondo, robustoso e forte.

Che valore ha la preposizione “per”, che ritorna per ben dieci volte? È complemento di agente, di causa, di fine, di mezzo? Sicuramente il “per” richiama la formula liturgica “per Dominum nostrum Iesum Christum” con cui ci si rivolge al Padre chiedendo l’intervento di Gesù mediatore. E’ un complemento di mediazione, se così si può chiamare. Il sole, la luna, le stelle, l’acqua, il fuoco e la terra, partecipano della mediazione di Cristo, sono a Lui profondamente collegate. Perciò dobbiamo amarle e prendercene cura e non fare del creato un esclusivo oggetto di uso e di dominio.

È significativo che l’amore per la natura sia messo in relazione nella seconda parte con la nostra vicenda umana, con sorella morte, con i fratelli che soffrono, che perdonano, che concludono la vita nella volontà di Dio. L’amore per la natura, creatura di Dio, non è completo se non si estende alla volontà di Dio ed all’amore per tutti i fratelli.

Al Cantico delle creature – e questo ne sottolinea l’importanza – si ispira l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco nel presentare la bellezza ed il rispetto della nostra madre terra: egli afferma che non sono solo i cambiamenti climatici a guastare la bellezza del creato, ma piuttosto la sua profanazione, ossia lo sfruttamento insensato delle risorse naturali, la distruzione delle foreste, l’inquinamento della terra, dell’acqua, e dell’aria, e lo sfruttamento irrazionale del territorio, le monoculture, la perdita della biodiversità, il consumismo ossessivo, la cultura dello scarto. La crudeltà verso la natura e gli animali si trasferisce poi agli uomini. L’autentico amore per il creato fa sì che sia rispettata tutta la scala dei valori nell’amore per il territorio, le piante, gli animali, la vita umana dal concepimento fino al suo termine naturale.

 La persona umana è segnata dal peccato ed è libera: ha la possibilità di tutte le possibilità, cioè di elevarsi fino a Dio oppure di rifiutarlo e di abbrutirsi nella lontananza da Lui, nell’egoismo, nella rapacità, nel più ossessivo consumismo.

 Rilettura della vita di San Francesco: Dante

La vita e il messaggio di San Francesco continuano a ispirare un po’ tutte le arti: l’architettura, la pittura, la scultura, la musica, il cinema, la poesia. Dante ha dedicato un canto intero del suo Paradiso, l’undicesimo, per esaltare la grandezza di Francesco: lo definisce un principe “tutto serafico in ardore” (Par. XI, 37), una guida destinata dalla Provvidenza divina a ricondurre la Chiesa, sposa di Cristo, verso il suo Diletto “che disposò lei con sangue benedetto” (Par. XI, 33), costruisce una specie di equazione: Cristo sta alla Chiesa come Francesco alla povertà, sovrapponendo la figura di Cristo a quella di Francesco, anche lui “sol oriens” (Cfr. Par. XI, 54), sole primaverile che sorge per far rifiorire la terra, e con una punta polemica indica che la povertà scelta da Francesco come sposa deve essere stile di vita per tutta la Chiesa, tentata dalla mondanità e dalla ricchezza. La figura di Francesco, oltre che dalle nozze con madonna povertà alla presenza del padre e del vescovo, è caratterizzata anche dal suo incessante movimento, da Assisi a Roma per ottenere i due primi “sigilli” o approvazioni al suo movimento religioso, lui “pusillo” sì, cioè umile e guardato addirittura con disprezzo, ma “regalmente” (Par. XI, 91) come un re espone la sua dura regola a Innocenzo III, e come un “archimandrita” (Par. XI, 99) ossia come il primo tra i pastori di anime, davanti al Papa Onorio III ottiene la definitiva approvazione al suo Ordine; dall’Italia va in Egitto per tentare di convertire il Sultano, dall’Egitto rientra nuovamente in Italia all’eremo della Verna, dove “nel crudo sasso intra Tevero e Arno / da Cristo prese l’ultimo sigillo” (Par. XI, 106.107), ossia le stigmate che lo configurarono a Cristo. 

Francesco è presentato da Dante assieme a San Domenico come un santo attivo, un “campione”, ossia un lottatore innamorato di Cristo, della Chiesa, della povertà gioiosa alla quale fu fedele fino alla morte, spirando nel suo grembo “e al suo corpo non volle altra bara” (Par. XI, 117) esprimendo ai suoi frati il desiderio di essere sepolto nudo nella nuda terra. Dante vedrà con i suoi occhi Francesco nella mistica rosa del Paradiso, in una posizione di rilievo nella linea di demarcazione dei santi che segnano la distinzione fra i beati dell’Antico e del Nuovo Testamento: proprio sotto il trono del grande Giovanni Battista c’è Francesco e sotto di lui San Benedetto e Sant’Agostino e via via altri santi scendendo di giro in giro. Questa visione significa che Dante ritiene Francesco il santo più importante della storia del cristianesimo, più di San Benedetto e di Sant’Agostino.

Rilettura della vita di San Francesco: Giosuè Carducci

Anche il laico ed anticlericale Carducci sentì il fascino di San Francesco ed a lui dedicò questo sonetto dal titolo “San Francesco o Santa Maria degli Angeli”. Frate Francesco, quanto d’aere abbraccia Questa cupola bella del Vignola Dove incrociando a l’agonia le braccia Nudo giacesti su la terra sola! E luglio ferve e il canto d’amor vola Nel pian laborïoso. Oh che una traccia Diami il canto umbro de la tua parola, L’umbro cielo mi dia de la tua faccia! Su l’orizzonte del montan paese, Nel mite solitario alto splendore, Qual del tuo paradiso in su le porte, Ti vegga io dritto con le braccia tese Cantando a Dio — Laudato sia, signore, Per nostra corporal sorella morte!

Il sonetto, inserito nella raccolta Rime Nuove, è un esempio magistrale di come il poeta profano e paganeggiante riesca a cogliere la novità della morte di Francesco, proiettandolo poi risorto e vivo nel paesaggio dell’Umbria. Nella prima quartina egli si rivolge a Francesco, si sintonizza con lui e lo sente come un fratello; rivede nella pianura di Assisi la bella cupola di Santa Maria degli Angeli, nella quale è contenuta la cappella della Porziuncola, ai tempi di Francesco una capanna ove egli volle morire, nudo sulla nuda terra, incrociando nell’agonia le braccia. Lo descrive nello scandalo della sua morte gioiosa. Francesco muore sulla «terra sola», nudo, nella povertà totale: povertà che non è rito, perché è fede; povertà che è umiltà, e non è posa: perché è gioia. Nella seconda quartina il poeta precisa il tempo della sua prima ispirazione. Era il luglio del 1877, precisamente il 22 luglio, quando aveva visitato Assisi, trovandosi a Perugia come commissario per gli esami della licenza liceale di quella città (Epist. XI, 53). L’estate era nel suo pieno calore; nei campi si lavorava e si cantavano canti d’amore. Nelle parole del canto umbro il poeta cerca un eco, una traccia della parola del santo, “la tua parola”, e nel cielo dell’Umbria un riflesso del volto di Lui, “la tua faccia”, la faccia di Francesco morente e risorto. Nelle due terzine si completa la fusione tra il paesaggio umbro e la figura del santo.

 Il paesaggio è riempito dalla sua presenza.

Francesco si staglia alto e diritto con le braccia aperte sull’orizzonte dei monti come alle porte del Paradiso in un mite solitario alto splendore e canta a Dio e lo loda “per nostra corporal sorella morte”. La spiritualità di Francesco si diffonde nella bellezza del paesaggio e nella luce. Francesco non è nel paesaggio, è lui stesso il paesaggio dell’Umbria. È importante tuttavia notare che il Carducci si rivolge a Francesco, l’unico poeta che ha definito la morte “nostra sorella”, e trasformi il trapasso di Francesco in un trionfo di luce, mentre in altre poesie egli descrive abitualmente la morte con sgomento come privazione di amore, di calore, di luce, di parola, di speranza. (Cfr. Pianto antico). La morte di Francesco è tutt’altro: è solare, gioiosa e luminosa, tale da fondersi con la vita, con tutto il mite e dolce splendore dell’Umbria.

Nella lettera del 23 luglio 1877 sopra citata, indirizzata a Lidia, la sua musa ispiratrice, tra il serio ed il faceto, il Carducci esprime così i suoi sentimenti verso San Francesco in forma di preghiera: “O santo padre, San Francesco, se voi che foste tanto buono, che convertiste anche il lupo, se voi che amavate gli uccelli e gli alberi e chiamavate sorella la luna, se voi foste vivo e intercedeste per me, chi sa che non mi convertissi anch’io. Voi certo avreste pietà di me e mi vorreste bene come al lupo, e mi chiamereste fratello lupo! E io, povero lupo, verrei quassù e accovacciato sotto questi archi solenni, in cospetto a questa Umbria verde e mite, io penserei visi di madonne e glorie di angeli sfumanti tra le nuvole candide e rosee su quei monti laggiù nel cielo turchino… O serafico padre, se voi foste vivo, io mi confesserei a voi, e poi farei penitenza all’ombra di un pino, presso un’acqua corrente; e poi canteremmo insieme delle laudi… quest’oggi sono in vena serafica”.

È una testimonianza di come Francesco continui a parlare in ogni tempo ai credenti e ai non credenti, suscitando in tutti il desiderio dell’incontro con Dio o la nostalgia di Lui, e continui a illuminare con il suo amore per Dio, per gli uomini, per il creato il significato della nostra vita e soprattutto della nostra morte, ricolma di gioiosa speranza, perché essa conduce alle porte del Paradiso.

*Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC e UCIIM

CEI


sabato 20 dicembre 2025

E' NATALE. AUGURI!


 A tutti gli associati AIMC

Auguri di un lieto e Santo Natale!


- di P. Giuseppe Oddone, Assistente Nazionale

Vi rivolgo con fraterno affetto l’augurio di un lieto e Santo Natale, riportando questi pensieri, che esprimono bene il mistero di Dio che viene ad abitare tra noi, per trasformare la nostra vita. Essi interpretano bene la fede cristiana, nella tradizione religiosa viva fin dai primi tempi della Chiesa.

Il mistero del Natale, dell’Incarnazione del Figlio di Dio, ci proietta alla sorgente di tutta la vicenda umana di Gesù, concepito nel grembo di Maria, nato a Betlemme, vissuto a Nazareth nel nascondimento, annunciatore dell’avvento del Regno di Dio nella sua persona, morto sulla croce a Gerusalemme e risorto ed asceso al cielo.

Il Santo Natale si può considerare anche come il punto estremo dell’abbassamento di Dio fino al vagito di un neonato bisognoso di tutto e nello stesso tempo il più alto per la nostra comprensione del Suo amore.

Ma il Santo Natale non è solo un brivido per la nostra intelligenza e una folgorazione di grazia, è anche un momento di dolcezza e di gioia interiore, un momento di fraternità e di pace, perché ci rivela Dio che ci viene incontro, che si abbassa fino ad un bambino che non sa parlare, che si fa carne, essere fragile e debole, Lui che è la Parola eterna del Padre e l’Onnipotente. Egli viene a chiedere il nostro amore per renderci partecipi della sua vita immortale, diventa figlio della nostra terra, per darci la vita del cielo, per comunicarci la sua stessa natura.

Sant’Agostino ci invita a Natale a “salire e scendere sul figlio dell’uomo”. Parafrasando diversi passi delle sue opere possiamo dire con lui al Verbo che si è fatto carne:

Gesù ti sei racchiuso nel grembo di Maria, Tu che né cielo né terra possono contenere perché sei come Dio immenso ed infinito!

Sei nato a Betlemme, una sperduta città della Giudea, perché non confidiamo in nessuna potenza politica della terra!

Sei nato da Maria Vergine, perché non ci insuperbiamo della nobiltà della nostra famiglia o della nostra stirpe!

Sei nato in un presepe, povero, Tu al quale appartengono tutte le cose, perché non

confidiamo nella nostra ricchezza!

Sei nato nel tempo, figlio di Maria, Tu che sei nato dal Padre prima di tutti i tempi!

Sei nato nella notte, Tu che sei la nostra luce!

Sei sorretto dalle braccia di tua madre, Tu che ci hai creato e sorreggi il cielo e la terra!

Hai avuto fame, sei nutrito da Maria, hai succhiato il latte materno da una vena di carne, Tu che sei il nostro cibo!

Hai dormito sul seno di Maria, Tu che non dormi mai, perché come dice la Scrittura vegli su ognuno di noi e su tutto Israele!

Hai pianto, Tu che sei la nostra gioia!

Hai vagito, incapace di parlare, Tu che sei la Parola eterna del Padre!

Piccolo e vagente ti riconosciamo, ma onnipotente ti adoriamo!

Possa davvero il Santo Natale essere per noi credenti una festa che ci invita a gioire insieme nelle nostre famiglie e comunità, a salire e scendere con la nostra intelligenza ed il nostro amore sul Figlio dell’Uomo, su Gesù Bambino, Verbo fatto carne, che inserisce la nostra natura e la nostra storia nel mistero trinitario dell’unico Dio!

Rinnoviamo in questa festa così cara a tutto il popolo cristiano il nostro impegno, la nostra fede, la nostra professionalità, testimoniando nella vita e nell’insegnamento l’amore per Cristo, Colui che dà valore e pienezza di vita a chi lo accoglie nel proprio cuore!

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martedì 15 aprile 2025

PELLEGRINI DI SPERANZA

 


Auguri di Pasqua Anno Santo 2025


Viviamo rinnovando

 il nostro quotidiano cammino

 di conversione

 

-         di P. Giuseppe Oddone*

-          In questo Anno Santo 2025, segnato purtroppo ancora da tante sofferenze causate dalle guerre e dalle turbolenze internazionali, la Pasqua ci apre in modo particolare alla speranza, perché ci porta il più gioioso annuncio della nostra fede: Cristo è risorto da morte!

La storia di Gesù non finisce con la sua crocifissione e la sua sepoltura, anzi la presenza di Gesù riesplode con potenza divina nel primo giorno dopo il sabato. Dobbiamo essere pertanto “pellegrini di speranza”, di quella virtù teologale che lega il nostro impegno terreno, stimolato dalla grazia divina, al nostro destino eterno.

La speranza è l’attesa certa della gloria futura, della vittoria di Cristo sul male e sul peccato, prodotta in noi dalla presenza dello Spirito: la speranza è “grazia di operare”, qui e ora, nel concreto della vita, mettendo a disposizione del regno di Dio tutte le nostre energie fisiche e spirituali.

La speranza cristiana, secondo le parole del nostro poeta Dante (Canto XXV del Paradiso), ti “innamora”, ossia anima di amore tutta la tua attività per il Bene, “infiora la mente”, ti “diletta”, ossia ti riempie di gioia come in una perenne primavera, è una “luce” che discende nella tua vita da molte stelle, ossia da tanti passi della Parola di Dio, è una “stilla”, una goccia continua di grazia, azione dopo azione, che riempie, colma il nostro cuore, fino a che diventa una “pioggia” che riversiamo su quanti sono in contatto con noi.

Riflettiamo brevemente sui motivi pasquali della speranza cristiana. Gesù Risorto ci porta una ricchezza di doni, per i quali dobbiamo sempre ringraziare. Prima di tutto diffonde la pace e la gioia nel cuore, perché Egli ci svela il senso del nostro nascere, del nostro vivere, del nostro morire, del nostro risorgere, dato che nella vita, nella morte ed oltre la vita siamo del Signore. Ci illumina sul senso del nostro soffrire, perché la sofferenza passa, ma l’aver sofferto con amore è eterno e Gesù Crocifisso e Risorto ci mostra, per farsi riconoscere, le sue piaghe gloriose. Ci invia per le strade del mondo in missione perché diffondiamo e testimoniamo il lieto annuncio che Egli vive in mezzo a noi. Se confessiamo nella fede la sua Risurrezione Egli cancella i nostri peccati, ci riempie del soffio potente del suo Spirito, ci immerge nella nuova creazione, facendo di noi persone nuove.

Viviamo perciò l’Anno Santo del Giubileo, rinnovando il nostro quotidiano cammino di conversione! La risurrezione di Gesù è un fatto reale, anche se non può essere dimostrato con le categorie storiche, perché rimane un mistero divino che supera la nostra intelligenza. Vi si accede soltanto con la fede, che tuttavia ha dei concreti riferimenti storici. La tomba di Cristo fu trovata vuota dalle donne e dai discepoli, e questo fu anche constatato dagli avversari di Gesù. Le prime testimonianze di fede che troviamo nei Vangeli sono semplicissime: “Il Crocifisso è risorto! Non è qui. Vi precede in Galilea!” (Mc. 16, 6-7). La Galilea è un luogo teologico per indicare la nostra vita quotidiana, fatta di lavoro, di fatica, di appelli del Signore Risorto.

 I primi credenti completarono la formula di fede: “E’ risorto secondo le Scritture” (1 Cor. 15, 3). Tutta la Parola di Dio dell’Antico e del nuovo Testamento converge verso questo punto focale. Il primo annuncio di Pietro nel giorno di Pentecoste è tutto centrato sulla risurrezione di Gesù: “ Questo Gesù Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni” (Atti 2, 32). La stessa testimonianza danno anche Paolo e tutti gli altri apostoli nella loro predicazione e nelle loro lettere indirizzate alle prime comunità cristiane. Infine confermano la nostra fede le apparizioni del Risorto alle donne ed ai discepoli, narrate in tutti e quattro i Vangeli. Sono apparizioni sensibili, perché coinvolgono gli occhi, l’udito, il tatto e tutto lo spettro delle emozioni.

Gesù prende l’iniziativa di apparire, si fa riconoscere mostrando le sue piaghe e facendole toccare, condividendo il pasto; e poi si fa continuare perché invia chi lo ha riconosciuto a diffondere questo lieto annuncio. Spesso il riconoscimento non è immediato, ma avviene attraverso un cammino, una riflessione sulle Scritture e la frazione del pane (i discepoli di Emmaus), la pronuncia del nome personale da parte di Gesù in un gesto di amore (Maria Maddalena), una pesca miracolosa all’alba al comando di uno Sconosciuto dopo una notte di inutile fatica (Giovanni e Pietro).

Ogni domenica, celebrando l’Eucaristia, noi professiamo la nostra fede in Gesù Risorto, dichiariamo la nostra speranza nella venuta di Gesù nella nostra vita, nella storia, alla fine dei tempi, siamo coinvolti nel suo mistero pasquale di morte, risurrezione ed ascensione al cielo, riceviamo ancora il dono del suo Spirito, ci nutriamo del suo corpo e del suo sangue, costruiamo la Chiesa, madre dei Santi.

Comprendiamo allora la testimonianza di alcuni martiri africani (Saturnino e compagni, morti nel 303 durante la persecuzione di Diocleziano) che, arrestati mentre celebrano l’eucaristia affermano nel processo: “Sine dominico vivere non possumus”, cioè non possiamo vivere senza la celebrazione domenicale della Pasqua del Signore, senza partecipare al mistero della sua morte e risurrezione, senza nutrirci del suo corpo dato e del del suo sangue versato per noi!

 In sintesi la Pasqua ci aiuta a essere testimoni della speranza che è in noi, ci conferma nella fede che si nasce, si vive, si muore, si risorge nell’amore per – con – in Qualcuno, Gesù Risorto, il “Possente, con segno di vittoria coronato!” (Inf. IV, 53-54).

 *Assistente Ecclesiastico Nazionale AIMC e UCIIM


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domenica 22 dicembre 2024

AUGURI DALL''A.E.NAZIONALE


 Auguri di un lieto e Santo Natale

 e di felice anno 2025

 A tutti gli associati e simpatizzanti dell’AIMC

 

         La gioia del Santo Natale di Gesù rinnovi i nostri cuori, riempia di speranza le nostre associazioni, ci aiuti a superare le nostre differenze e difficoltà e ci spinga a camminare, uniti, verso Betlemme: lì, con Maria, Giuseppe, i pastori, i Magi, ossia con tutta l’umanità, anche noi incontreremo “un bimbo avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia e… sarà una grande gioia per tutto il popolo...  Questo è per voi il segno”. [cfr. Lc 2, 10.12]

          Ai piedi dell’Emanuele, mentre contempliamo e adoriamo con stupore – non c’è adorazione senza  stupore! – il mistero del Dio con noi, ringraziamo anche per il dono della nostra fede e per essere come insegnanti cattolici annunciatori ai più piccoli – come gli angeli ai pastori – di questa buona notizia: solo per amore Dio si fa bambino, perché tutti, piccoli e grandi, possano sperimentare nella loro vita l’immensa tenerezza del Padre, avvolti e permeati dallo Spirito che  rende anche noi figli di Dio, comunicandoci la vita divina.

          Adorando scopriremo, come i Magi, il cammino di ritorno che ci riporterà alle nostre scuole e alle nostre classi come testimoni dell’amore di Gesù Maestro. E, insieme, come i Magi, proveremo “una gioia grandissima”.

          Buon Natale a tutti e a ciascuno di voi! La gioia e la pace del Natale sia nei vostri cuori!          Quest’anno, insieme con il Natale, ci vengono offerti, come dono di grazia, due eventi importanti, ambedue caratterizzati dalla speranza. Uno interessa tutta la cristianità e quindi tutti noi: il Giubileo del 2025, Anno santo, che ci fa ‘pellegrini di speranza’; ad esso ci siamo preparati nella preghiera.

          L’altro è la commemorazione dell’80° della fondazione dell’AIMC (1945-2025), che ci stimola a riflettere sulla nostra storia, sul nostro impegno associativo, sulla volontà di continuare il nostro servizio laicale nella Chiesa e nella società.

          Ricorderemo e vivremo queste due occasioni di grazia all’inizio di gennaio (2-5 gennaio 2025). Il momento culminante sarà l’udienza particolare che Papa Francesco ci riserva il giorno 4 gennaio.

          Gesù Bambino benedica tutti noi, le nostre famiglie, ci aiuti ad accogliere questi eventi di gioia, di speranza, di impegno cristiano!

P. Giuseppe Oddone

Assistente nazionale AIMC

martedì 26 novembre 2024

UN GIUBILEO DA VIVERE


Il giubileo dell’Anno santo 2025


- di  Giuseppe Oddone

Il Giubileo 2025 si aprirà ufficialmente nella ricorrenza del S. Natale il 24 dicembre 2024 con la celebrazione eucaristica presieduta da Papa Francesco in Piazza San Pietro.

Durante questa celebrazione, verrà aperta la Porta Santa nella Basilica di San Pietro, segnando l'inizio dell'Anno Santo.

Il Giubileo ha il suo centro a Roma, ove sono le tombe dei santi apostoli Pietro e Paolo, e le basiliche maggiori di S. Maria Maggiore, di San Giovanni in Laterano, di San Paolo fuori le mura, ma avrà anche preparazione e manifestazioni nelle varie diocesi.

Il motto del prossimo Giubileo 2025 è Pellegrini di Speranza.

È bene far notare subito che abissale è la differenza fra la concezione cristiana della speranza, quella del mondo pagano e quella laica dei nostri giorni.  La speranza cristiana è fondata non su una vaga aspirazione, ma su un evento reale e ben preciso: la risurrezione di Gesù dopo la sua morte in croce, un evento che coinvolge anche il nostro destino. 

Come è bella la definizione di questa virtù proposta dal nostro poeta Dante! La speranza è un’attesa certa della gloria futura, prodotta in noi dalla grazia divina e dai nostri meriti, cioè dal nostro impegno quotidiano nell’amore per Dio e per i fratelli. “Dante, Par. XXV, 67-69: “Speme – diss’io - è uno attender certo / della gloria futura, il qual produce / grazia divina e precedente merto.”

La speranza dà valore al presente, a tutto il susseguirsi dei giorni, al nostro impegno di far crescere il seme del regno di Dio nella società attuale, di migliorare la nostra vita e quella della terra su cui viviamo e ci proietta nella realtà definitiva della gloria futura e del regno di Dio, ossia della nostra risurrezione e pienezza di vita eterna con Cristo nostro salvatore. Senza la speranza cristiana non resta che incolpare dei mali la natura indifferente: “O natura, o natura, perché non rendi poi / quel che prometti allor? Perché di tanto / inganni i figli tuoi? … All’apparir del vero / tu (speranza), misera, cadesti: e con la mano / la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi di lontano”. (G. Leopardi, A Silvia) oppure sprofondare nel nulla giungendo ad una disperazione calma, senza sgomento, lasciando eventualmente ad altri il compito di riprendere il lavoro e gli ideali terreni per i quali si è vissuto e lottato.

Gli aspetti biblici del giubileo

 L’anno del giubileo ha le sue radici nella Bibbia (Lev. 25): è un evento umano e religioso complesso, previsto ogni cinquanta anni, in cui ognuno avrebbe potuto recuperare la propria casa, i propri terreni, la propria libertà: esprimeva il desiderio ed il sogno di accoglienza, di fraternità, di pace, di riposo, di ripresa e di futuro per la propria terra, la propria vita, la propria patria. Era il tentativo di umanizzare le istituzioni, di aprire le porte all’accoglienza ed al perdono, nella prospettiva di una società non più concepita come fortezza in cui difendere i propri privilegi, ma come famiglia in cui si è amati, accolti e perdonati.

Gli aspetti storici del giubileo

Il desiderio di perdono, di purificazione, di rinnovamento si è espresso nei secoli del Medioevo attraverso al pellegrinaggio alle tombe dei martiri e degli apostoli. Il primo Giubileo è stato proclamato il 22 febbraio del 1300 nella festa della cattedra di San Pietro da Papa Bonifacio VIII, mentre giungevano a Roma masse di pellegrini. Come raccontano i cronisti del tempo, si trattò di un fenomeno nato dal basso, dal popolo cristiano, perché furono i fedeli a chiedere al Papa di poter ottenere nell'anno centenario il perdono e con l’indulgenza la remissione della pena, conseguenza dei loro peccati, visitando le tombe degli Apostoli. Da quella data inizia nella Chiesa la serie dei giubilei ordinari e straordinari.

Gli aspetti artistici del “bel” giubileo

Il Giubileo ha sempre rappresentato uno stimolo artistico e culturale ed ha spinto la città di Roma ad abbellirsi. Nel 1300 Roma fu visitata da Dante e il giubileo costituì un potente impulso per la creazione della Divina Commedia, ideata come un pellegrinaggio spirituale per liberarsi dal male, purificarsi, incontrare Dio, rinnovare la Chiesa. Vi andò pellegrino anche Giotto e vi lasciò i segni della sua arte. Nel 1350 vi giunse anche il Petrarca e ne trasse ispirazione per diverse poesie del suo Canzoniere. Roma coglieva l’occasione per abbellirsi e per ospitare in modo più degno i pellegrini. A titolo esemplificativo si possono ricordare le opere di Gian Lorenzo Bernini, sepolto in S. Maria Maggiore: nel giubileo del 1625 fu eretto nella basilica il baldacchino di San Pietro, nel 1650 la fontana di Piazza Navona, nel 1675 il colonnato di San Pietro.

A queste opere d’arte si sono aggiunte in seguito nei giubilei successivi altre realizzazioni: ad esempio nel 1725 la scalinata di Trinità dei Monti, nel 1750 la fontana di Trevi. Così è avvenuto fino ai nostri giorni nei giubilei del 1975 e del 2000 ed altrettanto si spera che avvenga ancora oggi.

Roma, infatti, sta cercando di migliorare la sua immagine con numerosi cantieri realizzati per rendere più accogliente e più interessante ai pellegrini la città. 

 I giubilei furono previsti all’inizio ogni cento anni, poi ogni cinquanta, poi ogni venticinque, gli anni di una generazione. Ma nel corso della storia furono indetti anche numerosi giubilei straordinari, come quello del 1933 nell’anniversario della redenzione, nel 1983 e quello della misericordia nel 2015/16.

Dato che la Chiesa vive nella storia segnata da tante violenze, è interessante ricordare anche i giubilei mancati, “saltati”: nel 1800, subito dopo la morte di Pio VI, esiliato in Francia, nel 1850, quando Pio IX era a Gaeta a causa dei moti del 1848 e la creazione della Repubblica romana. Nel 1875 invece si celebrò un giubileo in tono minore: infatti papa Pio IX non aprì la Porta Santa, ignorò la città e i pellegrini ed evitò i cerimoniali: il Pontefice si era infatti autorecluso nei Palazzi Vaticani.

Gli aspetti teologici del giubileo

Il Giubileo offre a tutti una nuova possibilità, perché dà la prospettiva di rinnovamento, di speranza e di libertà: grida “liberi tutti” dalla colpa, dal peccato, dalla pena per la grazia del Signore. Ma è una gioia che ci viene solo dalla Croce di Cristo, una grazia che accogliamo con il nostro pentimento. L'uomo è rinnovato dal perdono e dalla Croce, lontano dalle logiche spietate del mondo. Il Giubileo è dunque anche questo: vivere nell’oggi, proclamato tante volte da Gesù nel Vangelo, in modo nuovo, liberati dal peccato e dalla violenza. Dobbiamo perciò camminare insieme e vivere il nostro “oggi” della salvezza, ricominciando nella speranza ogni anno, ogni giorno, ogni ora. Siamo infatti “Pellegrini di speranza”. 

 Il Giubileo, in cui tutti sono chiamati a riscoprire la bellezza del perdono, ha una valenza sociale ed ecclesiale e coinvolge in tante iniziative i sacerdoti e i fedeli nelle Diocesi, soprattutto nell’esercizio delle opere di misericordia corporale e spirituale.

 Il Giubileo, tuttavia, non è l'unica e la più importante occasione per essere perdonati, l'indulgenza plenaria è concessa anche in altri momenti.

L'indulgenza cancella le tracce del peccato perdonato ed è successiva alla riconciliazione con Dio che implica la consapevolezza dell'errore commesso: questo è il senso spirituale e teologico del Giubileo. Il cristiano è pronto a perdonare, perché è stato perdonato. Il Giubileo dovrebbe aiutarci a riscoprire il sacramento della riconciliazione e riaccendere in noi la gioia per aver ricevuto la misericordia di Dio.

Il Giubileo della scuola

Il giubileo dell’Anno santo interpella anche la scuola in tutte le sue componenti. Il giubileo ufficiale della scuola si terrà il 30 ottobre - 2 novembre 2025. Si riflette sul ruolo di tutte le componenti scolastiche, ma è prima di tutto un invito alla riconciliazione ed alla sinodalità, alla volontà di uscire insieme dai problemi e non solo in modo personale ed isolato; è uno stimolo per trovare alla luce di un ideale cristiano la strada dell’unità tra le varie realtà del mondo scolastico che spesso sono scollegate tra loro: docenti, alunni, famiglie, personale amministrativo, tecnico e ausiliario, dirigenza, rapporti col territorio, con la società, con il ministero e con lo Stato.

I docenti cristiani possono proporre e creare con la loro amicizia e la loro testimonianza iniziative che favoriscano un clima di dialogo e di amicizia. Solo per questa strada si può celebrare un giubileo della scuola e nella scuola, per superare insieme le lacerazioni e le emarginazioni che esistono, con un’attenzione particolare rivolta al recupero degli alunni sfiduciati, emarginati o svantaggiati.

Un aspetto non secondario del giubileo è anche quello didattico: si possono proporre attività di ricerca e di approfondimento anche multidisciplinare che riguardino questo evento nell’arte, nella letteratura, nella religione, nella storia, nel campo scientifico e nella stessa educazione civica.

Dove è possibile, è auspicabile e bello proporre e realizzare per quanti lo desiderano un pellegrinaggio a Roma a visitare nelle loro stupende basiliche le tombe di San Pietro e di San Paolo, per rinnovare la fede, per respirare il clima spirituale del giubileo, partecipando a qualche solenne evento religioso che per l’anno santo è programmato anche per il mondo della scuola. 

Il Pellegrinaggio a Roma e la visita alle quattro basiliche maggiori

Vengono presentate qui alcune indicazioni di carattere religioso ed artistico che riguardano le quattro basiliche maggiori: sono molto sommarie, perché ogni basilica rappresenta un tesoro, uno scrigno di arte e di fede. San Pietro La visita alla Basilica di San Pietro è il punto centrale del pellegrinaggio del Giubileo 2025: è un luogo ricco di storia, arte e spiritualità, ma soprattutto costituisce il momento in cui si rinnova la propria fede sulla tomba dell’Apostolo. È opportuno partecipare qui a qualche celebrazione eucaristica.

Naturalmente è bene anche notare le altre espressioni di fede e di arte, in particolare:

1. La Pietà di Michelangelo: Questa celebre scultura raffigura la Vergine Maria che tiene in braccio il corpo di Gesù dopo la crocifissione. È uno dei capolavori più famosi di Michelangelo.

2. Il Baldacchino di San Pietro: Realizzato da Gian Lorenzo Bernini, questo imponente baldacchino in bronzo si trova sopra l'altare maggiore della basilica. È stato recentemente restaurato ed è un esempio straordinario di arte barocca.

3. La Cattedra di San Pietro: Un trono di legno incastonato in una struttura di bronzo dorato, anch'esso opera di Bernini. Simboleggia l'autorità del Papa come successore di San Pietro.

4. Le Grotte Vaticane: Situate sotto la basilica, queste grotte ospitano le tombe di molti papi e sono un luogo di grande importanza storica e spirituale.

5. La Cupola di Michelangelo: La maestosa cupola progettata da Michelangelo offre una vista spettacolare sia dall'interno che dall'esterno della basilica.

6. La Tomba di San Pietro: Situata sotto l'altare maggiore, ove è sepolto l'apostolo Pietro, il primo Papa.

7. Il colonnato di Piazza San Pietro: Rappresenta le braccia della Chiesa che accolgono i fedeli di tutto il mondo. Al centro l’obelisco del circo di Nerone, che anche San Pietro contemplò negli ultimi istanti della sua vita, mentre veniva crocifisso. Questi sono solo alcuni dei tesori religiosi che puoi scoprire dentro e fuori della Basilica di San Pietro. Ma ogni altare, ogni angolo di questo luogo sacro racconta una storia di fede e devozione.

Santa Maria Maggiore

Santa Maria Maggiore è una delle quattro basiliche papali di Roma e proprio perché dedicata alla Vergine Maria ha un ruolo molto significativo durante il Giubileo.

Ecco alcune cose notabili che puoi vedere e fare:

1. Reliquie della Natività: La basilica ospita le reliquie della Natività: La Sacra Culla di Santa Maria Maggiore si trova nella cripta sotto l'altare maggiore della basilica. Questa reliquia è custodita in un prezioso reliquiario in cristallo di rocca, progettato da Giuseppe Valadier. La Sacra Culla contiene cinque assi di legno di acero della Palestina, che si ritiene facessero parte della mangiatoia in cui Gesù Bambino fu adagiato alla nascita. È un luogo di grande devozione e pellegrinaggio, soprattutto durante il periodo natalizio.

2. Mosaici Bizantini: Meravigliosi e interessanti sono i mosaici bizantini del V secolo che decorano l'arco trionfale e l'abside della basilica. Questi mosaici rappresentano scene della vita di Cristo e della Vergine Maria.

3. Cappella Paolina: Questa cappella, costruita per volere di Papa Paolo V, è un esempio straordinario di arte barocca e ospita la venerata icona della Madonna Salus Populi Romani. 4. La Cappella Sistina: Fu commissionata da Papa Sisto V tra il 1585 e il 1587. È stata progettata dall'architetto Domenico Fontana e rappresenta una delle più grandi cappelle della Roma dell'epoca, con una pianta a croce greca. All'interno della cappella, vi sono affreschi e lavori che illustrano la storia dell'infanzia di Gesù. Inoltre, la cappella ospita i monumenti funebri di Papa Sisto V e di San Pio V. Altro elemento chiave della cappella è il Tabernacolo, realizzato in bronzo dorato, che richiama il Tempio di Salomone e simboleggia Betlemme, la "casa del pane".

5. Tomba di Gian Lorenzo Bernini: Il famoso scultore e architetto barocco Gian Lorenzo Bernini è sepolto nella basilica. La sua tomba è semplice, ma è un luogo di grande interesse per gli appassionati di arte e storia.

San Giovanni in Laterano

San Giovanni in Laterano è la cattedrale di Roma, è egualmente un luogo di grande importanza durante il Giubileo. Fu fino al 1309 la residenza ufficiale dei papi

 All’interno della basilica:

1. Reliquie e Arte Sacra: La basilica è ricca di reliquie e opere d'arte sacra. Tra queste, spiccano le reliquie di San Giovanni Battista e San Giovanni Evangelista. Importante è l’affresco attribuito a Giotto che raffigura Bonifacio VIII che proclama il primo anno santo del 1300. 

2. Cattedra Papale: La basilica ospita la cattedra del Papa, simbolo della sua autorità come vescovo di Roma. È un luogo di grande significato storico e spirituale. 

3. Mosaici e Decorazioni: Molto belli i mosaici bizantini e le decorazioni barocche, opera del Borromini, che adornano la basilica. Questi elementi artistici raccontano la storia della fede cristiana attraverso i secoli. 

4. Chiostro di San Giovanni in Laterano è uno dei più grandi e affascinanti chiostri di Roma. Situato all'interno del complesso della Basilica di San Giovanni in Laterano, è un capolavoro dell'arte cosmatesca del XIII secolo. Il chiostro è noto per le sue bellissime colonne di marmo intarsiato, realizzate dalla famiglia Vassalletto, famosi marmisti romani. Il chiostro è circondato da splendide sculture in marmo, archi e colonne, e ospita anche opere di Arnolfo di Cambio. È un luogo di grande bellezza e spiritualità, ideale per una visita tranquilla e riflessiva. 

5. Sancta Sanctorum: È opportuna una visita al Sancta Sanctorum, una cappella situata nel Palazzo Lateranense, che ospita alcune delle reliquie più sacre della cristianità. 

San Paolo fuori le mura

San Paolo fuori le Mura è una delle quattro basiliche papali di Roma e un luogo di grande importanza durante il Giubileo, perché vi è la tomba dell’apostolo Paolo.

Ecco alcune cose notabili che si possono vedere:

1. Tomba di San Paolo: La basilica è costruita sul luogo dove l'apostolo Paolo è stato sepolto. La tomba è un luogo di grande venerazione.

2. Mosaici Bizantini: Splendidi i mosaici bizantini che decorano l'arco trionfale e l'abside della basilica. Questi mosaici rappresentano scene della vita di San Paolo e di Cristo.

 3. Il ciclo di 36 affreschi che narrano la vita di San Paolo.

4. Medaglioni dei Papi: All'interno della basilica, si possono vedere i medaglioni che raffigurano tutti i papi della storia della Chiesa, un elemento unico e affascinante.

5. Candelabro del Cero Pasquale: Un'opera d'arte alta circa sei metri, ornata da bassorilievi che raccontano storie del Nuovo Testamento.

6. Il ciborio in marmo dell’altare maggiore, opera di Arnolfo del Cambio (1285)

7. Chiostro Medievale: Il chiostro della basilica è un esempio straordinario di architettura medievale, con colonne decorate e un'atmosfera di pace e riflessione.

* Assistente Ecclesiastico Nazionale dell’AIMC e UCIIM

Conferenza Episcopale Italiana


lunedì 28 ottobre 2024

PADRE NOSTRO


 La preghiera 

che Gesù 

ci ha insegnato



-      -   di p. Giuseppe Oddone

L’ultimo sussidio sulla preghiera, l’ottavo, presentato dal dicastero per l’evangelizzazione in preparazione dell’anno del giubileo 2025, riporta le riflessioni del biblista Ugo Vanni, gesuita nato in Argentina, (1929 - 2018) che ha insegnato per molti anni all’Università Gregoriana e al Pontificio Istituto Biblico di Roma.

Il commento al Padre nostro gli è stato richiesto qualche anno fa da Mons. Rino Fisichella per commentare il Catechismo della Chiesa Cattolica, ma conserva tutta la sua freschezza e la sua attualità. Il Padre nostro, sintesi di ogni preghiera, insegnato da Gesù ha subito permeato l’ambiente della chiesa primitiva, le prime comunità cristiane ed è stato considerato da sempre compendio di tutto il Vangelo.

 È formulato solo nel Vangelo di Matteo e di Luca, ma gli elementi costitutivi di questa preghiera sono presenti in tutto il Nuovo Testamento.

Il Vangelo di Marco

 Le richieste del Padre nostro non sono in Marco collegate tra loro in una formula di preghiera. Ma la convivenza con Gesù, lo” stare con Lui” rivela ai discepoli che Egli si rivolge al Padre col termine aramaico di ’abbà come fanno i bambini in famiglia. Ed è l’unica volta che incontriamo questo termine nell’ambito dei Vangeli (Mc 14,36).  I discepoli hanno ascoltato nelle parabole Gesù che parlava del regno di Dio, seminato con la Parola nel cuore dell’uomo, hanno visto il Maestro determinato ad andare a Gerusalemme per compiere drammaticamente la volontà del Padre; Gesù ha poi parlato agli apostoli del pane dopo i miracoli della moltiplicazione, facendo loro intuire che dovevano ricercare un altro pane: “Non capite ancora e non comprendete?…

Non comprendete ancora?” (Mc. 8,17.21).

Egli esige che prima della preghiera si perdonino i fratelli: “Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe” (Mc 11,25); i discepoli hanno intuito che Gesù è stato tentato da Satana e lo ha vinto (Mc 1,12), hanno concretamente sperimentato nei vari miracoli che il male ed il maligno non possono reggere alla presenza di Gesù. Tutti questi elementi aderiscono perfettamente alla formula del Padre nostro, ne sono per così dire la preparazione e ci aiutano a comprenderne il significato.

Il Vangelo di Matteo

Il Padre nostro che noi recitiamo riprende la formulazione proposta dal Vangelo di Matteo: essa è inserita nel discorso della montagna, che si apre con le beatitudini e continua esponendo il programma della vita cristiana. Particolare rilievo ha la preghiera del discepolo che è rivolta al Padre che vede nel segreto, che è un dialogo che non ha bisogno di molte parole, caratterizzato da un’intensa intimità filiale. In questo contesto viene inserito il Padre nostro, preghiera che parte dal cuore del credente per raggiungere il cuore di Dio.

Essa, tuttavia, nell’intenzione di Gesù non appare come una formula fissa, ma piuttosto una griglia di riferimento per ogni altra preghiera e per la vita. Padre! La risonanza di questo termine è fortissima nell’ambiente di Gesù: fa riferimento all’ambiente collettivo della famiglia; il padre è colui che comprende ed educa il figlio, e ne riceve le confidenze, ma è anche colui che compatta la famiglia, che vincola i fratelli tra di loro.

Noi diciamo appunto “Padre nostro” con un forte riferimento alla dimensione socio familiare perché i primi cristiani si trovano a vivere insieme e avvertono questo filo che li unisce tutti nei valori più profondi.

 Dio moltiplica la sua paternità: è infinitamente Padre.

E’ il Padre “che sei nei cieli”, il “Padre vostro celeste” che va infinitamente oltre le categorie della paternità terrena. Sia santificato il tuo nome: questa santificazione si realizza non per mezzo di un’aggiunta impensabile alla santità di Dio, ma facendo in modo che la sua santità si diffonda e si realizzi in noi e in tutta la grande famiglia cristiana. Venga il tuo regno: Dio per mezzo di Cristo viene incontro all’uomo con una alleanza di amore e chiede a noi di andare incontro a Lui mediante il sì della fede; il regno di Dio è in sviluppo fino alla fine dei tempi  quando Dio sarà “tutto in tutti”.

Sia fatta la tua volontà.

 E’ aderire a ciò che Dio vuole attraverso ai comandamenti, alla sua Parola incarnata in Cristo, e anche attraverso alla nostra storia personale e agli imprevisti della vita. Dacci oggi in nostro pane quotidiano. Chiediamo il nutrimento fatto dall’uomo e per l’uomo, condiviso in famiglia e tutto ciò che rende la vita familiare non solo possibile, ma anche gradevole: in sintesi una vita vissuta con serenità e con dignità. Il pane è nostro, non mio. Lo chiediamo gli uni per gli altri.

 Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

Ognuno con i suoi peccati ha dei debiti verso Dio e Dio colma questo vuoto con il suo amore, ma vuole che nello stesso tempo come famiglia di Dio saniamo le fratture che abbiamo con i nostri fratelli per non bloccare quel flusso di bontà che scende da Lui ed a Lui attraverso il perdono deve tornare. Non possiamo pretendere di raggiungere Dio da soli, escludendo gli altri.

Non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male.

Le ultime due richieste riguardano ancora il mistero del male, del peccato. Tutti siamo nel deserto della vita esposti alla tentazione. Con l’aiuto di Dio possiamo superare la prova e consolidare i nostri valori cristiani. Ma data la debolezza umana la tentazione può avere uno sbocco negativo: chiediamo allora al Signore che ci eviti di entrare in quelle situazioni il cui esito sarebbe rovinoso, facendoci cadere nel potere del “maligno”. Il Padre celeste ha tuttavia debellato il male attraverso alla morte ed alla risurrezione di Gesù e con il pentimento sincero è sempre possibile riprendere il nostro cammino di fede. 

Quando “il mio Padre celeste” di Gesù è diventato anche “il vostro Padre celeste” dei discepoli si ha come un passaggio dal cuore di Gesù al cuore dei cristiani e la preghiera del Padre nostro si rivela in tutta la sua bellezza e in tutto il suo significato. Il Padre nostro in San Paolo Anche in San Paolo si possono trovare numerosi riferimenti al Padre nostro. Per ben due volte l’apostolo afferma che noi cristiani, guidati dallo Spirito, nelle assemblee ci rivolgiamo a Dio e “gridiamo: Abbà! Padre!” (Rom. 8.15; cfr. Gal.4,5.6).

E’ lo Spirito di Gesù, effuso nei nostri cuori, che ci rende figli di Dio, ci santifica, attiva la nostra speranza nella venuta del regno di Dio ora e poi alla fine dei tempi, ci dona la mente, la volontà di Cristo per realizzarla nel nostro comportamento,  ci offre il pane eucaristico e il pane quotidiano del nostro lavoro, ci aiuta a vincere il male con il bene, ci rende capaci di perdono e di amore vicendevole e dà la forza di resistere alle tentazioni con la preghiera e di respingere Satana, vivendo con gioia la nostra filiazione divina.

Il Padre nostro in San Luca

Troviamo la formula del Padre nostro, con qualche omissione, anche nel vangelo di Luca. Ma Luca è più vicino alla mentalità di Paolo che a quella di Matteo. La preghiera rivolta al Padre nasce proprio dallo Spirito di Gesù, dall’esperienza del Signore che prega: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1). La risposta di Gesù è immediata, perentoria, coinvolgente: “Quando pregate, dite” (Lc. 11,2). Il cielo ove abita il Padre è il cuore di ogni credente, ove agisce lo Spirito “riversato” in noi. La santificazione del nome di Dio e l’avvento del suo regno avvengono nell’appartenenza alla comunità cristiana, obbediente alla voce dello Spirito.  Chiediamo con insistenza ogni giorno il pane quotidiano e ci affidiamo pienamente a Dio, domandiamo perdono dei nostri “peccati”, sappiamo che solo Lui può perdonarci, perché “anche noi infatti perdoniamo ai nostri debitori” come Gesù sulla croce.

 Infine, imploriamo di essere liberati dalla tentazione: è implicito che dietro ogni tentazione c’è un tentatore, il maligno, che si infiltra nelle strutture umane. Solo il sostegno del Padre, ottenuto con la preghiera, ci aiuta ad uscire indenni e a neutralizzare il male. Possiamo pertanto considerare la formula della preghiera in Luca, non tanto come una riduzione del Padre nostro, ma come un approfondimento secondo la linea di San Paolo, di cui Luca fu collaboratore. 

Il Padre nostro in Giovanni

Una formula del Padre nostro non appare direttamente negli scritti dell’apostolo Giovanni. Vi è invece la grande preghiera di Gesù al Padre nel capitolo 17 del suo Vangelo. È di una vertiginosa profondità. Gesù è l’unigenito pieno di grazia e di verità, che viene dal Padre, che vive in contatto con Lui ora per ora, momento per momento, che opera in unione con Lui, che glorifica il suo nome, in particolare quando è innalzato sulla croce per attirare tutti a sè.  Gesù è “una cosa sola” col Padre, dona ai discepoli la vita eterna, vuole che essi “siano una sola cosa come noi” (Gv 17,11), prega che siano tenuti lontani “dal Maligno (Gv. 17,15), che contemplino “la mia gloria, quella che Tu mi hai dato”.

 E’ grazie alla fede e all’accoglienza di Gesù che siamo diventati figli di Dio (Gv. 1,12); Egli ci pone profondamente in rapporto con il Padre: “E’ Cristo che viene donato continuamente alla comunità dalla mediazione dello Spirito. E così il Padre santifica e glorifica il suo nome, coinvolge in una situazione di regno che si realizza giorno per giorno, stabilisce una reciprocità di amore che porta a desiderare appassionatamente la realizzazione della sua volontà. Dando Cristo come nutrimento, il Padre dona quanto c’è di meglio per l’uomo, per la sua vita presente e futura, spingendolo ad amare col suo stesso tipo di amore e difendendolo da qualunque insidia. Muovendosi nell’orbita di Cristo, il cristiano diventerà pienamente figlio del Padre” (pp. 100-101).

 Conclusioni

Il Padre nostro è un condensato di vita. Continua a viaggiare nella storia della Chiesa sempre con nuove risonanze. Ogni generazione di credenti lo ha riletto, approfondito e interpretato e così sarà fino alla fine dei secoli.  Per esemplificare mi permetto di citare la rilettura poetica di Dante, che troviamo nel Purgatorio, regno della preghiera.

  «O Padre nostro, che ne’ cieli stai,  non circunscritto,

ma per più amore  ch’ai primi effetti di là sù tu hai, 

                                       laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore  da ogni creatura,

com’è degno  di render grazie al tuo dolce vapore.                               

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno, 

ché noi ad essa non potem da noi,  s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.                        Come del suo voler li angeli tuoi  fan sacrificio a te, cantando  osanna, 

così facciano li uomini de’ suoi.

      Dà oggi a noi la cotidiana manna,

 sanza la qual per questo aspro diserto  a retro va chi più di gir s’affanna.

 E come noi lo mal ch’avem sofferto  perdoniamo a ciascuno,

 e tu perdona  benigno, e non guardar lo nostro merto.

                      Nostra virtù che di legger s’adona,  non spermentar con l’antico avversaro,

 ma libera da lui che sì la sprona. 

          (Purg. XI, vv 1-21)

 

 Parafrasando: Dio Padre è nei cieli, non limitato da essi, Lui che tutto circoscrive; si dice così per il maggiore amore che Egli ha per le prime cose da Lui create: gli angeli ed i cieli stessi. C’è poi per la santificazione del nome di Dio una sottolineatura trinitaria e una indiretta citazione del cantico delle creature di Francesco: “laudato sia” il tuo nome (Il Figlio), il tuo valore (il Padre), il tuo dolce vapore (lo Spirito).

 Il regno di Dio è un regno di pace: ad essa l’umanità non può giungere da sola, ma soltanto con l’aiuto di Dio, richiesto nella preghiera. Gli angeli sono perfetti e gioiosi esecutori della volontà di Dio, altrettanto sappiano fare gli uomini con la loro volontà nei confronti del Padre.  Nell’aspro deserto della vita chiediamo il pane (la manna) quotidiano, materiale e spirituale: senza di esso tutte le nostre fatiche non portano a nulla, anzi ci fanno solo retrocedere. Come noi perdoniamo a tutti le sofferenze che ci hanno causato direttamente o indirettamente, così chiediamo a Dio di perdonarci per il suo amore, non certo per i nostri meriti.

Infine, domandiamo al Padre di non mettere alla prova la nostra virtù, che si abbatte (s’adona) facilmente, e di non lasciarci in balia del demonio, l’antico avversario, che ci sprona al male.

Il Padre nostro, parafrasato da Dante, è rivolto al Padre da anime in stato di purificazione, ma è anche una preghiera fatta da loro per chi è rimasto sulla terra, una preghiera che unisce spiritualmente i vivi, ossia la Chiesa militante, con i defunti, con le anime oltre il confine della vita terrena, tutti in cammino verso il paradiso, nostra definitiva casa nell’unione perfetta con il Padre che è nei cieli.

CEI

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